Si è cosparso di benzina e poi si è dato fuoco per protestare contro la distruzione ecologica del pianeta. È morto così carbonizzato nel Prospect Park di Brooklyn il noto avvocato 60enne David Buckel, specializzato in cause a difesa dei diritti delle persone Lgbti.

Componente di Lambda Legal, l'apporto di Buckel al riconoscimento legale del same-sex marriage ngli Usa è stato fondamentale soprattutto alla luce delle vittorie processuali conseguite nel New Jersey e nell'Iowa

Il suo nome acquistò rilievo internazionale quando nel 1999 il film Boys Don't Cry – che fece vincere a Hilary Ann Swank l'Oscar quale migliore attrice protagonista – portò sul grande schermo le vicissitudini e l'omicidio del giovane transgender Brandon Teena, dei cui eredi Buckel aveva assunto la difesa.

I resti dell’avvocato sono stati trovati dai passanti. In un carello della spesa, posizionato accanto al corpo, un biglietto su cui Buckel aveva espresso la speranza che la sua morte «potesse servire agli altri» .

«L'inquinamento – così nel testo inviato precedentemente via mail a vari quotidiani tra cui anche The New York Times - sconvolge il nostro pianeta... La maggior parte degli esseri umani sul pianeta respira aria resa malsana dai combustibili fossili e molti muoiono. La mia morte precoce da combustibile fossile rifletta quel che stiamo facendo a noi stessi».

Di lui l'avvocata Susan Sommer, già componente di Lamba Legal e consigliera generale presso la Sezione Penale del Tribunale di New York, ha affermato: «David era un avvocato molto intelligente e metodico. Conosceva la sua arte e il suo mestiere: era strategico nel procedere a blocchi verso una vittoria radicale».

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Mentre in Italia il presidente della Provincia di Trento Ugo Rossi nega il patrocinio al Dolomiti Pride con argomentazioni trite e ritrite – le quali mostrano ancora una volta il volto peggiore d’un centrosinistra dominato dai cattodem –, nella Repubblica di Costa Rica è proprio un candidato di centrosinistra a vincere a sorpresa le elezioni presidenziali. Una vittoria, la sua, strettamente correlata all’aperto e continuato sostegno, nel corso di tutta la campagna elettorale, del matrimonio egualitario e, più in generale, dei diritti civili nonché dell'eliminazione delle storiche diseguaglianze nel Paese.

Prima del 2 aprile il 38enne Carlos Alavarado era dato per perdente. Il suo antagonista, invece, Fabricio Alvarado, era in testa a tutti i sondaggi: espressione di quella destra cristiana evangelicale che si è purtroppo molto diffusa nel Sudamerica.

Il connubio tra politica di destra e fanatismo clerico-evangelicale costituisce, come noto, un mix davvero esplosivo. E, non a caso, a caratterizzare tale connubio c'è proprio il rifiuto del matrimonio egualitario, dei diritti civili delle persone Lgbt, dell'aborto, dell'educazione sessuale nelle scuole, dell'eutanasia e, in generale, di ogni diritto civile legato a questioni "eticamente sensibili".

Questo tipo di alleanza ha portato negli Usa a quei referendum decisivi, ad esempio, per la sconfitta del democratico John Kerry alle elezioni presidenziali del 2004 allorquando la Christian coalition segnò in maniera determinante la vittoria del repubblicano George Bush jr. La Christian coalition era guidata da quel predicatore evangelicale Ted Arthur Haggard, più conosciuto come Pastor Ted, che poi venne pizzicato a consumare droga negli incontri con un escort 49enne. Ennesima riprova di come i più rigidi moralisti abbiano poi comportamenti diametralmente opposti nel privato.

È quanto spesso successo anche in Europa. È bene ricordare il referendum che, promosso in Slovenia dalla locale chiesa cattolica, ha portato all'abrogazione del matrimonio egualitario. Al pari della petizione sostenuta in Romania dalla gerarchia ortodossa e cattolica, che ha raccolto 3 milioni di firme per inserire nella Costituzione il divieto di riconoscimento di matrimonio e unioni civili tra persone dello stesso sesso. Per non parlare dei Paesi ex sovietici che, sempre sotto l'impulso di fanatici ortodossi, stanno modificando le loro Costituzioni in materia matrimoniale e giusfamiliare per escludere qualsiasi riconoscimento dei diritti delle coppie Lgbt.

Alla luce di tutto ciò quanto successo nella Repubblica di Costa Rica assume un chiaro significato di controtendenza. Carlos Alvarado è stato eletto al secondo turno il 60,74% dei consensi sconfiggendo così l'avversario che si è fermato al 39,26%. Evidentemente i cittadini della Costa Rica hanno scelto la libertà respingendo quella che si potrebbe definire una versione cristiana della Shari’a.

Questo dimostra quanto sia sbagliata la convinzione, tutta italiana, che i diritti civili facciano perdere voti e che non si possano vincere le elezioni con una piattaforma laica. Dimostra che il matrimonio egualitario può ottenere l'approvazione della maggior parte della cittadinanza quando è inserito nella più ampia battaglia delle libertà civili riguardanti tutti.

E dimostra come il disprezzo verso i Pride sia un fenomeno tutto italiano. Altrove la classe politica progressista partecipa a tali manifestazioni come avviene, ad esempio, in Germania dove Verdi, Spd e persino la Cdu scendono in piazza con un proprio carro ai Pride di rilievo nazionale. Né si può dimenticare Sadiq Khan, il sindaco musulmano di Londra, accolto con una vera e propria ovazione, quando lo scorso anno prese parte al Pride nella capitale britannica.

Qualche decennio fa sono passato per la Costa Rica nel corso di un viaggio in Centroamerica. Si tratta di un Paese bellissimo dalla tipica vegetazione tropicale e dal clima per me perfetto. Un tempo si parlava dei Paesi dell'America Latina come di luoghi dominati dalle dittature fasciste, con radicali divisioni di classe, con situazioni sociali molto compromesse. Ora buona parte di essi è stata protagonista di clamorose rinascite culturali e democratiche che, come nel caso della Costa Rica, hanno persino qualcosa da insegnare all'Italia cattoleghista.

È proprio il caso di dire: Lunga vita al presidente Carlos Alvarado.

 

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Grazie, Costa Rica. Con questo semplice tweet il 38enne Carlos Alvarado Quesada - che, prima d'entrare in politica, è stato giornalista, scrittore di romanzi e componente della rock band Dramatika - ha annunciato d’essere il nuovo presidente del Paese centramericano per il quadriennio 2018-2022.

Il Tribunale supremo delle elezioni l’ha proclamato vincitore una volta superata la soglia del 91% dei voti scrutinati. Il candidato del Partido Acción Ciudadana (Pac), già ministro dello Sviluppo umano e dell'Inclusione sociale e, successivamente, del Lavoro nell'attuale governo di Luis Guillermo Solis, ha ottenuto il 60,74% dei consensi a fronte del 39,26% conseguito dal suo avversario. Si tratta del pastore evangelicale Fabricio Alvarado del Partido Restauración Nacional (Prc), che si è felicitato col neoeletto via Twitter.

Il voto è arrivato al termine di un'infuocata campagna che ha avuto come terreno di scontro il matrimonio egualitario. Campagna su cui ha pesato la sentenza della Corte interamericana per i diritti umani, che il 9 gennaio ha stabilito il riconoscimento legale delle nozze tra persone dello stesso sesso in tutti i Paesi membri. 

Fabricio Alvarado aveva cavalcato il fronte del no, attaccando nei comizi anche la fecondazione in vitro e l'adozione di programmi d'educazione all'affettività nelle scuole secondarie.

Accusando l’avversario di basarsi su "posizioni cristiane estreme", Carlos Alvarado aveva invece sostenuto l'accesso al matrimonio per persone dello stesso sesso e la piena parità dei diritti.

Non a caso uno dei suoi primi tweet si conclude con le parole: Abbiamo visto un Paese con diseguaglianze che dobbiamo correggere

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Intervendo ieri a GhanaWeb Tv nel corso della trasmissione 21 Minutes with KKB, l’ambasciatore Usa Robert P. Jackson ha affrontato vari argomenti: dalla corruzione del Ghana allo stato di sicurezza nazionale, dal trasferimento nel Paese di due ex detenuti di Guantanamo a quello dell’omosessualità. Al riguardo il diplomatico ha affermato: «Credo che in Ghana ci siano molti più gay di quanti possano immaginare i ghanesi. Ma la maggior parte d’essi nasconde il proprio orientamento sessuale a causa della pressione sociale».

Ragione per cui Jackson ha auspicato la depenalizzazione dell’omosessualità in Ghana pur ribadendo che gli Stati Uniti non intendono assolutamente costringere alcun Paese a una modifica della propria legislazione al riguardo. «Chiediamo solo – ha spiegato – che tutte le persone siano trattate allo stesso modo. Che si vedano riconosciuti gli stessi diritti umani nonché il diritto alla privacy».

L’ambasciatore ha ricordato come proprio negli Usa le persone Lgbti siano state a lungo discriminate e come il matrimonio egualitario sia divenuto legale in tutti i suoi Stati solo a partire dal 2015. Ritenendo il Ghana «un Paese molto tollerante», Jackson ha pertanto sostenuto che nell’arco di dieci anni le persone omosessuali dovrebbero essere pienamente accettate e non più dunque penalmente perseguite.

Ottica, questa, consentanea a quella dello stesso presidente Akufo-Addo che, in un’intervista rilasciata lo scorso anno ad Al Jazeera, aveva affermato come probabile la futura depenalizzazione dell’omosessualità in Ghana. In correlazione, ovviamente, con la crescente opinione pubblica a favore di un tale atto.

Non bisogna dimenticare che, secondo quanto evidenziato in uno studio condotto nel 2015 da Africa Express, la criminalizzazione dell’omosessualità in «quasi tutti gli Stati africani ex colonie britanniche» è un retaggio della legislazione inglese d’epoca vittoriana.

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C’è una piccola pattuglia di persone Lgbti e gay-friendly che sono state elette nell’attuale Parlamento. A partire dall’amica Monica Cirinnà, prima firmataria della legge sulle unioni civili e grande alleata nelle battaglie arcobaleno: la sua presenza qualifica un po’ anche questa legislatura perché come tutti sappiamo le celebrazioni delle unioni civili hanno avuto in Italia un grande successo. Era perciò indispensabile che chi rappresenta da un punto di vista parlamentare l’immagine di questa battaglia tornasse sugli scranni di Palazzo Madama. Sia per proseguire il discorso delle unioni civili e tenere accesa la fiaccola del matrimonio egualitario sia per garantire una vigilanza quanto mai indispensabile, data la vittoria elettorale di forze politiche che non possiamo certamente dire amiche della collettività Lgbti.

C’è poi Tommaso Cerno, la cui elezione in un collegio senatoriale di Milano col quasi 42% di preferenze e 100mila voti, rappresenta un dato rilevante di consenso anche personale. Ma, di sicuro, essa costituisce un’indicazione, relativamente all’area di Milano, di una condivisione della battaglia sui diritti. Condivisione, da parte di chi l’ha votato, che ci riempie il cuore di speranza. Tommaso è al suo primo mandato. Tutti noi dobbiamo aiutarlo nella sua attività di neosenatore dal momento che a Palazzo Madama la situazione è persino più difficile in termini numerici rispetto a quella della Camera.

L’elezione di Alessandro Zan rappresenta un dato rilevante perché sarà a Montecitorio, dove centinaia di fascioleghisti e Fratelli d’Italia non sono certamente friendly nei nostri confronti. Sempre alla Camera ci sarà anche Ivan Scalfarotto che ha promesso il suo impegno a difesa dei diritti delle persone Lgbti.

A loro tutti l’intera redazione di Gaynews formula auguri di buon lavoro con l’impegno a sostenere l’attività parlamentare di ognuno attraverso quella corretta informazione che da 20 anni contraddistingue il nostro quotidiano.

Come già scritto nei precedenti editoriali, si chiede a questi amici e amiche di fare i watch dog in un Parlamento fortemente orientato a destra con esponenti che non hanno remora a richiamarsi esplicitamente al Ventennio fascista.

I dati dell’elezioni sono definitivi e il quadro che ci si presenta è quello di un Paese ingovernabile. Nessun partito e nessuna coalizione, infatti, ha i numeri sufficienti per governare. Al riguardo si profila quindi un lungo stallo alla ricerca di una soluzione che, al momento, non pare all’orizzonte. Come sappiamo, è una situazione simile a quella accaduta in diversi altri Paesi come la Grecia, la Spagna, il Belgio e la stessa Germania dove sono stati necessari cinque mesi per definire una maggioranza di governo in termini di Grosse Koalition. In Italia, al momento, è molto difficile pensare a una maggioranza formata da una coalizione che abbia i numeri sufficienti per governare.

Per fortuna il centrodestra, che pure ha preso il 37% alla Camera, ha “solo” 260 parlamentari: gliene mancano quindi oltre 60 per governare. E dico per fortuna perché si tratta di un centrodestra a trazione fascioleghista. E possiamo tutti immaginare – è inutile dirlo – che un governo con Salvini quale presidente del Consiglio sarebbe per la collettività Lgbti un disastro. E lo sarebbe, perché alcune forze politiche in campagna elettorale hanno promesso la cancellazione della legge sulle unioni civili e probabilmente la riscrittura del testamento biologico e di altre norme, riguardanti i diritti, che il centrosinistra ha meritatamente varato.

Qui siamo di fronte a un trumpismo senza Trump, volendosi smantellare quanto di buono ha fatto il centrosinistra. Senza capire però bene che cosa si voglia fare al suo posto perché i programmi sono tutt’altro che chiari.

Certo è che un governo a guida Salvini rappresenterebbe un cambio radicale nella cultura, nel costume, nel modo di pensare il rapporto tra cittadini e Stato. In tal caso è necessario prepararsi a una lunga stagione di resistenza. Dove la parola resistenza rassomiglia molto, tranne che per alcune conseguenze estreme, a quella da opporre a ciò che potrebbe essere un regime autoritario.

L’altra prospettiva è quella di una coalizione tra il M5s – che è il vero vincitore di quest’elezioni in termini di voti conseguiti da un partito –, il Pd e, magari, anche con la pattuglia dei parlamentari di LeU.

Da un punto di vista degli interessi del Pd sarebbe una prospettiva suicida perché l’appoggio a un governo pentastellato significherebbe un ulteriore tracollo alle urne. Dal nostro punto di vista sarebbe una prospettiva un po’ più tranquillizzante perché non ci troveremmo, in questo caso, alla presenza a Palazzo Chigi dei fascioleghisti e dell’estrema destra.

È ovvio che i nostri interessi sono un po’ diversi da quelli del Pd. Di un partito, cioè, che si trova di fronte al risultato peggiore del dopoguerra se intendiamo il Pd quale continuum del Pci e Ds. Di un partito che si trova nella situazione, stante le dimissioni vere o finte di Matteo Renzi, a dovere rinnovare radicalmente la leadership e la propria politica. Cambiando, perciò, l’immagine avuta finora: quella, cioè, del perdente nonostante i successi del governo Gentiloni e nonostante alcune leggi che noi riteniamo fondamentali come quella sulle unioni civili o sul biotestamento.

Se non si troverà una maggioranza parlamentare l’extrema ratio sarà un “governo del Presidente” con tutti dentro, un “governo di scopo” di durata limitata con il compito di rifare la legge elettorale e di approvare la legge di bilancio. Anche in questo caso sarebbe difficile per i fascioleghisti manomettere la legislazione sui diritti.

Personalmente sono tra quanti pensano che non si tornerà al voto tanto presto anche se l’iter per la costituzione di un governo con maggioranza parlamentare potrebbe essere molto lungo. Non c’è dubbio che a questo punto il compito della collettività Lgbti e, nel nostro piccolo, anche dell’informazione Lgbti sarà quello di vigilare con la massima attenzione perché non ci sia nessun passo indietro sui diritti acquisiti. Ma anche di moltiplicare nel Paese e in ogni città iniziative sui temi che ci stanno più a cuore: dal matrimonio egualitario alla legge contro l’omotranfobia fino alla welfare per la collettività Lgbti. In modo tale da rimarcare una presenza diffusa su tutto il territorio nazionale che sia di monito a chiunque voglia tentare dei disastrosi passi indietro in materia di diritti.

Quindi il mio appello è quello di rimboccarsi le maniche e agire con sentimenti di rinnovata e passionale militanza per far sì che la visibilità Lgbti in Italia sia sempre più forte al di là di chi è al governo del Paese, col quale comunque dovremmo misurarci.

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Giorni fa Berlusconi è tornato alla carica sulle unioni civili e questa volta senza mezzi termini. Ha infatti detto di voler cancellare la legge senza però tornare alla situazione di prima. Non chiarendo però che cosa voglia dire esattamente: modifica, cancellazione, riforma costituzionale e via dicendo. È evidente che Berlusconi sta inseguendo il voto dell’elettorato ultracattolico. Un voto a mio parere irrilevante ma non secondo il Cavaliere. Soprattutto, forse, per la concorrenza con la Lega che non sembra invece insistere su questi terreni. Al pari di Fratelli d’Italia che definisce l’argomento una “non priorità”. Leghisti ed ex fascisti insistono sul no all’adozione e alla Gpa.

Abbiamo perciò una situazione inedita, per cui chi dovrebbe essere il polo moderato ed europeista del centrodestra si trasforma invece in quello estremista dell’integralismo clericale. Per la verità una parte del gruppo parlamentare di Forza Italia ha votato le unioni civili. Non a caso sia Stefania Prestigiacomo sia Mara Carfagna hanno cercato, negli ultimi giorni, di mettere una pezza alle dichiarazioni berlusconiane dicendo che i diritti non saranno modificati.

È necessario piuttosto chiedersi se nel nuovo Parlamento sarà modificabile o meno la legge sulle unioni civili. Io direi proprio di no. L’Italia è il Paese più arretrato dal punto di vista dei diritti civili. Mentre quasi tutta la vecchia Europa ha una legge sul matrimonio egualitario, l’Italia ha solo quella sulle unioni civili. Una legge che ovviamente tutti noi abbiamo aspettato per decenni. Una legge che costituisce un punto fermo sulla questione dei diritti delle persone omosessuali del nostro Paese. 

Tuttavia, come detto più volte come sottolineato dalla stessa prima firmataria, questa legge ha numerosi difetti. In primo luogo non si tratta di matrimonio egualitario. In secondo luogo non risolve la questione della genitorialità delle persone omosessuali. In terzo luogo contiene una definizione delle coppie di persone dello stesso sesso per noi inaccettabile. Questo essere chiamati “formazione sociale specifica” – per distinguere nettamente le unioni civili dal matrimonio – è stato ovviamente un contentino all’ala cattodem candidata, ahinoi, massicciamente nelle liste Pd per le prossime elezioni nonché un messaggio esplicito al Vaticano. 

Proprio a proposito del Vaticano bisogna dire che fino a questo momento non ci sono stati messaggi a sostegno delle uscite di Berlusconi se non sulle pagine dell’Avvenire, il fogliaccio dei vescovi italiani. Berlusconi sembra addirittura andare oltre la soglia di ciò che viene richiesto dagli stessi cattolici. Non dico ovviamente gli integralisti, che chiedono l’abolizione secca della legge, ma tutti gli altri i quali sembrano essersi resi conto che questa legge è condivisa dalla maggior parte dell’opinione pubblica italiana. 

Proprio questo mi sembra il punto: il rapporto tra una norma e ciò che ne pensa la maggioranza del Paese. Io credo che sulle unioni civili ben oltre il 50% del Paese sia assolutamente d’accordo. Lo abbiamo visto nelle decine e decine di celebrazioni, dove di solito erano presenti non solo le famiglie delle persone che si univano civilmente, ma spesso e volentieri anche una parte della popolazione locale. Che, soprattutto nei piccoli centri, faceva da ala a un evento visto come un’importante novità e anche come elemento di giustizia sociale da tutti rivendicato.

Il numero elevato di unioni civili – che, considerate quelle celebrate all’estero, sono quasi 4.000 – dimostra che la legge era attesa e molto gradita in primo luogo alle persone omosessuali. 

Generalmente chi ha costituito un’unione civile ha una certa età ed è forse comprensibile che sia così. Perché è soprattutto dopo una certa età che emergono le necessità di sistemare le questioni patrimoniali in modo tale che non accadano situazioni molto sgradevoli come la spoliazione dell’eredità, della casa comune, dei beni comuni. Situazioni che si sono verificate purtroppo troppe volte in assenza di una legge (ne sono stato testimone in molti casi). In ogni caso le unioni civili rappresentano un elemento di certezza, un elemento di sicurezza. Difficile che sotto questo punto di vista Berlusconi possa farci tornare indietro. 

Per cancellare questa legge o modificarla profondamente occorre una solida maggioranza parlamentare che intanto speriamo che Berlusconi non abbia dopo il 4 marzo. E quindi occorre fare i conti anche con i numeri. Cosa che Berlusconi ovviamente in questo momento non sta facendo. 

Solo dopo le elezioni si potrà capire se non si sia trattato di pura propaganda elettorale da parte dell’uomo delle cene eleganti e delle Olgettine. Proprio qui sta il punto. Che l’ex presidente del Consiglio (il leader politico che nella vita privata ha avuto il comportamento ritenuto più immorale di tutti i leader politici italiani) si metta a fare la morale sulle unioni civili non sta né in cielo né in terra. Ci sarebbe da sganasciarsi dal ridere se non avessimo a che fare con delle elezioni che, per quanto complesse, per quanto sfilacciate, per quanto deboli vista la mediocrità delle presenze politiche, potrebbero determinare maggioranza politiche per i prossimi cinque anni. Come potrebbero riportarci al voto a breve. In ogni caso sono elezioni da non prendere sotto gamba. 

Ci sono molte persone che hanno la tentazione di non andare a votare, che non sanno che cosa votare a queste elezioni così brutte, così mediocri, con programmi delle forze politiche così poco attraenti.

Ma le uscite di Berlusconi sulle unioni civili ci devono far capire che prima di tutto bisogna dare un contributo per battere la destra al di là di qualsiasi altra considerazione.

Inizialmente sembrava che la questione Lgbti fosse stata messa ai margini della campagna elettorale: assenza pressoché totale dai programmi elettorali se si esclude la sinistra, nessun leader che parlava dei diritti civili e dei diritti Lgbti nelle varie e noiosissime comparsate televisive, molti candidati Lgbti senza possibilità di venire eletti se si escludono le candidature Pd di Zan, Cerno. E ci permetta l’amica Cirinnà di includere la sua tra quelle particolarmente gradite alla comunità Lgbti italiana.

Lo schieramento di destra (Berlusconi, Salvini, Meloni, Lupi), pur non essendo d’accordo su nulla, è riuscito a costruire quell’unità per le urne che corrisponde al desiderio, per altro legittimo, di quell’elettorato di battere la sinistra. 

Avrebbe dovuto essere così anche per i progressisti. Vale a dire che il primo pensiero dei partiti di centrosinistra sarebbe dovuto essere quello battere la destra, che è la peggiore d’Europa. La destra in cui sono maturati i pistoleri come quello di Macerata. Una destra che copre il fascismo. Una destra che è antieuropea. Una destra che odia gli omosessuali. Questa destra non deve e non può vincere. 

Quindi il mio è un appello a tutte le persone Lgbti, ai loro amici, ai loro familiari di andare a votare. Votate chi vi pare ma votate contro questa destra che ci vuole togliere i diritti sacrosanti e persino quelli faticosamente acquisiti. Diritti che sono costati decenni di lotte. Diritti che abbiamo conquistato faticosamente. Diritti che non possono e non devono essere messi in discussione. Diritti di cui moltissimo amici non possono più usufruire perché ci hanno lasciato da tempo magari dicendoci proprio di vivere noi ciò che a loro era stato precluso.

(Oggi Berlusconi ha fatto nuovamente marcia indietro sulle civili. «Mi sono espresso male – così ha dichiarato stamani a UnoMattina – o sono stato frainteso». Un andirivieni di dichiarazioni, insomma, che sono evidente riprova di come Berlusconi guardi con attenzione al voto d’un elettorato da sacrestia ma senza stringersi troppo a esso in un abbraccio forse fatale).

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Con la firma del governatore John Rankin è entrata in vigore, mercoledì scorso, in Bermuda la legge che, approvata l’8 dicembre scorso dalla Camera dell’Assemblea, sbarra l’accesso al same-sex marriage e consente le sole unioni civili. Un notevole passo indietro per l’arcipelago caraibico.

Il matrimonio tra persone dello stesso era infatti divenuto legale a seguito della sentenza emessa, il 5 maggio 2017, dalla presidente della Corte Suprema, Charles-Etta Simmons, a favore dei ricorrenti Winston Godwin e Greg DeRoche. Sentenza che ha così consentito la celebrazione del same-sex marriage (il primo in data 31 maggio per un numero complessivo di sette matrimoni fino all’8 dicembre) in Bermuda. Che, come noto, è un territorio d'oltremare britannico e componente della comunità caraibica (Caricom).

Ma i cui abitanti (poco più di 60mila) sono nel complesso tutt’altro che gayfriendly. Riprova ne è (anche se poi considerato invalido per il mancato raggiungimento del quorum previsto) il risultato del referendum non vincolante del 23 giugno 2016 su unioni civili e nozze tra persone dello stesso sesso: su 20.804 votanti ben 13.003 e 14.192 si erano rispettivamente espressi contrari (63.03% e 68.54 %) di contro al 31 e 37% dei favorevoli.

Dal Regno Unito – essendo l’arcipelago bermudino un dominio di Sua Maestà Elisabetta II – non si sono fatte attendere le reazioni. A partire da quella del deputato laburista Chris Bryant che ha presentato al riguardo un'interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Boris Johnson.

Nel frattempo Harriet Baldwin, sottosegretaria agli Esteri, ha riferito che il governo è «ovviamente contrariato» per quanto successo in Bermuda.  Ma che per il caso in questione non ci sarebbero gli estremi per esercitare il potere di bloccare le leggi non gradite nei territori d'oltremare. Tanto più che Londra non è mai intervenuta nel processo legislativo di Bermuda da quando (1968) vi è stata introdotta la costituzione. Motivazioni ritenute inaccettabili da laburisti e attivisti, che hanno bollato quale vergognoso il mancato intervento di Boris Johnson.

Disappunto anche da parte della premier Theresa May, che attraverso il suo portavoce James Slack ha rilevato come il governo britannico sia «seriamente deluso che il Domestic Partnership Bill rimuova il diritto per le coppie dello stesso sesso di sposarsi a Bermuda» Ma aggiungendo che «la legge è stata democraticamente approvata dal Parlamento. E la nostra relazione con i territori d'oltremare è basata su collaborazione e rispetto per il loro diritto di auto-governo democratico».

In ogni caso la messa al bando del same-sex marriage rischia di avere ricadute economiche nell’arcipelago bermudino. Come hanno sottolineato esperti di turismo Lgbti, sarebbe un "disastro" dal momento che la recente normativa viene a interessare anche le compagnie di crociera, le cui navi sono registrate in Bermuda. Proprio a bordo di queste si sono celebrati nei mesi scorsi matrimoni tra persone dello stesso uso. Cosa che non sarà più possibile con la recente legge.

Dalla Carnival Uk, legata alla P&O Cruises and Cunard, hanno fatto sapere di «essere molto scontenti di questa decisione. Non sottovalutiamo lo scontento che causerà negli ospiti che avevano pianificato le loro nozze».

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Unica italiana a essere indicata, qualche anno fa, dal magazine Newsweek tra le 150 donne che muovono il mondo, Emma Bonino continua soprattutto a muovere la vita politica del Paese. 

La neoformazione +Europa, di cui è leader, partecipa infatti, in vista delle prossime elezioni politiche, alla coalizione di centrosinistra. E lei stessa è candidata al Senato nel collegio uninominale Lazio - Roma 01 (Gianicolense, Trionfale, Montesacro, Centro storico, Salario).

L'abbiamo raggiunta per chiederle quala sarà il suo impegno e quello di +Europa a tutela delle persone Lgbti.

I diritti delle persone Lgbti rientrano nel programma di +Europa. Perché una tale attenzione?

I Radicali sono stati vicini al movimento Lgbti sin dai suoi albori. Quando nacque il Fuori!, l’allora Partito Radicale aprì le sedi agli attivisti omosessuali che poi, nel novembre 1974, scelsero di federarsi con noi. Quando nel 1980 si scoprì della morte di una giovane coppia di ragazzi di Giarre, fu Pannella a darne la notizia al XXIV° Congresso del Partito Radicale. I militanti del Fuori e i radicali si precipitarono in Sicilia per farne una battaglia politica. Tra loro anche l’allora segretario Francesco Rutelli.

Molti nomi storici del movimento Lgbti italiano sono stati candidati, ed eletti, nelle liste radicali: basti citare Angelo Pezzana, fondatore del Fuori!, ed Enzo Cucco.

Più recentemente l’Associazione Radicale Certi Diritti è stata co-promotrice della Campagna di Affermazione civile che ha portato alle sentenze della Corte Costituzionale 138/2010 e della Cedu che hanno riconosciuto i diritti delle coppie dello stesso sesso e costretto l’Italia ad approvare la legge sulle unioni civili.

Oggi, tra i nostri candidati di +Europa vi sono due bravi attivisti dell’Associazione Radicale Certi Diritti: Yuri Guaiana, che l’anno scorso è stato arrestato in Russia mentre chiedeva semplicemente di avviare un’inchiesta sulle persecuzioni dei gay in Cecenia, e Leonardo Monaco.

Nel programma si parla di matrimonio egualitario e di riforma del diritto di famiglia. Assenti invece la depatologizzazione del transessualismo, il divieto delle mutilazioni genitali dei bambini intersex e, soprattutto, il tema omotransfobia. Ma Emma Bonino se ne occuperà qualora eletta? E, nel caso, come?

Non solo abbiamo il matrimonio egualitario, ma anche il riconoscimento dei figli alla nascita indipendentemente dal sesso dei genitori. Una famiglia è tale dove c’è amore, libertà e responsabilità. Gli italiani devono poter organizzare i propri affetti come meglio credono, non ci possono essere istituti chiusi a certe categorie di cittadini. La famiglia è un grande valore, ma quando diventa familismo è una prigione!

La legge sulle unioni civili è stato un passo avanti importante, ma soprattutto dovuto alla Cedu. Già perché +Europa (in questo caso il Consiglio d’Europa) vuol dire anche +Diritti e +Doveri.

La legge 164/1982, che ha consentito alle persone trans di cambiare sesso in Italia, è stata una vittoria delle coraggiose attiviste trans, ma anche dei deputati radicali che le hanno sostenute. Non vedo perché mai non dovremmo continuare a sostenere le richieste del movimento trans. Al di là dei programmi, quello che conta è la biografia politica dei candidati. Credo che la storia radicale in questo sia una garanzia.

Lo stesso vale per le persone intersex. Mi sono occupata a lungo di mutilazioni genitali femminili e le mutilazioni genitali intersex non sono molto diverse. L’Italia è già stata ammonita dall’Onu nel 2016 per questo e l’Associazione Radicale Certi Diritti segue da anni questa terribile violazione di diritti umani che avviene ancora nel nostro Paese.

Quanto alle discriminazioni e agli atti di violenza basate sull’orientamento sessuale, l’identità e l’espressione di genere, sono inaccettabili quanto tutte quelle basate su altre caratteristiche ascritte dell’individuo come il genere, la disabilità, l’età, l’etnia, la nazionalità e la religione. Il modo migliore per combatterle è un Piano nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni e l’assistenza alle vittime di discriminazione e crimini d’odio. Ma ci vuole un adeguato stanziamento finanziario per la sua implementazione. 

Legge 40: va abrogata? Perché ?

Grazie all’Associazione Luca Coscioni e a Filomena Gallo, candidata nelle nostre liste, abbiamo demolito una legge ideologica che ostacola la scienza e le libertà individuali. Ancora una volta la Cedu, quindi l’Europa, ha giocato un ruolo fondamentale. Pensate che grazie alle nostre battaglie, nel 2015 sono nati in Italia circa 13mila bambini. 

Ma ci sono ancora dei divieti assurdi e discriminatori che impediscono una procreazione libera e responsabile: tra questi il divieto di accesso alla Pma per donne single e coppie lesbiche.

Cosa pensa della petizione di alcune femministe ai Segretari di partito sul no alla surrogata?

Sulla gestazione per altri l’Associazione Radicale Certi Diritti e l’Associazione Luca Coscioni hanno lavorato a una proposta di legge che ne prevede una regolamentazione in grado di garantire i diritti di tutte le parti coinvolte. Dobbiamo saper proteggere cittadine e cittadini senza proibizionismi.

In ultimo... Quale valutazione delle candidature di +Europa? Troppo poche?

Ci sono alcuni di noi candidati in collegi uninominali sostenuti da tutta la coalizione di centro sinistra. Detto questo, più che valutare le candidature c’è da valutare questa legge elettorale: non solo non hanno rispettato la raccomandazione della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa per cui le leggi elettorali non si devono cambiare prima di un anno dalle elezioni (noi l’abbiamo cambiata circa tre mesi prima), ma hanno fatto anche una legge complicatissima e incompressibile ai più. Noi porteremo questa legge oscena nelle corti italiane ed europee.

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Giurista, attivista e cofondatore dell’associazione Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford, il 43enne Antonio Rotelli è candidato alla Camera nel collegio uninominale di Martina Franca (Ba) nella lista di Liberi e Uguali con Pietro Grasso Presidente (LeU).

A darne notizia lo stesso avvocato pugliese in un post pubblicato sulla propria pagina Fb il 30 gennaio scorso. Oggi a Gaynews spiega meglio il perché di questa candidatura e gli obiettivi a essa sottesi.

Il cofondatore di Rete Lenford scende in politica: cosa l’ha spinta a questa scelta?

‘Scendere in politica’ mi evoca Berlusconi e mi fa fuggire. Più semplicemente mi è stato chiesto di candidarmi e ho accettato dopo una notte insonne di riflessioni. Mi sono ‘giudicato’ e mi trovavo colpevole di indifferenza e disimpegno nel caso di mancata accettazione.

Perché Liberi e Uguali?

Non ho mai avuto una tessera di partito, ma faccio politica da sempre. Tutte le mie battaglie civili, sempre dall’interno di associazioni, hanno sollecitato la politica e l’hanno cambiata. La mia collocazione è in quell’area che considera l’agire politico conformato alla solidarietà, alla lotta alle ingiustizie, alla dignità del lavoro, alla valorizzazione delle differenze, alla costruzione di un’economia al servizio degli esseri umani e al rispetto della natura. In LeU, nel suo programma, questi elementi ci sono, pur sentendomi un indipendente.

Quali sono i temi Lgbti di cui parlerà in campagna elettorale e, qualora eletto, per i quali si batterà in Parlamento?

Con una battuta mi verrebbe da dire che i temi Lgbti parlano per me in questa campagna elettorale. Ci sono due cose che i concittadini apprezzano di me: che ho fatto battaglie per l’affermazione di tutti i diritti fondamentali delle persone Lgbti e sono un tecnico della politica.

Nel programma elettorale di LeU ci sono tre affermazioni per me fondamentali: autodeterminazione di tutte le persone, anche quelle trans; parità di diritti per le famiglie, anche nell’accesso al matrimonio; riconoscimento pieno della genitorialità, anche in materia di adozione. Sono le mie tre stelle polari, alle quali ne aggiungo una quarta, legata in maniera inestricabile con i nostri temi: la parità di genere, la lotta agli stereotipi e quella senza campo alla violenza sulle donne.

Legge 40 e Gpa. Come giudica le recenti posizioni di ArciLesbica e la petizione ai Segretari di partito per il no alla surrogata?

Sono sideralmente distante dalle posizioni di ArciLesbica. La gestazione per altri è un argomento complesso sul quale è necessario discutere, ma considerarla in sé una forma di sfruttamento è una pretesa assiomatica. Combattiamo ogni forma di sfruttamento e degradazione del corpo femminile, ma lasciamo alle donne la possibilità, regolamentata, di partecipare ad un progetto di gpa.

Rotelli e Rete Lenford sono stati sempre critici nei riguardi della legge sulle unioni civili. Perché?

Non voglio aprire o riaprire polemiche su questo tema. La mia critica è sempre stata rivolta al percorso che ha portato alle unioni civili e al merito della proposta, ma ho anche sempre detto che qualunque legge il Parlamento avesse approvato, sarebbe stata il nuovo punto di partenza per la battaglia verso l’uguaglianza. Ora siamo in questa situazione, dove la legge c’è e bisogna superarla, perché le unioni civili regolano dei diritti e dei doveri, ma discriminano le famiglie formate da persone dello stesso sesso rispetto a quelle eterosessuali. Siamo di fronte a due realtà diseguali fin dal “lessico familiare”, che nelle unioni civili manca. La recente sentenza della Corte costituzionale austriaca, come pure il provvedimento della Corte interamericana dei diritti umani, possono essere un aiuto per tutta la nostra comunità per far ripartire la battaglia per la piena uguaglianza. Rete Lenford, dal canto suo, non si è mai fermata. Ha già ottenuto importanti sentenze su aspetti della legge che si prestavano ad applicazioni discriminatorie e ha portato la legge dinanzi alla Corte costituzionale sulla questione del cognome.

Avvocato Rotelli, lei ha annunciato in un post di lasciare Rete Lenford. Non si sentirà un po’ orfano?

È stata la scelta più difficile che ho dovuto prendere. Ma ho con me la carica che mi hanno dato i soci, le socie e gli aderenti con le loro mail e i messaggi con cui mi hanno salutato. Ho capito una volta di più che sono una persona fortunata.

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Presentato con grande enfasi il 2 febbraio da Matteo Renzi a Bologna, il programma elettorale del Pd nella cosiddetta versione malloppo (a fronte del completo silenzio di quella più sintetica e dello schema in 100 punti) dedica appena due punti del paragrafo Per una cultura dei diritti e delle pari opportunità al tema dei diritti Lgbti. A suscitare soprattutto malcontento tra le file dell’associazionismo rainbow – a partire dalla forte dichiarazioni di Sebastiano Secci, presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli – il mancato riferimento al matrimonio egualitario, la cui responsabilità è da attribuire alla segreteria di partito come chiarito da L’Espresso.

Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto la deputata Silvia Fregolent che, quale responsabile del dipartimento Pari Opportunità del Pd, ha avuto un ruolo principale nello stendere le linee guida alla stesura finale del menzionato paragrafo del programma.

Onorevole Fregolent, grandi aspettative da parte della collettività Lgbti per poi prendere atto che il programma riduce tutta la questione dei diritti alla lotta all’omofobia e alla riforma delle adozioni. Ma che, soprattutto, non si parla affatto di matrimonio egualitario...

Il nostro Paese approderà indubbiamente al matrimonio egualitario. Ma abbiamo appena approvato le unioni civili. Facciamo perciò funzionare le unioni civili, che sono state fortemente volute, come ben si sa, e realizzate dal Partito Democratico. Se avessimo dovuto dar retta a quanti dicevano e dicono: O tutto o niente, non avremmo avuto niente. Siamo riusciti ad avere le unioni civili grazie a un atto straordinario come l’aver posto la questione di fiducia. Cosa che non era mai successa coi precedenti governi di centrosinistra. Figuriamoci quindi con un governo di larghe intese come è stato quello della XVII legislatura. Noi dunque abbiamo ottenuto questo risultato.

Dobbiamo perciò far funzionare le unioni civili. Sappiamo benissimo che proprio per aver messo la fiducia, abbiamo dovuto lasciare un pezzo importante. Quello, cioè, del riconoscimento della genitorialità. Andare perciò oltre le unioni civili, quando esse devono essere ancora completate, non è serio. Visto che noi vogliamo essere seri e promettere cose che possiamo fare, pensiamo di poter realizzare il completamento delle unioni civili. Dire dunque oggi matrimonio egualitario vuol dire paroloni. Vuol dire lanciare uno slogan sapendo da subito che non potrà essere realizzato. Facendo in modo che la legge sulle unioni civili funzioni, si arriverà al matrimonio egualitario.

Eppure il gruppo d’area orlandiana Dems Arcobaleno aveva preparato un documento molto articolato e ampio sui diritti delle persone Lgbti, tra i quali ampio spazio era proprio dato al matrimonio egulitario. Insomma, che cos’è successo?

Nel parlare di completamento delle unioni civili, del riconoscimento della genitorialità e della lotta alll’omofobia abbiamo preso spunto proprio da quel documento. Ovviamente non solo da quello. Abbiamo tenuto in conto anche gli altri testi pervenuti. L’area orlandiana mi ha fatto gentilemente pervenire quel documento che ho letto con interesse e apprezzato. Ma, come dicevo, anche altre correnti l'hanno fatto. Per cui ho dovuto fare una sintesi da far confluire nel programma finale. In seguito anche a un confronto col segretario Renzi, con Maria Elena Boschi e Tommaso Nannicini, incaricato di stilare il programma, è venuto fuori quel testo con la mancata menzione, però, del matrimonio egualitario. E, questo, per i motivi accennati.

Nel punto relativo alla lotta all'omofobia l’essere transessuale è stato presentato come una peculiarità dell’orientamento sessuale. Uno scivolone notevole, cui si è poi riparato nella tarda serata del 2 febbraio grazie a un intervento dell’onorevole Alessandro Zan. È vero?

Sì, è vero. Credo che quell’errore fosse dovuto al fatto che troppe persone ci hanno messo mano.  Quando Alessandro Zan mi ha fatto notare che il punto così formulato era erroneo, ho chiesto che venisse apportata la modifica (come infatti è avvenuto): «la peculiarità dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere della vittima, ovvero l’essere omosessuale oppure l’essere transessuale».

In tema di contrasto all'omotransfobia resterete ancora ancorati al testo del ddl Scalfarotto, tanto criticato dalla collettività Lgbti?

Noi partiremo sicuramente dal ddl Scalfarotto. Vorrei ricordare che in Aula si dovettero apportare delle modifiche, essendoci all’epoca un governo di larghe intese. Lo stesso Scalfarotto, mio amico, fu costretto a delle mediazioni anche per suggerimento dell’allora capogruppo Roberto Speranza.

So benissimo la sofferenza che Ivan ha provato non soltanto nell’accettare tali mediazioni (nel tentativo di portare la legge a casa) ma anche nell’essere attaccato dalla comunità Lgbti, che ha sempre difeso. Noi partiremo dunque dal progetto originale e vedremo cosa riusciremo a fare.

Passando ora al rapporto con la collettività Lgbti, lei ha incontrato i vertici di ArciLesbica nazionale il 25 gennaio. Eppure nessuna esponente di essa partecipò al primo tavolo con tutte le associazioni, che lei ha presieduto il 9 novembre scorso. Come mai?

A quel tavolo non c’era ArciLesbica, perché ci fecero sapere d’essere in fase congressuale. Appena eletta, la neopresidente Gramolini mi ha scritto una lettera per chiedermi un incontro. Incontro comunque avvenuto a programma Pd concluso, anche se ArciLesbica aveva precedentemente mandato, al pari di altre associazioni, delle sottolineature che non sono state accolte. Come responsabile del dipartimento Pari Opportunità, ritengo doveroso incontrare tutti sia in un tavolo comune sia separaramente. Più d’una volta, d'altra parte, ho incontrato Arcigay - avendomene fatto richiesta - anche dopo il tavolo del 9 novembre.

Onorevole, come si è svolto l’incontro con Gramolini e Vannucci di ArciLesbica, cui era presente anche la depuatata dem Fabrizia Giuliani, non più ricandidata alle prossime elezioni?

Si è trattato d'un incontro molto tranquillo. Mi hanno fatto vedere la petizione ai Segretari di partito contro la gpa – personalmente non amo l’espressione “utero in affitto" – e presentato le istanze di una parte del mondo femminista, molto attento a quest’argomento. Io ne ho preso atto e ho letto con attenzione il testo della petizione come faccio con tutti i documenti che mi vengono consegnati. Al riguardo, come responsabile del dipartimento, non ho espresso valutazioni di sorta.

Ma il parere personale di Silvia Fregolent qual è in tema di legge 40 e gpa?

Personalmente ritengo che sulla legge 40 sia necessario condurre un serio dibattito, essendo intevenute più volte al riguardo la magistratura e la Corte Costituzionale. Quella legge è ormai ridotta a un taglia e cuci. A un puzzle.

Sarebbe perciò opportuno rivisitarla per il bene delle cittadine e dei cittadini. Lo sappiamo benissimo che vietare certe pratiche, poi consentite all’estero, è un’ipocrisia. Si tratta ovviamente di un tema molto delicato. Innanzitutto sarebbe opportuno che il dibattito parta da un dato inoppugnabile: le persone ricorrenti alla gpa sono soprattutto eterosessuali. Il fatto che la comunità Lgbti si lasci attirare dalle polemiche di chi avversa la pratica fa passare nell’opinione pubblica l’idea che siano le coppie di persone omosessuali a farvi principalmente ricorso.

Ecco perché è necessario un dibattito pubblico e approfondito che tocchi l’aspetto dell’assoluta inaccettabilità della gpa in quei Paesi, terzo e quartomondiali, dove non è affatto libera e c’è un totale sfruttamento della donna gestante. Bisognerebbe poi studiare meglio il fenomeno in quei Paesi dov’è consentita per legge. Ritengo che non abbia fatto un buon servizio alla causa Niki Vendola sventolando il proprio splendido figlio quale spot alla gpa. Una tale decisione ha allontanato, a mio parere, ancora di più la possibilità di trovare una soluzione.

Dibattito serio e aperto sulla gpa. Eppure, talune femministe considerano il solo parlarne o scriverne una violazione del comma 6 dell’art. 12 della legge 40. Che cosa ne pensa?

Anche se ho votato sì all’ultimo referendum di riforma costituzionale, ritenendo che la Carta vada migliorata, sono molto attaccata a essa. In particolare, sono attaccata all’art. 21 che tutela la libertà d’espressione. Io difendo ovviamente la libertà di ArciLesbica e di alcune femministe di esprimere la propria opinione contraria alla gpa come difendo quella favorevole di altre associazioni o persone.

Ritengo, dunque, che bisogna approfondire l’argomento e parlarne liberamente anche con chi la pensa in maniera diametralmente opposta. Ho visto col tempo, ad esempio, che persone, assolutamente contrarie alle unioni civili, si sono poi aperte a seguito di confronti.  Tutto ciò è frutto di mediazione. Quella di cui hanno saputo dare splendida prova, ad esempio, Alessandro Zan, Monica Cirinnà e  Sergio Lo Giudice proprio durante il dibattito parlamentare sulle unioni civili.

Insomma, sulla legge 40 sarebbe necessario partire dalla riscrittura che ne ha fatto la Corte e valutare dei cambiamenti. Fare insomma un "tagliando", perché si tratta di una legge datata. Gli slogan duri non portano a nulla. Gli estremismi, infatti, non vanno mai bene: è necessario sempre mettersi nei panni altrui. Non mi sono affatto piaciute certe prese di posizione con la minaccia di non votare chi è favorevole alla gpa. Il parlamentare ha infatti il dovere di rappresentare tutti. Quando non siamo d’accordo, bisogna cercare di capire e trovare una soluzione. Non siamo una curva sud. Noi siamo chiamati al compito di legislatori e dobbiamo dunque agire per il bene di tutte e tutti.

Onorevole, lei è stata ricandidata. I diritti civili saranno al centro della sua campagna elettorale?

Sono candidata alla Camera nel collegio plurinominale Piemonte 01, dove è capolista Pietro Carlo Padoan.

È ovvio che i diritti civili delle persone Lgbti (e non) saranno al centro della mia campagna elettorale in piena adesione al programma del Pd che tocca un tale ambito  a 360 gradi. In tale battaglia andrò avanti in sintonia con le idee degli amici di sempre - da Monica Cirinnà a Sergio Lo Giudice, da Alessandro Zan a Ivan Scalfarotto - e confrontandomi con tutte le associazioni che lo vorranno.

Non ho paura del confronto come non ho paura di chi va minacciando di voler abolire le unioni civili in nome della tutela della “famiglia tradizionale”. Al riguardo voglio dire che, nelle vesti di pubblico ufficiale, ho celebrato due matrimoni e un’unione civile. Ora non ho mai provato un’emozione così forte come nel celebrare l’unione civile di Franco e Davide. Questi miei amici stanno insieme da 20 anni e non conosco nessuna famiglia così tradizionale come la loro.

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