Sul contratto M5S-Lega si sono levate da più e differenti parti voci critiche. Ma quella dei vertici del Grande Oriente d’Italia sta sollevando un rumore tale da travalicare i confini nazionali.

Non a caso gli omologhi spagnoli, nell’esprimere solidarietà al Gran Maestro Stefano Bisi, hanno parlato di massofobia. Al centro delle polemica, sollevata soprattutto da Villa Medici del Vascello, la cosiddetta clausola antimassonica del contratto in base alle quale è impedito a «condannati, massoni, persone con conflitti di interesse» di essere nominati ministri. Clausola che è stata definita dai fratelli delle diverse obbedienze anticostituzionale, antidemocratica oltre che discriminatoria.

Per saperne di più abbiamo raggiunto Stefano Bisi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia

Gran Maestro, clausola anti-massonica nel contratto Lega-M5S. Se l’aspettava? E qual è stata la sua reazione?

Non mi aspettavo che, al di là delle posizioni emerse in questi anni, soprattutto da parte dei grillini, nei confronti della massoneria, due forze politiche che si candidano a governare il Paese potessero arrivare a un immotivato e pretestuoso atto simile, mettendo una specifica clausola antimassonica che è discriminatoria, antidemocratica e, soprattutto, anticostituzionale

Ha annunciato che farà appello al Quirinale: sulla base di cosa si muoverà al riguardo?

Noi siamo fiduciosi e rispettosi del ruolo esercitato dal presidente della Repubblica e confidiamo che sia la migliore garanzia essendo il Capo dello Stato il garante di tutti i cittadini e delle libertà sancite dalla Carta della Repubblica.

Quanto pesa su tale clausola, a suo parere, la vecchia teoria complottistica massonica e quanto, invece, i passati scandali passati legati alla P2 e le recenti audizioni in Commissione Antimafia?

Ci sono pezzi del Paese che vivono sui complotti, sui teoremi e sui pregiudizi. Più volte ho sottolineato come il Grande Oriente d’Italia sia intervenuto prima dei tribunali dello Stato a espellere dal suo seno la P2 riconoscendo quanto essa ci abbia nociuto. Quanto alla vicenda del sequestro degli elenchi da parte della Commissione Antimafia continuo a ribadire che si è trattato di un atto illegittimo ed eccessivo. Siamo fiduciosi nella Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che presto si esprimerà sulla vicenda e a cui abbiamo fatto ricorso

Negli scorsi gionri lei ha fatto un richiamo alla legge del ’25, con cui Mussolini soppresse la massoneria. C’è, a suo parere, un fascismo di ritorno al riguardo o si tratta di cedimento a un populismo ignaro dei meriti che i massoni hanno avuto nel processo d’unificazione prima, nella Resistenza e nella storia della Repubblica poi?

Vedo i fantasmi e, purtroppo, le derive populiste che anticiparono e portarono alla fine della libertà. Si vuole usare la massoneria come capro espiatorio di ben altri mali e di una crisi del sistema. Nella sua relazione finale l’Antimafia ha addirittura scritto una cosa che per noi è inquietante e anche aberrante: ovvero che certe leggi del 1925, quindi del Codice Rocco, andrebbero ritirate fuori e adottate nella stesura di un’eventuale legge volta a colpire la massoneria impedendo a professori universitari, impiegati pubblici e forze dell’Ordine di farne parte. Come definire un simile provvedimento? Lascio a voi rispondere.

Cito però l’ex presidente Sandro Pertini che, durante il discorso di fine anno del 1981, disse agli italiani: «Quando io parlo della P2 non intendo coinvolgere la Massoneria propriamente detta con la sua tradizione storica.  Per me almeno, una cosa è la Massoneria, che non è in discussione, un’altra cosa è la P2». Una grande persona che aveva la conoscenza di quello che è realmente la massoneria con i suoi valori e della sua parte nobile nell’Unificazione e nella nascita della Repubblica

Lei ha parlato di massofobia invocando una tutela delle minoranze. È innegabile il parallelismo con un’altra minoranza, quella Lgbti, a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro l’omofobia, celebrata istituzionalmente alla Camera. C’è una connessione?

La Massoneria è contro tutti i pregiudizi e l’omofobia è un’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità, della bisessualità e transessualità. Guardiamo tutti lo stesso cielo e abitiamo la terra. Non possono esserci discriminazioni contro persone o categorie di persone per quanto riguarda la sfera sessuale, quella religiosa o il colore della pelle. Noi abbiamo già cancellato dalla Costituzione del Grande Oriente d’Italia la parola “razza”.

Leghisti e cattoconservatori hanno annunciato che vogliono smantellare le legge sulle unioni civili e lottare contro l’ideologia gender nelle scuole, che è inesistente. Per un massone, che si fa portavoce dei principi di laicità e uguaglianza, come valuta tutto ciò?

Rispondo con la frase che campeggia nel nostro aureo trinomio: Libertà-Uguaglianza-Fratellanza, alle quali aggiungo infinita Tolleranza e l’ascolto delle altrui visioni anche se molto diverse.

Lei ha detto che con una tale clausola Garibaldi non sarebbe potuto diventare ministro. Ma non avremmo avuto neanche presidenti del Consiglio come Crispi o Di Rudinì né ministri come Mancini. Al di là dell’affiliazione massonica o meno a fronte dei parlamentari e dei governi, succedutisi nel Regno d’Italia e nella successiva Repubblica, reggono a tale confronto gli uomini che stanno formando l’attuale governo?

Con una tale clausola fior di giuristi, scienziati, eroi risorgimentali, ministri e presidenti in effetti non avrebbero potuto diventare ministri. Quasimodo, Fermi, e tanti altri sarebbero stati esclusi per il solo fatto di essere massoni. Ma le pare una cosa sensata? Si può essere bravi cittadini e bravi massoni, noi abbiamo avuto tante figure che hanno ben governato o ben amministrato come il sindaco di Roma Ernesto Nathan.

Quanto ai paragoni farli è sempre odioso. Coloro che governeranno l’Italia saranno giudicati con tolleranza ed in base alle cose buone o sbagliate che faranno. Mi auguro per il bene supremo dell’Italia che facciano delle scelte giuste e lungimiranti e che al più presto tolgano quella vergognosa pregiudiziale contro la massoneria scritta nel loro patto.

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Il cambiamento per dirsi tale deve passare attraverso gesti concreti. In caso contrario le parole di preannuncio resteranno flatus vocis e suoneranno da scherno a chi ne attendeva l’attuazione.

Gli ultimi due giorni resteranno a tal riguardo indicativi d’un effettivo mutamento di relazionarsi con le persone Lgbti da parte di alcuni esponenti dell’episcopato italiano. E, per giunta, di rilievo.

A partire dall’agire felpato del vescovo di Bergamo Francesco Beschi che, senza pronunciamenti formali, ha spinto il guardiano del convento dei cappuccini orobici ad annullare l’adorazione eucaristica del 21 maggio in riparazione del Pride locale.

Promosso dal Circolo del Popolo della Famiglia di Seriate con l’adesione del Comitato provinciale bergamasco dello stesso partito adinolfiano, del Movimento per la Vita della Val Cavallina, di Intercomunione Bergamo/Brescia, dei circoli locali de La Croce e del Movimento Preghiera delle mamme, il momento paraliturgico non avrà più luogo.

«Il Pdf, per il senso di responsabilità che nutre nei confronti della diocesi di Bergamo - si legge nel comunicato ufficiale del circolo promotore –, ha ritenuto opportuno annullare l’iniziativa, fatto che non impedirà di proseguire il proprio impegno a tutela e salvaguardia della vita e della famiglia».

Da atti inibitori ad atti propositivi: come quello di Corrado Lorefice, arcivescovo metropolita di Palermo, che ha composto il testo d’una preghiera da leggersi al termine delle messe festive del 12 e 13 maggio.

In essa, mentre si deplorano con fermezza le «espressioni malevole e azioni violente» nei riguardi delle persone omosessuali, si invoca per i cristiani un’adesione «alla grazia dell'Evangelo, perché testimonino e annuncino, con audacia profetica, l'incondizionato rispetto dovuto ad ogni persona e denuncino ogni forma di discriminazione ed emarginazione».

Preghiera che, scritta in prossimità della Giornata internazionale contro l’omotransfobia, sarà appunto letta la sera del 17 maggio nel corso della specifica veglia ecumenica itinerante tra Piazza Politeama e la Parrocchia di S. Lucia al Borgo.

Un gesto consimile ma più fortemente significativo arriva da Reggio Emilia, dove il 20 maggio si terrà presso la parrocchia di Regina Pacis la seconda edizione della veglia di preghiera per il superamento dell’omofobia, della transfobia e ogni forma di intolleranza voluta da don Paolo Cugini.

Veglia che, fortemente osteggiata nel 2017 dallo stesso vescovo locale Massimo Camisasca e con toni di corale protesta da gruppi di cattolici tradizionalisti, è stata nelle scorse settimane nuovamente al centro di polemiche infuocate e attacchi reiterati da parte del neonato Gruppo di preghiera-riparazione 20 Maggio.

Tanto più che quest’anno l’iniziativa – agli occhi dei contestatori nostalgici d’un cattolicesimo piano – sarebbe aggravata da un «orientamento interreligioso-pancristiano» dovuto alla partecipazione della pastora battista Lidia Maggi. Ma a finire questa volta nel mirino del presidente Alessandro Corsini e dei suoi sodali lo stesso ciellino Camisasca per aver preso parte, il 16 aprile, a un incontro col Gruppo Cristiani Lgbt presso la parrocchia Regina Pacis.

Dopo le dichiarazioni di Don Paolo Cugini a Gaynews i toni hanno raggiunto un tale parossismo da indurre alcuni quotidiani cattolici conservatori a rilanciare per l’occasione i concetti di omosessualismo e omoeresia e spingere taluni a un’operazione di mailbombing nei riguardi di Camisasca perché vietasse “l’indegna veglia”.

Ma gli effetti sono stati esattamente contrari a quelli sperati. Tanto più che il forzare la mano all’autorità episcopale suona ancor più inaccettabile se di quella autorità ci si va proclamando vindici e difensori menzionando Tridentino, Sillabo e Catechismo di S. Pio X. Infatti non solo il vescovo Camisasca non ha annullato la veglia del 20 maggio ma ha ufficialmente comunicato che a presiederla sarà proprio lui.

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A un anno di distanza torna il Premio Abbraccio, il riconoscimento ad aziende e personalità che nel lavoro come nella vita personale si sono contraddistinte per il loro impegno nella lotta contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. Ideato e organizzato da Agedo Roma, quest’anno la manifestazione sarà ospitata all’Off/Off Theatre di Roma a partire dalle 19.15.

Conduttore della serata sarà Pino Strabioli che sarà accompagnato da un’ospite speciale: Piera Degli Esposti. Interverrà anche Francesco Lepore, caporedattore di Gaynews.

A raccontare le ragioni di questa iniziativa è Roberta Mesiti, presidente di Agedo Roma.

Presidente, questa è la seconda edizione del Premio Abbraccio: che significato ha per lei tale iniziativa?

Il significato è quello del Premio Abbraccio in genere. Un premio che affonda le radici nella missione più profonda di Agedo: un'evoluzione culturale dai valori ai modelli di comportamento fino alla consapevolezza collettiva della questione Lgbti.

Qual è lo slogan di quest’anno?

Riconoscere e riconoscersi. Come ormai noto, il Premio Abbraccio è un tributo a personalità e aziende che quotidianamente e concretamente si impegnano per questo cambiamento culturale, anzi parlerei di evoluzione. Noi ci riconosciamo in queste buone pratiche perché sono i nostri valori. Ritengo importante riconoscersi in queste buone prassi, in modelli virtuosi perché diventano un esempio di forza, di determinazione ma anche una fonte di conoscenza e di competenza. Inoltre, con la maggior parte delle realtà premiate abbiamo rapporti di collaborazione. Penso ad Antonella Montano o a Vanni Piccolo, con il quale abbiamo lavorato a eventi molto belli come quello sulla sieropositività in occasione della Giornata Mondiale contro l’Hiv. Con Deutsche Bank Agedo nazionale e tante sedi territoriali – con la collaborazione di Parks - stanno realizzando una formazione interna per il personale.

C’è quindi un riconoscere l’impegno, la competenza e il cambiamento che mettono in atto e che diventa a sua volta una migliore qualità di vita per i nostri ragazzi.

Cosa l'emoziona di più di questo premio?

Mi emoziona trovare queste radici profonde, il senso dell’Agedo di questo tipo di evoluzione e attualizzarla, soprattutto in un momento come questo che per noi genitori è molto difficile. Sentiamo di continue aggressioni di stampo omofobico e purtroppo leggiamo spesso dichiarazioni pubbliche che sono devastanti. È un negare tutto quello che con forza affermiamo da 25 anni, anniversario che sarà celebrato quest’anno.

Le motivazioni delle assegnazioni di quest’anno?

Ovviamente c’è una motivazione per i premi che verranno assegnati.

I premiati di questa edizione saranno:

Antonella Montano, che ha speso tanto della propria vita professionale e personale su diverse tematiche. È stata una delle prime studiose ad aver affrontato e parlato del tema dell’omofobia sociale e interiorizzata. Ha dato voce alle donne lesbiche che subiscono la doppia discriminazione in quanto donne e per il loro orientamento sessuale. È formatrice di terapeuti che prenderanno in carico eventuali situazioni da risolvere. In ultimo, con Il vaso di Pandora, ha fondato l’omonima onlus che si occupa di violenza di genere, delle vittime del trauma e del superamento del trauma dell’abuso. Un progetto che apre uno sguardo doveroso sulla questione di genere, femminile, Lgbti, etc.

Vanni Piccolo, testimone storico del movimento, che ha fatto tantissimo per la comunità. Da presidente del Circolo Mario Mieli si è segnalato nella lotta contro l’Hiv, già dal suo primo comparire, collaborando con l’Istituto nazionale Malattie infettive "Lazzaro Spallanzani". Un fatto che è storia. Come consigliere del sindaco di Roma Rutelli ha fatto tanto per il Pride. Poi ancora come preside e prima ancora come insegnante si è distinto per progetti di multiculturalità. Ha collaborato con l’Unar contro le discriminazioni in Lazio, Campania, Calabria. Vanni è una delle personalità più riconoscibili e che più si è speso. Certo non l’unico, perché c’è un gruppo storico. Ma di certo è tra chi si è speso di più per i diritti della comunità, anche tra i partiti in anni in cui questo non era consueto.

Silvia Grilli, direttrice di Grazia. Un settimanale che nel tempo sta ponendo molto l’accento sulla condizione femminile e narra anche in maniera realistica e positiva storie di ragazzi e ragazze omosessuali. Questa rappresentazione diffusa e positiva al di fuori degli stereotipi per noi diventa cultura e valore condiviso.

Deutsche Bank, in collaborazione con Parks, sta effettuando delle formazioni interne inclusive per il personale Lgbti. A settembre si terrà un corso a Roma. Come genitori Agedo  sosteniamo questo progetto in diverse città italiane. Inoltre, Parks è una realtà importante che fa formazione per le aziende a favore dell’inclusività.

La manifestazione cade quest'anno nella giornata della Festa della mamma. Cosa ne pensa delle proposte di eliminare una tale ricorrenza assieme a quella del papà perché discriminerebbero le famiglie arcobaleno?

Penso che si possa parlare di festa delle mamme e di festa dei papà. Questa, secondo me, potrebbe essere una soluzione che non urti nessuno. C’è stata una polarizzazione di alcune posizioni che credo sia sbagliata, mentre penso che ci dovrebbe essere un confronto pacato e sereno.

Io lancio, quindi, un’idea: fare una festa delle mamme e dei papà, in cui siano rappresentati più modelli visto che la realtà ci rimanda tantissimi modelli di famiglie. Ci sono mamme in famiglie etero, o single, eterosessuali, rimaste sole o che per motivi economici sono tornate nelle proprie famiglie di origine e vivono e crescono figli assieme alle loro di madri.

Parliamo quindi di papà, di mamme, di famiglie. Penso che sia una visione più omnicomprensiva.

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«Siamo spiacenti di comunicare che non è possibile accogliere l’istanza in quanto non rientra tra le priorità strategiche della politica regionale».

Poche parole quelle provenienti dal Pirellone per notificare ad Arcigay Varese che non è stato concesso il patrocinio della Regione Lombardia alla locale marcia dell’orgoglio Lgbti fissata al 16 giugno.

Una conseguente risposta alle dichiarazioni rilasciate dal presidente Attilio Fontana (già sindaco di Varese) a pochi giorni dalla sua elezione. «Io credo – ebbe a dire l’11 aprile – che sia una manifestazione divisiva e che quando le manifestazioni sono divisive non sono mai da sostenere. Io sono eterosessuale, ma non è che faccio una manifestazione per accreditare la mia eterosessualità. Le scelte in questo campo devono rimanere personali, sbandierarle è sbagliato». 

E così la questione patrocinio torna ad agitare gli animi tanto più che è facile arguire la non concessione per tutti gli altri Pride sul territorio lombardo (Bergamo, Mantova, Milano, Pavia).

Contattato da Gaynews, il presidente d’Arcigay Varese Giovanni Boschini, riprendendo quanto scrittio su Fb, ha dichiarato: «La Regione Lombardia dice che l'evento “non rientra tra le priorità strategiche della politica regionale”, ma noi pensiamo che la lotta alle discriminazioni debba essere una priorità di qualsiasi amministrazione che ci tenga al benessere dei propri cittadini. I casi di discriminazione in famiglia nei confronti delle persone Lgbti sono persistenti anche nella provincia di Varese e voler far finta di niente non aiuterà la situazione.

Il diniego tuttavia non ci stupisce affatto: nel 2016 la giunta Fontana negò all'unanimità il patrocinio al primo Varese Pride e al momento per quanto ci risulta non esiste nessuna iniziativa a tutela della comunità Lgbti nella regione Lombardia, assurdo per una Regione come la nostra che conta circa dieci milioni di abitanti».

E anche quest'anno in concomitanza «dell'oltraggiosa sfilata» del Pride si terrà presso il Sacro Monte di Varese una preghiera pubblica di riparazione «al Sacratissimo Cuore di Gesù» per l'«ennesimo osceno atto di propaganda omosessualista e di esaltazione del peccato impuro contro natura».

Ad annunciarlo un non meglio specificato Comitato Beato Miguel A. Pro, sacerdote e martire, dietro cui - alla luce di quanto successo lo scorso anno a Varese - sono sicuramente da ravvisarsi gli stessi esponenti di gruppi della galassia cattoconservatrice.

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Dei 355 omicidi commessi nel 2017 140 sono femminicidi, a fronte di un calo del numero totale degli omicidi commessi (355, -11% rispetto al 2016). Un ragazzo o una ragazza su 2, tra gli 11 e i 17 anni, ha subito episodi di bullismo e circa il 20% ne è vittima assidua, cioè subisce prepotenze più volte al mese. Il 40,3% delle persone Lgbti afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro.

Alla luce di questi dati – rispettivamente forniti dal ministero degli Interni, dall’Istat e dalla Commissione parlamentare Jo CoxAmnesty International Italia ha realizzato in collaborazione con Doxa l’indagine Gli Italiani e le discriminazioni.

Un’indagine che, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta (18-70 anni) e incentrata su cosa essa pensi dell’incidenza di tali fenomeni nel Paese, è stata presentata ieri – in occasione del lancio della campagna di raccolta fondi pro 5x1000 – presso la sede nazionale di Amnesty International Italia con il portavoce Riccardo Noury, Paolo Colombo, research manager Doxa e Chef Rubio nelle vesti di testimonial Amnesty International Italia.

Lo studio ha messo in luce come valutazioni e sensazioni delle persone intervistate trovino conferma nei dati ufficiali.

Violenza contro le donne

La violenza sulle donne per 6 italiani su 10 (59%) è un fenomeno in aumento in questi ultimi anni. Ma se a parlare sono le donne la percentuale si alza e raggiunge il 68% (quasi 7 donne su 10), mentre scende al 50% quando a essere interpellati sono gli uomini.

C’è poi un restante 40% d’italiani per i quali il fenomeno è rimasto invariato, ma che credono che se ne parli di più su media e social media (anche in questo caso, a minimizzare il problema sono gli uomini: risponde così il 47% contro il 30% delle donne).

Bullismo

Per 7 italiani su 10 il fenomeno del bullismo è in crescita. Ma secondo quasi la metà delle persone intervistate (45%) a un tale incremento avrebbero contribuito i social media facendo da cassa di risonanza.

Il 26% ritiene che la crescita del fenomeno sia dovuta al costante clima di incitamento all'odio e alla discriminazione presente sui media. Per 1 italiano su 4, invece, il bullismo è sempre stato presente e non ci sono differenze sostanziali rispetto al passato, se non un incremento delle denunce.

Discriminazioni contro le persone Lgbti

La legge sulle unioni civili, approvata dal Parlamento l’11 maggio 2016, è considerata un passo di civiltà importante dal 43% degli italiani. Mentre per il 13% "non è ancora abbastanza, perché, ad esempio, non possono adottare bambini".

L’86% degli italiani pensa che le persone omosessuali debbano avere gli stessi diritti degli altri. Nonostante i progressi, per 1 italiano su 5 (22%) le coppie omosessuali sono ancora vittime di omofobia.

Le valutazioni di Riccardo Noury e Chef Rubio

«È un sondaggio – come dichiarato da Riccardo Noury – in cui si esprime la preoccupazione per questi temi e al tempo stesso c'è l'esigenza che qualcuno se ne occupi. Le leggi che sono state fatte in questi anni non bastano, serve una solida cultura dei diritti umani a partire dal lavoro nella scuola per creare una società senza discriminazioni».

Testimonial del lancio dell’indagine e della campagna di raccolta fondi per il secondo anno consecutivo, Chef Rubio ha dichiarato: «È vero che alcuni passi avanti sono stati fatti, ma non basta. Bisogna lottare ogni giorno, combattere le ingiustizie e proteggere chi ne è vittima. Tutti possiamo fare qualcosa per un mondo più giusto e senza discriminazioni. A cominciare da me, dal mio impegno personale da semplice individuo e poi da personaggio pubblico per promuovere e difendere i diritti e le libertà civili: donare il 5x1000 ad Amnesty International è un primo passo che, tra le altre cose, non ci costa niente ma può fare tanto».

Per sostenere il lavoro dell’organizzazione e contrastare i fenomeni discriminatori grazie alla creazione di progetti specifici, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni, si può contribuire destinando il proprio 5×1000: basta inserire il codice fiscale 03 03 11 10 582 e la propria firma nella dichiarazione dei redditi.

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Giornalista e direttrice di Sanniopage, Teresa Ferragamo è nota per i suoi articoli dai toni caustici nei riguardi della classe politica beneventana. Non meraviglia, perciò, che il 29 marzo ne abbia dedicato uno all’avvocata Nunzia De Girolamo.

Tanto più che l’ex parlamentare forzista, non rieletta il 4 marzo alla Camera dei deputati, ha continuato sui media a muovere accuse ai vertici del partito. Riprendendo così gli argomenti già sfoderati in campagna elettorale, quando i j’accuse erano stati soprattutto indirizzati a Carfagna e De Siano, responsabili, a suo dire, del declassamento da capolista nel collegio di Avellino-Benevento.

Trombata e incazzata, De Girolamo si reinventa una populista di risulta. Questo il titolo dell’articolo che Teresa Ferragamo ha dedicato, per l’appunto, all’ex ministra beneventana dell’Agricoltura. La quale, anziché controbattere nel merito, ha pensato bene di rispondere con toni minatori e sessisti: «Dottoressa Ferragamo – così nella mail resa pubblica su Sanniopage –, leggo che spesso, negli ultimi tempi, si diletta ad articolare retroscena sulla mia persona. Pur non condividendola, rispetto i Suoi pensieri, anche quelli di infondata matrice. Vorrei chederLe, se fosse possibile, di darmi spazio sul Suo giornale, sebbene poco seguito, poiché avrei anche io un pezzo sulla libertà di stampa e sull’informazione distorta.

Per correttezza le anticipo che verterà sul rapporto particolare fra una giornalista ed un noto politico, dettagli che ho appreso da alcuni sms intercettati dalla magistratura e recapitati al mio studio da qualche gentile benefattore. Sono sicura che le piacerà  molto. Nel frattempo le auguro buon lavoro».

Da sempre attento al tema del sessismo e delle discriminazioni nei riguardi delle donne, Gaynews ha perciò raggiunto la giornalista sannita per raccogliere, in merito all’accaduto, impressioni e valutazioni.

Direttrice Ferragamo, che cosa l’ha spinta, a quasi un mese dal voto, a scrivere di un'ex parlamentare quale Nunzia De Girolamo?

L’onorevole De Girolamo è stata parlamentare della Repubblica per due legislature. Un tempo molto lungo rispetto al quale, a mio avviso, è giusto e perfino opportuno esprimere un giudizio o un'opinione. Due giorni prima di scrivere di Nunzia De Girolamo, ho pubblicato un articolo molto duro, inclemente direi, su Liberi e Uguali, rispetto al quale pure ci sono state reazioni aspre. Ma sempre entro i limiti del rispetto delle reciproche opinioni.

Lei ha utilizzato toni irriverenti e caustici. Sembrerebbe quasi un unicum nel panorama d’un giornalismo locale fin troppo prono nei riguardi della classe politica...

Chi mi segue sa che il mio è uno stile caustico e irriverente, dissacrante con il potere. Non so se il giornalismo locale è prono, sicuramente dimostra, troppo spesso, poco coraggio. È come se talvolta abdicasse al suo ruolo, che non è solo di informazione, ma anche di formazione di un’opinione pubblica consapevole. Purtroppo, in una provincia in cui tutti conoscono tutti, in cui il giornalista e il politico si incontrano al bar anche più volte al giorno, è complicato fare un giornalismo intransigente, che faccia le pulci al potere, che dica pane al pane.

Con Sanniopage, da poco più di un anno, sto provando a uscire dalla gabbia di un giornalismo accomodante, allineato, filogovernativo e, in alcuni casi, mediocre. Lo faccio “senza padrini e senza padroni" per usare la celebre massima di Montanelli, e non nego di sentirmi spesso sola e isolata. Ma è un prezzo che uno mette in conto. Sono, infatti, convinta che, oggi più di ieri, con la perdita di credibilità della politica, i giornalisti non debbano più solo limitarsi a raccontare il mondo, ma debbano provare a cambiarlo con la forza invincibile delle loro convinzioni.

La risposta dell’avvocata De Girolamo ha suscitato in non pochi sconcerto. Qual è stata la sua prima reazione?

Quando ho letto la mail privata di Nunzia De Girolamo non ho avuto alcuna esitazione: andava pubblicata. Se le avessi risposto solo privatamente, sarei apparsa intimorita da quella malcelata minaccia. E così ho pubblicato la sua mail e la mia risposta. Una politica non può permettersi di utilizzare certi metodi con chicchessia, meno che mai con una giornalista. Quando accade, va pubblicamente inchiodato alle sue responsabilità.

Toni minatori e parole allusive suonano come sessiste e conculcatrici della libertà d’informazione. Da giornalista che cosa ne pensa?

Penso che in questo Paese, nonostante le apparenze, le donne abbiano compiuto passi indietro nel contrasto ad atteggiamenti sessisti che, spesso, sono trasversali e non conoscono genere. La libertà di opinione non si tocca: è un valore costituzionale. E una donna, che è stata parlamentare in due legislature, dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro. Considero di inaudita gravità la reazione di De Girolamo: provare a mettere il bavaglio a una giornalista minacciando di pubblicare conversazioni private, peraltro non si capisce bene di quale natura, è un metodo fascista o di stampo camorristico, scelga lei.

Nella sua mail di risposta ha fatto riferimento all’offesa che nella sua persona è arrecata a ogni donna. Può spiegarne il senso?

Nunzia De Girolamo nella sua mail parla di un “ rapporto particolare tra una giornalista e un noto politico". Non chiarisce la natura del rapporto tra i due, non dice chi sia la giornalista o il politico. Allude, lascia aperti spazi per fraintendimenti e per pettegolezzi pruriginosi da bar dello sport. E questo personalmente non lo consento a nessuno: ne vale la mia dignità di donna, madre e professionista.

Se il mio articolo fosse stato scritto da un uomo, sono sicura che De Girolamo non avrebbe utilizzato questi “argomenti”. Le sue allusioni sono figlie di un pregiudizio sessista. Quello per cui una donna con un ruolo nella società debba necessariamente essere legata a un uomo potente che ne muove i fili. È la negazione del pensiero di una donna libera, indipendente e autonoma.

Sta ricevendo tanti attestati di solidarietà, tra cui è da segnalare quello del consigliere comunale pentastellato Nicola Sguera. Ne ha ricevuto da parte del sindaco Mastella e della senatrice Lonardo?

Nicola Sguera è stato il primo a cogliere la gravità di quello che stava accadendo e apprezzo molto chi sa tenere alta l'asticella dell'indignazione. Per questo motivo, sento di doverlo ringraziare.

Ho ricevuto la telefonata della senatrice Lonardo, con la quale non ho mai scambiato una parola nella mia vita e con la quale non sono stata di certo generosa in alcuni miei articoli. Ma, da donna intelligente, ha compreso subito che ci sono battaglie che sono comuni e sulle quali le donne dovrebbero ritrovarsi unite; purtroppo, però, questo non sempre accade. Ho accolto positivamente il gesto di attenzione della senatrice Lonardo, che ha voluto censurare la reazione arrogante e prevaricatrice di Nunzia De Girolamo. Anzi, mi lasci dire che su questa questione è stato doloroso verificare come del tutto assenti siano le donne di sinistra, che storicamente su certi temi sono state più vigili.

Ma forse davvero non è più il tempo di dare nulla per scontato in politica e nella società. I cambiamenti, anche delle categorie e dei posizionamenti tradizionali, ci stanno investendo con una velocità tale da renderli impercettibili durante la corsa: è come se ormai non potessimo fare altro che subirne solo gli effetti. Silente, poi, è stato tutto il Pd, ormai quasi vittima della sua irrilevanza. Mentre ho ricevuto attestati di stima, con conseguenti prese di distanza da De Girolamo, anche da esponenti di Forza Italia.

De Girolamo ha accennato a intercettazioni di cui è in possesso. Giustamente si è chiesto da qualcuno che la Procura della Repubblica indaghi. Che cosa ne pensa?

Nunzia De Girolamo dice di essere in possesso di "sms intercettati dalla magistratura", di cui è venuta a conoscenza tramite un “generoso benefattore”, che di certo non può essere un avvocato, visto che gli avvocati, per professione, non sono né “benefattori" né “generosi”. Dovrebbe dirci da quale inchiesta provengono quelle intercettazioni e che rilevanza penale hanno (perché le intercettazioni che non hanno rilevanza penale andrebbero distrutte) e perché questo “generoso benefattore” le avrebbe consegnate a lei, per farne cosa, per farle diventare strumento di minacce?

Insomma, come ha scritto Gabriele Corona, presidente di Altrabenevento (associazione contro il malaffare molto attiva in provincia di Benevento), credo che ci potrebbero essere gli estremi per un’indagine della Procura su queste dichiarazioni di Nunzia De Girolamo. Io sicuramente sporgerò denuncia per minaccia e violenza privata. Bisogna essere severi nel censurare questi metodi soprattutto se vengono utilizzati da un parlamentare. Inoltre, la Procura non può consentire un uso intimidatorio di intercettazioni frutto di un'inchiesta.

In questo caso, De Girolamo minaccia di usarle per chiudere la bocca a una giornalista. Ma chi ci dice che non potrebbe usarle per inquinare la vita democratica o un'azione amministrativa? Insomma, ad essere sotto attacco potrebbero essere l'intero sistema democratico, la politica e le istituzioni. Secondo me, è proprio questo il punto di rilevanza pubblica di questa incresciosa vicenda.

Per concludere: questa legislatura è contrassegnata da una forte presenza femminile. Qual è il suo parere in merito anche alla luce dell’affaire De Girolamo?

La rafforzata presenza femminile in Parlamento è un'ottima notizia. Sono convinta da sempre che le donne posseggano un'innata forza riformatrice e che per questo siano in grado di migliorare la politica e la società. Non sarà una Nunzia De Girolamo a smontare questa mia convinzione. Oltre che giornalista, sono madre di tre bambine: la mia è una famiglia di donne, la mia tavola a mezzogiorno è un piccolo parlamento dove ciascuna rappresenta un punto di vista.

Ovviamente, va anche detto che, ora più che mai, abbiamo bisogno di donne libere e capaci, in tutti gli ambiti della società, e, quindi, anche in politica. Spero che la stagione della cooptazione femminile sia alle  nostre spalle.

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Colpevole di "avere l’aria da frocio”. Per questo motivo uno studente Erasmus d’origine britannica è stato vittima d’una violenta aggressione nel centro storico di Bologna. E il tutto nella totale indifferenza dei passanti.

È quanto successo domenica sera in Piazzetta San Giuseppe a due passi da Via Indipendenza. IL 20enne inglese stava mangiando una pizza su una panchina quando da un auto parcheggiata di fronte – con a bordo tre giovani italiani – sono partiti ripetuti insulti contro il “frocio” e sputi. Lo studente ha deciso di allontanarsi ma, mentre si dirigeva in Via Galliera, è stato raggiunto da uno dei tre, riempito di calci e pugni in testa nonché derubato di zaino e telefonino.

A nulla sono valse le urla. A nulla è valso l’aver chiesto aiuto a sei o sette persone lungo la strada. Portato da un amico all’ospedale Sant’Orsola, gli sono stati diagnosticati trauma cranico e rottura del naso.

«Al ragazzo inglese che ha subito un ignobile pestaggio nell'indifferenza generale – così oggi il sindaco Virginio Merola - va il nostro sostegno e l'abbraccio simbolico di tutta la città.

Vogliamo pensare a lui non come a una vittima ma come a un nostro concittadino che ha scelto Bologna per i suoi studi, testimoniando la tradizione di una città aperta e accogliente». Ha poi annunciato che «il Comune è pronto a costituirsi parte civile in un futuro processo che accerterà le responsabilità di questo fatto».

Sulla vicenda così si è espresso il direttore di Gaynews Franco Grillini, punto di riferimento per la collettività Lgbti bolognese e figura storica del movimento: «L'omofobia, come ogni altra forma di razzismo, ha un radicamento secolare e ci vorrà ancora molto tempo per sradicarla e affermare una cultura dell'inclusione e dell'accettazione. Anche nelle città, dove il lavoro contro ogni discriminazione può contare su decenni di militanza e di manifestazioni di massa, si registrano episodi, anche gravi, di aggressione, insulti, odio omofobico spesso nemmeno denunciati.

A Bologna un 20enne inglese ha invece deciso di rivolgersi alla polizia dopo essere stato vittima di una vigliacca aggressione da parte di tre giovani italiani che l'hanno prima insultato e poi inseguito per malmenarlo e derubarlo. Delinquenza si potrebbe dire, ma la verità è che soprattutto ultimamente l'odio verso la diversità è stato politicamente sdoganato mentre le norme sia in Parlamento sia in Regione, che dovevano servire da contrasto all'omotransfobia, sono al palo.

La destra italiana che, ahinoi, ha vinto le elezioni è prevalentemente negazionista: l'omofobia non esiste, le leggi a tutela delle persone omosessuali sono liberticide (da tempo la Lega, ad esempio, vorrebbe la cancellazione della legge Mancino), le organizzazioni Lgbti fanno solo del vittimismo. In molte regioni si sono approvate norme contro le discriminazioni e a sostegno dell'attività culturale dell'associazionismo Lgbti.

In Emilia Romagna, nella scorsa legislatura, si stava approvando la legge regionale contro le discriminazioni motivate dall'orientamento sessuale. L'opinabile chiusura anticipata della legislatura ne ha impedito l'approvazione e il solenne impegno dell'attuale maggioranza politica - che regge la regione - di approvare il provvedimento non è stato finora mantenuto (a proposito dell'etica della parola data....). Senza azioni visibili di contrasto e senza norme precise di contrasto e di tutela la lotta all'omotransfobia è delegata alla buona volontà dell'associazionismo Lgbti e all'intervento delle forze di polizia quando si riesce.

È giusto quindi rilanciare la battaglia per la legge regionale e nazionale rafforzando nel contempo la capacità di assistenza e solidarietà della collettività Lgbti. Ma è doveroso anche richiamare partiti e movimenti al dovere della condivisione della battaglia contro l'omotransfobia come parte fondamentale della più generale lotta al razzismo».

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Con quest’intervista al perugino Hakim vogliamo raccontare le storie di quei giovani impegnati nella lotta contro ogni forma di discriminazione. In particolare contro le discriminazioni a danno delle persone Lgbti. Sono storie semplici ma ricche di significato  personale e collettivo. C’è un tempo nel quale si prende coscienza  della propria capacità  di libertà e del voler vivere sostenendo i diritti perché nessuno ne sia escluso. Come diceva Sandro Penna: Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune.

Ciao, Hakim? Questo nome da dove viene?

Sono uno dei famosi immigrati di seconda generazione: nato e cresciuto in Italia, ma figlio di due stranieri, e per questo divenuto effettivamente di nazionalità italiana solamente dopo il compimento dei 18 anni (e una lunga serie di pratiche). Padre tunisino, madre belga. È un nome arabo: i miei volevano mantenere un richiamo alle mie origini. O forse suonava bene e basta.

Conosco il tuo impegno a favore delle persone Lgbti. Quali sono le emozioni, i successi e le delusioni affrontate? 

Nonostante io sia un ragazzetto (25 anni a maggio) gravito attorno alla causa per i diritti da già quasi dieci anni. Sono stato fortunato: a 14 anni ho conosciuto un gruppo di amici, per la quasi totalità composto da altre persone Lgbti della mia età. La loro amicizia mi ha aiutato. Abbiamo potuto percorrere una strada non sempre semplice facendoci forza a vicenda. Ciò ha fatto sì che ci avvicinassimo tutti assieme all’associazione locale solo pochi anni dopo, permettendoci di costruire una coscienza sociale e politica sulle nostre identità che, una volta acquisita, è divenuta a un certo punto una parte fondamentale nella propria vita quotidiana. E oggi sono il coordinatore del gruppo giovani dell’associazione.

A livello emotivo? Un’urgenza impellente di sensibilizzare, di portare avanti temi e battaglie spesso socialmente scomodi, ricercando anche uno scontro – qualora costruttivo – con le barriere più spesse erette da anni e anni permeati di un bigottismo di facciata. Barriere che frequentemente trovano voce anche all’interno della nostra stessa comunità.

È una risposta necessaria in un’era storica in cui ci troviamo sempre più circondati da una crescente tolleranza – o, peggio ancora, una glorificazione – verso pensieri discriminatori e populismi vari.

Cos’è significato per te fare coming out?

Fare coming out è un atto politico. So che un pensiero simile spesso spaventa. Ma nel mondo attuale corrisponde a una rottura con anni e anni di dettami con i quali cresciamo. Insomma, un primo vero e proprio sovvertimento dell’ordine costituito. Il mio coming out è stato particolare, ma sereno. I miei trovarono per puro caso dei materiali dell’Omphalos (l’associazione locale) nel sellino del mio motorino. Mi fecero capire con piccoli indizi che l’avevano letti. Ma lasciarono passare qualche giorno, in attesa che fossi io ad andare da loro.

Poi una mattina in cui eravamo soli a casa, mio padre decise di affrontare la faccenda di petto. E da lì fiumi di parole – e di lacrime – ma il tutto con una certa tranquillità. Quel pomeriggio, quando lo dissi a mia madre tornata dal lavoro, lei rispose candidamente: “Sì, ma ricordati che io i nipotini li voglio comunque”. Mio fratello maggiore mi chiese subito se avessi un ragazzo, perché era ora di portarlo a casa. Ma non sono mai stato granché fortunato in amore.

Bullismo, violenza contro le donne e le persone Lgbti. Quali sono a tuo parere le azioni più urgenti da mettere in campo al riguardo?

Leggi, leggi e ancora leggi. Non fa piacere pensare che, a meno che non si costruisca una situazione di “minaccia punitiva” delle violenze, chi attua discriminazioni più o meno violente verso una fetta di popolazione non si fermerà mai. Ma mi chiedo spesso se non sia la triste realtà dei fatti.

Poi, che la sensibilizzazione ai temi citati sia necessaria e fondamentale sin dai primi anni di età, per me è indubbio. Ma un solido impianto legale a riguardo è un passo altrettanto imprescindibile.

Vivi a Perugia. Qual è la realtà locale in riferimento alle persone Lgbti?

L’Umbria è sempre stata la celebre isola rossa d’Italia. Ma negli ultimi anni il bombardamento di pensieri intolleranti, a cui siamo sottoposti quotidianamente, ha purtroppo iniziato ad attecchire. L’ultimo sindaco eletto a Perugia è stato il primo di centro-destra a ottenere la carica dal Secondo dopoguerra. E emmeno un mese fa è stata inaugurata la sede di Casapound locale nei pressi del centro storico.

Omphalos, la nostra associazione, ha una storia lunga (25 anni) e importante: essa rappresenta una realtà stimata e fortemente radicata nel territorio. Ma eventi, come quelli citati, non possono lasciarci indifferenti. Solo l’anno scorso, giunti alla quinta edizione del Perugia Pride Village, per la prima volta ci siamo visti togliere il patrocinio dal sindaco per una locandina dell’evento raffigurante una nostra drag vestita da Madonna, giudicata offensiva e blasfema. Però, ciò che ne è seguito è stato un sostegno massiccio nei nostri confronti su tutte le piattaforme, social e non, da parte di cittadini e altre associazioni.

Il che, se non altro, ci restituisce il celebre segnale che spesso la società sia effettivamente più avanti di quanto le istituzioni vogliano credere.

Essere giovane e tendere al futuro. È uno sguardo sereno o preoccupato il tuo?

Non so. Mi piacerebbe dire di avere una qualche forma di ottimismo a riguardo. Mi sono appena laureato alla magistrale e mi affaccio al mondo del lavoro: è un momento di grandi cambiamenti personali.

Ma ecco, i risultati delle scorse elezioni del 4 marzo non è che ci abbiano restituito un ritratto particolarmente roseo della forma mentis maggioritaria italiana. Quantomeno, se vogliamo cercare qualcosa di positivo, la lotta per i diritti Lgbti è divenuta un argomento dibattuto a molte riprese nei mass media italiani. Molto più di quanto lo fosse anche solo dieci anni fa. Poi, il tipo di comunicazione che si instaura solitamente sull’argomento, o il silenzio assordante dell’ultima campagna elettorale, quello è tutto un altro paio di maniche. Però non sono del tutto pessimista: momenti fondamentali nella storia della comunità hanno preso piede nei periodi più bui. Abbiamo saputo (o, a volte, dovuto) reagire con forza a momenti storici di discriminazione della nostra comunità. E proprio da lì sono nati alcuni degli eventi più significativi della vita del movimento.

Magari, un Salvini al governo è proprio la spinta di cui necessitavamo per risvegliarci dalla quiete che ha pervaso la comunità nel periodo post-unioni civili.

Hiv, Ist e prevenzione. Qual è il vostro impegno al riguardo sul territorio perugino?

In quanto coordinatore giovani di Omphalos Lgbti, spesso durante gli incontri si instaurano conversazioni sulla sfera sessuale. C’è un misto di timore e curiosità, perché la maggior parte di essi fa conoscenza di tali argomenti di nascosto, tramite il web, dopo che le scuole si rifiutano di costruire programmi solidi di educazione sessuale. Abbiamo casi di presidi che hanno vietato che venisse affrontato l’argomento a scuola. Forse anche per mettersi preventivamente al riparo da gruppi di genitori poco numerosi ma estremamente rumorosi, terrorizzati che i propri, angelici figli possano scoprire che far sesso fuori dal matrimonio non sia un’onta irrecuperabile.

Credo che l’aumentare di casi di Ist sia un’immediata conseguenza di questa atmosfera di terrorismo psicologico sull’argomento. Le nuove generazioni crescono pensando che l’Hiv si prenda bevendo dallo stesso bicchiere di una persona sieropositiva. Ma poi non sanno elencare nemmeno altre tre infezioni o pensano che il preservativo abbia una mera funzione di contraccettivo.

Per quanto riguarda l’associazione, oltre ai canonici incontri di formazione sull’argomento interna ai gruppi che la compongono, distribuiamo materiale informativo, promuoviamo azioni di sensibilizzazione sull’argomento tramite conferenze, incontri con scuole e università e banchetti nelle piazze principali. Abbiamo attivato da un anno a questa parte il Peg checkpoint, in collaborazione con il reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Perugia, che ci permette di offrire test gratuiti e anonimi per Hiv e sifilide a tutta la cittadinanza una volta al mese presso la nostra sede.

Per te Omphalos è?

Per me è stata innanzitutto una salvezza, l’acquisizione della coscienza di poter vivere ed esprimere liberamente la mia identità. Oggi è una seconda casa, un luogo sicuro e accogliente, dove ho potuto costruire una seconda famiglia e sentirmi circondato da affetto. Grazie ad Ha ho acquisito talmente tanto che forse il mio stesso mettermi in gioco personalmente come attivista non è altro che un restituire tutto il bene ricevuto. Ma non come resa dei conti, più come una reiterazione di qualcosa di talmente bello da cambiarti la vita.

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È stato arrestato ieri a Bari un giovane di 18 anni con le accuse di rapina pluriaggravata e lesioni aggravate in concorso ai danni della coppia di 30enni omosessuali, aggrediti lo scorso anno nel capoluogo pugliese. A eseguire l’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del locale Tribunale dei minori, gli agenti della polizia.

Il 18enne, minorenne all'epoca dei fatti, sarebbe uno dei sette responsabili del violento pestaggio di stampo omofobo, avvenuto in largo Adua (cuore della movida barese) l’8 giugno 2017. La coppia, composta da un italiano e da uno spagnolo, fu prima offesa verbalmente. Quindi, colpita ripetutamente con calci e pugni al viso e alla testa nonché derubata di collanine e un anello.

Le immagini video acquisite dalla Squadra mobile hanno consentito di ricostruire dettagliatamente la vicenda e d’identificare quasi tutti i componenti del gruppo di aggressori. Nell’ottobre 2017, a seguito delle prime indagini, la polizia arrestò i due maggiorenni del gruppo, rispettivamente di 19 e 20 anni.

Furono riscontrate responsabilità anche a carico di altri tre minorenni, già gravati da precedenti penali per rapina pluriaggravata, che il 24 febbraio scorso sono stati arrestati in esecuzione della medesima ordinanza di custodia che ha colpito ieri il 18enne. Continuano invece le indagini per risalire all’identità del settimo componente del branco.

Raggiunta telefonicamente, Titti De Simone, consigliera politica del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per l’attuazione del programma, ha così commentato la notizia: «Vanno ringraziate polizia e magistratura per il lavoro d’indagine svolto, che ha consentito d’individuare quasi tutti i componenti di quello che si è configurato come un vero e proprio commando punitivo nei confronti d’una coppia gay. Si è trattato d’un episodio d’incredibile violenza omofoba.

Oltre all’augurio di non dover più assistere a fatti di tale gravità è necessario ribadire ancora una volta la necessità di una legge nazionale contro l’omotransfobia, da troppe legislature giacente in Parlamento. Mi piace ricordare come durante la mia esperienza parlamentare sono stata la prima firmataria di un progetto di legge per l’estensione della legge Mancino. Ritengo essere ancora questa la strada maestra per poter giungere in Italia al perseguimento penale di specifici reati contro le persone Lgbti.

Ritengo al contempo essenziale che le Regioni contrastino efficacemente le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere con delle normative positive – rispondenti al proprio ambito di competenza –  soprattutto su un piano strettamente culturale ed educativo.

Il caso barese dimostra purtroppo come spesso si abbia a che fare con giovanissimi e anche minorenni. Appare perciò fondamentale e prioritario lavorare sul terreno cultuarle ed educativo per poter contrastare efficacemente omofobia e transfobia e, più in generale, tutte le forme di discriminazione basate sulle differenze.

Il centrodestra pugliese sostiene invece che l'omofobia non esiste. Lo sostengono anche alcune associazioni integraliste, inventandosi la teoria Gender per impedire che il pregiudizio, lo stereotipo, la violenza contro le persone omosessuali e transessuali venga censurata e sanzionata, e si faccia un lavoro culturale ed educativo serio. Cosa che la Regione si propone di fare con una propria legge regionale».

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Il 16 marzo si terrà a Napoli presso il Centro Congressi dell’università Federico II il convegno La salute delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender tra stigma e risorse: modelli a confronto. Organizzato dal Centro studi SInAPSi, diretto dal docente di psicologia clinica Paolo Valerio, e dall’Associazione italiana di psicologia, il simposio di studi si aprirà con la lectio magistralis di David M. Frost, docente di psicologia sociale presso l’University College London e già professore assistente presso la Columbia University e la San Francisco State University.

In preparazione all’evento partenopeo abbiamo rivolto alcune domande all’accademico d’origine newyorkese.

Professore Frost, le condizioni delle persone Lgbti sono indubbiamente migliorate in molti Paesi Occidentali. Che cosa resta da fare ancora a suo parere?

Nonostante sia vero che gli atteggiamenti verso le persone Lgbti stanno migliorando, almeno secondo i sondaggi di opinione, e che sia evidente che sempre più paesi stanno approvando leggi che riconoscono le relazioni tra persone dello stesso sesso, ancora molto deve essere fatto per affrontare le disuguaglianze vissute dalle persone Lgbti. Ad esempio, nonostante sempre più Paesi stiano approvando leggi che consentono alle coppie costituite da persone dello stesso sesso un accesso egualitario ai diritti e ai privilegi del matrimonio, la stragrande maggioranza dei Paesi continua a non approvare questi leggi, mentre altri forniscono livelli separati e ineguali di riconoscimento legale.

I comportamenti omosessuali continuano ad essere criminalizzati in moltissimi paesi. La maggior parte dei Paesi non riconosce le identità di genere che non corrispondono al sesso assegnato alla nascita. E nonostante gli atteggiamenti pubblici siano diventati più tolleranti, molte persone, soprattutto anziane, mostrano ancors atteggiamenti negativi nei confronti delle persone Lgbti e delle relazioni tra persone dello stesso sesso.

Da cosa nasce lo stigma di cui sono spesso vittime le persone Lgbti?

È difficile stabilire la fonte esatta dello stigma, ma molti hanno sostenuto che questo è uno stigma radicato in ideologie sociali e culturali che sono avverse alla sessualità in generale e che svalutano le sessualità non eterosessuali e il comportamento sessuale non procreativo. Queste ideologie sociali e culturali si manifestano nelle nostre vite sotto forma di leggi e politiche che limitano l’accesso alle risorse e ai benefici e alla piena partecipazione delle persone Lgbti alla società, trattandole come cittadini di seconda classe.

Certamente la religione istituzionale ha giocato un ruolo nel perpetuare questo stigma, poiché molti hanno interpretato i testi religiosi fondamentali come svalutanti e/o proibitivi nei confronti del comportamento e dell’attrazione tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, molti studiosi di religione non sono d’accordo con tali interpretazioni, tanto che esistono diverse comunità religiose che sostengono tutti i loro membri, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Per prevenire le forme discriminatorie su cosa bisognerebbe puntare?

Abbiamo bisogno di una formazione continua su più livelli. Abbiamo bisogno di eliminare le leggi e le politiche che discriminano le persone Lgbti (ad es., criminalizzando il comportamento omosessuale, restringendo il matrimonio alle sole coppie eterosessuali, impedendo alle persone Lgbti di prestare servizio militare) e l’approvazione di leggi che impediscano la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti (ad es., leggi che proibiscano la discriminazione nelle pratiche di assunzione e sul posto di lavoro, leggi anti-bullismo, ecc.).

Abbiamo anche bisogno di interventi sociali ed educativi che combattano i pregiudizi verso le persone Lgbti (ad es., campagne educative, introduzione delle questioni Lgbti nei programmi di educazione sessuale e di salute, e formazione degli insegnanti). E, per ultimo ma non meno importante, abbiamo bisogno di medici, psicologi e assistenti sociali che siano formati per una pratica rivolta alle persone Lgbti affermativa, in modo che le persone Lgbti che soffrono per lo stress indotto dai pregiudizi e dalle discriminazioni possano avere accesso a servizi medici e psicologici appropriati ed efficaci.

Quali sono i risultati raggiunti nel Regno Unito e negli Stati Uniti?

I risultati negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono promettenti, ma finora contrastanti. Vi sono evidenti risultati politici che hanno migliorato la vita delle persone Lgbti in entrambi i paesi, ad esempio l’accesso a un equo riconoscimento del matrimonio è ora disponibile negli Stati Uniti e in gran parte del Regno Unito (ad eccezione dell’Irlanda del Nord) e le persone transgender possono modificare i propri documenti ufficiali in accordo alla propria identità di genere in tutto il Regno Unito e in alcuni stati degli Stati Uniti. I sondaggi di opinione indicano che gli atteggiamenti nei confronti delle persone Lgbti sono diventati molto più favorevoli, specialmente tra le giovani generazioni.

Tuttavia, nonostante questi risultati, è importante non perdere di vista la continua discriminazione e il continuo pregiudizio esistenti in entrambi i paesi. Ad esempio, è possibile notare un aumento delle segnalazioni dei crimini d’odio commessi contro le persone Lgbti. Solo perché i sondaggi d’opinione mostrano atteggiamenti più favorevoli nei confronti delle persone Lgbti, ciò non significa che le forme più sottili e implicite di pregiudizio siano scomparse. Ad esempio, una persona potrebbe approvare il matrimonio tra persone dello stesso sesso in generale, ma non approvare o sostenere la relazione di un proprio familiare con una persona dello stesso sesso.

In breve, anche se abbiamo indubbiamente assistito a numerosi miglioramenti del clima sociale verso le persone Lgbti negli ultimi decenni, c’è ancora molto lavoro da fare per combattere i pregiudizi e le discriminazioni e migliorare la vita delle persone e delle famiglie Lgbti.

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