L'Australia ha negato il visto a Milo Yiannopoulos per un post sul massacro di Christchurch.

Commentando l’attentato alle due moschee della città neozelandese, che è costato la vita a 49 persone, il giornalista e scrittore britannico, noto per le sue violente posizioni critiche su Islam, ateismo, femminismo e politicamente corretto, ha infatti scritto su Facebook: «Attacchi come questo avvengono perché l'establishment asseconda e coccola l’estrema sinistra e le culture barbariche di altre religioni. Non quando qualcuno osa farlo notare».

Per il ministro australiano dell'Immigrazione David Coleman, che ha annunciato la negazione del visto a Yannopoulos, «le parole sui social media sull'attacco terroristico a Christchurch sono orribili e fomentano l'odio e la divisione»

Il premier Scott Morrison aveva già deciso di non concedere il visto al giornalista, ma poi aveva cambiato posizione per le proteste del Partito Liberale d'Australia al potere. Il governo normalmente non commenta le singole decisioni sui visti ma ha fatto un'eccezione nel caso di Yannopoulos anche perché l'autore della strage di Christchurch, Brenton Tarrant, è un suprematista bianco australiano.

E voce autorevole del suprematismo nonché dell’Alt-right è proprio Yannopoulos, la cui islamofobia è strettamente correlata alla vicinanza agli ambienti catto-conservatori di Church Militant (lo scrittore si professa cattolico praticante: dopo l’università iniziò a scrivere per The Catholic Herald) e al deciso antibergoglismo. Non bisogna dimenticare quanto abbia inciso al riguardo l'esperienza di caporedattore di Breitbart News, il cui direttore esecutivo è stato Steve Bannon, capo stratega di Donald Trump dal 20 gennaio al 18 agosto 2017.

Ciò spiega anche perché Yannopoulos, apertamente omosessuale, ritenga che «i diritti civili ci hanno reso più stupidi» e descriva l’omosessualità come «aberrante» e «una scelta di stile di vita garantita per portare ai gay dolore e infelicità».

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Prima la lettera aperta di 25 docenti universitarie, attiviste ed ex parlamentari, pubblicata il 29 gennaio da The Sunday Times. Poi, il 31 gennaio, il meeting di For Women Scot (Fws) presso l’Apex Hotel a Edimburgo. Il tutto per protestare contro la riforma del Gender Recognition Act del 2004 che, fortemente voluta dalla prima ministra scozzese Nicola Sturgeon e sostenuta dal Partito Nazionale Scozzese (Pns) al governo, prevede la possibilità di cambiare legalmente genere attraverso autocertificazione.

Una riforma, questa, che inclusiva e rispettosa delle persone trans, viene invece stigmatizzata da Fws e altri gruppi di femministe gender critical (o femministe radicali transescludenti) quale dannosa per i diritti delle donne.

Ma «mentre For Women Scot fa un eccezionale lavoro per dare alla propria transfobia parvenza di rispettabilità, le sue azioni e dichiarazioni fanno danni reali alla comunità trans e non binaria della Scozia».

A parlare così Sisters Uncut Edinburgh (Sue), gruppo femminista intersezionale, che ha anche ricordato come componenti di Fws diffondano a Edimburgo e Glasgow volantini neganti l’identità della persone T e come dal loro account Twitter siano regolarmente lanciati messaggi contro le attiviste trans. Azioni e dichiarazioni, che per Sisters Uncut Edinburgh, sono inequivocabilmente transfobiche e transmisogine.

Per questo motivo, nonostante il freddo pungente e il pochissimo tempo organizzativo (appena quattro giorni), 40 persone hanno risposto all’appello di Sue e si sono ritrovate il 31 gennaio, alle 17:30, in Bristo Square, da cui si sono dirette verso l’Apex Hotel per protestare silenziosamente contro il meeting di For Women Scot.

All’indomani nelle zone di Grassmarket (dov’è ubicato l’Apex Hotel) e Haymarket sono stati trovati numerosi adesivi, alcuni dei quali col logo di For Woman Scot, con messaggi «incitanti all’odio verso le persone trans». Adesivi che sono stati prontamente rimossi da componenti di Sisters Uncut Edinburgh.

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Già nel 2001 Emi Koyama, attivista transgender e intersessuale, nel suo Manifesto Transfemminista descriveva l’atteggiamento trans-escludente di alcune femministe radicali (Terf) nei confronti delle persone trans in generale e delle donne trans in particolare.  

Lo storico episodio del 1991 presso il Michigan Womyn's Music Festival (MWMF o MichFest) che vide l'espulsione di Nancy Burkholder, in quanto donna trans, destò molto scalpore e determinò una serie di botta e risposta tra la comunità lesbica, organizzatrice dell'evento, e la comunità trans americana, che organizzò una serie di contro-eventi. Tra questi il famoso Camp Transorganizzato proprio fuori dal Michigan Womyn's Music Festival, dalle donne transgender e dalle/dai loro alleati/eper protestare contro la politica della kermesse di escludere le donne trans.

In sintesi, quello che accade da circa trent’ anni è che alcune femministe radicali, parte delle quali lesbiche, forti della loro appartenenza a un'élite di donne bianche, cisgender e benestanti, hanno pensato bene di teorizzare sul percorso di transizione delle persone trans, appropriandosi di una narrazione che non le apparteneva e che non le appartiene, per giustificare a se stesse la decisione di allontanare, dai loro ambienti radicali e separatisti, le persone trans.

Le donne trans, ree di non essere “nate donne”, e gli uomini trans, “nati donne” ma rei di aver tradito “le sorelle lesbiche”, per abbracciare il mondo maschile, scegliendo consapevolmente di poter usufruire di quel “privilegio maschile”, che questa scelta ha comportato. Se da una parte le donne trans vengono quindi ostracizzate per non essere “nate donne”, gli uomini trans vengono addirittura considerati traditori della “matria lesbica”.

Peccato che, la decisione, importante e delicata, di intraprendere il percorso di transizione non sia assolutamente legata a un calcolo utilitarista o all’acquisizione di un presunto privilegio. Qualora ci fossero dubbi, chiediamolo a tutte le persone trans che per seguire la loro realizzazione identitaria hanno perso famiglia, affetti, beni e lavoro.

Ricordiamo, che già nel 1949 Simone de Beauvoir nel suo Il secondo sesso aveva affermato che «donna non si nasce lo si diventa».

Il pensiero, quindi, di una delle più importanti letterate francesi, il cui pensiero viene spesso citato da molte femministe storiche, già, aveva in nuce quello di considerare l'essere donna come un processo, non  ancorato e ancorabile all’ essenzialismo biologista, del quale le Terf sono strenue difensore, ma che per millenni ha relegato la donna ad un destino di sottomissione e subalternità.

Sembra, inoltre, surreale che delle femministe, molte delle quali lesbiche, vogliano rispolverare il cattolico dogma del “contro natura” per attaccare e denigrare percorsi diverso dal loro, percorsi che stando allo stesso dogma, per altro, sarebbero analogamente etichettati come “contro natura”.

Negli ultimi anni, in Italia, sono stati pubblicati vari articoli, anche su quotidiani di tiratura nazionale, nei quali alcune femministe hanno lanciato i loro strali contro la comunità trans, quando la maggior parte delle persone trans, presa dalle battaglie quotidiane, quelle sì, contro lo stigma, l'emarginazione e l'isolamento sociale, di rado, hanno avuto il tempo e il modo di rispondere alle loro critiche.

Ciò che mi preme, in primis, precisare è che mai, credo, un attacco gratuito sia stato inoltrato alle femministe radicali lesbiche da parte di attiviste/i trans o di attiviste transfemministe. Quello che, semmai, è successo molto più verosimilmente è che persone trans si siano dovute difendere dagli attacchi di questa elitè accademica o che abbiano fatto le spese della loro transfobia e transmisoginia, come accaduto negli anni ’80, negli Stati Uniti, quando una femminista radicale ha portato il sistema sanitario a non sostenere più i costi della transizione per le persone trans.

Sappiamo bene che il femminismo separatista è stato, in Italia, un'importante esperienza del femminismo della seconda ondata e sappiamo bene che in passato c’è stato il bisogno di “chiudersi” per proteggersi e “sopravvivere”. Sappiamo, altresì, che i tempi sono cambiati non perché sono le mode a essere cambiate. Ma perché sono le persone a essere cambiate; o meglio altre identità subalterne al patriarcato, come quelle Lgbti, hanno deciso di ribellarsi, di prendere la parola e di rivendicare il proprio diritto all'autodeterminazione.

Orbene, che delle femministe che si sono battute per decenni per l'autodeterminazione delle donne, si impegnino a ostacolare l'autodeterminazione delle persone trans, arrivando perfino a sbeffeggiarle, facendo misgendering e non riconoscendo l'importanza del loro percorso, è paradossale quanto assurdo ed evidenzia la visione ristretta di queste donne.

La pratica femminista dell'autocoscienza, del “partire da sé”, mi impone di parlare per me stessa, non per le altre e gli altri, ma semmai insieme alle altre e agli altri.

L’ essenzialismo che riduce tutto al possedere determinati genitali interni ed esterni è riduttivo. Riduttivo non solo in senso classico biologista (vagina=femmina, pene=maschio), ma anche in modo più complesso, perchè si pretende, in modo surreale, che a una vagina o a un pene siano attribuite caratteristiche di personalità, di intelligenza, di sensibilità, che non possono appartenere a un organo genitale. Al contrario, e in maniera indubitabile, appartengono a un organo che si trova un po' più in alto, il cervello, che “si costruisce” e “si plasma” in base alle molteplici interazioni e relazioni dell’individuo con altri individui e con l’ambiente circostante.

Le persone transgender sono un universo di individualità e di modi altri di vivere la propria unicità. Incastrarci in degli stereotipi è veramente difficile se si osserva, realmente, la varietà e la complessità delle situazioni, cosa che qualsiasi sociologa o sociologo dovrebbe fare, se non vuole essere autoreferenziale.

Le donne trans non vogliono invadere gli spazi delle donne cisgender: sono donne e hanno il diritto di stare negli spazi vissuti dalle donne (se lo vogliono).

Chiedo perciò a queste femministe: È più a rischio l'incolumità di una donna cisgender in un bagno frequentato soprattutto da donne cisgender e dove ogni tanto, per caso, può capitare una donna trans, o l'incolumità di una donna trans sola in un bagno frequentato quasi esclusivamente da uomini cisgenderQuale danno reale possono fare poche migliaia di persone trans, in Italia, a milioni di donne e uomini cisgender? Vogliamo veramente far credere che una minoranza storicamente stigmatizzata e oppressa possa diventare oppressore?

Do loro la mia risposta laconica: è impossibile.

Non sarà, molto più semplicemente, che le persone trans, dopo secoli di negazione e sopraffazione, vogliono riappropriarsi della parola negata e vivere serenamente la loro vita senza avere costantemente puntato addosso il dito del pregiudizio di una elitè privilegiata? Chiedo, pertanto, alle stesse di piantarla con le strumentalizzazioni dei nostri vissuti. Altrimenti, congedatevi, una volta per tutte, dal mondo femminista perché è chiaro che non ne fate più parte

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A poco più di 48 ore dalla manifestazione di lunedì pomeriggio in Piazza del Campidoglio, che ha visto scendere in piazza diverse generazioni di donne e di uomini in difesa della Casa Internazionale delle Donne – la quale rischia lo sfratto per una morosità conteggiata in 800mila euro –, e il contemporaneo incontro presso il Palazzo Senatorio tra una delegazione di donne della Casa e le assessore Laura Baldassarre (Politiche sociali), Flavia Marzano (Roma Semplice) e Rosalba Castiglione (Patrimonio) assieme alla sindaca Virginia Raggi, la storica sede del movimento femminista, femminile e lesbico di Roma fa il punto della situazione in un’assemblea che chiama a raccolta le associazioni componenti nella sede dell’ex convento del Buon Pastore.

A riprendere le fila del discorso dall’incontro istituzionale, il cui esito è stato definito deludente, è stata la presidente della Casa Francesca Koch che ha aperto il dibattito alle valutazioni politiche di quanto sta vivendo la Casa sotto la giunta capitolina pentastellata e alle future iniziative e posizioni da intraprendere.

Uno dei primi punti da cui vogliono partire è una campagna di contro-informazione che rettifichi e smentisca le voci non vere fatte circolate sulla Casa internazionale delle Donne e definite false.

In primo luogo, il fatto che – secondo quanto scritto nella stessa mozione presentata dalla consigliera comunale Gemma Guerini – la Casa non avrebbe mai presentato le dovute relazioni. Cosa che, sostengono da Via del Buon Pastore, è stata fatta ed è documentata. Quello che invece forse non è stato fatto da parte degli uffici del Comune è l’inoltro dei documenti.

Altri dati smentiti sono quelli relativi alla gestione di “Hotel a cinque stelle” (ovvero la foresteria) e al restauro del Buon Pastore, non pagato con i soldi del Comune, come viene detto, ma dal Governo per il Giubileo. Senza parlare poi dell'accusa d'una gestione in mano a “signore snob” che pretendono per loro dei privilegi a differenza di chi assiste i malati di Sla o i bambini autistici, paga regolarmente l’affitto e sono, quindi, brave persone.

Un’equiparazione inaccettabile, che le donne della Casa rifiutano e rispediscono al mittente bollandola come tentativo, da una parte, di screditare le attività svolte in Via del Buon Pastore e, dall’altra, di contrapporre realtà e storie diverse che offrono tutte servizi a chi ha bisogno e proviene da diverse zone della città.

Il timore che serpeggia e che si intravede nella mozione Guerini – mozione che prevede la messa al bando del luogo e del progetto della Casa – è quello di uno “sgombero burocratico”, ovvero svuotare dall’interno la realtà delle associazioni con trattative al ribasso che ne indeboliscono identità e iniziative. In merito, poi, al “progetto di coordinamento”, gestito da Roma Capitale, di riallineare alle moderne esigenze il progetto della Casa riappropriandosi di un'iniziativa che si sostiene essere dell’amministrazione capitolina, da Via del Buon Pastore ricordano la vera storia di quel luogo: uno spazio costruito grazie alla mobilitazione femminista e dell’allora Giunta che affidava l’ex convento all’affermazione della libertà femminile, individuando proprio nel movimento femminista il soggetto che poteva portare avanti il progetto.

A raccontare a Gaynews cosa sia stata ed è ancora oggi la Casa Internazionale delle Donne e cosa ne significherebbe la chiusura è la stessa presidente Francesca Koch, la quale alle porte dell’anniversario della legge 194 interviene sul tema dei recenti attacchi al diritto all’aborto e risponde sulla legge 40, che disciplina la procreazione medicalmente assistita, in particolare sulla posizione della Casa in merito alla gestazione per altri.

«La Casa delle Donne – ricorda al riguardo Francesca Koch – è un soggetto plurale e, come tale, non ha una posizione univoca. Sulla gpa è aperta al dialogo, per cui non ha nessun diktat o linea da dare. Fermo restando che per noi il principio da salvaguardare è il rispetto dell’autonomia, dell’autodeterminazione, della dignità della donna».

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Continua lo speciale di Gaynews, dedicato ai giovani Lgbti.

Oggi è la volta del 26enne Francesco Vetica. A lui abbiamo chiesto di raccontarci il suo coming out e l’impegno quotidiano nella lotta alle discriminazioni in un territorio difficile qual è quello di Latina. Al cui riguardo con un pizzico d’ironia ha detto: Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

Francesco, che cosa significa essere e dichiararsi gay a Latina?

È estremamente liberatorio, quasi rivoluzionario. Durante il mio percorso di accettazione il sogno è sempre stato quello di poter essere gaiamente felice a Latina, parlare delle mie esperienze con qualcuno, parlare di autodeterminazione, del movimento Lgbti o di transfemminismo. Le solite cose, insomma. È difficile essere sé stessi nella mia città (ancora chiamata Littoria da molti dei suoi cittadini): è possibile che si trovino delle sacche di resistenza, dei rigurgiti fascisti che minano la tua stabilità ma ogni volta cammino a testa alta. Ho fatto coming out con parenti e amici quando vivevo a Torino (dove ho iniziato i miei studi universitari).

Per vari motivi sono tornato nella mia città natale e all’inizio è stato difficile. Torino è una città molto aperta dove non ho mai trovato difficoltà ad essere accettato negli ambienti che frequentavo. Latina era tutta un’altra storia. Essere dichiarato e fiero a Latina mi fa sentire in dovere di non provare paura e di resistere per chi non è nella mia stessa condizione, per chi soffre come ho sofferto io quando rinnegavo me stesso anche per colpa di una città che non ti accetta (ancor meno del resto d’Italia!). Adesso mi trovo a essere libero, felice e soprattutto fiero di quello che sono.

C'è un comunità di giovani Lgbti a Latina?

Quando sono tornato a Latina ho notato una totale assenza di giovani Lgbti. Mi sembrava di essere l’unico! La comunità in generale non sembrava esserci: non solo i giovani. Con il tempo ho scoperto la loro esistenza, nella clandestinità. Per la prima volta ho scoperto una serata gay-friendly (Popcorn). Poi pian piano ho conosciuto altre ragazze e ragazzi e da lì la visione si è fatta più serena. Adesso inizio realmente a vedere, a conoscere e a legare con la comunità di giovani, connessi soprattutto alla SEIcomeSEI, al locale circolo Arci e alla nuova serata gayfriendly Matrioska. Con la fondazione, nel novembre del 2017, del gruppo giovani Le Rospe sto finalmente riscontrando che la comunità è viva, attiva, avida di crescere e di avere anche un ruolo politico. Ci sono ancora alcuni di noi che hanno paura ma stiamo lavorando proprio per far saldare le connessioni che ci legano e permettere a tutti di esprimere il proprio orientamento o la propria identità di genere.

Attualmente nutro molte speranze su una “rivoluzione culturale” nel territorio pontino: sempre più giovani si avvicinano al gruppo. Gli argomenti che affrontiamo (che sono quasi sempre i componenti del gruppo a trovare) diventano di volta in volta più interessanti e stimolanti. Abbiamo voglia di condividere e trasformare la nostra esperienza di autocoscienza in pratiche giornaliere. Stiamo entrando prepotentemente nello scenario latinense: resistiamo alle coatte repressioni con l’intento di scardinare l’educastrazione e dare senso e significato frocio alla vita, nostra e della nostra città. Sfondiamo piano piano le barriere dell’eteronormatività e ne usciamo favolose!

Come sono i rapporti con le istituzioni e, in particolare, con le scuole?

Il Comune ci è vicino, ha patrocinato moltissimi dei nostri eventi ed è sempre pronto ad ascoltarci. Per quanto riguarda le scuole, ci stiamo lavorando. Per ora siamo entrati solo in pochi istituti e i primi semi sono stati piantati: dal prossimo anno scolastico sicuramente raddoppieremo gli sforzi ma riusciremo a essere presenti in molte più scuole.

C’è da dire che il muro dell’intolleranza è stato eretto da parecchi professori che non accettano la nostra presenza e quella di determinati temi nelle aule scolastiche. A Latina non si parla di tematiche Lgbgti, soprattutto nelle scuole. Grazie però ad alcuni docenti, e soprattutto ad una delle pioniere che mi aiutò molto nel mio percorso di autoaccettazione e a cui sarò eternamente grato, i progetti vengono accolti e caldamente richiesti in situazioni di bullismo.

Quali sono le iniziative che proponete ai vostri concittadini sulle tematiche Lgbti?

L’associazione opera sul territorio dal 2014. Piano piano è cresciuta e lo sta ancora facendo. Lo scorso anno, ad esempio, è stata realizzata una rassegna cinematografica, che a breve ripeteremo. Pensiamo che tramite il grande schermo o con presentazioni di libri si possa coinvolgere un numero elevato di persone e instillare fortemente la cultura del rispetto.

Ci impegniamo quotidianamente per far sì che si parli di tematiche Lgbti, con piccole campagne (come abbiamo fatto noi Rospe, ad esempio, distribuendo cioccolatini e cartoline raffiguranti baci tra persone dello stesso sesso in occasione di San Valentino) o con grandi manifestazioni (come, ad esempio, il recente sciopero generale dell’8 marzo con altre associazioni). Il lavoro importante però, prima che su tutta la popolazione, va fatto sulla comunità Lgbgti. Il problema dell’omofobia interiorizzata è radicato e spaventosamente importante. Per questo nasceranno a breve altri gruppi, che insieme a quello giovani, creeranno la base (anche associativa) con cui lavorare sulla città.

Latina: regno della destra. Eppure voi siete riusciti a trovare uno spazio o più spazi. Ci racconti questa esperienza?

Una delle mie caratteristiche è avere un forte approccio intersezionale e così anche la mia associazione. Facciamo rete con altre realtà (Non una di meno, il Centro Donna Lilith, il Collettivo Cigno rosso antifascista e molte altre) e insieme al loro aiuto stiamo creando una solida base di accettazione all’interno della città. I momenti di debolezza sono molti. Le minacce sui social network (e paradossalmente anche su chat di incontri per persone omosessuali) sono praticamente all’ordine del giorno.

Latina può considerarsi una città con un fascismo ancora particolarmente radicato. L’ondata nera, che sta travolgendo l’Italia e l’Europa, a Latina è arrivata già da parecchio tempo ed è particolarmente importante. È una città difficile: per la prima volta dopo anni è stata eletta una Giunta non di destra ma le resistenze da parte della componente della destra estrema sono ancora preponderanti e pericolose. Non è una destra con cui si può dialogare: gli atti intimidatori sono il loro modus operandi. Quando è stata cambiata la toponomastica dei giardini comunali, prima dedicati ad Arnaldo Mussolini e ora a Falcone e Borsellino, sono arrivate minacce e intimidazioni alla Giunta comunale. Ogni cosa che vada fuori dalla norma estremamente destrorsa e conservatrice è vista come un attacco all’identità italiana e storica della città.

È difficile trovare uno spazio ma noi stiamo creando le condizioni adatte per la comunità. Per farla crescere e vivere in maniera serena. Forse gli anni ’70 a Latina non sono ancora arrivati: la paura di tutto ciò che vada al di fuori dell’eteronorma bigotta, imborghesita e stantìa è forte. Siamo stati salvati, in un certo senso, dall’arrivo delle femministe negli anni del "Processo del Circeo” che ci hanno introdotto alle pratiche del femminismo e che hanno portato gli strumenti di lotta adatti a sradicare i “pariolini” fascisti dalla città. Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Impegno politico e sociale a 360 gradi, arrivando perfino a traguardi importanti nella guida delle istituzioni locali. Il tutto con passione, dedizione e onestà in anni e luoghi “caldi” in cui la violenza non temeva la legge e la sfidava perfino alla luce del giorno, in pieno centro e aveva il colore rosso del sangue delle vittime che faceva.

José Calabrò è una delle politiche più rappresentative della sinistra siciliana, una comunista che nell'agosto 1985 è perfino riuscita a essere eletta tra le file del Pci a sindaca del proprio paese, Misterbianco un comune alle porte di Catania. Prima donna a ricoprire questa carica nella Sicilia Orientale

JOSE CALABRO

La sua però sarà un'esperienza destinata a durare poco. A deciderne le sorti non è la qualità della sua attività amministrativa, ma il clima politico e sociale di quegli anni. La sua sindacatura finisce a novembre dello stesso anno, quando viene fatta decadere. “Pochi mesi, forse troppi” commenta la Calabrò. “Dopo la mia lezione sono diventata uno degli epicentri di una stagione spaventosa – continua –. Ero alternativa, disinteressata ad accordi e interessi economici e quindi non conciliabile con i poteri oscuri che stavano entrando nella gestione di un comune che si macchiò presto di sangue. Furono uccisi un imprenditore, un dipendente comunale, il segretario di un partito e un ragazzo che fu bruciato”.

Gli anni di sindacatura al femminile di Misterbianco coincisero con quelli in cui la mafia dettava legge a colpi di proiettile per strada, in centro, in pieno giorno ma anche all'interno dei consigli comunali dove progetti urbanistici e di sviluppo economico non riuscivano mai a vedere la luce e diventare legge. Conclusa l’esperienza da sindaca e dopo essere uscita dai Ds, l’impegno politico di José Calabrò non smette, ma continua nella vita sociale e civile di Misterbianco con le associazioni femminili e il movimento cittadino No discaricaPiù di recente la pubblicazione di un volume del quale è la curatrice e nel quale ha fatto confluire diversi lavori di uomini e donne della cittadina alle porte di Catania: “Le case dei gelsi. Misterbianco, una storia di donne e di uomini lungo un millennio”, pubblicato dalla casa editrice Maimone. 

In occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, José Calabrò dà una sua personale lettura della presenza femminile nella tornata elettorale appena conclusa e nella società in generale.

Come sono andate, secondo lei, le elezioni 2018 dal punto di vista delle donne?

Secondo me si è andati indietro rispetto alle precedenti elezioni, nelle quali c’erano state una visibilità e una forza delle donne maggiori. Credo che in questo caso siano state messe a fuoco altre cose e quindi questa forza femminile sia stata meno rappresentata che nell’ultima campagna elettorale. Tutto ciò malgrado in questo momento le donne stiano riprendendo la parola, dopo che per tanto tempo sono state invece afone. Negli ultimi tempi si assiste a un non ritorno della visibilità delle donne, soprattutto sulla questione della violenza. Però ripeto in questa campagna elettorale non mi è sembrato che abbiano rappresentato un nodo importante.

In tema di violenza il caso Weinstein, ad esempio, ha suscitato diverse reazioni…

Il ritorno alla parola da parte delle donne non è stato soltanto rispetto al caso Weinstein, ma anche ai grandi casi di cronaca. Tutto questo ha dato centralità al tema della violenza. Io però sono sempre dell’idea che le donne debbano riprendere la parola su tanti temi, ad esempio quello del lavoro, e che non ci si può solo focalizzare su questa vicenda. Devono lanciare parole in positivo, con proposte per il mondo. Questo in effetti mi sembra un po’ un limite degli ultimi anni, mentre in quelli precedenti si è parlato più a 360 gradi. In ogni caso si può parlare di una ripresa di iniziative e questo per me è un fatto importante.

Una donna, che in politica è riuscita a ottenere recentemente risultati positivi, è stata la senatrice Monica Cirinnà, appena rieletta. Il suo nome è associato soprattutto alla legge sulle unioni civili. Lei cosa ne pensa di questa norma?

Credo che sia stato importante averla fatta. Durante l’ultimo periodo di governo sono stati fatti dei passi in avanti sulla questione dei diritti civili. Sicuramente però non ci sono stati sul piano dei diritti sociali. Questo è stato un limite forte che ha condizionato molto probabilmente le elezioni e il voto. Occorre riconoscere tuttavia che è stata una legislatura che ha varato dei provvedimenti che possono essere condivisi nel dettaglio o no, ma con la quale tutto sommato si è andati avanti. Su questo non c’è dubbio. Quella delle unioni civili è stata una legge di mediazione È chiaro. Di sicuro non è stata la legge che volevano i soggetti più consapevoli su queste vicende. Però, ripeto, si tratta pur sempre di un passo in avanti rispetto a prima, anche se una mediazione. Onestamente non mi sentirei di dire parole del tutto negative, questo assolutamente no.

 

 

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Il 23 gennaio il Corriere della Sera ha dato la notizia di una lettera e connessa petizione ai Segretari di partito in merito a un formale presa di posizione negativa sulla gpa. Appello che, lanciato da alcune associazioni, gruppi e singole, si compone anche di un avvertimento: «Faremo campagna invitando a non votare candidati o candidate che manifesteranno posizioni contrarie al mantenimento del divieto».

Tra le prime firmatarie compare anche il nome dell'avvocata Andrea Catizone, presidente di Family Smile ed esperta di diritto di famiglia. Cosa che ha stupito, e non poco, chi conosce la giurista piemontese e le sue posizioni di cauta apertura sul tema. Da noi interpellata ha affermato di aver chiesto la cancellazione della sua firma dalla versione online del Corriere (ma che a tutt'oggi continua ad apparire) non avendo mai aderito all'iniziativa. Ma ecco come sono andate le cose.

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Presidente Catizone, il suo nome figura tra le firmatarie della lettera ai Segretari di partito sul no alla surrogata. È giusto?

Purtroppo il mio nome e quello della mia associazione risultano erroneamente firmatarie di quella lettera di cui però non condividiamo né il metodo, né il contenuto. Abbiamo perciò chiesto formalmente di rimuovere immediatamente il nostro sostegno. Riteniamo che gli interrogativi, giuridici, etici e sostanziali che questa pratica comporta non possano essere oggetto di campagna elettorale e che debbano essere affrontati senza pregiudizi di sorta. 

La cosa ha suscitato sconcerto in chi la conosce. Può spiegare che cosa è successo?

Esattamente. Sono stata coinvolta in discussioni tecniche in cui abbiamo affrontato pacatamente questo tema tra giuristi ed esperti di varie discipline. Ci sono delle criticità importanti e ancora irrisolte, che la surrogata solleva e che debbono essere analizzate mettendo a confronto posizioni dissimili e anche diametralmente opposte, salvaguardando i diritti fondamentali degli esseri umani coinvolti in una vicenda così intima e così delicata.

La surrogata ci interroga sul contemperamento tra diritti che deve trovare una risposta equilibrata che solo un legislatore attento può e deve individuare. Il corpo della donna non può essere considerato come uno strumento utilizzabile da chi ha una supremazia economica, ma anche sociale e culturale, per soddisfare un proprio bisogno. È d’altro canto vero che un legislatore incapace di valutare la volontà, liberamente costituitasi di una donna, sia da considerarsi paternalista e primitivo, incapace di ritenere la donna stessa un soggetto di diritto autonomo e in grado di autodeterminarsi.

Oggi c'è anche il tema, di non poco conto, sui limiti che si possono o si debbono porre al progresso scientifico, la cui pulsione alla ricerca, tuttavia non può interrompersi, senza che tuttavia ciò implichi una negazione di diritti verso chi è posizione di debolezza sotto vari profili. Occorre affiancare alla cultura scientifica la priorità di rispettare ed affermare i diritti umani di cui tanto poco si parla nel nostro paese. Di questo mi preoccupo molto. Del fatto, cioè, che sia così difficile oggi in Italia parlare di diritti fondamentali inviolabili. 

Lei ha espresso più volte la sua posizione sulla della gpa. Posizion che lei stessa ama definire mediana. Può esplicitarla nuovamente?

Ecco appunto. Una posizione non faziosa che interroga la mia cultura giuridica e i fondamenti di diritto su cui mi sono formata. Fondamenti che hanno sempre richiesto di non essere fanatici di una visione, ma di sviscerarne ogni singolo elemento per analizzarlo e valutare le conseguenze che una parola, un fatto, una norma determinano nella vita delle persone. Quando si “maneggia" la vita degli esseri umani, ed io lo faccio come avvocato familiarista ogni giorno, si deve pensare che la norma risponde sì all'affermazione di un principio autoritario ma che tuttavia non è autoritario tout court e che l'individuo è un essere in continua trasformazione nelle richieste e nelle aspettative. Compito di chi fa le leggi o contribuisce a farle deve essere quello di interpretare queste metamorfosi con il faro dei diritti fondamentali troppo spesso negati.

Come valuta le posizioni di totale chiusura al dibattito da parte di alcune femministe?

Chi rifiuta il dibattito, a mio avviso, commette un errore inescusabile perché nega il fondamento della dialettica democratica che presuppone il confronto tra posizioni diverse. Un conto è sostenere le proprie convinzioni. Ma ciò non può tradursi in una assenza di legittimazione verso quelle degli altri.

C'è da dire che alcune femministe pongono un tema che è di estrema importanza nella surrogata e che deve essere assolutamente preso in esame.La donna che acconsente a una gestazione per altri, come si è costruita quel consenso? È corretta o no la dazione  economica per ottenere la genitorialità? Chi vigila sul rispetto dei diritti fondamentali di quella donna che partorisce per altri? 

Io aggiungo anche chi garantisce i diritti fondamentali dei nuovi nati con un metodo non scelto e che impatta in maniera assoluta sulla costruzione della loro identità, personalità e soggettività giuridica. Come vengono regolati i rapporti tra le persone coinvolte?

Per troppi anni  alle donne sono stati negati anche i diritti fondamentali e comprendo i timori di chi pensi ad un ritorno indietro, soprattutto in Paesi poveri in cui le donne versano ancora in condizioni di totale sopraffazione. Lì, come nelle fasce più povere e fragili, la prospettiva di un guadagno mediante lo sfruttamento del proprio corpo per generare un "prodotto" ad uso e consumo dei più ricchi è un problema che non si può lasciare senza risposta. In questo le femministe sono dalla parte della ragione, non per posizioni ideologiche, ma lo sono in punto di diritto perché in quel modo non è garantita da nessuno l'affermazione e la tutela dei diritti fondamentali. 

La senatrice Cirinnà è stata fatta oggetto di attacchi e dileggio per avere dichiarato all’indomani della lettera di “essere orgogliosa di non essere votata da certe donne”. Qual è il suo parere in merito?

La senatrice Cirinnà si è contraddistinta nel corso della precedente legislatura per averci messo la faccia, come si dice, su battaglie fondamentali nell'affermazione di uno statuto giuridico di individui, ai quali era negato anche il solo diritto di costruire un progetto di vita con la persona che si è scelto di amare liberamente.

Dunque comprendo appieno il suo orgoglio anche se, come ritengo, alcuni temi devono essere patrimonio di tutti e non debbono rientrare nella campagna elettorale che per definizione esacerba tutti i toni ed è una lotta senza esclusione di colpi.  

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Vice-capogruppo dem al Consiglio comunale di Torino, Chiara Foglietta è una donna, attivista, politica animata da una grande passione: la tutela e il riconoscimento dei diritti umani e civili in un’ottica di piena uguaglianza e inclusione.

Ce ne parla in quest’intervista alla luce anche di alcune recenti prese di posizione di parti del femminismo e dell’associazionismo Lgbti italiano.

Chiara, si avvicinano le elezioni del 4 marzo. Quali sono le tue previsioni in merito?

In questo momento non ho delle previsioni certe. Come Pd non abbiamo ancora chiuso le liste né reso pubblico il programma elettorale. Spero vivamente che le cittadine e i cittadini studino o almeno leggano il programma elettorale, riuscendo a capire chi fa soltanto promesse non concretizzabili e, invece, chi pensa al bene del Paese. È chiaro che io userò tutto quello che è in mio potere per far sì che il Partito Democratico ottenga un buon risultato. Le previsioni elettorali le conosciamo tutte. Il M5S è estremamente incalzante. Ma mi preoccupano molto di più Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia e, ahimè, CasaPound.

Fai parte del gruppo Dems Arcobaleno dell’area orlandiana. Perché un tale inquadramento?

Beh, innanzitutto siamo un gruppo di amici. E questo indipendemente dall’aver supportato la mozione Orlando e aver sostenuto Andrea nella corsa alla Segreteria nazionale. Mi riferisco in primis a Daniele Viotti ma anche a Sergio Lo Giudice e a Monica Cirinnà. Fra l’altro Monica venne a Torino per avviare la mia campagna elettorale quando mi candidai come consigliera comunale a sostegno di Piero Fassino. Oltre al dato amicale c’è da dire che io mi riconosco pienamente in quest’area. È una delle poche realtà nel panorama politico che abbraccia le istanze d’uguaglianza delle persone Lgbti. È una delle poche realtà che cerca di lottare per vedere riconosciuto il diritto al matrimonio egualitario e al riconoscimento dei figli nati da coppie omogenitoriali. Per cui non si parla più d’adozione del figlio del partner.

Quali delle istanze Lgbti presentate in dicembre a Roma credi che confluiranno nel programma del Pd?

Ho contributo sotto il coordinamento di Angelo Schillaci alla stesura del documento del Gruppo Dems Arcobaleno. In esso si parla di diritti a 360 gradi: dal matrimonio egualitario al riconoscimento anagrafico dei figli nati da coppie omogenitoriali, dal diritto alla vita familiare alle norme di contrasto all’omotransfobia. Sappiamo bene come al riguardo manchi ancora una legge. Si parla altresì della situazione drammatica dei richiedenti asilo Lgbti nonché di cultura ed educazione alle differenze. Si parla anche di autodeterminazione di genere sin dall’infanzia e dei diritti delle persone intersex. È un documento che abbiamo realizzato mettendolo a piena disposizione del Pd. Mi auguro al riguardo che tutte le istanze trattate in esso possano confluire nel programma elettorale definitivo del Partito Democratico.

Una di queste, come tu hai accennato, riguarda la genitorialità. Da donna qual è il tuo parere sulla gestazione per altre e altri?

La questione genitorialità mi tocca al vivo, visto che sono al settimo mese e porto in grembo Niccolò Pietro. È un tasto non dolente ma che mi fa un po’ sobbalzare. Sulla gpa ritengo che sia necessario ribadirne la natura. Si tratta di una pratica: come tutte le pratiche non è buona in sé o cattiva in sé. Sono d’accordo con la gpa etica, cioè quella fatta alla luce del sole. Un patto nel quale sia tutelata l’autodeterminazione della donna portatrice e sia riconosciuta legalmente la responsabilità dei genitori intenzionali. Spesso sorrido con la mia compagna Micaela quando le dico che in questo momento sono la sua portatrice. Devo inoltre aggiungere di aver sempre personalmente affrontato il tema della gpa in maniera laica. La gpa resta in Italia una pratica vietata dalla legge 40. Cosa di cui dovrebbero ricordarsi tutte coloro che ne chiedono il divieto. Personalmente non avrei nessun problema a fare la portatrice per una coppia di amici (che siano eterosessuali od omosessuali non importa), che non possono avere dei figli. L’ho sempre detto e torno a ribadirlo a gran voce.

Come giudichi le posizioni di netta condanna al riguardo di ArciLesbica nazionale?

Mi ero già espressa al riguardo con un comunicato molto duro successivamente all’VIII Congresso di AL, nel corso del quale Cristina Gramolini ha ottenuto la presidenza. Il motivo è da ricercarsi nel documento congressuale dal titolo A mali estremi, lesbiche estreme. Ma quali sono questi mali estremi? La gpa? Le donne lesbiche? I gay? Le donne transgender? Per me che sono una donna che fa politica dal 1998 i mali estremi sono, ad esempio, la marea nera fascista che continua ad avanzare. Sono CasaPound che ha acquistato consensi riuscendo a eleggere consiglieri in alcuni Comuni.

Inoltre, chi sono le lesbiche estreme? Estreme perché sono tali nei modi, nei toni? Estreme nei pensieri? Mi fa sorridere la loro condanna tout court della gpa come mi fa sorridere la lettera che ArciLesbica nazionale ha inviato il 12 gennaio al Segretario del Pd Matteo Renzi. Mi fa sorridere perché, come già detto, la gpa in Italia è vietata. Quindi è un non senso chiederne la condanna. Gramolini e la Segreteria nazionale si rileggano tutta legge 40, articolo per articolo. Sarebbe stato al contrario opportuno che avessero chiesto l’apertura di un dibattito serio, laico sulla gpa. Un dibattito più serio e più laico sulla procreazione medicalmente assistita.

Come lesbica e attivista ti senti rappresentata da un’associazione che si attesta su posizioni di netta chiusura e condanna? Secondo te ArciLesbica chi rappresenta?

Non mi sento assolutamente rappresentata da ArciLesbica Nazionale come credo non si senta affatto rappresentata la maggioranza delle donne lesbiche italiane. E non certamente per la netta condanna della gpa essendo questa vietata – torno a dirlo ma repetita iuvant – dalla legge 40. Ma sono le posizioni concettuali sottese a una tale presa di posizione, identificativa del loro modo di pensare e agire. Leggere nel citato documento congressuale espressioni come “utero in affitto” dice tutto. Le parole, lo si sa, sono importanti. Le parole sono “estreme”. Si affitta un garage non un utero. Come potrei essere rappresentata da un’associazione che nella citata lettera a Matteo Renzi si è scagliata non solo contro la gpa ma contro l’assistenza sessuale ai disabili (ma non per le disabili. Solo per i disabili, eh) e contro le cure per i minori transgender? Posizioni assolutamente non condivisibili, dalle quali prenderò sempre le distanze.

Come giudichi la lettera di appello che alcune femministe hanno indirizzato due giorni fa ai Segretari di partito perché si impegnino sul “no alla surrogata”?

Resto basita da questa lettera delle femministe indirizzata ai Segretari di Partito perché condannino recisamente la surrogata. E tra le firmatarie leggo, ad esempio, i nomi di AL e Snoq-Libere. A queste simpatiche femministe torno a dire come un mantra che la gpa è vietata in Italia dalla legge 40. Perché dunque, anziché indirizzare petizioni sul nulla, non aprirsi a un dialogo serio, approfondito e laico sul tema gpa? Un dibattito sulle posizioni, su cosa stia succedendo in Italia, sul perché l’80/85% delle coppie che accedono alla surrogata in Paesi, in cui è legale, siano eterosessuali. Ma poi la minaccia di non votare candidati che manifestino opinioni pro gpa? Ma stiano serene queste femministe – che farebbero meglio a definirsi cittadine come tutte le altre donne –: ci sono tantissimi altri temi in riferimento ai diritti sui quali ci si può spendere. È al contrario auspicabile che i prossimi eletti alle Camere siano liberi nel discutere in maniera laica e non pregiudiziale la questione gpa. E magari riformare la legge 40. E magari riformare il diritto di famiglia. E magari rifomare la legge sugli affidamenti e le adozioni. Questo fa uno Stato di diritto. Questo fa uno Stato laico.

Ma Chiara Foglietta sarà candidata alle prossime elezioni?

Questa domanda mi è stata già fatta. Rispondo perciò una volta per tutte. Chiara Foglietta non sarà candidata alle prossime elezioni politiche. Mi è stato chiesto ma io ricopro orgogliosamente il ruolo di vice-capogruppo al Consiglio comunale di Torino. Qui c’è tanto da lavorare. E al momento il mio interesse è legato al bene della città di Torino e della Regione Piemonte.

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Una presentazione in grande stile quella dell’ultimo libro di Pietro Folena presso la Sala della Crociera del ministero dei Beni culturali. Alla presenza della ministra della Difesa Roberta Pinotti, dell'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti e del presidente della Pontificia accademia per la vita Vincenzo Paglia è stato disvelato quel “dialogo impossibile” tra Berlinguer e Bergoglio che interessa la prima parte del volume collettaneo Enrico e Francesco. Pensieri lunghi.

Una vera e propria trilogia in unum che, edita per i tipi romani Castelvecchio, si sviluppa attraverso la versione rivista e aggiornata dei saggi foleniani I ragazzi di Berlinguer. Viaggio nella cultura politica di una generazione L’evaporazione. Un'analisi, quest’ultima, che, incentrata sugli anni susseguenti la morte di Berlinguer, si interroga su come e perché sia stato disperso il patrimonio della sinistra italiana.

Tema vitale per Pietro Folena che ha militato giovanissimo nel Pci e ha conosciuto Berlinguer, di cui organizzò nel 1984 l’ultimo comizio. Quel Folena che, appena un anno dopo,  sarebbe stato scelto da Alessandro Natta quale segretario nazionale della Fgci. Eletto per la prima volta deputato nel 1987, è seduto in Parlamento per cinque legislature consecutive (X-XIV°) tra le file del Pci, Pds e Ds.

Avvicinatosi ai movimenti di critica alla globalizzazione dopo i fatti di Genova, è stato per l’ultima volta parlamentare quale indipendente con Rifondazione-Sinistra Europea nel biennio 2006-2009. In quell’anno ha abbandonato ogni ruolo di direzione politica e d’impegno istituzionale per dedicarsi ad attività imprenditoriali nel campo dell'arte.

Ha fondato così nel 2009 con Vittorio Faustini MetaMorfosi, che in pochi anni si è affermata come associazione di riferimento nel campo della produzione di mostre, della valorizzazione di beni culturali e d'importanti interventi conservativi e di restauro.

Per sapere di più del suo volume, lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Enrico e Francesco. Un dialogo “impossibile” come da lei scritto. Per motivi cronologici o anche contenutistici?

Il dialogo è impossibile per ragioni temporali, ovviamente. Si tratta non solo di 30 o 40 anni di distanza, ma di due mondi diversi: quello dell'equilibrio del terrore e quello della guerra mondiale a pezzi. Tuttavia è "dia-logos", per mezzo del discorso e, quindi, diventa reale. Certamente su molti aspetti contenutistici le differenze sono davvero grandi. Ciò che a me interessa non è il confronto tra due Chiese – quello che fu chiamato catto-comunismo – ma la radicalità, l'attenzione alle radici e ai fondamenti etici di due personalità che dalle Chiese in qualche modo fuoriescono e che cercano strade nuove. In qualche modo un socialismo d'ispirazione umanistica e cristiana.

Delle otto sezioni tematiche componenti i Pensieri lunghi in quale a suo parere scorge maggiore affinità tra il leader del Pci e il Papa Riformatore?

Senza alcun dubbio in quella relativa alla visione del mondo. Pur in epoche tanto lontane e con equilibri diversi, Enrico e Francesco vivono il mondo globale, interdipendente, connesso. La pace, la vita sul pianeta, la giustizia sociale come problema globale sono il cuore di questa comunanza, che non a caso trova nella figura di san Francesco d'Assisi un esempio "laico" e non solo ecclesiastico di azione.

Si affrontano temi cardine del pensiero dei due uomini: lavoro, giustizia sociale, donne, pace. Nulla, invece, su quello dei diritti delle persone Lgbti. Forse perché Berlinguer non ha avuto a cuore tali istanze?

Il Pci veniva da una tradizione politica - certamente non la sola – animata da una forte ostilità nei confronti dell'omosessualità. Viveva al suo interno una contraddizione, visto che non pochi intellettuali, artisti, letterati vicini al partito erano gay, più o meno dichiarati. Il tema dei diritti civili a tutto tondo, a partire da quelli Lgbti, non era assolutamente elaborato. Si può tutavia scorgere nel modo in cui Berlinguer schierò il Pci sui temi dei diritti civili come il divorzio e l’aborto o sull'apertura reale a istanze di liberazione, e non solo di emancipazione che venivano dal femminismo, una volontà in nuce di rimettere in questione la visione maschilista e patriarcale propria anche di una parte del movimento operaio. Insomma Berlinguer, se avesse avuto il tempo, avrebbe sicuramente aperto la strada a un cambiamento sui diritti delle persone Lgbti.

Come “ragazzo di Berlinguer” saprebbe dirci qual era la posizione del segretario storico del Pci nei riguardi dell’omosessualità?

Mi riallaccio a quanto detto prima. Non ho una risposta: bisognerebbe parlarne con Aldo Tortorella, che era al suo fianco e che forse può raccontare qualcosa. So, tuttavia, che all'indomani della morte di Berlinguer a Padova - di cui parlo nel volume, poiché ero lì – io fui chiamato a rivestire il ruolo di segretario nazionale della Fgci. Raccogliendo le istanze che l'Arcigay di Franco Grillini portava avanti e condividendo la battaglia condotta controcorrente da un giornalista de L'Unità come Eugenio Manca, decisi sin dall’inizio di chiamare nella mia segreteria un giovane esponente d'Arcigay come Nichi Vendola e di condurre una tale lotta nel partito a viso aperto  (il quale, se ben ricordo, aveva cominciato a dare, proprio negli ultimi anni di Berlinguer, segnali di apertura).

Ricorda se Berlinguer si sia mai espresso su Pasolini e sul suo omicidio?

Ho in mente la fotografia di Berlinguer che sfila commosso davanti alla bara di Pasolini. La Fgci di Roma aveva fatto con lui la Festa nel 1974. Intorno all'idea di austerità sono percebili grandi affinità di visione. Era lontano il tempo indegno in cui Pasolini era stato allontanato dal Partito per il suo orientamento sessuale. Mi piace ricordare come nel 1985, appena divenuto segretario della Fgco, dedicammo proprio a Pasolini la prima festa nazionale a Castel Sant'Angelo dal titolo La disperata passione di essere al mondo.

In Evaporazione lei parla della dissoluzione di uno dei più grandi patrimoni delle sinistre europee. Se dovesse in sintesi indicarne le cause, quali evidenzierebbe?

L'evaporazione di cui parlo nasce dalla rinuncia esplicità alla radicalità dei valori. Alla fine degli anni '80 si è fatta strada a sinistra nel campo socialista e in quello comunista l'ideologia dell'autonomia del politico, della necessità d'eliminare ogni riferimento ideale e etico. La sinistra di governo si è pensata come una sinistra che conquistava la stanza dei bottoni sempre meno individuabile rispetto all'invenzione semantica di Pietro Nenni. E non come una sinistra di valori, di trasformazione, che usa le leve del governo e dell'autogoverno per cambiare le cose. Aver sposato il credo neoliberale per più di un ventennio ha creato effetti perversi e ha spinto a tornare indietro a un'idea notabilare della politica fuori dalla società e dai suoi gangli.

Oggi per Pietro Folena che sinistra è quella italiana? E, alle prossime elezioni, si sentirà più vicino al Pd o al neopartito di Grasso?

Penso che ci sia un gran problema etico e ideale. Di costruire i fondamenti, che attingono a grandi valori su cui la sinistra è nata ma che richiedono risposte completamente nuove. In questo il radicalismo di Bergoglio, quello di Corbyn e quello di Sanders hanno tratti in comune. Il lavoro da fare, quindi, in Italia non riguarda le prossime elezioni ma un percorso più lungo e articolato. Le elezioni prossime potrebbero favorirne la nascita. Da questo punto di vista, trovo nel modo umano in cui Pietro Grasso si propone e nel suo costante richiamo ai valori, un possibile nuovo inizio, che comunque io sono orientato a sostenere.

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Da pochi giorni sono stati pubblicati sul sito di ArciLesbica Nazionale i documenti relativi al congresso che si svolgerà dall'8 al 10 dicembre a BolognaI documenti sono stati letti e analizzati come raramente succede per delle mozioni congressuali e ArciLesbica, associazione che negli ultimi anni aveva attraversato un periodo di contrazione delle iscritte e di scarsa visibilità politica, è di nuovo al centro del dibattito interno al movimento Lgbti.

Ma cosa dicono questi documenti? Quali posizioni si contendono la guida della principale associazione lesbica italiana? Naturalmente si tratta del frutto della dialettica interna di un’associazione, di un processo che appartiene solo alle socie e che va rispettato. Ma si tratta anche di un’occasione preziosa per cercare di capire cosa sta succedendo nel movimento Lgbti italiano e cosa succederà in futuro.

A mali estremi, lesbiche estreme è il manifesto dell’attuale gruppo dirigente, che cerca di legittimare sé stesso e di gettare le basi per le sfide del futuro. Il documento si apre con una violenta accusa alle critiche ricevute a partire da quest’estate ai post pubblicati dall’associazione su Facebook. Critiche che, di fronte a provocazioni sempre più violente, sono state sicuramente molto accese e che sono andate dalle analisi competenti agli insulti, ma che vengono liquidate in toto come «lesbofobia più volgare e viriloide, ad opera soprattutto di gay». Ed è questa la linea dell’intero documento, coerente con la strategia comunicativa adottata su Facebook: creare un conflitto e inasprirlo sempre di più tra ArciLesbica e il resto del movimento Lgbti, all’interno del quale il bersaglio è soprattutto la componente dei gay. ArciLesbica definisce sé stessa come alternativa al «diktat lgbt* del momento», e il movimento Lgbti, portatore di «pensiero unico» sulla gpa viene accusato, di essere «portabandiera della società neoliberale» e propugnatore di «pseudo-diritti, espressi con il tradizionale linguaggio dei diritti, ma basati su desideri che andrebbero analizzati e discussi criticamente».

Il documento insiste affermando che «l’individuazione di diritti reali è cruciale in un momento in cui il consumismo, la mercificazione del corpo, l’espandersi delle tecnologie biomediche promettono la soddisfazione di pseudo-diritti quali il diritto alla felicità (che è altra cosa rispetto al diritto alla ricerca della felicità di illuministica memoria), il diritto alla bellezza standardizzata, il diritto alla genitorialità per tutte/i e così via». Si tratta ancora una volta, e spiace constatarlo, di espressioni e tesi tipicamente utilizzate dai fondamentalisti italiani, sdoganate da personaggi come Fusaro.

Circa nove pagine su 22 sono dedicate alla gpa, che si conferma la principale preoccupazione dell’attuale dirigenza di ArciLesbica. Oltre alla gpa, un fermo attacco al non binarismo e al pensiero e identità queer, che viene lapidariamente definito come «non compatibile con il femminismo». «Sotto il segno queer dell'antibinarismo si sta consumando la distruzione della soggettività lesbica e la cannibalizzazione della differenza femminile»: è in questo passaggio la paura più profonda e il segno del fallimento di ArciLesbica nel comprendere il contemporaneo: l’antibinarismo viene interpretato come un obbligo e come una minaccia della propria identità, evidentemente avvertita come precaria. Mi spiace constatarlo, ma questa è proprio la paura su cui fanno leva i fondamentalisti: la paura di scomparire, di perdere l’egemonia. Il che è incredibilmente irreale: il non binarismo non è normativo.

In un pessimo passaggio, che conferma la scelta trans-escludente, quella delle persone trans viene definita come «scelta di appartenere al sesso opposto a quello di nascita». Scelta. Non credo serva aggiungere altro. Al piano per il prossimo triennio sono dedicate appena due pagine; un elenco puntato che poco aggiunge al documento stesso o ai precedenti congressi di ArciLesbica.

Il secondo documento, contrapposto al primo, Riscoprire​ ​le​ ​relazioni, è sicuramente più aperto e dialogante, e si ripropone di rinsaldare i rapporti con il resto del movimento Lgbti e con le persone trans in particolare. Le proposte per il futuro occupano diverse pagine e non sono elencate in un elenco frettoloso, relegato nelle ultime due pagine, ma integrate nel documento Viene richiesto un incontro nazionale sulle istanze del movimento nazionale, «con l’obiettivo di fare il punto sulla situazione attuale rispetto alle nostre istanze per capire su quali si possa convergere e su quali invece ci siano delle differenze o divergenze». Cosa secondo me non solo saggia, ma doverosa.

Complessivamente si tratta di un documento che ha un respiro decisamente più ampio di quello della segreteria e che affronta diversi temi.

Ma ha anche un altro merito, a mio avviso: individua, in modo quasi casuale, uno dei nodi che hanno provocato la crisi dilaniante di ArciLesbica e con cui l’intero movimento nazionale deve fare i conti: «Diciamo qui chiaramente che la decostruzione operata dal trans-genere-sessuale che nomina la complessità dell’umano ha creato difficoltà di comprensione e di comunicazione al nostro interno».

Credo che sia questo uno degli obiettivi che il movimento Lgbti deve fare proprio nei prossimi anni: il dialogo, che rischia di diventare aperto conflitto, tra identità, persone, collettivi queer e movimento istituzionalizzato. Si è aperto un conflitto, anche generazionale, che rischia di danneggiare seriamente il movimento, e che rischia di allontanare dalle associazioni più istituzionali e legate a paradigmi del ‘900 le generazioni più giovani, che esprimono identità e istanze differenti.

Chi si limita a condannare, in modo inappellabile, le identità queer/non binarie, il sex working, la gestazione per altri (altro tema che va affrontato e problematizzato, non stigmatizzato) è destinato a restare sempre più isolato, sempre più incapace di leggere il contemporaneo.

Una lezione che il movimento deve imparare dall’affaire ArciLesbica e che è più che mai necessario uno scatto in avanti: dobbiamo imparare di più, dobbiamo riuscire a integrare le istanze di chi, in questo momento, non può sentirsi rappresentato, se non con difficoltà, dalle grandi associazioni nazionali.

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