Su Il Messaggero di domenica 29 aprile è apparsa un’intervista al giurista Francesco Paolo Casavola, già presidente della Corte Costituzionale e del Comitato nazionale per la Bioetica, a seguito della decisione presa da alcuni sindaci di trascrivere gli atti di nascita dei figli di coppie omogenitoriali con l’indicazione anagrafica della doppia genitorialità.

Rispondendo a una relativa richiesta di valutazione da parte della giornalista Sara Menafra, Casavola ha dichiarato: «La domanda da porsi è: quale sarà l’avvenire di un bambino che ha due padri e due madri? Avrà le stesse opportunità di sviluppo umano di quelli che hanno avuto per millenni i padri e le madri? La costituzione del genere o altri aspetti della personalità potrebbero essere viziati dal fatto che ha avuto due madri o due padri?».

Incalzato dall’intervistatrice, che sollevava l’eventuale caso d’un bambino orfano di padre cresciuto da madre e nonna, l’ex presidente della Consulta ha ribattuto: «Un’idea è il caso eccezionale, altro è il modello che si impone a tutti, vincolante alla pari della famiglia eterosessuale (…). Questi modelli non sono fungibili, intercambiabili, hanno effetti sul caso umano o personale, non si può dire che una cosa vale un’altra». Per il giurista, infine, registrare anagraficamente bambini nati all’estero tramite la pratica della gpa altro non è se non «copertura ad azioni di mercato».

Sulle dichiarazioni di Casavola in riferimento, soprattutto, al tema dello sviluppo umano e del futuro benessere psichico dei figli di coppie omogenitoriali, abbiamo chiesto il parere del prof. Paolo Valerio, docente di psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Genere Identità Cultura.

Prof. Valerio, sono fondate le preoccupazioni del presidente Casavola sull’avvenire di un bambino o una bambina che ha due madri o due padri?

Le preoccupazioni del presidente Casavola non tengono conto degli esiti della ricerca scientifica che hanno ampiamente dimostrato che i figli di coppie di persone omosessuali non manifestano problemi psicologici rispetto ai figli di coppie di persone eterosessuali. Gli unici problemi che vivono i figli di coppie omogenitoriali sono i pregiudizi evidenti in dichiarazioni come quelle rilasciate da Casavola, appartenente a una generazione che approcciava l’omosessualità come una malattia. Questo tipo di dichiarazioni possono indirettamente danneggiare il benessere dei figli delle coppie omosessuali e diffondono, inoltre, stigma e discriminazioni.

Si potrebbe dunque ravvisare del pregiudizio alla base delle affermazioni di Casavola?

Penso di sì, purtroppo. Faccio un esempio: quando ero bambino e avevo 10 anni – oggi ne ho 70 – fui invitato alla festa di compleanno di un mio compagno di classe ma i miei genitori non vollero farmi andare: sa perché? Perché si trattava del figlio di una coppia di separati: all’epoca non era ancora presente il divorzio nel nostro ordinamento e i figli delle coppie di persone separate subivano un evidente pregiudizio sociale. Oggi nessun genitore vieterebbe al proprio figlio di frequentare un figlio di divorziati. Eppure in passato è accaduto. Oggi i figli delle coppie omogenitoriali subiscono lo stesso stigma e le parole di Casavola ne sono la prova.

Come è necessario fare, a suo parere, per eliminare un simile pregiudizio?

Dobbiamo essere chiari e informare in maniera corretta per promuovere una cultura della differenza che rispetti tutte e tutti sapendo che sono proprio i pregiudizi, e non il fatto di avere due genitori omosessuali, a nuocere alla salute mentale degli individui.

A supporto di quanto dico ricordo che l’Ufficio superiore di Sanità ha creato un centro specifico di medicina di genere. Centro, finalizzato a individuare e prevenire tutte le conseguenze, sul piano della salute mentale, dei pregiudizi e dello stigma con cui le persone Lgbti sono ancora costrette a misurarsi nel corso della propria vita.

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Con l'Austria sono 14 i Paesi dell’Europa che consentono il matrimonio senza distinzione in base al sesso e all’orientamento sessuale delle persone che lo contraggono.   

La sentenza della Corte costituzionale austriaca del 4 dicembre 2017 (Verfassungsgerichtshof, G 258-259/2017-9) ha stabilito che mantenere una differenza di trattamento tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali, consentendo alle prime di accedere al matrimonio e riservando alle seconde un istituto a parte, le unioni civili, costituisce una discriminazione in violazione del principio di uguaglianza.  

E’ noto che dal 2010, quando le unioni civili furono introdotte in Austria (con legge n.111/2010), a oggi le differenze riguardanti il contenuto di diritti con il matrimonio si erano andate assottigliando grazie a interventi successivi della stessa Corte costituzionale (2013, 2015), della Corte europea dei diritti umani (2013) e del legislatore (2016). Con la conseguenza che mantenere nomi differenti a medesimi status familiari, ha affermato la Corte, produce l’effetto che “le persone con lo stesso orientamento sessuale non siano considerate uguali alle persone con orientamento eterosessuale”. Inoltre, aggiunge la Corte in un passaggio importante, “l’effetto discriminatorio è prodotto dal fatto che attraverso i differenti nomi degli status familiari, chi vive una relazione con una persona dello stesso sesso deve rivelare il proprio orientamento sessuale anche in situazioni nelle quale non è e non deve essere rilevante ed […] è più esposto alla probabilità di essere discriminato”: tema che era parso centrale anche all’indomani dell’approvazione della legge sulle unioni civili italiane.  

Considerando che l’uguaglianza è il principio costituzionale che porta iscritto nel proprio programma anche l’apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, l’espressione ‘matrimonio egualitario’ diviene sempre più esatta, tanto che alla Corte costituzionale austriaca ha rimosso dalla legge sul matrimonio le parole “due persone di sesso diverso” per ristabilirne il rispetto. Le partnership civili resteranno come opzione al matrimonio e diventeranno un istituto accessibile anche alle coppie eterosessuali

Ciò avviene a distanza di poco più di mese dalla sentenza della Corte europea di diritti umani (sentenza RATZENBÖCK AND SEYDL v. AUSTRIA del 26 ottobre 2017) con la quale, investita della questione della violazione diritto al rispetto alla vita familiare da parte di una coppia eterosessuale per l’impossibilità di accedere all’istituto della  partnership  riservata alle sole coppie dello stesso sesso, aveva dichiarato non contraria alla Convenzione la scelta dell'Austria di riservare le unioni civili solo alle coppie same sex.  

In quel caso i presupposti sui quali la Corte EDU era chiamata a decidere erano diversi, trattandosi di stabilire la conformità alla Convenzione della scelta legislativa austriaca.  La Corte costituzionale ha invece affermato la pari dignità personale e sociale tra gli individui – a prescindere dal loro orientamento sessuale – utilizzando come principi guida l’uguaglianza e il suo corrispettivo che è il divieto di discriminazione, principi che sono inscritti anche nell’articolo 3 della nostra Costituzione

Il canone antidiscriminatorio è quello che gli avvocati di Rete Lenford, e quanti hanno partecipato alla campagna di Affermazione civile tra il 2007 e il 2009, chiesero alla Corte costituzionale italiana di far rispettare quando le sottoposero il tema del matrimonio egualitario. In quel caso la Corte si  rifiutò di esaminarlo, utilizzando come argomentazione la presenza di una differenza tra coppie gay/lesbiche e coppie eterosessuali in materia di filiazione, in grado di giustificare un trattamento differenziato (sentenza n. 138/2010). L’argomentazione sembrò già allora  molto debole, perché nel matrimonio la filiazione non è un obbligo ed è solo potenziale, tanto quanto lo è nelle coppie di sesso differente e si sta dimostrando in tutta la sua inconsistenza alla luce dei nuovi arresti giurisprudenziali che, già poco tempo dopo, hanno riconosciuto alle  coppie omosessuali l’applicazione la legge sull’adozione, quanto meno relativamente alla adozione del figlio del partner, nonché i rapporti di genitorialità costituiti all’estero,  mediante il riconoscimento di sentenze di adozione e la trascrizione di certificati di nascita di bambini con due genitori dello stesso sesso.  

E’ evidente, infatti, che questa posizione si pone in contrasto con il diritto fondamentale riconosciuto ai cittadini dell'Unione europea di circolare liberamente tra i suoi Stati membri. Diritto fondamentale che viene sicuramente menomato se questi cittadini, nello stabilirsi o rientrare in Italia, perdono un tratto così distintivo della loro identità personale come quello di essere coniugati o di essere genitori. 

Ancora si scrive o si sente dire, nella circostanza di notizie come quella della Corte austriaca, che i giudici invadono il campo della politica. Occorre sgomberare il campo definitivamente da questo equivoco. Non c’è dubbio che la politica debba assumersi le sue responsabilità nei confronti delle persone omosessuali e trans, così come rispetto a tanti altri soggetti e temi che trascura o affronta avendo come principale obiettivo il consenso elettorale. L’intervento delle corti è certamente innescato da una inadeguatezza della politica a dare risposte concrete alle istanze di giustizia dei cittadini. Tuttavia i giudici sono presidio della garanzia dei diritti fondamentali delle persone e fino a quando avremo una Costituzione e dei principi i giudici sono tenuti ad intervenire al fine di tutelarli, se investiti della richiesta. L’indolenza del legislatore, per usare un'espressione eufemistica, può determinare come conseguenza la messa in mora da parte dei giudici, ma se nel primo caso la responsabilità è solo politica, nel secondo si tratta di un obbligo assegnato dalla Costituzione. In altri termini,  mentre legislatore può permettersi di non legiferare, secondo i principi e le attribuzioni previste dalla nostra Carta costituzionale il giudice non può non intervenire se chiamato a farlo. 

La pressante richiesta di tutela comporterà con sempre maggiore frequenza un intervento dei giudici e dei tribunali, chiamati a sopperire all’inerzia della politica, come dimostrato dal caso eclatante delle decisioni assunte dai tribunali italiani per accertare il diritto all’adozione del figlio del partner a seguito dello stralcio dal testo sulle unioni civili del 2016 della stepchild adoption.  

Il passo storico della Corte austriaca segna, dunque, un ulteriore arretramento dell’Italia rispetto al contesto giuridico europeo, nel quale la maggior parte dei Paesi è approdata per via legislativa o, come in questo caso per intervento giudiziale, all’estensione del matrimonio, ponendo fine a una discriminazione nei confronti del propri cittadini fondata sul loro orientamento sessuale. 

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La questione del cognome comune, assunto dalle parti unitesi civilmente nel periodo compreso fra la data di emanazione della legge sulle unioni civili e quella dei decreti di attuazione, è stata ieri portata dinanzi alla Corte costituzionale dal Tribunale di Ravenna. Si tratta della prima questione di legittimità costituzionale su un decreto attuativo (n. 5/2017) della legge 76/2016, la cosiddetta legge Cirinnà.

A seguito di un procedimento promosso da Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford i magistrati ravennati hanno ritenuto come non manifestamente infondata l’eccezione mossa dai ricorrenti. Eccezione relativa all’incompatibilità, con i principi costituzionali e sovranazionali, del decreto attuativo della legge laddove esso ha stabilito che i cognomi comuni, assunti dagli uniti civilmente nel periodo intercorso fra la data di emanazione della legge medesima e quella di promulgazione del suo decreto di attuazione, dovessero essere cancellati.

Seguito dai soci avvocati Stefano Chinotti e Vincenzo Miri e dall’avvocata ravennate Claudia Calò, il casoera stato segnalato da una coppia di uomini che, nel giugno 2016, aveva costituito, pima in Italia, un’unione civile scegliendo il “cognome comune” ai sensi del comma 10 della legge sulle unioni. In forza del “decreto ponte” (D.P.C.M. del 23.7.2016) il cognome dell’unione era stato aggiunto al proprio da parte di uno degli uniti civilmente che, di conseguenza, aveva mutato la propria posizione anagrafica.

Emanando il decreto legislativo n. 5/2017, il Governo aveva tuttavia imposto una “retromarcia”, riducendo la portata del cognome comune a mero “cognome d’uso”. Veniva così disposta la cancellazione dello stesso dalle schede anagrafiche (e conseguentemente dai documenti: codice fiscale, carta d’identità etc.) di chi nel frattempo lo aveva assunto. Con lo scopo, in relatà, prioritario quanto malcelato di impedirne la trasmissibilità agli eventuali figli delle coppie omoaffettive.

Agendo ai sensi dell’art. 98 del DPR 396/2000, Avvocatura per i diritti LGBTI - Rete Lenford ha così ottenuto la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale che sarà, ora chiamata a pronunciarsi sulla «valutazione della compatibilità della norma con i principi costituzionali e gli obblighi comunitari».

La presidente dell'associazione Maria Grazia Sangalli ha rilevato come a essere in gioco sia la tutela del «diritto all'identità personale delle coppie che in base a una norma di legge hanno scelto come farsi identificare nel contesto sociale in cui svolgono la loro personalità. Non c'è alcuna motivazione giuridicamente sostenibile che possa giustificare un'intromissione arbitraria del Governo nella vita familiare delle persone».

A nome anche dei colleghi Miri e Calò l’avvocato Chinotti ha dichiarato ai nostri microfoni: «La tutela dei diritti riconosciuti dalla legge Cirinnà, almeno per le unioni costituite sino all’11 febbraio 2017 (data di entrata in vigore dei decreti attuativi), non può assolutamente essere frustrata da disposizioni normative che sono state emanate in via retroattiva. Ciò è in palese violazione di interessi fondamentali sia delle coppie sia dei loro figli».

Un risultato importante per un'associazione come Rete Lenford che, negli ultimi anni, si è imposta per la propria autorevolezza sullo scenario giuridico italiano soprattutto nel contrastare le discriminazioni nei riguardi di persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersex. Un risultato importante a due giorni dalla celebrazione del decennale di fondazione che si terrà con un importante convegno a Firenze presso Palazzo Vecchio.

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