Impegno politico e sociale a 360 gradi, arrivando perfino a traguardi importanti nella guida delle istituzioni locali. Il tutto con passione, dedizione e onestà in anni e luoghi “caldi” in cui la violenza non temeva la legge e la sfidava perfino alla luce del giorno, in pieno centro e aveva il colore rosso del sangue delle vittime che faceva.

José Calabrò è una delle politiche più rappresentative della sinistra siciliana, una comunista che nell'agosto 1985 è perfino riuscita a essere eletta tra le file del Pci a sindaca del proprio paese, Misterbianco un comune alle porte di Catania. Prima donna a ricoprire questa carica nella Sicilia Orientale

JOSE CALABRO

La sua però sarà un'esperienza destinata a durare poco. A deciderne le sorti non è la qualità della sua attività amministrativa, ma il clima politico e sociale di quegli anni. La sua sindacatura finisce a novembre dello stesso anno, quando viene fatta decadere. “Pochi mesi, forse troppi” commenta la Calabrò. “Dopo la mia lezione sono diventata uno degli epicentri di una stagione spaventosa – continua –. Ero alternativa, disinteressata ad accordi e interessi economici e quindi non conciliabile con i poteri oscuri che stavano entrando nella gestione di un comune che si macchiò presto di sangue. Furono uccisi un imprenditore, un dipendente comunale, il segretario di un partito e un ragazzo che fu bruciato”.

Gli anni di sindacatura al femminile di Misterbianco coincisero con quelli in cui la mafia dettava legge a colpi di proiettile per strada, in centro, in pieno giorno ma anche all'interno dei consigli comunali dove progetti urbanistici e di sviluppo economico non riuscivano mai a vedere la luce e diventare legge. Conclusa l’esperienza da sindaca e dopo essere uscita dai Ds, l’impegno politico di José Calabrò non smette, ma continua nella vita sociale e civile di Misterbianco con le associazioni femminili e il movimento cittadino No discaricaPiù di recente la pubblicazione di un volume del quale è la curatrice e nel quale ha fatto confluire diversi lavori di uomini e donne della cittadina alle porte di Catania: “Le case dei gelsi. Misterbianco, una storia di donne e di uomini lungo un millennio”, pubblicato dalla casa editrice Maimone. 

In occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, José Calabrò dà una sua personale lettura della presenza femminile nella tornata elettorale appena conclusa e nella società in generale.

Come sono andate, secondo lei, le elezioni 2018 dal punto di vista delle donne?

Secondo me si è andati indietro rispetto alle precedenti elezioni, nelle quali c’erano state una visibilità e una forza delle donne maggiori. Credo che in questo caso siano state messe a fuoco altre cose e quindi questa forza femminile sia stata meno rappresentata che nell’ultima campagna elettorale. Tutto ciò malgrado in questo momento le donne stiano riprendendo la parola, dopo che per tanto tempo sono state invece afone. Negli ultimi tempi si assiste a un non ritorno della visibilità delle donne, soprattutto sulla questione della violenza. Però ripeto in questa campagna elettorale non mi è sembrato che abbiano rappresentato un nodo importante.

In tema di violenza il caso Weinstein, ad esempio, ha suscitato diverse reazioni…

Il ritorno alla parola da parte delle donne non è stato soltanto rispetto al caso Weinstein, ma anche ai grandi casi di cronaca. Tutto questo ha dato centralità al tema della violenza. Io però sono sempre dell’idea che le donne debbano riprendere la parola su tanti temi, ad esempio quello del lavoro, e che non ci si può solo focalizzare su questa vicenda. Devono lanciare parole in positivo, con proposte per il mondo. Questo in effetti mi sembra un po’ un limite degli ultimi anni, mentre in quelli precedenti si è parlato più a 360 gradi. In ogni caso si può parlare di una ripresa di iniziative e questo per me è un fatto importante.

Una donna, che in politica è riuscita a ottenere recentemente risultati positivi, è stata la senatrice Monica Cirinnà, appena rieletta. Il suo nome è associato soprattutto alla legge sulle unioni civili. Lei cosa ne pensa di questa norma?

Credo che sia stato importante averla fatta. Durante l’ultimo periodo di governo sono stati fatti dei passi in avanti sulla questione dei diritti civili. Sicuramente però non ci sono stati sul piano dei diritti sociali. Questo è stato un limite forte che ha condizionato molto probabilmente le elezioni e il voto. Occorre riconoscere tuttavia che è stata una legislatura che ha varato dei provvedimenti che possono essere condivisi nel dettaglio o no, ma con la quale tutto sommato si è andati avanti. Su questo non c’è dubbio. Quella delle unioni civili è stata una legge di mediazione È chiaro. Di sicuro non è stata la legge che volevano i soggetti più consapevoli su queste vicende. Però, ripeto, si tratta pur sempre di un passo in avanti rispetto a prima, anche se una mediazione. Onestamente non mi sentirei di dire parole del tutto negative, questo assolutamente no.

 

 

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C’è una piccola pattuglia di persone Lgbti e gay-friendly che sono state elette nell’attuale Parlamento. A partire dall’amica Monica Cirinnà, prima firmataria della legge sulle unioni civili e grande alleata nelle battaglie arcobaleno: la sua presenza qualifica un po’ anche questa legislatura perché come tutti sappiamo le celebrazioni delle unioni civili hanno avuto in Italia un grande successo. Era perciò indispensabile che chi rappresenta da un punto di vista parlamentare l’immagine di questa battaglia tornasse sugli scranni di Palazzo Madama. Sia per proseguire il discorso delle unioni civili e tenere accesa la fiaccola del matrimonio egualitario sia per garantire una vigilanza quanto mai indispensabile, data la vittoria elettorale di forze politiche che non possiamo certamente dire amiche della collettività Lgbti.

C’è poi Tommaso Cerno, la cui elezione in un collegio senatoriale di Milano col quasi 42% di preferenze e 100mila voti, rappresenta un dato rilevante di consenso anche personale. Ma, di sicuro, essa costituisce un’indicazione, relativamente all’area di Milano, di una condivisione della battaglia sui diritti. Condivisione, da parte di chi l’ha votato, che ci riempie il cuore di speranza. Tommaso è al suo primo mandato. Tutti noi dobbiamo aiutarlo nella sua attività di neosenatore dal momento che a Palazzo Madama la situazione è persino più difficile in termini numerici rispetto a quella della Camera.

L’elezione di Alessandro Zan rappresenta un dato rilevante perché sarà a Montecitorio, dove centinaia di fascioleghisti e Fratelli d’Italia non sono certamente friendly nei nostri confronti. Sempre alla Camera ci sarà anche Ivan Scalfarotto che ha promesso il suo impegno a difesa dei diritti delle persone Lgbti.

A loro tutti l’intera redazione di Gaynews formula auguri di buon lavoro con l’impegno a sostenere l’attività parlamentare di ognuno attraverso quella corretta informazione che da 20 anni contraddistingue il nostro quotidiano.

Come già scritto nei precedenti editoriali, si chiede a questi amici e amiche di fare i watch dog in un Parlamento fortemente orientato a destra con esponenti che non hanno remora a richiamarsi esplicitamente al Ventennio fascista.

I dati dell’elezioni sono definitivi e il quadro che ci si presenta è quello di un Paese ingovernabile. Nessun partito e nessuna coalizione, infatti, ha i numeri sufficienti per governare. Al riguardo si profila quindi un lungo stallo alla ricerca di una soluzione che, al momento, non pare all’orizzonte. Come sappiamo, è una situazione simile a quella accaduta in diversi altri Paesi come la Grecia, la Spagna, il Belgio e la stessa Germania dove sono stati necessari cinque mesi per definire una maggioranza di governo in termini di Grosse Koalition. In Italia, al momento, è molto difficile pensare a una maggioranza formata da una coalizione che abbia i numeri sufficienti per governare.

Per fortuna il centrodestra, che pure ha preso il 37% alla Camera, ha “solo” 260 parlamentari: gliene mancano quindi oltre 60 per governare. E dico per fortuna perché si tratta di un centrodestra a trazione fascioleghista. E possiamo tutti immaginare – è inutile dirlo – che un governo con Salvini quale presidente del Consiglio sarebbe per la collettività Lgbti un disastro. E lo sarebbe, perché alcune forze politiche in campagna elettorale hanno promesso la cancellazione della legge sulle unioni civili e probabilmente la riscrittura del testamento biologico e di altre norme, riguardanti i diritti, che il centrosinistra ha meritatamente varato.

Qui siamo di fronte a un trumpismo senza Trump, volendosi smantellare quanto di buono ha fatto il centrosinistra. Senza capire però bene che cosa si voglia fare al suo posto perché i programmi sono tutt’altro che chiari.

Certo è che un governo a guida Salvini rappresenterebbe un cambio radicale nella cultura, nel costume, nel modo di pensare il rapporto tra cittadini e Stato. In tal caso è necessario prepararsi a una lunga stagione di resistenza. Dove la parola resistenza rassomiglia molto, tranne che per alcune conseguenze estreme, a quella da opporre a ciò che potrebbe essere un regime autoritario.

L’altra prospettiva è quella di una coalizione tra il M5s – che è il vero vincitore di quest’elezioni in termini di voti conseguiti da un partito –, il Pd e, magari, anche con la pattuglia dei parlamentari di LeU.

Da un punto di vista degli interessi del Pd sarebbe una prospettiva suicida perché l’appoggio a un governo pentastellato significherebbe un ulteriore tracollo alle urne. Dal nostro punto di vista sarebbe una prospettiva un po’ più tranquillizzante perché non ci troveremmo, in questo caso, alla presenza a Palazzo Chigi dei fascioleghisti e dell’estrema destra.

È ovvio che i nostri interessi sono un po’ diversi da quelli del Pd. Di un partito, cioè, che si trova di fronte al risultato peggiore del dopoguerra se intendiamo il Pd quale continuum del Pci e Ds. Di un partito che si trova nella situazione, stante le dimissioni vere o finte di Matteo Renzi, a dovere rinnovare radicalmente la leadership e la propria politica. Cambiando, perciò, l’immagine avuta finora: quella, cioè, del perdente nonostante i successi del governo Gentiloni e nonostante alcune leggi che noi riteniamo fondamentali come quella sulle unioni civili o sul biotestamento.

Se non si troverà una maggioranza parlamentare l’extrema ratio sarà un “governo del Presidente” con tutti dentro, un “governo di scopo” di durata limitata con il compito di rifare la legge elettorale e di approvare la legge di bilancio. Anche in questo caso sarebbe difficile per i fascioleghisti manomettere la legislazione sui diritti.

Personalmente sono tra quanti pensano che non si tornerà al voto tanto presto anche se l’iter per la costituzione di un governo con maggioranza parlamentare potrebbe essere molto lungo. Non c’è dubbio che a questo punto il compito della collettività Lgbti e, nel nostro piccolo, anche dell’informazione Lgbti sarà quello di vigilare con la massima attenzione perché non ci sia nessun passo indietro sui diritti acquisiti. Ma anche di moltiplicare nel Paese e in ogni città iniziative sui temi che ci stanno più a cuore: dal matrimonio egualitario alla legge contro l’omotranfobia fino alla welfare per la collettività Lgbti. In modo tale da rimarcare una presenza diffusa su tutto il territorio nazionale che sia di monito a chiunque voglia tentare dei disastrosi passi indietro in materia di diritti.

Quindi il mio appello è quello di rimboccarsi le maniche e agire con sentimenti di rinnovata e passionale militanza per far sì che la visibilità Lgbti in Italia sia sempre più forte al di là di chi è al governo del Paese, col quale comunque dovremmo misurarci.

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Ivan Scalfarotto è in corsa per il secondo mandato parlamentare. Candidato alla Camera dei deputati nel collegio plurinominale Lombardia 1 - 03 tra le file del Pd, il sottosegretario di Stato allo Sviluppo economico ha accettato di rispondere ad alcune domande nell’imminenza del voto del 4 marzo.

On. Scalfarotto, nel suo video elettorale lei parla di parametrici economici tutti migliorati: in che senso e secondo quali dati?

Sono i dati dell’Istat, quelli che fanno prova quando le cose vanno male e dunque anche quando le cose vanno bene. In questi anni il nostro Paese, che era in recessione, ha ricominciato a crescere: nel 2016 +0,9%, nel 2017 +1,5%, che è il rialzo massimo dal 2010. Il rapporto deficit-Pil nel 2017 è sceso all'1,9%, a fronte del 2,5% dell'anno precedente. Il rapporto debito-Pil si è prima stabilizzato e ha cominciato poi a scendere, sebbene solo lievemente, dal 132% al 131,5%. La pressione fiscale è scesa nel 2017 al 42,4% del Pil, in calo rispetto al 42,7% del 2016. 

Allo stesso modo sono cresciuti gli occupati, da 22 milioni a 23 milioni; la disoccupazione giovanile che era al 44% all’arrivo di Renzi al governo nel 2014, è oggi al 31,5%; l'occupazione femminile ha fatto appena registrare un record storico, salendo al 49,3%. È aumentata la produzione industriale: +3% nel 2017 rispetto al 2016, così come gli ordinativi (+6,6%) e fatturati (+5,1) dell’industria. L’indice complessivo del fatturato è tornato al livello più alto dall’ottobre 2008. Sono dati positivi, il che non significa che non ci sia ancora moltissimo da fare, certo. Ma che indiscutibilmente, oggettivamente, segnala che in questi anni di governo è stato fatto un ottimo lavoro. 

Lei è sottosegretario allo Sviluppo economico e, infatti, come detto nel video, dichiara di essersi occupato di “internazionalizzazione delle imprese”. Può spiegare più dettagliatamente che risultati ha raggiunto?

Quando ho ricevuto la responsabilità del Commercio internazionale e dell’attrazione investimenti, all’inizio del 2016, l’Italia aveva appena realizzato il suo record delle esportazioni con 414 miliardi. Nel 2016 e 2017 abbiamo migliorato questo record, arrivando l’anno scorso a 448 miliardi e con un avanzo della bilancia commerciale di quasi 50 miliardi. Una crescita del nostro export di quasi l’8% rispetto all’anno precedente, meglio di Francia e Germania. Per fornirle un altro dato, quest’anno siamo passati dall’11° all’8° posto tra i più forti esportatori negli Usa, il principale mercato del mondo, superando anche i francesi, nostri storici concorrenti.

Sempre nel 2017, siamo cresciuti più del 20% sia in Cina che in Russia, nonostante il permanere delle sanzioni in quest’ultimo mercato. In questi anni abbiamo quintuplicato i fondi per la promozione del Made in Italy, e abbiamo dato una spinta decisa alla nostra diplomazia economica in sostegno ai nostri esportatori, che sono in realtà i veri detentori del merito di questa straordinaria crescita. Io stesso, in meno di due anni, ho effettuato 45 missioni internazionali, visitando 29 Paesi diversi. 

In tale veste è stato in Iran, dove ha incontrato il presidente Rohani. Qualche attivista Lgbti le contestò d'aver stretto la mano a un Capo di Stato, in cui le persone omosessuali sono mandate a morte. Cosa ne pensa?

Che sono orgoglioso di essere cittadino di un Paese, come l’Italia, che va in visita di Stato in un Paese come l’Iran con una delegazione composta così: un capo del Governo di 40 anni, una ministra donna e un sottosegretario al commercio gay. Vede, in Iran, in casa loro, per poter trattare con l’Italia - com’è nel loro interesse - hanno soprattutto dovuto stringere la mano a me, non il contrario.

Se seguissimo fino in fondo la logica che sta dietro alla sua domanda, dovremmo stabilire due pericolose conseguenze: la prima, visto che il rilievo è stato mosso solo a me e alla ministra Giannini e non al resto della delegazione, è che la discriminazione di donne e gay non è un problema di tutto il governo, ma solo un problema dei membri di governo donne e gay. La seconda, corollario della prima, è che politica estera e quella commerciale possono farla solo gli uomini eterosessuali, perché a membri di governo donne e gay sarebbero preclusi i viaggi in qualche decina di paesi del mondo.

La scelta di andare in Iran non è stata facile neanche per me: sapere che cammini, circondato da uomini armati, per strade nelle quali se non avessi la tua immunità diplomatica saresti arrestato e probabilmente ucciso non è una sensazione confortevole, mi creda. Ma penso che vedere gli onori di Stato riservati a un dignitario gay di un Paese occidentale sia stato anche un messaggio importante per la comunità Lgbti iraniana. 

Diritti civili e programma Pd: è un dato di fatto che esso sia veramente striminzito in riferimento alle persone Lgbti. Qual è il suo parere in merito? 

I programmi elettorali, con una legge proporzionale che costringe necessariamente a un accordo di coalizione, purtroppo valgono fino al giorno delle elezioni. Guardi quello che succede in Germania: è dopo le elezioni, non prima, che si scrive il programma di governo. Per questo posso assicurarle che migliore sarà la performance del Pd, maggiori saranno le speranze di fare passi avanti nell’agenda dei diritti civili. Bene che ci diciamo una cosa con estrema chiarezza: se la destra o M5s avessero da soli la maggioranza per governare l’Italia avremmo il rischio, nel primo caso, di una proposta di legge di abrogazione delle unioni civili e, nel secondo caso, le decisioni sarebbero nelle mani di una forza politica che si è schierata contro la stepchild adoption e contro lo ius soli

Quanto ai partiti alla nostra sinistra, bisogna sapere che il voto per loro è un voto di pura testimonianza: servirà ad avere in aula qualcuno che parla di parità dei diritti, ma che le parole sulla parità non potrà mai trasformare in leggi che cambiano la vita delle persone, perché non hanno i numeri in aula e senza numeri in aula le leggi non si fanno. Aggiungo che sia in Regione Lombardia che nei collegi uninominali il voto a LeU serve a favorire l’elezione di un presidente di regione razzista e di parlamentari leghisti o neofascisti che certamente a Roma non favoriranno leggi di progresso civile. Bisogna dunque che l’elettore ponderi attentamente le conseguenze dirette del proprio voto. 

Passiamo al tema delle misure di contrasto all’omotransfobia. Al riguardo difende ancora il suo ddl o ritiene oggi che andrebbe presentato un nuovo testo come chiesto da più parti della collettività Lgbti?

Difendo certamente il mio disegno di legge contro l’omofobia e la transfobia così come lo presentai nella scorsa legislatura. E, se sarò eletto, lo ripresenterò tale e quale. Quanto invece alla legge così come uscì dal voto della Camera dopo gli emendamenti Verini e Gitti, penso che fosse una legge non perfetta ma di cui avremmo avuto comunque un estremo bisogno.

Il progresso del Paese procede per leggi non perfette: per ottenere il divorzio, all’epoca dell’approvazione della legge, erano necessari ben sette anni di separazione; la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza è appesantita dal meccanismo dell’obiezione di coscienza. Ma lei farebbe a meno di queste due leggi di progresso per questi motivi?  È stato veramente paradossale vedere insieme nelle piazze sia le associazioni Lgbti che le “Sentinelle in piedi” unite, anche se per motivi opposti, contro l’approvazione della legge sull’omofobia. Alla fine hanno entrambe raggiunto il risultato che si prefiggevano: la legge non si è fatta. Ma secondo lei hanno fatto un miglior affare le “Sentinelle in piedi” o le persone Lgbti? Chi ha potuto veramente festeggiare?

Da ultimo... Nel suo video afferma che grazie alla legge sulle unioni civili “tutte le famiglie hanno la stessa dignità”. Non le sembra un po’ esagerato visto che proprio la legge definisce tali unioni una formazione sociale specifica e non riconosce la potestà genitoriale alle coppie di persone dello stesso sesso?

Non è esagerato: è sostanzialmente così. Ci sono ancora dei passi da fare per la piena parità, e vanno assolutamente fatti (lo ripeto: ma si potranno fare rafforzando il Pd, non indebolendolo), ma non si può riconoscere che oggi chi si unisce civilmente ha le stesse protezioni di chi si sposa. Un risultato che nessun governo, né di destra né di sinistra, ha mai portato a casa e che non si può non riconoscere alla ferma volontà, alla testardaggine, mi viene da dire, di Matteo Renzi e del suo governo. Non so se lei ricorda D’Alema che diceva che “Il matrimonio è un sacramento finalizzato alla procreazione”, ma io non l’ho mai dimenticato.

Quello che non va bene nella legge 76 non è certamente la formula di “formazione sociale specifica”, perché anche il matrimonio è una “formazione sociale specifica”. Quello che manca è la parità dei figli. Questa lacuna gravissima la dobbiamo soltanto al fatto che la maggioranza che avrebbe dovuto approvare la legge (Pd+Sel+M5s) si sgretolò per il tradimento in Senato dei grillini, che quella volta mostrarono per la prima volta la propria impronta di partito di destra.

Però io ho sempre in mente Franco e Gianni, la coppia di Torino che si sposò ad agosto 2016 dopo 52 anni insieme. Avessimo fatto quella legge anche soltanto per Gianni e per consentirgli di vivere in dignità e libertà dopo la morte di Franco pochi mesi dopo, avremmo comunque fatto la cosa giusta. 

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Incalzato da settimane, Pierferdinando Casini, candidato del centrosinistra al Senato nel collegio uninominale di Bologna, ha oggi affrontato il tema dei diritti delle persone Lgbti.

Intervenendo a Radio Città del Capo, emittente storica della sinistra, ha dichiarato: «Probabilmente rispetto alla comunità Lgbti ho idee diverse. Probabilmente loro ritengono la legge che si è fatta sulle unioni civili insufficiente. Probabilmente domani chiederanno qualcosa di più. Questa è la democrazia.

Io rispetto questa comunità e dico loro: Non abbiamo le stesse idee, ma senza di me voi le unioni civili non le avreste avute».

Casini ha poi spiegato meglio che nel corso della XVII° legislatura «senza di me e senza le persone come me, senza quei moderati che hanno sostenuto la coalizione di centrosinistra le unioni civili e il testamento biologico non ci sarebbero stati.

Per cui non accetto l'esame del sangue a me perché non voglio farlo a loro. Io rispetto loro, loro rispettino me». 

Sulle adozioni ai single l'ex presidente della Camera non ha chiuso tutte le porte. «Vedremo - ha dichiarato -. Probabilmente se si affrontano le cose senza voler fare delle demagogie ma con serietà si potranno trovare tanti punti di incontro».

Non senza far però notare che «è una cosa singolare: mi si chiedono cose che non si chiedono al Pd, perché molti parlamentari del Pd hanno avuto una posizione ben più restrittiva della mia. Se la gente ritiene che, per danneggiare me sia bene votare Salvini o M5s, lo faccia».

Del resto, su argomenti come questi - ha aggiunto Casini - «a volte correre troppo si strappa anche quello che si può avere in termini realistici». 

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Una delle fondatrici del comitato Arcigay di Arezzo e da sempre attiva nella lotta contro ogni forma di discriminazione, Cristina Betti è candidata alla Camera nelle liste di Potere al popolo.  A lei abbiamo rivolto alcune domande per saperne di più.

Cristina Betti, lesbica e attivista nella lotta contro ogni forma di discriminazioni per le persone Lgbti e ora candidata nelle lista di Potere Al Popolo ad Arezzo. Che effetto fa?

Emozionata. Il lavoro da fare è tanto e spero che la mia esperienza di attivista nell’associazionismo serva a portare avanti le istanze Lgbti anche dentro Potere al Popolo.

Potere al Popolo è una formazione politica che sta facendo parlare molto di sé. Un nome forte e pieno di significati secondo qualcuno.  Un slogan da vecchia lotta di classe secondo altri. Tu che ne pensi?

Uno slogan forte per un movimento dal basso che pone al centro della propria azione politica il cittadino e i suoi diritti, nel pieno rispetto dei dettami costituzionali. Potere al Popolo vuole creare uguaglianza, parità dei diritti, integrazione, parità di genere. Azioni fondamentali per una società giusta dove ognuno di noi sia perfettamente in grado di autodeterminarsi. Non trovo nulla di retrò in questo, ma battaglie sempre più attuali.

Arezzo è stata ed è una città che ha sempre mostrato la sua anima democratica e antifascista. Città d'arte e con un buon afflusso turistico con una buona economia. È cambiato qualcosa negli ultimi anni, soprattutto per le persone Lgbti? 

Si. Già avere ad Arezzo il comitato Arcigay è stato un cambiamento importante per la città. In pochi anni siamo diventati il punto di riferimento per la comunità Lgbti e per tutti coloro che con noi lottano contro le discriminazioni (associazioni, enti locali, privati, ecc.). Certo, c’è ancora tanto da fare, ma le basi ci sono.

Quali sono le priorità della tua campagna elettorale?

Io credo che serva ricostruire un tessuto sociale e culturale dove principi come il diritto al lavoro, alla parità dei salari, alla sanità gratuità, alla casa, alla parità di genere nella vita privata e sul posto di lavoro, il diritto all’autodeterminazione, la lotta alle discriminazioni delle persone Lgbti, all’odio razziale, alle discriminazioni monetarie, diventino in modo definitivo valori fondanti. Potere al Popolo lotta per questo modello di società e per bloccare, attraverso queste e molte altre azioni di questo tipo, il fascismo che è sempre stato latente in questo paese e oggi più che mai, emerge.

Qualcuno dice che è meglio non votare Potere al popolo perché in tal modo si tolgono voti al centrosinistra e così avanza la destra più nera. Secondo te, invece, perché bisogna votarlo?

Intanto se tutti votano Potere al Popolo, non si perdono voti a sinistra. Potere al Popolo è l’unica forza politica con un programma elaborato da centinaia di persone, siamo l’unica vera novità nel panorama politico italiano: siamo donne e uomini che combattono e ripudiano l’oppressione razzista, di classe, di sesso, la guerra la devastazione della natura e della vita. Siamo persone e organizzazioni, democratiche e antifasciste, comuniste e socialiste, femministe e ambientaliste. Veniamo da storie differenti ma vogliano costruirne una comune tra chi non si rassegna all’ingiustizia, allo sfruttamento, alla sopraffazione dilagante e vuole cambiare le cose.

C'è un mondo Lgbti che vota a destra e molti si scandalizzano: seconde te è corretto? E cosa è che non va  tra l'essere Lgbti ed esser di destra?

Siamo in democrazia e ognuno di noi è libero di votare chi meglio crede. Però credo anche che i vari partiti della destra italiana si occupino di tutto tranne che dei diritti delle persone Lgbti, anzi alimentano un clima di odio e non solo nei nostri confronti ma, ad esempio, anche contro i migranti.

C’è un dibattito aperto sulla Gpa e le adozioni per le persone Lgbti: qual è la tua opinione in proposito?

Credo che ormai i tempi siano più che maturi per rivedere la legge su le adozioni: serve una legge che riconosca il desiderio di maternità e paternità di tutt*. Sono favorevole nell’estendere l’adozione a le persone Lgbti e alle persone single. Il tema della Gpa è vasto e complesso con implicazioni morali, etiche e giuridiche che certo non possono essere qui risolte. In questo Paese non è possibile, non esiste una legislazione a riguardo che la consenta. Io, con una legge che tuteli tutti i soggetti coinvolti, sono favorevole.

 

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Potere al popolo, il nuovo movimento politico proveniente dal basso che sta animando con il suo contributo la campagna elettorale, ha candidato capolista alla Camera in Trentino  Alto Adige l'attivista Daniela Tonolli. L'abbiamo raggiunta per saperne qualcosa di più.

Da qualche anno i cittadini hanno deciso di organizzarsi in diverse forme di partecipazione alla vita democratica del paese. Potere al Popolo : un nome che potrebbe avere mille significati. Ci puoi dire cos'è?

Potere al popolo è una rivoluzione. Ha mille significati. In una società dove le persone sono umiliate e sfruttate ogni giorno per poter sopravvivere, abusate perché donne, rifiutate per la loro origine, per il loro orientamento sessuale, con un contratto di lavoro o una pensione a 800 euro al mese, è necessario un radicale cambiamento. Questo può avvenire solo partendo dai territori (come nel caso dell'ex Opg di Napoli) per poi federare le lotte territoriali e portarle a livello nazionale. È una rivoluzione. Questo è Potere al Popolo.

Daniela Tonolli e Potere al popolo cosa hanno in comune?

Oltre al programma (ovviamente), abbiamo in comune la rivoluzione, intesa come la responsabilità politica di ognuna e ognuno di noi di incarnare quotidianamente la propria specificità in modo sinergico e la radicalità, intesa come "intervenire alla radice dei problemi", come sosteneva colei che per me rappresenta un'icona di tutte le lotte: Angela Davis.

Nella lotta contro le discriminazioni, l'omofobia e la transfobia qual è il contributo di Potere al popolo ?

È un contributo radicale insieme all'antileaderismo e antipersonalismo. Nel panorama della sinistra (area in cui sono sempre stata collocata) ho scelto Potere al popolo. Noi parliamo chiaramente di lotta all'omotransfobia e l'urgenza di una legge. Che non solo punisca chi usa violenza (verbale o fisica) contro persone Lgbti ma che dia anche la concreta possibilità di sostenere l'educazione alla differenza che deve essere portata in primis nelle scuole.

Vogliamo il matrimonio egualitario e il riconoscimento pieno dell'omogenitorialità nonché l'adozione ai single. Puntiamo al divieto dell’intervento chirurgico genitale sulle bambine e sui bambini intersessuali prima che possano sviluppare la loro reale identità di genere. Una pratica barbara che dagli anni cinquanta viola i diritti umani.

Siamo venuti a conoscenza di attacchi omofobi nei tuoi riguardi: ce li puoi raccontare?

Ho scelto di presentare la mia candidatura come capolista alla Camera in Trentino Alto Adige Sudtirol mediante un manifesto con la mia immagine e una mia breve "dichiarazione di intenti".Questo manifesto è circolato su alcune pagine italiane Mra (Men's Rights Activism) e su profili di militanti di sinistra. Sono stata attaccata e insultata principalmente per le parole che ho usato e poi anche per il mio taglio di capelli e per la spilla da balia all'orecchio. Qualcuno ha pubblicato la foto di un kalashnikov come "rimedio" alla mia esistenza.

In privato ho ricevuto insulti molto pesanti. Si parla molto di "rivoluzione culturale" soprattutto nei salotti buoni della sinistra e quello che è successo a me proviene anche da lì e dimostra che siamo lontani da una rivoluzione culturale. È stato sufficiente che usassi termini come "ecofemminista" e "eteronormatività" per scatenare l'indignazione di molti e di molte.

Il tuo manifesto elettorale: il tuo viso di profilo e, poi, termini come ecofemminismo e "spezzare l'eteronormatività". Ci dai il senso della scelta di queste parole?

Mi definisco ecofemminista perché credo fortemente nell'intersezionalità delle lotte. L'ecofemminismo, infatti, individua nel sistema capitalista patriarcale il comun denominatore dello sfruttamento perpetrato sulle donne, sull'ambiente e su tutti gli esseri viventi. Viviamo in una società eteronormata, in cui tutti gli esseri umani sono catalogati come maschio o femmina, sia nel sesso che nell'identità di genere. Conseguentemente le relazioni sono riconosciute e legittimate solo quando avvengono tra persone di sesso diverso.

Tutte quelle persone che non rientrano in questo binarismo (sia sessuale che di genere) vengono ignorate, private della loro dignità e di qualsiasi diritto. La stessa legge Cirinnà rientra in questa modalità eteronormata: le unioni che ne derivano sono, infatti, definite "formazione sociale specifica".

Sei candidata in Trentino Alto Adige e abiti in provincia di Trento. Qual è il contesto?

Un contesto che rispecchia comunque una cultura discriminatoria. Rammento che nel 2014 a un'insegnante dell'Istituto Sacro Cuore di Trento non è stato rinnovato il contratto perché "presunta lesbica". Questo caso è stato denunciato pubblicamente e anche la magistratura (peraltro l'insegnante ha vinto i primi due gradi di giudizio) è intervenuta.

Per la mia esperienza diretta, in quanto lesbica, so di altre persone discriminate, insultate e vessate per il loro orientamento sessuale. Non ho paura di ciò che sono e di quel che penso e sostengo. Porto la mia autenticità ogni giorno, in ogni luogo e davanti a ogni persona. Viviamo in un clima per nulla rassicurante, dove chiunque parli una lingua omnicomprensiva, che riconosce tutte le possibilità dell'esistenza, è comunque in pericolo. Sta in noi accettare il rischio e continuare a camminare a testa alta.

Se dovessi dire chi sei in un parola, quale sceglieresti?

Persona.

Grazie, Daniela. In bocca al lupo o forse è meglio dire?

In bocca alla lupa e lunga vita alla lupa e alle donne che corrono con le lupe (e non con i lupi).

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Dopo quella per le candidature alle prossime elezioni politiche del 4 marzo è terminata oggi quella per il programma elettorale in casa Pd. A presentarlo nel pomeriggio d’oggi a Bologna Matteo Renzi.

«Per la prima volta rivendichiamo un metodo diverso dal passato – così ha detto il Segretario nazionale col consueto stile magniloquente –. Avremo tre versioni del programma: una versione “malloppo” per chi vorrà entrare nel merito dei singoli punti, una versione più sintetica di 15 pagine, e una terza versione più rischiosa, ma che inaugura un metodo nuovo... Noi proponiamo 100 piccoli passi in avanti per l’Italia, 100 piccoli impegni realizzabili, ma lo facciamo partendo da 100 cose che abbiamo fatto».

Ma in ambito dei diritti delle persone Lgbti la “versione malloppo” in 41 pagine dedica appena due sintetici punti (lotta all’omofobia e riforma delle adozioni) del paragrafo Per una cultura dei diritti e delle pari opportunità (pag. 39). Nessuna menzione, invece, nella versione più sintetica né tanto meno in quella delle 100 cose da fare a fronte delle 100 fatte (nel cui catalogo è ovviamente citata la legge sulle unioni civili).

Non si è tenuto purtroppo per nulla in conto il documento I diritti Lgbti in una società solidale e inclusiva che, approntato dal gruppo Dems-Arcobaleno, era stato preparato quale contributo alla redazione finale del programma.

Come se non bastasse, laddove nel programma si parla della lotta all’omofobia l’essere transessuale viene presentato come peculiarità dell’orientamento omosessuale. Uno scivolone non da poco cui si è riparato per intervento dell’on. Alessandro Zan.

Grazie a un suo intervento il passaggio «la peculiarità dell’orientamento sessuale della vittima, ovvero l’essere omosessuale oppure l’essere transessuale» è stato corretto in «la peculiarità dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere della vittima, ovvero l’essere omosessuale oppure l’essere transessuale». Modifica che dovrebbe essere apportata, si spera quanto prima, anche nella versione in pdf del programma.

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Se sfruttamento, tratta e traffico degli esseri umani sono riprovevoli sotto ogni punto di vista, lo sono particolarmente quando correlati alla prostituzione. Eppure, anche quando totalmente sganciati da tali reati, il sex work continua a essere condannato nell’opinione comune e riguardato quale realtà tabuale. Con la conseguenza di un perdurante stigma nei riguardi delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso.

Per garantirne i diritti umani e promuoverne il benessere, la sicurezza e la salute al pari di quelle della loro clientela si batte da undici anni l’associazione transnazionale Certi Diritti affiliata al Partito Radicale. Per sapere qualcosa di più sugli attuali impegni al riguardo, abbiamo raggiunto il presidente dell’associazione Yuri Guaiana.

Quando si parla di approccio giuridico al sex work, si usano termini quali decriminalizzazione, legalizzazione o abolizione. Che cosa s’intende nello specifico?

Il movimento internazionale delle e dei lavoratori del sesso parla di 'decriminalizzazione' del lavoro sessuale, distinguendo il termine da quello di 'legalizzazione'. La differenza non è solo terminologica, ma sostanziale. Per questo anche io adotto questo termine.

La 'decriminalizzazione' è un approccio che si basa sui diritti delle/dei sex worker. Si richiede l’abrogazione di tutte le leggi penali che non proteggono le/i sex worker, il cui lavoro è regolato solo dalla legge ordinaria, come ogni altra attività. Anche i postriboli sono regolati come attività economiche ordinarie. La Nuova Zelanda è l’esempio migliore di queso approccio.

La ‘legalizzazione' prevede invece l’introduzione di leggi specifiche che consentono il lavoro sessuale in certi luoghi, momenti e modalità. Ma lo continuano a vietare in altre con il risultato di continuare a criminalizzare le/i sex worker più marginalizzati. La 'legalizzazione' non garantisce completamente dalla violazione dei diritti umani delle/dei sex worker, come dimostra il caso della Tunisia dove chi lavora al di fuori dei postriboli autorizzati è ancora criminalizzata/o e chi vuole cambiare lavoro necessita di una speciale autorizzazione della polizia. Esempi europei sono Germania, Paesi Bassi e Austria.

L’Italia, al momento, segue invece un approccio ‘abolizionista’ per il quale sex worker e clienti non sono criminalizzati, ma il favoreggiamento continua ad avere una rilevanza penale.

Come associazione transnazionale, Certi Diritti punta sulla decriminalizzazione del lavoro sessuale quale obiettivo da raggiungere. Perché?

Perché è quello che chiedono lavoratrici e lavoratori del sesso. A differenza delle cosiddette ‘femministe’ radicali, noi siamo abituati ad ascoltare i diretti interessati e lavorare per elevare la loro voce. Lo abbiamo fatto con le coppie dello stesso sesso, con le persone intersex e lo facciamo anche con le lavoratrici e i lavoratori del sesso. Pia Covre, prostituta e co-fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute è la nostra presidente onoraria anche per questo, oltre al fatto di essere bravissima.

Lavoriamo da anni con lei e altri collettivi italiani, oltre a essere membri dell’International Committee for the Rights of Sex Workers in Europe. In piena sintonia con il movimento internazionale delle e dei sex worker, riteniamo che la decriminalizzazione sia lo strumento migliore per salvaguardare i diritti umani di lavoratori e lavoratrici sessuali, proteggerli/e dallo sfruttamento e promuovere il benessere, la salute e la sicurezza loro e della loro clientela.

Il caso della Nuova Zelanda, dove il lavoro sessuale è decriminalizzato (non semplicemente legalizzato o regolamentato come in Germania, Austria e nei Paesi Bassi) dal 2003, dimostra come 15 anni di decriminalizzazione abbiano sensibilmente ridotto lo stigma nei confronti di coloro che svolgono questa attività, migliorato l’atteggiamento della polizia nei confronti delle e dei sex worker oltre che le loro condizioni lavorative, la loro salute e la loro sicurezza.

Il cosiddetto modello svedese o nordico in materia di prostituzione è duramente riprovato da voi come da Amnesty. Qual è il motivo?

Semplice, criminalizzando i/le clienti (già perché anche le donne possono essere clienti) si mette lavoratrici e lavoratori del sesso più a rischio (anche di violenze) in quanto costretti/e a lavorare in una situazione di illegalità ed emarginazione. Inoltre, il modello svedese carica l’immagine del lavoro sessuale di immoralità e criminalità aumentando lo stigma nei confronti di chi lo pratica.

Come giudichi la legge Merlin?

La legge Merlin ha giustamente eliminato lo Stato pappone (che Salvini vorrebbe reintrodurre, magari con una spolverata di liberismo), ma non si poneva l’obiettivo di dare dignità e proteggere lavoratori e lavoratrici del sesso, anzi. Con il reato di favoreggiamento li/le costringe all’isolamento, alla marginalizzazione e a lavorare soli/e (spesso per strada) con tutti i rischi connessi.

Pensa che, con la legge Merlin, chi lavora insieme in un appartamento, o chi l’appartamento lo possiede, rischia una condanna per favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione.

Una delle situazioni più scottanti è quella relativa alle persone migranti senza documenti che si prostituiscono. Che cosa c’è da fare in merito?

Le persone migranti costituiscono oggi la maggioranza nel mercato (circa il 75%). La loro vulnerabilità sociale e la mancanza di punti di contatto con le reti del volontariato fa si che si affidino a gruppi criminali.

Decriminalizzare significherebbe facilitare l’individuazione dei casi di tratta e sfruttamento e combatterli. Inoltre assesterebbe un colpo alla criminalità organizzata riducendone i guadagni. Potrei qui parafrasare quanto ha scritto Alessandro Motta sulla Gpa: non è il lavoro sessuale a creare sfruttamento, è la criminalizzazione di alcuni suoi aspetti che crea la possibilità dello sfruttamento.

Le misure prese da Nardella contro i clienti di sex worker sono davvero rispettose di chi si prostituisce?

Per niente! Nardella purtroppo si è messo sulla scia dei numerosi sindaci sceriffi, spesso leghisti, che negli anni hanno multato sex worker e clienti non per tutelare lavoratori e lavoratrici del sesso, ma piuttosto per rendere il fenomeno meno visibile.

Quando ero vicepresidente del Consiglio di Zona 2 di Milano, ho lavorato con Certi Diritti e Pia Covre per proporre un metodo di governo del fenomeno del lavoro sessuale di strada che prevedeva un tavolo di confronto tra sex workers, cittadini, istituzioni e forze dell’ordine. Si prevedeva anche la creazione di zone sicure e attrezzate per lavorare in sicurezza e dignità.

La proposta è stata approvata dal Consiglio di Zona 2, ma il Comune di Milano non vi ha dato seguito. In compenso, alcune femministe radicali hanno sporto denuncia per “istigazione al favoreggiamento della prostituzione”.

Il paradosso è che a Mestre, dove questo metodo è utilizzato dal ’95, i dati dicono che in vent’anni il numero delle prostitute su strada è crollato di due terzi. Ma evidentemente ai sindaci sceriffi e alle femministe radicali questo non interessa.

Come mai a tuo parere non si parla mai o poco di uomini che si prostituiscono?

È indiscutibile che vi siano più donne che uomini impegnate nel lavoro sessuale. Ma credo che ciò dipenda anche dallo stigma sociale e dagli stereotipi di genere.

Le donne possono essere solo madonne o puttane, si sa. Per alcune femministe possono essere solo sante o vittime, ma per la maggior parte degli italiani è inconcepibile che le donne possano essere anche clienti. Ciò naturalmente poiché i desideri e le fantasie sessuali delle donne non hanno ancora cittadinanza nel nostro dibattito pubblico.

Dall’altra parte, il prevalente stereotipo di genere maschile non può certo tollerare l’idea di un uomo sottomesso economicamente a una donna o, peggio ancora, a un ‘frocio’.

Già, perché vi è anche una percezione stereotipata e moralista del rapporto tra cliente e sex worker per cui il potere starebbe solo nelle mani di chi paga, lasciando a chi lavora solo il ruolo della vittima. Ma come cantava De André, la puttana è «quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie». I rapporti di potere tra cliente e sex worker sono assai più complessi: senza voler naturalmente negre l’importanza del dato economico, non si può però ridurre tutto solo a quello.

Infine, se si considera il lavoro sessuale come immorale, sporco e persino criminale, è chiaro che la visibilità, strumento fondamentale per ottenere diritti, è molto difficile sia per gli uomini, sia per le donne, cis o transgender.

Quale tipo di prostituzione Certi Diritti condanna?

L’idea che Certi Diritti possa condannare qualcosa mi fa sorridere, per fortuna non siamo un tribunale. La prostituzione è un lavoro, bello o brutto ciascuno lo può giudicare, ma è un’attività che alcune persone fanno per guadagnarsi da vivere.

Il legislatore dovrebbe garantire che quest’attività, come tutte le altre, venga fatta in una cornice di legalità che garantisca la sicurezza e i diritti di sex workers e clienti.

Ciò che va condannato sono lo sfruttamento, la tratta e il traffico di esseri umani, che infatti sono già reati. Purtroppo sono fenomeni diffusi anche nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia, per fare solo due esempi, ma nessuno mai si chiede quale tipo di edilizia o di agricoltura sia da condannare né, tanto meno, si pensa di criminalizzare i consumatori di pomodori o gli acquirenti di un palazzo appena costruito.

Ma Yuri Guaiana, candidato alla Camera per +Europa, che cosa pensa di fare al riguardo qualora eletto?

È vero: sarò candidato sia alla Camera dei deputati per la lista +Europa con Emma Bonino nel collegio plurinominale Lombardia 2 (Varese) sia al Consiglio regionale della Lombardia (se riusciremo a raccogliere le firme necessarie),

Se verrò eletto la prima cosa che farò sarà presentare la proposta di legge che abbiamo già preparato con Certi Diritti e tante lavoratrici e lavoratori del sesso. Nella scorsa legislatura sono state presentate una dozzina di proposte di legge sul tema. Ma la nostra è l’unica fatta coinvolgendo le dirette interessate e che si rifà alla legge neozelandese. L’unica al mondo che ha pienamente decriminalizzato il lavoro sessuale ponendo al centro la salvaguardia dei diritti umani di lavoratori e lavoratrici sessuali.

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A quanto pare le liste dei vari partiti (tranne qualcuno) in vista delle prossime elezioni del 4 marzo sono definite. La loro elaborazione si è presentata particolarmente complessa e densa di conflitti per ragioni facilmente comprensibili. E questo soprattutto nel Partito Democratico. Proprio il quadro politico del Pd rispetto a cinque anni fa, quando Bersani riuscì comunque a far eleggere 400 parlamentari della sua area, è completamente cambiato.

Il centrosinistra è dato per sconfitto e quindi con un numero di parlamentari dimezzato rispetto alle legislatura volgente oramai al termine. Il centrodestra è dato per favorito e il M5s veleggia tra il 26 e il 28%. Il che comporterà, qualora confermati i sondaggi, un numero rilevante di deputati e senatori pentastellati.

Personalmente sono tra coloro che non si meravigliano molto dell’atteggiamento di Renzi in materia di composizione delle liste. Mi sembra evidente che il Segretario nazionale del Pd, fin dall’inizio, abbia puntato sulla formazione di un gruppo di parlamentari di fedelissimi, lasciando quindi meno spazio possibile alle minoranze. Le quali minoranze sono gli alleati ai quali deve comunque garantire qualche eletto (vale a dire +Europa di Bonino, Insieme, Civica e Popolare di Lorenzin). E poi le minoranze interne di Emiliano, Cuperlo e Orlando.

Proprio l’appartenenza a quest’ultima minoranza è stata esiziale per la candidatura del caro amico Sergio Lo Giudice, che ha così ben lavorato in Parlamento negli ultimi cinque anni soprattutto nell’ambito delle unioni civili e dei diritti umani. È il classico esempio di un’esclusione dalle liste non certo per un giudizio negativo sull’operato quanto per una serie di dinamiche di partito – interne ed esterne – soprattutto locali (a livello bolognese) che gli hanno tagliato le gambe. Già l’altro ieri ho detto di essere fortemente deluso e arrabbiato per una tale esclusione. Mi sembra evidente che questa vicenda è estremamente negativa nell’ambito della politica italiana e nell’ambito della politica Lgbti.

Il Pd si avvia, dunque, ad avere un nucleo duro (80/90%) di parlamentari legatissimi al leader e, in quest’ambito, la riproposizione di alcune candidature Lgbti risulta comunque un fatto rilevante. Penso, ad esempio, alla ricandidatura di Alessandro Zan, dirigente per anni di Arcigay Padova e fondatore del Padova Pride Village, che ha ben lavorato nel corso di questa legislatura. Di lui, fra l’altro, si ricorderà quello che forse è stato il più bell’intervento parlamentare della XVII legislatura. Quello, cioè, in occasione della chiusura della discussione sulle unioni civili alla Camera.

Alessandro Zan sarà capolista a Padova. In questo modo il partito ne riconosce i meriti e il valore. Sono ben felice di dare una mano ad Alessandro Zan (per quelle che sono le mie forze e le mie possibilità) per la sua campagna elettorale.

Altra candidatura estremamente rilevante e, sotto certi punti di vista, clamorosa quella di Tommaso Cerno, ex condirettore de La Repubblica, che sarà candidato a Milano e a Udine nelle liste plurinominali del Pd per un seggio sicuro al Senato. Siamo sicuri che la presenza di Cerno in Parlamento sarà un fatto di grande rilevanza. A partire dalla sua professionalità e dalle sue indubbie capacità personali e oratorie. C'è altresì il nome di Ivan Scalfarotto, candidato alla Camera nel collegio plurinominale di Milano città.

La prossima legislatura, come ognuno potrà immaginare, non sarà una passeggiata per i diritti Lgbti. Per la ragione già prima accennata: il centrosinistra con ogni probabilità non sarà in maggioranza. Verranno elette una destra e un’area populista tutt’altro che disponibili sulle questioni dei diritti Lgbti e, più in generale, di quelli civili.

Avere quindi personalità come Tommaso Cerno al Senato e Alessandro Zan alla Camera significherà porre un argine al prevedibile tentativo della destra di rimettere indietro le lancette dell’orologio della storia rispetto ai diritti per come sono maturati nell’ultima legislatura. In particolare per quanto riguarda le unioni civili. Da questo punto di vista la richiesta che faccio, insieme con l’intera redazione di Gaynews e con i componenti di Gaynet, è proprio finalizzata alla costruzione di quest’argine. Che nessuno, cioè, possa mettere in discussione i risultati legislativi e politici ottenuti. Risultati che devono essere irreversibili.

Da questo punto di vista la collaborazione di Gaynet e Gaynews sarà totale. Tuttavia è necessario parlare di argine non solo difensivo ma anche propositivo. Vanno avanzate nuove istanze e, soprattutto, vanno riproposte quelle cardini quali il matrimonio egualitario e la riforma delle adozioni. Per non parlare del tema dell’omofobia e della transfobia. Una legge al riguardo è necessaria. Non perché qualcuno di noi si illuda che basti una norma ad estirpare violenze e mentalità d’odio verso le persone Lgbti. Ma perché la presenza di una legge è essenziale a tutela di quelle decine e decine di persone che, oggi anno, vengono colpite da gravi atti di omofobia e transfobia.

In quest’ottica non posso che rallegrarmi enormemente con Monica Cirinnà, alla quale esprimo tutta la mia più sincera soddisfazione per la presenza del suo nome nelle liste dem. Una gioia enorme la mia per una ricanditatura che ci ha lasciato in ambasce fino all’ultimo minuto. Sarebbe stato veramente grottesco che un partito come quello Democratico – che ha avuto il coraggio di porre la questione di fiducia sulle unioni civili e che giustamente esibisce una tale legge come fiore all’occhiello – fosse arrivato ad escludere colei che di tale norma ne è stata la principale artecifice. Monica invece ci sarà e sarà protagonista nel Lazio di una battaglia elettorale che non sarà facile ma interessante. Visto che la destra laziale come quella nazionale è una delle peggiori d’Italia.

La presenza del suo nome nelle liste del Pd è importante e preziosa in questa vicenda politica. Proprio perché, come sopra detto, ci sia in Parlamento un presidio forte – e al riguardo Monica è una garanzia assoluta – per evitare la rimessa in discussione di leggi appena approvate.

In quest’ottica non posso non salutare con uguale felicità tutte le altre candidature Lgbti, esterne al Pd. A partire da quelle di un attivista combattivo come il presidente di Certi Diritti Yuri Guaiana, che è candidato con +Europa alla Camera nel collegio plurinominale Lombardia 2 (Varese). Come non contare sulla determinatezza di un protagonista di tante battaglie a difesa delle persone Lgbti che ha dovuto subire anche un fermo in Russia per la sua campagna di condanna delle persecuzioni dei gay in Cecenia? Candidato con +Europa alla Camera anche un giovane in gamba come Leonardo Monaco, segretario di Certi Diritti.

Per non parlare delle candidature di Gianmarco Capogna e Luca Trentini per Liberi e Uguali. Mi è impossibile non spendere una parola in più per Luca, che conosco da anni per il suo impegno in Arcigay e di cui apprezzo la risolutezza a difesa dei diritti della collettività Lgbti. Bisogna poi menzionare le candidature di due donne lesbiche quali Maria Rosaria Malapena e Simona Deidda nelle liste di Potere al Popolo.

Obiettivamente il periodo politico che stiamo attravesando non sembra esaltante perché la sinistra, ahimè, non appare in grado di recuperare un’area di astensionismo molto forte. Tuttavia non si può pensare che questa campagna elettorale possa essere ignorata come inessenziale e poco importante. Ci dev’essere un impegno, invece, di tutto il mondo Lgbti per riproporre ai candidati quelle che sono le nostre politiche e le nostre richieste. Ci sono alcuni candidati Lgbti che faranno iniziative sui diritti. Noi dobbiamo supportarle e dobbiamo pensare a una presenza che si faccia vedere perché nell’Italia del 2018 la questione Lgbti che riguarda alcuni milioni di persone non può essere trascurata o passare in secondo piano.

L’appello quindi di Gaynet e Gaynews è quello di un impegno collettivo. Di evitare una facile scorciatoia della noia del disimpegno e di dare ognuno di noi il proprio contributo di creatività e intelligenza vivendo in una Repubblica parlamentare. E buona parte delle nostre future vicende, obiettivi e piattaforma dipenderà dal Parlamento. 

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Il presidente Recep Tayyip Erdoğan all'attacco contro le iniziative antidiscriminazione dell'opposizione turca.

«I loro legami con i valori della nostra nazione – ha dichiarato ieri il capo di Stato - sono a tal punto inesistenti che in un distretto gestito dal Chp in una grande città è stata prevista la quota di un omosessuale su cinque». In un discorso tenuto successivamente ad Ankara ha aggiunto: «Dovremmo prendere in considerazione quello che dice un partito del genere? Quando un partito si allontana totalmente dalla moderazione, nessuno sa dove può portare. Che continuino così».  

Anche se non espressamente menzionato, il riferimento è al distretto di Nilüfer, componente la popolosa città metropolitana di Bursa e l’omonima provincia nordoccidentale, dove si terranno nei prossimi giorni le elezioni dei comitati di quartiere. Sul proprio sito l’amministrazione municipale di Nilüfer, retta da un esponente del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), ha dichiarato di voler raggiungere nei comitati di quartiere la percentuale di un terzo di donne, un terzo di giovani, un quinto di persone disabili e un quinto di componenti della collettività Lgbti

Sono appunto gli attivisti a ricordare come in Turchia, pur non essendo perseguita l’omosessualità, si assista da tempo a un escalation di violenze e discriminazioni nei riguardi delle persone Lgbti.

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