Un’informazione mirata alle tematiche Lgbti è diventata sempre più importante nel panorama giornalistico dei nostri tempi. Non solo perché la collettività rainbow è riuscita a esprimere in maniera decisa le proprie istanze di rivendicazione. Ma anche perché si è registrata, nel tempo, una graduale e costante richiesta di notizie puntuali e corrette su la vita, la cultura e le politiche relative all’universo Lgbti.

Uno dei massimi riferimenti nazionali per tale informazione è, da qualche anno a questa parte, Francesco Lepore, latinista, saggista ed ex sacerdote: spirito brillante e anticonformista, dal maggio 2017 è caporedattore del quotidiano Lgbti online più “antico” d’Italia, cioè Gaynews.it, diretto da Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano.

A lui Giovanni Caloggero, presidente di Arcigay Catania e consigliere nazionale di Arcigay nonché figura di spicco della lotta di rivendicazione per i diritti Lgbti in Italia, ha voluto porre alcune domande.

Francesco, com’è nato in te il desiderio di svolgere questo lavoro di informazione?

La passione per il giornalismo mi accompagna dall’adolescenza, trascorsa a Benevento. Scrivevo articoli di cultura per alcuni quotidiani e settimanali locali. Tale passione è stata poi coltivata negli anni di sacerdozio. Sì, perché ho esercitato il ministero presbiterale per sette anni, prima di deporre “la tonaca” nel 2006, per vivere apertamente la mia condizione omosessuale.

Durante il triennio di permanenza in Vaticano (2003-2006), dove sono stato officiale prima della Segreteria di Stato quale latinista poi della Biblioteca Apostolica Vaticana quale segretario del card. Jean-Louis Tauran, sono stato collaboratore della Terza Pagina de L’Osservatore Romano (il cui direttore dell’epoca Mario Agnes mi voleva bene come un figlio) e ho scritto, a volte, recensioni di libri per La Civiltà Cattolica.

Una volta abbandonato il ministero, è stato per me quasi conseguenziale dedicarmi a tempo pieno all’attività d’informazione. Ho fatto il mio praticantato presso la redazione di Sky TG24.it. Quindi il concorso per giornalista professionista, cui sono successivamente seguiti il master in Digital journalism presso la Pul, lo stage presso Huffington Post e l’impegno come caporedattore presso Pride Online.it e, a partire dal maggio 2017, presso Gaynews.it.

Tu non sei associato, crediamo, a nessuna organizzazione politica Lgbti: questo elemento costituisce per te un fattore positivo?

Sì, è così. Ciò costituisce, a mio parere, un fattore enormemente positivo, perché mi permette autonomia e indipendenza valutativa su quanto attiene al variegato universo associativo Lgbti italiano.

Il lavoro di giornalista richiede una deontologica equidistanza da ogni soggetto “politico” e, quindi, la massima oggettività nel racconto editoriale. Quanto ti impegna questa attività soprattutto nella ricerca delle fonti e dei fatti oggettivi?

Premesso che ognuno è soggetto a condizionamenti di vario tipo, pongo personalmente la massima cura nel garantire un’informazione che si attenga il più possibile all’oggettività. La ricerca è la stessa che attua qualsiasi giornalista innamorato della propria professione. Occupa, dunque, la maggior parte di ogni singola giornata.

Recentemente nell’accesissimo dibattito sulle ben note posizioni di ArciLesbica abbiamo rilevato toni assai forti e posizioni nettamente contrapposte da tutte le parti ivi comprese quelle di chi fa informazione. Quale è la posizione di Gaynews in merito? In particolare, ritieni questa vicenda come un momento dialettico forte dentro il movimento o pensi che ArciLesbica sia e debba essere considerata fuori dal movimento?

La posizione di Gaynews è totalmente scevra da ogni sorta di preclusione alla questione gpa, da cui appare invece ossessionata in maniera unilaterale ArciLesbica Nazionale. La dice lunga che a polarizzare quasi esclusivamente la loro attenzione sia la condanna di quanto, al pari di Lega, Fratelli d’Italia e cattoreazionari, chiamano con toni spregiativi “utero in affitto” – complesso lemmatico che connota negativamente a priori tale pratica di pma – . Condanna che va di pari passo con una visione biologistica non solo della maternità ma anche della femminilità, da cui scaturiscono i ben noti attacchi alle donne transgender non sottoposte a intervento chirurgico di riattribuzione del sesso. Sul resto, da parte loro, ne verbum quidem. Non meraviglia pertanto che, dopo l’ultimo congresso elettivo, molti circoli si siano disaffiliati e abbiano costituito quella nuova realtà che è Alfi.

Contrariamente a quanto vanno dichiarando nei loro comunicati – come l’ultimo sulla nomina di Sergio Lo Giudice a responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd – la maggior parte delle donne lesbiche italiane non si sente e non è affatto rappresentata da un’entità sempre più esigua ed esangue, che condivide le proprie vedute con partiti/enti parapolitici di destra e alcune frange conservatrici del femminismo italiano. Quindi più che considerare ArciLesbica al di fuori del movimento, ritengo che sia ArciLesbica ad essersi posta automaticamente fuori dal movimento con tali prese di posizione antilibertarie e antidialogiche.

Hai seguito, durante questa stagione di Onda Pride oramai quasi al termine, tutti i Pride dandone per ciascuno ampie informative senza tralasciarne nessuno. Quale è la tua valutazione di questa stagione?

L’Onda Pride 2018 è stata d’eccezionale importanza non tanto per il numero delle singole marce dell’orgoglio Lgbti e dei rispettivi partecipanti. Elemento, questo, non da poco, se si considera che il Roma Pride con le sue 500.000 presenze ha suscitato una reazione piccata da parte di Salvini. Ma è stato soprattuto d’eccezionale importanza, perché ha ricordato che le persone Lgbti non sono unicamente ricurve su sé stesse. Ma sentono come proprie le battaglie di tutte quelle minoranze, che vedono conculcati i propri diritti e la propria dignità da politiche sempre più fascisteggianti.

Catania e Siracusa sono state da te raccontate nei minimi dettagli prima, durante e dopo i rispettivi Pride. Hai rilevato delle peculiarità in queste due manifestazioni?

I Pride gemellati di Catania e Siracusa mi hanno affascinato per il loro documento politico e la scelta dello slogan quanto mai attuale Mare, Umanità, Resistenza. Quella resistenza, che le forze dell’ordine hanno tentato a Siracusa di arginare con la rimozione di un innocuo cartello contestatorio nei riguardi del ministro dell’Interno. Perché alla fine, ieri come oggi, è la manifestazione del proprio pensiero a suscitare timore. Ma quel gesto ha avuto un solo effetto: la riproposizione dello stesso cartello in molti Pride successivi, per ribadire che niente e nessuno potranno soffocare il dissenso.

Tu non sei siciliano, anche se hai un compagno sicilianissimo. Cosa ti ha spinto a dedicare attenzione così puntuale sia ai Pride siciliani sia alle attività che si svolgono in Sicilia?

L’attenzione è dovuta al fatto che considero la Sicilia un po’ come la mia seconda casa dopo aver conosciuto Michele. Senza dimenticare l’elemento storico, per me sempre fondamentale. La nascita del primo circolo di quella che sarebbe diventata la prima realtà associativa Lgbti italiana, cioè Arcigay, è infatti correlata al tristemente noto delitto di Giarre.

Arcigay andrà a congresso a novembre a Torino. Cosa ti aspetti e cosa vorresti da questo congresso?

Credo che quanto vorrei sia di nessuna importanza. In ogni caso mi aspetto che Arcigay trovi un rinnovato slancio all’indomani del congresso di Torino. Ho notato negli ultimi anni un certo appiattimento a livello centrale – differentemente da quello locale contrassegnato da una forte dinamicità – e una scarsa incidenza sul piano politico rispetto al passato. Colpa non certamente attribuibile ai vertici dell’associazione. Si tratta in realtà di un riflesso delle condizioni generali in cui versa l’intero movimento.

Sarebbe forse opportuna anche una certa “creatività” nella scelta delle cariche. Mutatis mutandis, mi sento di citare, a tal proposito, le parole spesso dette da un vescovo a parroci anziani che, attaccati al privilegio dell’inamovibilità, non volevo essere destinati altrove. «Il ricambio – osservava – farà bene alle realtà in cui siete stati e farà bene a voi stessi. Altrimenti sarebbe la morte per entrambi».

Cosa vorresti e ti aspetti dalla Sicilia Lgbti?

Un impegno fedele alle linee delle tante e tanti attivisti del passato. La Sicilia ne annovera veramente tante e tanti. Sarebbe poi auspicabile che le tante persone omosessuali – che ancora per diversi motivi celano la propria condizione – abbiano il coraggio di spezzare il muro dell’omertà personale, fare coming out e collaborare per rendere questa terra sempre più libera da ogni forma di discriminazione.

Tu sei un latinista: sappiamo che scrivi anche in latino e, avendoti letto anche in questa lingua, abbiamo visto che scrivi correttamente e con stile latino diremmo perfetto. Raccontaci qualcosa di questa tua passione.

La mia passione per la lingua latina è la più bella eredità che mio padre mi ha lasciato. Sin da piccolo mi ha educato all’amore non solo per i classici ma anche per il latino medievale. Da seminarista e, poi, da sacerdote – a fronte di una progressiva ignoranza del sermo patrum da parte dei chierici – ho coltivato una tale passione per il desiderio di andare direttamente alle fonti e comprenderne il genuino significato.

C’è poi stata l’accennata quanto proficua esperienza presso la Sezione Lettere Latine in Segreteria di Stato, accompagnata da pubblicazioni e cura di edizioni critiche come quella data alle stampe nel 2003 e relativa a un sermone di Davide di Benevento (fine VIII° secolo). Uno dei miei hobby è tuttora quello di “andare a caccia” di epigrafi sepolcrali in latino come anche quella di comporne su commissione. Infine curo su Huffington Post un blog in latino, Gaia Vox. Un passatempo piacevole, che mi permette di scrivere ironicamente e provocatoriamente di questioni Lgbti in quella che di fatto resta la lingua ufficiale della Chiesa.

Spesse volte hai toccato il tema della fede e omosessualità, tema abbastanza delicato e forse anche divisivo. Quale è la tua posizione in merito e quanto in essa influisce la tua esperienza personale?

La mia posizione è quella di un osservatore della realtà ecclesiale che, piaccia o no, non si può altezzosamente liquidare come di nessun rilievo. Ritengo di non essere più credente – o, almeno, non nel senso cattolico del termine – ma questo non mi porta a condannare aprioristicamente quanto dicono o fanno papa, vescovi e preti. I tunicati hanno pieno diritto di dire la loro su ogni questione. Noi, però, abbiamo pieno diritto di valutare tutto e, all’occorrenza, criticare. Soprattutto, quando, in ambiti, squisitamente attinenti alla vita privata degli individui e alla laicità dello Stato, si nota una volontà di condizionare l’azione degli uomini e delle donne delle istituzioni.

Resto, comunque, sempre del parere che, se ciò avviene, la colpa non è tanto di Oltretevere quanto di parlamentari proni ad Petri pedes e pronti a rendere più vicine quelle rive che, invece, dovrebbero sempre restare ben distanziate.

E, infine, qual è il tuo rapporto con Franco Grillini e quanto la figura di questo gigante del movimento influisce sulla tua attività?

Il mio rapporto con Franco è quello di reciproca stima e affetto. Per me è punto di riferimento quotidiano. Ci sentiamo e scriviamo via WhatsApp più volte al giorno. Anche perché lui è il direttore di Gaynews. Resto piacevolmente sorpreso della pressoché totale comunanza di vedute. Aspetto, questo, che ha permesso al quotidiano di affermarsi sempre più sul piano dell’informazione Lgbti italiana. Non è un caso che, a fronte dei reiterati proclami giustizialistici a seguito della ben nota vicenda della Locanda Rigatoni, la linea del dialogo e del confronto sia stata e resti quella condivisa da entrambi sin dal primo momento.

Franco costituisce poi per me un punto di riferimento quale memoria storica degli ultimi decenni di attività del movimento. Da parte sua noto, invece, un grande interesse per il latino e questioni ecclesiali con quesiti e valutazioni, che costituiscono momenti veramente piacevoli delle nostre conversazioni

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Uomini single e coppie gay non potranno avvalersi della gpa in Israele. Lo ha deciso la Knesset respingendo un emendamento, a firma Ohana (Likud), alla legge, approvata ieri, che estende alle donne single la possibilità di accedere ai programmi di surrogacy supervisionati dallo Stato.

La precedente norma del 1996 consentiva la gpa solo alle coppie eterosessuali sposate, e fissava ulteriori, stringenti paletti. Troppi, se è vero che moltissimi israeliani hanno preferito in questi due decenni utilizzare agenzie in Paesi stranieri (fra cui il Nepal).

Gioiscono i partiti religiosi indispensabili alla maggioranza di governo, si infuriano le associazioni Lgbti e i loro sostenitori, specialmente presenti nei partiti laici e di sinistra, da Meretz al Labour al centrista Yesh Atid, che ne hanno approfittato per attaccare Netanyahu, bollato come banderuola per aver prima appoggiato le rivendicazioni gay e poi votato contro l’emendamento di Amir Ohana, suo compagno di partito ora accusato di fare da foglia di fico in un Likud sempre più prono ai diktat dell’estrema destra.

Andò così anche sul compromesso del Kotel, ovvero il piano di apertura di un terzo settore, non ortodosso, al Muro del Pianto: accordo sponsorizzato da Netanyahu e senza preavviso cestinato quando i partiti religiosi minacciarono di far cadere il governo.

Adesso Bibi promette su Facebook di sostenere un eventuale progetto di legge che estenda la surrogacy “ai padri”. Legge che non potrebbe mai passare senza provocare una crisi di governo e che, quindi, non giungerà mai in aula.

Mentre il movimento Lgbti chiama per Tisha BeAv, il giorno di lutto per eccellenza del calendario ebraico, cioè dopodomani, quando tutti digiunano in ricordo della distruzione del Tempio e varie altre tragedie nazionali, una giornata di sciopero simbolico. Ma già ieri centinaia di attivisti hanno inscenato a Tel Aviv una prima manifestazione. Nell'ora di punta serale un corteo di dimostranti ha bloccato il traffico automobilistico nel centrale incrocio stradale delle Torri Azrieli, dove si trovano diversi uffici governativi.

Più che piangere su Echà, il Libro delle Lamentazioni, si rifletterà sull’appannarsi dei record “civili” di Israele, che su questi temi campa di rendita dagli anni '90, mentre nell’ultimo decennio è stato superato da gran parte del mondo occidentale e non solo, dove il matrimonio same-sex è realtà e anche le adozioni sono diritti acquisiti. Italia esclusa naturalmente.

In Israele per le coppie gay adottare è teoricamente possibile, ma quasi impossibile nella pratica. Grave discriminazione per una società in cui quasi tutti, gay o etero che siano, vogliono avere figli, come si vede osservando per le strade di Tel Aviv decine di coppie gay con passeggino: per la maggior parte figli avuti all’estero. E così continuerà ad essere per il prevedibile futuro.

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Una freccia indicante il loro negozio. Al di sopra la scritta frocio. Questa la scoperta fatta lunedì mattina dai fratelli Alberto e Riccardo Nicolai, titolari a Massa della centrale libreria Ali di Carta.

Un’offesa o un atto intidimidatorio nei riguardi di chi, come Alberto, non ha mai nascosto il suo orientamento omosessuale e continua a essere fortemente critico nei riguardi delle destre al comando. Quelle stesse che si sono affermate nel Comune toscano di tradizione rossa e hanno assicurato, alle recenti amministrative, l’elezione a sindaco del leghista Francesco Persiani.

Immediata la solidarietà da parte di tante persone. A partire da quella espressa da Alessandro Bandoni, ex presidente della Consulta per le Pari opportunità di Carrara, e dalla locale associazione Lgbti Audre Lorde.

Ma Alberto e Riccardo sono voluti andare oltre.

nicolai

Dopo aver denunciato l’accaduto sui social, hanno organizzato ieri sera un sit-in di fronte alla libreria in Piazza degli Aranci. L’appuntamento Cultura e Diversità  è stato rivolto a «tutti coloro che hanno un pensiero o un silenzio o un rumore» per reagire a un crescente clima intimidatorio, violento, discriminatorio.

L’invito è stato accolto con un tale entusiasmo che, dopo le 21:00, oltre 500 persone hanno partecipato al sit-in. Perché, come affermato, da Riccardo Nicolai davvero «la diversità è oro».

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Seduto al Café du Marché (l'escalope di vitello coi funghi non è niente male, le torte stellari) con Silvano, provo a fare con lui qualche riflessione sul Pride parigino appena vissuto, posto che la quantità e qualità di bellezze locali anche umane - che invadono il Marais anche il lunedì mattina - lo consentano.

Ho visto molta gioia, certo, e colore, e folla (tanta che non la potevi proprio contare) ma ancora più politica. Più messaggi forti, addirittura un sit-in in (religioso) silenzio, una "piena" di giovani ragazze con cartelli per niente rassegnati e un'organizzazione che ha fatto (o lasciato) sfilare quello che noi, faciloni, definiremmo il blocco antagonista in testa al corteo.

Pugni alzati al vento anche qui, e fanno un bene dannato, perché è qui che nascono le rivoluzioni. Qui che si sono nutrite le migliori energie culturali del continente e dove alligna un po' di speranza in quei volti forti, trasversali e debordanti di libertà, di coscienza e di forza.

Un senso di fratellanza nuovo e limpido, che rende ancora più triste sapersi accolti a casa dalla deriva populista (schedaci, forza) e dal miasma fascista ornato dalla corona del Rosario che intasa i pensieri di tante, troppe persone. Quelle che magari ritenevamo persino rispettabili, quando, invece, erano solo il razzista violento, omofobo e maschilista della porta accanto.

Lo stesso che, magari, paga anche bene per un paio d'ore con un ragazzino indiano che ha l'età della propria figlia. Tutto molto tradizionale. Non ci fermerete tutte o tutti. È troppa gente, è troppa forza per la vostra debole meschinità.

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Jean-Marie Le Pen è ricoverato in ospedale da martedì pomeriggio in una struttura nei pressi di Parigi a seguito d’una perdurante situazione di affatticamento generale.

Motivo per cui è stata rinviata al 3 ottobre l'udienza processuale a suo carico per pubblica ingiuria e incitamento all’odio nei riguardi delle persone omosessualiIl confondatore del Front National (il cui attuale nome è Rassemblement National) sarebbe dovuto infatti comparire oggi presso la 17° Aula del Tribunale penale di Parigi.

Il suo consigliere Lorrain de Saint Affrique ha dichiarato che l'ex europarlamentare dovrà restare in ospedale fino a lunedì, pur senza escludere il protrarsi della permanenza ospedaliera. Frédéric Joachim, legale di Le Pen, ha comunicato alla stampa che il suo assistito non ha mai avuto intenzione di sottrarsi al procedimento giudiziario, volendo dissipare quello che lui ritiene essere «un fraintendimento del senso delle sue dichiarazioni».

Dichiarazioni, queste, risalenti al marzo 2016, quando correlò la pedofilia all’omosessualità, e al dicembre del medesimo anno, quando ai giornalisti de Le Figaro disse: «Gli omosessuali sono come il sale nella zuppa: se non ce n’è abbastanza è insipida, se ce n’è troppo è immngiabile».

Ma, soprattutto, all’aprile 2017 quando, dopo l’attentato agli Champs-Elysées, criticò il pubblico atto di omaggio a Xavier Jugelé da parte del compagno Etienne Cardilès. Il quale si è costituito parte civile contro Le Pen.

Espulso nel 2015 dal Front National dalla figlia Marine, succedutagli nell’incarico di presidente, e approdato, lo scorso anno, al partito neofascista europeo Apf guidato da Roberto Fiore, Jean-Marie Le Pen è stato condannato più di 25 volte per apologia dei crimini di guerra, incitamento all’odio e alla discriminazione, antisemitismo e pubbliche ingiurie. 

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Continua lo speciale di Gaynews, dedicato ai giovani Lgbti.

Oggi è la volta del 26enne Francesco Vetica. A lui abbiamo chiesto di raccontarci il suo coming out e l’impegno quotidiano nella lotta alle discriminazioni in un territorio difficile qual è quello di Latina. Al cui riguardo con un pizzico d’ironia ha detto: Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

Francesco, che cosa significa essere e dichiararsi gay a Latina?

È estremamente liberatorio, quasi rivoluzionario. Durante il mio percorso di accettazione il sogno è sempre stato quello di poter essere gaiamente felice a Latina, parlare delle mie esperienze con qualcuno, parlare di autodeterminazione, del movimento Lgbti o di transfemminismo. Le solite cose, insomma. È difficile essere sé stessi nella mia città (ancora chiamata Littoria da molti dei suoi cittadini): è possibile che si trovino delle sacche di resistenza, dei rigurgiti fascisti che minano la tua stabilità ma ogni volta cammino a testa alta. Ho fatto coming out con parenti e amici quando vivevo a Torino (dove ho iniziato i miei studi universitari).

Per vari motivi sono tornato nella mia città natale e all’inizio è stato difficile. Torino è una città molto aperta dove non ho mai trovato difficoltà ad essere accettato negli ambienti che frequentavo. Latina era tutta un’altra storia. Essere dichiarato e fiero a Latina mi fa sentire in dovere di non provare paura e di resistere per chi non è nella mia stessa condizione, per chi soffre come ho sofferto io quando rinnegavo me stesso anche per colpa di una città che non ti accetta (ancor meno del resto d’Italia!). Adesso mi trovo a essere libero, felice e soprattutto fiero di quello che sono.

C'è un comunità di giovani Lgbti a Latina?

Quando sono tornato a Latina ho notato una totale assenza di giovani Lgbti. Mi sembrava di essere l’unico! La comunità in generale non sembrava esserci: non solo i giovani. Con il tempo ho scoperto la loro esistenza, nella clandestinità. Per la prima volta ho scoperto una serata gay-friendly (Popcorn). Poi pian piano ho conosciuto altre ragazze e ragazzi e da lì la visione si è fatta più serena. Adesso inizio realmente a vedere, a conoscere e a legare con la comunità di giovani, connessi soprattutto alla SEIcomeSEI, al locale circolo Arci e alla nuova serata gayfriendly Matrioska. Con la fondazione, nel novembre del 2017, del gruppo giovani Le Rospe sto finalmente riscontrando che la comunità è viva, attiva, avida di crescere e di avere anche un ruolo politico. Ci sono ancora alcuni di noi che hanno paura ma stiamo lavorando proprio per far saldare le connessioni che ci legano e permettere a tutti di esprimere il proprio orientamento o la propria identità di genere.

Attualmente nutro molte speranze su una “rivoluzione culturale” nel territorio pontino: sempre più giovani si avvicinano al gruppo. Gli argomenti che affrontiamo (che sono quasi sempre i componenti del gruppo a trovare) diventano di volta in volta più interessanti e stimolanti. Abbiamo voglia di condividere e trasformare la nostra esperienza di autocoscienza in pratiche giornaliere. Stiamo entrando prepotentemente nello scenario latinense: resistiamo alle coatte repressioni con l’intento di scardinare l’educastrazione e dare senso e significato frocio alla vita, nostra e della nostra città. Sfondiamo piano piano le barriere dell’eteronormatività e ne usciamo favolose!

Come sono i rapporti con le istituzioni e, in particolare, con le scuole?

Il Comune ci è vicino, ha patrocinato moltissimi dei nostri eventi ed è sempre pronto ad ascoltarci. Per quanto riguarda le scuole, ci stiamo lavorando. Per ora siamo entrati solo in pochi istituti e i primi semi sono stati piantati: dal prossimo anno scolastico sicuramente raddoppieremo gli sforzi ma riusciremo a essere presenti in molte più scuole.

C’è da dire che il muro dell’intolleranza è stato eretto da parecchi professori che non accettano la nostra presenza e quella di determinati temi nelle aule scolastiche. A Latina non si parla di tematiche Lgbgti, soprattutto nelle scuole. Grazie però ad alcuni docenti, e soprattutto ad una delle pioniere che mi aiutò molto nel mio percorso di autoaccettazione e a cui sarò eternamente grato, i progetti vengono accolti e caldamente richiesti in situazioni di bullismo.

Quali sono le iniziative che proponete ai vostri concittadini sulle tematiche Lgbti?

L’associazione opera sul territorio dal 2014. Piano piano è cresciuta e lo sta ancora facendo. Lo scorso anno, ad esempio, è stata realizzata una rassegna cinematografica, che a breve ripeteremo. Pensiamo che tramite il grande schermo o con presentazioni di libri si possa coinvolgere un numero elevato di persone e instillare fortemente la cultura del rispetto.

Ci impegniamo quotidianamente per far sì che si parli di tematiche Lgbti, con piccole campagne (come abbiamo fatto noi Rospe, ad esempio, distribuendo cioccolatini e cartoline raffiguranti baci tra persone dello stesso sesso in occasione di San Valentino) o con grandi manifestazioni (come, ad esempio, il recente sciopero generale dell’8 marzo con altre associazioni). Il lavoro importante però, prima che su tutta la popolazione, va fatto sulla comunità Lgbgti. Il problema dell’omofobia interiorizzata è radicato e spaventosamente importante. Per questo nasceranno a breve altri gruppi, che insieme a quello giovani, creeranno la base (anche associativa) con cui lavorare sulla città.

Latina: regno della destra. Eppure voi siete riusciti a trovare uno spazio o più spazi. Ci racconti questa esperienza?

Una delle mie caratteristiche è avere un forte approccio intersezionale e così anche la mia associazione. Facciamo rete con altre realtà (Non una di meno, il Centro Donna Lilith, il Collettivo Cigno rosso antifascista e molte altre) e insieme al loro aiuto stiamo creando una solida base di accettazione all’interno della città. I momenti di debolezza sono molti. Le minacce sui social network (e paradossalmente anche su chat di incontri per persone omosessuali) sono praticamente all’ordine del giorno.

Latina può considerarsi una città con un fascismo ancora particolarmente radicato. L’ondata nera, che sta travolgendo l’Italia e l’Europa, a Latina è arrivata già da parecchio tempo ed è particolarmente importante. È una città difficile: per la prima volta dopo anni è stata eletta una Giunta non di destra ma le resistenze da parte della componente della destra estrema sono ancora preponderanti e pericolose. Non è una destra con cui si può dialogare: gli atti intimidatori sono il loro modus operandi. Quando è stata cambiata la toponomastica dei giardini comunali, prima dedicati ad Arnaldo Mussolini e ora a Falcone e Borsellino, sono arrivate minacce e intimidazioni alla Giunta comunale. Ogni cosa che vada fuori dalla norma estremamente destrorsa e conservatrice è vista come un attacco all’identità italiana e storica della città.

È difficile trovare uno spazio ma noi stiamo creando le condizioni adatte per la comunità. Per farla crescere e vivere in maniera serena. Forse gli anni ’70 a Latina non sono ancora arrivati: la paura di tutto ciò che vada al di fuori dell’eteronorma bigotta, imborghesita e stantìa è forte. Siamo stati salvati, in un certo senso, dall’arrivo delle femministe negli anni del "Processo del Circeo” che ci hanno introdotto alle pratiche del femminismo e che hanno portato gli strumenti di lotta adatti a sradicare i “pariolini” fascisti dalla città. Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sabato 10 marzo a Marino Laziale (Roma) nella suggestiva cornice di Palazzo Colonna, sede del Comune, si sono uniti civilmente il 36enne Daniele Priori e il 35enne Francesco Di Rosalia. A celebrare il rito Enrico Oliari, presidente e fondatore di GayLib, di cui Priori è segretario nazionale.

Al termine della celebrazione è stato letto il messaggio augurale inviato alla coppia dalla deputata di Forza Italia Mara Carfagna. «Sono accanto a voi con il cuore – ha scritto l’ex ministra delle Pari opportunità –. Sono felicissima. Godetevi questo momento e siate felici ora e per tutta la vita».

A pochi giorni dall’evento Gaynews ha raggiunto Daniele Priori per saperne qualcosa di più.

Daniele, ti sei unito civilmente. Cosa ti ha portato a una tale decisione e quali l’emozioni provate?

È stato anzitutto, ci tengo a dirlo, un giorno fantastico. Bello, anzi, anche tutto il periodo precedente. Poi quando si ha un compagno che per cinque anni ha fatto il fiorista, quindi del settore se ne intende pure, tutto diventa, come dire, apparentemente più facile. A parte ciò, i motivi che ci hanno portato a compiere questo importante passo sono stati quelli che, credo, accomunino un po' tutti. In primis, dopo quattro anni e mezzo di convivenza e quattro da "famiglia anagrafica" già registrata nel nostro comune di residenza, abbiamo voluto ufficializzare anche con una bella festa la nostra unione con tutto quello che ne consegue. Compresa la comunione dei beni che per ora, in realtà, è più una divisione di debiti ma, scherzi a parte, vivaddio che è così!

L'unione civile, infatti, mi piace leggerla anzitutto, al di là della dimensione più strettamente romantica, come un bel contratto sociale che prevede riconoscimento e diritti pubblici ma soprattutto mutua assistenza privata per la quale, però, ci tengo a dirlo, tra me e Francesco non sarebbe nemmeno servita una legge. Se non avessi avuto la certezza di sposare una persona fantastica, del resto non l'avrei certo sposato!

La celebrazione è la prima nel Comune di Marino. Qual è stata la reazione della cittadinanza?

È stata una festa per tutti. Fuori dal palazzo c'erano gli spettatori a salutarci. Nei giorni precedenti già ricevevamo felicitazioni dai miei concittadini. Io, del resto, sono abbastanza conosciuto in città essendo stato nel gabinetto di due sindaci per più di un decennio. Diciamo che con i miei concittadini abbiamo compiuto un percorso insieme che ha assolutamente ricompreso anche il mio impegno civile e il mio conseguente coming out.

Hai definito il rito “verdimonio”. Puoi spiegare ai lettori perché?

Anzitutto perché sono uno scemo che si diverte a coniare neologismi per tutto. Poi perché abbiamo deciso di fare un omaggio a Massimo Consoli, padre del movimento Lgbti italiano, indossatore seriale di cravatte verdi. Le quali, a loro volta, erano un omaggio alla storia anche precedente alla nascita dei moderni movimenti gay nei vari Paesi. Perciò è stato un trionfo di questo colore molto più che simbolico per la storia e la cultura gay. Il verde ci ha ricongiunti alla natura, all'antica Società delle Cravatte verdi francesi, forse il primo segretissimo gruppo omofilo organizzato nell'Europa ottocentesca, quindi a Oscar Wilde e al suo garofano verde.

Il tema era proprio "50 sfumature di verde". E coi nomi dei tavoli poi ci siamo sbizzarriti andando anche volutamente fuori tema ma non fuori tono. Il tavolo dei musicisti, per dire, si chiamava Giuseppe Verdi. Quello della mia famiglia "Speranza" che dicono sia verde. Quello della famiglia siciliana di Francesco "Pistacchio". Insomma, decisamente un "verdimonio": non trovi?"

A officiare il rito è stato Enrico Oliari, presidente di GayLib. Associazione, di cui sei segretario. Qual è il suo ruolo all’interno della collettività Lgbti?

Siamo dei sani e spesso non riconosciuti provocatori dell'intelletto. Nonostante un certo ostracismo politico ad opera soprattutto della maggioranza del movimento Lgbti, non abbiamo mai smesso di remare dalla stessa parte, quella della tutela dei diritti e dei doveri dei cittadini che compongono quella che proprio Consoli definiva 'comunità varia', portando a casa risultati fondamentali.

Penso alla nascita dell'Oscad, nato dopo una nostra lettera aperta a Manganelli che ci ha subito ricevuti e ascoltato per due ore nel giugno del 2010. Penso soprattutto alla storica sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani del luglio 2015 "Oliari contro Italia". Enrico, il fondatore e presidente di GayLib, è stato un pioniere coraggioso che, investendo solo soldi di tasca sua, ha ottenuto una vittoria storica con la condanna dell'Italia a un risarcimento. Con il quale - ci tengo a dirlo - Enrico ha pagato l'avvocato che l'aveva accompagnato fin lì. Questa condanna dagli effetti potenzialmente devastanti per l'economia nazionale ha in qualche modo velocizzato l'iter della legge sulle unioni civili. Non siamo solo noi a dirlo – che potremmo essere accusati di faziosità e manie di protagonismo – ma l'hanno riconosciuto fior fiore di analisti in ambito giuridico.

Da ultimo mi prendo il merito di aver stretto amicizia e sensibilizzato due donne speciali nel mondo del centrodestra: Francesca Pascale, compagna del presidente Berlusconi, e Mara Carfagna, che ci segue passo passo nella nostra lotta da ormai dieci anni. Mara è un gioiello per l'Italia, capace di coraggio, emozioni autentiche e profonda mediazione, anche nelle situazioni a volte non facili che una donna in lotta per i diritti civili nel centrodestra è costretta a vivere. Posso dire che il giorno dell'approvazione della legge sulle unioni civili mi ha chiamato lei e ci siamo commossi insieme. 

Da giornalista libertario, come ami definirti, e attivista come giudichi l’attuale collettività Lgbti italiana?

Cito uno scrittore gay decisamente più autorevole di me che nel 2000, arrivando a Roma in occasione del World Pride, di fronte a una platea di persone omosessuali, da attento conoscitore del nostro Paese, disse che il problema più grande dei gay italiani era quello di non esser mai riusciti a trasformarsi in una vera comunità. Lo scrittore era David Leavitt. La situazione, diciotto anni dopo, non è cambiata.

Anzi, forse per colpa dei social che hanno agito su tutta la società e non di meno sulla popolazione Lgbti, è diventata ancora più arida e vuota. Un triste guaio al quale purtroppo le associazioni, compresa la nostra, non riescono a trovare barlumi di soluzione.

Che cosa significa oggi essere gay e di destra anche alla luce degli ultimi risultati elettorali?

Oggi paradossalmente, ancor più di dieci o quindici anni fa, è un disastro totale. Si deve ricominciare daccapo, come vent'anni fa. Con le unioni civili approvate, però, che non è davvero poco. Si può ripartire da Forza Italia che, nonostante qualche sparata più che altro ironica del presidente Berlusconi, sul tema, resta oggi un partito liberale. E questo grazie anche a GayLib e al coraggio delle due donne di cui parlavamo poco fa.

Vorrei ricordare che Forza Italia ha un dipartimento Libertà civili e Diritti umani che fu presentato alla stampa nell'ottobre del 2014 proprio dal presidente Berlusconi. La strada in tal senso mi pare obbligata. Sono certo che i ragazzi gay militanti in Fratelli d'Italia e Lega vorranno seguirci in questo percorso.

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Sabato a Macerata il 28enne Luca Traini, candidato della Lega nel 2017 alle comunali di Corridonia nonché simpatizzante di Forza Nuova e CasaPound, si è messo a sparare su ogni persona di colore che incontrava per strada. Ne ha colpite sei. Sei feriti tra i 20 e i 32 anni, di cui è necessario ricordare i nomi per non dimenticare che che si sta parlando di vite umane. Si tratta di Jennifer Odion, Mahamadou Toure, Wilson Kofi, Festus Omagbon, Gideon Azeke, Omar Fadera.

Eppure esponenti della destra italiana hanno preferito far passare in secondo piano quest’aspetto per puntare il dito sulla sinistra quale vera colpevole di quanto accaduto. Qui siamo di fronte a un evidente caso di follia politica, le cui responsabilità morali non possomo che essere ricondotte in chi ha rivalutato il fascismo e lo sta utilizzando elettoralmente. Responsabilità morali di una destra che flerta in continuazione con realtà della variegata galassia neofascista e neonazista per cercarne uno squallido tornaconto personale.

Nessuno avrebbe mai pensato che l’Italia sarebbe diventata come il Mississipi o l’Alabama del secolo scorso. Che avremmo visto all’opera gruppi paragonabili a quelli del Klu Klux Klan. Eppure è quanto sta succedendo proprio a motivo di una destra assolutamente pericolosa. Una destra che continua a ravvisare nelle stesse persone Lgbti una minaccia all’ordine sociale e concausa del sovvertimento dei "tradizionali" valori italici.

Non a caso l’ultimo lavoro del vignettista Ghisberto raffigura una rivoltella fumante e grondante sangue, impugnata da una mano (quella ovviamente di Traini) ma armata dalle mani di un prete, un “comunista”, un banchiere e una persona Lgbti. In alto, poi, la scritta inequivocabile L’Italia macerata dagli istigatori

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Un’Italia alla cui macerazione avrebbe ovviamente contribuito, secondo parte della classe politica di destra, la legge sulle unioni civili. Quella legge che, a partire da Eugenia Roccella e Giorgia Meloni, andrebbe eliminata. Quella legge che secondo Berlusconi andrebbe modificata.

Insomma, il Cavaliere un Trump all’italiana? Sembra di sì, viste le dichiarazioni rilasciate a Libero, secondo le quali, se dovesse vincere l’elezioni, cambierebbe tutto.  E, quindi, smonterebbe l’intero apparato legislativo di cinque anni di governo di centrosinistra. Ora tra le cose da smontare o cambiare Berlusconi ha menzionato espressamente le unioni civili, chiarendo di non volere abrogare la relativa legge ma «definire chiaramente la funzione sociale del matrimonio fra un uomo e una donna, orientato alla procreazione e all' educazione della prole».

In realtà questa ossessione per la definizione o, se vogliamo, la “protezione” del matrimonio tra persone di sesso opposto – che, come tutti sappiamo, è fortissimamente in crisi – è propria di certa destra in tutto il mondo. Non a caso Putin e i Paesi confinanti con la Russia hanno spesso modificato le loro costituzioni per affermare che il matrimonio è solo quello tra un uomo e una donna.

Le affermazioni berlusconiane appaiono quanto mai bizzarre in un  momento di crisi radicale del matrimonio. Crisi, la cui responsabilità certamente non è affatto imputabile alle unioni civili. Anzi, se mai, esse sono un antidoto a questa crisi perché, aumentando il numero dei riconoscimenti legali, aumenta quello di persone che hanno una relazione in qualche modo protetta dalla legge con un beneficio allo stesso matrimonio tra persone eterosessuali.

Sappiamo tutti benissimo da cosa dipenda la crisi matrimoniale dal momento che ogni epoca ha un modello di famiglia legato a un determinato modello economico. Berlusconi dovrebbe allora interrogarsi su quanto la politica disastrosa dei suoi governi in materia economica abbia precarizzato la vita quotidiana, rendendo più difficile la possibilità di lavori a tempo indeterminato. Quelli, cioè, grazie ai quali è possibile ottenere mutui bancari con cui mettere su casa. Dovrebbe interrogarsi su quanto sia più difficile mantenere un impiego e, quindi, su quanto un tale modello economico liberista e brutale abbia violentemente reso precaria la vita familiare. Questo è il punto.

Berlusconi dovrebbe perciò scusarsi di siffatte politiche antifamiliari. Dovrebbe scusarsi del fatto che la sua disastrosa esperienza di governo abbia impedito a moltissimi giovani eterosessuali di mettere su famiglia. Altro che unioni civili.

Appare dunque piuttosto chiaro come lo scopo di certe affermazioni sia un altro. Quello, cioè, di lanciare un sasso nello stagno. Lanciare un messaggio prettamente ideologico per rispondere a quattro pagliacci integralisti, che hanno ripreso le campagne contro la legge sulle unioni civili, e per blandire l’area ultracattolica del suo elettorato da strappare a Salvini.

Mi pare assolutamente evidente lo scopo tutto ideologico, tutto declamatorio, tutto proclamatorio della boutade berlusconiana sulle unioni civili. Se così non fosse, ci provi il Cavaliere – e lo sfidiamo al riguardo – ad avviare, qualora eletto, modifiche alla Costituzione relativamente alla definizione di matrimonio sul modello di Putin e dei sistemi autoritari ex sovietici. Ci provi a cambiare la Costituzione, dimentico che la mentalità di questo Paese e le unioni civili hanno creato una rivoluzione impossibile da mettere in discussione. Una rivoluzione culturale irreversibile.

È bene ricordare un dato messo in rilievo dall’amico Marzio Barbagli nel suo bellissimo articolo Se 2.800 unioni civili vi sembran poche e, cioè, che in Italia abbiamo il più alto numero di celebrazioni di unioni civili in relazione ai matrimoni tra persone di sesso opposto in Europa. E ci sono persino alcune realtà, come Milano, dove le unioni civili stanno per superare a livello numerico i matrimoni celebrati in Comune.

Bisogna quindi essere molto attenti. È necessario che la collettività Lgbti ricordi tutto ciò a un centrodestra dato per vincente alle prossime elezioni. Che la richiami a essere guardinga al riguardo e a non bruciarsi su un tale terreno, perché la reazione sarà durissima.

Torno perciò a ribadire – come detto e proposto in un mio recente editoriale su Gaynews – l’invito alle persone Lgbti e, in generale, a tutte e a tutti a fare argine a una destra tra le peggiori d’Europa. Quella più becera, quella più ideologica, quella meno attenta ai diritti civili e alle libertà personali. Quella destra che dice di difendere le libertà delle cittadine e dei cittadini ma che difende solo quelle proprie. Quelle di avere leggi ad personam e a tutela delle proprie aziende.

Dobbiamo essere quindi più baldanzosi, più forti, più aggressivi contro una tale destra. Perché abbiamo tutti gli argomenti necessari. Perché abbiamo ragione. Perché le unioni civili hanno cambiato in meglio questo Paese e coperto un ritardo che, oramai, era inaccettabile rispetto a quasi tutti i Paesi Ue. Ritardo che d’altra parte continua a esserci avendo quasi tutti i Paesi Ue adottato il matrimonio egualitario.

Bisogna dunque rilanciare a Berlusconi e dire che il matrimonio dev’essere uguale tutti. Perché solo col matrimonio egualitario si potrà ripensare all’istituto stesso del matrimonio in maniera diversa e più avanzata. L’istituto matrimoniale va anzi riformato e vanno eliminati gli ultimi residui di misoginia presenti. E ciò va fatto in modo tale da garantire serenità e tranquillità alle persone che si sposano, che vogliono sposarsi o che desiderano farlo come le persone omosessuali.

La vera riforma, lo ricordi il caro Berlusconi, è dunque il matrimonio per tutti. Non quello per una parte - le persone eterosessuali -, essendo oramai sempre più assottigliata propria quella parte che vi fa ricorso.

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Monica Cirinnà non ha bisogno di presentazioni. Un nome, il suo, che è oramai associato nell’immaginario comune alle unioni civili e alla battaglia per i diritti delle persone Lgbti.

A poche ore dall’assemblea pubblica che, fissata alle 18:30 presso la sede del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli in Roma, vedrà la partecipazione del ministro della Giustizia Andrea Orlando, del senatore Sergio Lo Giudice, dell’europarlamentare Daniele Viotti, del coordinatore di Dems-Arcobaleno Angelo Schillaci e della stessa Cirinnà, abbiamo incontrato la senatrice per saperne di più sulla sua campagna elettorale e sugli obiettivi a essa sottesi.

Dopo estenuanti attese e colpi di scena è stata confermata la sua candidatura nelle liste Pd. Come ha vissuto quelle ore?

Come succede normalmente la composizione delle liste elettorali, in particolar modo nei grandi partiti, è complessa. Credo che il Pd esprima la miglior classe dirigente per il Paese per competenza e serietà.

Detto ciò, mi ha profondamente addolorato la decisione di non ricandidare Sergio Lo Giudice, un compagno di viaggio che è diventato anche un caro amico. Senza di lui probabilmente non avremmo avuto la legge sulle unioni civili. Penso che il prossimo Parlamento avrebbe avuto ancora bisogno di lui.

Correrà in due Collegi non facili, tenendo conto che, come ha detto Franco Grillini, la destra laziale è una delle peggiori. Timori al riguardo?

Mi piacciono le sfide e non mi spaventa impegnarmi: la democrazia italiana vive una fase delicatissima che riguarda la sua tenuta minacciata da populismi, forze antieuropee, reazionarie e fasciste. Non a caso da qualche giorno qualcuno millanta di voler abolire la legge sulle unioni civili. È ovvio che la legge non può essere abolita poichè ancorata saldamente ai principi costituzionale degli articoli 2 e 3.

Ma nessuno può escludere depauperamenti sui suoi aspetti principali e qualificanti. Penso alla reversibilità della pensione o all'estensione di tutte le norme del welfare che riguardano la famiglia. Deve essere chiaro a tutti che il voto alle destre e a M5S può realmente mettere a rischio il mondo dei diritti che abbiamo costruito

I diritti umani e civili le sono stati particolarmente a cuore in questa legislatura. Saranno al centro anche della sua campagna elettorale?

Sicuramente sì. Questi temi appartengono alla mia cultura e alla mia visione politica. Credo che sui diritti ci sia ancora molto da fare nel nostro Paese.

È stata attaccata per le sue coraggiose prese di posizione su temi caldi anche da qualche associazione Lgbti. Che cosa ha da dire al riguardo?

Da eterosessuale mi sono impegnata per i diritti di tutti. Il modo e l'affetto, con i quali la comunità Lgbti mi ha accolta e sostenuta, ha rafforzato in me l'idea che si possa discutere di ogni argomento senza partire da posizioni ideologiche e di pregiudizio oltre che da modelli stereotipati.

Se il riferimento è al tema della gpa faccio notare che i gay e le lesbiche non sono sterili. Trovo profondamente ingiusto consentire loro la genitorialità solo attraverso l'adozione, per altro ancora negata loro in Italia 

Come vede il futuro del Pd? E quali posizioni in tema di diritti sposerà con risolutezza? 

Il futuro del Pd è in mano agli elettori italiani e solo il 5 marzo sapremo quale scenario abbiamo davanti. Per quanto riguarda il programma del Pd, come area Orlando-Dems Arcobaleno, abbiamo stilato un programma dettagliato sui diritti che comprende, tra l'altro, il matrimonio egualitario, diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, lotta delle donne per la parità di genere, parità di diritti per tutti i bambini. Mi auguro che vi sia l'impegno di tutti a considerare questi temi come prioritari nell'agenda politica.

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Quanto vale elettoralmente la collettività Lgbt in Italia? E che capacità, quindi, ha di incidere sulle prossime elezioni politiche? Sono domande che in questi decenni hanno aleggiato dentro e fuori il movimento senza mai ricevere analisi e risposte convincenti.

Ma è bene porsele soprattutto in questo momento di sciorinamento di dati elettorali sulle elezioni siciliane e sul municipio di Ostia. Un dato mi sembra palese: vince la destra e, dentro questa per noi triste vittoria, si afferma un gruppo di estrema destra come Casa Pound, che nella disastratissima realtà di Ostia raggiunge quasi il 10%. Un voto raccolto soprattutto tra i disperati delle periferie che non vogliono gli immigrati e che un tempo votavano a sinistra. 

Se questo è il quadro politico che emerge dalle elezioni, è necessario affermare con la massima sincerità e realismo che il dato è per noi molto preoccupante perché la destra in Italia è un’area politica violentemente omofoba e xenofoba. Non a caso il camerata Musumeci, qualche giorno prima del voto, ha celebrato la sua giornata pro family con l’intera collezione di mostri che, tormentandoci per anni, si sono persino inventati partiti politici, ginnastiche da fermi (Le sentinelle in piedi) e tampinamenti ravvicinati a ogni manifestazione. Fossero i Pride o persino le unioni civili non senza attacchi incivili condotti addirittura personale (si veda la vicenda di Cesena con la querela dell’Arcigay di Rimini che sarà discussa in sede giudiziaria). 

La vera novità del pregiudizio omofobo degli ultimi 20 anni è proprio questa: l’omofobia politica che prima non c’era o c’era in misura molto minore. Chi la promuove pensa al tornaconto elettorale. Al fatto che, agitando la paura del diverso, si possano ottenere e allargare consensi se non addirittura un buon piazzamento elettorale.

Il primo compito quindi di un’azione efficace della collettività Lgbt è quello di fare in modo che l’omofobia politica non paghi né in termini elettorali ne in termini propagandistici. Discuteremo a lungo nelle prossime settimane il come e il modo di quest’azione che mi sembra assolutamente necessaria. Il secondo compito è quello di far pesare la nostra presenza. In politica i voti si contano e si pesano. E non c’è dubbio che la nostra capacità di spostare larghe masse di voto è assai scarsa anche perché in Italia non abbiamo quelle concentrazioni Lgbt nei grandi centri urbani che caratterizzano metropoli con Parigi, Londra, New York, San Francisco, ecc.

Nel nostro caso più che al numero dei voti l’attenzione è da rivolgere all’identità etico-politica condivisa proprio ora che la crisi della sinistra e del progressismo laico sembra aver esaurito i propri spazi. Non è qui la sede per un’analisi sul perché i nostri interlocutori politici siano andati così male in questa tornata elettorale. Con il rischio di una tale marginalizzazione da far pensare che in futuro la partita politica in Italia sembri essere tra destra e M5s con la sinistra e il centrosinistra fuori gioco.

Ma proprio per questo la collettività Lgbt, che si muove non certo nei meandri del clientelismo ma nel mare aperto degli ideali di libertà, democrazia, inclusione, può fare la differenza in una politica sempre più omogenea al populismo e sempre più serva delle convenienze del momento. Non mi rassegno all’idea che il gioco politico sia tra due destre variamente omofobe mentre la sinistra, al suo interno, è impegnata al gioco al massacro come avvenne in Spagna dove i comunisti sparavano sugli anarchici per ordine di Stalin mentre il fascista Franco sterminava entrambi.

Nell’ultima legislatura abbiamo avuto molte amiche e amici  in Parlamento, a partire da Monica Cirinnà, che ci hanno portato ad approvare le unioni Civili. Mi pare di poter dire che proprio l’attuale successo delle destre esalti il valore della vittoria sulle unioni Civili. Vittoria che, a mio parere, è irreversibile dopo 4mila cerimonie con l’adesione convinta e commossa di mezzo Paese. Ecco perché dobbiamo fare il massimo: incontrare i candidati, convincerli delle nostre ragioni, aiutare fino in fondo i candidati Lgbt e gay-friendly.

Insomma, fare quel lavoro di lobbying che finora non è stato fatto con sufficiente convinzione. Perché ne va del nostro futuro e della quelità stessa della nostra democrazia.

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