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La questione del cognome comune, assunto dalle parti unitesi civilmente nel periodo compreso fra la data di emanazione della legge sulle unioni civili e quella dei decreti di attuazione, è stata ieri portata dinanzi alla Corte costituzionale dal Tribunale di Ravenna. Si tratta della prima questione di legittimità costituzionale su un decreto attuativo (n. 5/2017) della legge 76/2016, la cosiddetta legge Cirinnà.

A seguito di un procedimento promosso da Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford i magistrati ravennati hanno ritenuto come non manifestamente infondata l’eccezione mossa dai ricorrenti. Eccezione relativa all’incompatibilità, con i principi costituzionali e sovranazionali, del decreto attuativo della legge laddove esso ha stabilito che i cognomi comuni, assunti dagli uniti civilmente nel periodo intercorso fra la data di emanazione della legge medesima e quella di promulgazione del suo decreto di attuazione, dovessero essere cancellati.

Seguito dai soci avvocati Stefano Chinotti e Vincenzo Miri e dall’avvocata ravennate Claudia Calò, il casoera stato segnalato da una coppia di uomini che, nel giugno 2016, aveva costituito, pima in Italia, un’unione civile scegliendo il “cognome comune” ai sensi del comma 10 della legge sulle unioni. In forza del “decreto ponte” (D.P.C.M. del 23.7.2016) il cognome dell’unione era stato aggiunto al proprio da parte di uno degli uniti civilmente che, di conseguenza, aveva mutato la propria posizione anagrafica.

Emanando il decreto legislativo n. 5/2017, il Governo aveva tuttavia imposto una “retromarcia”, riducendo la portata del cognome comune a mero “cognome d’uso”. Veniva così disposta la cancellazione dello stesso dalle schede anagrafiche (e conseguentemente dai documenti: codice fiscale, carta d’identità etc.) di chi nel frattempo lo aveva assunto. Con lo scopo, in relatà, prioritario quanto malcelato di impedirne la trasmissibilità agli eventuali figli delle coppie omoaffettive.

Agendo ai sensi dell’art. 98 del DPR 396/2000, Avvocatura per i diritti LGBTI - Rete Lenford ha così ottenuto la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale che sarà, ora chiamata a pronunciarsi sulla «valutazione della compatibilità della norma con i principi costituzionali e gli obblighi comunitari».

La presidente dell'associazione Maria Grazia Sangalli ha rilevato come a essere in gioco sia la tutela del «diritto all'identità personale delle coppie che in base a una norma di legge hanno scelto come farsi identificare nel contesto sociale in cui svolgono la loro personalità. Non c'è alcuna motivazione giuridicamente sostenibile che possa giustificare un'intromissione arbitraria del Governo nella vita familiare delle persone».

A nome anche dei colleghi Miri e Calò l’avvocato Chinotti ha dichiarato ai nostri microfoni: «La tutela dei diritti riconosciuti dalla legge Cirinnà, almeno per le unioni costituite sino all’11 febbraio 2017 (data di entrata in vigore dei decreti attuativi), non può assolutamente essere frustrata da disposizioni normative che sono state emanate in via retroattiva. Ciò è in palese violazione di interessi fondamentali sia delle coppie sia dei loro figli».

Un risultato importante per un'associazione come Rete Lenford che, negli ultimi anni, si è imposta per la propria autorevolezza sullo scenario giuridico italiano soprattutto nel contrastare le discriminazioni nei riguardi di persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersex. Un risultato importante a due giorni dalla celebrazione del decennale di fondazione che si terrà con un importante convegno a Firenze presso Palazzo Vecchio.

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Si terrà nel pomeriggio a Roma il convegno Italia e Diritti Lgbti nel mondo. Un anno di applicazione della legge sulle unioni civili, organizzato da Globe-MAE, Rete dei dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.

Un evento che si muoverà su due binari. In primo luogo, il ruolo riconosciuto dalla cosiddetta legge Cirinnà al Ministero con riferimento alle unioni civili celebrate presso ambasciate e consolati all’estero. Aspetto, questo, strettamente disciplinare sul quale si farà il punto. Poi gli obiettivi che il Globe-MAE, attualmente composto da circa 60 iscritti, si propone in difesa dei diritti umani e civili delle persone Lgbti viventi all’estero.

Abbiamo perciò raggiunto Carmelo Barbarello, componente del direttivo di Globe-MAE. Classe 1969, Barbarello è stato ambasciatore d’Italia in Nuova Zelanda dal 2014 al 2016. Attualmente è responsabile dell’Ufficio V della direzione generale per la Mondializzazione e gli Affari globali della Farnesina.

Il suo può considerarsi un caso da manuale in riferimento al matrimonio contratto con Javier Barca nel 2012 in Argentina. Ed ecco il perché.

Consigliere Barbarello, che cosa è successo esattamente cinque anni fa?

Nel 2012 ho contratto matrimonio a Buenos Aires con Javier  presso il Consolato spagnolo. In vista del mio trasferimento in India avevo chiesto al Ministero di riconoscere il mio matrimonio celebrato secondo la legge spagnola.

Perché una tale richiesta all’epoca “insolita”?  

Due i motivi. Innanzitutto, l’emissione del passaporto diplomatico per Javier e la corresponsione di un’integrazione della mia indennità di sede estera. Perché, giova ricordarlo, i diplomatici quando vanno all’estero hanno al seguito il coniuge al carico e hanno dunque diritto a un’integrazione. Modo, questo. per compensare il non lavoro del componente della famiglia che accompagna il funzionario diplomatico. Considerando che per garantire l’unità familiare si lascia l’occupazione e ci si trasferisce da un Paese all’altro, viene appunto riconosciuta una tale integrazione.

Quale fu la risposta della Farnesina?

Alle due richieste, sia quella economica sia quella relativa al passaporto, fu detto di no. All’epoca il matrimonio celebrato secondo un ordinamento civile fra due persone dello stesso sesso non era riconosciuto in Italia. Feci allora ricorso soltanto in merito al diniego del rilascio del passaporto diplomatico, preferendo comunque soffermarmi sulla questione sicurezza del coniuge. Andando in India, ritenni che c’erano le condizioni per fare una tale istanza. Quando appunto mi fu detto di no, feci ricorso al Tar del Lazio che, in via provvisoria, mi diede ragione, imponendo alMministero di rilasciare il passaporto diplomatico. Cosa che effettivamente fu fatta non senza difficoltà.

In che senso?

Il Ministero tardò per mesi e mi costrinse a una formale richiesta d’ottemperanza di quanto disposto dal Tar. Fu quindi rilasciato il passaporto diplomatico ma il Tar successivamente con giudizio definitivo diede ragione al Ministero. Per cui il Ministero, questa volta immediatamente, ritirò il passaporto diplomatico col rischio di essere in India senza una tale protezione. Nel frattempo, col cambio di governo, fu nominata a capo della Farnesina Emma Bonino la quale decise in autonomia di rilasciare comunque il passaporto diplomatico. Anche perché nel frattempo si era costituito il gruppo dei funzionari Lgbti del ministero degli Affari Esteri o Globe-MAE.

Un caso davvero da manuale, dunque, il suo...

In realtò posso dire di sì. Il mio si configurò davvero come un caso precursore, che avrebbe fatto da apripista a tante coppie di colleghi. Insomma, il combinato, disposto dall’arrivo al Ministero di Emma Bonino e da un’azione di lobby condotta dall’associazione, ha portato al rilascio del passaporto diplomatico nel 2013. Bisogna dire che poi, anche grazie all’azione del Globe-MAE riuscimmo ad avere un nuovo decreto del Ministero per la disciplina del rilascio del passaporto diplomatico a favore dei membri della famiglia dei funzionari all’estero, che includeva a quel punto i componenti del nucleo familiare. Poi con l’arrivo della legge sulle unioni civili quello che prima era un atto eccezionale è divenuto fortunatamente di prassi.

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Poco più di un anno fa, più precisamente il 22 ottobre 2015, Christian Mohammed Mottola e Daniele Sorrentino si univano civilmente. Webmaster di professione e attivista Lgbti per passione, Daniele è anche l’ideatore della nota pagina Fb In Piazza per il Family Gay.

A lui abbiamo rivolto alcune domande tra ricordi e prospettive future.

Daniele, è trascorso un anno dalla tua unione civile con Christian. Quali sono i ricordi di quella giornata?

È stata un tripudio di emozioni. Siamo consapevoli che le unioni civili sono state il minimo che si potesse ottenere, ma allo stesso tempo abbiamo vissuto un primo grande traguardo dopo dieci anni di battaglie insieme. C’erano tutte le persone care, che si sono strette a noi. Qualche giorno prima è purtroppo mancata la mamma di Christian: le emozioni sono quindi state molto contrastanti per un’assenza così drammatica. Credo che quella giornata abbia rappresentato appieno la nostra storia. Momenti belli e momenti brutti: perché è così che si cammina insieme, vivendoli entrambi.

Facciamo un passo indietro. Come hai vissuto il periodo del dibattito parlamentare sulla legge Cirinnà?

Con un’attività frenetica e con molta ansia. Ci sono stati momenti di disillusione già vissuti coi Pacs e coi Dico. Momenti in cui la rabbia è prevalsa: come quando hanno eliminato la stepchild adoption. Anche quando la legge è passata, abbiamo vissuto quel momento storico come una soddisfazione parziale. All’epoca siamo stati in prima linea per coinvolgere chiunque nelle manifestazioni organizzate. Per due o tre mesi è stato il nostro lavoro principale. È stato bello poi vedere amici, parenti, conoscenti, clienti e colleghi che ci raggiungevano nelle piazze per sostenerci.

Apristi all’epoca la pagina fb In Piazza per il Family Gay. Con quali finalità e con quale incidenza a tuo parere?

C’era bisogno di un sistema rapido per veicolare le informazioni. In quei giorni si navigava a vista con attività organizzate la mattina per il pomeriggio. E i social erano l’unico sistema per riuscire a informare il numero più alto possibile di persone. Era necessaria una presenza costante e molto visibile in modo da far capire alla politica che questa volta non saremmo rimasti con un cerino in mano senza fare nulla. Col mio carissimo amico Nicola (l’altro amministratore) abbiamo pensato di aprire questo gruppo per  mettere in contatto tutti gli attivisti e le attiviste impegnate nelle diverse associazioni Lgbti presenti in tutta Italia. Non immaginavamo che la nostra idea si trasformasse in un punto importante della comunità per scambiarsi idee, opinioni e strategie. Il gruppo in quei mesi è stato fondamentale per tenere alta l’attenzione. Ma soprattutto è riuscito a compattare strategicamente le diverse realtà sparse in tutta Italia.

In occasione del 1° anniversario dell’approvazione della legge hai partecipato con Christian a un incontro riservato a Palazzo Chigi. Puoi raccontarlo?

Abbiamo avuto un incontro informale con la sottosegretaria Maria Elena Boschi insieme con altre coppie unitesi civilmente. Abbiamo fatto il punto sulla situazione senza troppi giri di parole. Noi abbiamo bisogno della politica almeno quanto i politici hanno bisogno di noi. Queste occasioni sono fondamentali per creare quei link che ci permetteranno nel futuro di raggiungere gli altri importanti traguardi per la comunità Lgbti come la riforma dell’adozione e una legge severa contro l’omo/transfobia. Si è parlato molto di obiettivi ma anche di strategie. La politica è consapevole che la società è pronta su certi temi perché i diritti concessi e difesi anche per una sola persona portano benessere per tutti:  quando una persona lotta per i propri diritti, si ritrova solitamente affianco genitori, amici e fratelli, cioè una piccola comunità che insieme alle altre formano un popolo consistente. A mio parere un politico sveglio questa cosa la comprende benissimo. E, se non vorrà agire per maturità personale, alla fine farà sue certe battaglie per convenienza.

Un attivista e osservatore attento come te che cosa pensa dell’attuale movimento italiano?

Sono entrato in Arcigay nell’89 e ho visto un movimento crescere, esplodere e rigenerarsi. Oggi le persone hanno altre modalità di vivere la politica e le battaglie rispetto a 30 anni fa. Ma spesso le associazioni Lgbti non ne tengono conto e, senza accorgersene, si ritrovano poi sole senza una base che le sostenga. Ci sono ancora temi troppo divisivi – come, ad esempio, quello della genitorialità con riferimento alle persone omosesuali –, la cui discussione ci sta indebolendo dall’interno. In questi anni ci sono stati vani tentativi di formare un luogo comune in cui creare quelle strategie condivise, che mancano e non ci fanno diventare una vera e propria comunità. Questo per colpa di alcuni attivisti del movimento, che hanno spesso pensato di trasformare quegli spazi in una sorta di proprio concistoro ergendosi ad “Attivista Maximo”. Questi continui sgambetti, questi continui dispetti hanno generato quel “divide et impera” che ha fatto bene solo ai nostri detrattori. Ci sono i padri del movimento. Io mi ritengo un po’ una “vecchia zia” e spero di aiutare le nuove generazioni a non ripetersi negli errori fatti da noi.

Infine, nei progetti di Daniele e Christian rientra anche la genitorialità?

Il nostro più grande desiderio è quello di adottare. Crediamo che la genitorialità sia un atto d’amore così grande che per noi si esprimerebbe a pieno nel dare una possibilità a un bambino o una bambina di vivere in una famiglia serena. La nostra battaglia ora è questa, ma il rischio di invecchiare è alto e il nostro progetto di vita non esclude la gpa, che consideriamo una pratica corretta per poter concretare tale desiderio.

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Il 28 e il 29 settembre si terrà in Campidoglio la Terza Conferenza Nazionale sulla Famiglia. Un’iniziativa che, promossa dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del consiglio dei Ministri, è stata preclusa a due importanti associazioni Lgbti quali Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno.

Per saperne di più Gaynews ha intervistato Gabriele Faccini, co-presidente e responsabile Comunicazione di Rete Genitori Rainbow.

Gabriele, a lanciare l'allarme sul mancato invito di alcune associazioni Lgbti alla Terza Conferenza sulla Famiglia è stata Rete Genitori Rainbow. Puoi spiegare cos'è successo?

A fine giugno ci hanno segnalato l'organizzazione di questa Conferenza e abbiamo immediatamente inviato una mail per essere coinvolti. Tre mesi dopo, cioè pochi giorni fa, ci è stata inviata la seguente risposta standard, destinata a tutti coloro a cui la richiesta è stata rifiutata:

Gentile Presidente,

grazie per la sua richiesta di partecipazione alla prossima Conferenza Nazionale sulla Famiglia, prevista il 28 e 29 settembre a Roma. Qui la notizia circa l’evento.

La informiamo che la manifestazione, anche alla luce del numero limitato dei posti disponibili, sarà riservata ai soggetti istituzionali e ai rappresentanti delle organizzazioni nazionali della società civile presenti negli organismi collegiali a supporto delle politiche in materia di famiglia.

Sarà in ogni caso possibile seguire i lavori in diretta streaming sulle pagine del sito internet del Dipartimento per le Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri all’indirizzo www.politichefamiglia.it.

Con l’occasione, comunichiamo che è possibile far pervenire eventuali contributi scritti a questa Segreteria.

Cordiali saluti.

La Segreteria

Come evincibile dal testo, non è stata data un'esplicita spiegazione del perchè la nostra associazione non avesse i criteri per essere inclusa. Subito ci siamo attivati per capire se anche altre associazioni avessero avuto questo trattamento. Da lì la scelta e necessità di un comunicato che denunciasse l'accaduto.

Si è poi saputo che Agedo e Arcigay avevano in realtà ricevuto l'invito già in giugno. Qual è il tuo parere in merito?

Agedo e Arcigay sono realtà nazionali importanti nel movimento Lgbti. Ma invitare solo loro  non permette di focalizzare sulla realtà specifica delle famiglie omogenitoriali nelle loro tantissime sfaccettature, escludendo così scientemente tutte quelle realtà del mondo Lgbti dove sono presenti dei bambini. In tal modo non è possibile avere un quadro completo della società, che invece è l'obiettivo dichiarato dell'Osservatorio sulla Famiglia (che già nel nome porta una pecca, in quanto sarebbe più corretto parlare di famiglie).

Nella scheda informativa della Conferenza, uno dei gruppi di lavoro (il primo peraltro) è focalizzato sulla centralità del ruolo delle famiglie come risorse sociali ed educative. Nella premessa del documento si riconosce infatti come «la struttura delle famiglie si è profondamente modificata e ci troviamo di fronte a un panorama nuovo e per molti aspetti complesso (nuclei sempre più piccoli, spesso instabili, famiglie di origine straniera, ricomposte, monogenitoriali, omogenitoriali, adottive, affidatarie,...)». Ma come è possibile riconoscere questa molteplicità di forme e poi non voler ascoltare la voce di chi le rappresenta?

Domani mattina la sottosegretaria Maria Elena Boschi riceverà i rappresentanti di Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno. Prima che fosse fissato quest’appuntamento, si è saputo che Lo Giudice, Cirinnà e Viotti avevano minacciato un duro comunicato. Come giudichi una tale presa di posizione di politici d'area orlandiana?

Ogni azione politica a sostegno delle nostre istanze è senz'altro ben accolta. Ci auguriamo che possa costituire l'inizio di un dibattito costruttivo e non si riduca a un mero scontro tra le parti. L'importante è non fare finta che il problema non esista e apprezziamo la maggior sensibilità di alcuni politici su queste tematiche.

Siamo a poche ore dall’incontro a Palazzo Chigi. Cosa ti aspetti da questo meeting?

Questa convocazione è stata ovviamente una conseguenza del comunicato, un atto dovuto, ma poteva anche non essere organizzato. Mi aspetto in primis delle spiegazioni, anche se dubito avremo la possibilità di prendere parte alla conferenza arrivati a questo punto.

Ma soprattutto, visto che il lavoro dell'Osservatorio è costante, mi aspetto un impegno politico preciso da parte della sottosegretaria e un coinvolgimento all'interno di quest'organo, dove è necessaria la rappresentanza di tutte le forme di famiglia, comprese quelle omogenitoriali di Famiglie Arcobaleno e quelle "omoricomposte", specificità rappresentata da Rete Genitori Rainbow, dove un compontente della coppia omosessuale ha avuto figli da precedenti relazioni eterosessuali.

Non credi che l'esclusione di associazioni come Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno dalla Conferenza Nazionale possa essere ravvisata come conseguenza della legge sulle unioni civili. Legge, cioè, che non riconosce formalmente lo status di famiglia alle coppie che accedono a un tale istituto giuridico?

No, non trovo relazioni. Come dicevo prima, nel documento informativo stesso della Conferenza si parla di molteplicità di famiglie, tra cui quelle omogenitoriali. Posso però aggiungere che da un anno a questa parte c'è la percezione che l'attenzione del governo sul campo dei diritti delle persone Lgbit si sia affievolita. Bisogna avere il coraggio politico di portare avanti un cammino troppo timidamente intrapreso.

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Domani, alle 17:30, si uniranno civilmente presso Palazzo Loggia, sede del Comune di Brescia, Stefano Simonelli e Luca Trentini. Al rito saranno presenti familiari e amici ma anche numerosi esponenti del movimento Lgbti italiano. Già segretario nazionale di Arcigay dal 2010 al 2012 e attualmente coordinatore di Sinistra Italiana per la provincia di Brescia, Luca è infatti noto come militante per i diritti civili delle persone omosessuali e transessuali. Tema, questo, di cui si occupa anche come blogger per Huffington Post. 

Per saperne di più lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Luca, si avvicina il gran giorno: come ne avete vissuto, tu e Stefano, la preparazione?

Con grande emozione. Siamo partiti assai presto con l'organizzazione della nostra unione, supportati da una grande comunità di amiche e amici che hanno voluto condividere con noi il percorso, la preparazione e la realizzazione di quello che sarà sicuramente un momento indimenticabile della nostra vita. Abbiamo voluto coinvolgere non solo l'associazione in cui militiamo da anni, Arcigay, ma anche tutte e tutti coloro che ci sono stati vicini in questi lunghi anni di lotta civile. Come abbiamo condiviso la fatica delle battaglie politiche, così ora vivremo insieme l'entusiasmo e la gioia di un momento, personale e politico, che coinvolge tutte e tutti. C'è stato molto da organizzare, ma ognuno ha contribuito a un pezzo di quella che sarà una grande giornata.

Un tale atto arriva dopo un percorso di vita insieme: come si è strutturato nel tempo il vostro rapporto e perché avete deciso di formalizzarlo? 

In realtà la scelta è stata del tutto naturale. Dopo cinque anni di storia e due di convivenza l'idea dell'unione è arrivata spontaneamente. Ci siamo conosciuti grazie a un amico comune a una serata al Mamos di Bergamo. Lì è iniziata la nostra relazione che è proseguita e si è consolidata nel tempo. Abbiamo condiviso la quotidianità, le battaglie civili e politiche e siamo cresciuti come coppia. Il giorno del quarto anniversario del nostro fidanzamento ho preso l'iniziativa e ho fatto la dichiarazione a Stefano, consegnandogli l'anello in un luogo molto romantico di Brescia. Ha detto sì ed eccoci qui.

Il motivo principale che ci ha spinti al passo dell'unione è sicuramente prima di tutto sentimentale. Volevamo celebrare il nostro amore pubblicamente, con amici e parenti, con una festa che li tenesse insieme tutti. Inoltre abbiamo voluto formalizzare di fronte alla legge la nostra famiglia, che già esiste nei fatti ed essere riconosciuti di fronte allo Stato come un bene sociale basato sul vincolo di amore e solidarietà, al pari di ogni altra famiglia. Da ultimo avremo la possibilità di accedere ai diritti e di assumerci i doveri che la legge prevede per consolidare e tutelare la nostra famiglia. 

Come attivista con un lungo impegno in Arcigay alle spalle qual è il tuo giudizio sulla legge Cirinnà? 

La legge Cirinnà è un primo, sostanziale e positivo passo avanti sul fronte dei diritti civili. Ha avuto il merito di rompere quel muro di gomma che ci impediva di progredire come paese e di essere riconosciuti come cittadine e cittadini. Tuttavia la scelta di creare un istituto esclusivo, dedicato solo alle famiglie omosessuali, ben distinto e differenziato dal matrimonio pone dei problemi non indifferenti in termini di uguaglianza sostanziale. E poi la scelta di escludere l'adozione, anche nei termini della stepchild adoption, è stata un’enorme ferita per le famiglie arcobaleno e per i diritti dei loro bimbi. Un atto inaccettabile, servito sul tavolo della mediazione partitica, che ci ha impedito di godere di un successo più grande.

Date le condizioni dettate dagli equilibri parlamentari non era probabilmente possibile ottenere di più. Un passo avanti che deve però essere il primo di una lunga serie.

Qual è a tuo parere l'incidenza che il movimento ha avuto durante il dibattito parlamentare e quale gli obiettivi che deve prefiggersi per il futuro? 

Credo che la legge sulle unioni civili, sebbene parziale, sia il primo grande successo politico del movimento Lgbt italiano, avvenuto attraverso la determinazione e l'impegno di Monica Cirinnà. Nella società dell'immediato tendiamo a dimenticarci la genesi, lo sviluppo e i processi che determinano i cambiamenti sociali. È stata la lotta, il sacrificio e la militanza di migliaia di attiviste ed attivisti che ha attraversato gli ultimi quarant'anni della nostra storia a costruire la possibilità di vedere approvata una legge sulle nostre famiglie. Attraverso la visibilità, la cultura, le iniziative, la lotta sociale e politica, le sentenze dei tribunali, della Corte costituzionale, della Corte europea dei diritti dell'uomo il movimento è riuscito a convincere in modo capillare la maggioranza dell'opinione pubblica a schierarsi al suo fianco e ha costruito le condizioni sociali e politiche perchè quella legge potesse essere proposta, condivisa e votata. Siamo stati noi ad operare una “rivoluzione gentile”, secondo la felice espressione di Franco Grillini, i cui frutti sono stati raccolti nella società prima e nel parlamento poi.

Grande e a mio parere determinante è stata la mobilitazione posta in essere dal movimento nell'imminenza del voto parlamentare. Reputo che la mobilitazione nazionale del 23 gennaio sia stata una dimostrazione di forza e di determinazione capace di far giungere nelle aule parlamentari la voce della maggioranza del Paese, bloccando così in modo ferale l'ennesimo tentativo dei gruppi clericali di bloccare l'approvazione della legge.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

A chi dice - ed è successo anche a Brescia - che le unioni civili sono un flop che cosa rispondi? 

Rispondo che, per definizione, i diritti di una minoranza non si determinano dai numeri che esprime, soprattutto se li si rapporta a quelli della maggioranza della popolazione. Ricordo loro che una possibilità non determina necessariamente un obbligo sociale ad assumersi una scelta. Evidenzio che in inverno, cioè il periodo preso in esame da queste forzate analisi statistiche, è assai improbabile che qualcuno decida di organizzare la festa della propria unione. 

Ma sottolineo soprattutto che, quando si parla di diritti civili e di uguaglianza, il metro di misura debba essere esclusivamente quello della giustizia sociale, e non un banale calcolo numerico. Se una legge porta a migliorare la qualità della vita e determina il benessere e la serenità anche di una e una sola famiglia, è giusto approvarla.

Nel progetto futuro di Luca e del suo compagno rientra anche quello della genitorialità?

Abbiamo grande rispetto e sincera ammirazione per chi compie una scelta così grande, ma non rientra nei nostri progetti. La responsabilità genitoriale è un compito troppo impegnativo e alto per poterlo inserire nelle nostre vite, che sono già talmente cariche di impegni, responsabilità e incombenze da non consentirci il tempo e l'attenzione che merita la cura di una nuova vita.

Tuttavia abbiamo la fortuna di avere famiglie molto numerose, che ci hanno circondato di nipoti. Sono sei, per ora. Proprio domenica scorsa durante un pranzo in famiglia Alberto, il più piccolo dei miei nipotini, ci si è avvicinato e ci ha candidamente chiesto: “Ma zio Luca, da venerdì posso chiamare zio anche Stefano?”. Questo oggi ci basta.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

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(continuazione della Parte 1)

Dall'analisi del testo legislativo, in una coi recenti indirizzi della giurisprudenza di legittimità, emergono ulteriori cirticità, relative a una disparità di trattamento fra soggetti uniti civilmente e soggetti coniugati. 

In primis si evidenzia come lo scioglimento dell'unione civile non preveda la previa separazione giudiziale della coppia, potendosi accedere direttamente allo scioglimento della unione civile, secondo la disciplina relativa al divorzio/cessazione degli effetti civili del martimonio. La scelta di non prevedere l'applicazione dell'istituto della separazione - a prescindere dalla valutazione di merito sull'utilità di un doppio passaggio per lo scioglimento del matrimonio fra coppie eterosessuali - ha comportato concrete conseguenze sul piano pratico, per le coppie unite civilmente, laddove per le stesse non trovano applicazione alcuni elementi tipici dell'istituto della separazione e non presenti nella disciplina del divorzio.

In particolare:

  1. per le coppie unite civilmente non è previsto l'addebito della separazione e le conseguenze che ne derivano.

Pur avendo la legge Cirinnà esteso alla coppia unita civilmente i diritti e doveri nascenti dal vincolo matrimoniale (ad esclusione dell'obbligo di fedeltà) non ha poi previsto un sistema sanzionatorio in caso di loro violazione, sistema, invece, garantito per la coppia eterosessuale mediante l'istituto dell'addebito della separazione (istituto che non trova applicazione nel divorzio). Le conseguenze pratiche di tale omissione sono evidenti, laddove il coniuge cui è addebitata la separazione non ha diritto all'assegno di mantenimento.

Per le coppie unite civilmente, invece, l'unico sistema “sanzionatorio” per le condotte violative degli obblighi coniugali potrà essere, eventualmente, quello di ricorrere all'illecito “endofamiliare” ex art. 2043 c.c., laddove ne sussistanto i presupposti.

  1. per le coppie unite civilmente è previsto unicamente l'assegno divorzile, la cui portata applicativa è stata ampiamente ristretta dalla Cassazione, e non l'assegno di mantenimento.

Si pensi alla recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 11504/17 (“Si deve quindi ritenere che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell'ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale. L'interesse tutelato con l'attribuzione dell'assegno divorzile come detto - non e' il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica, in tal senso dovendo intendersi la funzione - esclusivamente - assistenziale dell'assegno divorzile.”), che delegittimando di fatto, il parametro del tenore di vita dalla determinazione della somma dovuta a titolo di assegno divorzile, ne ha ridotto ampiamente la portata, escludendo dalla titolarità del diritto all'assegno tutti quei soggetti economicamente indipendenti, ma con redditi di gran lunga inferiori rispetto all'altro coniuge, ed inidonei a consentirgli di conservare il tenore di vita matrimoniale.

Sono evidenti le ripercussioni concrete della recente pronuncia della Cassazione, che, diversificando i presupposti tra assegno di mantenimento e assegno divorzile, ha comportato un sistema a due step in caso di scioglimento del matrimonio: 1. assegno di mantenimento dall'ampia portata applicativa, 2. assegno divorzile  di portata applicativa ristretta, in considerazione della sua funzione esclusivamente assistenziale e dello scioglimento totale del vincolo coniugale.

Ebbene tale pronuncia investe anche  le coppie unite civilmente, laddove mentre al coniuge beneficiario di coppia unita in matrimonio è garantita la possibilità di riorganizzarsi a seguito della disgregazione del nucleo familiare, godendo dell'assegno di mantenimento, sino alla pronuncia di divorzio, all'unito civilmente non è garantita tale possibilità avendo direttamente accesso all'istituto del divorzio con ogni conseguenza che questo comporta, anche sotto il profilo economico.

Queste peculiari differenziazioni rendono, dunque, auspicabile un intervento legislativo che si ponga come obiettivo quello della oggettività della tutela, specie in favore dei minori.

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La legge Cirinnà ha innegabilmente segnato un punto di svolta nell'ordinamento italiano, disciplinando chiaramente l'unione fra persone dello stesso, come tematica a sé stante, senza porre sullo stesso piano convenze more uxorio, convivenze di fatto fra persone non legate da vincoli sentimentali, come proposto, invece, da precedenti progetti di legge. Le unioni civili introducono nell'ordinamento un nuovo istituto che discplina l'unione fra persone dello stesso sesso, legate da un vicolo affettivo,  “quale  specifica  formazione  sociale  ai  sensi  degli articoli 2  e  3  della  Costituzione”, costituita  mediante dichiarazione di  fronte  all'ufficiale  di stato civile ed alla presenza di due testimoni.

Ciò non toglie che la legge presenti alcune “lacune”, in parte, colmate dai decreti attuativi (si pensi alla disciplina penalistica ove lo status di “unito civilmente” è equiparato a quello di “coniuge”, anche ai fini dell'applicazione di circostanze aggravanti del reato), in parte, invece, rimasta irrisolta.

Il legislatore, al fine di tentare una equiparazione, introduce una sorta di “clausola di salvaguardia” all'art. 1, comma 20: “Al solo fine di  assicurare  l'effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti  dall'unione civile tra persone dello stesso sesso, le  disposizioni che si riferiscono al matrimonio e  le  disposizioni  contenenti le  parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque  ricorrono  nelle leggi, negli atti aventi forza  di  legge,  nei  regolamenti  nonche' negli atti amministrativi e nei contratti  collettivi,  si  applicano anche ad ognuna delle parti  dell'unione  civile  tra  persone  dello stesso sesso. La disposizione di cui al  periodo  precedente  non  si applica alle norme del codice  civile  non  richiamate  espressamente nella presente legge, nonche' alle disposizioni di cui alla  legge  4 maggio 1983, n. 184. Resta fermo  quanto  previsto  e  consentito  in materia di adozione dalle norme vigenti".

Il legislatore, in sostanza, sulle adozioni non prende una posizione chiara. Da un lato, esclude espressamente il richiamo alla legge sull'adozione, dall'altro, però, con una clausola di apertura prevede che “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. A mio avviso, non può negarsi che, con tale previsione, il legislatore abbia, nei fatti, abdicato alla propria funzione normativa (e di indirizzo politico) in favore della giurisprudenza, con ciò agevolando la prassi di una “giurisprudenza creativa”, che presta il fianco ad una innegabile disparità di trattamento.

In più di una pronuncia, infatti, la giurisprudenza di merito, pur nell'assenza di una disciplina legislativa, ha riconosciuto, di fatto, la possibilità di adottare il figlio biologico del proprio partner, all'interno d una coppia omosessuale, talvolta ricorrendo all'ipotesi di adozione in casi particolari ex art. 44 l.184/83, ovvero come riconoscimento di adozione pronunciata in un paese straniero ex art. 36, comma 4,  l. 184/83.

Nelle numerose sentenze i giudici hanno proposto unaserie di argomenti giuridici tali da consentire l'applicabilità in via analogica della normativa prevista per ipotesi “speciali” di adozione. Ciò nel superiore interesse del minore. Va evidenziato, infatti, che la giurisprudenza di merito si sia soffermata esclusivamente sul diritto del minore ad uno stato giuridico di figlio corrispondente ad una situazione di fatto creatasi all’interno di un nucleo familiare omogenitoriale fondato sugli affetti, sull’assistenza materiale e sulla cura del minore, non sussistendo, di contro, nel nostro ordinamento, il diritto della coppia omosessuale alla genitorialità. Tale operazione ermeneutica della giurisprudenza si rivela necessaria, laddove esistono già in Italia coppie omossessuali che hanno figli, la cui condizione giuridica è priva di regolamentazione.

Tuttavia, il fatto che sia demandata alla “sensibilità” di ciascun giudice la facoltà di riconoscere, o meno, al soggetto unito civilmente l'adozione del figlio biologico del partner evidenzia, indubbiamente la necessità di colmare tale lacuna normativa, non potendosi consentire tale disparità di trattamento sul territorio nazionale, tanto più ove, come in questi casi, sia in gioco l'interesse del minore. In particolare, val la pena di precisare che nell'ipotesi di minore convivente con due soggetti uniti civilmente, o comunque cosituenti una coppia omossessuale, (perchè figlio biologico di uno dei due) in caso di disgregazione del nucleo, questi non avrebbe diritto di essere ascoltato, non sussistendo, allo stato attuale, una riconoscimento giuridico del  figlio di una coppia omogenitoriale.

Non può non sottolinearsi come, anche tale circostanza, palesi una intollerabile disparità di trattamento tra figli coppie eterosessuali ed omosessuali, laddove i primi hanno diritto ad essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano, ai sensi dell'art. 336 bis c.c., mentre i secondi, il cui status giuridico non viene riconosciuto dall'ordinamento ( se non in forza di alcune isolate pronunce giurisdizionali) non hanno tale diritto.

Se è vero, infatti, che in caso di coppia omosessuale non vi è un diritto per il “genitore sociale” (partner del genitore biologico) alla genitorialità, che viene quindi, nella maggior parte dei casi, di fatto esercitata senza una “copertura” legislativa, è altrettanto vero che l'ordinamento non può non porsi il problema di come gestire tali situazioni in caso di disgregazione del nucleo familiare formato dalla coppia omogenitoriale.

In particolare, tale tematica investe in primis il diritto del minore "a vivere e crescere nella propria famiglia, mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori", diritto che deve essere garantito anche ai figli di una coppia omogenitoriale e che viene esercitato concretamente anche tramite l'ascolto del minore stesso, ascolto imprescindibile ed obbligatorio ex lege al fine di tutelarne il superiore interesse.

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Il 30 maggio si è tenuto a Roma presso Palazzo Ferrajoli il convegno Verso il matrimonio egualitario. Obiettivi raggiunti e prospettive future a un anno dall'approvazione della legge sulle unioni civili e sulle convivenze di fatto

Organizzato da Gaynews e moderato dal caporedattore Francesco Lepore, l'incontro ha visto gli interventi del nostro direttore Franco Grillini, della senatrice Monica Cirinnà, dei deputati Giulio Marcon (Si) e Alessandro Zan (Pd), dell'avvocata matrimonialista Antonella Succi, della presidente di Family Smile Andrea Catizone Folena, del ricercatore universitario Angelo Schillaci e della direttrice dell'Istituto A.T. Beck Antonella Montano.

Pubblichiamo di seguito l'intervento tenuto da Giulio Marcon, capogruppo di Sinistra Italiana alla Camera dei Deputati.

 

Guardando alle unioni civili usiamo due prospettive: quella culturale e quella giuridica. Quella giuridica ci porta a esprimere un giudizio negativo, come dice implicitamente anche il titolo del convegno, perché le unioni civili sanciscono una diseguaglianza tra i cittadini eterosessuali e quelli omosessuali. Anche il contenuto dei diritti delle famiglie omosessuali è presentato nella legge in modo da creare difficoltà, piuttosto che rendere la vita facile alle persone. Basti pensare alla vicenda delle sale nelle quali si possono sottoscrivere le unioni civili, il pasticcio del doppio cognome o la vicenda dei figli, che ha costretto le coppie a tornare davanti ai giudici.

Nell’anno trascorso i tribunali hanno deciso:

a) al momento della costituzione dell’unione civile si devono poter utilizzare le stesse sale utilizzate per i matrimoni e non gli ‘sgabuzzini’, come accaduto a Stezzano (sentenza del Tar Brescia che ha condannato il Comune ma che il Comune ha impugnato ora davanti al Consiglio di Stato);

b) sul pasticcio del doppio cognome (secondo la legge la scelta della coppia di avere un cognome comune modifica anche l’atto di nascita dell’unito civilmente, mentre il decreto legislativo ha parificato la regola del cognome a quella del matrimonio), il Tribunale di Lecco ha disposto che il Sindaco non annulli l’annotazione sull’atto di nascita del cognome comune scelto da due donne unite civilmente, trasmesso peraltro anche alla bambina nata dopo la celebrazione dell’unione, celebrata prima dell’entrata in vigore dei decreti legislativi;

c) i Tribunali hanno continuato a riconoscere l’adozione in casi particolari del figlio del partner (stepchild adoption - il Tribunale per i minorenni di Milano che l’aveva negata è stata riformata in appello) e anzi sono andati oltre riconoscendo anche la trascrizione del certificato di nascita dei figli con due papà (Trento) e della sentenza inglese di adozione da parte di una coppia di cittadini italiani (Firenze).

Dal punto di vista culturale, questo primo anno della legge ha consentito di parlare più spesso delle persone omosessuali e delle loro famiglie, sia nei media, che tra in tutti i paesini, nonostante il numero delle unioni celebrati – è stato scritto – non sia stato quello che ci si aspettava, ma mi sembra essere una percentuale assolutamente nella media di quanto accaduto nei paesi stranieri, ad esempio in Spagna, a seguito dell’entrata in vigore del matrimonio same-sex nel 2005. Il fatto di ‘sdoganare’ e in maniera positiva l’amore omosessuale fornisce un grande alla lotta all’omofobia.

L’importante è non fare l’errore di far passare il messaggio che le unioni civili sono il matrimonio come spesso ho visto fare anche dal punto di vista del linguaggio (si parla di sposi o di celebrazione del matrimonio con riferimento a due persone che si uniscono civilmente) perché il rischio è che si tolga forza alla battaglia per raggiungere l’uguaglianza. Se la gente si convince che le persone omosessuali hanno già raggiunto l’obiettivo, il raggiungimento dell’uguaglianza si allontana. Idem per le forze politiche che nel corso dell’esame del disegno di legge sulle unioni civili hanno dimostrato quanto distanti siano dall’aver fatto proprio il principio di eguaglianza. Non dobbiamo dimenticare che la Germania, il cui contesto sociale è diverso dal nostro, ha le unioni civili da 16 anni e per ben tre volte ha mancato l’obiettivo di approvare il matrimonio same-sex. Pertanto esiste il rischio che le unioni civili anziché avvicinarci al matrimonio ne rallentino la conquista.

Conclusioni: bisogna da subito far ripartire la mobilitazione a favore del matrimonio egualitario per impedire che cali l’attenzione sul tema e subentri uno stato di assuefazione allo status quo giuridico. Il grimaldello per l’azione politica è sicuramente quello di lavorare sulla genitorialità delle persone omosessuali. Va cambiata la legge sulle adozioni per aprire l’adozione piena. Va cambiata la legge 40 per consentire anche alla coppie same sex di accedere alle tecniche di fecondazione medicalmente assistita. Il lavoro che i giudici stanno facendo in materia di diritti fondamentali e genitorialità è egregio, ma il Parlamento deve fare le scelte e non rinviare.

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A un anno dall’approvazione definitiva della legge n. 76 del 2016, che regolamenta le unioni civili e le convivenze di fatto, è il momento dei primi bilanci e delle prime analisi. Nei giorni scorsi hanno fatto molto discutere i numeri delle celebrazioni delle unioni civili. La cifra stimata di 2800 coppie unite, che però non conteggia i procedimenti di «conversione» dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero, è stata oggetto di una forte polemica con articoli di giornale e dichiarazioni di esponenti di spicco che denunciavano il «flop» del nuovo istituto.

Francamente trovo deprimente questo livello di dibattito su una tematica di tale importanza. 
Il valore di una legge che riconosce i diritti non può essere certamente misurato in base al suo utilizzo da parte dei destinatari, essendo la stessa espressione del grado di sviluppo e di evoluzione di un modello sociale, culturale e giuridico. Il diritto a essere liberi e non discriminati non può essere sottoposto a un giudizio quantitativo sulla base di quante persone lo esercitano effettivamente, come è ben comprensibile.

La legge sulle unioni civili riconosce il diritto, prima negato, alle persone dello stesso sesso di creare dei legami giuridici sostanzialmente equiparabili a quelli riconosciuti dall’istituto del matrimonio. Questa equiparazione è espressa all’art. 1, comma 20 dello stesso testo di legge, in cui si rinvia alle disposizioni tutte che si riferiscono al matrimonio e ai coniugi, siano esse contenute in leggi che in atti aventi forza di legge, regolamenti, atti amministrativi o contratti collettivi. L’unica eccezione è per tutte quelle non richiamate dalla stessa legge come quelle relative alla filiazione e, in particolare, l’adozione, salvo, per questo ultimo caso dichiarare “fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. Espressione questa, che per il carico di ambiguità contenuta demanda al potere giurisdizionale, come poi accaduto, la facoltà di interpretazione per i casi concreti.

Ed è proprio sulla filiazione all’interno delle coppie omosessuali che si sono consumate le più aspre battaglie nel corso del dibattito formativo della legge, la cui approvazione è stata possibile solo in seguito allo stralcio della cosiddetta stepchild adoption, ovvero la possibilità di adottare il figlio del proprio partner. È importante allora trovare una strada interpretativa che superi le posizioni prettamente ideologiche sul punto e trovi un fondamento giuridico alle istanze che sorgono dalla necessità, anche per le coppie di persone che hanno lo stesso sesso, di riconoscimento di un rapporto di filiazione, spesso già di fatto esistente.

Ciò che è certo è che non esiste nel nostro ordinamento un “diritto alla genitorialità” da parte dei soggetti che creano una coppia, indipendentemente dal fatto che siano un uomo e una donna o due donne o due uomini , e che ciò non solo non è possibile, ma sarebbe anche pericoloso. Se dovessimo riconoscere i legami che hanno come elemento distintivo la filiazione si arriverebbe al paradosso di disconoscerne il valore e l’esistenza laddove tale diritto non fosse esercitato. Ciò che invece permette di dare una risposta adeguata e corretta è un ribaltamento di questa impostazione che ha erroneamente sottinteso tutto il dibattito.

Si deve perciò mettere al centro non già un diritto non configurabile alla genitorialità della coppia, ma semmai il diritto del minore a uno stato giuridico di figlio che si è costruito nel corso del tempo dentro un nucleo familiare, quale che esso sia, anche laddove non vi sia un rapporto genetico tra le parti. Dunque il desiderio di genitorialità da parte della coppia, non già il diritto, viene soddisfatto dalla previsione normativa per cui è lo stesso minore che vede rispettato il proprio diritto di avere una famiglia e che è prevalente su qualunque altro tipo di valutazione meta-giuridica da parte degli organi decidenti.

La posizione trova una solida base normativa anche nella recente legge di riforma sulla filiazione (legge 10 dicembre 2012, n. 219) che, abolendo l’odiosa e ingiusta distinzione tra figli legittimi, nati nel matrimonio, e figli naturali, tutti gli altri, crea un univoco e solo statuto giuridico del minore. Inoltre, ciò che è di estrema importanza è che si svincola totalmente la posizione del figlio dal legame che lega tra di loro i genitori. Attraverso questa strada si può affermare, anche in questo ambito ed è il ragionamento seguito poi dalle Corti superiori nelle varie pronunce, che quesi nuovi diritti del minore devono sempre trovare espressione quale che sia la famiglia di riferimento e dentro quel nucleo familiare in cui si sono sviluppati gli affetti dello stesso minore. È il legame affettivo che genera quello giuridico e che diventa la base dell’affermazione di questi nuovi diritti tra cui vanno menzionati quelli di assistenza morale, ad essere amati e, molto importante, a crescere in famiglia e ad avere i rapporti significativi con i parenti.

Ai progressi legislativi citati si aggiunge oggi anche una rinnovata maturità sociale sulle tematiche della famiglia e della filiazione. La famiglia dei nostri giorni assomiglia sempre meno a quella disegnata dall’art. 29 della Costituzione, avvicinandosi progressivamente all’immagine delle formazioni sociali dell’art. 2 della stessa carta costituzionale, come richiamato dalla legge sulle unioni civili, e la società è ben cosciente di questa trasformazione. Gli avanzamenti legislativi e sociali ci permettono dunque di poter aprire finalmente una seria riflessione su una riforma complessiva della legge sulle adozioni, che in tante occasioni ha dimostrato di essere gravemente carente.

Questa riforma dovrebbe innanzitutto risolvere le problematiche e gli impedimenti, non solo di ordine legislativo, che hanno frenato il pieno dispiegarsi delle potenzialità di tutta questa normativa, sottoponendone il ricorso ad una scelta basata prevalentemente su criteri di carattere economico. La strada, supportata dal ragionamento giuridico e storico delineato, porta naturalmente a una pressione della possibilità di prevedere l’adozione del figlio biologico del partner per tutti, come già avvenuto in numerose sentenze dei tribunali e della Cassazione, ma, dall’altra, non potrà ignorare l’urgenza di aprire l’adozione ordinaria sia alle coppie formate da persone dello stesso sesso sia alle persone singole, ponendo fine ad una lunga e insopportabile discriminazione che ci trasciniamo da fin troppo tempo.

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