Da sempre attivista per i diritti delle persone Lgbti. In Arcigay da molti anni, del cui comitato torinese è stato anche presidente. Attualmente assessore con delega alle Pari opportunità del Comune di Torino. A più d’un anno dall’inizio dell’incarico ammininistrativo Marco Alessandro Giusta rilegge le sue battaglie per i diritti civili nel capoluogo piemontese.

Assessore Giusta, come ci si sente in questa veste?

Sicuramente il cambio è di quelli da togliere il fiato. Un giorno sei con coloro che fuori dal palazzo chiedono ascolto, il giorno dopo ti ritrovi ad ascoltare i tuoi compagni e compagne di battaglia. E spesso la voglia di girare intorno al tavolo e sedersi dalla stessa parte è tanta. Però resto convinto della scelta che ho fatto di mettermi a disposizione della città e garantire che i diritti delle persone Lgbti siano non solo rispettati, ma valorizzati e inseriti nel programma complessivo della città, continuando il trend estremamente positivo che vede Torino come uno dei centri più friendly d'Italia, se non il più esperto su questi temi.

A Torino nasce il movimento negli anni ‘70 con il F.U.O.R.I. A Torino si costituisce il primo servizio Lgbti del Comune. Torino ha la segreteria della Rete Ready ed è stata scelta per attuare la strategia nazionale Lgbti. Nasce qui il più importante festival cinematografico Lgbt Da Sodoma a Hollywood ora Lovers su iniziativa di Ottavio Mai e Giovanni Minerba. Nasce qui il Coordinamento Torino Pride Glbt dal Comitato Torino Pride 2006 e dal Coordinamento Glt. Qui nasce CasArcobaleno. Il lavoro quotidiano e costante tra istituzioni e associazioni del territorio e nazionali continua a produrre risultati importanti.

Torino è una città da sempre in prima fila  nella lotta per i diritti di tutti. Una città che ha visto negli anni  passati le lotte operaie come punta  di diamante per i diritti a lavoro. Oggi che città ci può raccontare? 

I diritti a Torino sono qualcosa di vero, concreto, percepito. Sono stati sudati in fabbrica e nelle strade durante le lotte operaie. Sono diventati il traguardo da raggiungere e difendere. Ma soprattutto hanno iniziato a parlare tra di loro. Durante la manifestazione I diritti sono il nostro Pride del 2010 ricordo la bellezza e la fatica della costruzione di una piattaforma comune tra il movimento delle donne, quello dei migranti e quello Lgbti, con la compenetrazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

Da allora ho scoperto l'intersezionalità: termine coniato dall'attivista e giurista afroamericana Kimberlé Williams Crenshaw per descrivere che differenti identità sociali possono sovrapporsi ed incrociarsi, così come le discriminazioni che si portano dietro. Scoperta che ha avuto successivi insegnamenti nei percorsi costruiti in Arcigay, con i sindacati, nel Coordinamento Torino Pride, nel nodo provinciale Unar e in CasArcobaleno. Ora questo approccio lo abbiamo portato in Comune, dove proviamo a lavorare con quest'ottica e coinvolgere i diversi gruppi a rischio discriminazione a lavorare tra loro l'uno per l'altro. Sarà un percorso lungo e complesso, ma siamo sulla strada giusta. 

Si parla da tempo di famiglie e non più di famiglia. Quali sono le principali azioni che il suo assessorato sta portando avanti in questo senso?

Sul tema delle unioni civili abbiamo fatto una corsa contro il tempo. Ci tenevamo da un lato a essere tra le prime città a celebrare le unioni, dall'altro avevamo alcune famiglie con gravi problemi di salute per cui l'urgenza era massima (ricordo il caso di Franco e Gianni, la prima unione civile a Torino celebrata dalla sindaca. Franco ora non c'è più, ma Gianni ha scritto un libro, è venuto al Pride per la prima volta e ora sta portando avanti la campagna #vietatoarrendersi con l'aiuto di Stefano e altri amici). Immediatamente dopo siamo stati la prima città in Italia a garantire ai dipendenti l'equiparazione delle unioni ai matrimoni (come previsto per legge) per i congedi, anticipando la circolare dell'Inps e ampliando inoltre anche la possibilità di fruire dei permessi 104 sia alle unioni civili che ai e alle conviventi more uxorio come stabilito dalla sentenza della corte costituzionale. Infine, proprio in questi giorni abbiamo un pezzo del Piano Azioni Positive proposto dal Cug del Comune di Torino dando la possibilità alle e ai dipendenti di "prestarsi" delle ore di ferie per venire incontro a chi ha necessità particolari. Da qui in poi cercheremo di lavorare principalmente sugli orari dei servizi al fine di venire incontro alle necessità delle famiglie torinesi, in modo da migliorare la qualità della vita.

Lavoreremo ancora, immaginando appunto di servire tutte le famiglie. Ricordo ancora quando con la sindaca modificammo a mano il nome della delega da famiglia a famiglie. Tempo una settimana ed ebbi la prima manifestazione contro questa scelta da parte del Popolo della Famiglia. Solo per aver ricordato che le famiglie ormai sono moltissime e diverse: oltre alle famiglie tradizionali vi sono quelle ricomposte, monoparentali, allargate, omogenitoriali, formate da due uomini o da due donne, separate, vedovi e vedove, miste, adottive, affidatarie, etc etc. L'amministrazione deve pensare a tutte loro, non solo a una parte o un'altra.

A Roma in alcuni quartieri periferici, con manifestazioni anche molto accese, sono state mandate via famiglie di immigrati a cui era stata assegnata una casa dal Comune. A Torino qual è situazione e  quali  le urgenze per la lotta  al razzismo? 

A Torino, per fortuna, la situazione è molto diversa rispetto a quella che raccontate nella domanda. Episodi di razzismo e discriminazione sono purtroppo quotidiani e onnipresenti, ma non raggiungono picchi così violenti e visibili. Questo, ovviamente, non deve farci abbassare la guardia: il razzismo e la discriminazione sono fenomeni non solo in ascesa, ma che stanno cambiando dinamiche.

In Paesi come l'Italia, infatti, la percezione della diversità prescinde quasi completamente dallo status giuridico: il colore della pelle, nomi o cognomi di origine straniera, segni visibili di appartenenze culturali, religiose ed etniche (il velo per le donne musulmane, per esempio) sono sufficienti a identificare una persona come “straniera” indipendentemente dal suo status giuridico. Molte delle politiche di sostegno attivo (penso ai bandi europei Fami per l'integrazione) si rivolgono unicamente a target con lo stato giuridico di "stranieri", lasciando così scoperte, come una coperta troppo corta, intere categorie di persone che soffrono di discriminazioni simili. A farne le spese sono soprattutto le nuove generazioni. È per questo che la città di Torino sta sviluppando sempre di più azioni di "intercultura", sostituendolo all'approccio di "integrazione", azioni cioè che rafforzino le comunità attraverso le loro associazioni di riferimento, che migliorino la capacità di ascolto della pubblica amministrazione nei confronti di persone portatrici di culture e religioni differenti, che aumentino le occasioni di dialogo fra parti diverse della società.

Ora un colpo basso. Comune targato M5S. Che ci racconta  in proposito in tema di diritti?

Questa domanda mi coglie sul vivo! Nel senso che i diritti sono, è vero, il mio punto debole: non posso fare a meno di occuparmene. Mi permetto questo gioco di parole per dire che per me, come per il mio staff, lavorare sui diritti non è una domanda che presuppone un se, ma presuppone sempre un come. Il problema non è se occuparsi di diritti ma come lo si fa. L’approccio che sto, che stiamo provando a portare avanti è un approccio intersezionale e trasversale, che guarda alle persone nella loro interezza, puntando a valorizzare somiglianze e differenze entro un approccio che mira a a ridurre le diseguaglianze tra le persone. Su questa linea stiamo lavorando molto con le comunità a Torino. Due esempi recenti sono la Giornata delle Moschee aperte e il Protocollo firmato con la Comunità Cinese. Stiamo portando avanti un lavoro di coinvolgimento delle associazioni e delle realtà che sul territorio torinese si occupano di violenza e discriminazione contro le donna, puntando a valorizzare i saperi che in questi anni queste stesse realtà hanno sviluppato. Un esempio è proprio la campagna per il 25 novembre di quest’anno co-progettata e co-ideata dalle realtà del Ccvd. Oppure ancora il lavoro di rafforzamento delle politiche di inclusione delle persone Lgbt grazie soprattutto al lavoro con la Rete Ready e al lavoro di formazione costante interno all’amministrazione portato avanti dal Servizio Lgbt della Città. E poi, infine, il lavoro di confronto e condivisione con le realtà che si occupano di sostegno ed empowerment delle persone con disabilità, il cui esempio principe sarà l’istituzione in Città della figura del Disability Manager. Quindi, questa è quella che voglio sia la mia narrazione sui diritti: non mi accontenterò di niente di meno.

Per questo sono contento di lavorare con consigliere e consiglieri della maggioranza che su questi temi sono in prima linea, così come con il Gdl regionale Pari opportunità. Ad esempio, pochi giorni fa la maggioranza M5s ha votato una mozione presentata dal consigliere Carretta del Pd che dà mandato alla Giunta di negare le piazze a chi non professa i valori antifascisti come indicato nella costituzione, professando e/o praticando comportamenti fascisti, razzisti e omofobi. La presidente della commissione pari opportunità Viviana Ferrero del M5S ha inoltre presentato un emendamento che introduce la transfobia e il sessismo tra i comportamenti da non permettere. Stessa mozione, tutte di ispirazione dell'Anpi e Aned, era stata approvata a Pavia in occasione della modifica del regolamento di polizia municipale dal consigliere M5s Polizzi.

Una domanda infine a carattere sportivo. Marco Alessandro Giusta è della Juventus o del Torino

Juventus, come il papà. Anche se ormai da torinese gioisco anche quando vince il Torino. 

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Il presidente Recep Tayyip Erdoğan all'attacco contro le iniziative antidiscriminazione dell'opposizione turca.

«I loro legami con i valori della nostra nazione – ha dichiarato ieri il capo di Stato - sono a tal punto inesistenti che in un distretto gestito dal Chp in una grande città è stata prevista la quota di un omosessuale su cinque». In un discorso tenuto successivamente ad Ankara ha aggiunto: «Dovremmo prendere in considerazione quello che dice un partito del genere? Quando un partito si allontana totalmente dalla moderazione, nessuno sa dove può portare. Che continuino così».  

Anche se non espressamente menzionato, il riferimento è al distretto di Nilüfer, componente la popolosa città metropolitana di Bursa e l’omonima provincia nordoccidentale, dove si terranno nei prossimi giorni le elezioni dei comitati di quartiere. Sul proprio sito l’amministrazione municipale di Nilüfer, retta da un esponente del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), ha dichiarato di voler raggiungere nei comitati di quartiere la percentuale di un terzo di donne, un terzo di giovani, un quinto di persone disabili e un quinto di componenti della collettività Lgbti

Sono appunto gli attivisti a ricordare come in Turchia, pur non essendo perseguita l’omosessualità, si assista da tempo a un escalation di violenze e discriminazioni nei riguardi delle persone Lgbti.

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A Napoli, presso la sede del Consiglio regionale della Campania, si terrà nel pomeriggio il convegno Norme per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni da orientamento sessuale o dall’identità di genere. Finalizzato all’illustrazione dello progetto di legge campano, depositato negli scorsi mesi, l’evento sarà moderato da Antonello Sannino, presidente del comitato d’Arcigay Napoli, e vedrà, fra gli altri, l’intervento del consigliere Carmine De Pascale. Presente anche il magistrato Stefano Celentano, giudice del tribuanale di Napoli ed esperto in materia dei diritti delle persone Lgbti.

A lui – che è uno dei redattori del pdl regionale – abbiamo posto alcune domande per sapere di più di una proposta che, qualora approvata, allineerebbe la Campania a Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017).

Giudice Celentano, com’è nato questo progetto di legge regionale?

L'iniziativa è nata per volontà del consigliere De Pascale e delle associazioni Lgbti del territorio campano, in particolare di Arcigay. In assenza di una legislazione nazionale in materia e in piena sintonia con consimili iniziative di altre regioni italiane essa risponde all'esigenza di approntare un testo di legge che, con gli ovvi limiti di una normativa regionale, possa predisporre interventi mirati a contrastare le condotte omofobiche, in un percorso fruttuoso che coniughi le esigenze di fare prevenzione, di reprimere fenomeni discriminatori, e di attuare, a largo spettro, un'operazione culturale sul tema della tutela dell'orientamento sessuale. 

Nel redigere il testo di legge ci si è serviti di quelli di altre Regioni? 

Nell'elaborazione del testo abbiamo analizzato tutti i testi regionali già in vigore. E questa è stata una metodologia corretta al fine di uniformare, sopratutto come "identità", i singoli interventi locali sul tema. Anche nell'ottica di offrire al legislatore nazionale uno stimolo ulteriore e comune a predisporre una normativa nazionale.

Quali sono i punti principali di questo pdl?

Il pdl si occupa di diverse aree tematiche, che spaziano dalla formazione e lavoro alla sanità e assistenza fino all'integrazione sociale. Con l'obiettivo primario di garantire alle persone Lgbti la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, assicurando parità di condizioni di accesso agli interventi e ai servizi ricompresi nelle materie di competenza regionale.

La legge spazia, dunque, dalla previsione di specifici interventi in materia di formazione del personale delle istituzioni regionali alla promozione di politiche attive del lavoro che tendano alla rimozione di ogni ostacolo o esclusione per motivi legati al proprio orientamento sessuale, nonchè a garantire che l'accesso alle prestazioni sanitarie nelle strutture pubbliche non possa in alcun modo causare pregiudizio alla dignità delle persone Lgbti. E, questo, anche sotto il profilo delle garanzie di assistenza da parte dei familiari o di soggetti estranei allo stretto nucleo parentale, e degli aspetti relativi al consenso informato ai trattamenti sanitari da parte di questi ultimi laddove le persone Lgbti siano impossibilitate a prestarlo. Di particolare rilievo è poi la previsione di forme di garanzia del concreto esercizio della responsabilità genitoriale delle persone Lgbti all'interno degli istituti scolastici pubblici.

Si è parlato di lavoro. Come sarebbero tutelate le persone Lgbti al riguardo?

La legge tende a garantire che nello svolgimento del lavoro le persone Lgbti non subiscano discriminazioni legate al proprio orientamento sessuale, promuovendo apposite campagne formative rivolte al personale di tutte le istituzioni regionali. Si tratta di rinforzare la sensibilità sociale sul tema e di evitare che il proprio orientamento sessuale finisca per diventare un motivo di esclusione sociale anche nei luoghi di lavoro.

Secondo lei questo pdl sarà contrastato nel suo iter dalle forze di opposizione?

Mi auguro di no. Il mio ruolo mi impone di non occuparmi delle dinamiche politiche all'interno delle istituzioni. Il testo è equilibrato poichè, per gli ovvi limiti normativi di ogni legge regionale, si presenta come una dichiarazione di principi, intenti e finalità, sui quali potrebbe esserci una convergenza comune.

D'altra parte, la tutela dell'orientamento sessuale, i termini di declinazioni di diritti e di divieti di forme di discriminazione è oggi diritto vivente secondo quanto statuito dalla legislazione e dalla giurisprudenza sovranazionale, per cui il "paradigma antidiscriminatorio" è una regola giuridica e sociale indiscutibile, rispetto alla quale ogni differente argomentazione non ha alcuno spessore

Ha parlato prima di un probabile stimolo al legislatore nazionale. Dunque, l’approvazione di una legge regionale potrebbe spingere a riprendere la discussione del ddl parlamentare contro l’omotransfobia?

Anche questo è un auspicio: il disegno di legge contro l'omofobia e la transfobia giace su un binario morto del Senato ormai da qualche anno. Una seria ripresa della discussione sul tema sarebbe auspicabile.

C'è però da ricordare che, come evidenziato da molti giuristi dopo l'approvazione del ddl Scalfarotto alla Camera, il testo nazionale, come manipolato con gli emendamenti finali, è stato così stravolto nella sua formulazione che pare non essere più ben chiaro neanche nelle sue finalità. Per cui un dibattito più proficuo e meno ambiguo sul tema imporrebbe una sua riformulazione più organica e maggiormente identitaria nell'individuare in primo luogo con chiarezza l'intenzione del legislatore.

Perché è così difficile approvare a suo parere una simile norma nel nostro Paese?

Il nostro Paese soffre di una lentezza endemica sui temi dei diritti civili. La legge sulle unioni civili è arrivata con un immenso ritardo alle tante raccomandazioni degli organismi comunitari. Senza dimenticare il sofferto iter parlamentare che ne ha preceduto l'approvazione. Le analisi sociali delle ragioni di questa incapacità di legiferare con chiarezza sul tema della tutela dell'orientamento sessuale sono ben note e affondano le radici nell'elasticità con cui spesso viene declinato il concetto di "laicità" delle istituzioni. Ma anche in una certa impreparazione tecnico-giuridica del legislatore oltre che in alcune visioni politiche che privilegiano la trattazione di  temi "urgenti". Come se la dignità affettiva e relazionale delle persone non lo fosse. Se la politica nazionale tornasse a fare cultura sui temi dei diritti, l'intera società progredirebbe in un sano percorso di crescita della propria sensibilità sociale.

 

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Si è conclusa il 5 novembre la conferenza annuale di Ilga Europe, la sezione europea della International Lesbian and Gay Association, che quest’anno ha scelto Varsavia come location.

Una scelta simbolica e politica, portata avanti insieme al partner polacco Kph (Kampania Przeciw Homofobii), che sta affrontando la difficile situazione politica del Paese. La Polonia ha infatti uno dei punteggi più bassi nel report Ilga relativo ai parametri di inclusione delle persone Lgbti, fermandosi al 18%. L’Italia è al 27%, dietro l’Ungheria al 45% mentre a guidare la classifica ci sono Malta, 88%, Norvegia, 78% e Regno Unito 76%.

La classifica considera numerosi parametri relativi al riconoscimento delle normative antidiscriminazione e contro il discorso d’odio, al riconoscimento delle famiglie, al riconoscimento delle identità di genere e all’integrità del corpo, al diritto d’asilo per i migranti Lgbti. Qui il report di Ilga sull’Italia per il 2016.

Con l’occasione di questa conferenza gli attivisti e le attiviste polacche hanno denunciato l’esistenza di «almeno 2 milioni di persone Lgbti nel proprio Pease che meritano il pieno riconoscimento dei diritti umani». Una rivendicazione frustrata «dal prevalere di continue violenze e discriminazioni delle persone Lgbti».

Le parole chiave di Varsavia 2017 sono state Change, Intersectionality, Community Mobilising. Il cambiamento è quello che vogliamo ma è anche una costante da interpretare anche all’interno del nostro movimento. Questo in sostanza lo spunto introduttivo ai lavori firmato dai Co-chairs Brian Sheehan e Joyce Hamilton.

Quali sono le voci fino ad ora lasciate fuori dal movimento? Qualcuno sta parlando anche per altri, invece di fare spazio? A queste domande la programmazione di Ilga cerca di rispondere dando ampio spazio nei dibattiti alle tematiche relative all’intersessualità, all’identità di genere e alla battaglia per la visibilità delle donne lesbiche.

Grande rilievo anche all’International Committee on the Rights of Sex Workers, un tema che attraversa la salute e la libertà sessuale rivolgendo domande dirompenti alla cittadinanza etero e Lgbti al tempo stesso. Interessanti anche i dati presentati sulla scuola dalla fondazione Glsen, risultato di un progetto che ha coinvolto anche il Centro Risorse Lgbti di Torino. Secondo questa ricerca il 46,6% dei ragazzi Lgbti in Italia si sente insicuro in classe per il proprio orientamento sessuale.

La conferenza si è conclusa con l’elezione di cinque nuovi membri del board, tra cui è stato confermato Yuri Guaiana, ex segretario nazionale di Certi Diritti, sostenuto dalle organizzazioni italiane presenti e anche da realtà di altri Paesi.

È stata anche votata la sede della conferenza del 2019, che ha visto prevalere la candidatura di Praga su Lisbona e Lubiana. L’appuntamento è ora per Bruxelles nell’autunno 2018.

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Nelle ultime settimane Gaynews si sta occupando di quelle regioni in cui sono in discussione dei progetti di legge contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere che, in casi come l’Umbria, sono già realtà.

Purtroppo registriamo anche situazioni come quella della provincia autonoma di Trento, in cui è stato sì depositato un simile progetto di legge provinciale ma in cui, lo stesso, è stato anche discusso e respinto.

A tal proposito abbiamo deciso di intervistare Paolo Zanella, presidente del comitato provinciale Arcigay di Trento.

Paolo, cosa ha impedito che il ddl provinciale venisse approvato?

Il ddl provinciale contro l'omotransfobia è frutto di una proposta d'iniziativa popolare, che ha visto nell'autunno 2012 Arcigay in prima fila per una raccolta firme che ha ottenuto il sostegno di oltre 7000 cittadini. Il nostro ddl, unificato con quello di iniziativa consiliare attraverso un lungo lavoro in Commissione che mi ha visto partecipe come primo firmatario, prevede  che la Provincia attui misure di superamento delle discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere. L'intervento forse più significativo del ddl riguarda le scuole e quindi la possibilità di realizzare specifici progetti di educazione sessuale e affettiva e di contrasto al bullismo omotransfobico. La proposta contiene inoltre interventi per l'inclusione e per il re-inserimento lavorativo di persone discriminate, in particolare persone trans, azioni di sensibilizzazione culturale del territorio sulle tematiche Lgbti, interventi per garantire l'accesso senza discriminazioni ai servizi provinciali, compresa l'attenzione nella collocazione di persone trans nelle stanze di degenza degli ospedali.

Purtroppo il nostro ddl si è arenato in aula nel 2016 dopo una discussione a singhiozzo durata due anni. I nostri forzi sono stati vanificati dall'incapacità della maggioranza di fare fronte a un ostruzionismo ideologico senza precedenti, con una minoranza agguerrita, che ha dato spettacolo in aula con sproloqui mistificatori sull' "ideologia gender". Nel maggio 2016, arenatasi la discussione del ddl, è stata approvata una mozione provinciale che prevede l'attuazione di alcuni degli interventi previsti nelle legge per via amministrativa. Oggi stiamo lavorando con l'Assessorato alle Pari Opportunità all'attuazione di questa mozione.

Quali erano gli elementi di continuità e di frattura tra questo ddl e la proposta nazionale presentata da Ivan Scalfarotto?

Credo che tutte le leggi regionali, come la nostra provinciale, siano più importanti e incisive nel contrasto all'omotransfobia di una legge nazionale che agisce sul piano penale, che pur considero necessaria. Prevenire i comportamenti discriminatori è la strada maestra che dobbiamo percorrere, chiedendo alle Istituzioni di affiancarci in una sensibilizzazione capillare per contrastare i fenomeni discriminatori con la cultura, in primis nelle scuole.

A tuo parere, il possibile varo di leggi locali contro l’omotransfobia potrebbe portare a una pressione “virtuosa” anche a livello nazionale circa l’elaborazione di una legge simile?

Più che fare pressing sulla legge Scalfaroto, spero che l'approvazione di più leggi regionali possibili stimoli il Parlamento a discutere una legge che preveda l'obbligatorietà dell'educazione alla relazione di genere, dell'educazione sessuale e affettiva e il contrasto al bullismo omotransfobico nelle scuole. Sono convinto che l'educazione al rispetto dell'alterità sia lo strumento più potente per creare una società davvero inclusiva e come associazioni Lgbti dovremmo chiedere a gran voce che siano le istituzioni formative a farsi carico di educare ad una cittadinanza rispettosa di tutte le diversità.

Sono passati diversi anni da quando hai iniziato le tue battaglie nel mondo Lgbti. Com’è cambiato il nostro Paese in questi anni per le persone Lgbti? È più o meno omotransfobico? Infine, mi racconti qualcosa circa il progetto di portare il Pride a Trento?

Sono più di vent'anni che sono socio Arcigay e il mondo in questi anni è cambiato radicalmente. La vittoria più grande che abbiamo ottenuto è la visibilità di cui oggi molti ragazzi e ragazze possono beneficiare. Fare coming out oggi è più semplice che vent'anni fa, anche se nel nostro Paese, specie nelle nostre valli alpine, non è ancora facile. A fronte di maggiore visibilità e  maggiori diritti stiamo purtroppo assistendo a uno sdoganamento dell'omotransfobia e lo abbiamo visto nei tanti episodi della scorsa estate. Il ruolo dei tanti comitati Arcigay sul territorio è anche quello di vigilare e contrastare questi rigurgiti omofobici verso i quali, per fortuna, oggi, a differenza di vent'anni fa, la maggioranza dei cittadini si indigna assieme a noi. Lo abbiamo visto anche a Trento con Svegliatitalia a gennaio dello scorso anno: sono stati tantissimi i cittadini che ci hanno sostenuto in quella battaglia per l'uguaglianza. E' lì che abbiamo intravisto la possibilità di riempire le strade di Trento con il Dolomiti Pride.

Il primo Pride trans-alpino, che porterà nelle piazze, non solo le istanze di uguaglianza, ma soprattutto quelle di libertà, libertà di amare e di autodeterminarsi a 50 anni dal Sessantotto, di cui Trento fu protagonista, e che portò alle grande battaglie per l'ottenimento dei diritti civili e sociali, che oggi vengono rimessi in discussione. Sarà una sfida avvincente, ma ce la metteremo tutta per vedevi sfilare con noi nelle strade della città del Concilio.

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15 città. Momenti di tensione a Napoli dove il sindaco De Magistris ha revocato l’autorizzazione a sostare in Piazza Trieste e Trento. Una manifestazione finale il 30 settembre a Roma in Piazza Bocca della Verità. Questo in sintesi il tour del Bus delle libertà che, organizzato da CitizenGo e Generazione Famiglia, ha percorso lo Stivale per dire no all’”ideologia del gender” nelle scuole. Fortemente avversata da associazioni Lgbti e non, la campagna è stata recentemente al centro di un’interrogazione parlamentare.

Per saperne di più abbiamo raggiunto telefonicamente il deputato dem Alessandro Zan, che ha presentato l’accennata domanda al Governo.

Onorevole Zan, perché un’interrogazione parlamentare sul bus no-gender?

Quanto accaduto è un fatto gravissimo: una campagna di odio omotransfobico itinerante per tutte le maggiori città italiane, travestita da campagna contro la violenza di genere. Il titolo della campagna recitava testualmente “Stop alla violenza di genere” e poi continuava “I bambini sono maschi. Le bambine sono femmine. La natura non si sceglie. Stop gender nelle scuole!”.

Quindi a fianco del solito principio farsesco della lotta al gender, della tutela dei più piccoli e dell’innaturalità della condizione omosessuale e trans, questa volta le associazioni Generazione Famiglia e CitizenGo hanno subdolamente strumentalizzato nominalmente la piaga della violenza sulle donne (di cui in questo periodo si è molto parlato sui media per i recenti e terribili fatti di cronaca) per alimentare la loro campagna d’odio. Il Governo doveva quindi essere informato sui fatti e ho presentato, insieme alla collega Ileana Piazzoni, un’interrogazione al ministro dell’Interno Minniti, perché valuti la correttezza legale della manifestazione, e alla ministra dell’Istruzione Fedeli, perché dia certezze sulla irricevibilità delle proposte di queste associazioni nelle scuole italiane.

Quando è stata formulata e quale la risposta in merito?

L’interrogazione è a risposta scritta: è stata depositata nei giorni scorsi e questa settimana solleciterò i ministri interessati per ottenere una risposta celere, che sono certo arriverà a breve data anche la sensibilità sulla questione che hanno sempre dimostrato.

Non crede che manifestazioni del genere pongano maggiormente in luce la necessità di una legge contro l’omotransfobia?

Come ho già detto in più occasioni, la legge sull’omotransfobia è prioritaria: con la legge sulle unioni civili abbiamo aperto una fase, non possiamo permetterci di essere ancora il fanalino di coda in Europa nella tutela ai cittadini Lgbti. Va predisposta una legge moderna, che superi l’emendamento Gitti alla legge Scalfarotto bloccata ancora al Senato, e questo sarà possibile se alle elezioni politiche della prossima primavera il Partito Democratico riuscirà a imporsi sui vari populismi. La destra e il Movimento 5 Stelle hanno dimostrato in più occasioni di essere nemici dei diritti. Con una loro vittoria la legge sull’omotransfobia tramonterebbe definitivamente, bloccando tutto il lavoro fatto in questi anni.

Pur trattandosi di normative diverse, come haa accolto l’impegno della consigliera Moretti per un pdl regionale in Veneto al riguardo?

Alessandra è una carissima amica, che ha da sempre dimostrato una grandissima attenzione ai diritti civili. La sua proposta di allineare il Veneto a molte altre regioni che hanno adottato norme contro l’omotransfobia è̀ un atto coraggioso e in linea con quanto il Partito Democratico intende fare a livello nazionale. Purtroppo però sono certo che la maggioranza di destra in Consiglio Regionale si opporrà fortemente alla proposta. La lotta a tutte le discriminazioni non dovrebbe avere un colore politico, e mentre l’Italia e altre regioni cambiano, la Lega e Forza Italia incatenano il Veneto in una posizione anacronistica e retrograda.

Un bus come quello italiano sta adesso attraversando la Francia su iniziativa di gruppi cattolici preoccupati dell’insegnamento "gender" nelle scuole. Come valuta ciò?

Ora in Francia, ma prima anche in Spagna, Germania e in diversi Stati americani. Viviamo in un’epoca storica in cui i diritti vengono attaccati proprio in tutti quei Paesi in cui hanno trovato affermazione e applicazione: questo fa emergere, pur in diverse situazioni sociali e politiche, le frange più omofobe e reazionarie della società, che alzano la testa in modo anche violento, non accettando il cambiamento. Ma in questo caso mi piace usare le parole di Fabrizio De Andrè: “Voi non potete fermare il vento: gli fate solo perdere tempo”.

Che risposta darebbe a genitori che sono preoccupati che s’impartisca un tale insegnamento nelle scuole?

Vorrei ribadire ancora una volta come quella del “gender” sia una invenzione delle solite associazioni a tutela della “famiglia tradizionale”, che utilizzano proprio i più piccoli per alimentare lotte vergognose contro i diritti di tutti. E a questi genitori preoccupati vorrei dire che il vero pericolo per i loro figli è farli crescere in una società discriminatoria, che odia e non accetta le diversità e le varie sfumature che la compongono. Faccio un esempio: il bullismo nelle scuole, problema sociale gravissimo, deriva da preconcetti omofobi, sessisti e razzisti che i bambini assorbono dai più grandi. Non fomentino quindi una caccia alle streghe inutile e dannosa in primis proprio per i loro figli, e si preoccupino piuttosto di consegnare loro una società più giusta e aperta rispetto a quella dove loro sono cresciuti.

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Mentre in AbruzzoCalabriaCampaniaEmilia-RomagnaLazio, Puglia e Trentino Alto-Adige sono stati presentati progetti di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, cinque Regioni si sono già dotate d'interventi normativi analoghi: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017). Un caso a parte è invece costituto dal Piemonte che ha affrontato il tema dell'omotransfobia nell'ambito della legge quadro regionale n. 5 del 23 marzo 2016.

Per sapere di più sull’ultima approvazione d’una legge regionale in materia, cioè quella umbra, Gaynews ha intervistato Lorenzo Ermenegildi Zurlo di Ompahalos- Lgbti Life

Lorenzo, raccontaci come è nata questa legge e chi sono i protagonisti che hanno portato in porto la sua emanazione?

Il percorso che ha portato all'approvazione della legge regionale umbra è stato lungo e articolato. Il tutto ha avuto inizio dieci anni fa, quando l'allora consigliera comunale Maria Pia Serlupini si rese promotrice di una mozione che impegnava il Comune di Perugia a richiedere alla Regione Umbria l'approvazione di una legge per prevenire la violenza omotrasfobica sulla traccia della legge che era da poco stata approvata nella vicina Toscana.

Nonostante il periodo storico la quasi totalità della maggioranza comunale, comprese le componenti cattoliche, votarono favorevolmente. In Regione, però, la proposta di legge è rimasta bloccata per anni ostaggio delle correnti interne alla sinistra e per via delle forti pressioni degli ambienti conservatori. Prima delle ultime elezioni regionale, però, l'attività di advocacy e la pressione mediatica e politica d'Omphalos si è intensificata. Abbiamo così ottenuto che l'approvazione della legge venisse inserita nero su bianco nei programmi del Partito Democratico e dell'allora candidata presidente Catiuscia Marini.

Quali sono i capisaldi della legge?

La legge interviene sulle competenze regionali. Pertanto ha carattere preventivo e non repressivo. Questa è la sostanziale differenza che la distingue dalla proposta ferma in Parlamento per l'estensione della legge Reale-Mancino. Con questa legge la Regione Umbria, oltre a rafforzare politicamente i valori di non discriminazione basati su orientamento sessuale e identità di genere, si dota di norme per prevenire queste discriminazioni nella pubblica amministrazione, nell'istruzione e nella sanità. Un altro punto fondamentale è l'istituzione dell'osservatorio regionale sull'omofobia e la transfobia, uno strumento importante per monitorare e documentare i fenomeni di odio e discriminazione.

Qual è stato il contributo di Omphalos al testo?

Omphalos, anche con il supporto di alcuni giuristi di ReteLenford, ha contribuito in modo sostanziale alla stesura sia del testo originale sia delle modifiche che negli anni sono state fatte alla proposta di legge. Cruciale è stata anche la sinergia del nostro sportello giuridico con gli uffici giuridici dell'Assemblea legislativa umbra nelle ultimissime fasi precedenti all'approvazione.

Negli ultimi mesi, infatti, erano stati numerosi i tentativi di affossamento della legge con emendamenti-trappola sia da parte delle forze di minoranza come la Lega Nord o i gruppi ultracattolici che da alcuni esponenti della maggioranza interni al Pd.

Quali sono state le difficoltà incontrate durante tutto l’iter e quali i tentativi di svuotarla dei contenuti più rilevanti?

Innumerevoli sono stati i tentativi – falliti – di svuotare la legge di qualunque utilità. Su tutti, però, l'attacco più duro e quello che più di altri ha fatto vacillare l'assetto normativo è stato quello del consigliere dem di area cattolica Smacchi.

Il suo emendamento, che non a caso venne rinominato dalla stampa "emendamento salva omofobi", ricalcava in tutto e per tutto il subemendamento Gitti, presentato alla Camera per svuotare e rendere invotabile la legge Scalfarotto. La reazione a quella che è stata vissuta da tutta la nostra comunità come un inatteso fuoco amico fu particolarmente vigorosa, con manifestazioni di piazza molto partecipate che andarono avanti per diversi giorni e un’intensa attività di pressione intrapresa da Omphalos che vide il suo culmine quando io e Stefano Bucaioni incontrammo l'ex premier Matteo Renzi per spiegargli la sgradevole situazione e chiedergli di intervenire. A seguito di una serrata mediazione tra noi e il Partito democratico l'emendamento venne ritirato per essere sostituito con uno totalmente innocuo.

Omphalos è da 25 anni sul territorio perugino e non solo. Cosa farà perché questa legge non rimanga solo sulla carta?

Già da ora stiamo vigilando affinché la legge non rimanga lettera morta. I nostri legali stanno collaborando con gli uffici tecnici della Regione per dare piena attuazione a tutte le norme e certamente chiederemo che nostri rappresentanti vengano inseriti nell'osservatorio che si costituirà nei prossimi mesi.

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In Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia è in corso l'iter procedurale per il raggiungimento di una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. L'esito positivo dei relativi dibattimenti allungherebbe così la lista delle Regioni che si sono già dotate d'interventi normativi analoghi: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017). Un caso a parte è invece costituto dal Piemonte che ha affrontato il tema dell'omotransfobia nell'ambito della legge regionale n. 5 del 23 marzo 2016 recante Norme di attuazione del divieto di ogni forma di discriminazione e della parità di trattamento nelle materie di competenza regionale.

Per saperne di più abbiamo contattato Monica Cerutti, assessora alle Politiche giovanili, Diritto allo studio universitario, Cooperazione decentrata internazionale, Pari opportunità, Diritti civili, Immigrazione della Regione Piemonte.

Assessora, che cosa prevede la legge regionale n. 5 del 23 marzo 2016?

Si tratta di una legge quadro, che stabilisce gli ambiti nei quali la Regione può intervenire per garantire l'applicazione concreta del principio di non discriminazione. In questo lasso di tempo abbiamo soprattutto provveduto a corredare la legge degli strumenti operativi necessari, che sono:

  • regolamento di attuazione, ed è in fase di stesura definitiva il Piano triennale;

  • fondo per le vittime di discriminazione con relativo Regolamento e Covenzioni con gli Ordini degli Avvocati;

  • ricostituzione del Centro regionale antidiscriminazione e della rete regionale antidiscriminazione (un nodo per ciascuna provincia con compiti di accoglienza e trattamentio dei casi singoli che si verificano);

  • convenzionamento con Unar, Oscad, gli organismi di garanzia e parità regionali (Consigliera di Parità, Difensore civico, Garante dei detenuti, Garante dell'Infanzia, Corecom).

All'interno della Regione sono stati avviati alcuni specifici tavoli di lavoro, necessari per la complessità giuridica dell'applicazione della norma approvata, sul personale, sulla normativa regionale, sull'applicazione di una parte della legge regionale che prevede la non collaborazione con imprese e associazioni (concessione di patrocini e contributi, gare e appalti, ecc.).

Ma ci siamo anche occupati di iniziative concrete, anche nel settore dell'omo-transfobia, compatibilmente con le risorse che, come è noto, sono drasticamente ridotte negli ultimi anni. E mai interrompendo il prendere posizione come Regione e come Assessora, pubblicamente, su questi temi. Questa attività spesso non è percepita dai cittadini e dalle cittadine come prioritaria, ma lo è, proprio per fornire alla Regione quegli strumenti attraverso i quali poter intervenire.

Le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere sono menzionate una sola volta nel testo di legge. In quale punto precisamente?

Tutte le potenziali aree di discriminazine (nessuna eccezione) sono menzionate una sola volta: si tratta di tecnica legislativa essendo una legge quadro che si applica a tutti gli ambiti di intervento regionali. L'articolo specifico è il numero 2, comma 1, che contiene le definizioni che si applicano per la legge.

Perché non si è discusso un pdl specifico su questo tipo di discriminazioni visto il particolare stigma di cui sono fatte oggetto le persone Lgbti?

Perchè le politiche regionali dal 2005 hanno fatto la scelta di occuparsi di tutte le discriminazioni previste dalla normativa nazionale ed europea e solo agli ambiti di competenza regionali, come dimostra l'iter della legge regionale toscana e la sentenza della Corte costituzionale che ne cassò una parte. Ricordiamo che in Italia (e quindi nella stragrande maggioranza delle regioni) non esiste una legge come questa (in applicazione dell'art. 3 della Costituzione e dell'articolo 21 della Carta europea dei diritti fondamentali) e mancano anche riferimenti legislativi specifici per ciascuna delle materie connesse a quegli articoli.

Questo non ha impedito che nel corso degli anni la Regione Piemonte, sia nelle dichiarazioni pubbliche che negli atti, sia stata a fianco delle iniziative contro omofobia e transfobia, per esempio:

  • sostendo con patrocinio e anche con contributi i Pride che si sono svolti in questa legislatura, e già accadeva nella legislatura ove la presidente era Mercedes Bresso;

  • sostenendo alcune significative iniziative su tutto il territorio regionale (ricordiamo la prima, che fu la diffusione del video Agedo e la partecipazione al Progetto europeo connesso, e l'ultima che è stata una campagna contro l'omofobia e la transfobia in tutti i comuni capoluogo piemontesi del 2015 e il sostegno straordinario che fu concesso al decennale del Pride, nel 2016;

  • avviando un primo sperimentale progetto di reinserimento delle persone vittime di discriminazione in ambito lavorativo (circa 1,5 milioni di euro) che vogliamo rinnovare con nuovi fondi del Por-Fse;

  • sostenendo la necessità di iniziative contro il bullismo omofobico e transfobico nelle scuole, sia attraverso la partecipazione della Regione all'Osservatorio regionale del Miur sia attraverso il sostegno di specifiche iniziative.

Si pensa di ovviarvi nel futuro?

Per il futuro, oltre al completamento degli strumenti amministrativi e legislativi, stiamo programmando interventi ad hoc per ciascun ambito di discriminazione, quindi anche e soprattutto per omofobia e transfobia, con particolare riferimento al mondo della scuola e della sanità. Credo sia molto importante cogliere proposte e suggerimenti che possono arrivare dall'associazionismo: noi siamo in contatto continuo con il Coordinamento Torino Pride, ma siamo aperti a tutte le proposte che possono arrivare da altri soggetti.

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Il 17 maggio 2016 il presidente della Puglia Michele Emiliano annunciava l’avvio del percorso istituzionale per la redazione del progetto regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. A poco più di un anno dall’importante dichiarazione abbiamo ragginto Titti De Simone, consigliera politica di Emiliano per l’attuazione del programma, per sapere quali sono i passi compiuti in riferimento al pdl

Quali sono le caratteristiche principali della proposta di legge contro l'omotransfobia che sarà discussa in Puglia? Quali sono, a tuo parere, le prospettive di successo relativamente al varo di questa legge regionale?

Il disegno di legge, in coerenza con la legislazione nazionale ed europea in materia di diritti fondamentali delle persone, nonché in attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza formale e sostanziale e pieno sviluppo della persona umana, reca un programma quadro di interventi volti a favorire il raggiungimento dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale o identità di genere. Purtroppo il quadro discriminatorio in Italia è ancora importante e ciò richiede un intervento di politiche attive a ogni livello di governo. 

Anche alla luce di quanto evidenziato dagli organismi europei, la nostra proposta legislativa intende dettare un corpus  di norme (nell'ambito delle politiche del lavoro, della formazione, dell'assistenza sociosanitaria ad esempio) per prevenire e contrastare le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, al fine di consentire ad ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, nonché di prevenire e superare le situazioni, anche potenziali, di discriminazione e garantire il diritto all’autodeterminazione, anche in coerenza con interventi normativi analoghi già approvati in altre Regioni: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010). 

Ricordo che tale iniziativa legislativa è contenuta nel programma di governo del presidente Michele Emiliano, programma costruito dal basso, in modo partecipativo, votato successivamente dal Consiglio regionale.

Quali sono gli elementi di continuità e di frattura tra questa proposta pugliese e la proposta di legge nazionale che presentò Ivan Scalfarotto?

L'iniziativa della Puglia può essere circoscritta a un campo di competenze esclusive su cui la Regione può intervenire direttamente, non su tutto purtroppo, ma è indispensabile agire, dato che non esiste ancora una norma nazionale. Mi pare che la proposta Scalfarotto fosse diventata un pasticcio, partita in un modo ed è finita peggio, poi alla fine arenandosi definitivamente perché è mancata la spinta dello stesso movimento Lgbt che non si è riconosciuto in quel testo. Ma una norma nazionale è necessaria e deve fare leva sul lavoro culturale ed educativo.

Basterebbe modificare la legge Mancino per fare una cosa giusta. La prossima legislatura vedremo. 

A tuo parere, il possibile varo di leggi regionali contro l'omotransfobia porterà a una pressione "virtuosa" anche a livello nazionale circa l'elaborazione di una legge simile?

Me lo auguro. Credo che come per altre norme in passato (infondo i registri comunali delle unioni civili sono nati molto prima della legge) sia un contributo utile e doveroso. Non è la prima volta che una Regione approva norme che mancano a livello nazionale e che poi si rivelano apripista. Noi in Puglia, ad esempio, abbiamo approvato la legge sulla partecipazione come la Toscana e abbiamo istituito il Reddito di dignità. 

Sono passati diversi anni da quando tu hai iniziato le tue battaglie politiche da donna lesbica dichiarata. Com'è cambiato il nostro Paese in questi anni per le persone Lgbt? È più o meno omotransfobico?

È un paese ancora molto omotransfobico. Anche se la visibilità delle persone Lgbt è enormemente aumentata e questa è stata la più grande rivoluzione per noi e per la cultura del Paese. Ma la strada è ancora lunga. Siamo un Paese ancora molto sessista con il grande tema del femminicidio e della violenza di genere, che è la radice di tutte le violenze fondate su una cultura dello stereotipo di genere e del machismo. Occorre una grande rivoluzione culturale, una nuova stagione dei femminismi per ripensarci e riaffermare libertà e autodeterminazione. Invece si danno per scontato troppe cose. 

E, infine, in un'intervista rilasciata a Daniela Gambino, ricordo che affermasti di sentirti più "accolta" come lesbica in Sicilia che in alcune terre del Nord Est. Credi ancora che ci sia questa frattura tra un'Italia più inclusiva e una meno inclusiva?

Esiste ovunque un pezzo di Paese retrivo, spaventato e chiuso. Come la storia del parcheggio riservato alle neo mamme ma vietato alle lesbiche. Questo Paese va cambiato e per cambiarlo bisogna lottare, lottare ancora molto. Lo dico sopratutto ai giovani: bisogna tornare all'impegno politico nel movimento, non abbiamo ancora conquistato i nostri diritti. 

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Anche la Regione Abruzzo si prepara a discutere una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di gente. Il testo, preparato da Articolo 1, è stato presentato da Marinella Sclocco, assessora regionale con delega alle Politiche sociali, e da Mario Mazzocca, sottosegretario alla presidenza della Giunta regionale. Il progetto di legge segue l’organizzazione di una serie di tavole e dibattiti, a cui hanno partecipato le associazioni Lgbti abruzzesi e le istituzioni. Esso ricalca sostanzialmente quello presentato e recentemente approvato in Umbria.

Ne parliamo nel dettaglio con Leonardo Dongiovanni, presidente di Arcigay L’Aquila.

Leonardo, quali sono le caratteristiche principali della proposta di legge contro l’omotransfobia che sarà discussa in Regione Abruzzo?

In sostanza, nei limiti delle proprie competenze, la Regione Abruzzo, in ottemperanza agli articoli 2, 3 e 21 della Costituzione e 2 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, discuterà il varo di una legge regionale che vuole rispondere alle esigenze della comunità Lgbti in fatto di tutela e prevenzione relativamente alle aggressioni omotransfobiche. Nella proposta di legge è prevista anche l’introduzione di un Osservatorio regionale sulle discriminazioni di genere e sull’omofobia e la possibilità per la Regione di costituirsi parte civile in casi di violenze omotransfobiche di particolare rilevanza e impatto sociale.

Quali sono gli elementi do continuità e frattura tra questa proposta di legge regionale e quella nazionale firmata da Ivan Scalfarotto?

Il confronto con la proposta di legge Scalfarotto è inappropriato perché non si può paragonare una legge nazionale e una regionale in quanto sono diverse le competenze. Certo, come per l’elaborazione della “Scalfarotto”, dobbiamo tenere conto che, anche nel nostro caso, questa proposta di legge deriva da una serie di incontri con le istituzioni e le forze politiche in modo tale che possa essere approvata da un’ampia maggioranza. Nella proposta di legge Scalfarotto si arrivò però a un livello di mediazione talmente eccessivo che probabilmente è stato meglio che quel ddl non sia mai diventato realtà perché avrebbe costituito soltanto un rallentamento rispetto alle reali esigenze della comunità Lgbti. È singolare che nel 2017, in un Paese europeo, si debba trovare sempre un contentino e si debba sempre ampliare lo specchio dell’approvazione per portare avanti le nostre battaglie.

Credi che il dibattito a livello locale possa accelerare anche una discussione a livello nazionale?

Io sono convinto che, attraverso questa serie di provvedimenti regionali, si possa stimolare il dialogo nazionale. D’altronde è stato così anche per le unioni civili. Si parte dal piano più basso delle amministrazioni locali e si arriva in parlamento.È una strategia vincente. Certo anche per le unioni civili abbiamo dovuto accettare delle mediazioni che hanno abbassato il livello delle nostre aspettative e della nostra soddisfazione. Cioè non abbiamo ancora raggiunto la vera uguaglianza tra persone omosessuali e persone eterosessuali. Detto questo, sollevare un dibattito nazionale è certamente utile, visto l’attuale situazione parlamentare che non è certo  delle più favorevoli. Quindi, le proposte di legge regionali rappresentano un momento importante per dare risposte almeno a livello territoriale.

Di fatto, in assenza di determinati presupposti, queste leggi regionali possono dar voce e dignità a quelle persone Lgbti che vivono in territori più esposti alle violenze e alle discriminazioni.

Sono passati diversi anni da quando hai iniziato le tue battaglie per la comunità Lgbti. Come è cambiato il nostro Paese in questi ultimi anni?

Sono cinque anni da quando ricopro la mia carica in Arcigay e di cambiamenti ne ho visti e vissuti tanti. Quando ho mosso i primi passi nella militanza erano i tempi del berlusconismo, che speriamo non torni. Il Paese è cambiato e, anche rispetto alle unioni civili, abbiamo visto un Paese unito ma diviso al tempo stesso. Tutto il dibattito che abbiamo vissuto in quei giorni, anche all’interno delle associazioni, è stato infarcito – a mio parere – da un eccessivo buonismo e proprio per questo oggi dobbiamo essere motivati a rivendicare le istanze del matrimonio egualitario e di una legge contro l’omotransfobia.

Io non ho una grande fiducia nei confronti della politica istituzionale e ritengo che all’interno di questo percorso tutte le persone Lgbti debbano ricordare le proprie origini e ricordare tutte quelle persone che con la propria lotta ci hanno permesso di arrivare dove siamo arrivati, evitando di essere troppo blanditi dalle carezze di una politica a cui interessa solo il nostro consenso. Ed è per questo che le persone Lgbti dovrebbero fare fronte compatto contro questa fascistizzazzione dilagante nel nostro Paese. Fascistizzazione che temo possa presto coglierci impreparati.

In conclusione, io credo che noi attivisti Lgbti abbiamo una grande responsabilità: arginare i processi di normalizzazione  e volgarizzazione delle nostre battaglie. Questo è ciò che dobbiamo evitare a tutti i costi, sperando in tempi migliori.

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