Autore di saggi di storia della spritualità e della mariologia – di cui uno prefato nel 2005 dall’allora card. Joseph Ratzinger –, curatore del blog in lingua latina Gaia Vox per Huffington Post e caporedattore Gaynews, Francesco Lepore aveva già brevemente espresso, il 28 agosto, il suo parere circa il dossier Viganò su La Repubblica.

Torna oggi a parlarne in questo video, toccando soprattutto quell’aspetto che egli considera il fil rouge del lungo memoriale pubblicato il 26 agosto da La Verità: l’ossessione dell’ex Nunzio apostolico negli Usa per la questione dell’omosessualità e l’equiparazione della stessa con la pedofilia in un voluto tentativo di confondere le acque col parlare di abusi sessuali su minori e quelli compiuti – fra l’altro in maniera del tutto sporadica e pur sempre da provare – da presuli (come nel caso dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick) su seminaristi maggiorenni o presbiteri «in rapporto d’autorità con le vittime».

La realtà è ben diversa: si può sì parlare di un clero cattolico maggioritariamente omosessuale – anche ai vertici come sostiene Viganò –, i cui rapporti sono però (salvo gli accennati casi) con maggiorenni consenzienti. Il caso del dossier Mangiacapra, pubblicato in anteprima da Gaynews, lo dimostra ampiamente.

Ma, soprattutto, quella delle “reti omosessuali” nel clero cattolico è davvero una realtà contemporanea nella Chiesa? E perché Viganò si è deciso a parlare solo adesso all’età di 77 anni? Perché non si è dimesso, quando lavorava alle Rappresentanze pontificie già negli ultimi anni di pontificato di Wojtyla? E che valore ha il giuramento che egli ha prestato nell'addietro di non mai rivelare quanto attiene al suo ufficio?

Eccone le valutazioni nel video 

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Quid est veritas? La domanda, che Pilato pose a Cristo, è il motto in esergo a La Verità. Tale quesito andrebbe in realtà posto all’intera redazione del quotidiano di Maurizio Belpietro, tra i cui temi ricorrenti ci sono quelli relativi alle persone Lgbti.

Il tratto caratteristico con cui tali argomenti sono affrontati è quello del discredito e della ferma opposizione alle loro battaglie, intese come volontà d’affermare le presunte ideologie omossesualista e gender. È noto, ad esempio, che tra le collaboratrici de La Verità ci sia quella Silvana De Mari, la cui ossessione per l’omosessualità (intesa come patologia da curare) e le presunte conseguenze del sesso anale potrebbe farla ironicamente salutare come Doctrix culi.

In tale intento è da cogliere anche la critica serrata a Bergoglio (la quale va comunque letta alla luce di molteplici elementi a partire dalle sue posizioni in materia di migranti e dell’antisalvinismo dell’episcopato italiano bergogliano), contro il quale La Verità ha pubblicato l’oramai celebre dossier Viganò. Ripubblicandolo come inserto speciale, il quotidiano è tornato oggi a sferrare l'ennesimo attacco alle persone Lgbti con un articolo in prima pagina (taglio in alto) dal titolo La Chiesa prepara il suo Gay Pride in riferimento al prossimo Forum dei Cristiani Lgbt (5-7 ottobre).

Abbiamo perciò raggiunto Andrea Rubera, portavoce di Cammini di speranza – Associazione italiana cristiani Lgbt, che è uno degli organismi componenti il Comitato organizzatore.

Dr Rubera, la Chiesa insomma prepara il suo Gay Pride ad Albano?

Il Forum dei Cristiani Lgbt Italiani 2018 (che si terrà ad Albano come sempre è stato e alla cui organizzazione non sono però quest’anno direttamente impegnato) è il quinto che viene organizzato. Il primo fu nel 2010. È un evento sorto, come iniziativa spontanea di vari gruppi e persone appartenenti alla galassia dei cristiani Lgbt italiani, per cercare di fare rete tra le varie realtà che, dai primi anni ’80, sono sorte in Italia. Come autoespressione, cioè, dei cristiani Lgbt che, in assenza di luoghi ufficiali (nelle parrocchie, nei movimenti, nelle varie realtà ecclesiali) dove poter fare un serio cammino di conciliazione tra la propria fede e omosessualità, hanno sentito l’esigenza di creare degli spazi specifici autorganizzati. Inizialmente si trattava di case private, poi di spazi concessi da alcune chiese cristiane, quale la Valdese in primis.

Quindi, dire che la Chiesa prepara il suo Gay Pride mi sembra una totale mistificazione della realtà. L’evento è organizzato autonomamente (con hosting della casa di accoglienza dei Somaschi di Albano, con le stesse modalità che sarebbero utilizzate per qualunque gruppo o associazione) dal Comitato Forum dei cristiani Lgbt italiani, un gruppo di lavoro appositamente costituito per organizzare il Forum e con partecipazione di persone appartenenti a varie realtà della galassia dei cristiani Lgbt, inclusa l’associazione nazionale Cammini di Speranza. Non c’è alcuna componente della Chiesa istituzione dentro l’organizzazione dell’evento che, ripeto, è totalmente autorganizzato dai cristiani Lgbt.

Si dice che guest star sarà "padre Martin, il quale vuole rivoluzionare la dottrina e cancellare la castità dei preti". Eppure Martin non è la prima volta che parla al Forum....

Il gesuita padre James Martin (che mi risulta da programma dovrebbe intervenire al Forum in videoconferenza) sta proponendo una nuova visione pastorale inclusiva, in cui si fac riferimento alla persona in primis, accogliendola a partire dalla condizione esistenziale in cui si trova. Non mi risulta che, in nessuno dei suoi discorsi né tantomeno nel suo libro Building a bridge, Martin faccia intendere in alcun modo di rivoluzionare la dottrina. Quello che ci ha colpito da subito nell’impianto pastorale che offre padre Martin è la serenità con cui si rivolge, spesso direttamente agli operatori pastorali, per offrire chiavi di lettura e spunti per far sentire anche le persone Lgbt a casa propria nella chiesa. Questo si chiama rivoluzionare la dottrina?

Padre Martin è stato invitato a maggio già alla conferenza annuale dell'European Forum of Lgbt Christians (che si è tenuto sempre ad Albano, ospitando circa 150 delegati provenienti da oltre 25 Paesi europei) ed è intervenuto in video. Personalmente credo che il lavoro di padre Martin sia importante e molto valido proprio perché mira al benessere della persona e delle comunità attraverso l’accoglienza e l’inclusione. Martin parte spesso dall’analisi di dati sociodemografici che mostrano come ci sia maggior probabilità (cita il suo paese natio, gli Usa) per un ragazzo Lgbt di commettere suicidio a causa della pressione sociale e famigliare e di finire per strada, come senza tetto, in quanto cacciato dalle famiglie.

C'è qualche differenza tra il prossimo Forum rispetto al passato?

La struttura del Forum Italiano dei Cristiani Lgbt è molto semplice: creare uno spazio in cui le persone Lgbt cristiane si possano incontrare, fare rete, parlarsi, guardarsi negli occhi, scambiarsi i propri vissuti, ecc. Ovvio che, con il passare degli anni, e anche con l’evoluzione della consapevolezza e delle modalità di partecipazione alla vita comunitaria cristiana delle persone Lgbt, l’organizzazione e i contenuti siano evoluto. Non c’è alcuna “novità organizzativa” quest’anno, contrariamente a quanto voglia far intendere La Verità.

Ovvio anche che, negli ultimi anni, grazie anche al percorso di evoluzione sociale generale ma anche alla crescita della capacità di accoglienza delle comunità cristiane, finalmente i cristiani Lgbt stanno trovando sempre di più modalità e spazi dove poter vivere la loro fede non più in spazi solo autogestiti ma anche in contesti allargati, parrocchiali e non, in cui sentirsi a casa propria. E questo mi sembra un bene per tutti. L’inclusione è un grande valore e ce ne stiamo forse scordando, presi dalla foga di erigere muri verso ogni cosa che è diversa da noi. In realtà la scienza (antropologia, economia, storia, …) ci ha oramai inequivocabilmente dimostrato che i contesti inclusivi sono quelli dove regna maggior benessere per la persona, per il contesto complessivo, maggiore capacità di generare innovazione ecc.

Si accusa il Comitato organizzatore di una certa presunzione con riferimento al titolo scelto. Che cosa ne pensa?

Se per “titolo” si fa riferimento al versetto del Nuovo Testamento scelto per caratterizzare il programma Quali segni e prodigi Dio ha compiuto per mezzo di loro (Atti, 15, 12) non vedo presunzione ma un invito universale a considerare la bellezza e la verità delle vite di ogni persona. Ciascuno di noi è una ricchezza e ciascuno di noi può, seguendo anche l’invito del Vangelo all’Amore e al considerare l’altro non come un ostacolo ma come un’opportunità, essere una gemma che brilla nel buio e, quindi, riferimento per altre persone che non sono ancora riuscite a accendere il loro potenziale. Ricordo, tanti anni fa, ospitammo un incontro a Roma con la teologa Antonietta Potente che ci rivolse un invito che è stato illuminante per la crescita dei nostri gruppi. Ci disse che era finito il tempo di stare nascosti e di attendere che qualcuno o qualcosa ci venisse a scuotere da questa dimensione di nascondimento. Le nostre vite erano preziose come quelle di qualunque altra persona e pertanto dovevamo metterle in circolo per la crescita della comunità cristiana generale.

Abbiamo raccolto questo invito ed eccoci qui. Oggi esiste un’associazione nazionale di cristiani Lgbt, Cammini di Speranza, una associazione europea, l'European Forum of Lgbt Christian Groups, e un’associazione internazionale, il Global Network of Rainbow Catholics. Sempre di più, e dico per fortuna, le persone Lgbt non hanno più bisogno dei nostri gruppi per trovare luoghi accoglienti nelle parrocchie e nelle comunità cristiane di riferimento. Questo mi sembra un bene e un nuovo orizzonte a cui siamo fieri di aver contribuito.

Viene poi puntato il dito contro il vescovo d’Albano indicato quale “padre spirituale d'eccezione”, per poi attaccare l'entourage curiale di Bergoglio. Qual è la sua valutazione sul dossier Viganò pubblicato da La Verità?

Monsignor Semeraro è stato sempre molto gentile con noi e ha sempre svolto il ruolo che gli spetta: ovvero di vescovo di Albano. Ci ha mandato, nelle ultime edizioni (incluso il forum europeo di maggio), dei messaggi di benvenuto nella sua diocesi (come immagino abbia fatto con molti altri gruppi e realtà) ma, ripeto, non è parte dell’organizzazione dell’evento che è autonomamente organizzato da varie realtà cristiane Lgbt.

La mia personale interpretazione della prima pagina de La Verità e del loro pompaggio mediatico del dossier Viganò è che stiano cavalcando da protagonisti una strategia (che percepisco molto nettamente), in cui si mira a far pagare a papa Bergoglio le posizioni di critica a quanto stiamo tutti assistendo in questi giorni in tema dei migranti e del contrasto al dilagare di un razzismo indotto anche da una campagna mediatica ben orchestrata. Papa Bergoglio è una delle figure più influenti al mondo, anche politicamente. Il suo pontificato mira all’inclusione come forma di coesione sociale e al recupero della persona come bagaglio di ricchezza.

Questo lo hanno ben chiaro evidentemente alcuni politici, che hanno ne La Verità un loro quotidiano di riferimento, che vedono papa Francesco come uno degli ostacoli al loro percorso di demonizzazione del diverso come chiave di spaccatura sociale su cui affermare il proprio consenso. Questo è ogni giorno più chiaro. Per fortuna abbiamo delle capacità di lettura trasversali che da un lato ci rendono impermeabili a questi messaggi dall’altro ci consentono di replicare riportando le questioni ai fatti concreti e non alle mere supposizioni su cui l’intero articolo d'apertura de La Verità sul forum dei cristiani Lgbt italiani è costruito.

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«Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere».

Queste parole, pronunciate da Papa Francesco durante il volo aereo da Dublino, sono bastate per far esplodere un’ampia polemica in seno alla collettività Lgbti e non solo. Basti pensare a Mario Adinolfi che ha subito esultato su Facebok, trovando nelle dichiarazioni bergogliane una riprova delle sue tesi.

Si è infatti evinto che Francesco volesse sostenere la patologizzazione dell'omosessualità e difendere le terapie riparative, avendo di fatto invocato l’ausilio della psichiatria.

Parole indubbiamente infelici, quelle di Bergoglio, ma per una cui corretta valutazione è necessario tenere conto di due elementi di fondo.

In primo luogo, che esse sono state pronunciate a braccio da un uomo 81enne con una padronanza non felice della lingua italiana e una conoscenza non esaustiva di certe tematiche.

In secondo luogo, che bisogna leggerle nel loro intero contestoEsse fanno infatti parte di un’ampia risposta data dal Papa a un giornalista, che gli aveva chiesto: «Cosa direbbe a un papà cattolico, il cui figlio gli dicesse di essere omosessuale e di voler andare a convivere col proprio compagno?».

Ed ccco la risposta integrale: «Sempre ci sono stati gli omosessuali e le persone con tendenze omosessuali. Sempre. Dicono i sociologi – e non so se è vero –  che nei tempi di cambiamento d’epoca crescono questi fenomeni sociali, etici. Uno di loro sarebbe questo. Questa è l’opinione di alcuni sociologi.

La tua domanda è chiara: Cosa direi a un papà che vede suo figlio o sua figlia che ha quella tendenza? Direi: primo, di pregare. Preghi. Non condannare. Dialogare, capire e fare spazio al figlio e alla figlia. Fare spazio perché si esprima.

Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere.

Ma io mai dirò che il silenzio è un rimedio. Ignorare un figlio o una figlia con tendenza omosessuale è mancanza di paternità o maternità. Tu sei mio figlio. Tu sei mia figlia, come sei. Io sono tua padre e tua madre: Parliamo.

Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto. Ma sempre nel dialogo, sempre nel dialogo. Perché quel figlio e quella figlia hanno diritto a una famiglia. Non cacciarlo via dalla famiglia. Questa è una sfida seria ma che fa la paternità e della maternità».

Dall’intera risposta si evince che il Papa non stesse affato pensando all'omosessualità come condizione patologizzante. Altrimenti avrebbe dovuto fare riferimento a ogni fase della vita di una persona gay o lesbica e non porre un distinguo tra minore e maggiore età. È un dato di fatto che le terapie riparative poggiano su un tale assunto e vengono di fatto purtroppo applicate tanto su minori (circa i quali sono divenute fortunatamente reato in non pochi Stati) quanto su maggiorenni.

Dicendo inoltre subito dopo che un padre e una madre devono accettare un figlio o una figlia omosessuale per come sono, ha di fatto sostenuto che l'omosessualità è una condizione esistenziale e non modificabile, sulla quale non c'è da esprimere alcun giudizio. Un modus essendi al pari di quello eterosessuale.

Tutto il contesto fa dunque presupporre che Bergoglio abbia confuso psichiatria con psicologia, intesa quale supporto di cui possano servirsi genitori di minori omosessuali incapaci di saper affrontare una tale realtà. Non è un caso che quasi alla fine abbia detto: Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto.

D’altra parte, prima che Gaynews desse la trascrizione integrale della registrazione audio, gli stessi quotidiani e agenzie di stampa avevano sostituito psichiatria con psicologia, mentre la parola psichiatria veniva già espunta il 26 agosto dalla versione ufficiale dell'intervista sul sito della Santa Sede.

Per saperne di più abbiamo contattato il prof. Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi , presidente dell’Onig e della Fondazione Genere Identità Cultura, che ha dichiarato: «Da una lettura attenta e integrale dell’intervista non traspare condanna nei confronti delle persone gay e lesbiche ma apertura e comprensione.

Alcuni ragazzi gay o ragazze lesbiche, soprattutto quelli e quelle che vivono in contesti omofobico, possono sentirsi turbati o a disagio confrontandosi con il loro orientamento omosessuale. In tali casi può essere utile l’intervento di un esperto (psicologo, psichiatra o psicoterapeuta purché, ovviamente, ben formato nell’affrontare tali questioni) che li rassereni e li aiuti a vivere serenamente i loro sentimenti.

Altrettanto è vero per i loro genitori che la società non ha preparato ad affrontare in modo sereno tale problematica. Mi è spesso capitato di incontrare genitori angosciati rispetto al coming out del figlio o della figlia, che si chiedevano di chi fosse la colpa. In molti casi è stato sufficiente un colloquio di chiarificazione che li ha aiutati a superare stereotipi e pregiudizi.

L’invito, dunque, del Papa a dialogare e a rompere il muro del silenzio mi sembra un messaggio efficace per i genitori e le famiglie perché non allontanino più i propri figli di casa a cuor leggero né nutrano verso gli stessi sentimenti di disapprovazione e di condanna.

Ben venga che l’università, il mondo della scuola, le facoltà di teologia si impegnino a promuovere una cultura della differenza. Ricordo, a tal proposito, che presso l’università di Napoli Federico II c’è un servizio ad hoc attivato».

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Durante il viaggio aereo di ritorno da Dublino, dove ha ieri concluso il World Meeting of Families, Papa Francesco ha incontrato, come di consueto, i giornalisti e ha risposto alle loro domande.

Una è stata incentrata direttamente sulle persone Lgbti: «Cosa direbbe a un papà cattolico, il cui figlio gli dicesse di essere omosessuale e di voler andare a convivere col proprio compagno?».

Ecco la risposta integrale di Bergoglio secondo la trascrizione fedele della registrazione audio: «Sempre ci sono stati gli omosessuali e le persone con tendenze omosessuali. Sempre. Dicono i sociologi – e non so se è vero –  che nei tempi di cambiamento d’epoca crescono questi fenomeni sociali, etici. Uno di loro sarebbe questo. Questa è l’opinione di alcuni sociologi.

La tua domanda è chiara: Cosa direi a un papà che vede suo figlio o sua figlia che ha quella tendenza? Direi: primo, di pregare. Preghi. Non condannare. Dialogare, capire e fare spazio al figlio e alla figlia. Fare spazio perché si esprima.

Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere.

Ma io mai dirò che il silenzio è un rimedio. Ignorare un figlio o una figlia con tendenza omosessuale è mancanza di paternità o maternità. Tu sei mio figlio. Tu sei mia figlia, come sei. Io sono tua padre e tua madre: Parliamo.

Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto. Ma sempre nel dialogo, sempre nel dialogo. Perché quel figlio e quella figlia hanno diritto a una famiglia. Non cacciarlo via dalla famiglia. Questa è una sfida seria ma che fa la paternità e della maternità».

Benché non direttamente toccata, la questione omosessualità è stata sottesa a una precedente domanda relativa all’arcivescovo titolare d’Ulpiana, Carlo Maria Viganò, e al suo memoriale di denuncia, pubblicato ieri su La Verità.

Nel lunghissimo j’accuse di cinque pagine l’ex nunzio apostolico negli Usa ha infatti chiesto le dimissioni di Bergoglio, accusandolo di essere da anni al corrente degli abusi sessuali nei riguardi di seminaristi maggiorenni e presbiteri da parte dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick (privato del cardinalato il 28 luglio scorso dallo stesso Papa Francesco benché il processo canonico a carico del presule sia ancora in corso). Abusi configuratisi nell’ottica di un «rapporto di autorità verso le loro vittime».

Sul memoriale Viganò, subito apparso alla stampa internazionale come destituito di attendibilità in più punti e un ennesimo attacco da parte della falange antibergogliana (di cui il presule d’origine varesina è uno degli esponenti di spicco – è stato tra i firmatari della Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale contro l’Amoris Laetitia – anche per ragioni personali: basti pensare all’affaire Davis), Francesco ha così risposto: «Ho letto questa mattina  quel comunicato. Sinceramente devo dirvi questo: Non dirò una parola su questo.

Credo che il comunicato parli da solo. Leggetelo attentamente e quindi fate le vostre conclusioni: avete la capacità giornalistica per farlo. Quando sarà passato del tempo e avrete espresso il vostro parere, allora forse parlerò».

Guarda il VIDEO

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«Se non stiamo attenti, le chiese potrebbero svuotarsi e quello che abbiamo qui è una fiorente comunità di persone». Un monito chiaro quello che Nick O'Shea, cattolico gay dell’arcidiocesi di Westminster, ha pronunciato ieri sera a Dublino nell’ambito di una delle quattro presentazioni conclusive della prima giornata del Congresso pastorale del Word Meeting of Families.

Incontro che, svoltosi dalle 19:00 alle 20:00, è stato incentrato sulle iniziative pastorali per i cattolici Lgbt nella parrocchia londinese dell’Immacolata Concezione in Farm Street, più conosciuta come Chiesa di Farm Street, nel quartiere di Mayfair.

A illustrarne storia e finalità anche il gesuita Dominic Robinson, parroco di Farm Street fino al 2012 e attualmente superiore della locale comunità della Compagnia di Gesù.

Su richiesta dell’arcivescovo di Westminster Vincent Nichols (creato cardinale da Bergoglio nel 2014), che aveva posto fine all’esperienza delle cosiddette “Messe di Soho” per cattolici Lgbti nella parrochia di Nostra Signora dell’Assunzione e San Gregorio in Warwick Street, i gesuiti di Mayfair aprirono le porte della loro chiesa alle e ai componenti della collettività arcobaleno nel marzo 2013.

Da allora, ogni 2° e 4° domenica del mese, i cattolici Lgbt partecipano insieme con i parrocchiani alla messa delle 17:30 e al susseguente incontro per il tè pomeridiano. Il gruppo, i cui rapporti ufficiali col card. Nichols sono tenuti per il tramite di mons. Keith Barltrop (parroco di Santa Maria degli Angeli a Bayswater), ha un proprio consiglio pastorale per la valutazione delle istanze della collettività cattolica Lgbti e la programmazione dei vari incontri.

All’interno d’esso ci sono due sottogruppi: quello dei Giovani Adulti (Yag), che, composto di cattolici Lgbti tra i 20 e i 40 anni, si riunisce per attività sociali e spirituali; quello Trans, che collabora, fra l’altro, con organizzazioni ecumeniche come The Sybils.

«Tutto ciò – ha spiegato padre Robinson – fa parte dell'intero processo di quanto chiamiamo Aprire le nostre porte».

Nick O’Shea ha invece invitato le parrocchie a creare un ambiente inclusivo per i/le componenti della collettività Lgbt. Ha poi concluso: «Abbiamo bisogno di una “messa gay” ad ogni angolo di strada? No, personalmente non lo penso. Ma ritengo che ciò di cui abbiamo bisogno è un benvenuto in ogni parrocchia per le persone che hanno difficoltà a unirsi alla Chiesa».

Le tematiche Lgbt saranno nuovamente affrontate nella mattinata di oggi dal noto gesuita statunitense James Martin, consultore della Segreteria vaticana per la Comunicazione, la cui partecipazione al World Meeting of Families ha suscitato ampie contestazioni da parte dei cattolici conservatori. La sezione irlandese di Tradition, Family, Property (organizzazione, la cui omologa italiana è Alleanza cattolica) è arrivata a raccogliere 10.000 firme per chiedere – ma invano – «che la partecipazione di padre Martin venga cancellata dall’Incontro mondiale delle Famiglie».

Puntando il dito contro «alcuni cattolici d’estrema destra», l’autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi) ha ieri dichiarato nel corso d’un’intervista a L’Avvenire: «È paradossale che noi spesso riduciamo le persone Lgbt a un problema di sesso. Loro sono molto più di questo; esattamente come le coppie sposate sono più della loro vita sessuale.

Le sole persone la cui vita sessuale è guardata con il microscopio “morale” sono quelle Lgbt. Avere cura pastorale di loro, invece, vuol dire avere la stessa cura che si ha per qualsiasi altro: aiutarli nella loro relazione con Dio; accoglierli nella comunità; parlare loro di Gesù Cristo».

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Omosessualità e sacerdozio. Un dibattito che è tornato ad accendersi, soprattutto negli Stati Uniti d’America, dopo le accuse mosse all’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick (privato del cardinalato da Papa Francesco benché il processo canonico a carico del presule sia ancora in corso) e il Rapporto dal Grand Jury della Pennsylvania relativo agli abusi commessi, nel corso degli ultimi 71 anni, da 301 sacerdoti di sei diocesi dello Stato americano su oltre 1000 minori.

Dibattito che sta agitando gli animi, in queste ultime ore, dopo la pubblicazione della lettera di Papa Francesco a seguito di tali eventi in una con la volontà di «ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità».

Pedofilia e omosessualità secondo i conservatori cattolici

Due realtà contrapposte, quelle della pedofilia e dell’omosessualità, che tornano a essere invece accomunate e correlate da esponenti conservatori della gerarchia e del laicato secondo un modo d’argomentare talora caro anche a uomini della Curia romana. Perché alla fine, nonostante i nominali distinguo, resta profondamente radicata nella comunità ecclesiale quella repugnantia adversus personas homosexuales che, secondo il Lexicon Latinum hodiernum di Carlo Egger, non è nient’altro che l’omofobia.

Se la stessa condizione omosessuale è oggettivamente disordinata (Catechismo della Chiesa Cattolica, nr 2358), fonte di atti intrinsecamente disordinati (ibid., nr 2357) e rende perciò inidonea all’accesso agli Ordini una persona che ne presenti tendenze radicate (Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, nr 199), la pedofilia - secondo tale modo d'argomentare - non potrà che discenderne come conseguenza. E i casi McCarrick-sacerdoti della Pennsylvania ne sarebbero l’ultima (in ordine di tempo) palmare riprova.

L’ex arcivescovo di Washington è soprattutto accusato – tranne un presunto caso di molestie su un 11enne quand’era giovane parroco – di ripetuti rapporti con seminaristi maggiorenni e giovani presbiteri. Mentre l’80% dei casi segnalati dal citato Rapporto sono minori di sesso maschile.

Dati, questi, artatamente utilizzati da quei presuli d’Oltreoceano, che ravvisano nell’adesione concettuale e pratica di larghi strati del clero a quanto chiamano sprezzantemente omosessualismo l’imperante eresia da combattere. Con una conseguente richiesta d’epurazione di presbiteri, vescovi, cardinali omosessuali anche se non accusati di abusi su minori.

Morlino, vescovo di Madison: "Nella gerarchia cattolica una sottocultura omosessuale"

Ne ha dato prova il 18 agosto Robert Charles Morlino, vescovo di Madison (noto per aver vietato nel 2017 esequie religiose alle persone omosessuali unitesi in matrimonio), che in una lettera pastorale sui recenti scandali ecclesiali ha dichiarato: «C'è stato un grande sforzo per mantenere separati gli atti, che rientrano nella categoria di atti di omosessualità culturalmente accettabili, dagli atti di pedofilia pubblicamente deplorevoli. Il che significa che, fino a poco tempo fa, i problemi della Chiesa sono stati dipinti puramente come problemi di pedofilia: questo nonostante prove evidenti del contrario.

È ora di essere onesti perché i problemi sono entrambi. Cadere nella trappola di analizzare i problemi secondo ciò che la società potrebbe trovare accettabile o inaccettabile, significa ignorare il fatto che la Chiesa non ha mai ritenuto nessuna di queste cose accettabili: né l'abuso di bambini, né l'uso della propria sessualità al di fuori della relazione coniugale, né il peccato di sodomia, né rapporti sessuali tra chierici, né l'abuso e la coercizione da parte di chi ha autorità».

Per concludere: «È tempo di ammettere che esiste una sottocultura omosessuale all'interno della gerarchia della Chiesa cattolica, che sta devastando grandemente la vigna del Signore. L'insegnamento della Chiesa è chiaro sul fatto che l'inclinazione omosessuale non è di per sé peccaminosa ma è intrinsecamente disordinata in un modo che rende ogni uomo, stabilmente afflitta da esso, inadatto a essere prete».

Il card. Burke: "Abusi su minori atti omosessuali"

Argomenti, questi, che si ritrovano tutti nell’intervista rilasciata dal card. Leo Raymond Burke che, in un'intervista rilasciata a Church Militant, ha dichiarato: «La maggior parte degli abusi erano in realtà atti omosessuali commessi con giovani adolescenti. C'è stato un voluto tentativo di ignorare o negare tutto ciò.

Ora, alla luce di questi recenti terribili scandali, sembra chiaro che in effetti esiste una cultura omosessuale, non solo tra il clero ma anche all'interno della gerarchia, che deve essere purificata alla radice. È ovviamente una tendenza disordinata.

Penso che a ciò abbia contribuito con considerevole aggravante l'attuale cultura anti-vita, vale a dire la cultura contraccettiva che separa l'atto sessuale dall'unione coniugale. L'atto sessuale non ha alcun significato se non tra un uomo e una donna nel matrimonio, poiché l'atto coniugale è per sua stessa natura finalizzato alla procreazione.

Credo che sia necessario riconoscere apertamente che abbiamo un problema molto grave di una cultura omosessuale nella Chiesa, specialmente tra il clero e la gerarchia, che deve essere affrontato onestamente ed efficacemente». 

È evidente come in tali dichiarazioni si sposti volutamente l’accento dalla pedofilia (sempre e comunque deplorevole) all’omosessualità (che si vuole far invece passare sempre e comunque come deplorevole nonché causa della prima).

Una cosa la pedofilia, un'altra gli abusi su maggiorenni

Ora nel parlare di abusi sessuali da parte del clero sarebbe sempre opportuno distinguere tra pedofilia (da distinguere, a sua volta, dalla pur sempre grave efebofilia) e rapporti con maggiorenni, su cui è stata esercitata una costrizione psicologica attraverso un uso spregiudicato dell’autorità sacerdotale, episcopale o cardinalizia. Si tratta sempre di atti d’inaudita violenza ma specificamente distinti: una cosa è abusare di un un bambino, un’altra di un maggiorenne psicologicamente costretto.

Non solo. Ma la correlazione tra omosessualità e pedofilia è smentita non solo da ogni evidenza con la vita delle persone gay in generale ma anche dai dati relativi agli abusi sui minori, la maggior parte dei quali, consumandosi tra le mura domestiche o attraverso il turismo sessuale, vede protagonisti predatore e preda di sesso opposto.

Il gesuita James Martin, vicino a Bergoglio: "Dire che tutti i preti gay sono molestatori è uno stereotipo"

Posizioni che sono liquidate come insostenibili da una figura di spicco della Chiesa negli Usa come il gesuita James Martin, consultore del neodicastero vaticano per la Comunicazione e autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi).

Per Martin sarebbe necessario che i sacerdoti omosessuali, che s’impegnano nell’osservanza dell’obbligo celibatario, facciano coming out. Necessario, inoltre, che l’accesso agli Ordini non sia precluso – come d’altra parte è sempre stato – alle persone omosessuali, perché l’obbligo celibatario prescinde dall’orientamento sessuale. Quindi no a qualsiasi forma d’epurazione.

Nel postare un articolo del New York Times il gesuita ha ieri scritto: «Cari amici, in risposta a molti commenti disinformati e dettati da odio: chiaramente molti dei preti che hanno commesso abusi erano gay. Ma questo non vuol dire che tutte le persone Lgbti siano abusatori né che tutti (o la maggior parte) i preti gay siano dei molestatori. È uno stereotipo.

Tristemente, come indica questo articolo, anche gli uomini eterosessuali (preti inclusi) commettono abusi sessuali.

Ancora una volta: perché non vediamo gli esempi di molti preti cattolici integri e casti nell’esercizio del loro ministero? Perché a molti preti è impedito da vescovi e superiori religiosi di fare coming out e molti hanno paura di farlo. Nell’attuale contesto, in  cui perfino i vescovi equiparono l'omosessualità sia ad abusi sia alla pedofilia, quella paura forse non è sorprendente».

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Sacerdozio, accesso al seminario e omosessualità. Un tema in sé antico ma trattato solo recentemente da Oltretevere con determinati pronunciamenti disciplinari. Non si va infatti al di là del 2005 quando Benedetto XVI approvò una specifica Istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica, i cui contenuti sono stati ripresi ed esasperati nei toni dalla recente Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis della Congregazione per il Clero dal titolo Il dono della vocazione presbiterale (approvata l'8 dicembre 2016 da Francesco).

Si scorrano i precedenti documenti vaticani o conciliari. Si compulsino pure i classici manuali di telogia morale – soprattutto quelli di Alfonso de’ Liguori per oltre due secoli (a partire dal XIX secolo) punto “canonico” di riferimento per quella che Ratzinger ama chiamare ortoprassi –. Ma al riguardo non si troverà parola alcuna. Per il patrono dei moralisti, appunto Liguori (noto ai più per aver scritto Tu scendi dalle stelle), a contare è unicamente la castitas probata, di cui il vocato deve dare prova prima di accedere agli Ordini per lo spazio minimo di un anno. Castità provata, ossia non esercizio della sessualità (compresa la masturbazione) senza alcuna distinzione tra rapporti con persone di sesso opposto o dello stesso sesso.

È pur vero che quelli dell’orientamento sessuale e della condizione omosessuale sono dati su cui psicologia e antropologia hanno fatto luce solo in un passato relativamente recente. Il che spiega l'unico concentrarsi di teologi e magistero, fin quasi ai nostri giorni, su quello che veniva, e da taluni ancora definito, “vizio nefando o innominabile”. Ma è pur vero che, posta una dettagliata classificazione delle varie inadempienze al sesto comandamento secondo una scala di progressiva gravità (ma al di sotto della sodomia c’erano pur sempre la bestialità, la necrofilia e il “coito coi demoni”), a interessare con riferimento a seminaristi e sacerdoti era, stringi stringi, soltanto un aspetto: l’osservanza della castità e, ovviamente per gli ordinati, l’obbligo celibatario.

Il trasgredirlo con uomini poneva unicamente il problema morale della species peccati. Ma da un punto di vista sanzionatorio nessuna differenza con chi l’avesse fatto con donne: rinvio dell’ordinazione o dimissioni dal seminario per gli aspiranti, sospensione o dimissioni dallo stato clericale «per il chierico concubinario […] e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo». Citazione, quest’ultima, che, tratta dal vigente Codice di Diritto Canonico (can. 1395, §1), non fa altro che ricalcare i precedenti disposti canonici compresi quelli del Codice piano-benedettino.

Le prese di posizione da Ratzinger a Bergoglio in tema di formazione seminariale e omosessualità inaugurano dunque una nuova stagione – in totale rottura col passato –  che per i difensori di Oltretevere risponderebbero a un mutato clima. Quello, cioè, affermatosi con il contemporaneo movimento di liberazione omosessuale, sprezzantemente indicato dalla citata Ratio fundamentalis (nr. 199) con la «cosiddetta cultura gay», ai cui sostenitori devono essere sbarrate le porte dei seminari secondo la Ratio fundamentalis bergogliana. Ma non solo.

Stesso trattamento non solo per chi pratica l’omosessualità (come, d’altra parte, l’eterosessualità: il che è pienamente comprensibile col vigente obbligo celibatario dei presbiteri) ma anche per chi presenta «tendenze omosessuali profondamente radicate». Affermazioni, quest’ultime, non solo ambigue (che cosa intendono per tendenze Bergoglio, il cardinale Beniamino Stella e i componenti della Congregazione per il Clero si piacerebbe capirlo) ma pericolose in quanto sottendono una concenzione patologizzante dell’omosessualità da cui, in molti casi, “si potrebbe guarire”. Non a caso le teorie riparative di Nicolosi e associazioni come Courage sono viste con benevolenza da Oltretevere e larga parte dell’episcopato.

In questo scenario s’innestano le recenti dichiarazioni di Bergoglio alla 71° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Dichiarazioni che sono anche da leggersi alla luce degli scandali che hanno travolto numerose diocesi del Sud Italia a seguito del “dossier Mangiacapra”. Ma una cosa è riflettere sulle cause che portano seminaristi e sacerdoti a non vivere la castità, un’altra è problematicizzare il tutto sull’omosessualità.

La questione di fondo resta soltanto una: l’obbligo celibatario per i chierici. Obbligo che, come la storia bimillenaria della chiesa insegna, prescinde dall’orientamento sessuale. Le parole bergogliane: «Se avete anche il minimo dubbio che siano omosessuali, è meglio non farli entrare» o, peggio ancora, «Abbiamo affrontato la pedofilia e presto dovremo confrontarci anche con quest'altro problema: l’omosessualità» suonano non solo offensive ma fortemente ipocrite. E qui non c’è bisogno di scomodare Dante, Lutero o le carte d’archivio per provare, oggi come per il passato, il numero elevatissimo di seminaristi, preti e vescovi omosessuali. Chiunque potrebbe addurre qualche testimonianza in tal senso a partire da un diffuso costume clericale di parlare al femminile.

Qui si tratta, soprattutto per Bergoglio (a meno che la sua non sia un’operazione di whitewashing o di cerchiobottismo), di conciliare affermazioni come quelle rivolte alla Cei e le altre, quasi in contemporanea, su «Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo. Devi essere felice di chi tu sia» (ma se ne potrebbero citare altre, cui la stampa ha dato spesso, con acritico entusiasmo, risonanza) rivolte al cileno Juan Carlos Cruz.

Giustamente il teologo gesuita Paolo Gamberini ha scritto su Facebook: «Se l'astinenza dall’esercizio della sessualità è richiesta nei candidati al sacerdozio (omosessuali ed eterosessuali allo stesso modo), i formatori in seminario dovrebbero valutare in quelli tale capacità e non esaminare se sono omosessuali o eterosessuali».

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Quasi 400 persone alla veglia di preghiera che, tenutasi ieri sera presso la chiesa parrocchiale Regina Pacis di Reggio Emilia, è stata presieduta dal vescovo Massimo Camisasca.

Un incontro d’eccezionale portata (anche in considerazione del milieu ciellino del presule, del suo tentativo in passato d’introdurre Courage in diocesi e dell’opposizione lo scorso anno al medesimo momento di preghiera), che è stato accompagnato nelle ultime settimane da non poche polemiche.

A partire da quelle sollevate dal Comitato di preghiera-riparazione 20 Maggio e, successivamente, dagli attacchi di gruppi tradizionalisti a seguito dell’intervista rilasciata da don Paolo Cugini, parroco di Regina Pacis, a Gaynews. Al punto che nella locandina d’annuncio d’una controveglia davanti all’episcopio di Reggio è stata posta in esergo una dichiarazione tratta da tale intervista a fronte delle celebri parole di s. Caterina da Siena nel Dialogo della Divina Provvidenza sulla sodomia. Per finire all’operazione di mailbombing contro Camisasca fino agli striscioni sull’omofollia di Forza Nuova.

veglia

Come dichiarato da don Paolo Cugini a Gaynews, Camisasca era visibilmente emozionato e in più punti commosso. Sono state molto apprezzate le parole del presule sull’accoglienza.

Criticate, invece, da non pochi esponenti del mondo associazionistico Lgbti quelle di taglio dottrinario coi consueti richiami al Catechismo della Chiesa cattolica. Alberto Nicolini, presidente di Arcigay Reggio Emilia, ha scritto su Facebook: «Il vescovo, alla veglia sull’omofobia dice che “forse” alcune persone si sono “sentite” discriminate. Forse se permetteva di leggere i dati di amnesty international usciva dal dubbio. Poi suggerisce che solo il matrimonio tra uomo e donna è fecondo (quelli sterili non contano) e la castità. Camisasca, è la castità ad essere contro natura. E i risultati, anche nel clero, si vedono».

Altri aspetti contestati sono stati quelli relativi alla modifica di parte del programma della veglia. Camisasca ha preteso la non partecipazione della pastora battista Lidia Maggi – precedentemente attaccata da Alessandro Corsini, portavococe del Comitato 20 Maggio – e della testimonianza di un ragazzo trans FtM d’origine egiziana.

Al contrario Camisasca non ha fatto alcun cenno alle teorie riparative di cui si fa portavoce e diffusore Courage (pur sempre lodata nel comunicato ufficiale di partecipazione alla veglia). Per don Paolo Cugini quello del 73enne Massimo Camisasca  resta un gesto di grande significato tanto più che si tratta del primo vescovo italiano a presiedere ufficialmente una veglia di preghiera in occasione della Giornata internazionale contro l’omotransfobia.

«La maggior parte delle persone presenti, non addentro alle tematiche delle persone omosessuali – ha scritto il sacerdote reggiano sul suo blog – hanno colto il valore di una Chiesa che si sta sforzando di capire, di porsi al fianco delle persone Lgbt, per ascoltare la loro sofferenza, camminare con loro. A me sembra che la veglia abbia aiutato ad aprire gli occhi dei fedeli. È stato come un collirio. Grazie alla presenza del vescovo i fedeli si sono accorti che esistono persone omosessuali, che non ha senso demonizzarle, perché sono persone e perché davanti a Dio tutti possono inginocchiarsi e pregare.

La presenza del vescovo ha tolto il velo sui pregiudizi che derivano dall’ignoranza, e dall’accettare, senza riflettere, il pensiero comune. È stato, dunque, un atto di svelamento, di comprensione nuova. Ai fedeli presenti alla veglia è tata offerta la possibilità di comprendere in modo nuovo il mistero delle persone omosessuali».

Resta pur vero che determinati richiami al Catechismo, soprattutto al numero 2358 del Catechismo dove l’omosessualità è definita quale «inclinazione oggettivamente disordinata», potevano essere evitati tanto più che tale assunto è entrato solo recentemente nel magistero ordinario visto che in precedenza ci si soffermava con toni dannatori unicamente sugli atti. Una mera teoria teologica, dunque, che, se paragonata, ad esempio, a quella agostiniana del Limbo (fra l’altro menzionata in tutto il magistero antecedente il Vaticano II compreso il Catechismo di San Pio X e, invece, non presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica che anzi legittima la «speranza che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo»), potrebbe presto o tardi superata nell’ottica d’una accresciuta comprensione ecclesiale.

È notizia di ieri, fra l’altro, che Bergoglio nell’incontrare privatamente il cileno Juan Carlos Cruz, omosessuale e vittima di abusi durante l’infanzia da parte del sacerdote Fernando Karadima, gli avrebbe rivolto le seguenti parole: «Mi ha detto: 'Juan Carlos, il fatto che tu sia gay non importa. Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo e a me non interessa. Il Papa ti ama come sei. Devi essere felice di chi tu sia».

E sempre ieri Il Corriere della Sera ha ospitato una lunga intervista al gesuita James Martin, consultore del neodicastero vaticano per la Comunicazione, di cui il 24 maggio uscirà per i tipi veneziani della Marcianum Press Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt (edizione italiana di Building a bridge)  con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi.

Nel rispondere all’esplicita domanda di Gian Guido Vecchi sui numeri del Catechismo dedicati all’omosessualità (in particolare il 2358), il noto teologo e giornalista di America Magazine, ha dichiarato: «Molte persone Lgbt mi hanno riferito che questa frase ferisce profondamente. Certo, dobbiamo capire che è una terminologia teologica con un significato preciso che viene dalla filosofia tomista.

Ma per una persona Lgbt vuol dire che una parte essenziale di sé — quella che ama, anche se con un amore mai espresso sessualmente — è disordinata. Qualcuno mi ha confidato che quella espressione lo ha portato vicino al suicidio. La mamma di un adolescente gay mi ha detto: “Ma la gente capisce cosa può provocare quel linguaggio in un giovane? Lo può distruggere”. Noi dobbiamo ascoltare quella madre».

 

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Oggi, al termine dell’Udienza generale del mercoledì, Papa Francesco ha ricevuto alla Domus Sanctae Marthae il 22enne Marin Sauvageon che, l’11 novembre 2016, fu brutalmente picchiato a Lione da un branco per aver difeso una coppia di giovani omosessuali.

Quella sera di due anni fa i due fidanzati si stavano baciando a una fermata d’autobus, nei pressi del centro commerciale Part-Dieu, quando furono aggrediti da un gruppo di ragazzi. Marin, allora 20enne, intervenne in difesa della coppia ma fu pestato e colpito violentemente alla testa.

Il giovane studente universitario trascorse alcune settimane in coma. Ha dovuto poi sottoporsi a un delicato intervento neurochirurgico, è tornato più volte sul tavolo operatorio e attualmente vive in un centro specializzato svizzero di riabilitazione.

Accompagnato da sua madre e dal cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, il Marin Sauvageon ha raccontato al pontefice il suo complesso percorso di riabilitazione, intrapreso in seguito alle gravi ferite riportate in seguito all'aggressione.

Dell’incontro odierno ha parlato  sulla pagina Fb dell’associazione Je soutiens Marin, creata dai suoi genitori e seguita da quasi 200mila persone.

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Quest’anno per la prima volta dal 2014 la Casina di Pio IV nei Giardini vaticani non ospiterà l’8 marzo Voices of the Faith. Evento che, ideato dall’avvocata Chantal Götz e organizzato dalla Fidel Götz Foundation e Liechtenstein No Profit Foundation con la collaborazione del Jesuit Refugee Service, è incentrato su dibattiti e testimonianze internazionali, nella maggioranza al femminile, in occasione della Giornata internazionale della donna.

La scelta di puntare sulla Curia generalizia dei Gesuiti (a due passi da piazza San Pietro e anch’essa zona extraterritoriale) quale luogo della kermesse – che quest’anno avrà il titolo Why Women Matter – è stata voluta proprio da Chantal Götz in reazione alla mancata approvazione di alcune (tre in tutto) delle relatrici da parte del cardinale Kevin Farrell, prefetto del neodicastero vaticano per i Laici, la Famiglia e la Vita. Una di queste è l’ex presidente irlandese Mary McAleese (che ha un figlio gay), nota per le sue ferme critiche alle posizioni cattoliche sulle persone Lgbti e sull’ordinazione sacerdotale delle donne.

Benché il porporato non abbia fornito alcuna motivazione, sarebbe questo il motivo – secondo Chantal Götz – dell'esclusione di McAleese. Tanto più che, come dichiarato ieri da Deborah Rose Milavac, componente del comitato consultivo di Voices of Faith, a essere stata ostracizzata da Oltretevere è anche l’attivista Lgbti ugandese, Ssenfuka Juanita Warry. Non si conosce il nome della terza relatrice non gradita al card. Farrell ma da indiscrezioni sembra che si tratta della giovane teologa polacca Zuzanna Radzik.

La questione sta sollevando grande attenzione in Irlanda anche perché il dicastero vaticano, guidato da Farrell, è il principale organizzatore del prossimo Meeting mondiale delle Famiglie, che si terrà a Dublino dal 21 al 26 agosto. Alla kermesse è prevista anche la presenza di Papa Francesco.

Interpellato al riguardo, l'arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ha preso venerdì nettamente le distanze dalle polemiche dichiarando di non «essere stato consultato dal Vaticano» sulla questione McAleese per l’evento dell’8 marzo. Mentre ha auspicato che il meeting di agosto abbia un carattere inclusivo.

Mary McAleese che, sta per conseguire un dottorato in diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana in Roma, ha intanto scritto una lettera al papa in merito alla questione Voices of the Faith. Cui, in ogni caso, parteciperà addirittura nelle vesti di relatrice principale perché, come dichiarato da Chantal Götz, «è fondamentale portare voci che rappresentino prospettive spesso non ascoltate in Vaticano».

Da parte sua padre Thomas H. Smolich, direttore del Jesuit Refugee Service, ha dichiarato: «Non siamo necessariamente d'accordo con le opinioni di tutte le relatrici. Ma è importante avere una vasta gamma di voci femminili in quest'evento, comprese le donne rifugiate». Al riguardo ha quindi affermato che la quinta edizione di Voices of the Faith presenterà le testimonianze di donne provenienti dal campo profughi di Dzaleka nel Malawi.

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