Si terrà nel pomeriggio a Roma il convegno Italia e Diritti Lgbti nel mondo. Un anno di applicazione della legge sulle unioni civili, organizzato da Globe-MAE, Rete dei dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.

Un evento che si muoverà su due binari. In primo luogo, il ruolo riconosciuto dalla cosiddetta legge Cirinnà al Ministero con riferimento alle unioni civili celebrate presso ambasciate e consolati all’estero. Aspetto, questo, strettamente disciplinare sul quale si farà il punto. Poi gli obiettivi che il Globe-MAE, attualmente composto da circa 60 iscritti, si propone in difesa dei diritti umani e civili delle persone Lgbti viventi all’estero.

Abbiamo perciò raggiunto Carmelo Barbarello, componente del direttivo di Globe-MAE. Classe 1969, Barbarello è stato ambasciatore d’Italia in Nuova Zelanda dal 2014 al 2016. Attualmente è responsabile dell’Ufficio V della direzione generale per la Mondializzazione e gli Affari globali della Farnesina.

Il suo può considerarsi un caso da manuale in riferimento al matrimonio contratto con Javier Barca nel 2012 in Argentina. Ed ecco il perché.

Consigliere Barbarello, che cosa è successo esattamente cinque anni fa?

Nel 2012 ho contratto matrimonio a Buenos Aires con Javier  presso il Consolato spagnolo. In vista del mio trasferimento in India avevo chiesto al Ministero di riconoscere il mio matrimonio celebrato secondo la legge spagnola.

Perché una tale richiesta all’epoca “insolita”?  

Due i motivi. Innanzitutto, l’emissione del passaporto diplomatico per Javier e la corresponsione di un’integrazione della mia indennità di sede estera. Perché, giova ricordarlo, i diplomatici quando vanno all’estero hanno al seguito il coniuge al carico e hanno dunque diritto a un’integrazione. Modo, questo. per compensare il non lavoro del componente della famiglia che accompagna il funzionario diplomatico. Considerando che per garantire l’unità familiare si lascia l’occupazione e ci si trasferisce da un Paese all’altro, viene appunto riconosciuta una tale integrazione.

Quale fu la risposta della Farnesina?

Alle due richieste, sia quella economica sia quella relativa al passaporto, fu detto di no. All’epoca il matrimonio celebrato secondo un ordinamento civile fra due persone dello stesso sesso non era riconosciuto in Italia. Feci allora ricorso soltanto in merito al diniego del rilascio del passaporto diplomatico, preferendo comunque soffermarmi sulla questione sicurezza del coniuge. Andando in India, ritenni che c’erano le condizioni per fare una tale istanza. Quando appunto mi fu detto di no, feci ricorso al Tar del Lazio che, in via provvisoria, mi diede ragione, imponendo alMministero di rilasciare il passaporto diplomatico. Cosa che effettivamente fu fatta non senza difficoltà.

In che senso?

Il Ministero tardò per mesi e mi costrinse a una formale richiesta d’ottemperanza di quanto disposto dal Tar. Fu quindi rilasciato il passaporto diplomatico ma il Tar successivamente con giudizio definitivo diede ragione al Ministero. Per cui il Ministero, questa volta immediatamente, ritirò il passaporto diplomatico col rischio di essere in India senza una tale protezione. Nel frattempo, col cambio di governo, fu nominata a capo della Farnesina Emma Bonino la quale decise in autonomia di rilasciare comunque il passaporto diplomatico. Anche perché nel frattempo si era costituito il gruppo dei funzionari Lgbti del ministero degli Affari Esteri o Globe-MAE.

Un caso davvero da manuale, dunque, il suo...

In realtò posso dire di sì. Il mio si configurò davvero come un caso precursore, che avrebbe fatto da apripista a tante coppie di colleghi. Insomma, il combinato, disposto dall’arrivo al Ministero di Emma Bonino e da un’azione di lobby condotta dall’associazione, ha portato al rilascio del passaporto diplomatico nel 2013. Bisogna dire che poi, anche grazie all’azione del Globe-MAE riuscimmo ad avere un nuovo decreto del Ministero per la disciplina del rilascio del passaporto diplomatico a favore dei membri della famiglia dei funzionari all’estero, che includeva a quel punto i componenti del nucleo familiare. Poi con l’arrivo della legge sulle unioni civili quello che prima era un atto eccezionale è divenuto fortunatamente di prassi.

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Globe-MAE, Rete dei dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, ha organizzato per mercoledì 22 novembre, alle ore 15:00, un’iniziativa molto importante presso la Casa Internazionale delle Donne. Il titolo dell’evento è Italia e Diritti Lgbti nel mondo. Un anno di applicazione della legge sulle unioni civili.

Vi parteciperanno i senatori Benedetto Della Vedova, Monica Cirinnà, Sergio Lo Giuduce, Luigi Manconi, i deputati Alessandro Zan, Pia Locatelli, Renata Polverini, il ministro plenipotenziario Luigi Maria Vignali e l’assessore del Comune di Torino Marco Giusta. Per Globe-MAE relazioneranno Bianca Pomeranzi e Sergio Strozzi.

Saranno inoltre presenti l’ex parlamentare Franco Grillini, direttore del nostro quotidiano, e l’avvocata Andrea Catizone, presidente di Family Smile, nonché componenti delle varie associazioni Lgbti nazionali.

Ma per capire meglio di cosa si occupa Globe-Mae e quali sono le sue attività e i suoi obiettivi, abbiamo raggiunto telefonicamente il ministro plenipotenziario Fabrizio Petri, presidente dell’associazione.

Ministro Petri, cosa è Globe-MAE  e quando è nata?

Globe-MAE è una rete di dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. È nata nel 2013, quando a capo del dicastero c’era Emma Bonino.

Globe-MAE nasce con la finalità di sostenere i diritti delle persone Lgbti all’interno del ministero degli Affari esteri ma anche con l’intenzione di fornire il proprio contributo su alcuni aspetti della politica nazionale e internazionale. Quando Globe-MAE è nata, non c’era ancora la legge sulle unioni civili.

Com’è l’atteggiamento nei confronti dei funzionari Lgbti in seno al corpo diplomatico?

All’interno del ministero degli Affari esteri ho sempre percepito una certa sensibilità e attenzione verso le istanze della comunità Lgbti. Anche perché parliamo di un ambiente che è contraddistinto da una continua apertura al dialogo globale e internazionale.

Personalmente non ho mai avuto la sensazione di subire discriminazione e stigma neppure a livello morale, umano e psicologico. Anche se, inutile negarlo, con la legge Cirinnà abbiamo fatto un salto istituzionale vero e proprio.

Quante unioni civili si sono svolte nelle ambasciate e nei consolati italiani all’indomani dell’entrata in vigore della legge Cirinnà?

Tra unioni civili e trascrizioni di matrimoni egualitari contratti all’estero se ne possono contare 621: una cifra considerevole. Non mi aspettavo un numero così alto e sono felicemente sorpreso!

I matrimoni egualitari contratti all’estero e trascritti in Italia che valore hanno?

La legge parla chiaro: la trascrizione è un atto dovuto ma le coppie, che all’estero hanno contratto matrimonio egualitario, in Italia godono solo delle prerogative limitate agli effetti  della legge sulle unioni civili.

A livello internazionale quali sono le “imprese” in cui Globe-MAE ha offerto il proprio decisivo contributo?

Dunque, in primis nel sostegno che il nostro Paese ha dato alla creazione, nel 2016, di un esperto indipendente Sogi (Sexual Orientation e Gender Identity) sui temi Lgbti all’interno delle Nazioni Unite. Si tratta di un mandato triennale che mira a individuare una figura di esperto indipendente che possa monitorare e raccogliere dati relativi alle discriminazioni su orientamento sessuale e identità di genere in tutto il mondo.

Inoltre, Globe-MAE ha svolto un lavoro di sensibilizzazione e facilitazione presso le nostre amministrazioni per consentire all’Italia di essere parte di tre importantissime meccanismi.

La Equal Rights Coalition, nata a Montevideo nel 2016, che raccoglie più di trenta Stati e ha lo scopo di sostenere i diritti Lgbti nel mondo. Il Global Equality Fund, creato nel 2011 da Hilary Clinton, che è un fondo multilaterale che in sei anni ha raccolto più di 50 milioni di dollari per sostenere le associazioni Lgbti, fondo che è già stato rinnovato dall’amministrazione Trump e che, anzi, sarà presto implementato. Infine, Lgbt Icor Group, che coordina le attività Lgbti dei vari Paesi che fanno parte delle Nazioni Unite.

Qual è il significato dell’evento previsto per il 22 novembre a Roma?

Il significato è creare una dinamica dialettica sui temi internazionali e, come Globe-Mae, aiutare il dialogo tra le associazioni, i governi e la società civile su temi Lgbti a livello internazionale e migliorare al massimo l’applicazione della Legge Cirinnà all’estero.

Globe-MAE intende far crescere anche  livello istituzionale la consapevolezza sulle questione Lgbti che sono una parte importante del patrimonio culturale, umano e morale di tutta la società.

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Certamente un iter procedurale atipico, quello con cui in Australia si arriverà presto alla legalizzazione del matrimonio egualitario.

Infatti, lo scorso settembre, con una consultazione referendaria indetta per posta, il governo aveva interpellato la popolazione sul riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso e ci sono voluti due mesi circa per conoscere l’esito del sondaggio che, come già si immaginava, ha visto una schiacciante vittoria del sì.

Nonostante si trattasse di un referendum non vincolante, il Primo Ministro Turnbull ha dichiarato che, davanti a un risultato favorevole tanto netto e inequivocabile (circa il 61,6%), il Parlamento non potrà che comportarsi in maniera consequenziale e coerente.

Ma per capire qualcosa in più della questione australiana, abbiamo fatto qualche domanda a Dave Di Vito, scrittore, traduttore, direttore didattico e blogger nato a Melbourne che vive da sette anni in Italia con il suo compagno.

Dave, un omosessuale vive meglio in Italia o in Australia?

Per la maggior parte, un gay vive meglio in Australia. Culturalmente hanno fatto più lavoro e progressi in Australia che in Italia. Generalmente, le  questioni e le polemiche che sono evidenti in Italia (es. la discriminazione omofobica nella casa vacanza in Calabria) sono ormai inconcepibili in Australia.

Forse, l'unica eccezione, è quando ci si confronta con i più giovani: infatti gli italiani sono molto più tranquilli rispetto all'idea di mascolinità e meno aggressivi degli australiani. Detto questo, non sono mai stato aggredito per strada per essere gay in Australia ma in Italia sì.

Cosa ne pensi del fatto che in Australia abbiano deciso di ricorrere a un atipico referendum non vincolante e con procedura “postale” per conoscere il parere dei cittadini sul matrimonio egualitario? Secondo te, si tratta di una procedura giusta e sensata?

Il sondaggio postale è stato veramente imbarazzante. Sono felice per il risultato ma sono molto arrabbiato per la procedura. È ridicolo che un governo - anche di destra - possa sfruttare i diritti per una mossa politica.

Ma, da quando abbiamo avuto Abbott come primo ministro, la destra ha fatto di tutto per rallentare progressi in diverse circostanze e ha abbassato il tono del dibattito. Trovo volgare che, per accontentare una decina di politici e i loro sostenitori (la chiesa e le sue lobby), migliaia di persone hanno dovuto esprimersi in un referendum postale per ottenere un risultato che non era neanche vincolante. Un risultato che poi riflette specularmente quasi tutti i risultati dei sondaggi svolti negli ultimi quattro anni.

Adesso che il referendum ha fatto emergere il largo consenso della popolazione per il matrimonio egualitario, cosa farà il Primo Ministro australiano? Secondo te, procederà all’approvazione della legge e o proverà a insabbiarla?

I risultati sono chiari e stanno già elaborando gli atti in Parlamento. Turnbull è già in una posizione precaria sia in Parlamento che con l’opinione pubblica. Dopo che il suo governo ha strumentalizzato la campagna per il matrimonio egualitario, i cittadini non hanno più pazienza per ulteriori mosse politiche. Adesso gli Australiani vogliono la legge dopo tutto questo spreco di soldi e tempo.

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Ricorre quest’anno il decimo anniversario di fondazione di Avvocatura per i Diritti Lgbti – Rete Lenford. Un’associazione che, grazie alla visione pioneristica e lungimirante di Antonio Rotelli, Francesco Bilotta e Saveria Ricci, ha contribuito all’ottenimento d’importanti traguardi per le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali in Italia. Un’associazione che, anche grazie all'oculata presidenza di Maria Grazia Sangalli, è altresì cresciuta a vista d’occhio (al momento sono circa 180, tra soci e aderenti, i componenti) imponendosi per la propria autorevolezza sullo scenario giuridico nazionale soprattutto nel contrasto alle dicriminazioni.

Il 1° dicembre Rete Lenford celebrerà i primi due lustri di attività col convegno Dieci anni di avvocatura Lgbti. Le conquiste e le prospetttive. Sede dell’incontro Palazzo Vecchio a Firenze, laddove, cioè, nacque l’associazione prima che la sede operativa fosse trasferita a Bergamo nel 2009.

Ad aprire i lavori convegnistici Francesco Bilotta, ricercatore di Diritto privato presso l’Università di Udine, che terrà una laudatio in memoriam di Stefano Rodotà. Cinque i relatori, i cui interventi di natura squisitamente giuridica saranno preceduti dalla testimonianza di chi s’è pubblicamente impegnato nello specifico ambito di volta in volta trattato: Claudio Rossi Marcelli introdurrà la relazione di Susanna Lollini, Camilla Vivian quella di Maria Acierno, Ivan Cotroneo quella di Antonio Rotelli, Lyas Laamari quella di Cristina Franchini e Diego Passoni di quella di Luciana Goisis.

Sul significato di un tale convegno, patrocinato dal Comune di Firenze, dalla Regione Toscana e dall’Università degli studi di Udine, così s’è espresso ai nostri microfoni il penalista Stefano Chinotti, coordinatore del comitato scientifico dell’associazione: «Il decennale dalla fondazione di Avvocatura per i Diritti Lgbti – Rete Lenford costituirà senza dubbio un’occasione per celebrare i risultati che si è riusciti a raggiungere in questi dieci anni ma anche un momento di riflessione su quello che ancora manca.

Le legge sulle unioni civili ha certamente contribuito a riconoscere visibilità a una realtà, quella delle coppie omoaffettive, fino ad allora, di fatto, ignorata dal legislatore ma anche da ampi settori della società civile. Resta ancora molto da fare in tema di riconoscimento dell’omogenitorialità e della lotta contro i crimini d’odio. Il nostro obiettivo primario resta sempre e comunque quello del matrimonio egualitario.

Al convegno di Firenze si parlerà, dunque, di questi argomenti in una prospettiva più orientata sul da farsi piuttosto che sul già fatto».

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Abbracci, lacrime, danze. Così al Prince Alfred Park di Sydney attivisti e sostenitori dei diritti delle persone Lgbti hanno accolto il risultato del sondaggio governativo sul matrimonio egualitario. Dei 12,7 milioni di australiani che hanno preso parte all'indagine governativa, il 61,6% ha votato sì e il 38,4% ha votato no. Una partecipazione, dunque, molto elevata: ha infatti aderito con voto postale con il 79,5% degli aventi diritto.

Per il primo ministro conservatore Malcolm Turnbull il verdetto referendario è «inequivocabile e praticamente unanime». Come tale dovrà diventare legge «entro Natale». Di per sé l’indagine governativa non è vincolante. Ma il Parlamento australiano non potrà non tenerne conto.

Il messaggio del premier durante una conferenza stampa a Canberra è sembrato soprattutto rivolto ai suoi compagni di partito. Gli australiani «hanno votato si per l'equità, per l'impegno e per l'amore. Ora spetta a noi fare il lavoro che ci hanno chiesto di fare». L'alto tasso di affluenza e il risultato referendario sono stati un rimprovero per i politici più conservatori dell'Australia. Molti di essi hanno infatti visto la maggioranza dei propri elettori sostenere il matrimonio egualitario.

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L’8 settembre Senio Bonini, volto noto della Rai, si è unito civilmente con Rosario Capasso. A distanza di alcune settimane ci ha raccontato come ha vissuto quella giornata.

Senio, prima di tutto  auguri  per  la tua unione civile. Grande festa, molte foto, tanti partecipanti. Eravate bellissimi e con tanto affetto intorno a voi. Ci racconti quali sono state le vostre emozioni?

È stata un’emozione unica, che non avrei mai pensato di provare. Neppure nei giorni precedenti la celebrazione, quando fantasticavamo su quel che sarebbe stato, abbiamo immaginato quanto poi sarebbe stato intenso. Gli sguardi felici di chi ci attendeva a Caracalla, i sorrisi, un affetto vero allo stato solido. Reso più prezioso, forse inconsciamente in quei minuti, dalla percezione sottile ma presente, del fatto che per anni, neppure ci potevamo azzardare di immaginarcela in Italia una cosa del genere. E poi le famiglie riunite, i nostri più cari amici, i testimoni che uno a uno hanno parlato personalizzando la cerimonia, di per se un po’ burocratica, ma nel nostro caso davvero molto sentimentale. Ma soprattutto il “fuori-programma” come l’ha definito la nostra “celebrante”, la mia amica Giorgia (Cardinaletti, conduttrice della Domenica Sportiva, ndr). Mia madre che decide di parlare e con poche, soppesate, parole mi regala frasi che chiudono il cerchio di una vita intera. Nemmeno un regista avrebbe pensato a tanto. 

La legge sull’unioni civili è un passo avanti. Eppure, anche alla luce di quanto previsto per la Terza Conferenza nazionale della Famiglia, sembra che la strada sia ancora lunga  per il matrimonio ugualitario. Quali possono essere secondo te le nuove strategie da mettere in campo per sensibilizzare il mondo della politica?

Ho seguito passo passo l’iter della legge sulle unioni civili. Ho “interpellato” più volte sull’argomento Matteo Renzi, da cronista di Rainews24 a Palazzo Chigi. Ed ero in piazza quel giorno di maggio del 2016. Penso che dovremmo attendere le prossime elezioni politiche di primavera, capire con quali maggioranze si dovrà confrontare il movimento. Certamente dovremo continuare a “inseguire” l’Europa, quell’Europa evoluta che ci ha storicamente preceduto su tanti fronti. E contare fortemente sul fatto che - come abbiamo sperimentato noi sulla nostra pelle il giorno della nostra unione civile - amici, parenti e conoscenti hanno interpretato il nostro “sì” come un matrimonio, parlavano di matrimonio, ci indicavano e continuano a indicarci come “sposi e mariti” e a declinarci con il verbo “sposare”. Per loro, nella sostanza, siamo sposati ed abbiamo celebrato il nostro matrimonio. Punto. Sta al legislatore superare le ritrosie semantiche di un Parlamento ipocrita e allo stesso tempo eliminare quelle odiose discrasie che ancora ci separano fattivamente dal concetto di matrimonio egualitario.  

Nel nostro Paese il mondo dell’informazione, se pur con qualche eccezione, non sembra abbia fatto passi in avanti e spesso leggiamo articoli o ascoltiamo programmi ricchi di errori terminologici e con contenuti fortemente omofobi e transfobici. Quali sono i tuoi suggerimenti per una informazione più equilibrata e, soprattutto, antidiscriminatoria?

Penso all’ultimo odioso stupro di Rimini. Una coppia brutalizzata, con lei vittima di violenza sessuale, stesso tragico destino toccato a una trans in quella notte di follia. La quasi totalità dei servizi andati in onda si soffermava sulla descrizione, anche eccessivamente dettagliata, quasi morbosa, dell’aggressione alla ragazza polacca. Poche righe per la trans, spesso indicata al maschile. L’ho trovato sconfortante. Il rimedio? Formazione e informazione. A partire dalle Scuole di giornalismo che devono aprirsi a seminari sull’informazione di genere. L’ordine dei giornalisti dovrebbe impegnarsi di più, siamo costretti a seguire decine di corsi di formazione per accumulare quei crediti che una dubbia riforma ci ha imposto ma sul tema non ne ho ancora visti. Seminari che andrebbero organizzati ovviamente coinvolgendo le associazione lgbtq. Potremmo fare squadra e organizzarli insieme, no?

Senio, ci racconti il tuo  incontro  con Franco Grillini e perché ?

Domanda maliziosa (sorride). Tu che sai com’è andata mi provochi… Ebbene, è un episodio simpatico da ricordare. Avrò avuto 23-24 anni, mi ero appena laureato e stavo terminando un master in Relazioni Internazionali a Firenze. Dovevo iscrivermi alla Scuola di Giornalismo di Perugia ma ero a rischio chiamata per il servizio militare. Sapevo di una vecchia norma di legge che permetteva ai gay dichiarati l’esenzione dalla leva ma a patto di presentare fisicamente una sorta di “certificato di omosessualità”… incredibile, vero? E chi poteva rilasciare questa sorta di bolla papale se non Franco Grillini, allora presidente di Arcigay? E così partii da Firenze e mi presentai, previo appuntamento, a casa di Franco. Tranquilli, nessuna sorta di ius primae noctis, soltanto due risate e quattro chiacchiere. Mi chiese anche di collaborare con gaynews.it ma poi non se ne fece niente. E fantasticò su un improbabile Gay Pride da organizzarsi all’Elba, la mia isola. Io, tra me e me, immaginavo le reazioni dei miei ai carri e ai ballerini sul lungomare di Portoferraio… aiuto! E così uscii da quella casa con il mio pedigree da gay doc. Che alla fine non servì perché la naja fu eliminata per legge. Ma quel certificato a firma autografa di Franco da qualche parte devo ancora averlo…

Quest’anno sei co-conduttore del programma televisivo Agorà su Rai3, un’esperienza importante. In futuro ci saranno spazi per tematiche contro l’omofobia, la transfobia e il bullismo ?

Una grande occasione dopo anni passati in strada da inviato istituzionale. Sto in studio insieme a Serena Bortone, la padrona di casa. Toccheremo molti temi come del resto fatto in questi otto anni di trasmissione, una finestra sull’Italia: dalla politica alla società, dall’economia ai diritti. E certamente parleremo anche di questi temi, il rispetto degli altri, la non-discriminazione, la lotta contro la violenza di genere e il bullismo, l’ omofobia, tema peraltro sepolto al Senato da quasi tre anni. Nello stile di Rai3 avendo sempre a mente un concetto chiaro: la centralità del servizio pubblico. 

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Un vero e proprio plebiscito consultivo quello che è stato avviato in Australia, martedì 12 settembre, sulla legalizzazione o meno del matrimonio tra persone dello stesso sesso. I risultati, previsti per novembre e calcolati sulla base delle preferenze pervenute via posta, non saranno vincolanti. Ma l’eventuale vittoria del sì porterebbe automaticamente al voto parlamentare secondo la promessa del primo ministro Malcolm Turnbull.

Cosa, questa, che il fronte avverso al same-sex marriage, a partire dalla chiesa cattolica e dalle comunità cristiane riformate, vuole assolutamente scongiurare. E lo sta facendo con condanne reiterate della legalizzazione delle nozze delle persone omosessuali in nome d’una presunta violazione della libertà di religione.

Non meraviglia perciò se il pastore Seven North della comunità presbiteriana di Ebenezer St. John a Ballarat – che, per capirsi, è la stessa città in cui è stato parroco il card. George Pell, accusato d’abusi su minori compiuti negli anni ’70 del secolo scorso – abbia cancellato il previsto rito di benedizione nuziale d’una coppia, dopo che la futura sposa aveva pubblicato sul proprio profilo Fb un post in favore dell’approvazione del same-sex marriage.

In una lettera indirizzata alla giovane e al suo futuro marito il pastore ha dichiarato: «Potete certamente comprendere che il vostro impegno in favore delle unioni tra persone dello stesso sesso è contrario agli insegnamenti di Gesù Cristo oltre che alla posizione biblica della Chiesa presbiteriana di Australia e alla mia. Questa divergenza di vedute assume delle conseguenze pratiche per quanto riguarda il vostro futuro matrimonio. Celebrandolo, sembrerebbe che io sostenga le vostre opinioni sul matrimonio tra persone dello stesso stesso o che non mi importi di questa questione».

Sui social si sono susseguiti post in favore della coppia e parole d’attacco nei riguardi di North. Ma nel merito della decisione si è espresso anche il premier Turnbull che, nel difendere la presa d’atto del pastore, ha ricordato come le singole chiese siano «libere di sposare chi vogliono» e abbiano il «il diritto di sposare o non sposare chi vogliono. Fa parte della libertà religiosa. La mia stessa chiesa, la chiesa cattolica, si rifiuta di unire quelli che già sono stati sposati una volta».

Parole convinte, ma anche volte a smorzare i toni, quelle di Turnbull, promotore del sondaggio per la legalizzazione e personalmente favorevole al riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso.

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Se n’è andata a 88 anni Edith Windsor, paladina delle battaglie per i diritti Lgbti e icona del movimento rainbow. Ad annunciarne la morte la consorte Judith Kasen, che Edie, com’era affettuosamente chiamata, aveva sposato in seconde nozze a New York nell’ottobre 2016. Un atto quasi a suggello del contributo fondamentale dell’ex tecnica della società Ibm alla legalizzazione del same-sex marriage negli Usa.

Nel 2009, infatti, Edith, rimasta vedova di Thea Spyer con cui, dopo una lunga relazione iniziata nel 1963, aveva contratto matrimonio nel 2007 a Toronto (non essendo ciò consentito nello Stato di New York), era stata costretta, quale erede designata, a pagare 360mila dollari di tasse federali per la successione. Somma che non avrebbe versato se fosse stata sposata a un uomo secondo quanto stabilito dalla Sezione 3 del Defense of Marriage Act (Doma). Edie fece allora causa al Governo federale e il 26 giugno 2013 la Corte Suprema le diede ragione con la storica sentenza United States v. Windsor, che stabilì l’inconstituzionalità della sezione terza del Doma sul diverso trattamento in materia matrimoniale tra persone di sesso opposto e dello stesso sesso.

Pur permettendo il same-sex marriage a livello federale e limitatamente a 13 Stati insieme col distretto di Columbia, il verdetto spalancò la strada all’Obergfell v. Hodges con cui, in data 26 giugno 2015, la Corte Suprema riconobbe quale diritto costituzionale il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la conseguente impossibilità di limitazione nei singoli Stati.

Con Edie Windsor se ne va oggi una delle più belle pagine di storia statunitense e del movimento Lgbti. A ricordarne l'imperitura lezione sociale anche l'ex presidente Barack Obama che in lungo post su Fb ha fra l'altro scritto: «Il lungo viaggio dell'America verso l'uguaglianza è stato guidato da innumerevoli atti di perseveranza e alimentato dall'ostinata volontà di eroi tranquilli che difendono a voce alta quello che ritengono giusto. Pochi sono stati piccoli in altezza come Edie e pochi hanno fatto una differenza tanto grande in America».

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Riccardo Ceretti vive in Galizia. Tre anni fa si è unito in matrimonio col compagno Oscar Abades López. Per sapere qualcosa in più sull’attuale diritto di famiglia vigente in Spagna e sulla specifica situazione delle coppie di persone dello stesso sesso, lo abbiamo incontrato nella sua casa di Santiago de Compostela.

Riccardo, com’è la vita di un italiano sposato e che vive qui in Spagna?

Assolutamente normale. Anche se, a volte, l'aspetto "europeo" invece di semplificare le cose le complica. Ad esempio, per sposarmi ho dovuto far tradurre legalmente, e con costi a volte alti, alcuni documenti che ho presentato al Comune di Formentera dove mi sono unito in matrimonio tre anni fa, nel 2014.

Il mio caso, di italiano all'estero, è un po' particolare perché fino allo scorso anno passavo sei mesi a Santiago de Compostela e sei a Roma come guida turistica. Da quando ho deciso di fermarmi definitivamente in Spagna, ho dovuto necessariamente chiedere l'iscrizione all'Aire (Residenti italiani all'estero) soprattutto per facilitare il rinnovo di alcuni documenti. Anche perché si è obbligati a farlo.

Secondo la legislazione spagnola quali sono i tuoi diritti e quali tuoi doveri da coniugato?

Gli stessi diritti e doveri di due coniugi in Italia. O meglio, i diritti e i doveri richiesti dagli articoli 66, 67 e 68 del Codice civile spagnolo, che sono gli stessi di quelli richiesti dal Codice civile italiano in fase di celebrazione del matrimonio, soprattutto quelli espressi nell'articolo 143: «Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione».

Rispetto all'obbligo della fedeltà, che nelle unioni civili italiane non viene considerato perché non previsto, la legislazione della Galizia - la regione spagnola dove vivo -, prevede l'applicazione delle leggi civili matrimoniali. Quindi in caso di sola unione civile i diritti e doveri sono gli stessi da quelli richiesti dal matrimonio. Differente è il caso di comunione o separazione dei beni. In Spagna ogni ayuntamento o provincia ha le sue regole. Normalmente vige la separazione dei beni che viene riconosciuta automaticamente durante la celebrazione. Ma nel mio caso, essendomi sposato alla Baleari, dove vige l'iscrizione automatica della comunione dei beni, una volta celebrato il matrimonio, abbiamo dovuto modificare di fronte a un notaio il certificato matrimoniale in separazione dei beni.

Parliamo di omogenitorialità, tema quanto mai discusso in Italia. Come coniugato con persona di differente nazionalità, quali sono gli eventuali problemi nell'avere figli e quali sono invece le facilitazioni?

Non esistono problemi come non esistono per soggetti monogenitoriali, cioè single. L'unica via legale prevista è l'adozione sia per coppie di persone dello stesso sesso sia per uomini single. Diversa, invece, la situazione in caso di donne single, le quali hanno la possibilità di ricorrere alla fecondazione assistita. Ma per gli uomini ciò non è possibile in quanto, come in Italia, la Spagna non prevede la gestazione surrogata.

In caso di adozione le coppie omosessuali sono molto vincolate soprattutto con riferimento a bambini viventi all’estero. Il problema sono i Paesi stranieri che non consentono l’adozione a coppie di persone dello stesso sesso. Ad oggi l'unico Paese a concedere ciò alla Spagna è il Brasile. Inoltre, mentre per le adozioni nazionali il procedimento è del tutto gratuito, quelle internazionali comportano invece costi molto elevati in quanto vincolate a una serie di obblighi effettivamente cari.

Hai mai pensato con Oscar di adottare?

Sì, siamo in processo di adozione. I tempi, come in Italia, sono lunghi ma non si tratta d’una cosa impossibile. E, soprattutto, ci vuole molta pazienza. Noi abbiamo presentato tutta la documentazione, per l'adozione nazionale, circa due anni e mezzo fa. A quanto pare, dovremo aspettare ancora un paio di anni: quindi cinque in totale.

L'iter prevede quattro step differenti e obbligatori. Il primo riguarda un incontro, assolutamente generico, durante il quale vengono spiegate le linee guida di tutto il procedimento ed è presentata la prima documentazione. 

Il secondo prevede tre incontri obbligatori dalla durata di sei ore ciascuno. Ognuno di essi è guidato da psicologi, psicoterapeuti, sociologi ed è strutturato in maniera differente l'uno dall'altro. Sono incontri emotivamente coinvolgenti, positivamente ma anche negativamente, dove il tema protagonista è il benessere del bambino/bambina adottato/adottata ricreando delle situazioni tipo.

Il terzo incontro prevede un colloquio psicoattitudinale con psicologa e assistente sociale. Tale colloquio è effettuato prima singolarmente poi in coppia. Infine viene valutata la situazione domestica, cioè il luogo dove il/la futuro/a bambino/bambina vivrà. Così letto, potrà sembrare qualcosa di complicato o impossibile. Ma tutto è fatto in modo da risultare naturale e tranquillo. 

Un’ultima cosa sui tempi di attesa. Noi abbiamo fatto richiesta di un bebè (0-1 anno). Questo è il motivo per cui dovranno passare cinque anni. L'attesa dipende anche dalla "disponibilità'" dei minori che, fortunatamente, negli ultimi due anni, è scesa drasticamente. Il che vuol dire che ci sono meno bambini abbandonati o minori che vivono in condizioni  gravi. Se la richiesta di adozione è rivolta a bambini un po' più grandi (3-5 anni) o addirittura adolescenti, i tempi di attesa si dimezzano.

In Italia ci sono ancora molta omofobia e transfobia. Sulla base della tua esperienza tali questioni come sono trattate in Spagna?

Io dico sempre che le situazioni paradisiache non esistono in nessun luogo. Una cosa è certa: bisogna educare. Anche qui in Spagna avvengono casi di omofobia e transfobia ma, fortunatamente, sempre meno. Io personalmente non ho mai avuto problemi né qui né tantomeno in Italia.

Come coppia avete mai pensato di trasferivi in Italia?

Assolutamente sì come in altri luoghi del mondo. Oscar, mio marito, lavora nel campo della moda e in Italia ci sarebbero molte opportunità (lui stesso ha già lavorato a Firenze per due anni). Ma al momento restiamo qui per motivi sia professionali sia sentimentali. E poi è difficile abbandonare lo stile di vita spagnolo. Problemi sì ma con il sorriso si trova sempre il tempo per andare a bere una cerveza

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Iniziato il 28 luglio, si conclude oggi il Belfast Pride Festival. Dieci giorni caratterizzati da oltre 100 eventi ricreativi e culturali, che hanno visto riversarsi nella capitale dell’Irlanda del Nord oltre 50mila persone. Momento culminante della kermesse Lgbti è stata la parata che, partita ieri alle 11.30 da Custom House Square, si è snodata per le vie principali della città al grido We are One per concludersi alle 13.00 sul luogo d’avvio.

Decine di migliaia di persone hanno così ricalcato le orme di quei 100 pionieri che nel giugno 1991 organizzarono la prima marcia dell’orgoglio Lgbti in città. Ad aprire il corteo arcobaleno Mary Ellen Campbell, la prima vicesindaca di Belfast apertamente omosessuale. Presenti inoltre per la prima volta agenti in divisa del corpi di polizia dell’Irlanda del Nord (Psni) e della Repubblica d’Irlanda (An Garda Síochána). Non sono mancate piccole contromanifestazioni come quella di alcuni esponenti di confessioni cristiane che, davanti alla City Hall, hanno esposto cartelli con inviti evangelici alla conversione e penitenza.

Ma proprio nella mattinata d’ieri il neopremier irlandese Leo Eric Varadkar (entrato in carica il 14 giugno scorso), partecipando al Pride Breakfast in un pub di Belfast, ha dichiarato che il raggiungimento del matrimonio egualitario in Irlanda del Nord è solo «questione di tempo». Primo capo del governo della Repubblica d’Irlanda ad essersi dichiarato gay, Varadkar ha aggiunto: «Non sono qui per far arrabbiare nessuno ma per mostrare il mio sostegno e il sostegno del mio governo all'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge a prescindere da dove essi risiedano».

A differenza infatti della Repubblica d’Irlanda, dove il same-sex marriage è stato legalizzato nel 2015, e delle nazioni costitutive del Regno Unito il Northern Ireland non ha ancora normato le nozze tra persone dello stesso sesso. A essere fortemente contrari i conservatori di destra del Partito unionista democratico (Dup), il cui apporto è stato decisivo per la formazione del governo di Theresa May. Favorevoli, invece, i cattolici nazionalisti dello Sinn Féin, la cui leader Michelle O’Neill ha partecipato al Belfast Pride Breakfast col premier Varadkar ed esponenti di locali associazioni Lgbti. 

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