17 militanti di Forza Nuova Rimini sono stati iscritti nel registro degli indagati e le pagine social del raggruppamemto parapolitico sono state oscurate. Ecco le prime conseguenze delle querele presentate in luglio dalla vicesindaca riminese Gloria Lisi, verbalmente diffamata e minacciata via web per aver pubblicato una foto della sua visita a Emmanuel, il giovane nigeriano che era stato brutalmente aggredito a Marina Centro

Il fatto che la politica non permetta più infamie a mezzo web è certamente un’ottima notizia. È fondamentale che proprio essa abbia smesso di derubricare questa fucina di violenza a semplici slanci folcloristici e abbia cominciato a denunciare queste mostruosità, come affermato anche dalla presidente della Camera Laura Boldrini nella sua visita a Rimini alcuni giorni fa. 

Ogni azione per contrastare questi grumi di odio è un segnale che le istituzioni non sono più disposte a far passare sotto silenzio tali autentiche violenze verbali. Oltre ad avere una funzione repressiva dei tanti "leoni da tastiera" si tratta di un messaggio educativo che stabilisce che non può essere lecita la violenza in nessuna forma. In questo caso la politica ha dato un ottimo esempio nei confronti soprattutto dei giovani, i quali ora sanno che l'esternazione dell'odio è inammissibile.

Bisogna rendersi conto che gli hate crime, anche se compiuti da chi si nasconde dietro un monitor, rappresentano dei reati veri e propri che non possono più essere tollerati solo perché commessi digitando parole. Le parole sono pesanti come pietre. Occorre rendersi conto che chi scaglia parole d'odio anche sul web contribuisce a creare un clima sociale in cui maturano violenze, discriminazioni, esclusioni, fascismi e razzismi.

Non c'è dubbio che sono stati fatti passi avanti, come l'approvazione della legge Fiano alla Camera e della legge contro il negazionismo. A questo punto ciò che manca è una norma generale a tutela delle persone omosessuali e transessuali, ma proprio nelle scorse settimane Gaynews ha lanciato a livello nazionale un'iniziativa per chiedere a tutte le Regioni apposite norme antidiscriminatorie. Le norme penali afferiscono al legislatore nazionale ed è molto negativo che la legge sull'omofobia sia bloccata al Senato. Tutto il resto però può essere fatto dalle Regioni con interventi nelle scuole per la parità di genere, la lotta la bullismo, le discriminazioni sul lavoro e approcci sanitari specifici. Su questa iniziativa legislativa regionale ci sarà un dibattito al Cassero di Bologna lunedì 9 alle 21:00 col direttore Franco Grillini

Anche Arcigay Rimini e il coordinamento del Summer Pride hanno ricevuto molte minacce e aggressioni verbali (e non solo) in questi anni ed è un'ottima notizia che le istituzioni si mettano dalla parte di chi è continuamente bersaglio di queste manifestazioni di odio e di violenza. Inoltre Arcigay Rimini, all'interno della campagna di Arcigay nazionale #ChiamiamoliInCausa, ha provveduto a presentare esposti, invitando tutti e tutte a non tollerare più la violenza che emerge da questi pozzi neri d'odio, anche perché alcuni potrebbero sentirsi legittimati ad agire anche materialmente, e questo deve essere assolutamente prevenuto.

 

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Si sta svolgendo a Firenze presso la Sala del Gonfalone nel Palazzo della Regione Toscana il convegno Bambini in rosa. Crescere un bambino con varianza di genere - I tanti aspetti della normalità volto ad affrontare il tema della "fluidità di genere, disforia di genere, transessualità". Un mondo in gran parte sconosciuto e ostacolato dando, come recita la locandina dell'evento, "la parola ai diretti interessati".

Coordinato dal pediatra nonché consigliere regionale di Sì Toscana a Sinistra Paolo Sarti, l'incontro prevede infatti gli interventi di Camilla Vivian (autrice del blog e del libro Mio figlio in rosa), Michela Mariotto (antropologa, Università autonoma di Barcellona), Loredana De Pasquale (madre di un "bambino in rosa"), Alessio (14enne FtM) e Alice Troise (insegnante, collettivo Intersexioni). 

Al convegno avrebbe dovuto parlare anche Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso l'Università degli studi di Napoli Federico II e presidente Onig. Impossibilitato a partecipare ha inviato una lettera, di cui Gaynews pubblica il testo integrale.

Care e cari partecipanti,

a causa di un impegno accademico inderogabile, con grande rammarico non ho potuto prendere parte al convegno. Ciononostante, voglio manifestarvi, in qualità di presidente dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig), il mio più grande supporto alla realizzazione della giornata di studio e di riflessione su un tema a me molto caro: la varianza di genere in infanzia e adolescenza

Sebbene oggi parlare di un tema così delicato sia profondamente differente rispetto al passato, credo che il nostro resti un coraggioso lavoro di frontiera, teso a combattere l’ignoranza, non tanto per il gusto di scendere in guerra, ma per proteggere e tutelare i diritti di coloro i quali, essendo gender variant, non si riconoscono nel genere biologico assegnato loro alla nascita, e che sono alla ricerca di una cittadinanza, di un diritto all’esistenza. Al loro fianco, le famiglie. Famiglie spesso lasciate sole, emarginate, non ascoltate. Padri e madri (talvolta fratelli e sorelle) a cui viene tolta la voce. Ecco, noi questa voce l’abbiamo sempre ascoltata e la continueremo ad ascoltare.

Fortunatamente, gli approcci attuali alla varianza di genere hanno abbandonato del tutto i trattamenti patologizzanti e correttivi che erano diffusi in passato. Assistiamo a cambiamenti pioneristici: è solo di qualche giorno fa, ad esempio, la sentenza del Tribunale di Frosinone che autorizza una giovane minorenne al cambio dei dati anagrafici, nonché all’eventuale accesso all’iter di riattribuzione chirurgica del genere. Questa giovane ragazza finalmente vede riconosciuto il suo diritto all’esistenza.

Oggi si sta gradualmente rafforzando un modello di lavoro in cui, però, oltre alla presa in carico del bambino/adolescente, vengono accolti anche i genitori, nell’ottica di sostenere l’esplorazione dei vissuti degli adulti in relazione all’esperienza del/la figlio/a, e di facilitare un processo di empowerment delle loro capacità di supporto nei confronti del/la figlio/a stesso/a. L’intervento con le famiglie è volto a de-stigmatizzare la varianza di genere, a rafforzare il legame genitore-figlio/a, ad offrire le opportune strategie a difesa dei bambini e delle bambine e degli e delle adolescenti, al fine di promuovere la definizione di spazi vitali sicuri. Per un genitore, poter accettare la possibilità che un figlio sia diverso da come immaginato, anche completamente diverso, significa aprire la strada alle infinite possibilità di sviluppo che un bambino può percorrere. Significa poter essere al fianco del figlio. Significa poter creare uno spazio protetto nel quale costruire una nuova relazione con lui o con lei. Significa poter dare al bambino/adolescente la certezza che c’è qualcuno dalla sua parte, che questo qualcuno lo ami profondamente, così com’è.

Noi non ci limitiamo a sostenere i diritti di queste famiglie per un mero scopo politico che, sebbene etico, potrebbe talvolta non essere completamente neutrale. Noi utilizziamo lo studio, la ricerca, i dati sperimentali, lo sviluppo culturale, una cultura che diventa inclusiva e che ci consente di aprire nuovi scenari e ampliare gli orizzonti della conoscenza, augurandoci che la società civile possa venirne “contaminata”.

Purtroppo i nostri figli e le nostre figlie diventano spesso vittime di una diatriba culturale che prende avvio dalla discordanza tra noi adulti. Penso, per esempio, alla cosiddetta “ideologia gender”, un movimento contrario a qualsivoglia sviluppo culturale laico e libero da preconcetti. Credere che gli studiosi di genere intendano negare le differenze biologiche e psicologiche tra maschi e femmine, oltrepassare la famiglia tradizionale quale fondamento naturale di tutte le società e promuovere uno stile di vita squilibrato e disordinato è chiaramente una rilettura distorta di ciò che, al contrario, questi studiosi intendono promuovere. Cultura delle differenze, libertà di espressione, pieno riconoscimento della soggettività: sono questi i principi che dovrebbero fondare un approccio scientifico laico e scevro dal pregiudizio, ed è ciò che mi auguro questa giornata diffonderà. Mi sento profondamente amareggiato quando, nei contesti di socializzazione primaria e secondaria, questi principi vengono calpestati in nome di una supposta e acritica superiorità di una visione piuttosto che di un’altra.

Da adulto e uomo di scienza, riesco a tollerare i miei sentimenti negativi. Quello che mi chiedo è se questo sia valido anche per i bambini e le loro famiglie. Non è eticamente giusto che il conflitto tra adulti che la pensano diversamente abbia delle ricadute sui nostri bambini e sulle nostre bambine. Noi abbiamo l’arduo compito di formare i futuri cittadini del mondo, garantendo la libertà di espressione di ogni potenzialità.

A valle di tutto questo, auguro a tutte e tutti voi buon lavoro, nella speranza che giorno dopo giorno non sarà più indispensabile scontrarsi per garantire il diritto all’esistenza di alcuni, che la cultura e la scienza diventino “contagiose” e che ci si possa, più prima che poi, fidare gli uni degli altri, nella certezza che le minoranze non siano invisibili agli occhi della maggioranza, della cosiddetta “normalità”.

Con affetto,

Paolo Valerio

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Mentre in AbruzzoCalabriaCampaniaEmilia-RomagnaLazio, Puglia e Trentino Alto-Adige sono stati presentati progetti di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, cinque Regioni si sono già dotate d'interventi normativi analoghi: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017). Un caso a parte è invece costituto dal Piemonte che ha affrontato il tema dell'omotransfobia nell'ambito della legge quadro regionale n. 5 del 23 marzo 2016.

Per sapere di più sull’ultima approvazione d’una legge regionale in materia, cioè quella umbra, Gaynews ha intervistato Lorenzo Ermenegildi Zurlo di Ompahalos- Lgbti Life

Lorenzo, raccontaci come è nata questa legge e chi sono i protagonisti che hanno portato in porto la sua emanazione?

Il percorso che ha portato all'approvazione della legge regionale umbra è stato lungo e articolato. Il tutto ha avuto inizio dieci anni fa, quando l'allora consigliera comunale Maria Pia Serlupini si rese promotrice di una mozione che impegnava il Comune di Perugia a richiedere alla Regione Umbria l'approvazione di una legge per prevenire la violenza omotrasfobica sulla traccia della legge che era da poco stata approvata nella vicina Toscana.

Nonostante il periodo storico la quasi totalità della maggioranza comunale, comprese le componenti cattoliche, votarono favorevolmente. In Regione, però, la proposta di legge è rimasta bloccata per anni ostaggio delle correnti interne alla sinistra e per via delle forti pressioni degli ambienti conservatori. Prima delle ultime elezioni regionale, però, l'attività di advocacy e la pressione mediatica e politica d'Omphalos si è intensificata. Abbiamo così ottenuto che l'approvazione della legge venisse inserita nero su bianco nei programmi del Partito Democratico e dell'allora candidata presidente Catiuscia Marini.

Quali sono i capisaldi della legge?

La legge interviene sulle competenze regionali. Pertanto ha carattere preventivo e non repressivo. Questa è la sostanziale differenza che la distingue dalla proposta ferma in Parlamento per l'estensione della legge Reale-Mancino. Con questa legge la Regione Umbria, oltre a rafforzare politicamente i valori di non discriminazione basati su orientamento sessuale e identità di genere, si dota di norme per prevenire queste discriminazioni nella pubblica amministrazione, nell'istruzione e nella sanità. Un altro punto fondamentale è l'istituzione dell'osservatorio regionale sull'omofobia e la transfobia, uno strumento importante per monitorare e documentare i fenomeni di odio e discriminazione.

Qual è stato il contributo di Omphalos al testo?

Omphalos, anche con il supporto di alcuni giuristi di ReteLenford, ha contribuito in modo sostanziale alla stesura sia del testo originale sia delle modifiche che negli anni sono state fatte alla proposta di legge. Cruciale è stata anche la sinergia del nostro sportello giuridico con gli uffici giuridici dell'Assemblea legislativa umbra nelle ultimissime fasi precedenti all'approvazione.

Negli ultimi mesi, infatti, erano stati numerosi i tentativi di affossamento della legge con emendamenti-trappola sia da parte delle forze di minoranza come la Lega Nord o i gruppi ultracattolici che da alcuni esponenti della maggioranza interni al Pd.

Quali sono state le difficoltà incontrate durante tutto l’iter e quali i tentativi di svuotarla dei contenuti più rilevanti?

Innumerevoli sono stati i tentativi – falliti – di svuotare la legge di qualunque utilità. Su tutti, però, l'attacco più duro e quello che più di altri ha fatto vacillare l'assetto normativo è stato quello del consigliere dem di area cattolica Smacchi.

Il suo emendamento, che non a caso venne rinominato dalla stampa "emendamento salva omofobi", ricalcava in tutto e per tutto il subemendamento Gitti, presentato alla Camera per svuotare e rendere invotabile la legge Scalfarotto. La reazione a quella che è stata vissuta da tutta la nostra comunità come un inatteso fuoco amico fu particolarmente vigorosa, con manifestazioni di piazza molto partecipate che andarono avanti per diversi giorni e un’intensa attività di pressione intrapresa da Omphalos che vide il suo culmine quando io e Stefano Bucaioni incontrammo l'ex premier Matteo Renzi per spiegargli la sgradevole situazione e chiedergli di intervenire. A seguito di una serrata mediazione tra noi e il Partito democratico l'emendamento venne ritirato per essere sostituito con uno totalmente innocuo.

Omphalos è da 25 anni sul territorio perugino e non solo. Cosa farà perché questa legge non rimanga solo sulla carta?

Già da ora stiamo vigilando affinché la legge non rimanga lettera morta. I nostri legali stanno collaborando con gli uffici tecnici della Regione per dare piena attuazione a tutte le norme e certamente chiederemo che nostri rappresentanti vengano inseriti nell'osservatorio che si costituirà nei prossimi mesi.

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In AbruzzoCalabriaCampaniaEmilia-RomagnaLazio e Puglia è in corso l'iter procedurale per il raggiungimento di una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere.

L'esito positivo dei relativi dibattimenti allungherebbe così la lista delle Regioni che si sono già dotate d'interventi normativi analoghi: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017). Un caso a parte è invece costituto dal Piemonte che ha affrontato il tema dell'omotransfobia nell'ambito della legge quadro regionale n. 5 del 23 marzo 2016. Ma cosa succede invece in una regione come il Veneto?

Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto telefonicamente Alessandra Moretti, consigliera regionale dem.

Consigliera Moretti, in Veneto c’è un progetto di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere?

Dispiace dirlo ma purtroppo non ci sono attualmente propoposte di legge in merito. In realtà i temi dei diritti civili e le battaglie sulla parità di genere contro ogni forma di discriminazione trovano in Consiglio un forte ostacolo da parte di Lega, Forza Italia e Lista Tosi.

Quali sono le azioni messe finora in campo contro gli atti di omotransfobia? Insomma, la politica del governatore Luca Zaia ha dato al riguardo qualche segnale?

Il Governo di centrosinistra e, in particolare, quello guidato da Matteo Renzi ha avviato una grande stagione riformista nel nostro Paese proprio a partire dai diritti civili. Purtroppo qui in Veneto sembra che la storia si sia fermata proprio su questi temi.

Cosa ne pensa del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e della sua crociata contro i libri che diffonderebbero "l'ideologia gender"?

Personalmente ritengo sbagliata la censura sopratutto quando è praticata pregiudizialmente senza alcuna critica di merito. I bambini sono liberi e vivono l'amicizia senza barriere discriminatorie. L'educazione alla parità inizia dai banchi di scuola. Non è un caso che nelle scuole venete i libri “incriminati” siano stati utilizzati dalla maggioranza delle maestre proprio per affermare la diversità come ricchezza.

Qual è il suo parere sull'esperienza del Padova Pride Village? Secondo lei, in dieci anni di attività, ha contribuito a modificare l'opinione pubblica sulle persone Lgbti? 

Il Padova Village è nel Veneto è la più importante manifestazione che affronta dibattiti culturali di alto profilo. Dibattiti, fra l’altro, sempre molto partecipati. Ne abbiamo assoluto bisogno. Spero che il Village cresca ancora di più e diventi un riferimento nazionale prestigioso.

Consigliera Moretti, ultima domanda. Ma, se le forze politiche venete di centrodestra prestano scarsa sensibilità alla questione dell’omotransfobia, il suo partito che cosa pensa di fare al riguardo?

Sono orgogliosa di poter comunicare che avvierò a breve un confronto con tutte le associazioni Lgbti operanti sul nostro territorio. Con quale fine? Quello di depositare quanto prima un progetto di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. È necessario, infatti, che anche il Veneto si allinei alle altre Regioni che hanno già adottato o stanno per adottare una specifica norma in merito.

 

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In Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia è in corso l'iter procedurale per il raggiungimento di una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. L'esito positivo dei relativi dibattimenti allungherebbe così la lista delle Regioni che si sono già dotate d'interventi normativi analoghi: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017). Un caso a parte è invece costituto dal Piemonte che ha affrontato il tema dell'omotransfobia nell'ambito della legge regionale n. 5 del 23 marzo 2016 recante Norme di attuazione del divieto di ogni forma di discriminazione e della parità di trattamento nelle materie di competenza regionale.

Per saperne di più abbiamo contattato Monica Cerutti, assessora alle Politiche giovanili, Diritto allo studio universitario, Cooperazione decentrata internazionale, Pari opportunità, Diritti civili, Immigrazione della Regione Piemonte.

Assessora, che cosa prevede la legge regionale n. 5 del 23 marzo 2016?

Si tratta di una legge quadro, che stabilisce gli ambiti nei quali la Regione può intervenire per garantire l'applicazione concreta del principio di non discriminazione. In questo lasso di tempo abbiamo soprattutto provveduto a corredare la legge degli strumenti operativi necessari, che sono:

  • regolamento di attuazione, ed è in fase di stesura definitiva il Piano triennale;

  • fondo per le vittime di discriminazione con relativo Regolamento e Covenzioni con gli Ordini degli Avvocati;

  • ricostituzione del Centro regionale antidiscriminazione e della rete regionale antidiscriminazione (un nodo per ciascuna provincia con compiti di accoglienza e trattamentio dei casi singoli che si verificano);

  • convenzionamento con Unar, Oscad, gli organismi di garanzia e parità regionali (Consigliera di Parità, Difensore civico, Garante dei detenuti, Garante dell'Infanzia, Corecom).

All'interno della Regione sono stati avviati alcuni specifici tavoli di lavoro, necessari per la complessità giuridica dell'applicazione della norma approvata, sul personale, sulla normativa regionale, sull'applicazione di una parte della legge regionale che prevede la non collaborazione con imprese e associazioni (concessione di patrocini e contributi, gare e appalti, ecc.).

Ma ci siamo anche occupati di iniziative concrete, anche nel settore dell'omo-transfobia, compatibilmente con le risorse che, come è noto, sono drasticamente ridotte negli ultimi anni. E mai interrompendo il prendere posizione come Regione e come Assessora, pubblicamente, su questi temi. Questa attività spesso non è percepita dai cittadini e dalle cittadine come prioritaria, ma lo è, proprio per fornire alla Regione quegli strumenti attraverso i quali poter intervenire.

Le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere sono menzionate una sola volta nel testo di legge. In quale punto precisamente?

Tutte le potenziali aree di discriminazine (nessuna eccezione) sono menzionate una sola volta: si tratta di tecnica legislativa essendo una legge quadro che si applica a tutti gli ambiti di intervento regionali. L'articolo specifico è il numero 2, comma 1, che contiene le definizioni che si applicano per la legge.

Perché non si è discusso un pdl specifico su questo tipo di discriminazioni visto il particolare stigma di cui sono fatte oggetto le persone Lgbti?

Perchè le politiche regionali dal 2005 hanno fatto la scelta di occuparsi di tutte le discriminazioni previste dalla normativa nazionale ed europea e solo agli ambiti di competenza regionali, come dimostra l'iter della legge regionale toscana e la sentenza della Corte costituzionale che ne cassò una parte. Ricordiamo che in Italia (e quindi nella stragrande maggioranza delle regioni) non esiste una legge come questa (in applicazione dell'art. 3 della Costituzione e dell'articolo 21 della Carta europea dei diritti fondamentali) e mancano anche riferimenti legislativi specifici per ciascuna delle materie connesse a quegli articoli.

Questo non ha impedito che nel corso degli anni la Regione Piemonte, sia nelle dichiarazioni pubbliche che negli atti, sia stata a fianco delle iniziative contro omofobia e transfobia, per esempio:

  • sostendo con patrocinio e anche con contributi i Pride che si sono svolti in questa legislatura, e già accadeva nella legislatura ove la presidente era Mercedes Bresso;

  • sostenendo alcune significative iniziative su tutto il territorio regionale (ricordiamo la prima, che fu la diffusione del video Agedo e la partecipazione al Progetto europeo connesso, e l'ultima che è stata una campagna contro l'omofobia e la transfobia in tutti i comuni capoluogo piemontesi del 2015 e il sostegno straordinario che fu concesso al decennale del Pride, nel 2016;

  • avviando un primo sperimentale progetto di reinserimento delle persone vittime di discriminazione in ambito lavorativo (circa 1,5 milioni di euro) che vogliamo rinnovare con nuovi fondi del Por-Fse;

  • sostenendo la necessità di iniziative contro il bullismo omofobico e transfobico nelle scuole, sia attraverso la partecipazione della Regione all'Osservatorio regionale del Miur sia attraverso il sostegno di specifiche iniziative.

Si pensa di ovviarvi nel futuro?

Per il futuro, oltre al completamento degli strumenti amministrativi e legislativi, stiamo programmando interventi ad hoc per ciascun ambito di discriminazione, quindi anche e soprattutto per omofobia e transfobia, con particolare riferimento al mondo della scuola e della sanità. Credo sia molto importante cogliere proposte e suggerimenti che possono arrivare dall'associazionismo: noi siamo in contatto continuo con il Coordinamento Torino Pride, ma siamo aperti a tutte le proposte che possono arrivare da altri soggetti.

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Il 17 maggio 2016 il presidente della Puglia Michele Emiliano annunciava l’avvio del percorso istituzionale per la redazione del progetto regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. A poco più di un anno dall’importante dichiarazione abbiamo ragginto Titti De Simone, consigliera politica di Emiliano per l’attuazione del programma, per sapere quali sono i passi compiuti in riferimento al pdl

Quali sono le caratteristiche principali della proposta di legge contro l'omotransfobia che sarà discussa in Puglia? Quali sono, a tuo parere, le prospettive di successo relativamente al varo di questa legge regionale?

Il disegno di legge, in coerenza con la legislazione nazionale ed europea in materia di diritti fondamentali delle persone, nonché in attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza formale e sostanziale e pieno sviluppo della persona umana, reca un programma quadro di interventi volti a favorire il raggiungimento dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale o identità di genere. Purtroppo il quadro discriminatorio in Italia è ancora importante e ciò richiede un intervento di politiche attive a ogni livello di governo. 

Anche alla luce di quanto evidenziato dagli organismi europei, la nostra proposta legislativa intende dettare un corpus  di norme (nell'ambito delle politiche del lavoro, della formazione, dell'assistenza sociosanitaria ad esempio) per prevenire e contrastare le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, al fine di consentire ad ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, nonché di prevenire e superare le situazioni, anche potenziali, di discriminazione e garantire il diritto all’autodeterminazione, anche in coerenza con interventi normativi analoghi già approvati in altre Regioni: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010). 

Ricordo che tale iniziativa legislativa è contenuta nel programma di governo del presidente Michele Emiliano, programma costruito dal basso, in modo partecipativo, votato successivamente dal Consiglio regionale.

Quali sono gli elementi di continuità e di frattura tra questa proposta pugliese e la proposta di legge nazionale che presentò Ivan Scalfarotto?

L'iniziativa della Puglia può essere circoscritta a un campo di competenze esclusive su cui la Regione può intervenire direttamente, non su tutto purtroppo, ma è indispensabile agire, dato che non esiste ancora una norma nazionale. Mi pare che la proposta Scalfarotto fosse diventata un pasticcio, partita in un modo ed è finita peggio, poi alla fine arenandosi definitivamente perché è mancata la spinta dello stesso movimento Lgbt che non si è riconosciuto in quel testo. Ma una norma nazionale è necessaria e deve fare leva sul lavoro culturale ed educativo.

Basterebbe modificare la legge Mancino per fare una cosa giusta. La prossima legislatura vedremo. 

A tuo parere, il possibile varo di leggi regionali contro l'omotransfobia porterà a una pressione "virtuosa" anche a livello nazionale circa l'elaborazione di una legge simile?

Me lo auguro. Credo che come per altre norme in passato (infondo i registri comunali delle unioni civili sono nati molto prima della legge) sia un contributo utile e doveroso. Non è la prima volta che una Regione approva norme che mancano a livello nazionale e che poi si rivelano apripista. Noi in Puglia, ad esempio, abbiamo approvato la legge sulla partecipazione come la Toscana e abbiamo istituito il Reddito di dignità. 

Sono passati diversi anni da quando tu hai iniziato le tue battaglie politiche da donna lesbica dichiarata. Com'è cambiato il nostro Paese in questi anni per le persone Lgbt? È più o meno omotransfobico?

È un paese ancora molto omotransfobico. Anche se la visibilità delle persone Lgbt è enormemente aumentata e questa è stata la più grande rivoluzione per noi e per la cultura del Paese. Ma la strada è ancora lunga. Siamo un Paese ancora molto sessista con il grande tema del femminicidio e della violenza di genere, che è la radice di tutte le violenze fondate su una cultura dello stereotipo di genere e del machismo. Occorre una grande rivoluzione culturale, una nuova stagione dei femminismi per ripensarci e riaffermare libertà e autodeterminazione. Invece si danno per scontato troppe cose. 

E, infine, in un'intervista rilasciata a Daniela Gambino, ricordo che affermasti di sentirti più "accolta" come lesbica in Sicilia che in alcune terre del Nord Est. Credi ancora che ci sia questa frattura tra un'Italia più inclusiva e una meno inclusiva?

Esiste ovunque un pezzo di Paese retrivo, spaventato e chiuso. Come la storia del parcheggio riservato alle neo mamme ma vietato alle lesbiche. Questo Paese va cambiato e per cambiarlo bisogna lottare, lottare ancora molto. Lo dico sopratutto ai giovani: bisogna tornare all'impegno politico nel movimento, non abbiamo ancora conquistato i nostri diritti. 

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Anche la Regione Abruzzo si prepara a discutere una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di gente. Il testo, preparato da Articolo 1, è stato presentato da Marinella Sclocco, assessora regionale con delega alle Politiche sociali, e da Mario Mazzocca, sottosegretario alla presidenza della Giunta regionale. Il progetto di legge segue l’organizzazione di una serie di tavole e dibattiti, a cui hanno partecipato le associazioni Lgbti abruzzesi e le istituzioni. Esso ricalca sostanzialmente quello presentato e recentemente approvato in Umbria.

Ne parliamo nel dettaglio con Leonardo Dongiovanni, presidente di Arcigay L’Aquila.

Leonardo, quali sono le caratteristiche principali della proposta di legge contro l’omotransfobia che sarà discussa in Regione Abruzzo?

In sostanza, nei limiti delle proprie competenze, la Regione Abruzzo, in ottemperanza agli articoli 2, 3 e 21 della Costituzione e 2 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, discuterà il varo di una legge regionale che vuole rispondere alle esigenze della comunità Lgbti in fatto di tutela e prevenzione relativamente alle aggressioni omotransfobiche. Nella proposta di legge è prevista anche l’introduzione di un Osservatorio regionale sulle discriminazioni di genere e sull’omofobia e la possibilità per la Regione di costituirsi parte civile in casi di violenze omotransfobiche di particolare rilevanza e impatto sociale.

Quali sono gli elementi do continuità e frattura tra questa proposta di legge regionale e quella nazionale firmata da Ivan Scalfarotto?

Il confronto con la proposta di legge Scalfarotto è inappropriato perché non si può paragonare una legge nazionale e una regionale in quanto sono diverse le competenze. Certo, come per l’elaborazione della “Scalfarotto”, dobbiamo tenere conto che, anche nel nostro caso, questa proposta di legge deriva da una serie di incontri con le istituzioni e le forze politiche in modo tale che possa essere approvata da un’ampia maggioranza. Nella proposta di legge Scalfarotto si arrivò però a un livello di mediazione talmente eccessivo che probabilmente è stato meglio che quel ddl non sia mai diventato realtà perché avrebbe costituito soltanto un rallentamento rispetto alle reali esigenze della comunità Lgbti. È singolare che nel 2017, in un Paese europeo, si debba trovare sempre un contentino e si debba sempre ampliare lo specchio dell’approvazione per portare avanti le nostre battaglie.

Credi che il dibattito a livello locale possa accelerare anche una discussione a livello nazionale?

Io sono convinto che, attraverso questa serie di provvedimenti regionali, si possa stimolare il dialogo nazionale. D’altronde è stato così anche per le unioni civili. Si parte dal piano più basso delle amministrazioni locali e si arriva in parlamento.È una strategia vincente. Certo anche per le unioni civili abbiamo dovuto accettare delle mediazioni che hanno abbassato il livello delle nostre aspettative e della nostra soddisfazione. Cioè non abbiamo ancora raggiunto la vera uguaglianza tra persone omosessuali e persone eterosessuali. Detto questo, sollevare un dibattito nazionale è certamente utile, visto l’attuale situazione parlamentare che non è certo  delle più favorevoli. Quindi, le proposte di legge regionali rappresentano un momento importante per dare risposte almeno a livello territoriale.

Di fatto, in assenza di determinati presupposti, queste leggi regionali possono dar voce e dignità a quelle persone Lgbti che vivono in territori più esposti alle violenze e alle discriminazioni.

Sono passati diversi anni da quando hai iniziato le tue battaglie per la comunità Lgbti. Come è cambiato il nostro Paese in questi ultimi anni?

Sono cinque anni da quando ricopro la mia carica in Arcigay e di cambiamenti ne ho visti e vissuti tanti. Quando ho mosso i primi passi nella militanza erano i tempi del berlusconismo, che speriamo non torni. Il Paese è cambiato e, anche rispetto alle unioni civili, abbiamo visto un Paese unito ma diviso al tempo stesso. Tutto il dibattito che abbiamo vissuto in quei giorni, anche all’interno delle associazioni, è stato infarcito – a mio parere – da un eccessivo buonismo e proprio per questo oggi dobbiamo essere motivati a rivendicare le istanze del matrimonio egualitario e di una legge contro l’omotransfobia.

Io non ho una grande fiducia nei confronti della politica istituzionale e ritengo che all’interno di questo percorso tutte le persone Lgbti debbano ricordare le proprie origini e ricordare tutte quelle persone che con la propria lotta ci hanno permesso di arrivare dove siamo arrivati, evitando di essere troppo blanditi dalle carezze di una politica a cui interessa solo il nostro consenso. Ed è per questo che le persone Lgbti dovrebbero fare fronte compatto contro questa fascistizzazzione dilagante nel nostro Paese. Fascistizzazione che temo possa presto coglierci impreparati.

In conclusione, io credo che noi attivisti Lgbti abbiamo una grande responsabilità: arginare i processi di normalizzazione  e volgarizzazione delle nostre battaglie. Questo è ciò che dobbiamo evitare a tutti i costi, sperando in tempi migliori.

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Il caso della coppia di giovani napoletani, respinti dalla Casa Vacanze Ciufo di Ricadi (VV) perché gay, è stato uno dei primi di una lunga serie di atti discriminatori che, attuati da strutture turistiche da un capo all'altro dell'Italia, hanno caratterizzato l'estate 2017. Un segnale positivo sembra però arrivare proprio dalla Calabria, dove in giugno è stato depositato un progetto di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. 

Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente l'avvocato Lucio Dattola, presidente del comitato provinciale di Arcigay I Due Mari di Reggio Calabria.

Lucio, il caso di Casa Vacanze Ciufo, di cui a livello giornalistico ha parlato per primo Gaynews, ha portato all’attenzione l’emergenza omotransfobia in Calabria. Che cosa ne pensi?

Penso che si tratti di una dimensione esistente ma né più né meno che nelle altre regioni. Il primo incontrovertibile dato relativo al territorio di Vibo Valentia e di Ricadi, in particolare, è che questa è una realtà nella quale si deve lavorare costantemente, seriamente, con competenze specifiche e obiettivi chiari. Ma c’è anche da dire che in questi ultimi mesi Ricadi, Vibo Valentia e la Calabria tutta sono state descritte al mondo per come era più facile vederle e non per la ricchezza e le potenzialità che hanno. E questo, lo dico da calabrese, è svilente. Sono tanti i punti dolenti della nostra Calabria ma sono infinitamente di più i segni di onestà, accoglienza e legalità.

Come si è caratterizzato l’impegno contro l’omotransfobia da parte del comitato reggino di Arcigay, di cui sei presidente?

Tante le iniziative promosse. Mi piace però menzionare il Progetto Armellini che, conclusosi nel giugno scorso e incentrato sui temi del bullismo omofobico, della discriminazione e della violenza causate da orientamento sessuale e identità di genere, ci ha dato la possibilità di realizzare nove laboratori, lavorando con 20 insegnanti per l’organizzazione specifica della formazione diretta agli studenti. Abbiamo incontrato e ci siamo confrontati con circa 400 studenti durante le 60 ore svolte. Proprio a Vibo Valentia abbiamo lavorato nella scuola media Garibaldi.

Un segnale importante arriva anche dalla Regione Calabria che, come la Campania e la Puglia (per restare al Sud), ha intrapreso l’iter per giungere a una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. Che cosa ne pensi?

Sì, indubbiamente è un segnale importante. La proposta di legge calabrese n. 251/10 (X legislatura) è stata depositata il 22 giugno 2017 alla terza Commissione del Consiglio Regionale. Spiace però rilevare come si sia venuti a conoscenza del fatto dai giornali. Inutile dire che nessuno dei proponenti ha sentito la necessità di confrontarsi con tutta la base prima di depositare il testo, peccando di presunzione o di leggerezza. Infatti, differentemente da quanto è avvenuto o sta avvenendo in ogni regione italiana che sta lavorando a una legislazione interna contro l'omotransfobia, qui in Calabria non è stato valutato necessario il confronto con tutta la realtà Lgbti. Quella realtà, cioè, che quotidianamente lavora nel settore e che è l'unica a poter consegnare e chiarire i dati raccolti sulla realtà calabrese, in modo da poter arrivare a una legge che risponda alle esigenze di questa terra.

Dalla lettura del testo depositato che idea te ne sei fatto?

Ritengo che ci siano punti poco chiari. Come, ad esempio, l'indicazione dei centri per l'impiego chiamati al monitoraggio delle discriminazioni sul lavoro, non includendo invece l'Ufficio della Consigliera di Parità Regionale; l'ampliamento delle competenze dell'osservatorio regionale sulla violenza di genere senza la previsione di un componente  formato sulle discriminazioni diverse da quelle di genere e nemmeno la formazione dei componenti dell'osservatorio sulla specifica tematica; la previsione economico-finanziaria, minima e diretta in maggior parte alla sponsorizzazione della legge a discapito di formazione e continuità. Tante, poi, le azioni concrete che potrebbero essere previste e che mancano: dalla difesa processuale delle vittime al risarcimento danni, dall’accoglienza al sostegno.

Secondo te, oltre a una specifica legge regionale, che cosa c’è da fare contro l’omotransfobia in Calabria?

Credo che siano principalmente quattro le cose da fare: 1) attuazione di politiche che possano agevolare l’emersione delle persone gay e di sostegno al coming-out; 2) formazione e partecipazione vera: insomma, la presenza, il metterci la faccia della classe politico-istituzionale calabrese, ancora troppo timida nelle azioni non certo nelle dichiarazioni perché possa comprendere la realtà Lgbti presente in Calabria; 3) costruzione di reti trasversali tra il mondo della cultura, del turismo, del lavoro dedicate e formate in modo da tutelare i soggetti a rischio di discriminazione; 4) implementazione e consolidamento dei rapporti tra mondo della formazione, università e scuola a tutti i livelli e realtà Lgbti.

In conclusione i dati ci sono, le competenze anche, gli operatori non mancano e le proposte sono chiare e contribuiscono a creare una Calabria, forse anche un’Italia migliore. Abbiamo il diritto/dovere oggi più di prima, di sentirci orgogliosi del nostro essere persone Lgbti e calabresi.  

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Depositata e prossima all’approvazione durante la mia passata consiliatura (2010-2014), la nuova proposta di legge regionale contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere è stata presentata a fine agosto a Reggio Emilia. Giovedì se ne parlerà a Bologna nel corso della Festa dell’Unità.

Ma che cosa prevede nello specifico questa proposta di legge che - è bene ribadirlo - non è di natura penale in quanto le misure di contrasto all’eventuale reato di omo-transfobia sono di competenza del Parlamento?

In coerenza con la legislazione nazionale ed europea in materia di diritti fondamentali delle persone, nonché in attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza formale e sostanziale e pieno sviluppo della persona umana, il progetto di legge reca un programma-quadro di interventi volti a favorire il raggiungimento dell’uguaglianza tra le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale e dalla loro identità di genere.

A livello europeo, l’articolo 10 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue), da leggere in combinato disposto con gli artt. 1 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, vieta qualsiasi discriminazione basata, tra l’altro, sull’orientamento sessuale.

Oltre alla stigmatizzazione dei comportamenti a stampo discriminatorio contenuta nelle citate carte europee fondamentali, il Parlamento europeo è intervenuto con diverse risoluzioni al fine di condannare i fenomeni di avversione e odio irrazionale nei confronti delle persone omosessuali, transessuali, transgender e intersessuate: segnatamente, le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere “si manifesta[no] nella sfera pubblica e privata sotto diverse forme, tra cui incitamento all’odio e istigazione alla discriminazione, scherno e violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e uccisioni, discriminazioni a violazione del principio di uguaglianza e limitazione ingiustificata e irragionevole dei diritti, e spesso si cela[no] dietro motivazioni fondate sull’ordine pubblico, sulla libertà religiosa e sul diritto all’obiezione di coscienza” (risoluzione n. 2657 del 24 maggio 2012).

Sulla base di tale presupposti, il Parlamento europeo, anche censurando le leggi penali ed amministrative che in alcuni Paesi sanzionano la libera autodeterminazione ed espressione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere (Russia, Ucraina, Moldova, Lituania, Lettonia, Ungheria), ha “condanna[to] con forza tutte le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” (risoluzione cit.), auspicando che gli Stati membri garantiscano l’effettiva libertà di espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere quale esplicazione del pieno sviluppo della persona umana.

Nonostante la normativa internazionale ed europea, nonché alcuni eterogenei interventi a livello nazionale soprattutto in materia di politiche del lavoro e inserimento professionale, la situazione sociale risulta particolarmente preoccupante a livello internazionale, nazionale, regionale e locale: episodi di violenza fisica, incitamento all’odio (spesso tramite la rete) anche da parte di rappresentanti istituzionali, dichiarazioni di intolleranza da parte di esponenti religiosi rappresentano segnali inequivocabilmente allarmanti sulla diffusione delle discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, specie contro persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, transgender e intersex (Lgbti).

Ciò che è ancora più drammatico e preoccupante è che tale contesto discriminatorio induce le persone colpite a condotte suicidiarie o comunque all’adozione della strategia della “invisibilità” come forma di sopravvivenza che però si traduce in un annullamento fisico, psichico e sociale della persona. In tal senso, ricerche condotte in numerosi Paesi europei (Polonia, Portogallo, Malta, Lituania, Regno Unito, Italia, Slovenia, Lettonia, Germania, Slovacchia, e Francia) evidenziano che un numero significativo di persone cela il proprio orientamento sessuale addirittura ai propri familiari e parenti per evitare di subire forme di discriminazione in famiglia, con tutte le conseguenze emotive ed economiche (su tutte, l’allontanamento dall’abitazione) che ne possono derivare.

Il panorama discriminatorio sommariamente delineato, richiede un intervento di politiche attive ad ogni livello di governo, cogliendo l’esortazione contenuta nel report del 2009 Omofobia e discriminazione basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere negli Stati membri dell’Unione europea: “Per combattere in modo efficace le violazioni dei diritti fondamentali occorre in primo luogo un fermo impegno politico nei confronti dei principi della parità di trattamento e della non discriminazione. I leader politici (…) devono adottare una posizione ferma contro l'omofobia e la discriminazione nei confronti delle persone LGBT e dei transgender, contribuendo in tal modo a un cambiamento positivo degli atteggiamenti e dei comportamenti pubblici.”. L’Agenzia europea individua, altresì, i settori maggiormente sensibili nei quali è necessario attivare programmi e interventi correttivi delle “storture discriminatorie”: lavoro, istruzione, cura e assistenza sanitaria, cultura e mass media.

Anche alla luce di quanto evidenziato dall’organismo europeo, con il progetto di legge in esame si intende dettare un corpus  di norme a carattere principalmente programmatico per prevenire e contrastare le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, al fine di consentire ad ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, nonché di prevenire e superare le situazioni, anche potenziali, di discriminazione e garantire il diritto all’autodeterminazione (articolo 1).

Ciò, anche in coerenza con interventi normativi analoghi già approvati in altre Regioni: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Piemonte (legge regionale n. 12 del 2016), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017).

L’articolo 2 promuove specifiche politiche del lavoro, di formazione e riqualificazione professionale nonché  per l’inserimento lavorativo, oltre che istituti volti a garantire la parità di accesso al lavoro.

L’articolo 3 prevede che la Regione promuova attività di formazione e aggiornamento per gli insegnanti e per tutto il personale scolastico, nonché per i genitori, in materia di contrasto degli stereotipi e dei ruoli di genere e di prevenzione del bullismo motivato dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.

L’articolo 4 prevede che la Regione promuova, nell'ambito dell'attività di formazione del personale dei suoi uffici ed enti, l'adozione di modalità comportamentali ispirate al rispetto per ogni orientamento sessuale o identità di genere.

L’articolo 5 prevede la promozione, anche mediante la collaborazione con le associazioni e le organizzazioni del “terzo settore”, di eventi socio – culturali che diffondano la cultura dell’integrazione e della non discriminazione, al fine di sensibilizzare i cittadini al rispetto dei diversi stili di vita così come caratterizzati anche dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.

L’articolo 6 dispone interventi in materia socio - assistenziale e socio – sanitaria di informazione, consulenza e sostegno in favore delle persone omosessuali, transessuali, transgender e intersessuate, nonché delle loro famiglie.

L’articolo 7 prevede la sensibilizzazione delle aziende operanti sul territorio regionale affinché si dotino delle certificazioni di conformità agli standard di responsabilità sociale.

L’articolo 8 prevede che la Regione promuova il soccorso, la protezione, il sostegno e l’accoglienza alle vittime di discriminazione o di violenza commesse in ragione del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere.

La Regione persegue tale obiettivo anche mediante l’istituzione sul territorio regionale di centri e case anti - discriminazione e anti - violenza, inclusi punti di accoglienza qualificati nonché di punti di ascolto e di emersione della discriminazione o della violenza, in coerenza con la normativa regionale vigente.

L’articolo 9 prevede che la Regione operi per garantire a ciascuna persona parità d'accesso ai servizi tanto pubblici quanto privati e per il principio in base al quale le prestazioni erogate da tali servizi non possono essere rifiutate in ragione dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere

L’articolo 10 disciplina le funzioni di osservatorio demandate alla Regione, consistenti: nella raccolta ed elaborazione delle buone prassi adottate nell’ambito del lavoro pubblico e privato; nella raccolta dei dati e nel monitoraggio dei fenomeni legati alla discriminazione dipendente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.

Da precisare che la disposizione in esame disciplina e devolve alla Regione una funzione, non prevede invece l’istituzione di nessun nuovo organismo: ciò, per evitare ulteriori costi a carico del bilancio regionale con l’istituzione dell’ennesimo organismo ad hoc.

Lo stesso articolo disciplina le funzioni del Corecom, prevedendo che tale organismo di garanzia effettui la rilevazione sui contenuti della programmazione televisiva e radiofonica regionale e locale, nonché dei messaggi commerciali e pubblicitari, eventualmente discriminatori rispetto alla pari dignità riconosciuta ai diversi orientamenti sessuali o all’identità di genere della persona.

L’articolo 11 prevede che, nei casi di violenza commessa contro una persona a motivo dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere, la Regione possa costituirsi parte civile, devolvendo l’eventuale risarcimento a sostegno delle azioni di prevenzione contro la violenza.

L’articolo 12 dispone che l'Assemblea legislativa regionale eserciti il controllo sull'attuazione della legge e ne valuti i risultati ottenuti per il superamento delle discriminazioni e per la prevenzione e il contrasto alla violenza, motivate dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere.

L’articolo 13 cristallizza la norma finanziaria.

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Ci sono drammi che aiutano a capire molte cose. Di noi, delle persone che ci sono intorno ma anche della cultura della nostra società. L'omicidio di Vincenzo Ruggiero ci pone di fronte a quella violenza sorda e folle di cui purtroppo siamo costretti a leggere pressoché quotidianamente sulle cronache. Quella violenza sorsa e folle che è alla base dei casi di femminicidio. Il non voler accettare la fine di una relazione o il desiderio altrui di riappropriarsi della propria libertà, quando questa è messa a rischio dall'altra metà della coppia, e la brama di possesso estremo sono i mostri che scatenano queste tragiche reazioni.

Quella di Aversa sarebbe quindi una storia terribile come troppe che si verificano di continuo. Eppure non pochi media ne hanno parlato e ne parlano in termini sensazionalistici e linguisticamente scorretti perché a esserne protagonisti sono delle persone gay e trans. Con dettagli scandalistici e improntati a una ricerca del pruriginoso, che mi fanno rabbia e tristezza. Con titoli sensazionalisticamente inappropriati che suonano quali offese nei riguardi delle persone Lgbti. Titoli veicolanti il messaggio distorto e falsato che il focus della notizia fosse non la morte di un 25enne ucciso forse per gelosia – un fatto di per sé grave, assurdo nonché dai risvolti  impensabili – ma che quel giovane fosse gay come il suo assassino e come questi (elemento però non veritiero) innamorato di una donna trans. Come se l'orientamento sessuale o l’identità di genere di Vincenzo, Ciro e Heven fosse rilevante rispetto all'accaduto. Esistono forse delitti etero? Presentano delle differenze? Assolutamente no.

Il problema, si badi bene, non è dato dall’impiego di determinate parole come gay o trans. Ma dall'uso strumentale che ne viene fatto quasi a solleticare la morbosa curiosità di lettrici e lettori che in Italia, nonostante gli importanti traguardi raggiunti nel cammino della parità dei diritti, continuano purtroppo - in numero ancora consistente - a nutrire pregiudizi nei riguardi delle persone Lgbti. Una cosa è raccontare la vicenda con tutto il carico umano e i tratti dei protagonisti. Un’altra, invece, è incentrare l’attenzione su elementi per fini che nulla hanno da spartire con un'attenta narrazione cronachistica.

Trovo che questo modo di trattare le notizie e raccontarle non faccia altro che rappresentare e riproporre un grave preconcetto culturale. Non faccia altro che alimentare quel clima di stigma ancora aleggiante intorno alle persone Lgbti, come messo in risalto alcuni giorni fa dalla splendida lettera aperta dell’amico Franco Grillini e dell’intera redazione di Gaynews al direttore de Il Mattino Alessandro Barbano.

Ciò dovrebbe allora comportare la messa in disuso di lemmi quali femminicidio, violenza di genere o atti omotransfobici come taluni hanno nuovamente sostenuto? Nulla di più sciocco e inaccettabile. Nei casi, infatti, in cui si verificano atti criminosi qualificabili nei termini appena indicati, identità sessuale, identità di genere e orientamento sessuale qualificano la fattispecie del delitto e ne indicano tanto le cause quanto gli aspetti specifici. Ciò servirà a meglio prevenire e reprimere, sul piano giuridico e non solo, tali crimini.

Necessaria più che mai allora una lotta senza quartiere all’errore tanto linguistico quanto fattuale, che è alle base di quegli atteggiamenti discriminanti da cui non sono purtroppo esenti neppure i media. Solo quando avremo finalmente rimosso anche le minime incrostazioni di pregiudizio, potremo allora dirci un Paese davvero civile.

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