Non s'arresta il dibattito sulla Gpa, cui fanno ricorso all'estero sia single sia coppie di persone tanto eterosessuali (e queste in maniera maggioritaria) quanto omosessuali. Negli ultimi giorni, poi, il fronte contrario alla pratica è tornato ad agitare lo spettro della propaganda metodica. Propaganda che, condotta da "campagne gay", sarebbe in aperta violazione dell'art. 12, comma 6 della legge 40 recante Norme in materia di procreazione medicalmente assistita.

Per avere delucidazioni in merito, abbiamo raggiunto telefonicamente Stefano Chinotti, penalista e coordinatore del comitato scientifico di Avvocatura per i diritti Lgbti - Rete Lenford.

Avvocato, sulla gpa i toni tornano ciclicamente a surriscaldarsi da ambo le parti. Il fronte contrario si richiama nello specifico al comma 6 dell'art. 12 della legge 40. Che cosa prevede? 

L'art. 12 introduce una serie di sanzioni conseguenti alla violazione della legge. La gestazione per altri viene contemplata al comma 6 che prevede la punizione di chi realizza (inteso in senso medico), organizza (inteso in senso professionale) e pubblicizza (inteso in senso commerciale) la surrogazione di maternità. Le pene, specialmente quelle pecuniarie - essendo il divieto indirizzato più che altro a evitare il fenomeno della commercializzazione professionale -, sono consistenti. Si va da quella detentiva da tre mesi a due anni a quella pecuniaria da 600.000 a un milione di euro. Non così consistenti, comunque, da poter evitare - per procedere nei confronti di cittadino italiano che faccia accesso a tale tecnica di procreazione medicalmente assistita all'estero - la necessaria e preventiva richiesta di avvio del procedimento da parte del ministro di Giustizia prevista dall'art. 9 del Codice penale.

Esprimere posizioni favorevoli alla Gpa, riportarle per iscritto in qualsiasi forma o dibatterne implica la violazione del comma 6? 

Assolutamente no. Ci mancherebbe altro. Se si ragionasse in questi termini, il discutere dell'abrogazione di un qualsivoglia reato potrebbe significare ricondurre le posizioni favorevoli alla depenalizzazione a una sorta di apologia del fatto illecito. È un'assurdità che, peraltro contrasta con il contenuto dell'art. 21 della Costituzione che tutela la libera espressione del pensiero. 

Che cosa pensa della proposta di reato universale per la Gpa?

Se per reato universale ci si riferisce a un fatto illecito punibile in ogni dove, occorrerà ottenere che gli ordinamenti di tutti gli Stati del globo si conformino in tal senso. Mi pare una via poco percorribile. Se invece ci si riferisce all'introduzione, nel nostro sistema interno, di una fattispecie delittuosa che, se anche commessa all'estero, possa essere punita in Italia, non vedo alcuna novità. Già con le leggi in vigore la Gpa praticata all'estero da cittadino italiano potrebbe, astrattamente, essere punita. Serve, come dicevo, la richiesta da parte del ministro di Giustizia. È già accaduto. Certo questo tipo di procedimenti si scontra inevitabilmente col principio del l'impossibilità di punire qualcuno che, seppur ha commesso un illecito per le leggi della propria nazione di appartenenza, ha, nello stesso tempo, utilizzato un mezzo assolutamente lecito nello Stato ove vi ha fatto ricorso. La condotta, quindi, se praticata in Paesi che la consentono, non è punibile. Anche per questo motivo, ad eccezione del caso cui ho già fatto riferimento, i tribunali non sono mai stati investiti di decidere sulla questione. E peraltro è talmente chiaro di come la legge intendesse punire il sorgere di fenomeni di commercializzazione in Italia. 

 

È possibile infine una revisione della legge 40?

Possibile senz'altro. Nel senso dell'inasprimento delle pene che potrebbero portare a introdurre un massimo edittale tale da non rendere, per la procedibilità, più necessaria la richiesta da parte del ministro di Giustizia che è prevista, solo, per i reati puniti con la reclusione fino a tre anni. Ma, se anche questo avvenisse, rimarrebbe aperta la questione dell'impossibilità di punire, in Italia, un cittadino che ha posto in essere, all'estero, una condotta assolutamente consentita.

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Le persone trans continuano a subire doppia discriminazione spesso anche a opera di alcuni media. I recenti casi dello stupro di Rimini e del decesso di Carlotta nel Salento – entrambi legati a due donne transgender – sono stati ancora una volta narrati con termini stereotipici e offensivi dell’identità di genere delle interessate come l’utilizzo del maschile “un trans”.

Doppia discriminazione, che vede talora responsabili anche le persone Lgb. Risale solo ad alcune settimane fa l’accesa polemica relativa alle posizioni “separatiste” o “essenzialiste”, che dir si voglia, di ArciLesbica Nazionale cui hanno fatto eco le dichiarazioni di qualche femminista. Posizioni atte a rimarcare una sorta di necessaria rivendicazione di “spazi politici” separati tra donne cisgender e donne transgender.

La querelle, come abbiamo raccontato anche dalle colonne di Gaynews, ha suscitato la reazione sia di alcuni circoli provinciali di ArciLesbica sia di una leader storica del movimento transessuale taliano quale Porpora Marcasciano.

Per restare nel solco della stessa discussione, Gaynews ha deciso di raccogliere la testimonianza di un’altra esponente di spicco del movimento trans, cioè Roberta Ferranti.

Roberta, cosa ne pensi della posizione di chi rivendica l’urgenza di distinguere e separare spazi politici dedicati alle donne cisgender da quelli dedicati alle donne trans?

Fare queste distinzioni mi sembra ridicolo. La scelta di essere una donna è una scelta ben precisa per una donna trans. Io rifiuto completamente la mia mascolinità. Con le femministe abbiamo avuto spesso delle incomprensioni perché, casomai, non accettavano la nostra scelta, senza dubbio rivoluzionaria, di voler far parte del mondo femminile. Quando facevamo le proteste a Roma, a pochi metri dalla sede dell’Udi (Unione donne italiane), nessuna ci veniva ad aiutare. Non si affacciavano neppure alla finestra. Del resto, è capitato anche a me di sentirmi dire da una donna cisgender che non sono una vera donna. E perché? Perché non posso procreare?

Invece, bisognerebbe che tutti tenessero ben presente che per una donna transessuale come me la scelta di entrare a far parte del mondo femminile è una scelta molto seria e consapevole perché non è facile rinunciare alla virilità e al potere che questa può conferire in una società maschile e maschilista.

Cosa ricordi delle prime lotte delle persone trans?

I ricordi sono veramente tanti ma ho a cuore la figura di Gianna Parenti, che collaborò alla fondazione del Mit. Col passare degli anni, poi, il Mit si è sempre più giovato del ruolo di Porpora. È stata lei, a mio parere, quella che ha sempre creato le situazioni più interessanti dal punto di vista sia politico sia culturale.

Di Marcella Di Folco, predecessora di Porpora Marcasciano alla guida del Mit, che ricordo hai?

Marcella non partecipava alla lotta in maniera molto attiva perché era un’attrice e non voleva “mischiarsi” troppo con proteste e sit-in. Poi si è presa dei meriti, facendo certamente delle cose molto importanti.

Nella recente polemica qualche femminista della differenza ha sostenuto che è anche merito proprio se nel 1982 fu approvata la legge 164 relativa alla riattribuzione anagrafica di sesso. Cosa ne pensi?

Sarà anche vero ma, in ogni caso, ultimamente leggo di persone che si caricano di successi e traguardi per il cui raggiungimento non hanno davvero fatto nulla.

Cosa pensa, infine, Roberta Ferranti della gpa, altro motivo di grande conflitto in seno al mondo femminile e femminista?

In linea di massima sono d’accordo. Se si fa con amore, con generosità, col consenso informato delle parti e senza sfruttamento della donna gestante, non vedo davvero quale sia il problema.

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Quello che ha legato Dacia Maraini a uno dei più noti e controversi intellettuali del nostro Paese, Pier Paolo Pasolini, non era solo una vicinanza professionale tra scrittori, ma soprattutto uno legame molto stretto di amicizia, di rispetto e di condivisione di valori e di vedute della società e della vita. Dacia Maraini è una scrittrice e intellettuale molto prolifica e molto apprezzata anche all’estero, un’attentata osservatrice della nostra società, di come si sta evolvendo e dei cambiamenti culturali che si stanno imponendo nei cittadini.

Gaynews l’ha intervistata sul suo rapporto professionale e umano con Pasolini e su cosa pensi di alcune temi quali le unioni civili, la gestazione per altri e la recrudescenza di fenomeni di omotransfobia che hanno caratterizzato questa estate.

Qual era il suo rapporto con Pasolini?

Quando ho conosciuto Pasolini non era il mito che è oggi anzi, era un uomo molto attaccato, molto osteggiato e nei suoi confronti c'era tanta ostilità. Dopo la sua morte invece è diventato un personaggio proverbiale. Ma prima no, non era così. La mia conoscenza risale a un tempo difficile per lui: doveva affrontare continuamente dei processi, lo attaccavano puntualmente sui giornali e anche politicamente.

Non era tanto la sua omosessualità a disturbare i benpensanti ma il fatto che fosse provocatorio e avesse un atteggiamento di sfida. Pasolini era molto critico nei confronti della società in cui viveva, nei confronti del suo tempo, del governo democristiano, del potere in genere. Basti pensare, ad esempio, all'episodio del '68 quando nel periodo delle manifestazioni si schierò con i poliziotti difendendoli in quanto figli del popolo, contro i sessantottini che lui chiamava “figli di papà”.

Molte delle critiche rivolte a Pasolini non erano solo di tipo politico, ma si richiamavano alla sua omosessualità. Qualcuno lo definiva anche pedofilo. Lei  cosa risponde a queste accuse?

No, Pasolini non imponeva mai la sua sessualità, al contrario voleva essere punito e maltrattato. Chi legge Petrolio sa che il suo era un atteggiamento di ricezione e quindi non di imposizione. Pasolini aveva  un rapporto di gioco col sesso e non di “presa”, da predatore. Ripeto, leggendo Petrolio, si capisce esattamente qual era il suo atteggiamento con questi ragazzi con cui cercava di giocare; un gioco che sconfinava nel sesso ma che ripeto non era affatto di tipo impositivo.

Tra gli intellettuali omosessuali di oggi secondo lei c’è qualcuno che possa essere o diventare il nuovo Pasolini?

Direi che Pasolini resta abbastanza unico. Era un uomo che agiva su tanti campi: era poeta e regista contemporaneamente e non è così facile trovare una persona che abbia queste qualità, la capacità di andare a fondo in mestieri diversi. E poi era una persona che prestava grande attenzione sociale e politica al suo tempo. Non dico, ovviamente, che non ci siano tante persone di qualità oggi, però certamente lui aveva qualcosa di unico.

In tema di diritti civili, cosa pensa delle unioni civili tra persone dello stesso sesso?

Credo che sia un traguardo che è stato raggiunto ed è un bene. Ritengo che non si possa restare ancorati a delle idee prestabilite. Il mondo va avanti e prima o poi sarebbe accaduto. Non si può pensare di anteporre  i principi alla realtà concreta. Si deve tenere conto di quello che accade, delle nuove esigenze e delle richieste che vengono fatte dalle persone, dai cittadini.

Questa estate ci sono state diverse polemiche all’interno del movimento Lgbti sul tema della gestazione per altri vista quale ulteriore sfruttamento del corpo femminile. Qual è la sua posizione in merito alla Gpa?

Se si tratta di un accordo fatto per generosità non ci trovo niente di male, se invece viene fatto per denaro allora qualcosa di ambiguo c’è. Tuttavia ci sono cambiamenti che rientrano nell’evoluzione del nostro secolo, pertanto vanno elaborati pubblicamente senza idee assolutiste. Occorre vedere qual è la prassi: una persona saggia ascolta gli altri, valuta il comportamento delle persone e in particolare se questo non provoca danni ad altri.

Questa estate è stata segnata anche da molti episodi di omotransfobia. Come interpreta questo rigurgito di violenza nei confronti delle persone Lgbti?

Viviamo in un momento di ritorno della destra e della conservazione, dovuti a paura, a nuovi movimenti di popolo che portano le persone a chiudere le porte e a difendersi, e non solo per la crisi economica o l’immigrazione. Tutto questo non fa altro che suscitare allarmi e sentimenti di rivolta. La paura è la peggiore consigliera in quanto conduce all’intolleranza, all’odio che finiscono per governare la vita delle persone.

Spero che la parte sana del Paese prevalga. Di solito succede così, che alla fine i cambiamenti siano più forti delle paure. Ma nel frattempo questi atteggiamenti possono  fare danni.

D’altra parte il fatto che ci sia un ritorno della destra lo dimostra il presidente americano Trump, che rappresenta un esempio di grave svolta a destra ed è inquietante che questo accada in un grande Paese che abbiamo sempre considerato democratico e aperto: si direbbe che l’America stia seguendo le involuzioni della  Cina e della Russia.

Tuttavia voglio essere ottimista: se si pensa che non c'è niente da fare, la reazione finisce per vincere sull’intelligenza. 

È sempre importante impegnarsi in una resistenza di tipo culturale e sono convinta che alla fine questa vincerà su chi vuole che la realtà  si fermi. Ci possono essere periodi bui in cui una società prende paura e questo la porta a essere intollerante nei confronti di tutto e tutti quelli che sembrano strani, diversi. Il pericolo ripeto viene da movimenti reazionari, di chi vuol tornare indietro, di chi mette in campo l’intolleranza religiosa o morale legato com’è alla tradizione. Alla fine però perderanno, anche se nel frattempo i conflitti possono portare  danni alle persone più deboli socialmente come accade per gli omosessuali.

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Riccardo Ceretti vive in Galizia. Tre anni fa si è unito in matrimonio col compagno Oscar Abades López. Per sapere qualcosa in più sull’attuale diritto di famiglia vigente in Spagna e sulla specifica situazione delle coppie di persone dello stesso sesso, lo abbiamo incontrato nella sua casa di Santiago de Compostela.

Riccardo, com’è la vita di un italiano sposato e che vive qui in Spagna?

Assolutamente normale. Anche se, a volte, l'aspetto "europeo" invece di semplificare le cose le complica. Ad esempio, per sposarmi ho dovuto far tradurre legalmente, e con costi a volte alti, alcuni documenti che ho presentato al Comune di Formentera dove mi sono unito in matrimonio tre anni fa, nel 2014.

Il mio caso, di italiano all'estero, è un po' particolare perché fino allo scorso anno passavo sei mesi a Santiago de Compostela e sei a Roma come guida turistica. Da quando ho deciso di fermarmi definitivamente in Spagna, ho dovuto necessariamente chiedere l'iscrizione all'Aire (Residenti italiani all'estero) soprattutto per facilitare il rinnovo di alcuni documenti. Anche perché si è obbligati a farlo.

Secondo la legislazione spagnola quali sono i tuoi diritti e quali tuoi doveri da coniugato?

Gli stessi diritti e doveri di due coniugi in Italia. O meglio, i diritti e i doveri richiesti dagli articoli 66, 67 e 68 del Codice civile spagnolo, che sono gli stessi di quelli richiesti dal Codice civile italiano in fase di celebrazione del matrimonio, soprattutto quelli espressi nell'articolo 143: «Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione».

Rispetto all'obbligo della fedeltà, che nelle unioni civili italiane non viene considerato perché non previsto, la legislazione della Galizia - la regione spagnola dove vivo -, prevede l'applicazione delle leggi civili matrimoniali. Quindi in caso di sola unione civile i diritti e doveri sono gli stessi da quelli richiesti dal matrimonio. Differente è il caso di comunione o separazione dei beni. In Spagna ogni ayuntamento o provincia ha le sue regole. Normalmente vige la separazione dei beni che viene riconosciuta automaticamente durante la celebrazione. Ma nel mio caso, essendomi sposato alla Baleari, dove vige l'iscrizione automatica della comunione dei beni, una volta celebrato il matrimonio, abbiamo dovuto modificare di fronte a un notaio il certificato matrimoniale in separazione dei beni.

Parliamo di omogenitorialità, tema quanto mai discusso in Italia. Come coniugato con persona di differente nazionalità, quali sono gli eventuali problemi nell'avere figli e quali sono invece le facilitazioni?

Non esistono problemi come non esistono per soggetti monogenitoriali, cioè single. L'unica via legale prevista è l'adozione sia per coppie di persone dello stesso sesso sia per uomini single. Diversa, invece, la situazione in caso di donne single, le quali hanno la possibilità di ricorrere alla fecondazione assistita. Ma per gli uomini ciò non è possibile in quanto, come in Italia, la Spagna non prevede la gestazione surrogata.

In caso di adozione le coppie omosessuali sono molto vincolate soprattutto con riferimento a bambini viventi all’estero. Il problema sono i Paesi stranieri che non consentono l’adozione a coppie di persone dello stesso sesso. Ad oggi l'unico Paese a concedere ciò alla Spagna è il Brasile. Inoltre, mentre per le adozioni nazionali il procedimento è del tutto gratuito, quelle internazionali comportano invece costi molto elevati in quanto vincolate a una serie di obblighi effettivamente cari.

Hai mai pensato con Oscar di adottare?

Sì, siamo in processo di adozione. I tempi, come in Italia, sono lunghi ma non si tratta d’una cosa impossibile. E, soprattutto, ci vuole molta pazienza. Noi abbiamo presentato tutta la documentazione, per l'adozione nazionale, circa due anni e mezzo fa. A quanto pare, dovremo aspettare ancora un paio di anni: quindi cinque in totale.

L'iter prevede quattro step differenti e obbligatori. Il primo riguarda un incontro, assolutamente generico, durante il quale vengono spiegate le linee guida di tutto il procedimento ed è presentata la prima documentazione. 

Il secondo prevede tre incontri obbligatori dalla durata di sei ore ciascuno. Ognuno di essi è guidato da psicologi, psicoterapeuti, sociologi ed è strutturato in maniera differente l'uno dall'altro. Sono incontri emotivamente coinvolgenti, positivamente ma anche negativamente, dove il tema protagonista è il benessere del bambino/bambina adottato/adottata ricreando delle situazioni tipo.

Il terzo incontro prevede un colloquio psicoattitudinale con psicologa e assistente sociale. Tale colloquio è effettuato prima singolarmente poi in coppia. Infine viene valutata la situazione domestica, cioè il luogo dove il/la futuro/a bambino/bambina vivrà. Così letto, potrà sembrare qualcosa di complicato o impossibile. Ma tutto è fatto in modo da risultare naturale e tranquillo. 

Un’ultima cosa sui tempi di attesa. Noi abbiamo fatto richiesta di un bebè (0-1 anno). Questo è il motivo per cui dovranno passare cinque anni. L'attesa dipende anche dalla "disponibilità'" dei minori che, fortunatamente, negli ultimi due anni, è scesa drasticamente. Il che vuol dire che ci sono meno bambini abbandonati o minori che vivono in condizioni  gravi. Se la richiesta di adozione è rivolta a bambini un po' più grandi (3-5 anni) o addirittura adolescenti, i tempi di attesa si dimezzano.

In Italia ci sono ancora molta omofobia e transfobia. Sulla base della tua esperienza tali questioni come sono trattate in Spagna?

Io dico sempre che le situazioni paradisiache non esistono in nessun luogo. Una cosa è certa: bisogna educare. Anche qui in Spagna avvengono casi di omofobia e transfobia ma, fortunatamente, sempre meno. Io personalmente non ho mai avuto problemi né qui né tantomeno in Italia.

Come coppia avete mai pensato di trasferivi in Italia?

Assolutamente sì come in altri luoghi del mondo. Oscar, mio marito, lavora nel campo della moda e in Italia ci sarebbero molte opportunità (lui stesso ha già lavorato a Firenze per due anni). Ma al momento restiamo qui per motivi sia professionali sia sentimentali. E poi è difficile abbandonare lo stile di vita spagnolo. Problemi sì ma con il sorriso si trova sempre il tempo per andare a bere una cerveza

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Da qualche mese Franco Buffoni, poeta, narratore e saggista tradotto in varie lingue e vincitore di diversi prestigiosi riconoscimenti letterari - tra cui il Premio Viareggio per l’opera poetica Jucci (2014) - ha pubblicato per l’editore Manni Personae, suo esordio nella scrittura per il teatro.

Personae, dramma in cinque atti e un prologo, è un’opera unica nel suo genere dacché, essendo scritto in versi, pur conservando una sua peculiare tensione drammatica e narrativa, può essere letto anche come l’ultimo libro di poesie di uno dei più importanti poeti dei nostri tempi.

La storia si svolge nello spazio lirico e immaginario di una casuale sospensione della morte: infatti i quattro personaggi, rimasti uccisi in un attentato terroristico che sembra evocare la recente esperienza del Bataclan, tornano inaspettatamente in vita grazie al lapsus di un cronista televisivo. I pochi secondi, che separano il lapsus dalla conseguente rettifica, diventano lo spazio, dilatato e irreale, in cui si incontrano e si confrontano quattro diversi modelli esistenziali. Quattro prototipi d’umanità, ciascuno con le proprie credenze, le proprie scelte, i propri modelli culturali e il proprio modo di vivere l’amore e il desiderio, la vita di coppia e la genitorialità.

Franco, con Personae ti sei cimentato per la prima volta nella scrittura per il teatro. Come hai vissuto quest’esperienza?

In realtà ho frequentato molto il teatro nella mia vita: ho tradotto molto teatro, ho seguito i corsi di Orazio Costa Giovangigli e ho perfino recitato quando vivevo in Inghilterra.

Questa di Personae però è la prima opera che scrivo per il teatro anche se in versi. La voglia di scrivere per il teatro è nata anche dal fatto che ero arrivato a uno stadio di saturazione con l’io lirico di Franco Buffoni. Certo, qualcuno potrebbe pensare che scrivendo per il teatro io abbia solo moltiplicato il mio io lirico, calandolo all’interno di ciascun personaggio. Il pericolo c’era ma credo di averlo eluso, dando vita a quattro personaggi molto diversi tra loro, che ritengo importanti perché riportano punti di vista estremamente differenti. Però si tratta anche di un libro di poesia ed è fruibile anche come tale.

Lo spazio in cui è ambientata la storia è molto particolare…

Sì, perché si tratta di uno spazio sospeso che traduce perfettamente il senso di disagio. I personaggi di Personae sono prigionieri di un luogo fisico e di loro stessi perché sono personaggi del nostro tempo.  E sono anche dei ritornanti. Perché sono intrappolati nello spazio, in realtà brevissimo, che intercorre tra il lapsus di un giornalista televisivo che ne annuncia la morte “non grave”, mentre racconta il tragico attentato in cui sono rimasti coinvolti, e la successiva e tempestiva rettifica. Ecco perché i personaggi di Personae sono dei già morti che si comportano per l’ultima volta da vivi.

Ci illustri i personaggi di “Personae”?

Dunque. C’è una coppia gay formata da Narzis, professore di filosofia alsaziano, e suo marito Endy, un tecnico informatico ed ex operaio. La coppia ha due figli avuti con gpa. I nomi sono emblematici, perché Narzis richiama il romanzo di Hesse Narciso e Boccadoro e Narciso/Narzis ha in sé il narcos cioè la capacità di fare propri gli altri, ricorrendo alla virtù dialettica. Endy, invece, evoca con il suo nome il mito di Endimione, fonte di miele, legato a Saffo e anche a Keats.

Poi c’è Inigo, prete lefebvriano, che vive in una confraternita dedicata a Venner, l’uomo che si suicidò a Parigi il 21 maggio 2013 per protestare contro il matrimonio gay. Ovviamente Inigo rimanda alla figura di Ignazio da Loyola, il religioso che fondò la Compagnia di Gesù. Infine c’è Veronika, biologa di origini ucraine, il cui nome rimanda al velo della Veronica, cioè alla vera icona del Cristo ma anche a Berenice, nome greco della forma latinizzata Veronica, che vuol dire “portatrice di vittoria”.  

La coppia gay, formata da Narzis ed Endy, è certamente il nucleo positivo della vicenda ed è comunque attraversata da un interessante contraddittorio. Il prete lefebvriano è un personaggio che vive in un clima di condanna costante, un tipo di ambiente che ho conosciuto bene. Veronika è un personaggio ferito nell’amore e nell’orgoglio che rivede in Endy i tratti e le caratteristiche del suo “sposo mancato”.

Nel complesso direi che è anche un libro sulla morte perché la morte ha uno spazio importante all’interno del testo.

Come mai hai scelto come protagonisti una coppia gay che ha avuto dei figli con la gpa?

Perché la gpa è un nervo scoperto all’interno della comunità Lgbti e non solo. È un tema altamente divisivo che è piombato addosso alla comunità Lgbti quando si è discusso della stepchild adoption. Narzis ed Endy hanno fatto ricorso alla gpa in Canada e il Canada non è certo un Paese incivile. Credo che la gpa sia una pratica che andrebbe gestita con intelligenza, anche perché si tratta di una pratica transitoria. Sono infatti certo che presto si arriverà alla gestazione extrauterina per le donne che non vogliono partorire con dolore. Inoltre trovo detestabile che la gpa sia definita “utero in affitto” perché non ho mai sentito nessuno chiamare le balie, che pure hanno cresciuto e allevato tanti fanciulli,  “mammelle in affitto”.

Il fronte contrario alla gpa è spesso costituito da donne che hanno delle posizioni antimaschili e non mi piace il dogma dell’odio verso il maschio che hanno le femministe più estreme.

Il personaggio di Veronika sembra molto affascinato da Endy, che è gay...

Sì, perché Veronika, quando era in Ucraina, ha vissuto l’umiliazione della scoperta dell’omosessualità di Kosta, il suo amato. Infatti lei definisce gli omosessuali “uomini monchi” perché nutre astio verso chi l’ha fatta soffrire. Kosta, probabilmente, stava con Veronika per darsi una copertura in un Paese, l’Ucraina, certamente poco gay friendly. Veronika da un lato comprende Kosta, dall’altro non riesce a perdonarlo perché non ha superato il dolore. E guarda Endy con la medesima ambivalenza, perché Endy le evoca l’amore per Kosta.

Veronika sa che una donna può godere con un omosessuale che sappia compiacerla, perché un omosessuale può essere caldo e sensuale a letto e affettuoso compagno nella vita, mentre un eterosessuale probabilmente la userebbe solo come oggetto di sesso e voluttà.

Ti piacerebbe vedere il tuo testo anche in scena?

Certamente, mi piacerebbe moltissimo! Il libro sta circolando ma i problemi della messinscena sono sempre di tipo economico per la produzione. Comunque, se fossi il regista, nel metterlo in scena toglierei le parti più poetiche e lascerei quelle più spiccatamente “teatrali”.

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Non si sono ancora spente le polemiche di maggio sulla posizione di criminalizzazione della Gpa, chiamata da ArciLesbica utero in affitto, sulla richiesta di non adesione ai Pride che proponevano un confronto sulla gestazione per altri o sull’infame striscione contro Vendola, da poco diventato padre, srotolato al Pride di Milano davanti al trenino di Famiglie Arcobaleno. Sulla Gpa ArciLesbica nazionale nei mesi scorsi si è schierata dalla parte del femminismo della differenza, che considera la  differenza sessuale tra maschi e femmine la base per attribuire una forma di sacralità alla maternità e al rapporto tra madre e figli, fino al punto che non sembrano accettabili una famiglia senza madre o una donna che liberamente possa affidare ad altri il figlio al termine della gravidanza.

Questa posizione ha suscitato molte polemiche e reazioni talvolta molto pesanti nella comunità Lgbti, da parte di Famiglie Arcobaleno in primo luogo, ma anche all’interno della stessa ArciLesbica. Ben dieci circoli sui 16 esistenti, infatti, si sono dissociati dal comunicato della segreteria nazionale che non rispettava le tesi congressuali e chiudeva ogni possibile confonto. I dieci circoli “ribelli” ritenevano infatti «che sia possibile coniugare il riconoscimento della genitorialità di ciascun* preservando la dignità e la libera scelta delle donne da sfruttamento e forme contrattuali che ne dispongano come oggetto di scambio».

Nei giorni scorsi qualcuno dalla pagina Facebook di ArciLesbica nazionale ha iniziato a lanziare un altro tema di discussione. Il 28 luglio è stato condiviso l’articolo Coming out as ‘non-binary’ throws other women under the bus di Susan Cx, in cui l’autrice attacca la possibilità di definirsi gender queer o non binaria come idea antifemminista: «I can think of nothing more anti-feminist than an ideology that precludes the possibility of identifying and confronting patriarchal power, and instead individualizes oppression as though it is a “personal choice.” […] But feminism is not a matter of personal identity. Just like feeling pain under patriarchy is not a result of individual women’s quirks. Unfortunately, we can’t come out as “human beings” in order to convince men to treat us like equals. So please, spare us your insulting insinuations that we can identify (or “disindentify”) our way out of structural oppression. We’ll be trying to build a political movement with the specific aim of female liberation, in the meantime».

Il 6 agosto un’intervista di Luisa Muraro (massima teorica del femminismo della differenza) a Cristina Gramolini, presidente di ArciLesbica Milano, roccaforte delle femministe della differenza in cui vengono ribadite le posizioni di entrambe contro la Gpa («dicono da più parti che quanto in passato era considerato abominio, la gpa, pian piano sta entrando nel campo di possibilità di tante persone e che ci sarà un cambio culturale. È proprio così, un abominio sta diventando normale. Spero che si riesca ad evitare») ed emerge una sindrome di accerchiamento («la mancata accettazione di un’organizzazione indipendente delle lesbiche») che diventa sempre più evidente nei giorni successivi.

Tre giorni fa, con il commento Lei dice: I am angry, viene condiviso un articolo dal titolo I am a Woman. You are a Trans Woman. And That Distinction Matters (Io sono una donna. Tu sei una donna trans. E questa distinzione conta) in cui l’autrice, vittima di stupro, rivendica la necessità di spazi separati per le donne cisgender (le donne nate biologicamente donne), liberi da donne transgender, come ad esempio spogliatoi per donne-donne (I don’t want to be exposed to a penis which is why I sometimes need women changing rooms). L’autrice minimizza l’esperienza di oppressione vissuta dalle donne trans (And whether you were able to see it or not, if you looked male for part of your life, you experienced a different life than myself), costruendo un muro virtuale tra “le donne nate con una vagina (Women who were born with vaginas) e le altre, e lamentando molestie e minacce da parte di donne trans a cui riesce francamente difficile credere fino in fondo (dedicated entirely to women who dared want to express these feelings and in doing so received hundreds of threats, sexual harassments, and threats of sexual harm often by transgender individuals). L’articolo, insomma, è una decisa presa di posizione Terf (Femminista radicale Trans Escludente) di cui, in un contesto caratterizzato da una transfobia crescente, francamente non si sentiva il bisogno. 

Qualcuna in ArciLesbica ha pensato che fosse il momento di costruire un muro tra donne, basandosi esclusivamente sui genitali. Da questo discorso, come spesso accade, sono del tutto assenti gli uomini transIl post ha provocato oltre mille commenti fortemente indignati, e, come capita sui social, anche alcuni insulti. La prevedibile reazione ha peggiorato la sindrome di accerchiamento di Arcilesbica Nazionale, che ha risposto accusando tutti di lesbofobia, rifiutando nettamente di mettere in discussione queste posizioni ideologiche. Posizioni da cui hanno preso le distanze dieci circoli di ArciLesbica: Bari, Bologna, Ferrara, Livorno, Napoli, Novara, Pisa, Roma, Treviso, Udine. Circoli che sono arrivati a ufficializzare il dissenso nella campagna #UnaltrArciLesbica

Ancora una volta emerge l’immagine di un’associazione profondamente ferita, lacerata nel suo interno da polemiche roventi e dissidi insanabili, che si avvia verso un congresso anticipato a causa di una dirigenza nazionale che travalica il suo mandato e che cerca di dividere e indebolire il movimento Lgbti italiano. Perché, infatti, rivendicare spazi per le donne cisgender, quando a mancare sono proprio spazi trans-inclusivi? È quasi come chiedere la criminalizzazione di qualcosa, la Gpa, che non è legale in Italia: serve solo ad agitare le acque e a creare divisioni e polemiche, non rispondendo ad esigenze reali. ArciLesbica nazionale separa le donne cisgender (dalle donne trans, affermando che queste ultime nonsiano vere donne, e, come ha scritto Ethan Bonali, insiste sulla «negazione di un sistema etero-patriarcale che opprime le donne trans e la trasformazione delle rivendicazioni delle stesse in sistema concorrenziale ed oppressivo per le donne cisgender»). 

Di fronte alla comprensibile e ben articolata risposta del Mit (Movimento Identità Trans) l’anonima animatrice della pagina di ArciLesbica (anonima anche per le socie) risponde lamentando delle inesistenti “penalizzazioni che colpiscono tutte le donne che si ribellano al pensiero unico”, utilizzando ancora una volta lo stesso linguaggio dei fondamentalisti italiani (al pari di “utero in affitto” e “abominio”). La stessa pagina insiste rispondendo alle dure critiche del Mieli evocando una "Santa Inqueerizione che decide cosa si può pubblicare o no” e sostenendo ancora la tesi di una persecuzione nei loro confronti. Anche questa è una delle tattiche dei fondamentalisti, che di fronte a chi reagisce ai loro costanti insulti millanta persecuzioni e limitazioni del diritto di parola. Tecnica cara anche ai complottisti di tutto il mondo.

Al di là di tutto è davvero triste e desolante che ArciLesbica, che in teoria è "la più grande associazione lesbica italiana" (ma solo in teoria: Arcigay conta più lesbiche tra gli iscritti di ArciLesbica), abbia preso questa strada, solitaria e meschina, di disprezzo per la comunità Lgbti. Ed è davvero triste che ci siano persone che si definiscono attiviste ma sentono il bisogno di costruire muri, chiudersi in recinti sempre più stretti e soffocanti, assegnare giudizi, distinguere in modo autoreferenziale cosa è giusto e cosa è sbagliato. Abbiamo ancora bisogno, soprattutto in Italia, di costruire e consolidare una comunità Lgbti ampia, inclusiva, forte e consapevole.

E ancora di più, è davvero triste che, come i fondamentalisti di ogni latitudine, la voce ufficiale di ArciLesbica categorizzi le persone per pochi centimetri di carne in più in meno.  Io non sono la mia vagina e non sarei il mio pene: sono un essere umano con corpo, desideri, pensieri, emozioni. Con una storia, delle competenze, delle ambizioni. Ognuno di noi è definito da molti fattori, e non solo da quello che ha nelle mutande. Da lesbica, cofondatrice di ArciLesbica a Palermo ed ex socia di ArciLesbica, chiedo alle iscritte di farsi sentire e di decidere: se davvero siete per la criminalizzazione della Gpa contro i padri arcobaleno, contro la condivisione di spazi fisici e luoghi politici con le donne trans, allora per favore, dichiarate ufficialmente la vostra fuoriuscita dal movimento nazionale Lgbti. Se, come spero, non è così, uscite allo scoperto ed impedite che qualche Terf (femminista radicale trans escludente) parli a nome vostro. Altrimenti, ci sono molte altre associazioni in cui impegnarsi per la lotta per i diritti Lgbti.

 

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Sulle polemiche, che hanno scosso la collettività Lgbti e non per la presentazione del libro di Daniela Danna alla vigilia del Milano Pride e l'opera di volantinaggio antigpa da parte di ArciLesbica Zami durante il corso della parata, era intervenuta anche la filosofa, politica e scrittrice Michela Marzano con una puntuale intervista rilasciata a Gaynews. Sollecitati dalle stesse componenti di ArciLesbica Zami a poter replicare, pubblichiamo il testo pervenuto alla nostra redazione mantenendo la punteggiatura originaria.

Michela Marzano critica l'espressione “utero in affitto” pure usata da fior di giuristi come il compianto Stefano Rodotà: si tratta di un'espressione puramente descrittiva, dato che nella cosiddetta “gestazione per altri” o gpa si presta per denaro (compenso o rimborso) l'apparato riproduttivo di una donna. Forse, essendo l'utero non separabile dalla donna intera, potremmo più correttamente dire “donna in affitto”. Chi cerca espressioni apparentemente neutre come gpa o maternità surrogata lo fa per ragioni ideologiche, per sfuggire alla riflessione morale cui siamo chiamate da questo fenomeno e per addolcirne gli aspetti più allarmanti dal punto di vista dei diritti umani.

È bene chiarire un equivoco di fondo: la gpa non è una pratica medica perché la gravidanza non è una pratica medica, ma una potenzialità intrinseca del corpo femminile. Nella gpa, però, l’intero corpo femminile viene trattato come macchina riproduttiva.

La gpa è un (nuovo) istituto giuridico attraverso il quale si dichiara che una gravidanza non appartiene alla donna che la fa, ma a chi gliel'ha commissionata (in cambio di denaro).

Le attività che preparano i pride sono momenti appropriati per discutere di questioni che riguardano le aspirazioni delle persone lgbtia - non a caso i documenti dei pride, come ad esempio quello di Roma, contenevano riflessioni ugualmente nette, ma di segno contrario, su questo stesso tema. Forse solo i favorevoli alla gpa possono creare occasioni di dibattito?

Tutti i pride si aprono con i trenini arcobaleno di un'associazione che ha firmato la Carta di Bruxelles secondo cui la donna che partorisce come “portatrice” deve essere retribuita e deve cedere i neonati senza alcun possibile ripensamento (come invece accade).

Il dibattito sulla gpa è sviluppato in primo luogo da femministe: sono vaste le aree di femministe in Italia, in Francia, negli USA e negli altri paesi che ne hanno chiesto il bando universale e si battono contro la mercificazione di gravidanza, del parto e della nascita. Il consenso informato nulla toglie alla riduzione a cosa della gestante e di chi nascerà e quindi non può essere paragonato alla donazione di organi. In ogni caso gli organi vengono donati, non venduti o offerti dietro rimborso. Non ci pare che qualcuno chieda la libertà di scelta e l'autodeterminazione per soggetti che volessero vendere i propri organi.

Diciamo all'onorevole Marzano che non siamo certo paternaliste, al limite “maternaliste”, anche se a noi sembra di essere umaniste, nel senso della difesa dei diritti umani basilari che la gpa vìola, sebbene le immagini di famiglie sorridenti con figli acquisiti in quel modo vorrebbe farci dimenticare il fenomeno oscuro che ne è all'origine.

Siamo convinte che la genitorialità non si realizzi solo sotto forma di maternità biologica, siamo infatti sostenitrici della possibilità di adozione per gay, lesbiche e single.

La nostra non è una opposizione immotivata di chi non ha riflettuto sulla questione della genitorialità: noi ci abbiamo riflettuto a lungo e ci siamo documentate. Siamo pronte a continuare la riflessione in un incontro pubblico con l'onorevole Marzano. Siamo certe che un raffronto di questo genere potrebbe aiutare le tante persone che dicono di essere ancora in fase di riflessione e a cui assistere ad uno scambio sereno e approfondito potrebbe essere molto utile.

Cristina Gramolini, Lucia Giansiracusa, Daniela Danna – ArciLesbica Zami Milano

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Saggista, autore di testi teatrali, giornalista, Piergiorgio Paterlini è il fondatore del periodico satirico Cuore con Michele Serra e Andrea Aloi. Tra le sue opere è da ricordare soprattutto la raccolta d'interviste Ragazzi che amano ragazzi che, pubblicata per la prima volta nel 1991 dalla Feltrinelli, è giunta alla 15° edizione.

Gaynews l'ha intervistato per sapere il suo parere su alcune tematiche Lgbti da sempre al centro della sua attenzione.

Nel libro Matrimoni del 2004 hai raccontato storie gay di “normale quotidianità”. Oggi po la legge sulle unioni civili, quella  quotidianità è sempre la stessa o qualcosa è mutato?

La quotidianità, diciamo relazione, è sempre la medesima. Allo stesso tempo l’acquisizione di diritti – che sempre ha  anche un benefico effetto sul piano sociale – modifica, a volte anche molto, le relazioni interpersonali. In meglio, ovviamente.  Sembra una risposta contradditoria. Penso invece siano vere entrambe le prospettive.

La richiesta di rivoluzione nei ruoli di generi non è più quella di un tempo?

La domanda è troppo ampia per una breve intervista. Risponderò con ciò che a me sembra più importante. Non i ruoli, ma la differenza di genere per me rimane cruciale, a tutti gli effetti (e dunque sbagliata ogni cosa che tende a negare, uniformare, rendere volubile questo aspetto della persona e della personalità). La differenza di genere rimane assai diversa, e assai più significativa, anche qui sotto ogni punto di vista, rispetto alle differenze di orientamento sessuale.

Le rappresentazioni delle unioni civili (feste, inviti, torte, confetti, ristoranti) non sono un po’ troppo omologate a quelle del matrimonio "classico"?

Ci sono fasi storiche in cui è utile sottolineare la “diversità”. E fasi in cui è utile sottolineare la parità, l’uguaglianza di fondo, la “normalità” di ciò che viene ritenuto – a torto – anormale, contro natura, eccetera. Non c’è una cosa più giusta dell’altra. Al di là delle scelte personali, tutte legittime e indiscutibili, sul piano della lotta per i diritti, a decidere cosa è meglio e cosa no (ripeto: nel senso di utile o controproducente) dovrebbe guidarci una lucida e responsabile visione politica (in senso lato), una valutazione di opportunità (non opportunismo) e di congruità/efficacia rispetto all’obiettivo. Questo dovrebbe valere a maggior ragione per la “forma” dei Pride. Senza aprire qui, adesso, un’annosa ma non abbastanza approfondita discussione, colpisce e dovrebbe fare riflettere che le immagini dei Pride di oggi (quasi vent’anni dall’inizio del nuovo secolo) siano pressoché indistinguibili da quelle degli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso.

Famiglie etero, famiglie omosessuali, famiglie allargate. Cosa è per te la famiglia?

Una mia cara amica, Luciana Castellina, ricordando le battaglie importanti e giustificate contro la famiglia degli anni Sessanta e Settanta, dice che lei alla “famiglia” preferisce la “tribù”, sottolineando con questo il valore della scelta delle persone con cui dividere la vita rispetto alle formule classiche (siano esse il matrimonio o il “sangue”). Mi piace questa immagine, ma – negli anni – mi è venuta sempre più piacendo proprio la parola “famiglia”, che io preferisco di gran lunga alla definizione di “coppia”. Famiglia dice – come la intendo e cerco di viverla io – legami forti ma anche aperti e soprattutto accoglienti in molte direzioni, coppia mi parla invece di qualcosa di chiuso e limitato a due sole persone. Ragionando così, famiglia e tribù finiscono per avere, alla fine, lo stesso significato. Scelta, appartenenza, luogo caldo. Protezione reciproca. Ma anche accoglienza. La ricerca mai data una volta per tutte fra quando chiudere la porta e quando aprirla, fra quando scaldarsi davanti al camino e quando farsi attraversare dalla forza imprevedibile, a volte sconquassante ma anche esaltante del vento (il vento che toglie il respiro mentre corri, riempirsi la bocca di vento).

C’è un ampia discussione nel mondo Lgbti, e non solo, sulla gpa. Tu cosa ne pensi?

Che la discussione sia legittima e debba continuare. Che manchi soprattutto la chiarezza, la capacità di non fare di ogni erba un fascio, di distinguere fra cose apparentemente simili in realtà diversissime fra loro. Senza questo passaggio preliminare, ogni discussione è insensata e non produce nulla, anzi fa danni enormi, oltre a essere insopportabilmente ignorante e sciocca. Allora, per esempio, un conto è una donna che sceglie liberamente e fuori da ogni logica di bisogno di donare un figlio portato nel proprio utero a una coppia/famiglia, un conto è chi lo fa in stato di schiavitù, di estrema necessità, debolezza, inferiorità. Vale anche per la prostituzione, per dire. E sono ogni giorno scandalizzato dal constatare che abbiamo dimenticato la differenza fra stuprare e uccidere un bambino di tre anni e innamorarsi di una ragazza di diciassette (“minorenne”) da parte di un uomo o una donna più grandi. Anche questo non solo non risolve nulla, ma ha tutti e due i piedi dentro la barbarie. A dirlo così sembra ovvio. Nella realtà purtroppo questa confusione estrema è ciò che domina il senso comune.

Quello che una volta si chiamava Gay Pride oggi è indicato con la sola parola Pride in quanto, si dice, è di tutti. Sei d’accordo?

Non molto. Qui sembra si vada nella direzione che io auspico ma facendo un salto inutile e che rischia il ridicolo. Hai presente quelle scene in cui volendo balzare su un cavallo si prende troppa rincorsa e si cade dall’altra parte? Ecco. Il Pride è di tutti perché i diritti di una minoranza sono questione di tutti, certo. Ma se io organizzo un corteo di disoccupati, è un corteo di disoccupati, al quale auspico partecipi più gente possibile e anche chi un lavoro ce l’ha. Ma non per questo lo chiamo genericamente “corteo” (corteo di cosa? per cosa?). Se organizzo una manifestazione contro i voucher, è una manifestazione contro i voucher. Non la chiamo genericamente “manifestazione” illudendomi che così partecipino tutti i cittadini. E via dicendo.

Nel Paese e in Europa crescono le forze massimaliste e populiste, che portano con loro i germi ancora vivi del fascismo e accrescono quelli del razzismo, dell'omofobia e della transfobia. Siamo un Paese che dimentica la propria storia?

Siamo un Paese che dimentica tutto. Il futuro, più ancora del passato. Abbiamo dimenticato il futuro e, questa, mi pare la tragedia più irreparabile.

Dalla prima uscita di quel meraviglioso libro, che è “Ragazzi  che amano i ragazzi” (1991), a oggi che cosa è cambiato?

Grazie per il “meraviglioso”. Non è mai scontato e fa sempre piacere. Anche questa domanda però abbisognerebbe almeno di un intero libro. Non tutto si può riassumere in poche righe. Quasi tutto. Ma non tutto. Ho tentato una risposta, comunque, lunga alcune pagine, nell’introduzione e nella postfazione scritte appositamente per l’edizione del ventennale, quella uscita nel 2012 appunto.

Sei scrittore, giornalista, autore televisivo e sceneggiatore. Quale testo della letteratura classica suggeriresti a un giovane che ha appena fatto coming out?

Ragazzi che amano ragazzi di Piergiorgio Paterlini (Feltrinelli). Scusami, ma te la sei cercata.

Dentro di noi, nessuno escluso, siamo tutti brutti anatroccoli, come recita il titolo di un altro tuo libro?

No.

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Filosofa, saggista, politica, accademica ma soprattutto donna. È così che ama definirsi Michela Marzano, nel cui ultimo romanzo L’amore che mi resta si affrontano con delicata sensibilità i temi della perdita, dell’amicizia, dell’affettività, della maternità. Aspetto, quest’ultimo, su cui Gaynews ha voluto ascoltarla in relazione alle ultime polemiche relative alla gpa in seno alla collettività Lgbti.

Onorevole Marzano, le parole sono importanti. Che cosa esprimono secondo lei le espressioni utero in affitto e gestazione per altri?

Partiamo da un assunto per me fondamentale. Quello della importanza assoluta delle parole secondo il pensiero di Albert Camus, premio Nobel per la letteratura. L’espressione utero in affitto è erronea perché a essa è sottesa una concezione negativa e ideologizzata d’una pratica medica. L’espressione gestazione per altri è invece neutra in quanto descrittiva di quella pratica senza che se ne dia alcun giudizio morale.

Tre giorni giorni prima dell’inizio dell’Onda Pride è stato lanciato il comunicato Utero in affitto, firmato anche da alcune femministe della differenza e dalla presidente di ArciLesbica Nazionale. Che cosa ne pensa?

Penso che si tratti di un’azione altamente scorretta e inappropriata. Ancora una volta si è agito con la volontà di creare scompiglio e non di favorire un sereno raffronto. Tale modalità ricorda infatti l’allarme che fu lanciato lo scorso anno proprio mentre in Senato si discuteva dell’ex art. 5 del ddl Cirinnà sull’adozione del configlio o stepchild adoption. Dispiace poi vedere tra le firmatarie anche alcune femministe. Riprova delle contrapposizioni e spaccature che caratterizzano il movimento femminista italiano a differenza della sua comprattezza iniziale.

In molti si è impegnati anche sui social a favorire un discussione sulla gpa ma non poche femministe della differenza muovono l’accusa che si stia facendo propaganda sulla scorta dell’art 12 (comma 6) della legge al 40. Chiusura al dialogo o manganellismo verbale?

È ovvio che si tratta di una totale chiusura al dialogo, scambiando artatamente l’esternazione delle proprie vedute con la propaganda. Si crede di poter imporre un pensiero unico al riguardo brandendo le armi delle sanzioni o, addirittura, del reato universale. Sulla gestazione per altri sarebbe ribadire una volta per tutte che una cosa è la pratica, una cosa sono le modalità con cui si effettua. Non si può liquidare la gestazione per altri - volta a realizzare il desiderio di genitorialità d’una coppia a prescindere dal loro orientamento sessuale – sulla base dell’argomento di quanto avviene nei Paesi terzo/quartomondiali. Si pensi al Canada o alla California dove la gpa è normata nel pieno rispetto dei basilari principi legali col consenso informato delle parti e senza, dunque, alcun sfruttamento della donna gestante Quanto detto potrà essere più chiaro se si pensa a un’altra pratica medica importantissima quale la donazione di organi. Donazione che può avvenire nel caso di soggetti sia morti cerebralmente sia vivi. Ora sarebbe illogico qualificare la donazione di organi una pratica illegittima e criminosa perché in Paesi estremamente poveri c’è chi si presta alla sua effettuazione per motivi d’indigenza. Tali modalità, che si configurano come sfruttamento della persona, sono da condannare con fermezza e perseguire penalmente. Ma ciò non può portare alla condanna della pratica che è legittima e altamente umanitaria.

Sabato pomeriggio è stato presentato a Milano l’ultimo volume di Daniela Danna. ArciLesbica Zami Milano ha inviato una mail alle socie annunciando la diffusione di  volantini antigpa durante il Pride del giorno dopo. Quale il suo parere?

Trovo totalemente inaccettabile quel comunicato per il contesto (il giorno prima del Milano Pride) e, soprattutto, per i contenuti. Si pensi alle parole: “Le lesbiche non sono le mogli dei gay, che tacciono e annuiscono quando gli uomini parlano”. Si tratta di parole che esprimono l’idea paternalistica e patriarcale della vita matrimoniale quale condizione di sudditanza servile per la donna. Quell’idea che il movimento femminista ha sempre combattuto e continua a combattere Per non parlare della presunzione di voler parlare a nome di tutte le altre donne lesbiche.

Per Michela Marzano, donna e politica, che messaggio deve arrivare sulla gpa dal mondo delle donne e da quello della politica?

Come donna e politica credo che sia ora di mettere da parte ogni visione ideologica sulla gpa e d'incontrarsi sul terreno del confronto iniziando a eliminare l’utilizzo di parole offensive tanto per le donne quanto per chi vuole concretare il desiderio di genitorialità. Confronto che deve partire dall’idea di genitorialità. Un’idea che non è univoca come quella imposta dalle posizioni biologistiche. L’essere genitore si realizza al di là dell’aver messo un mondo un figlio. Si realizza nell’affetto costante nei riguardi di colui alla cui crescita, formazione ed educazione ci si presta attimo per attimo con la mente e il cuore.

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Diritti senza frontiereQuesto è il claim del Milano Pride 2017 che avrà oggi la sua conclusione con la parata che partirà da P.zza Duca D'Aosta e terminerà in Porta Venezia.Un Pride all'insegna dell'orgoglio e della libertà di essere e di avere pari diritti in quanto persone. Quindi non solo un Pride Lgbti ma un Pride a 360 gradi che vuole e avrà al suo fianco anche altre realtà. Come la rete milanese Nessuno è illegale, che promuove e lotta per l'accoglienza e i diritti dei migranti. Proprio uno di loro parlerà e porterà la sua esperienza sul palco di Porta Venezia. Palco che per la prima volta non darà voce alle associazioni ma alle diverse istanze, alle varie esperienze che siano più o meno riconducibili alla comunità Lgnti. Sarà un momento più personalistico.

Purtroppo quest'edizione del Milano Pride è stata segnata da una querelle molto accesa. Quella relativa alla gpa o gestazione per altri. Infatti, il 23 giugno, proprio alla vigilia della manifestazione conclusiva e all'interno della Pride Week, ArciLesbica Zami Milano ha organizzato la presentazione con annesso dibattito del libro di Daniela Danna Fare un figlio per altri è giusto. Falso!Il mondo Lgbti si è spaccato in due e anche in modo violento.

Leonardo Meda del Coordinamento Arcobaleno, raggiunto telefonicamente da Gaynews, ha dichiarato al riguardo: «Il Coordinamento Arcobaleno ha sempre dato la possibilità a tutte le associazioni e gruppi Lgbti di inserire, all'interno della Pride Week, un evento, un dibattito. Per cui censurare un'associazione importante e storica come questa sarebbe stato impensabile. D'altro canto il tutto è stato e sarà curato esclusivamente da ArciLesbica Zami Milano; anche il dibattito sarà moderato da una loro rappresentante. Il Coordinamento Arcobaleno ha dato, come fa sempre, solo il permesso di apporre il proprio logo nella comunicazione dell'evento e nessun patrocinio».

Posizione, questa, che non fuga i dubbi sull'opportunità di eventi capaci di causare malumori e contrapposizioni all'interno d'un evento gioioso e unitario come il Pride.

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