Ancora un episodio di violenza omofobica nel Napoletano a danno di una persona, che fra l'altro vive da mesi l'esperienza dell'abbandono da parte dei familiari. Si tratta del 18enne Francesco, cacciato di casa come il suo compagno Giuseppe e attualmente ospite in casa di Antonello Sannino, che ha denunciato l'accaduto a nome del comitato provinciale di Arcigay.  

Nella giornata d'ieri il giovane, mentre passeggiava per Casoria (Na) con due amici, è stato aggredito e minacciato verbalmente (intorno alle 13.30) da un uomo al volante di una Range Rover. Il motivo? L'osservazione fattagli da Francesco che, urtato dall’auto mentre percorreva una strada piuttosto stretta, lo aveva invitato a usare il clacson in circostanze simili.

L'uomo pochi minuti dopo, mentre era in un bar del paese, avendo visto il 18enne passeggiare nei pressi, avrebbe nuovamente urlato insulti e minacce facendo ricorso allo stesso becero repertorio di offese omofobiche.

In attesa degli sviluppi della denuncia, che il giovane ha immediatamente presentato ai carabinieri di Casoria, il Comitato Arcigay Antinoo di Napoli ha ribadito  con sempre maggiore convinzione l’urgenza di leggi specifiche, anche a carattere regionale, per arrestare l’ormai sempre più evidente e dilagante fenomeno delle aggressioni e delle minacce a sfondo omotransfobico.

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Francesco e Giuseppe sono due giovani, rispettivamente di 18 e 20 anni, che, originari del Napoletano, sono stati cacciati di casa perché gay e innamorati l’uno dell’altro. Francesco è stato allontanato dalla madre nel mese di febbraio in quanto «ritenuto un pericolo – come lui stesso ci ha detto – per la sorella più piccola». Giuseppe, invece, ha dovuto lasciare l’abitazione di famiglia dopo che i suoi ne hanno scoperto il fidanzamento. Con tempi e modalità diversa i due hanno trascorso una vita da bohémien alternando soggiorni in casa di amici a notti all’addiaccio.

Situazione, questa, che si è verificata negli ultimi quindici giorni quando privi di soldi e di beni di prima necessità hanno vissuto in strada o in spiaggia. Alla fine Francesco e Giuseppe sono stati soccorsi dal comitato provinciale Arcigay di Napoli. Raggiunto telefonicamente, il presidente Antonello Sannino ha espresso tutto il suo rammarico per l’accaduto e ha affermato di «aver chiesto una possibilità d’allogio presso un’abitazione che, confiscata alla camorra, è stata assegnata nel 2009 a un’associazione Lgbti locale quale casa d’accoglienza per giovani omosessuali. Ma mi è stato risposto che la struttura è inagibile».

Alla vicenda ha mostrato subito grande attenzione il Comune di Napoli che, attraverso la delegata alle Pari Opportunità Simona Marino, sta cercando una soluzione d’alloggio e inserimento lavorativo per Francesco e Giuseppe. È stata proprio la professoressa Marino a offrire delucidazioni al riguardo, dichiarando a Gaynews che «la struttura, confiscata alla camorra e destinata a centro polifunzionale per l’accoglienza di giovani omosessuali e transessuali, è quella assegnata anni fa senza bando dalla giunta Jervolino e riconfermata da quella de Magistris nel 2014 all’associazione I Ken. Si tratta d’un appartamento di poco più di 50 mq, non ancora adibito all’uso prefissato per mancanza di fondi finalizzati alla ristrutturazione.

Per questo ho proposto sia ad Arcigay Napoli sia ad Atn (Associazione transessuale Napoli, ndr) d’individuare un immobile di proprietà del Comune da utilizzare nell’arco di due anni per allogiare persone omosessuali e transessuali in difficoltà. Soluzione temporanea, questa, in attesa che venga presentato un progetto specifico per l’assegnazione d’uno dei beni confiscati alle mafie. Ho a cuore che si trovi quanto prima una degna soluzione abitativa per Francesco e Giuseppe nonché per tanti giovani che, come loro, sono costretti a vivere l’esperienza dell’abbandono familiare a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere».

Gaynews nel frattempo si associa all’impegno di Arcigay Napoli e della delegata comunale alle Pari Opportunità, ricordando anche ai propri lettori e lettrici che è possibile fare una donazione per aiutare i due ragazzi

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Uomini volete consumazioni gratis? Vestitevi da gay. Questa l’ultima trovata del ristorante – lounge bar procidano Il Ciracciolo, i cui gestori hanno organizzato dalle 21.00 in poi la serata Miss Gay con l’organizzazione di Butterfly Effect.

Ma che significa abbigliarsi da gay? Raggiunto telefonicamente, uno dei pr di Miss Gay ha spiegato le modalità vestiarie della kermesse: «Il biglietto d'ingresso pari a 15 euro è inclusivo d'una consumazione. Ma chi verrà vestito da gay, cioè da donna, parteciperà all'estrazione finale di premi e avrà altre cue consumazioni in omaggio».

Immediata la reazione di Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che in un duro comunicato ha denunciato fermamente il contenuto omofobico dell'iniziativa sull'isola di Procida (Na): «La serata ha il sapore di un orribile balzo culturale indietro di almeno 30 anni in un'Italietta provinciale e volgare, dove ancora oggi l’omosessualità maschile è vista come una diminutio della virilità, come uno sfortunato status sul quale nella migliore, o forse peggiore, delle ipotesi, ironizzare. Ed è proprio qui che invece nasce la più odiosa discriminazione, il seme da cui nasce il bullismo e la violenza di cui sono vittime quotidiane le persone omosessuali».

Sannino ha altresì rilevato come «l’autoironia e la destrutturazione culturale del dualismo maschio/ femmina siano alla base della grande rivoluzione culturale portata avanti dal nostro movimento di liberazione sessuale. Ma qui non riscontriamo né ironia né alcun valore politico attribuibile alla femminilità. La serata Miss Gay del Ciracciolo è solo un insopportabile e volgare affronto alla vita e alla dignità delle persone Lgbti».

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Si sussegguono le notizie che la stampa riporta relativamente alla morte di Vincenzo RuggieroProprio in seguito all’intervista pubblicata da Gaynews, in cui l’escort napoletano Francesco Mangiacapra racconta particolari relativi all’omicida, siamo stati contattati da un ragazzo che, preferendo restare anonimo per chiare e comprensibili ragioni di privacy, ha voluto raccontarci altri particolari dell’assassino Guarente.

Ne raccogliamo a telefono il racconto e nella sua voce leggiamo tutto lo sconvolgimento interiore di chi è sgomento per la morte del 25enne di Parete.

Tu conosci bene Ciro Guarente, l’assassino di Vincenzo Ruggiero?

Sì, lo conosco benissimo. Siamo amici da tanti anni e non riesco a credere che abbia potuto fare una cosa del genere: sono sconvolto.

Tu sei al corrente dei rapporti tra la vittima e Ciro? Ce li puoi descivere?

Certo che ne sono al corrente. Tutti ne siamo al corrente tra le persone legate a Ciro. Ciro nutriva un rancore morboso nei confronti di Vincenzo. Ciro era rancoroso perché – secondo lui - Heven dedicava più attenzioni a Vincenzo che a lui. Un paio di anni fa Ciro già aveva aggredito violentemente Vincenzo perché l’aveva trovato a casa di Heven. Insomma, posso dire che sono almeno due anni che Ciro cova questo risentimento assurdo verso Vincenzo ma nessuno avrebbe mai creduto che potesse arrivare a tanto.

Ciro era gelosissimo di Heven. Perfino nei miei riguardi fu aggressivo perché una volta Heven mi volle vedere da solo per confidarmi dei segreti. Una cosa normale tra amici e io sono amico anche di Heven. Ciro si arrabbiò anche con me.

Ma quali erano i rapporti tra Heven e Vincenzo?

Erano grandi amici. Un rapporto d’amicizia solidissimo. Forse Heven all’inizio era anche infatuata di Vincenzo ma tra loro non c’è mai stato nulla. Era davvero una relazione di profondissima e sincera amicizia.

Quali erano, invece, i rapporti tra Ciro e Heven?

Heven mi ha confidato che spesso Ciro era violento anche con lei. Mi ricordo che mi ha detto che Ciro le ha tenuto la testa sotto l’acqua fino a farla svenire, che l’ha minacciata con un coltello, che la picchiava e che l’ha perfino chiusa in un armadio. Ciro non sopportava la presenza di Vincenzo anche se, devo dire, che la relazione tra Ciro e Heven è una relazione “in crisi” da sempre.

Nei giorni in cui si è diffusa la notizia della sparizione di Vincenzo quali sono state le reazioni di Ciro?

Ciro negli ultimi tempi sembrava stravolto, sinceramente.  Sulla sparizione di Vincenzo percepivo che preferiva non soffermarsi troppo. Una volta a un amico che gli chiedeva cosa ne pensasse, Ciro rispose in malo modo che non dovevamo rompere le scatole e che Vincenzo se ne era andato via con qualche uomo pieno di soldi.

Vincenzo aveva sentore di quest’odio nutrito dal Guarente?

Credo di sì. Molti amici gli stavano consigliando di andare via da casa di Heven. Certo nessuno pensava che Ciro arrivasse a compiere un omicidio e in un modo cosi efferato. Ma avevamo paura che in uno scatto d’ira Ciro potesse comunque far male a Vincenzo. Già in passato lo aveva schiaffeggiato e gli aveva dato anche un pugno.

Che reazione hai avuto alla notizia che l’assassino di Vincenzo è il tuo amico Ciro?

Mi sono sentito ferito due volte. La prima perché quello che ha fatto a Vincenzo è assurdo e atroce. La seconda perché questo Ciro non è quello che credevo di conoscere e di cui ero amico. Il Ciro che conoscevo io era un ragazzo disponibile e solare. Aveva tanta voglia di vivere e divertirsi. Non avrei mai creduto che arrivasse a fare certe cose. Ricordo che, tempo fa, andammo tutti e tre, io, Ciro e Vincenzo, a fare delle compere insieme. Non mi sarei mai aspettato un epilogo del genere.

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Gentile Direttore,

     Le scrivo a nome mio personale e dell’intera redazione di Gaynews, quotidiano online Lgbti da me fondato nel 1998, in riferimento ai numerosi articoli che Il Mattino ha dedicato alla morte di Vincenzo Ruggiero. Fa piacere constatare l’attenzione e la solerzia con cui i giornalisti di codesta testata hanno seguito e continuano a seguire una vicenda così dolorosa, di cui restano ancora da chiarire numerosi aspetti.

Nello stesso tempo non si può non rilevare con preoccupazione e rammarico la scelta adottata nel titolare i relativi articoli. Si va da “delitto gay” a “delitto a sfondo omosessuale”, dal “giallo del gay ucciso per gelosia” a “uccide un gay e lo butta in mare. «Stava con la mia ragazza trans» fino a “raptus della gelosia, gay ucciso. L’assassino è l’amante di una trans”.

È vero che espressioni similari sono state adottate anche da agenzie di stampa e da altri quotidiani nazionali. Ma, nel caso dell’omicidio d’un ragazzo campano, Il Mattino assurge a un ruolo principale nel servizio d’informazione in quanto storico giornale napoletano.

Ora non è ammissibile che nel 2017 la testata fondata da Scarfoglio e Serao riproduca nella titolatura un lessico scandalistico e discriminatorio degno d’una narrazione giornalistica degli anni ’50 del secolo scorso. Non esiste un delitto gay o a sfondo omosessuale come non esiste un delitto etero o a sfondo eterosessuale, di cui d’altra parte nessun giornale si sognerebbe mai di parlare. Le persone omosessuali e transessuali non possono continuare a essere considerate un mero oggetto per alimentare la morbosa curiosità dei lettori o per ottenere un numero maggiore di click. Né tanto meno è accettabile che si parli genericamente d’un gay e al contempo d’una trans sì da favorire quel clima d’omotransfobia purtroppo ancora imperante. Per di più parlare di “delitto gay” fa passare il messaggio che la vittima in qualche modo se l’è cercata, che è comunque corresponsabile di ciò che è successo con un sottofondo di omofobia nemmeno tanto velato.

Ben diverso e giustissimo è invece ricordare l’appartenenza della vittima alla collettività omosessuale al pari del suo attivismo Lgbti ma mettendone primariamente in luce la sua identità. A essere stato ucciso non è un gay ma Vincenzo Ruggiero, attivista gay. Una scelta lessicale come quella operata da Il Mattino è non solo un’offesa alla memoria del 25enne di Parete ma quasi una seconda uccisione attraverso le parole. Uccisione morale che coinvolge ciascuno e ciascuna di noi, in cui Vincenzo vive e continua a lottare.

Nell’attesa d’un suo riscontro, la salutiamo cordialmente.

 

Franco Grillini, direttore di Gaynews

Francesco Lepore, caporedattore

Redazione

Elisabetta Cannone

Rosario Coco

Claudio Finelli

Alessandro Grieco

Valerio Mezzolani

Alessandro Paesano

Rosario Murdica

Michele Sacco

Marco Tonti

 

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Negli ultimi giorni si sta assistendo a un ampio quanto immaginabile clamore mediatico intorno all’omicidio di Vincenzo Ruggiero. La rete è stata investita da un vero e proprio tsunami di solidarietà per il 25enne di Parete e indignazione nei riguardi dell’assassino Ciro Guarente. Soprattutto in riferimento alle modalità con cui l'ex militare ha massacrato e nascosto il corpo del giovane attivista Lgbti napoletano. 

Anche i giornali si sono preoccupati di raccontare in maniera costante e capillare le evoluzioni delle indagini, narrando talora in tempo reale e in modo costante i diversi passaggi dell'azione criminale. Al di là dei titoli scorretti e inaccetabili di alcuni quotidiani, a partire da Il Mattino - in cui morbosità e lessico inappropriato hanno raggiunto vette imbarazzanti –, una certa polemica ha diviso la rete tra il comportamento che si dovesse adottare nei confronti del fatto di sangue. E su come si dovesse presentare.

Ecco, se da un lato è comprensibile lo strazio degli amici e di chi gli era vicino – strazio che suggerisce di associare al dolore una forma di contegnoso silenzio –, dall'altro è indispensabile ricordare che proprio in virtù dell'attenzione mediatica sollevata da associazioni come Arcigay Napoli e quotidiani come Gaynews, si è riusciti a operare una sorta di pressione sugli inquirenti e si è riusciti a penetrare il mistero in cui era avvolto, fino a qualche giorno fa, la drammatica storia di Vincenzo. Pressione operata da Arcigay Napoli e Gaynews non perché si volesse ricondurre il caso Ruggiero a un caso di omofobia o perché fosse importante marcare l'orientamento sessuale della vittima, ma perché Vincenzo era conosciuto, stimato e amato dalla collettività Lgbti napoletana di cui era fieramente parte. Ed è proprio dalla collettività Lgbti che è giustamente arrivato un input decisivo alle indagini. 

Dunque si dovrebbe riconoscere come non sia possibile chiedere ai media di far calare il silenzio – foss'anche per ragioni di dolore – sulla morte di Vincenzo. Se ciò fosse avvenuto, oggi Ciro Guarente non sarebbe in stato di arresto e, se ciò dovesse avvenire nell'imminente futuro, non sapremmo né il vero movente dell'omicidio né possibili complicità.

Perché, parliamoci chiaro, davvero si può credere all'omicidio passionale? Davvero si può credere che Ciro fosse geloso dell'amicizia tra Vincenzo e Heven? Davvero si può credere che Ciro Guarente, ragazzo esile e alquanto basso di statura, abbia caricato da solo valigie e corpo, abbia ordito da solo l'agguato a Vincenzo (perché di questo si tratta, no?), abbia da solo premeditato il fitto del box auto a Ponticelli dal 7 al 9 luglio per nascondervi il corpo di Vincenzo, abbia da solo sezionato il cadavere, labbia da solo ricoperto il tombino di cemento e da solo vi abbia versato l'acido per nascondere ogni traccia? 

E si può credere che nessuno abbia aiutato Ciro Guarente in queste operazioni decisamente complicate? Nessuno abbia visto? Nessuno abbia sentito? Nessuno abbia subodorato alcunché? E si può credere che tutto ciò sia avvenuto in una situazione pacificata, in cui un picco di gelosia scatena violenze inaudite gestite con inaudita freddezza?

Come invece non immaginare scenari differenti e ancora sconosciuti? Perché Ciro Guarente ha premeditato in maniera così atroce l'omicidio di Vincenzo? Perché ha depistato gli inquirenti con la storia del cadavere gettato nel mare? Perché ha utilizzato una modalità camorristica per disfarsi dello stesso? Perché la simulazione dell'allontanamento volontario è stata avallata anche in sede di denuncia? Dove sono le valigie con cui Vincenzo si sarebbe allontanato? E cosa è stato rinvenuto dei suoi effetti personali? E nell'abitazione, in cui è avvenuto l'agguato e in cui la vittima ha certamente già trovato il suo assassino (da solo o con un complice) è possibile che non ci sia alcuna traccia di colluttazione o di violenza? I vicini che cosa hanno sentito? Cosa hanno visto? 

Queste sono solo alcune delle domande che mi vengono in mente. Che vengono in mente a tutte e tutti. Ecco, senza i media che danno risalto a casi come questo, queste stesse domande resterebbero probabilmente soffocate nel silenzio. Senza risposte concrete.  Allora ben vengano appelli, lettere aperte e denunce all'Ordine dei giornalisti per quelle testate che offrono una narrazione morbosa delle storie Lgbti, utilizzando un lessico inaccettabile, offensivo e "preistorico". Ma mai, mai e poi mai chiedere ai media di tacere

Chi tace è sempre complice del più forte. Del violento. Di chi occulta la verità. Di chi, in maniera reticente, vive nel crimine. E al crimine, al proprio crimine, cerca di sopravvivere con la menzogna e la falsità. Quella falsità e quella menzogna, il cui velo dobbiamo  definitivamente sollevare da questa storia assurda. Perché Vincenzo non può e non deve morire una seconda volta nelle bugie e nei segreti di una società che, nel silenzio, continua a generare molti, troppi, insospettabili mostri.

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«Un film horror - così esordisce Lia Zeta, amica di Vincenzo Ruggiero che ha assistito al recupero del corpo dell'amico -, un film horror di cui dobbiamo sapere ancora tutta la verità».

Dopo ore di lavoro le forze dell'ordine sono riuscite a recuperare i resti del corpo di Vincenzo Ruggiero. Ciro Guarente, reo confesso dell'omicidio del 25enne di Parete, aveva provato a depistare gli inquirenti sostenendo di aver gettato in mare il cadavere. Invece il corpo, sezionato barbaramente, era occultato in un box che l'ex militare aveva preso in affitto dal 7 al 9 luglio, in un parco di Ponticelli tra via Botteghelle e via Edoardo Scarpetta.

«Purtroppo la testa e un braccio non sono stati recuperati - aggiunge Lia Zeta sconvolta e provata dall'epilogo macabro della vicenda -. Guarente aveva prima sezionato il cadavere e poi lo aveva occultato in una buca presente nel box coprendo tutto con rifiuti e cemento e gettandoci poi dell'acido per coprire il cattivo odore. Una storia orribile di cui siamo tutti spettatori sgomenti».

È stato lo stesso proprietario del box a chiamare le forze dell'ordine insospettito dai movimenti di Ciro Guarente, che si era presentato la prima volta con delle valigie, e allarmato dalla notizia del suo arresto.

L'autopsia dovrà adesso rivelare nuovi particolari sulla drammatica morte di Vincenzo Ruggiero. Certamente un omicidio premeditato e non accidentale, costruito con ferocia e realizzato con una crudeltà senza pari. La domanda che ci si pone, ancora increduli, è se Ciro Guarente abbia potuto fare davvero tutto da solo o se non ci fosse un complice ad aiutarlo.

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Ha mentito fino alla fine Ciro Guarente, l'omicida di Vincenzo Ruggiero, il cui cadavere, stando alle sue confessioni, doveva essere nel mare di Licola«Sì, l'ho ucciso io Vincenzo - così il 35enne di San Giorgio a Cremano nella confusa confessione resa ieri ai carabinieri di Aversa -,  perché aveva una relazione con la mia compagna: poi dopo ho caricato il cadavere in auto e l'ho gettato in mare a Licola»

Invece, i resti di Vincenzo, barbaramente ucciso dall'ex militare Guarente, sono stati ritrovati in queste ore a Ponticelli, in un tombino all'incrocio tra via Eduardo Scarpetta e via Botteghelle. Sul posto continuano a essere presenti i carabinieri dei reparti territoriali di Aversa e di Ponticelli.

E mentre sono ancora nei nostri occhi le centinaia di candele e di volti che ieri sera, a Napoli, in Piazza Bellini, hanno salutato commossi e sconvolti l'amico che non c'è più, ci chiediamo per quale ragione Ciro Guarente provasse a depistare le forze dell'ordine. Quale altro orrore stava tentando di nascondere, nascondendo il corpo di Vincenzo? O voleva coprire un eventuale complice nel trasferimento di Vincenzo da Aversa a Ponticelli?

Ciro Guarente è attualmente in carcere a Santa Maria Capua Vetere e verrà sentito dal gip, per la conferma del provvedimento di fermo, nella giornata di domani. L'esame autoptico dovrebbe invece confermare a breve - salvo smentite - l'ipotesi identificativa.

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«Piazza Bellini, stasera, brillerà di luce per l’amico Vincenzo». Così recitava il comunicato lanciato nel tardo pomeriggio da Arcigay Napoli e da La Mamada per annunciare una fiaccolata in ricordo di Vincenzo Ruggiero nella nota piazza partenopea. Così è stato.

Alle 22.00 del 29 luglio oltre 200 persone si sono ritrovate nel luogo prefissato per stringersi intorno alla madre e alla sorella del 25enne, ucciso ad Aversa da Ciro Guarente. Portavano con sé il solo bagaglio d’una candela e dell’affetto per un giovane bello, dolce, sempre impegnato in difesa dei diritti Lgbti. Per un giovane, la cui scomparsa nel nulla, il 7 luglio, non aveva dato pace alla collettività Lgbti napoletana. Tale premura si era concretata in reiterati appelli alla ricerca che, sollevati per prima da Arcigay Napoli e rilanciati dal nostro giornale, hanno dato una spinta notevole alle indagini. Indagini che hanno portato al provvedimento di fermo di Ciro Guarente – che ha poi confessato d’aver ucciso Vincenzo e d’averne gettato il corpo in mare a Licola - per omicidio e occultamento di cadavere.

Ad aprire gli interventi in ricordo di Vincenzo Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha ribadito la «difficoltà del momento ma la necessità d’abbandonare ogni forma di retorica. Vogliamo essere vicino alla famiglia, vicino agli amici». Componente del direttivo di Arcigay Napoli, Daniela Falanga ha rilevato l’importanza del sentirsi famiglia in momenti così difficili e ha aggiunto: «Vincenzo era un ragazzo di pace. Vincenzo era un ragazzo di bontà. I tanti cartelli che leggo qui lo testimoniano».

Particolarmemte commossa Loredana Rossi, vicepresidente di Atn (Associazione transessuale Napoli), che ha dato di Vincenzo un ricordo personale, interrotto poi dall’emozione. Emozionatissimo anche Giovanni Angelo Caccavale, coordinatore del gruppo La Mamada (delle cui serate Vincenzo era presenza fissa), che, tracciando un toccante ricordo dell’amico Mamador, ha sottolineato come questa vicenda sia denotativa d’una preoccupante perdita d’umanità. Ovviamente, la prevista serata discoteca de La Mamada è stata annullata.

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Originario di Parete (Ce), il 25enne Vincenzo Ruggiero continua a essere irreperibile dal 7 luglio. La sua scomparsa dall'abitazione in cui abitava insieme all'amica Heven Grimaldi ad Aversa, continua ad agitare tutti quelli che lo conoscono e che si sono mobilitati, specialmente nella comunità Lgbti campana, per favorirne il ritorno.

Sebbene la vicenda resti avvolta nel mistero, a partire dal fatto che Vincenzo è sparito portando con sé tutte le sue cose - nonostante la firma di un nuovo contratto lavorativo, che avrebbe dovuto firmare a breve e di cui era particolarmente felice - e senza aver mai comunicato l'intenzione di allontanarsi volontariamente, le forze dell'ordine stanno dando proprio nelle ultime ore un'accelerazione significativa alle indaginiNegli ultimi giorni anche la pagina della trasmissione Chi l'Ha Visto?, che tempestivamente aveva dato notizia della sparizione di Vincenzo Ruggiero, ha lanciato un accorato video appello della mamma del giovane.

Arcigay Napoli, che sta coadiuvando le forze dell'ordine nell'opera di ricerca, ha diffuso una nota stampa in cui si fa appello al senso di responsabilità di quanti abbiano una qualsiasi informazione su Vincenzo, chiedendo loro di recarsi nella più vicina caserma dei carabinieri o della polizia per fornire tutti gli elementi di loro conoscenza. Le informazioni, anche quelle all'apparenza più futili e prive di valore, potrebbero invece contenere indizi determinanti per tentare di ricostruire gli spostamenti di Vincenzo Ruggiero.

Gaynews, tra le prime testate a dare notizia della sparizione del ragazzo di Parete, si associa all'appello di Arcigay Napoli e chiede ai suoi lettori massima solerzia nel comunicare alle forze dell'ordine notizie, anche apparentemente ininfluenti, relative a Vincenzo.

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