Italia al 41° posto con Bolivia, Ecuador, Mozambico, Nepal e Taiwan nella classifica dei Paesi Lgbti-friendly del 2019, stilata dalla guida Spartacus Gay Travel. La lista viene aggiornata annualmente appunto per informare i viaggiatori sulla situazione delle persone Lgbti in 197 Paesi e regioni.

Basata su fonti autorevoli quali, ad esempio, l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch e la campagna delle Nazioni Unite Free & Equal, l'index viene redatto secondo 14 criteri in tre categorie.

La prima categoria è relativa ai diritti civili: sono, fra l’altro, valutati l’accesso di persone gay e lesbiche al matrimonio o a partnership civili, l’esistenza di leggi antidiscriminatorie o l’uguaglianza tra coppie eterosessuali e omosessuali circa l’età del consenso. Qualsiasi discriminazione è invece valutata nella seconda categoria, come, ad esempio, le restrizioni di viaggio per persone sieropositive e il divieto di sfilare ai Pride o ad altre manifestazioni Lgbti. Nella terza categoria sono considerate le minacce alla persona in seguito a persecuzioni, pene detentive o capitali.

Secondo tali criteri il 1° posto della lista 2019 è detenuto, con Canada e Svezia, dal Portogallo, che ha promosso miglioramenti legali per le persone trans e intersessuali in una con iniziative anti-odio.

Una delle stelle emergenti del 2019 è l'India, che, grazie alla depenalizzazione dell'omosessualità e al miglioramento del clima sociale, è passata dal 104° al 57° posto nella classifica Spartacus.

Al contrario è peggiorata la situazione dei viaggiatori Lgbti in Brasile, Stati Uniti e Germania. Sia in Brasile sia negli Stati Uniti i governi conservatori di destra hanno introdotto o avviato la messa in atto d'iniziative volte a revocare i diritti conseguiti. Queste azioni hanno portato a un aumento di casi di aggressioni omofobiche e transfobiche.

Registrato anche in Germania un aumento della violenza contro le persone Lgbti. Una legislazione moderna inadeguata per proteggere le persone transgender e intersessuali e la mancanza d'un piano d'azione contro la violenza omofobica hanno fatto sì che la Germania scendesse dal 3 ° al 23 ° posto.

Un’attenzione particolare va prestata al Nord Africa, alcuni dei cui Paesi, tradizionali mete di viaggio preferite nel passato da persone soprattutto gay, vivono una stagione di maggiori discriminazioni e violenze omotransfobiche.

Tra essi il posto “migliore” è occupato dalla Tunisia: 122°. Segue poi il Marocco che, rispetto allo scorso anno, scende dal 157° al 159° dov'è allo stesso livello di Senegal, Mauritania, Russia, Haiti, Giamaica, Maldive e Zambia. L’Egitto è invece al 179° insieme col Sudan. Mentre, infine, l’Algeria non è registrata, la Libia è al 190° posto con Afghanistan ed Emirati Arabi.

Ultimi nella classifica quali Paesi più pericolosi per i viaggiatori Lgbti nuovamente Arabia Saudita, Somalia, Iran e Cecenia. 

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Andare oltre l’invisibile, il pregiudizio e lo stigma per la realizzazione di ciò che si è nella vita e nel lavoro. Squarciare il velo dell’ignoranza per riflettere con dati edinformazioni concrete sul diritto di essere se stessi e se stesse in tutti i luoghi della comunità sociale e del lavoro. 

Abbiamo perciò raggiunto Federico Polidoro, dirigente del Servizio Sistema integrato sulle condizioni economiche e i prezzi al consumo dell'Istituto Nazionale di Statistica, per parlare della prossima indagine che, oggetto di un comune impegno fra Istat e Unar con la forte sollecitazione di Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari Opportunità e ai Giovani, verterà sui temi della discriminazione lavorativa per orientamento sessuale e identità di genere e politiche di diversity management.

Il progetto è finalizzato alla realizzazione di “un quadro informativo statistico su accesso al lavoro, condizioni lavorative e discriminazioni sul lavoro delle persone Lgbt e sulle diversity policies attuate presso le imprese”. Può raccontarci di cosa si tratta nello specifico? 

Si tratta di un progetto che nasce dall’esigenza di colmare un gap informativo rilevante qual è quello relativo alla discriminazione nei confronti delle persone Lgbt con specifico riferimento al mondo del lavoro. A marzo del 2018, dopo una serie di incontri nei quali sono stati messi a punto obiettivi e strumenti del progetto, Unar e Istat hanno siglato un Accordo di collaborazione che ne ha definito la cornice formale.

Il progetto, finanziato grazie ai fondi del Programma operativo nazionale (Pon) Inclusione 2014-2020, si concretizzerà nella realizzazione di più indagini rivolte a tre differenti destinatari: le persone Lgbt, con un focus dedicato alle persone transgender e transessuali, le imprese e gli stakeholder. L’obiettivo è di avere finalmente un quadro di informazioni articolato che permetta di fotografare le discriminazioni delle persone Lgbt nel mondo del lavoro, operando su diverse prospettive (di coloro che sperimentano tali discriminazioni, dei datori di lavoro e dei principali stakeholder nazionali sul tema) e con l’intento di cogliere la specificità dell’esperienza delle diverse soggettività che si riconoscono nell’acronimo Lgbt. 

Su quali azioni punterete per rilevare e analizzare tali aspetti su una popolazione che, soprattutto nel mercato del lavoro, appare come nascosta, invisibile e quindi sfuggente ai vincoli di rappresentatività statistica? 

Per quanto riguarda la raccolta diretta di informazioni presso gli individui che si autodefiniscono Lgbt, intendiamo sottoporre un questionario, in primo luogo, alle persone in unione civile, popolazione la cui numerosità è nota. Saranno successivamente coinvolti nella rilevazione gli iscritti ad associazioni Lgbt per poi ampliare il campione anche ai non iscritti tramite tecniche statistiche specifiche finalizzate proprio a raggiungere la popolazione nascosta e invisibile di cui parli. Per quanto riguarda le imprese, verrà somministrato un questionario al responsabile delle risorse umane per raccogliere informazioni sulle politiche di diversity management attuate dalle aziende con specifico riferimento ai lavoratori Lgbt. Gli stakeholder saranno invece destinatari di interviste semi-strutturate.

È del tutto evidente che per conseguire gli obiettivi che ci prefiggiamo la collaborazione delle associazioni Lgbt è cruciale e siamo convinti che l’incontro dell’8 febbraio del Tavolo Lgbt costituito dal sottosegretario Spadafora, nel corso del quale l’Istat ha presentato il progetto, rappresenta il punto di partenza di un percorso che va in questa direzione.

Il rapporto con il mondo del lavoro e la popolazione Lgbt è caratterizzato da marcati aspetti discriminatori soprattutto in riferimento alle persone trans. Come pensate di affrontare questo tema specifico? 

Un’attenzione specifica sarà dedicata alle persone transessuali e transgender più in generale, tramite un focus sugli utenti dei servizi dedicati a persone trans. Con la collaborazione delle associazioni e dei diversi sportelli dedicati, si individuerà una lista di servizi (quali ad esempio quelli di assistenza, di consulenza legale) dalla quale partire per raggiungere gli individui a cui sottoporre il questionario. 

Il mondo delle grandi imprese sembra aver compreso il significato e l’opportunità produttiva che esiste nella valorizzazione delle differenze. Quello, invece, delle piccole e medie imprese fa ancora molto fatica a comprenderne il valore aggiunto. Quali strumenti adotterete per intercettarle?

L’idea è quella di somministrare il questionario sul management della diversità Lgbt mediante un modulo tematico ad hoc all’interno di due indagini Istat sulle imprese già finalizzate a raccogliere informazioni sul lavoro. L’obiettivo è quello di intervistare tutte le imprese con 500 addetti e più e un campione di imprese tra quelle tra 50 addetti e 500 addetti. Non andremo ancora sulle piccole imprese ma inizieremo a portare luce su quanto le strategie di diversity management nei confronti dei lavoratori Lgbt sono praticate almeno in una parte delle imprese di medie dimensioni. L’obiettivo è quello restituire un quadro dell’esistenza di queste strategie, della loro diffusione e tipologia cercando anche di capire quanto e che cosa è cambiato dopo l’entrata in vigore della legge del 20 maggio 2016, n. 76 (cosiddetta legge Cirinnà).

Spesso si leggono dati e informazioni sulle discriminazioni verso le persone Lgbt che non sono frutto di analisi accurate e metodologie appropriate. Quali sono i suggerimenti che si possono dare a chi desidera avvicinarsi a queste informazioni con una maggiore attenzione alla qualità delle stesse? 

La trasparenza sulle metodologie adottate per raccogliere i dati ed elaborarli è un aspetto chiave per connotare l’accuratezza, l’affidabilità e il significato dei risultati di qualunque indagine statistica. A maggior ragione ciò è vero per indagini e ricerche che intendono conseguire avanzamenti di conoscenza su un tema delicato e con scarsi riferimenti qual è quello delle discriminazioni verso le persone Lgbt in particolare nel mondo del lavoro. Ovviamente la trasparenza non basta perché è poi indispensabile la qualità della metodologia e degli strumenti adottati per poter valutare la robustezza e l’affidabilità di un’informazione. Ma senza la prima è impossibile procedere con la seconda.

Via via che diffonderemo insieme con Unar i risultati del progetto, sarà quindi premura dell’Istat corredarli delle informazioni necessarie relative alle metodologie e alle tecniche adottate. Anche perché il nostro auspicio è che questo progetto, dopo l’esperienza già condotta dall’Istat nel 2011 sulle discriminazioni in generale (che l’Istat riproporrà probabilmente il prossimo anno), rappresenti il punto di partenza di un impegno permanente della statistica ufficiale sui temi della discriminazione e delle politiche di inclusione delle persone Lgbt.

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Oggi pomeriggio, alle ore 18:00, presso il Campo Sportivo XXV Aprile (Via Marica 80) nel quartiere romano di Pietralata si terrà Black and White Against Homophobia, incontro di calcio nell’ambito del mese di azione europeo Football vs Homophobia (Fvh).
 
La campagna, partita dall'Inghilterra nel 2009, sostiene nel mese di febbraio eventi contro l'omofobia nel calcio e attraverso il calcio, dal livello amatoriale a quello professionistico. Negli anni, diverse squadre della Premier League e di altri campionati europei hanno mostrato la propria adesione.
 
Nell'aderire a Fvh 2019, la Nazionale italiana Gay Friendly sceglie di incontrare Liberi Nantes, la storica squadra per i diritti dei rifugiati, creata a Roma con il supporto dell’Unhcr. Come scrivono gli organizzatori, si vuole lanciare «un potente messaggio contro l'omofobia e il razzismo insieme, per unire le battaglie contro le discriminazioni». Durante l'evento il pubblico sarà invitato a partecipare insieme ai giocatori agli scatti fotografici per la campagna social europea #Fvh2019.
 
L'incontro è promosso da Gaycs, dipartimento Lgbti di Aics, e Liberi Nantes in collaborazione col progetto Outsport Roma EuroGames2019, il principale evento sportivo Lgbti a livello continentale che avrà luogo dal 11 al 13 luglio a Roma. 
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Continua a perdere pezzi la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Ad uscire da Re.a.dy il Comune di Treviso, alla cui guida è stato eletto, nel giugno scorso, il leghista Mario ConteA prendere la decisione la nuova Giunta, che annulla quella presa dalla precedente di centrosinistra nel 2014

«L'attuale Amministrazione - si legge in una nota ufficiale - nell'orbita di un complessivo riesame del complesso delle politiche comunali e, in via generale, relative ai temi della inclusione sociale, delle pari opportunità e non discriminazione per un equo bilanciamento delle iniziative a tutela delle varie istanze, intende infatti puntare sulla famiglia e sulla scuola quali strumenti adeguati e sufficienti a trasmettere i valori del rispetto e della diversità di genere».

Il Comune ricorda infine come la tutela legale contro le discriminazioni sia già garantita dalla Regione Veneto e come esista la legge regionale 37/2013 la quale istituisce il Garante regionale dei Diritti della persona.

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Tous égaux, tous alliés. (Tutti uguali, tutti alleati).

È questo lo slogan della nuova campagna governativa francese contro l’omofobia e la transfobia. Campagna che, lanciata oggi dal ministero dell'Educazione Nazionale e della Gioventù e diretta alle scuole tanto medie quanto superiori, è strettamente correlata alla recente recrudescenza di atti omotransfobici in ambito scolastico. 

Essa prevede che in tutti gli istituti di secondo grado siano distribuiti manifesti e volantini recanti la scritta Ça suffit! (Basta!) su due riquadri nero e arcobaleno. Tali riquadri, a lora volta, campegginano su uno sfondo bianco e nero, contrassegnato dai nomi dei vari atti discriminatori.

Saranno inoltre distribuiti opuscoli che propongono percorsi formativi per l’impegno quotidiano nel lottare l’omotransfobia e diventare un "alleato" dei giovani Lgbti. A partire dall’inizio della settimana prossima sarà invece disponibile online una guida d’accompagnamento per docenti e sarà accessibile per telefono, mail e chat un servizio di ascolto e assistenza a distanza.

Tale campagna si pone in linea di continuità con la precedente lanciata nel dicembre 2015.

Citando un sondaggio dell'Ifop, condotto nel  dicembre 2018, il ministero ha osservato come gli «insulti omofobi, spesso banalizzati, rimangono particolarmente forti: il 18% degli studenti delle scuole superiori o degli studenti Lgbti afferma di essere stato insultato negli ultimi 12 mesi». Inoltre, è stato rilevato, «tra i/le giovani che si definiscono trans, un alto livello di preoccupazione nei confronti della scuola: l'esperienza scolastica è percepita come 'cattiva' o 'pessima' dal 72% di loro».

Non a caso su Twitter Marlène Schiappa, Segretaria di Stato per l'Uguaglianza tra le donne e gli uomini e la Lotta contro le discriminazioni, ha definito oggi la campagna «una delle pietre del piano del governo". 

La campagna odierna è comunque da leggere alla luce della generale escalation di atti omotransfobici nel Paese, al cui contrasto e prevenzione tanto la sindaca di Parigi quanto il governo hanno avviato, nel dicembre scorso, una serie di misure di rilievo.

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L'omosessualità non è più un reato in Angola.

A rendere nota la cancellazione dal relativo Codice penale della norma, risalente ai primi tempi della colonizzazione portoghese, Human Rights Watch (Hrw). Tale divieto era esteso a tutti i comportamenti omosessuali definiti «vizi contro natura».

«Il Governo - aggiunge l'organizzazione - ha inoltre vietato ogni discriminazione basata sull'orientamento sessuale, prevedendo che chiunque si rifiuti di dare lavoro o di fornire servizi a causa dell'orientamento sessuale della persona incorrerà nella pena d'incarcerazione fino a un massimo di due anni».

Da molti anni la comunità Lgbt dell'Angola si batte contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, definite «vestigia arcaiche». Ma solo nel giugno 2018 è arrivato un primo segnale positivo da parte del presidente João Lourenço, che ha riconosciuto ufficialmente un'associazione per la difesa dei diritti omosessuali. 

Lourenço è alla guida del Paese africano dal 2017: è succeduto a José Eduardo dos Santos dopo 38 anni di dominio autoritario. Come il suo predecessore proviene dal Movimento popolare per la liberazione dell'Angola (MPLA) ma, a differenza del predecessore, si sta impegnando per uno svecchiamento del Paese non senza la sostituzione degli uomini chiave del precedente regime.

'Ora - dichiara Hrw - bisogna battersi perché anche gli altri 69 Paesi nel mondo in cui le relazioni omosessuali sono criminalizzate seguano l'esempio dell'Angola».

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«Un atto di violenza gratuita frutto del clima di odio che pervade il nostro paese. Al di là della matrice che non spetta a noi decidere, è evidente che qualcuno si sente autorizzato a vandalizzare uno spazio importante per la comunità Lgbti+ salernitana. Dobbiamo rispondere con coraggio e determinazione a questi gesti. La migliore risposta sono i colori dei nostri affetti. A breve annunceremo la data del Salerno Pride 2019».

Così Francesco Napoli, presidente d’Arcigay Salerno Marcella Di Folco, ha commentato la devastazione della sede del comitato, in via Pandolfina Fasanella, da parte di ignoti il 18 gennaio. 

La porta di ferro tagliata, distrutta quella in vetri, messi a soqquadro i locali di proprietà comunale ma da tempo dati in gestione ad Arcigay Salerno per attività di contrasto alle discriminazioni. E proprio dal sindaco Vincenzo Napoli e dalla Giunta comunale è stata espressa piena «solidarietà ad attivisti e militanti Lgbt per il grave atto vandalico». Ma anche «ferma condanna per il gesto con l’auspicio di indagini immediate che portino all'individuazione dei responsabili. Salerno è città democratica e rispettosa dei diritti civili».

Ieri mattina Francesco Napoli ha provveduto a sporgere denuncia in Questura. «Speriamo  - ha dichiarato in un comunicato ufficiale - si possa risalire agli autori del gesto. Resta l'amarezza di una triste scoperta e la consapevolezza di dover ancora lottare e resistere per i diritti e le tutele di tutte e tutti».

Laura Boldrini in visita alla sede d'Arcigay

Nel pomeriggio d'ieri la sede del comitato, rimessa in ordine da soci e socie, è stata visitata dalla deputata LeU Laura Boldrini, che ha dichiarato: «Ogni giorno le conquiste in tema di diritti vengono rimesse in discussione. Si devono mettere in campo tutti gli anticorpi. C'è un clima pesante nel Paese, di oscurantismo, di intolleranza e questo clima, purtroppo, può arrivare anche a manifestarsi con questi atti antidemocratici».

L’ex presidente della Camera ha quindi mosso un fermo j’accuse a esponenti del governo e della classe politica di maggioranza, affermando: «Il ministro della Famiglia, al singolare, dice che non esistono altre famiglie se non quella tra uomo e donna. Dunque, nega anche le unioni civili, legge che noi abbiamo approvato nella scorsa legislatura.

Verso le donne c'è ugualmente questo atteggiamento di rimettere in discussione le conquiste delle donne: il disegno di legge Pillon è un disegno di legge oscurantista, che impone la mediazione anche quando c'è la violenza domestica contro la donna, e questo è vietato dalla convenzione di Istanbul che abbiamo ratificato nella scorsa legislatura. Si rimette in discussione il diritto della donna di interrompere la gravidanza.

Quando c'è un vento di restaurazione e le lancette dell'orologio vengono rimandate indietro, tutto questo avviene sempre sulla pelle delle donne e sulle conquiste civili.

Io sono molto preoccupata e penso che sia giusto fare delle battaglie di rivendicazione di questi diritti perché sicuramente non vogliamo ritornare ai tempi in cui le ragazze dovevano morire per un aborto clandestino o ai tempi in cui la violenza domestica era considerata normale o le persone omosessuali venivano messe al bando. Tutti gli italiani e le italiane democratici devono adoperarsi affinché questo non avvenga mai più nel nostro Paese».

La condanna del sottosegretario Vincenzo Spadafora

Sull'atto vandalico è intervenuto, in serata, anche Vincenzo Spadafora, sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili, che sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Apprendo del gesto vandalico compiuto ai danni della sede di Arcigay Salerno ed esprimo la mia vicinanza al Presidente e a tutti i componenti della associazione. Condanno con forza l'azione compiuta ed auspico che le forze dell'ordine riescano ad individuare rapidamente i responsabili.

Le associazioni sono la linfa vitale del movimento Lgbt, un movimento le cui attività non vengono arrestate da gesti come quello di oggi, come testimoniato dalla ripresa di questo stesso pomeriggio, con gli associati che si sono riuniti per far fronte ai danni. L'augurio che rivolgo alla Arcigay Salerno è di riprendere rapidamente tutte le proprie attività».

Il duro j'accuse di Futura Lgbtqi

Ma contro il sottosegretario Spadafora ha mosso un duro attacco Futura Lgbtqi, «che giusto ieri aveva definito la legge contro l’omotransfobia a malapena "auspicabile anche se non è nel contratto”. Le sue parole pavide come quelle di Don Abbondio rendono ancora più chiaro il perché delle importantissime defezioni dal tavolo proposto alle associazioni Lgbtqi, che hanno capito ben presto che non si trattava altro che di un’operazione di facciata.

Non siamo mai stat* e mai saremo quell* di cui vantare l’amicizia per scansare le accuse di omotransfobia. Non siamo vostr* amic* e mai lo saremo.

Esprimiamo la nostra solidarietà al Sindaco e al Circolo Arcigay di Salerno, mettendoci a disposizione per le iniziative che saranno intraprese a contrasto della violenza omo transfobica che ormai è a un passo dal punto di non ritorno ennesimo.

Siamo stanch* di piangere mort* e ferit*, ma non ci piegheremo. Nel 50esimo anniversario dei moti di Stonewall saremo ovunque a gridare la nostra libertà e il nostro orgoglio».

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All'Off/Off Theatre di Roma va in scena, fino al 13 gennaio, Salvatore Sasà Striano con il suo spettacolo dal titolo Il giovane criminaleGenet/Sasà.
 
Il lavoro è ispirato al Giovane criminale di Jean Genet, il monologo con cui Salvatore Sasà Striano si rivolge direttamente agli spettatori, provocandoli e spingendoli alla comprensione della realtà criminale e carceraria. Un invito ad aprire gli occhi su verità dimenticate o ignorate. Sono quelle verità che Sasà racconta agli spettatori, a ruotare costantemente intorno alla vita di un giovane criminale, che nasce e cresce miezz'a vie, proprio com'è accaduto a se stessoCome Genet, Striano indicherà la via d'uscita che egli ha imboccato, la via definita dalla capacità salvifica dell'arte, della poesia, della letteratura e soprattutto, del teatro.
 
Incontriamo Sasà Striano a due giorni dal debutto romano per saperne di più sul suo spettacolo. 
 
Sasà, come mai hai sentito l’esigenza di portare in scena un lavoro ispirato a Genet? 
Perché l’amico mio Genet è stato più volte imbavagliato sia per limitarne la libertà d’espressione sia per frenarne la libertà sessuale. E darò voce sempre alla sua anima!
 
Il giovane criminale è anche un lavoro teatrale sulla verità e sulla necessità di fare i conti con le verità che il mondo borghese preferisce ignorare o rimuovere. Guardare in faccia le verità, anche le più scomode, ci libera o ci danna? Qual è la verità più scomoda con cui Sasà ha dovuto fare i conti? 
 
Guardare in faccia le nostre verità non potrà mai essere una cosa dannosa ma anzi liberatoria. Se non guardi in faccia la tua verità non puoi liberarti. Quindi dobbiamo gridarle sempre più forte e senza vergogna. Personalmente, poi, non credo che esistano verità scomode. Le bugie sono scomode, perché facciamo fatica a nasconderle e ci mettono in pericolo.
 
Da quale pregiudizio dobbiamo liberarci per poter guardare in maniera più autentica la vita?
 
Le persone che hanno pregiudizi vivono in carcere. Sono in galera con sé stessi. Si creano delle prigioni dentro di loro.
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Parlando delle donne nel mondo del calcio e dando voce a un sentimento comune, l’ex europarlamentare romeno nonché proprietario della Steaua Bucarest, George (detto Gigi) Becali, ha dichiarato, il 20 dicembre, a una tv locale: «Se la Uefa obbligherà tutti i club ad avere una squadra femminile, io lascerò il mondo del calcio. Le donne possono praticare altri sport come il basket o la pallamano, ma non sono fatte per giocare a pallone: non hanno il fisico adatto, è una cosa contro natura». 

Il 60enne uomo d’affari, noto per l’ardente adesione al cristianesimo ortodosso, ha immancabilmente fatto poi ricorso a motivi religiosi, dicendo che, nonostante abbia commesso numerosi peccati in vita propria, non farà mai «il volere di Satana contro le forme che Dio ha dato alle donne per attirare l'uomo».

Un caso che ricorda, mutatis mutandis, quello del presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Felice Belloli, che nel 2015 dichiarò: «Basta dare soldi a queste 4 lesbiche»

Per quanto le dichiarazioni abbiano una portata diversa, riassumono molto bene una rappresentazione ancora molto diffusa in tutta Europa sullo sport e sul calcio femminile: la donna calciatrice è contro natura o, al massimo, lesbica. 

Che non si tratta di battute isolate lo dimostrano i dati. Secondo il rapporto dell'European Institute for Gender Equality (Eige) del 2015, a livello europeo, in media, le donne costituiscono il 14% delle posizioni decisionali nelle confederazioni continentali degli sport olimpici in Europa.  Dallo stesso report si evince che le donne nel ruolo di allenatrici sono tra il 20 e il 30% nei vari Paesi Ue rispetto ai colleghi uomini. 

In questo quadro l'Italia ha un ulteriore gap unico nell'Europa occidentale. Quello, cioè, di non riconoscere il professionismo sportivo: le donne in Italia sono considerate formalmente delle dilettanti, incluse le nostre campionesse Pellegrino, Bruni, Vezzali. Ciò significa che possono avere solo rimborsi spese e non possono accedere a tutte le tutele dei contratti sportivi professionali come normato dalla legge 91/1981. Non a caso, molte donne scelgono la carriera militare per poter praticare sport. 

Insomma, quando parliamo di uguaglianza di genere, lo sport si conferma ancora oggi lo specchio dei pregiudizi più profondi della nostra società. Emergono stereotipi e false rappresentazioni che sono alla base tanto del sessismo quanto dell'omofobia: il principale motivo per cui una persona omosessuale non dovrebbe giocare a calcio è proprio legato al fatto che si tratta di "uno sport da uomini". 

Inoltre lo sport non è solo quello del campo da gioco. Ma è anche quello della tv accesa nelle nostre case, del commento sessista di chi guarda la partita, della notizia di Becali letta su Facebook da una ragazza che magari sta lottando con il padre per iscriversi a una squadra femminile. Lo sport è, di fatto, la terza gamba dell'educazione insieme con scuola e genitori. 

Che il calcio femminile sia qualcosa di estremamente "naturale" ci hanno pensato a ribadirlo le azzurre della Nazionale di Calcio femminile. Quelle azzurre che, quest’estate si sono qualificate ai mondiali al contrario dei loro colleghi più blasonati. 

Ora, per rimanere in tema, "naturale" sarebbe, in pari tempo, che l'Uefa procedesse con pesanti sanzioni. Sanzioni da irrogare prima ancora che Gigi Becali sia costretto a lasciare il calcio pur di non far vedere la luce alla Steaua Bucarest femminile.

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Sarebbe dovuta essere una giornata come tutte le altre per la neo eletta presidente di Arcigay Napoli, Daniela Lourdes Falanga, quella di venerdì 21 dicembre. Una giornata che inizia con la presenza sua e di altri volontari del comitato napoletano nelle scuole per parlare di contrasto alle discriminazioni e cultura della differenza. 

Sarebbe dovuta essere una giornata come tutte le altre, se non ci fosse stata un’incredibile coincidenza: quella, cioè, di una manifestazione contro la violenza di genere, organizzata presso l’Itc Ferdinando Galiani di Napoli, in cui si sono ritrovati sul palco Daniela Lourdes Falanga, in qualità di attivista, e il padre, detenuto presso il carcere di Rebibbia, coinvolto casualmente nella stessa manifestazione.

Un incontro che ha riavvicinato padre e figlia, a distanza di 25 anni, in una stessa medesima missione: rendere il mondo un posto migliore in cui vivere. Il padre di Daniela era protagonista di una rappresentazione contro la violenza di genere, organizzata dai detenuti di Rebibbia. Daniela era al Galiani per parlare ai giovani di violenza di genere e contrasto a ogni forma di stigma.

I due si sono persi 25 anni fa. Un rifiuto e una negazione che hanno creato abissi di dolore. L’abbraccio e la commozione di Daniela e del padre, durante la manifestazione del 21 dicembre, sono stati vissuti come momenti d’indicibile emozione anche da parte di alcuni attivisti presenti a partire dall’ex presidente d’Arcigay Antonello Sannino.

Quell’abbraccio e quella commozione che appaiono ora come promessa di un possibile riscatto.

Ecco cosa ha dichiarato Daniela Lourdes Falanga a Gaynews: «La giornata del 21 è stata una giornata intensa, di quelle in cui gli egoismi si comprendono davvero, perché si sceglie di non averne, di liberarsene, come tutte le volte che si riflette sul bene comune e si sceglie di cambiare davvero le cose, di produrre una vera rivoluzione di umanità. C’ero io e c’era mio padre. C’erano 200 ragazzi e altre persone detenute.

E mio padre non era solo mio padre e il ricordo grave che ne avevo: era una persona che stava provando a sollecitare riflessioni positive tra i giovani studenti e le giovani studentesse delle scuole. 

È stato come intessere le reti delle trasformazioni. Divento adulta, divento donna e una brava persona e mio padre ci prova a esserlo, e lo fa bene. Le reti sono del bambino figlio del boss, della donna trans, dell’ex boss che prova a scusarsi e vuole definire un cambiamento. Diverse solitudini, diverse questioni intrecciate.

Un’esperienza unica per i ragazzi, unica per molti. In una sola volta il mondo bello nelle sue plurali manifestazioni. La dignità prima di ogni cosa e, prima del mio vissuto di dolore, quella di tutte le persone detenute, che vanno riproiettate fuori dalle mura degli spazi chiusi, dimenticati. Poi la bellezza della gioventù che sa assorbire e saprà trasformare il male sociale.

Io ci credo. Prima di una bambino che non ha avuto padre, prima di tutto: la dignità».

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