Se si digita il nome di Beppe Ramina sul sito di Radio Città del Capo, della quale è stato uno dei fondatori, si legge: «Giornalista che nel 1977 era un dirigente di Lotta Continua e da militante del movimento gay prese le chiavi del Cassero nell'82».

Ma chi lo conosce aggiungerebbe che è da sempre una persona molto attenta al tema dei diritti con uno guardo un po’ ironico e un po’ serio. Tra i suoi scritti non è possibile non ricordare Ha più diritti Sodoma di Marx - Il Cassero 1977/1982, pubblicato nella collana Quaderni di critica omosessuale

Beppe, a tuo parere, quanto le unioni civili hanno portato avanti il Paese sul­ piano dei diritti?

Le unioni civili costituiscono il parziale riconoscimento del diritto, assicurato dalla Carta Costituzionale, all’uguaglianza di ogni cittadino nelle leggi. Quel diritto, dunque, c’era già, tanto che la Corte Costituzionale era intervenuta più volte sul punto, ma non era riconosciuto dalle leggi. È un'affermazione parziale, ma significativa, dei movimenti per i diritti civili e del movimento Lgbtqi. In quanto tale, rientra tra quei provvedimenti (dal divorzio all’aborto, dall’abolizione dei manicomi al diritto al fine vita) che affermano il diritto alla libera scelta di ogni individuo e che hanno costituito un punto di svolta nella cultura e nella vita sociale del Paese.

Eppure, secondo molti la cosiddetta legge Cirinnà rappresenterebbe anche un passo indietro marcando la differenze tra unione o matrimonio?

Nessun passo indietro: è un riconoscimento di uguaglianza (per quanto parziale) e, come tale, andrebbe valorizzato. Chi non desidera utilizzarla - per esempio, io e il mio attuale compagno - fa ciò che vuole. Trovo stucchevoli i commenti su un presunto arretramento culturale indotto da questa legge: chi la pensa diversamente ha lo stesso spazio di prima per sviluppare le proprie posizioni culturali e politiche.

Non mi convince chi denigra il lavoro di altri per affermare il proprio punto di vista. Purtroppo, in Italia, questa tendenza ad accentuare gli aspetti che dividono è forte. Al primo congresso mondiale sull’Aids che si tenne a Stoccolma (1988), nell’assemblea delle organizzazioni non governative alla quale partecipavo come presidente della Lila, venne fatto un elenco di temi. Scartati quelli su cui c’era disaccordo, ci si concentrò su quelli sui quali si era d’accordo. In Italia avremmo fatto l’opposto, trascorrendo ore a litigare.

Nel 1982, anno della presa del Cassero a Bologna, essere gay era sicuramente diverso rispetto a oggi e diverse erano le modalità d’approccio. Oggi ci sono Grindr e i social. Cosa ne pensi?

Mio figlio, che ha 14 anni, conosce internet da quando è nato: le sue manine hanno afferrato un mouse quando aveva pochi mesi e ancora non parlava, ma già sapeva dove trovare dei giochi. Il supporto carteceo per lui è confinato in parte all’area scolastica e in pochi libri. Ciò non significa che non conosca le cose del mondo e che non abbia sue opinioni anche su questioni complesse: ha una mente aperta e vivace, creativa. Tuttavia, è evidente che il suo modo di relazionarsi sia diverso dal mio. Non si deve essere diffidenti verso ciò che non conosciamo e che non capiamo. Il mondo di oggi è abbastanza diverso – per alcuni tratti radicalmente diverso –  da quello che ho conosciuto io. Ma restano e, anzi, si ampliano le ingiustizie sociali, i conflitti armati, la crisi ecologica.

I temi di fondo sono gli stessi di un tempo, ma nelle generazioni più giovani è diverso il modo di relazionarsi ad essi. Sono un uomo del Novecento: per me Marx, Bakunin, Rosa Luxemburg, Gramsci sono figure famigliari. Per molte persone giovani, anche attive nelle parti più radicali del movimento Lgbtqi, si tratta di sconosciuti, mentre sono più famigliari Foucault o Judith Butler. Per molti giovani gay ad essere popolari sono certe figure di serie televisive o di videogiochi o degli anime giapponesi. Questa differenza toglie valore alle esperienze delle generazioni più giovani? Sono convinto di no.

Oltre alle rivendicazioni della parità dei diritti su quali altri temi dovrebbe rivolgere la sua attenzione il movimento Lgbti?

Ogni movimento è fatto dalle persone che lo compongono. Nei movimenti Lgbtqi ci sono persone dalle sensibilità e dalle storie culturali e politiche diverse: ogni organismo associativo e politico al quale danno vita ha una propria specificità. Più che di obiettivi dei movimenti, posso dire il mio punto di vista, peraltro per nulla originale. Ritengo che non vi possa essere liberazione dai ruoli e dai generi se non ci sarà giustizia sociale, se le disuguaglianze economiche terranno prigioniera la gran parte delle popolazioni, se non ci si batte per contrastare le guerre e i terrorisimi.

Per dirla con parole novecentesche, non ci sarà liberazione della persona se non ci sarà liberazione dal bisogno e non ci sarà liberazione dal bisogno se non ci sarà libertà piena per ogni individuo. Per dirla ancora più semplice, i movimenti Lgbtqi dovrebbero essere in relazione stretta con quanti si ribellano a questa società dove il capitale finanziario spadroneggia e accentua le diseguaglianze, conduce al disastro ecologico, calpesta con guerre disumane e col terrore la vita di milioni di persone.

Qual è secondo te il punto di maggiore forza e maggiore debolezza dell’associazionismo italiano Lgbti?

I punti di forza e di debolezza, a mio parere, hanno la stessa radice: la grande frammentazione che, se permette a tante soggettivtà diverse di esprimersi arricchendo le noste vite, altrettano spesso non consente di unirci su alcuni punti cruciali per il buon vivere, qui e ora, delle persone Lgbtqi.

Negli anni ’70 si diceva: La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà. Oggi ci sono ancora nascoste da qualche parte una fantasia e una risata?

C’è sempre. Nel 1968 si diceva che “sotto il cemento cresce l’erba”. Fa parte dell’umanità il desiderio di non essere oppressi.

Omogenitorialità. Cosa significa per te essere padre?

Premetto che mio figlio non fa parte di una famiglia omogenitoriale: ha un padre e una madre oltre ad altre figure adulte di riferimento, come i miei compagni che ha conosciuto nel tempo e ai quali è molto affezionato. Non so definire cosa sia la paternità. So cosa è per me essere padre di una persona di grande forza interiore, amabile, simpaticissima qual è mio figlio: una grande gioia, frequenti sorprese.

Non hai nascosto di aver votato alle ultime elezioni Potere al Popolo: c’è in te il ragazzo “rivoluzionario” di sempre?

Votare Potere al Popolo non è un gesto rivoluzionario: mi sono recato al seggio e ho fatto due croci sulle schede elettorali. Poi sono tornato a casa senza avere rischiato nulla. Più che altro è una presa di posizione. Dei razzisti del centrodestra neppure vale la pena parlare. Dei restauratori di un capitalismo più efficiente a targa 5 Stelle mi importa ben poco. Il Pd ha da tempo smarrito quel poco di consapevolezza che restava sulle condizioni di vita di milioni di persone. Liberi e Uguali ha fatto la scelta di preservare alcuni gruppi dirigenti in sintonia con quanto fatto da Sel alle politiche del 2013.

Ho votato PaP senza farmi illusioni (consapevole che a fatica avrebbe raggiunto l’1%) perché potrebbe essere uno strumento per raccordare realtà di base che esistono in tutta Italia ma che sono frammentate, senza una voce comune. Non mi aspetto che questo accada. Ma il progetto aveva e ha un suo valore.

Arcigay 1984-2018. Sono trascorsi più di 30 anni e sono oltre 50 i comitati sparsi in tutta Italia. C’è qualcosa che vorresti suggerire alle nuove generazioni di attiviste e attivisti?

Ad Arcigay sono inevitabilmente affezionato: con Franco Grillini ho contribuito a rifondarla e ne sono stato presidente nazionale. Successivamente, pur riconoscendone aspetti di utilità sociale, sono spesso stato molto critico nei confronti dell’associazione e per alcuni anni non mi sono iscritto. Mi considero un socio del Cassero: mi trovo spesso in sintonia con le sue prese di posizione politiche e apprezzo le tante attività culturali e sociali che si svolgono al suo interno e all’esterno, ad esempio con i migranti e i senza fissa dimora.

Non ho messaggi o suggerimenti, se non che la vita è migliore se vissuta a testa alta, godendola e sentendosi a proprio agio in ogni luogo e in ogni circostanza.

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Colpevole di "avere l’aria da frocio”. Per questo motivo uno studente Erasmus d’origine britannica è stato vittima d’una violenta aggressione nel centro storico di Bologna. E il tutto nella totale indifferenza dei passanti.

È quanto successo domenica sera in Piazzetta San Giuseppe a due passi da Via Indipendenza. IL 20enne inglese stava mangiando una pizza su una panchina quando da un auto parcheggiata di fronte – con a bordo tre giovani italiani – sono partiti ripetuti insulti contro il “frocio” e sputi. Lo studente ha deciso di allontanarsi ma, mentre si dirigeva in Via Galliera, è stato raggiunto da uno dei tre, riempito di calci e pugni in testa nonché derubato di zaino e telefonino.

A nulla sono valse le urla. A nulla è valso l’aver chiesto aiuto a sei o sette persone lungo la strada. Portato da un amico all’ospedale Sant’Orsola, gli sono stati diagnosticati trauma cranico e rottura del naso.

«Al ragazzo inglese che ha subito un ignobile pestaggio nell'indifferenza generale – così oggi il sindaco Virginio Merola - va il nostro sostegno e l'abbraccio simbolico di tutta la città.

Vogliamo pensare a lui non come a una vittima ma come a un nostro concittadino che ha scelto Bologna per i suoi studi, testimoniando la tradizione di una città aperta e accogliente». Ha poi annunciato che «il Comune è pronto a costituirsi parte civile in un futuro processo che accerterà le responsabilità di questo fatto».

Sulla vicenda così si è espresso il direttore di Gaynews Franco Grillini, punto di riferimento per la collettività Lgbti bolognese e figura storica del movimento: «L'omofobia, come ogni altra forma di razzismo, ha un radicamento secolare e ci vorrà ancora molto tempo per sradicarla e affermare una cultura dell'inclusione e dell'accettazione. Anche nelle città, dove il lavoro contro ogni discriminazione può contare su decenni di militanza e di manifestazioni di massa, si registrano episodi, anche gravi, di aggressione, insulti, odio omofobico spesso nemmeno denunciati.

A Bologna un 20enne inglese ha invece deciso di rivolgersi alla polizia dopo essere stato vittima di una vigliacca aggressione da parte di tre giovani italiani che l'hanno prima insultato e poi inseguito per malmenarlo e derubarlo. Delinquenza si potrebbe dire, ma la verità è che soprattutto ultimamente l'odio verso la diversità è stato politicamente sdoganato mentre le norme sia in Parlamento sia in Regione, che dovevano servire da contrasto all'omotransfobia, sono al palo.

La destra italiana che, ahinoi, ha vinto le elezioni è prevalentemente negazionista: l'omofobia non esiste, le leggi a tutela delle persone omosessuali sono liberticide (da tempo la Lega, ad esempio, vorrebbe la cancellazione della legge Mancino), le organizzazioni Lgbti fanno solo del vittimismo. In molte regioni si sono approvate norme contro le discriminazioni e a sostegno dell'attività culturale dell'associazionismo Lgbti.

In Emilia Romagna, nella scorsa legislatura, si stava approvando la legge regionale contro le discriminazioni motivate dall'orientamento sessuale. L'opinabile chiusura anticipata della legislatura ne ha impedito l'approvazione e il solenne impegno dell'attuale maggioranza politica - che regge la regione - di approvare il provvedimento non è stato finora mantenuto (a proposito dell'etica della parola data....). Senza azioni visibili di contrasto e senza norme precise di contrasto e di tutela la lotta all'omotransfobia è delegata alla buona volontà dell'associazionismo Lgbti e all'intervento delle forze di polizia quando si riesce.

È giusto quindi rilanciare la battaglia per la legge regionale e nazionale rafforzando nel contempo la capacità di assistenza e solidarietà della collettività Lgbti. Ma è doveroso anche richiamare partiti e movimenti al dovere della condivisione della battaglia contro l'omotransfobia come parte fondamentale della più generale lotta al razzismo».

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Abbiamo intervistato Matteo Giorgi. Ci ha raccontato del Red, club Lgbt di Bologna. A lui abbiamo fatto qualche domanda per capire di più di questo luogo nel quale la bellezza ha il suo fascino, la musica il suo mistero, informazione e prevenzione alle Mst sono una parte rilevante delle serate. Dove la gente balla e si diverte e come dice lui stesso: Un luogo nel quale anche gli eterosessuali più timorosi si spogliano di se stessi e iniziano a ballare. Grazie anche a Matteo Cavalieri, marito di Matteo Giorgi per la disponibilità a questa intervista.

Matteo, un club come il Red che funzione ha in un Paese in cui si registrano ancora non pochi episodi di omotransfobia? 

Penso che le funzioni siano principalmente due. La prima, specialmente in una realtà mediamente “piccola” come Bologna, quella di creare un punto di riferimento e di aggregazione per la comunità Lgbt locale. Per molti “il sabato al Red” è una “tradizione” del fine settimana. Un appuntamento fisso dove vedere facce conosciute, amici e perché no, nemici, dove conoscere nuova gente o “quegli amori da una notte che ti ricordi per una vita”, amoreggiare, litigare, innamorarsi di nuovi brani e dei ballerini.

La seconda è per le persone eterosessuali, che ci vengono a trovare: ancora oggi in Italia, molti si avvicinano alle serate Lgbt con il classico stereotipo del “devo camminare lungo il muro sennò mi toccano”: tre ore dopo li trovi sul cubo senza maglietta che ti dicono: Non pensavo che stare qui fosse così bello. Ero pieno di pregiudizi.

Sulla base della tua pluriennale esperienza cosa trovi di positivo o di negativo nel processo di “liberazione” notturna che caratterizza un nightclub come il Red? 

Secondo me il positivo e il negativo sono due facce della stessa medaglia. Mi spiego meglio: al Red le persone hanno la possibilità di fare tutto. Hanno i più quotati dj nazionali e internazionali che li fanno ballare, ballerini bellissimi, artisti, alcool, una dark, una piscina/idromassaggio dove poter girare liberamente nudi o in costume. E centinaia di gay con te, insieme a te ogni sera. Hai tutte le possibilità di divertimento davanti. Alcuni sono in grado di gestirlo, altri esagerano per poi pentirsi il giorno dopo. La colpa è di questa società “italiota” che vive ancora dei precetti vaticani che ti fanno vivere tutto come qualcosa di sbagliato.

Un parte della collettività Lgbti trova questi luoghi poco adatti alle rivendicazioni in termini di diritti ma solo espressione di edonismo puro. È così? 

I principali detrattori del Red sono quelli del “Eh, ma io non vado in un posto con la dark”. A me strappano decisamente un sorriso. È inutile che io faccia il classico esempio dei moti Stonewall, partiti col leggendario lancio di una scarpa con tacco (nella realtà fu una bottiglia di gin) da parte dell’attivista trans Sylvia Rivera. Conosco gente che pensa che cultura sia solo la presentazione di un libro o uno spettacolo di teatro. Io, invece, ritengo che la Club Culture sia stata quella fondamentale per la crescita del movimento. Per noi rivendicare i diritti significa fare comunità, aggregazione, mettere insieme persone con cui condividere desideri e progettualità. Le campagne che facciamo per la giornata contro l’omotransfobia e la giornata mondiale per la lotta all’Aids le ideiamo tutte insieme, con i volontari, i dj, i baristi, i ballerini. Non esiste un “militante” a cui appuntare la spilla di quello bravo sul bavero e quello che passa le serate nudo sul palco così per fare.

In club come il Red il corpo ha una sua centralità. Vi prevale la voglia di guardare e di essere guardati. Si tratta secondo te d’eccesso narcisistico o di altro?

In questi quattro anni di mia storia di Red ne ho viste di tutti i colori. Uomini bellissimi con un difficilissimo rapporto con il proprio corpo, ragazzi non esattamente “bellissimi” togliersi la maglietta e correre sul palco a dimenarsi. I meandri della nostra mente sono molto complessi, che nemmeno la nostra cara Leosini riuscirebbe a capire cosa ci capita dentro. Noi, specialmente, quest’anno abbiamo lavorato su una destrutturazione di tutto questo. L’esempio più lampante è stato Heroes dove, una volta al mese, abbiamo dato il palco a ragazzi e ragazze completamente estranei al “lavoro notturno in disco”. Queste candidature spontanee hanno fatto sì che gareggiassero alle selezioni per Mister Red uomini di 45 anni che hanno battuto ragazzi di 20 o a Miss Red donne sposate e con dei figli. Il culto del “cubista” sta passando. È la vita di tutti i giorni che entra nell’associazione.

Il tema della prevenzione delle Mst è molto a cuore a voi del Red. Quali iniziative realizzate per informare al riguardo?

A parte le campagne istituzionali, di cui ti ho raccontato sopra, abbiamo una proficua collaborazione con Plus che è la prima e più importante associazione italiana di persone Lgbt sieropositive. Qualche mese fa abbiamo effettuato con loro i test rapidi in sauna. Distribuiamo gratuitamente ogni sera materiale informativo e ovviamente di prevenzione per tutti i nostri soci. Abbiamo anche vari “controllori” durante la serata che monitorano i comportamenti delle persone per accorgersi immediatamente quando “esagerano”. Questo ha fatto sì che in questi anni le situazioni “emergenziali” siano state veramente pochissime.

Abbiamo parlato delle serate al Red quali occasioni di liberazione. Quale è il luogo, invece, dove Matteo Giorgi si sente più libero?

Direi Londra. Fin da quando ci sono andato per la prima volta a studiare a 15 anni ho capito che quella città aveva qualcosa di speciale per me. Da qualche anno si è trasferito lì uno dei miei più cari amici e questo fa sì che almeno tre volte l’anno vada a trovarlo. Conosco meglio Soho di via Indipendenza a Bologna. Ho il bar dove fare colazione, quello dove prendere i migliori “dessert”, dove mangiare le lasagne quando sento nostalgia di casa. E d’estate i pomeriggi ad Hyde Park a leggere e prendere il sole sono un must…

Matteo Giorgi e Matteo Cavalieri: una vita di coppia, fatta di amore e lavoro condiviso. Ma quali spazi, se ci sono, ognuno prende per sé senza l'altro?

C’è un pensiero che mi piace usare sempre per descrivere la nostra storia: Conosco un paio di coppie che funzionano. Siamo due persone felici, che condividono tutto, dalle preoccupazioni per il conto in banca al tovagliolo a tavola, pur mantenendo le rispettive identità, amicizie, passioni. Siamo persone che vedi felici anche quando l’altro non c’è, perché risolte e piene anche nei giorni d’assenza. Persone che si amano e che ridono molto, che vivono una vita insieme continuando a tifare l’uno per la vita dell’altro. Che non si sentono monche se l’altro non c’è, ma con un braccio in più se l’altro c’è. Il resto, ossessioni, ansie, gelosie, struggimenti, sono robe che hanno a che fare con l’affanno. E l’amore felice non s’affanna.”.

Ma, alla fine, quali sono i prossimi appuntamenti da non perdere al Red prossimamente? 

Ci sono grosse novità che lanceremo da aprile: cercheremo di rendere il Red un’associazione ancora più polifunzionale dove chi vorrà potrà organizzare mostre, corsi, festeggiare compleanni e laurea con i propri amici. E poi la programmazione “classica” continuerà come al solito anche tutta estate. Intanto il 30 aprile festeggeremo il nuovo mister Red. Il 19 maggio la nostra Miss Red e, poi il 2 giugno, inaugureremo l’estivo in coincidenza dell’arrivo di Katy Perry a Bologna. In più il grande appuntamento il 23 giugno con il Bologna Pride e la quarta edizione di UNITE, il nostro celeberrimo Pride party dove vedrete quest’anno ospiti che non penserete mai di vedere al Red.

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Incalzato da settimane, Pierferdinando Casini, candidato del centrosinistra al Senato nel collegio uninominale di Bologna, ha oggi affrontato il tema dei diritti delle persone Lgbti.

Intervenendo a Radio Città del Capo, emittente storica della sinistra, ha dichiarato: «Probabilmente rispetto alla comunità Lgbti ho idee diverse. Probabilmente loro ritengono la legge che si è fatta sulle unioni civili insufficiente. Probabilmente domani chiederanno qualcosa di più. Questa è la democrazia.

Io rispetto questa comunità e dico loro: Non abbiamo le stesse idee, ma senza di me voi le unioni civili non le avreste avute».

Casini ha poi spiegato meglio che nel corso della XVII° legislatura «senza di me e senza le persone come me, senza quei moderati che hanno sostenuto la coalizione di centrosinistra le unioni civili e il testamento biologico non ci sarebbero stati.

Per cui non accetto l'esame del sangue a me perché non voglio farlo a loro. Io rispetto loro, loro rispettino me». 

Sulle adozioni ai single l'ex presidente della Camera non ha chiuso tutte le porte. «Vedremo - ha dichiarato -. Probabilmente se si affrontano le cose senza voler fare delle demagogie ma con serietà si potranno trovare tanti punti di incontro».

Non senza far però notare che «è una cosa singolare: mi si chiedono cose che non si chiedono al Pd, perché molti parlamentari del Pd hanno avuto una posizione ben più restrittiva della mia. Se la gente ritiene che, per danneggiare me sia bene votare Salvini o M5s, lo faccia».

Del resto, su argomenti come questi - ha aggiunto Casini - «a volte correre troppo si strappa anche quello che si può avere in termini realistici». 

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Si concluderà nel pomeriggio a Roma davanti alla Corte della Cassazione il nuovo tour del Bus delle Libertà, meglio conosciuto come Bus No Gender. Organizzata da CitizenGo e Generazione Famiglia - Le Manif Pour Tous Italia, l’iniziativa ha avuto nuovamente luogo nonostante l’interrogazione parlamentare presentata lo scorso anno dai deputati Alessandro Zan e Ileana Piazzoni ai ministri Minniti e Fedeli. Dai quali, nonostante le sollecitazioni del deputato padovano, non è mai stata data risposta.

Anche la seconda edizione del Bus delle Libertà è stata accompagnata da tensioni e polemiche durante il suo percorso lungo lo Stivale. A partire da Reggio Calabria, città da cui ha avuto inizio il tour il 20 febbraio.

Lucio Dattola, presidente del locale comitato di Arcigay, ha duramente bollato l’iniziativa per chiedere in un comunicato «di quali libertà siano portatori questi cavalieri del Sacro Romano Impero, pronti a minacciare querele e a farsi pubblicità sulla pelle degli altri. E ci chiediamo anche perché alla libertà di fare propaganda a Reggio Calabria non sia corrisposta la speculare libertà di contro manifestare, negata dalla Questura».

Polemiche anche a Torino dove prima dell’arrivo del bus sabato 24 l'amministrazione comunale ha revocato il permesso di occupazione di suolo pubblico. Domenica il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, impegnato col terzo viaggio del Treno della memoria Lgbti, così ha commentato da Cracovia l’iniziativa: «È oramai chiaro che il periodo che stiamo vivendo vede non solo un rigurgito di temi cari al tempo del fascismo ma anche vecchie forme di paure che vengono instillate giorno dopo giorno dalla peggiore politica degli ultimi 50 anni.

Al di là delle ideologie oscurantiste, noi crediamo nella Libertà, con la L maiuscola, non in quella presunta libertà che gli organizzatori del bus sostengono essere stata loro negata. Iniziative del genere devono intimorire né noi, né gli insegnanti che hanno una responsabilità enorme nell'istruire i giovani e le giovani che rappresentano il futuro di tutti e tutte noi e che mi auguro veramente riescano laddove noi abbiamo fallito.

Essendo io reduce dal viaggio del Treno della Memoria non posso non pensare ai ragazzi e alle ragazze che ho incontrato che si sono messi in gioco in un modo straordinario e che hanno inteso perfettamente il senso della Memoria come antidoto alle discriminazioni del presente… e del futuro.

Continuiamo a lavorare per una società inclusiva e che non si faccia schiacciare dalla paura... perché la paura dell'altro non ha mai portato bene a nessuno, compresi coloro che l'hanno diffusa».

Contestazioni massicce si sono invece registrate ieri a Bologna, dove alla fine il Bus delle Libertà, accolto dal senatore Carlo Giovanardi, è potuto arrivare a Piazza Malpighi. Accompagnato dalla candidata di Noi per l'Italia Maria Alessandra Molza Giovanardi ha dichiarato: «Ho amici transessuali ma questa è una patologia. Sono vicino a chi ha questi problemi ma non è la normalità e non si può raccontare ai bambini che possono essere maschi o femmine e non c'è nessuna differenza».

Ferma la risposta di Porpora Marcascaino, storica leader del Mit, che ha dichiarato: Questi sono medievali, da Santa Inquisizione. Per secoli ci hanno rinchiuso nei manicomi o nelle carceri e oggi sono qui per rifarlo. Ma non glielo permettiamo, assolutamente».

Le dichiarazioni giovanardiane sono state così commentate da Danilo Cosentino, candidato alla Regione Lazio nelle liste di Liberi e Uguali: «Questo oscurantismo rispetto all'educazione alle differenze nella nostra scuola è uno dei tanti motivi che deve rafforzare il nostro impegno a portare, anche nel Lazio, una legge regionale contro l'omofobia e la transfobia, riaprendo un tavolo di dialogo con le associazioni Lgbti in attesa di una legge nazionale».

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Regista, sceneggiatrice, fotografa, studiosa di storia lesbica ma innanzitutto donna. Donna dalla straordinaria umanità e cultura eclettica, al cui entusiasmo inventivo si deve il Some Prefer Cake – Bologna Lesbian Film Festival. Luki Massa era tutto questo e molto più di questo.

A un anno dalla scomparsa, avvenuta lo stesso giorno di quella d’un’altra figura di spicco del movimento Lgbti quale Marcella Di Folco, era perciò doveroso che le fosse dedicata la IX edizione del  festival internazionale di cinema lesbico. Sotto la direzione artistica di Marta Bencich la kermesse cinematografica si svolgerà a Bologna dal 21 al 24 settembre presso il Nuovo Cinema Nosadella (Via dello Scalo 21, Via Lodovico Berti 2/7).  

Tanti i titoli in cartellone ripartiti in cinque sezioni:

1) Lungometraggi narrativi: The Misandrists (Germania, 91’), A Date for Mad Mary (Irlanda 82’), Women Who Kill (Usa, 93’), Awol (Usa, 85’), The Book of Gabrielle (Uk, 80’).

2) Documentari: Chavela (Usa, 90’), Donna Haraway: Story Telling for Earthly Survival (Francia – Belgio, 81’), Jewel’s Catch One (Usa, 85’), The F Word (Usa, 60’), Lina Mangiacapre artista del femminismo (Italia, 45’), Man for a Day (Germania, 96’).

3) Corti: BobbyAnna (Usa, 20’), Pussy (Polonia, 8’), Era ieri (Italia 15’), De Amores Libres (Argentina, 1’,57’’), Chromosome Sweetheart (Giappone, 5’), Open Recess (Usa, 2’,56’’), Carole Support Groupe (Usa, 7’,50’’), Etages (Germania, 14’), Blind Sex (Francia, 31’, 26’’).

4) Serie web: 10percento (Italia, 27’53’’), Wonders Wander (Spagna, 62’), Guapa (Itali, 4’43’’).

5) Sperimentali: The Ladies Almanack (Usa, 87’),.

Sabato 23, infine, un particolare omaggio a Luki con una tavola rotonda di ricordo politico, la proiezione dei suoi corti, letture di poesie e musica dal vivo.  

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Eravamo verso la fine degli anni '80 del secolo scorso. Mi accingevo, dopo la laurea in medicina e chirurgia e le specializzazioni in pediatria e in igiene e medicina preventiva conseguite presso l'università di Padova, a iniziare un nuovo percorso accademico per conseguire la terza specializzazione. Quella, cioè, in psicologia e sessuologia presso la scuola per la Formazione e la Ricerca in sessuologia diretta a Genova dalla didatta formatrice professoressa Jole Baldaro Verde, prima donna in Italia allora sessuologa e psicoterapeuta.

In quel periodo ero ancora un "velato" e pur non "esprimendomi" mai in termini ortodossamente eterosessuali nel linguaggio e nei gesti, cercavo comunque di far trasparire il meno possibile di me stesso e delle mie inclinazioni ovvero della mio vero orientamento sessuale. La mia didatta formatrice mi aveva perfettamente capito ma aspettava che fossi io stesso a manifestarmi. Pensò di agevolare il mio coming out affidandomi, come allievo della scuola in questione, la collaborazione nello stilare le perizie per rendere attuabile la correzione chirurgica del sesso (Ccs), come allora si chiamava la serie di interventi medico-chirurgici cui venivano sottoposte le persone in transizione.

Fu in quel periodo che ebbi modo di parlare più volte con Marcella Di Folco, che a noi, come scuola per la Ricerca e la Formazione in sessuologia, si rivolgeva per vari motivi. Vale a dire:

- per cercare, come Presidente del Mit, di trovare nuove attività e nuove energie innovative per il Movimento da rifondare; 

- per trovare idee e conferme in vista dell'apertura del Consultorio per l'identità di genere, che, a Bologna, sarà il primo consultorio al mondo coordinato da persone trans. 

Marcella, però, inviava soprattutto al nostro centro persone "in transito" per la perizia che avrebbe loro permesso il successivo iter chirurgico.

Con me Marcella è stata sempre una persona estremamente distinta ed educata. Forse fin troppo riservata (mi vedeva troppo maschio!!?? ) ma comunque sempre pronta al sorriso discreto e direi a volte malizioso, che mi faceva sussultare non poco. Mentre con la mia didatta formatrice, che conosceva da parecchio tempo, Marcella era molto più loquace e disinvolta.

Se penso a Marcella, la ricordo, attraverso i sensi, come un soffio di profumatissima cipria Coty, come una dolce soave melodia sulle note della celebre Anonimo Veneziano di Stelvio Cipriani, come una luminosa stella cadente ricca di sogni e di promesse. Provo forti emozioni nell'evocare questi ricordi nello struggente tentativo di riesperimentare le stesse vaghe ed intense emozioni che mi facevano trasalire e sussultare quando parlavo con lei. Quando parlavo con te, Marcella.

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In occasione del 7° anniversario della scomparsa di Marcella Di Folco (Roma, 7 marzo 1943 – Bentivoglio (Bo), 7 settembre 2010) pubblichiamo con piacere la nota commemorativa del Movimento identità trans (Mit). Associazione che l’attrice, attivista e politica diresse dal 1988 alla morte. Un tributo doveroso a chi spese l’ultimo ventennio della propria vita per i diritti e la tutela delle persone transgender:

Sono sette anni che Marcella ci ha lasciato, sette anni durante i quali non abbiamo mai smesso di pensare a lei, ai suoi modi fare, ai suoi insegnamenti sempre straordinariamente attuali. Parole di lode e riconoscimento nei suoi confronti ne sono state dette tante, ma sono i fatti che continuano a dimostrare la sua grandezza. La sua impronta indelebile, nel Mit e in tutto il movimento Lgbtiq, resta impressa nel nostro percorso, le nostre lotte, le nostre azioni quotidiane.

Il Mit resta pieno di lei e condividere il suo orgoglio resta per noi fondamentale. È un riconoscimento unanime che con lei la voce trans ne sia uscita più sonora e potente. La sua insubordinazione, il non volere mai essere seconda a nessuno ha insegnato al Mit e a tutto il mondo trans, ad alzare la testa, tenere le spalle dritte per raggiungere obiettivi e vittorie. Abbiamo ancora tanto da fare, e Marcella ci manca. Solo con la dolcezza dei ricordi, con le tante risate che abbiamo fatto insieme a lei, riusciamo a riempire quel grande vuoto che ci ha lasciato.

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«Forza Italia Bologna denuncia la convenzione per il Cassero con il circolo Arcigay perché non si sarebbe fatto il bando. Ma la storia non si mette al bando». Con queste parole il direttore Franco Grillini ha commentato il duplice esposto presentato dai consiglieri forzisti comunale e regionale (rispettivamente Marco Lisei e Galeazzo Bignami) contro la riassegnazione della Salara al Cassero in via Don Minzoni al locale comitato di Arcigay. Il primo all’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) per la violazione del codice degli appalti, il secondo alla Procura per abuso d’ufficio in nome d’una «affinità politica» tra il sindaco Virginio Merola e l’associazione Lgbti.

Ma Franco Grillini, memoria storica del movimento, sa bene che la realtà è diversa. Egli era presente quel 28 giugno 1982 quando in via Don Minzoni, nei pressi di Porta Saragozza, fu inaugurato il primo circolo omosessuale italiano.

Da allora l’assegnazione degli spazi della Salara al Cassero ad Arcigay è stata sempre riconfermata, senza bando alcuno, dalle varie amministrazioni che si sono succedute. Cosa che è nuovamente avvenuta nei giorni scorsi quando il Comune ha rinnovato per quattro anni (rinnovabili per un altro quadriennio) la convenzione con Arcigay. L’associazione dovrà pagare il 20% di affitto e utenze in cambio di quel riconosciuto e ampio servizio pubblico sempre offerto nel corso di ben 35 anni. Servizio che va dall’assistenza ai disagiati alla consulenza legale per le persone Lgbti. Senza contare l’importantissimo archivio storico, che si compone di oltre 120mila unità tra opere a stampa e faldoni manoscritti.

Sereno relativamente ai due eposti è soprattutto Vincenzo Branà, presidente del circolo Arcigay Il Cassero. Raggiunto telefonicamente, ha così commentato l’accaduto: «Gli esposti che Forza Italia ha presentato sulla convenzione, con la quale il Comune affida al Cassero la sua sede, fanno evidentemente parte di una strategia di radicalizzazione della destra di cui da tempo cogliamo numerosi sintomi.

Le persone Lgbti, proprio come i migranti, diventano bersaglio di quella classe politica che vuole assicurarsi il voto degli omofobi e dei razzisti. Una classe politica che purtroppo va perfino oltre i confini di Forza Italia e del centrodestra italiano, trovando pericolose sponde a sinistra.

Nel merito, gli esposti, oltre a puntare il dito sullo strumento amministrativo utilizzato per l'assegnazione della sede, stigmatizzano la libertà del Cassero di intervenire nel dibattito pubblico della città. Argomentazione assurda che va contro non solo ai fondamenti della nostra Repubblica ma perfino al buonsenso.

Così la politica oggi sistema i conti con il dissenso, così si aggira il confronto e si cerca di reprimerlo con lo spauracchio dei procedimenti legali. Infine: la polemica sull'assegnazione della Salara è ormai un romanzo a puntate in cui troviamo capitoli amari scritti da molte forze politiche. E soprattutto questo dibattito sta dentro una dimensione più ampia che è quella che riguarda la politica degli spazi nelle città.

A Bologna questo è il grande nodo irrisolto e il vuoto politico è terreno facile per chi, come Forza Italia, vuole usare queste vicende per fare campagna elettorale»

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Nell'ambito della polemica, scatenata dalla condivisione dell'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta) sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, Gaynews ha ospitato una lunga intervista a Porpora Marcasciano.

Alla domanda Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?, la presidente onoraria del Mit (Movimento identità transessuale) aveva così risposto: Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Ritenute "sconcertanti e offensive" tali parole dalla giornalista e femminista milanese, abbiamo pubblicato nella giornata d'ieri una sua lettera aperta al direttore Franco Grillini.

Alla luce di alcuni passaggi di questa missiva Porpora Marcasciano è tornata sull'argomento per meglio esplicitare il suo pensiero e aggiungere ulteriori chiarificazioni. Eccone il testo:

Provo a riformulare la mia posizione che, nella sua sostanza, resta la stessa. Per quanto mi sforzi, non riesco a cogliere il carattere di sconcertanti e offensive che Marina Terragni ritrova nelle mie affermazioni. Affermazioni che - ci tengo a sottolineare - restano una sacrosanta “presa di parola Trans su questioni Trans”. Non mi sono mai permessa e mai mi permetterei - i miei scritti e i miei discorsi lo testimoniano - di sindacare sulle questioni del femminismo che riconosco essere esperienza imprescindibile e fondamentale. Non voglio inoltre confondere o generalizzare le posizioni di Terragni con quelle del femminismo che, a mio modesto avviso, non sono la stessa cosa.

Di lei ricordo unicamente la sua esperienza presso Il Corriere della Sera. Della sua militanza nel Mit a Milano non ho memoria alcuna ma solo perché operavo nel Mit laziale. Con tutto il rispetto per Pina Bonanno, a cui tutte, me compresa, riconosciamo i meriti e il ruolo di leadership, mi preme far notare a Terragni che evidentemente non si è mai accorta in quegli anni dell’esistenza del Mit (Movimento italiano transessuali) anche in altre città e, in particolare, a Roma. In quella città, sotto la presidenza di Roberta Franciolini (di cui spero ella si ricordi, sempre che l’abbia conosciuta), ricoprii in maniera alterna ma ininterrotta i ruoli di segretaria e vicepresidente dal 1983 al 1991.

In quell’anno mi trasferii a Bologna, dove, sotto la presidenza di Marcella Di Folco, ho ricoperto le stesse cariche dal 1992 al 2010, quando le successi in quell'incarico. La storia è importante ma per essere tale deve essere validata da fonti documentali. Le stesse su cui baso le mie dichiarazioni.

A parte gli anni della rivolta trans (caratterizzante, più o meno, gli anni 1979-1982) che vissi da giovanissima (22–26 anni) e quindi in maniera poco visibile da un punto di vista di militanza, lascio proprio ai documenti ogni possibile testimonianza. Testimonianza che, ripeto, non debbo dimostrare ad alcuna perché sono proprio quei documenti a parlare per me.

Ci tengo a sottolineare che il femminismo, nella sua grandezza e importanza, non può essere ridotto a quanto riportato da Terragni: sarebbe estremamente ingiusto e riduttivo nonostante le di lei rivendicazioni. Rispetto al più o meno tormentato rapporto tra femministe e persone trans invito tutt* a leggere Altri Femminismi (Manifestolibri, 2005), la cui ristampa arricchita uscirà nel novembre prossimo non senza il mio contributo al dibattito.

Rivendico la presa di parola Trans sulle questioni Trans come atto altamente politico. L’ordine del discorso (trans) non può essere deciso da persone non trans. Chiamasi ermeneutica e quella Trans la stiamo faticosamente ricostruendo.

 

 

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