Il 21 gennaio del 1977 moriva in semipovertà e in condizioni di salute estremamente precarie Sandro Penna, uno dei poeti più originali e “rivoluzionari” della nostra tradizione letteraria. 

Cesare Garboli, suo biografo e studioso, nei Penna Papers scrive: «Penna è il solo poeta del Novecento il quale abbia tranquillamente rifiutato, senza dare in escandescenze, la realtà ideologica, morale, politica, sociale, intellettuale del mondo in cui viviamo». E Garboli ha davvero ragione. Del resto se c’è un intellettuale italiano che, già negli anni ‘30, ebbe il coraggio di raccontare liberamente in versi (e non solo) il suo amore per i ragazzi e il suo eros omosessuale fu senza dubbio Sandro Penna. 

Poeta epigrammatico e chiarissimo, allergico a qualsiasi ambiguità e compromesso, ebbe la determinazione di mettere tra parentesi la Storia e il Mondo, realizzando così un discorso poetico del tutto autonomo, lontano sia dalla “teologia negativa” di matrice montaliana sia da qualsiasi altra consolidata tradizione lirica nostrana. 

Il poeta Piero Bigongiari definì giustamente la poesia di Sandro Penna «un fiore senza gambo visibile». D’altronde, come poteva essere visibile il gambo “poetico” di una poesia che rifiutava, in nome della verità del desiderio e dell’amore, una Storia e un Mondo che erano da sempre ostili ed estranei alla natura di quell’amore e di quel desiderio?

Il gambo della poesia di Penna era nel suo anelito alla felicità e alla liberazione. Un anelito vissuto con pacatezza e pudicizia ma mai rinnegato. Mai dimenticato. 

La grandezza della  lirica di Penna sta proprio nella semplicità con cui il poeta perugino diede vita, per la prima volta nella storia della poesia italiana, all’universo dell’amore omosessuale, che era fatto sì di incontri occasionali e passionali rendez-vous negli orinatoi, ma raccoglieva anche il bisogno di essere amati, di essere riconosciuti, di essere visibili e felici incuranti di qualsiasi convezione borghese e di qualsiasi moralistica censura del tempo. Nei suoi componimenti, insomma, c’era sia la carne sia il cuore, sia l’amplesso fugace sia il grande amore. 

È d’uopo ricordare che Penna, pur rattristandosi per la censura, non censurò mai un suo verso, mai rinunciò alle armonie del suo immaginario poetico per compiacere i moralisti (Il mondo che vi pare di catene/ tutto è tessuto d’armonie profonde). 

Ecco perché oggi, in tempi di rigurgiti reazionari e “ideologie forti”, bisogna volgere lo sguardo alla bellezza che brilla ancora, sempre con lo stesso fulgore, nei versi di Sandro Penna, faro di libertà e coerenza per tutte e tutti. 

Luca Baldoni, poeta, saggista e autore dell’antologia di poesia gay Le parole tra gli uomini (Robin, 2012), a proposito di Sandro Penna ha dichiarato: «Sandro Penna è stato, oltre che grande poeta, un animo libero e coraggioso. Nell'Italia fascista e poi democristiana la sua voce avrebbe potuto indicare una strada diversa a molti. Purtroppo, come molti poeti, rimase un emarginato quando avrebbe potuto essere una guida.

Oggi il Comune di Roma apporrà una targa sulla sua casa di via della Mole dei Fiorentini, nel cuore della città che amava. Un omaggio frutto degli sforzi di Elio Pecora e Roberto Deidier, che da anni curano la memoria del poeta, e a cui mi unisco spiritualmente con molto affetto».

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Il 15 gennaio si è tenuto presso l’Aula Volta dell’Università degli studi di Pavia il dibattito Corpo e libertà - Rappresentazione delle identità trans. Promosso da UniversiGay e Arcigay Pavia Coming-Aut, l’evento fa parte del ciclo d’incontri Untold - Rappresentazione e identità lgbti nei linguaggi dell'arte che, iniziato nel novembre scorso, terminerà a marzo.

L’appuntamento del 15 gennaio ha visto la partecipazione di tre figure di spicco della collettività trans italiana: l’artista Vladimir Luxuria, la presidente onoraria del Mit Porpora Marcasciano, la poetessa pluripremiata Giovanna Cristina Vivinetto.

Nonostante la caratura dell’incontro non si sono fatte attendere le reazioni di Forza Nuova Pavia che, in un comunicato pubblicato su Facebook il 17 gennaio, ha parlato di «carnevale anticipato», di «uomini travestiti da donne», di «alterazione patologica dell’umore che li porta a vestirsi, truccarsi, atteggiarsi come individui appartenenti al sesso opposto al loro». Non senza i soliti argomenti di «propaganda, finalizzata al totale sovvertimento dell’ordine naturale delle cose», di «dono della natura che ci è anche Patria», di «sacralità della famiglia», di «lobby gay».

Riutilizzate anche le pedestri accuse, agitate negli ultimi tempi da Silvana De Mari e media cattoconservatori, di un Mario Mieli mito del «carrozzone arcobaleno» perché «omosessuale, marxista, coprofago, pedofilo, tossicodipendente».

Al comunicato dei forzanovisti pavesi hanno risposto ieri, con una nota congiunta, Barbara Bassani, presidente di Arcigay Pavia Coming-Aut, e Marco La Cognata, responsabile del Gruppo Trans - Arcigay Pavia Coming-Aut.

Per Bassani «quello di Forza Nuova è un delirio incomprensibile e irricevibile, ma in quelle parole c'è racchiuso il male che da sempre colpisce le persone transessuali: la negazione della loro stessa esistenza. Non riconoscere a una persona, qualunque persona sia, la dignità di essere umano ha prodotto lo sfacelo della violenza nazifascista; la stessa violenza che ha umiliato e ucciso migliaia di persone #Lgbti.

Il linguaggio di Forza Nuova evoca i lager, e arriva contro di noi a pochi giorni dalla giornata della memoria, che come ogni anno celebreremo con La memoria sono anch'io: il prossimo 28 gennaio, saremo come sempre in tanti, a ricordare ciò che abbiamo subìto».

La Cognata ha invece dichiarato: «La dignità di tutte le persone transessuali passa attraverso il riconoscimento, la conoscenza, la comprensione di una delle possibili esperienze dell'umano. Forza Nuova dice che vuole difendere la vita, ma di quale vita parla, se ne rifiuta una parte, se la rigetta, proponendo della vita una visione così parziale, così distante dalla realtà?

Noi persone trans continueremo a essere visibili, per dire a tutti e a tutte, anche a Forza Nuova, che noi siamo qui, esistiamo, che si mettessero il cuore in pace, e ascoltassero le parole delle persone contro le quali gettano tanto odio».

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«Daniele Del Pozzo è uno dei protagonisti della storia del Cassero ma anche uno degli operatori più brillanti del sistema culturale bolognese. Siamo orgogliose e orgogliosi del premio Ubu che ieri ha ricevuto: lo festeggiamo come se fosse il nostro, di ciascuno e ciascuna di noi. Da molti anni Daniele ha iniziato con il Cassero e dentro al Cassero un percorso che solo nell’ultima fase, da diciassette anni a questa parte, si è chiamato Gender Bender Festival.

Già prima, e ancora di più durante gli anni del festival, Daniele si è fatto promotore di progetti piccoli, grandi e talvolta grandissimi, con lena quotidiana,  intelligenza vivace, tanta professionalità ma soprattutto una straordinaria capacità di costruire relazioni, con grande cura, all’interno di un circolo, nella città, in tutto il Paese, fino in Europa. Siamo molto grate e grati a Daniele per tutto questo e per l’orgoglio con cui in tutti questi anni ha portato in alto, con sé, la nostra bandiera arcobaleno. Perché è proprio l’arcobaleno il tratto più caratteristico di questa vittoria, che premia un progetto e un curatore cresciuti all’interno del più antico circolo della comunità lgbti in Italia, il primo spazio pubblico affidato da un’amministrazione comunale a un collettivo di gay, lesbiche bisessuali e trans. Di questa storia, e della libertà che esprime, la vittoria di Daniele mostra la traccia. E rende merito perciò anche a tutte le persone che hanno fatto la storia del Cassero e a chi l’ha sostenuta, in particolare nelle istituzioni, anche quando si navigava in acque complicate.

Gender Bender è un progetto sostenuto sin dalla sua prima edizione dal Comune di Bologna e subito dopo dalla Regione Emilia-Romagna che assieme all’ampia rete di partner pubblici e privati che nelle edizioni si è andata costruendo, hanno fatto crescere il festival, nella direzione in cui lo sguardo di Daniele lo ha accompagnato, lasciando che gemmasse nuove idee, come Teatro Arcobaleno e il progetto europeo Performing Gender, e che facesse sempre nuovi incontri. In questo senso la vittoria di Daniele si riflette su tutta la città e ne premia il sistema culturale, il suo pionierismo e la sua libertà».

Con questo lungo e sentito comunicato, il consiglio direttivo del Cassero, storico centro Lgbti italiano, ha commentato sul sito dell’associazione il prestigiosissimo Premio Ubu 2019 conferito ex aequo, il 7 gennaio, come miglior curatore/curatriceFrancesca Corona, co-curatrice e direttrice generale del festival romano Short Theatre, e a Daniele Del Pozzo per il Gender Bender Festival, che, giunto alla sua 16° edizione, è stato recentemente definito da Flavio Romani, ex presidente di Arcigay, in un suo recentissimo post ha «magnifico tripudio di cultura».

A pochi giorni dal conferimento del riconoscimento abbiamo raggiunto Daniele Del Pozzo, per raccoglierne emozioni e riflessioni.

Che emozioni ha suscitato in te il fatto di aver ricevuto un premio prestigiosissimo come l’Ubu per il tuo lavoro di curatore dello storico Gender Bender Festival del Cassero? Te lo aspettavi?

Sinceramente non me lo aspettavo e riceverlo mi ha reso felice il doppio. Sono felice perché dimostra che si può essere professionisti e attivisti allo stesso tempo. Il Premio Ubu ha dato infatti un riconoscimento importante al mio lavoro come curatore artistico - una categoria introdotta dal Premio Ubu per la prima volta quest'anno - svolto con professionalità, tenacia e lungimiranza in questi anni, pur tra mille difficoltà. Allo stesso tempo ne riconosce in pieno l'impegno per portare i temi delle differenze di genere e di orientamento sessuale all'interno del dibattito e della produzione culturale più istituzionale. Questo doppio riconoscimento ripaga in maniera generosa della fatica e restituisce un senso profondo alle intuizioni ardite avute anni fa e alle scelte, a volte difficili, che vengono prese quotidianamente. Il premio mi fa molto felice anche per un'altra ragione, riconosce a pieno titolo il contributo prezioso dato da un'associazione come Il Cassero Lgbti Center alla cultura e alla società. Credo che fino a poco tempo fa fosse addirittura impensabile che un centro Lgbti ricevesse un tale riconoscimento. In questo senso sono orgoglioso di aver contribuito ad abbattere - con il mio lavoro - un pò di quel muro di luoghi comuni e stereotipi che ancora oggi ci vuole confinati in una dimensione marginale e non dialogante.

Qual è, a tuo parere, il vero punto di forza del Gender Bender Festival? Facendo un bilancio delle edizioni che hai curato, quale scelta trovi esser stata davvero vincente e di quale, invece, sei decisamente pentito?

Gender Bender continua a essere un progetto indipendente, prodotto dal Cassero , associazione senza scopo di lucro che reinveste parte delle sue risorse in progetti no profit. Questa caratteristica permette una grande libertà di manovra sulle decisioni artistiche, che prevedono sempre e comunque dei confronti orizzontali con la squadra composta da chi lavora al festival. Questo punto di forza si sposa poi con il bisogno di interrogarsi continuamente sui bisogni che muovono un'azione di intervento culturale, così come sulla necessità di realizzare un festival, tenendo conto di come mutano continuamente le condizioni sociali e culturali in cui operiamo. Un esempio tra tutti: Gender Bender si è necessariamente evoluto tenendo conto di come è cambiato il bisogno di socializzazione e di cultura della comunità Lgbti prima e dopo l'apparizione dei social network o di come si sono evolute le forme di relazione affettiva con l'introduzione del riconoscimento delle unioni civili. Questa continua capacità di rinnovamento, insieme ad uno sguardo curioso a ciò che accade nel mondo, permettono ancora oggi a Gender Bender di essere un progetto culturale vivo, in cui ogni edizione aggiunge sempre qualcosa in più e di necessario, e del cui senso non mi sono mai pentito.

Infine, la gioia di lavorare a un progetto necessario e fortemente condiviso è certamente un altro elemento vitale che dà forza e significato al nostro progetto.

La cultura - e la cultura Lgbti - possono davvero cambiare la direzione, a dir poco preoccupante, della politica contemporanea? Che ruolo avrà la cultura nell’Italia del 2020?

Nella mia visione credo che la cultura sia soprattutto la capacità tutta umana di tenere aperto un dialogo intellettuale e uno scambio emotivo anche con chi ci può apparentemente apparire come lontano o differente da noi. Credo che solo con questo esercizio di disponibilità - che può addirittura essere un invito a mettersi nelle scarpe degli altri e delle altre - sia possibile riconoscere le qualità di quell'essere sociale complesso e contraddittorio che sono l'uomo e la donna. E' una visione che presuppone la possibilità di trasformare attivamente la realtà intorno a noi, affinché migliorino le condizioni di vita di tutti e tutte noi. Sta alla base del mio lavoro come persona e come operatore culturale ed è qualcosa in cui ripongo la mia fiducia e le mie speranze.

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Un gigantesco volto del grande poeta e pensatore omosessuale Piero Paolo Pasolini fa bella mostra di sé, da ieri, nel cuore di Scampia, una delle zone più critiche della periferia napoletana, a pochi metri dall’uscita della metro.

Si tratta di un’opera d’arte dello street artist Jorit Agoch, finanziata dalla Regione Campania, e rientra in un piano capillare e sistematico di conversione e valorizzazione di quelle aree metropolitane spesso dimenticate che, in un recente passato, sono state lasciate al degrado e alla marginalità.

La scelta di Pasolini come icona di riferimento in un quartiere popolare ma anche pieno di vita e di risorse non è certo casuale, perché pochi intellettuali seppero cogliere la forza aurorale e creativa del popolo come fece Pasolini in tanti suoi lavori, soprattutto in quelli cinematografici e poetici.

«Pasolini sarebbe stato certamente felice di questa collocazione - dichiara Claudio Finelli, delegato cultura di Arcigay Napoli - perché Pasolini amava Napoli più di ogni altra città italiana e definì i napoletani, in una celebre intervista rilasciata ad Antonio Ghirelli, la grande tribù, perché il popolo napoletano era l’unico, secondo lui, in grado di resistere alle lusinghe della modernità e della massificazione.

Inoltre Pasolini fu un pensatore corsaro e controcorrente, scandalosamente impregnato di fede e desiderio, di spirito proletario e raffinata speculazione intellettuale, proprio come la nostra città, ricca per le sue contraddizioni che la rendono unica e vitale».

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Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 veniva ucciso, in circostanze che sono ancora poco chiare, uno dei più grandi poeti del '900 italiano, Pier Paolo Pasolini

Intellettuale eretico e profetico – tanto profetico da riuscire a predire perfino la propria stessa morte –, Pasolini fu anche il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale. Circostanza, questa, che visse con grande coraggio sia nel modo in cui affrontò la società del tempo sia nell’umiltà gnostica con cui seppe trovare, nelle sue stesse conflittualità emotive, chiavi d’accesso per un’humanitas scevra da qualsiasi dogmatica adesione ideologica.

Per ricordare Pasolini, abbiamo scelto di intervistare Giovanna Cristina Vivinetto, giovanissima poetessa transessuale, che, con il suo lavoro Dolore Minimo (Interlinea), premiato qualche giorno fa con il Premio Lord Byron Porto Venere Golfo dei Poeti, ha raccontato in versi già maturi l’esperienza della sua transizione. 

Giovanna, Pier Paolo Pasolini è stato il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale, circostanza che all’epoca risultava decisamente scandalosa. Tu sei una poetessa che racconta in versi la propria transessualità: hai mai percepito fastidio o riprovazione nel pubblico a cui ti rivolgi?

Se 40 anni fa Pasolini destava clamore e disapprovazione in quanto intellettuale omosessuale, oggi una scrittrice transessuale, grazie anche al mutato scenario socioculturale e ai diritti ottenuti dopo immani fatiche, può professarsi tale senza troppi problemi. Eppure, a ben vedere, forme di resistenza, opposizione e sottile discriminazione ancora purtroppo esistono, anche se in forma minore e certamente più subdola perché sottile, ben camuffata. Ad esempio, a parte i beceri attacchi dei sostenitori di ProVita, ho notato una qualche forma di resistenza soprattutto nei miei colleghi coetanei: se, infatti, i poeti maturi hanno apprezzato all'unisono la mia poesia, le critiche sono piombate, e provengono, soltanto dai giovani, che mi accusano soprattutto di aver fatto leva sulla tematica "forte" per ottenere il successo e la visibilità che posseggo.

Mi sembra un tentativo di detrimento, di silenziamento che passa attraverso la forma lecita della "critica al libro", quando invece sottintende una certa svalutazione di una tematica fondamentale, necessaria oggi più che mai. E questo voler sottolineare a più riprese la "trovata furba" ci testimonia come, anche nel mondo illuminato della letteratura, siamo ancora lontani dalla piena accettazione delle minoranze e delle diversità.

Pasolini, in maniera profetica, prefigurò già negli Scritti Corsari la progressiva massificazione delle nuove generazioni. Tu sei una poetessa e sei molto giovane. Come ti sei rapportata e come ti rapporti, in virtù della tua giovane età, con la costante omologazione culturale dei nostri tempi? 

La risposta a questa domanda si riallaccia a quanto detto sopra. Certamente Pasolini aveva ragione nella sua chiarissima profezia: oggi l'omologazione è un dato di fatto. La poesia italiana contemporanea soffre di un grave morbo: l'attaccamento spasmodico alla forma, il vezzo della rima, la passione feticista per la metafora e l'immagine ad effetto, tutto a detrimento, invece, del contenuto, ossia della narrazione dei fatti. Ecco, questo è un male che colpisce soprattutto i poeti più giovani, attirati, come falene alla luce piena (ma artificiale) di un lampione: l'abbaglio della perfetta forma metrica, il dover trovare a tutti i costi una struttura, imporre ai versi una gabbia dorata ma priva di qualsiasi efficacia nei contenuti, incapace di reggersi in piedi tolta la "struttura". Aveva ragione Pasolini: andiamo in brodo di giuggiole davanti a una rima baciata.

Pasolini è stato anche un poeta antifascista, un cultore della libertà. Cosa è per te l’antifascismo? Cosa la libertà?

Per me antifascismo significa resistere e persistere nel valore della verità e perseguirla ad ogni costo con le proprie forze intellettuali. Solo con l'esercizio disinteressato della verità si può cogliere appieno il significato di ogni libertà, che altro non è che agire con coerenza, dare alla propria esistenza un concreto sostrato etico e morale.

 

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Al via ieri sera a Bologna la 16° edizione del Gender Bender Festival che, prodotto dal Cassero Lgbt Center, è quest’anno intitolato Cromocosmi. Più di 100 appuntamenti all’insegna della danza, del teatro, del cinema, di laboratori e dibattiti per esplorare, fino al 3 novembre, i molteplici universi del corpo, delle differenze, del genere e dell’orientamento sessuale.  

Nella sezione Danza sono da evidenziare Ignite (25-26 ottobre) di Shailesh Bahoran, versatile coreografo e breakdancer, vincitore nel 2017 del Prize of the Dutch Dance Days Maastricht; Warriors foot del coreografo brasiliano (ma residente nei Paesi Bassi) Guilherme Miotto in prima nazionale il 31 ottobre; AL13FB<3 (31 ottobre – 1° novembre) del performer Fernando Belfiore, anche lui brasiliano ma da anni di casa a Amsterdam; l’immaginifico Filles e Soie (2-3 novembre) dell’attrice, regista teatrale,  marionettista francese Séverine Coulon in prima nazionale il 2 novembre; l’opera satirica per cinque danzatori Le roi de la piste (26-27 ottobre) di Thomas Lebrun, fondatore della Compagnia Illico.

Per la sezione Teatro Alessandro Berti interpreterà, il 29 e il 30 ottobre, le sue Bugie bianche. Capitolo primo: Black Dick, concentrandosi sullo sguardo del maschio bianco sul maschio nero (e in particolare sul suo corpo) e chiedendosi quale rapporto ci sia tra l’oppressione storica del bianco sul nero e la percezione di un’oppressione intima, privata, sessuale, che il bianco sente di subire nel confrontarsi con il nero.

La sezione Cinema prevede, fra l’altro, le proiezioni di Somos tr3s (in prima nazionale il 31 ottobre) dell’argentino Marcelo Briem Stamm; Tinta Bruta (31 ottobre) dei registi brasiliani Marcio Reolon e Filipe Matzenbacher; Diane a les épaules (26 ottobre), commedia irriverente di Fabrice Gorgeart, che affronta con intelligenza il tema della gestazione per altri. 

La presenza di autori e autrici internazionali caratterizzerà la sezione Incontri a partire da quella di Garrard Conley che, il 27 ottobre, a partire dal memoir autobiografico Boy erased – Vite cancellate (da cui è stato tratto l’omonino film con Nicole Kidman e Russell Crowe), parlerà di cosa significhi subire e sopravvivere alle terapie riparative. Da segnalare poi il dibattito (28 ottobre) con la giornalista transgender Juno Dawson, autrice del divertente e dissacrante Questo libro è gay.

Il 29 ottobre è infine previsto il convegno Queer visual culture che, curato da Fruit Exhibition in collaborazione col Master Europeo in studi di genere e delle donne GEMMA dell’Università di Bologna,  vedrà la partecipazione di esperti di pubblicazioni nonché di linguaggio visuale queer e di genere dal calibro di Tori West, Matthew Holroyd, Jacopo Benassi, Erin Reznick e Mike Feswick.

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Da venerdì 19 a domenica 21 ottobre, sul palco del Nuovo Teatro Sanità di Napoli, andrà in scena Patroclo e Achille. Lo spettacolo rientra nel progetto Circle Festival, realizzato con il sostegno di Mibac e Siae, nell'ambito dell'iniziativa Sillumina - Copia privata per i giovani, per la cultura.

Il lavoro teatrale, proposto dalla compagnia B.E.A.T. Teatro, è scritto da Fabio Casano, diretto da Gennaro Maresca, interpretato da Giampiero De Concilio e Alessandro Palladino

L’incontro tra Patroclo e Achille, immaginato da Fabio Casano, è un incontro intimo, che ci propone i due personaggi, al di là del mito, come due giovani uomini immersi nei loro pensieri, nelle loro emozioni e nelle loro paure, sullo sfondo della guerra. 

Tra il rumore devastante della guerra e l'immensità del cielo, sulle spiagge di Troia, si sviluppa nel silenzio di una tenda, il dialogo incessante tra due compagni d'armi: Patroclo e Achille. La storia fissa il momento in cui Patroclo sceglie di andare in guerra. La sua determinazione lo porterà a insinuarsi nella psiche dell'amico Achille, un’anima sensibile dall'irrompente presenza. Dopo nove anni di battaglia, la fragilità mentale ed emotiva prende il sopravvento. Si fanno strada dubbi e domande, quelle di un amore nato quasi dal bisogno della guerra, dalla rabbia e dal tempo che passa.

Per saperne qualcosa di più, sorprendiamo durante le prove il regista Gennaro Maresca.

Gennaro, presentaci questi due amici e amanti, Patroclo e Achille, che stai per portare in scena, a Napoli, presso il Nuovo Teatro Sanità... 

Patroclo e Achille sono quei due ragazzi dell'Iliade. Quelli della guerra di Troia. Quelli di Omero. Però, proviamo a descriverli nella loro assoluta umanità, con la loro fragilità e forza. Di eroico niente se non il loro bisogno di assoluta libertà. Achille in primis

Patroclo e Achille sono ricordati per il loro coraggio e la loro forza, eppure tu li sveli nei loro atteggiamenti più umani e sensibili. Oggi, secondo te, possiamo trarre maggiori insegnamenti dall’eroismo epico di questi due miti o dalla loro fragilità?

L’eroismo epico oggi non può slegarsi da un concetto di umanità. Abbiamo bisogno di identificare eroi che siano veri e umani.

La guerra è lo sfondo drammatico della tua messinscena. L’amore di Patroclo e Achille irrompe mentre deflagra anche la guerra. Sembrano uno il controcanto dell’altro. Possiamo sostenere che anche le relazioni umane, i sentimenti più viscerali e profondi, talora sono impetuosi e devastanti come una guerra?

L'idea di contrasto è un elemento importante di tutto il progetto. Restando nell'ambito dei sentimenti umani dico assolutamente sì: siamo continuamente espressione di un qualcosa di composito, mai così precisamente netti, mai del tutto unidirezionali. Indagare la paura della guerra e le carezze e le parole non dette è un modo per indagare i rapporti umani in senso universale. Patroclo e Achille non possono non farsi la guerra.

Infine, quale messaggio ti piacerebbe comunicare al pubblico di Patroclo e Achille?

Un frammento di Archiloco recita : Impara il ritmo che governa gli uomini. Vorrei lo scoprissimo insieme attraverso la storia di questi due giovani.

A seguire il teaser dello spettacolo in esclusiva per Gaynews

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Uscirà il 30 ottobre in Usa e in Canada Elevation, il nuovo romanzo di Stephen King. Pubblicato da Scribner, l'editore statunitense con cui il re del brivido ha un contratto di esclusiva pluriennale, l'opera in 144 pagine vuole essere un ammonimento «alla nostra cultura che divide»

Ambientato a Castle Rock, la cittadina del Maine già location di altri romanzi del maestro dell’horror, Elevation vede come protagonista Scott Carey alle prese con una malattia misteriosaSebbene nulla sembri cambiare nel suo aspetto fisico e la bilancia non registri diversamente, Scott perde rapidamente peso.

Mentre lotta per comprendere questo strano fenomeno con l'aiuto del suo medico di fiducia Bob Ellis, Scott sarà anche impegnato in una piccola battaglia quotidiana, ma in continua escalation, con due donne lesbiche. La coppia gli è vicina di casa e ha un cane, che gli sporca regolarmente il prato. Una delle donne è amichevole, l'altra, invece, glaciale.

Entrambe stanno cercando di aprire un istorante, ma la gente di Castle Rock non vuole avere a che fare con una coppia di donne sposate. Quando Scott comprende finalmente i pregiudizi che affrontano le due donne, cerca di aiutarle.

Romanzo breve, Elevation si presenta come un manifesto contro i pregiudizi sociali e, al contempo, come un racconto «gioioso ed edificante» pur con un tocco di tristezza.  

L’editore l’ha definito una «storia avvincente, straordinariamente inquietante e commovente su un uomo la cui misteriosa afflizione riunisce una piccola città. Una storia attuale e ottimista sulla ricerca di un terreno comune nonostante esistano profonde differenze».

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Si terrà domani a Roma, alle ore 18:00, la presentazione del libro Dante e gli omosessuali nella Commedia. Tra inferno e paradiso che, scritto dall’albanense Aldo Onorati, è stato pubblicato per i tipi romani della Società editrice Dante Alighieri.

L’evento avrà luogo presso la Galleria del Primaticcio di Palazzo Firenze (piazza di Firenze, 27), sede della Società Dante Alighieri che, fondata nel 1899 da Giosuè Carducci, è attualmente presieduta dall’ex ministro Andrea Riccardi. 

Oltre all’autore interverranno Alessandro Masi, segretario generale della storica istituzione, Giovanni Di Peio, presidente del comitato romano della Società, e Massimo Desideri, direttore della collana dantesca dell’Editrice Dante Alighieri.

Classe 1939, Aldo Onorati è tra i più prolifici dantisti in circolazione in Italia. Dalla prima Lectura Dantis, tenuta a Parigi nel 1965, lo scrittore e poeta castellano ha pubblicato articoli, interviste, saggi con spunti spesso innovativi sulla Divina Commedia. Tra gli ultimi studi dedicati all’Alighieri sono da menzionare Il senso della gloria in Dante, Foscolo, Schopenhauer e Leopardi (Tracce, Pescara 2014), Dante e san Francesco: il segreto di madonna Povertà (Controluce, Monte Compatri 2015) e Canto per canto: manuale dantesco per tutti (Società editrice Dante Alighieri, Roma2017) nato da una serie di videolezioni.

Alla presentazione parteciperà anche Daniele Priori, legato ad Aldo Onorati da vincoli parentali e sostenitore dell’opera sin dagli inizia.

«Dieci anni fa – così il segretario nazionale di GayLib –, quando iniziammo a lavorare col prof. Onorati alla prima versione di questo fantastico studio che smentiva clamorosamente un’uscita spericolata dell’allora senatore a vita Giulio Andreotti sugli omosessuali messi all’inferno anche da Dante, avemmo modo di riflettere sulla dignità che in realtà, sia pure all’inferno, Dante aveva dato ai sodomiti (come venivano chiamati allora i gay). Il Sommo Poeta cita tra tutti colui che definisce cara immagine paterna, ovvero il suo maestro di morale Brunetto Latini.

In questa rinnovata edizione, pubblicata dalla prestigiosa editrice Dante Alighieri, abbiamo capito che Dante può invece essere considerato un vero e proprio testimonial contro l’omofobia perché con una prova del nove, come la chiama lui, il professor Onorati ci dimostra che alcuni omosessuali Dante li colloca anche fuori dall’inferno. 

Per queste ragioni, oltre al valore intrinseco e profondo dell’opera, si vede prevalere l’aspetto rivoluzionario, libertario, moderno dell’Alighieri, che con un ideale ponte lungo sette secoli o, per dirla meglio, davvero sub specie aeternitatis, ha offerto con la sua Comedia spunti notevolissimi anche per gli attivisti di tutti i tempi impegnati nella difesa dei diritti umani e civili».

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A distanza di 18 anni dalla prima pubblicazione torna nelle librerie L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano di Francesco Gnerre, docente di Teoria della letteratura e redattore di Babilonia e Pride per diversi anni.

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L’eroe negato resta un testo fondamentale: il primo, infatti, a parlare in maniera esaustiva e senza veli della “letteratura gay” del ‘900 italiano, rintracciando in maniera puntuale e corretta inferenze e ganci significativi tra dati biografici e rispettive creazioni letterarie.

In un Paese come il nostro, in cui «il cammino verso la legittimazione di comportamenti di tipo omosessuale è stato molto più lento che altrove e non può dirsi ancora del tutto compiuto», la ripubblicazione de L’eroe negato per i tipi Rogas è quanto mai utile e funzionale a recuperare tessere troppo spesso taciute e velate della coscienza culturale comune della comunità Lgbti italiana.

Per saperne di più, contattiamo Francesco Gnerre.

Francesco, cosa ti ha spinto a ripubblicare L’eroe negato?

A distanza di tanti anni dalla pubblicazione del 2000, avvenuta per Baldini&Castoldi, mi sono sempre arrivate mail, da tutte le parti del mondo, di studiosi o appassionati che non riuscivano a trovare più il mio testo. La Rogas si è detta disponibile alla ripubblicazione dell’opera e allora ho accettato con entusiasmo. Inoltre, ho riflettuto sul fatto che, dopo quasi 20 anni dalla prima edizione, c’è una nuova generazione di lettori e di appassionati di letteratura che non sa nulla della letteratura italiana letta in questa chiave. Spero di intercettare questo nuovo pubblico interessato all’argomento.

Quali novità presenta questa pubblicazione de L’eroe negato rispetto a quella del 2000?

Ho riscritto la prefazione, spiegando le ragioni di questa ripubblicazione ma mettendomi anche in gioco in prima persona. Infatti, racconto alcuni ricordi della mia giovinezza, trascorsa nella provincia irpina, in cui la lettura è stato uno strumento di conoscenza insostituibile della vita. Mi rifugiavo nei libri e nei libri trovavo risposte a ciò che iniziavo a sentire dentro di me. Ho inserito anche alcune informazioni nell’ultimo capitolo, per esempio su Mario Fortunato e su Walter Siti, e ho aggiunto i riferimenti ad autori che non erano presenti nella pubblicazione del 2000.

Quali sono gli autori che, personalmente, ti hanno maggiormente suggestionato tra quelli trattati nel libro?

Pier Vittorio Tondelli perché, soprattutto nei suoi primi testi, come Altri Libertini, affrontava la tematica omosessuale con leggerezza e allegria, senza nessuna venatura di dramma. E poi, chiaramente, Pier Paolo Pasolini, autore che ho amato e ho odiato, che leggevo però sempre con grande passione e percepivo, tra le righe di tutto ciò che scriveva, il suo forte vissuto omosessuale e questa cosa mi colpiva molto.

Quale autore, tra quelli che hai inserito nella tua opera, credi sia stato dimenticato dalla critica ufficiale?

Senza dubbio Piero Santi, scrittore fiorentino poco noto, che ho conosciuto di persona negli anni ‘70. Lui non aveva mai fatto mistero della sua omosessualità e ha scontato la sua sincerità con il silenzio e la disattenzione verso la sua opera. Piero Santi era amico di Gadda e di Rosai, intellettuali che nascondevano la loro omosessualità e infatti avevano successo.

Secondo te è ancora difficile per uno scrittore, nel 2018, essere dichiaratamente gay?

Credo che oggi non sia più un grande problema anche se molti scrittori continuano ancora a tacere il proprio orientamento omosessuale per il consueto falso concetto di non voler “restare nel ghetto”. Invece basta guardare alla produzione di Mario Fortunato e di Walter Siti per capire che puoi essere gay, parlare di argomenti gay e avere anche un gran successo.

Francesco, tu hai insegnato anche nelle scuole superiori oltre che all’università: pensi che sia difficile o scandaloso parlare di letteratura omosessuale nelle scuole?

Il mondo che vi pare di catene, tutto è intessuto d’armonie profonde: la risposta è in questo splendido distico di Sandro Penna. L’argomento può sembrare scandaloso ma i docenti dovrebbero avere il coraggio di parlarne e alcuni infatti ne parlano e non hanno problemi. Dipende chiaramente anche dalla intelligenza e dalla cultura del dirigente scolastico.

Ciò che continua a essere carente, invece, la presenza di dati che riguardano l’omosessualità degli autori antologizzati nei libri di studio. Non si capisce perché di Foscolo dobbiamo conoscere i nomi delle sue amanti, che sono anche muse delle sue opere, mentre di Pasolini, per esempio, non dobbiamo sapere nulla del suo amore per Ninetto Davoli. Questa cosa è grave perché restituisce ai più giovani l’idea che gli autori gay abbiano avuto una vita disastrata e senza amori. La stessa cosa accade per Saba, poiché i libri, e anche i prof, tacciono sugli amori maschili del poeta e in questo modo tagliano una parte consistente, forse la più bella, della sua produzione poetica.

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