Lo Giudice: «Non temo le critiche per la nomina a capo del Dipartimento Diritti civili del Pd. Userò sempre la leva del dialogo»

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Il 28 luglio scorso l’ex senatore Sergio Lo Giudice è stato nominato responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd.

Un incarico di particolare significato per un uomo da sempre impegnato (prima in qualità di attivista e presidente di Arcigay, quindi in quella di parlamentare della XVII° legislatura) nelle lotte di rivendicazione per la piena parità delle persone Lgbti e inclusione delle stesse.

Nonostante la sensibilità, la determinazione e l’attenzione con cui Lo Giudice ha affrontato tali battaglie, la sua nomina ha destato critiche e reazioni anche all’interno della stessa collettività arcobaleno.

Non senza punte di parossismo, come nel caso di ArciLesbica Nazionale, che ha nuovamente agitato lo spettro di un conseguente sostegno alla pratica della gpa (volutamente indicata coi termini spregiativi di utero in affitto).

A poco più di due settimane dall’assegnazione della carica abbiamo contattato il neoresponsabile del Dipartimento Diritti Civili, per raccoglierne valutazioni e fare il punto sull’attuale situazione politica del Paese.

Professore Lo Giudice, con quali aspettative e quali prospettive ha accolto una tale nomina?

La nomina mi ha fatto certamente piacere: ha significato un riconoscimento delle esperienze collettive da cui provengo e un segno di attenzione del Pd a un tema troppo spesso  trascurato. Dai diritti dei detenuti a quelli delle minoranze etniche e religiose, dai temi Lgbti a quelli legati al fine vita sono tante le questioni aperte che riguardano il rispetto della sfera personale nel rapporto con lo Stato.

C’è tanto da fare anche se, in un momento in cui il Pd si avvia a congresso, il ruolo dei dipartimenti tematici si giocherà molto sulla attivazione di idee ed energie per ridisegnare il profilo di un partito rinnovato.

Come ha vissuto le critiche che le sono giunte da una parte del movimento Lgbti?

Alle critiche ci sono abituato: i temi legati ai diritti civili, soprattutto quelli che investono la sessualità o le relazioni familiari, creano dibattito, spesso acceso. Per quel che mi riguarda continuerò a usare le leve del dialogo e del confronto fra tutte le posizioni. Il Pd deve avere l’ambizione di essere il perno di un campo largo della sinistra. Il confronto fra posizioni diverse è inevitabile: è da qui che possono nascere sintesi nuove.

Questo governo sta mostrando un atteggiamento decisamente reazionario e retrivo rispetto ai diritti civili: secondo lei le persone Lgbti stanno correndo concreti pericoli?

Io non credo che questo governo riuscirà a realizzare granché di quello che minaccia e, comunque, i temi relativi ai diritti Lgbti non fanno parte dell’accordo di potere fra Lega e M5s. Ho un altro timore, che già vedo concretizzarsi: che la propaganda del governo nazionalpopulista e lo sdoganamento in atto dell’egoismo sociale e dell’odio verso le minoranze avvelenino i pozzi della convivenza civile. Si rischia di compromettere nel profondo quella cultura democratica e solidale fondata sulla Costituzione, che da 70 anni rappresenta il collante morale degli italiani.

Nel quadro politico attuale quale “ricetta” politica consiglierebbe per ristabilire un rapporto di fiducia tra elettorato e centrosinistra?

Il Pd ha già aperto un percorso congressuale che si concluderà entro il prossimo inverno. Sarà fondamentale che si dia vita a una discussione aperta a tutte quelle forze sociali, gruppi politici, cittadine e cittadini oggi senza appartenenza ma che sarebbero pronti a rimettersi in gioco di fronte a un progetto credibile per il Paese.

Secondo lei qual è stato l’errore maggiore che ha determinato un evidente scollamento tra le due parti?

Negli ultimi anni il Pd non è stato in grado di dare risposte adeguate a bisogni sociali nuovi, a un impoverimento crescente, alla frammentazione del mercato del lavoro. Su questi temi vanno ripensate le parole d’ordine e le ricette economiche, con la radicalità di chi vuole decisamente ridurre le diseguaglianze.

Guai però a pensare che un ritardo sulle questioni sociali sia conseguenza di quell’impegno sui diritti civili che nell’ultima legislatura ha prodotto leggi attese da troppo tempo come le unioni civili o il testamento biologico. Diritti civili e diritti sociali si tengono assieme, contrapporli sarebbe un errore da ogni punto di vista.

A novembre ci sarà il Congresso nazionale elettivo di Arcigay. Cosa si aspetta al riguardo?

Da quel congresso mi aspetto una riflessione a tutto campo su come stare in questa fase nuova. Arcigay rimane la più grande e strutturata associazione Lgbti italiana in un contesto in cui i bisogni della comunità sono sempre più articolati.

Secondo lei, su quale piano e in quale direzione dovrebbero essere intensificati gli sforzi di Arcigay per resistere al clima omotransfobico incalzante?

In questi anni sono emerse nuove identità prima nascoste, come quelle delle persone intersessuali, nuove realtà sociali come le famiglie arcobaleno, nuove risorse normative e giurisprudenziali.

Credo che questa complessità chiami Arcigay a un’azione intensa. Un’organizzazione così strutturata non ha pari in Europa: è una risorsa per l’intera comunità e per il Paese. Questo è un punto di forza, ma anche una bella responsabilità, che va assunta fino in fondo.

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