Si è concluso intorno alle 12:30, tra abbracci, strette di mano e saluti da parte dei compinenti dell’equipaggio, lo sbarco delle 47 persone migranti dalla Sea-Watch 3 a Catania.

I primi a scendere sono stati i 15 minorenni, che andranno in un centro di accoglienza che fa parte del circuito del Fami, il Fondo di asilo per le migrazione e l'integrazione, la cui Autorità responsabile è il Dipartimento per le Libertò civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno.

Sulla banchina un centinaio di componenti delle forze dell'ordine tra carabinieri, polizia e guardia di Finanza. Sul posto anche la Croce Rossa.  Impossibilitati ad avvicinarsi, hanno seguito invece a distanza le operazioni di sbarco rappresentanti di Arcigay Catania.

Al riguardo abbiamo ragggiunto telefonicamente il neopresidente Antonio Ferrarotto.

Presidente, Arcigay Catania ancora una volta attenta alla questione migranti come già successo in estate col caso Diciotti?

Certamente. Già questa settimana Arcigay Catania aveva espresso la propria solidarietà e vicinanza alle associazioni, sindacati e partiti che a Siracusa si erano mobilitate per l’immediato sbarco delle 47 persone tenute in ostaggio sulla Sea-Watch.

Oggi con lo sbarco avvenuto a Catania, territorio di nostra competenza come Arcigay, possiamo serenamente affermare la nostra soddisfazione per la sicurezza restituita a queste persone, a queste sorelle e fratelli.

Quello dell’accoglienza solidale è un tema a voi caro: perché?

Con il Catania Gay Pride 2018 avevamo posto al centro del relativo documento politico il tema della solidarietà e accoglienza, tema ripreso lungo tutto il nostro lavoro in occasione dell’analogo fatto della nave Diciotti che ci ha visto in prima fila insieme a tante altre realtà catanesi. Accoglienza e Solidarietà sono punti che toccano da molto vicino la comunità Lgbt, ragione per la quale siamo anche oggi al fianco di queste 47 persone.

Ci avviciniamo al 50° anniversario dei Moti di Stonewall. Secondo lei quanto incideranno tali eventi sulle prossime manifestazioni commemorative?

La ricorrenza dei 50 anni di Stonewall non potrà non tenere conto di questi eventi che non riteniamo cause bensì effetti di un preoccupante vento che spira pericolosamente dal Messico alla Cecenia, dall’Ungheria alla nostra Italia, che sembra aver dimenticato i valori umani cui nel corso della sua storia ha invece contribuito significativamente.

Riprendiamo il nostro percorso umano, politico e di resistenza affinché questo vento trovi in tutte e tutti noi una ferma opposizione e perché frontiere e porti siano aperti e liberi. Basta con i muri e gli steccati: siamo tutte e tutti ospiti di questa terra.

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È appena attraccato nel porto di Catania la Sea-Watch 3, la nave dell’ong battente bandiera olandese con 47 migranti a bordo, partita poco dopo le 05:30 dalla rada di Santa Panagia, dove era ancorata da venerdì scorso a un miglio dalle coste siracusane

Durante gli scorsi giorni esponenti non solo della cittadinanza ma anche delle associazioni umanitarie e Lgbti locali, unendosi all’appello del sindaco Francesco Italia, hanno domandato con pubbliche manifestazioni che si consentisse lo sbarco delle 47 persone.

Abbiamo raggiunto Valerio Colomasi, nativo di Siracusa e vicepresidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma, per raccoglierne le valutazioni.

Valerio, puoi darci il tuo punto di vista su quanto accaduto nella rada di Santa Panagia a proposito delle Sea-Watch 3

A Siracusa è andato in scena l’ennesimo spot elettorale in vista delle elezioni europee. Il governo, Ministro dell’Inferno in primis, ha capito che bloccare su una barca degli esseri umani, per di più già stremati da un viaggio terribile e dalle torture subite in Libia, è un investimento politico che rende molto. Innanzitutto, consente di distrarre l’opinione pubblica, una circostanza utile quando su ogni tema (dalla Tav alla giustizia) i due partiti di governo fanno a gara a chi smentisce prima l’altro. Poi è utile anche per ragioni meramente elettorali. Il governo giallo-verde sta raccogliendo i frutti di una campagna di odio portata avanti da anni e che adesso porta voti come mai prima d’ora.

Per questo è importante più che mai resistere, come hanno fatto tanti cittadini e cittadine nella mia città. Siracusa, come tutta la Sicilia, è una terra di accoglienza e di commistione culturale. Senza i “migranti” la Sicilia non sarebbe quella che è oggi. La nostra cucina, il nostro dialetto, le nostre tradizioni sono il frutto dell’integrazione di culture estremamente diverse tra di loro e che in quella terra meravigliosa hanno trovato il modo di convivere e di crescere insieme.

Cosa ne pensi delle denunce rilasciate dal sindaco Francesco Italia - che ha parlato d’una sorta di prigionia - sulle condizioni dei migranti a bordo della Sea-Watch, compresa la presenza di minori?

I racconti del sindaco Italia e dei parlamentari che sono riusciti a salire a bordo della Sea-Watch sono purtroppo l’ennesima conferma di quello che sapevamo già da tempo. In Libia non ci sono “porti sicuri”, ci sono campi di prigionia e di tortura. Pensare di rimandare nelle mani dei propri torturatori coloro che sono riusciti a scappare mi sembra raccapricciante.

Quanto alla loro permanenza forzata nella nave credo che il termine “prigionia” sia quasi insufficiente a descrivere la gravità di ciò che accade. Quelle persone sono state “sequestrate” con l’intento di ottenere un “riscatto” politico. Che questo sia maggiore partecipazione europea nella redistribuzione dei migranti o, più semplicemente, visibilità e voti alle prossime elezioni cambia poco, si stanno comunque sottoponendo delle persone innocenti a una tortura del tutto ingiustificata. Si sta tentando di cancellare la loro dignità, i loro diritti umani per il presunto bene della nostra comunità nazionale. Ogni essere umano dovrebbe sentire la necessità di opporsi a questa politica disumana.

L’altroieri a Roma sotto  Montecitorio l'iniziativa Non Siamo Pesci ha raccolto moltissime adesioni e tantissima gente. Eppure, era pressoché scarsa quella di associazioni Lgbti? Non ti sembra che questo tema, in generale, non venga trattato con la necessaria attenzione politica, considerati i tempi che stiamo vivendo?

Credo che non sia una lettura del tutto corretta. Tantissime associazioni Lgbti stanno sempre più assumendo la questione migratoria come un punto fondamentale della propria azione, in termini sociali ma anche e soprattutto politici. In questi mesi in particolare ogni volta che ci si è trovati davanti a situazioni dolorose come il caso Diciotti o il caso Sea-Watch ci sono sempre state associazioni Lgbti in prima fila nella lotta.

Certo, manca una strategia complessiva (anche) su questa importante tematica ma questo non può cancellare il lavoro di tante e tanti di noi. Non ne faccio una questione di etichette associative, “nazionale” o “locale”: quello è un dibattito stanco che non ha mai portato niente di positivo alla nostra comunità. Di “nazionale” e di “locale”, se proprio occorre usare questi termini, si può parlare in relazione alle azioni messe in campo.

La lettera, con cui tante associazioni Lgbti hanno chiesto conto al governo della sua politica contro le persone migranti, è stata sottoscritta sia da quelle che una volta si sarebbero chiamate “associazioni nazionali” sia da quelle che avremmo definito “locali”. Ma quell’azione politica ha un valore assolutamente centrale per tutto il Paese, un valore pienamente "nazionale".

Purtroppo tante persone anche all’interno della nostra comunità e delle associazioni Lgbti ritengono che questo tema non ci riguardi, che non bisogna parlarne troppo o a voce troppo alta per evitare di “inimicarsi” il governo. È un modo di considerare la nostra funzione politica e sociale alquanto miope, dal mio punto di vista. Noi sappiamo cosa vuol dire essere bersaglio di odio e discriminazione: non possiamo voltarci dall’altra parte quando qualcun altro ne è vittima.

Infine, non vanno dimenticati i servizi che vengono offerti nei territori. Noi come Circolo Mario Mieli portiamo avanti da anni progetti di assistenza e di integrazione, di cui siamo molto orgogliosi, e come noi decine e decine di associazioni in tutto il Paese. Probabilmente è arrivato il momento di assumere una maggiore iniziativa politica comune tra tutte le realtà che, come noi, hanno assunto questo tema come una priorità della propria azione politica. Noi, ovviamente, non ci sottrarremo.

Fra qualche mese si aprirà la stagione dei Pride e Roma dovrà affrontare questo evento, che accompagna un dibattito forte come quello della migrazione e dei diritti. Ci saranno iniziative significative ? 

Innanzitutto, ci saranno i Pride. Non riesco a immaginare iniziative più pertinenti per parlare di uguaglianza, solidarietà e autodeterminazione. Noi come Roma Pride consideriamo da anni i diritti e la tutela delle persone migranti come un punto essenziale della nostra piattaforma politica. Quest’anno penso che lo faremo con ancora più forza.

Il Pride nasce come una rivolta degli “ultimi”. Il contributo delle persone immigrate ai moti di Stonewall è parte della nostra storia e deve servirci per orientare la nostra azione politica attuale, in particolare quest’anno che festeggeremo i 50 anni da quella favolosa notte.

Quanto ad altre iniziative abbiamo tanto in cantiere per i prossimi mesi. Sicuramente un primo appuntamento sarà Echo, il festival di cultura LGBT+, che come Circolo Mario Mieli organizzeremo il 17-18-19 maggio, durante il quale ribadiremo come la cultura è la nostra arma principale contro l’odio e l’intolleranza.

Poi ci saranno gli eventi legati al Roma Pride, che quest’anno festeggia 25 anni, nell’ambito del quale stiamo lavorando a iniziative che riguardano anche la questione migratoria, su cui per ora non voglio svelare nulla ma che speriamo di lanciare nelle prossime settimane.

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Una piazza di Montecitorio gremita ieri pomeriggio a Roma nonostante il freddo e la pioggia per la manifestazione Non siamo pesci. Alta partecipazione e molta consapevolezza del diritto/dovere di tutelare i migranti a fronte di quanto si sta consumando da troppo tempo nel Mediterraneo, perché come detto da Fanny, fuggita da un conflitto armato in Congo e per 19 giorni a bordo della nave Sea-Watch: «Non siamo pesci».

In linea con l’appello di oltre 600 personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo (da Luigi Manconi a Roberto Benigni, da Gabriella Bonacchi a Massimo Cacciari, da Michela Murgia a Manuela Cavallari, per fare solo alcuni nomi), associazioni, esponenti della classe politica, cittadine/cittadini si sono ritrovati davanti alla sede della Camera dei Deputati, per chiedere «al Parlamento di istituire una commissione di inchiesta sulle stragi nel Mediterraneo e di realizzare una missione in Libia» e «al governo di offrire un porto sicuro in Italia alla Sea-Watch, che sabato scorso ha salvato 47 persone, senza che si ripeta l'odissea vissuta a fine dicembre davanti a Malta».

Presenti anche alcuni attivisti Lgbti, componenti dell’Associazione Radicale Certi Diritti col segretario nazionale Leonardo Monaco e della nostra redazione di Gaynews nella persona di Rosario Murdica.

Sul significato della manifestazione Antonella Napoli, giornalista di Articolo21 (da tempo vittima delle minacce di Forza Nuova e recentemente fermata dalle forze dell’ordine in Sudan durante un'inchiesta sulla strage di Karthoum), ha ieri twittato: «Quanto è bella questa piazza piena e il messaggio che manda: basta indifferenza! Nessuno può più nascondersi dietro l’ignavia. Chi si ritiene esonerato dal prendere posizione sappia che non sarà assolto. Prima o poi bisogna fare i conti con la propria coscienza. #NonSiamoPesci».

Ecco, invece, che cosa ha dichiarato Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio e capogruppo della Lista Civica Zingaretti, ai nostri microfoni: «Una piazza strapiena, non si riesce ad entrare. Una risposta che dà la misura di quello che succedendo nel nostro Paese: c’è una reazione, c’è una resistenza civica e civile, a norma di legge e “a senso di cuore”, perché hanno veramente toccato le corde di una disumanità alla quale ci stiamo ribellando.

Siamo in piazza Montecitorio con la risposta a questo appello, Non siamo pesci. Nonostante la pioggia e il freddo siamo in tantissimi e in tantissime perché ci sono delle norme nazionali e internazionali, c’è lo Stato di Diritto che va difeso.

Sono contenta che a chiamarci a raccolta sia stato il mondo del diritto e della cultura, perché penso che veramente ci debba essere un appello che riguardi tutti i pezzi della nostra società.

C’è qualcosa di enorme che sta succedendo a largo di Siracusa, ma sta succedendo in tutte le nostre città, una violazione di fronte alla quale serve una ribellione vera, minuscola, individuale e collettiva insieme. Quindi ben venga ritrovarci davanti a quel Parlamento che sta sostenendo un governo che si macchia di questa responsabilità».

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«Oggi ho ricevuto la nuova presidente di Arcigay Napoli la bravissima Daniela Lourdes Falanga che sostituisce il bravissimo Antonello Sannino che ha svolto un ottimo lavoro nella lotta per i diritti. Insieme lotteremo sempre per i diritti di tutte e tutti e per la giustizia. Complimenti Daniela, te lo meriti, per tutto».

Con questa dichiarazione il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha raccontato sulla sua pagina Facebook, l’incontro avvenuto ieri in Comune con Daniela Lourdes Falanga, neo-eletta presidente del comitato provinciale Arcigay Antinoo di Napoli

Un incontro che intende rinnovare il sodalizio tra la comunità Lgbti napoletana e il sindaco. Sodalizio, questo, che ha portato, solo qualche giorno fa, Arcigay Napoli a schierarsi apertamente con De Magistris contro il decreto sicurezza

Le parole del sindaco erano state anticipate, già ieri, dalle dichiarazione social della presidente di Arcigay Napoli.

«Stamattina il sindaco De Magistris - così Daniela Lourdes Falanga - ha voluto congratularsi personalmente per la mia nuova carica di presidente dell’associazione Arcigay Antinoo Napoli e mi ha chiesto dei prossimi progetti. Si è anche congratulato per come ho trattato la questione legata a mio padre.

Io mi sono congratulata con lui per quanta umanità sta comunicando con determinazione in questi giorni rispetto al decreto sicurezza. Siamo unitari in un percorso di riconoscenza di pari dignità».

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«Quello del presepe imbrattato è un atto di blasfemia contro la religione cattolica, che ci preoccupa molto. È la seconda volta nel giro di poco tempo che il presepio di piazzetta del Pozzo, in pieno centro a Udine, è oggetto di un attacco con frasi ingiuriose».

Questo il commento di Pietro Fontanini, sindaco leghista del comune friulano, dopo che nella notte di Natale la rappresentazione presepiale, posizionata sulla piazzetta alla fine di via Aquileia (una delle sei allestite in centro città dalla Confesercenti), è stata oggetto di una singolare protesta a favore dei migranti

Sulle sagome di Maria, Gesù, Giuseppe, i cui volti sono stati africanizzati con vernice spray marrone, sono state infatti vergate le rispettive scritte antirazziste: La vostra Maria, ogni donna incinta in Libia senza dire si' al suo Signore; Il vostro Gesù, un bimbo nato a bordo delle navi che non accogliete; La vostra fede, un razzismo dalla lunga storia in una con Il vostro Giuseppe, un uomo a cui negate la dignità togliendo le panchine.

Riferimento, quest’ultimo, quanto mai eloquente, perché rimanda alla cosidetta ordinanza “antibivacco” che, emanata da Palazzo d’Aronco per l’intera durata delle festività natalizie (ma che potrebbe essere in realtà permanente), ha disposto la rimozione di due panchine, utilizzate da immigrati e senzatetto, per far posto al contestato presepe in piazzetta del Pozzo .

Infatti, come ricordato dallo stesso Fontanini, più persone «subito dopo l'allestimento del presepio, l'8 dicembre scorso, si erano mobilitate in un sit in di protesta» con tanto di scritte: Udine: foglio di via a Giuseppe e Maria; Fontanini: Niente panchine ai clandestini; Cara Giunta comunale, la Sacra Famiglia non è naturale; Se a un presepe togliete arabi, africani, ebrei e rifugiati, restano solo il bue e un asino

Mentre sono in corso le indagini della Digos su quell'episodio e su quello verificatosi la notte di Natale, Fontanini non ha esitato a ravvisarne una matrice comune, arrivando a ipotizzare le responsabilità in capo a «gruppi che fanno riferimento al mondo anarchico o Lgbt, che hanno preso di mira questo presepio». Davanti al quale è stato inoltre ritrovato un tappeto orientale, che per il sindaco potrebbe essere anche «un richiamo all'Islam per mettere in contrapposizione le due religioni». 

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È stato approvato ieri sera, con la maggioranza qualificata dei due terzi, il Documento finale del Sinodo sui giovani, che si concluderà in mattinata con la concelebrazione eucaristica in piazza San Pietro, presieduta da papa Francesco

Tanti i punti trattati nei 167 paragrafi che, oggetto di singola votazione uno per uno e ripartiti in tre parti e 12 capitoli per un totale di 60 pagine, sono tutti letti nell’ottica dell’approccio e delle richieste del mondo giovanile: dai migranti, «paradigma del nostro tempo», alle diverse forme ecclesiatiche di abuso (di potere, economico, sessuale), in riferimento alle quali è necessario fare verità e chiedere perdono; dalla promozione della giustizia contro la cultura dello scarto alle arti, alla musica, allo sport quali risorse pastorali; dall’accompagnamento pastorale al rigetto tanto dei moralismi quanto del benignismo; dalla sfida digitale alla sinodalità della Chiesa quale forma primaria da concretare per una piena partecipazione di tutti i suoi componenti e il contrasto al clericalismo (considerato anche come vera ragione degli abusi sessuali su minori da parte di ecclesiastici).

Punto, quest’ultimo, che è stato oggetto di contrapposizioni in riferimento agli specifici paragrafi 121-122  (raccogliendo rispettivamente, su 248 votanti, il primo 51 non placet, il secondo 43). Tema che potrà apparire ai più bizantineggiante e di nessun rilievo ma che può costituire la chiave di volta per il progressivo passaggio da una Chiesa romanocentrica e verticistica a una «Chiesa partecipativa e corresponsabile».

Non a caso a suscitare divergenze e a ricevere 30 non placet è stato il paragrafo sul ruolo delle donne nella Chiesa che, secondo il mondo giovanile, dovrebbe essere riconosciuto e valorizzato. Raccomandando di rendere tutti più consapevoli «dell'urgenza di un ineludibile cambiamento» al riguardo, si dice: «Molte donne svolgono un ruolo insostituibile nelle comunità cristiane, ma in molti luoghi si fatica a dare loro spazio nei processi decisionali, anche quando essi non richiedono specifiche responsabilità ministeriali. L'assenza della voce e dello sguardo femminile impoverisce il dibattito e il cammino della Chiesa, sottraendo al discernimento un contributo prezioso».

Ma quello più controverso con 65 non placet e 178 placet è risultato essere il 150 sull’omosessualità che recita: «Esistono questioni relative al corpo, all'affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale. Tra queste emergono in particolare quelle relative alla differenza e armonia tra identità maschile e femminile e alle inclinazioni sessuali.

A questo riguardo il Sinodo ribadisce che Dio ama ogni persona e così fa la Chiesa, rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale. Ugualmente riafferma la determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l'uomo e la donna e ritiene riduttivo definire l'identità delle persone a partire unicamente dal loro 'orientamento sessuale'.

Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé».

Ma 43 Padri sinodali hanno espresso voto negativo anche su altri due paragrafi correlati in un certo qual modo alla questione omosessualità.

Si tratta del paragrafo 3 sulla relazione tra l’Instrumentum Laboris (in cui compare l’acronimo Lgbt) e il Documento Finale: «Il primo - si legge in esso - è il quadro di riferimento unitario e sintetico emerso dai due anni di ascolto; il secondo è il frutto del discernimento realizzato e raccoglie i nuclei tematici generativi su cui i Padri sinodali si sono concentrati con particolare intensità e passione. Riconosciamo quindi la diversità e la complementarità di questi due testi.

Il presente Documento è offerto al Santo Padre e anche a tutta la Chiesa come frutto di questo Sinodo. Poiché il percorso sinodale non è ancora terminato e prevede una fase attuativa, il Documento finale sarà una mappa per orientare i prossimi passi che la Chiesa è chiamata a muovere».

Ma, soprattutto, il paragrafo 39, che registra come «frequentemente la morale sessuale è causa di incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa, in quanto è percepita come uno spazio di giudizio e di condanna». Il documento riconosce che «i giovani, anche quelli che conoscono e vivono tale insegnamento, esprimono il desiderio di ricevere dalla Chiesa una parola chiara, umana ed empatica. Dunque di fronte ai cambiamenti sociali e dei modi di vivere l'affettività e la molteplicità delle prospettive etiche, i giovani si mostrano sensibili al valore dell'autenticitò e della dedizione, ma sono spesso disorientati. Essi esprimono più particolarmente un esplicito desiderio di confronto sulle questioni relative alla differenza tra identità maschile e femminile, alla reciprocità tra uomini e donne, all'omosessualità».

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«Leggendo Lodi e Riace insieme, si comprende l'allarme. C'è il rischio di creare una contrapposizione tra italiani e non, tra buoni e cattivi. Problemi complessi richiedono il tempo dell'analisi, non della comunicazione social». 

Non usa mezzi termini Vincenzo Spadafora, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari opportunità e ai Giovani, nella lunga intervista rilasciata a Il Corriere della Sera.

Di argomenti ne affronta in verità tanti ben al di là di quello immigrazione, che gli consente, in ogni caso, un'elegante stoccata a Lorenzo Fontana per le relative dichirazioni su una presunta diluizione dell’identità italiana: «Per tutti noi ora è il momento di lavorare. Il ministro ha un compito difficile, aiutare le famiglie e i disabili».

E al leghista veronese, figlio spirituale del tradizionalista don Vilmar Pavesi tutto anatemi e messa tridentina, si rivolge ancora una volta in maniera chiara sia pur indiretta: «Non possiamo non vedere che esistono le famiglie arcobaleno».

Già, perché è proprio in tema di diritti che per Spadafora esiste una differenza abissale tra M5s e gli alleati verdi (o bleu) di governo.

«Nella maggioranza – spiega Spadafora - ci sono sensibilità culturali molto diverse, a cominciare dai diritti. Noi dobbiamo restare alternativi alla Lega, siamo una cosa diversa». Diritti, sui quali «il contratto non prevede un arretramento culturale. Il M5S deve assumersi la responsabilità fortissima di tenere alta l’attenzione su questi temi. Noi difenderemo tutte le conquiste fatte. Abbiamo sensibilità forti nei gruppi parlamentari e nell’elettorato di cui dobbiamo tener conto. Non possiamo cadere nella trappola di alimentare un clima di discriminazione verso chi è considerato diverso, immigrati, persone di colore, omosessuali».

Durissima, inoltre, la valutazione sul ddl Pillon: «È un episodio che desta allarme. Proposta antistorica – ribatte Spadafora -, perché non tiene presente l’interesse dei bambini e riduce tutto a chi è a favore dei padri e chi delle madri».

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Dopo l’incontro di ieri a Montecitorio tra le associazioni Lgbti e le deputate LeU Muroni e Boldrini, nel pomeriggio di oggi la senatrice Monica Cirinnà e il deputato Ivan Scalfarotto hanno annunciato la nascita dell’integruppo parlamentare Diritti e Libertà. Un'ulteriore risposta all'appello lanciato, settimane fa, da alcune associazioni dopo la costituzione dell'intergruppo parlamentare Vita, famiglia e libertà per iniziativa del senatore leghista Simone Pillon.

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Come si legge nel relativo tweet, l'ex sottosegretario allo Sviluppo Economico afferma: «Insieme con Monica Cirinnà abbiamo dato vita all’intergruppo parlamentare bicamerale Diritti e Libertà. Stiamo raccogliendo le adesioni tra i colleghi senatori e deputati, la riunione costitutiva nelle prossime settimane»

Poco dopo anche la madrina della legge sulle unioni civili ne ha dato notizia via Twitter.

In una lettera inviata a tutti i parlamentari e le parlamentari ne vengono così spiegate le finalità: «Il nostro obiettivo è creare un luogo in cui sia possibile scambiare idee, confrontarci in modo costruttivo su tali temi, poterci avvalere di esperti e specialisti in materia, organizzare occasioni di incontri e seminari.

Siamo infatti convinti che l’elaborazione di una azione politica coerente e trasversale in materia di diritti e libertà costituisca uno snodo essenziale nell’articolazione di un’immagine di Paese inclusiva, equa, giusta e solidale, quanto più possibile condivisa dalle forze politiche, nel rispetto degli imperativi costituzionali ed in particolare dei principi consacrati dagli articoli 2 e 3 della Carta».

Nella missiva Cirinnà e Scalfarotto ricordano poi come la precedente legislatura sia stata «segnata dalla conquista delle unioni civili che hanno permesso così di riconoscere migliaia di coppie e di avviare il riconoscimento, in sede amministrativa e giudiziaria, delle famiglie omogenitoriali, facendo fare al Paese un passo in avanti significativo sul piano legislativo ma soprattutto sul piano sociale e culturale.

Al contrario, un silenzio assordante avvolge ancora il tema della lotta all’omotransfobia, e si registra l’assenza di una strategia efficace che unisca ad iniziative di carattere formativo e culturale l’introduzione di adeguati strumenti giuridici di garanzia in chiave antidiscriminatoria e di repressione degli episodi di violenza fisica o verbale, purtroppo sempre più all’ordine del giorno».

Ma non solo i diritti delle persone Lgbti saranno al centro del neo-intergruppo perché, come ricordano i due proponenti, «si rende necessario vigilare e riflettere – insieme – sulle pari opportunità e sulla condizione femminile nel nostro paese: tema in relazione al quale si avverte con forza l’intreccio tra diritti civili, diritti politici e diritti sociali. Di fronte agli attacchi sempre più incisivi alla libertà di scelta della donna – pensiamo soprattutto, ma non soltanto, all’effettività della legge n. 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza e, più in generale, all’area della riforma del diritto di famiglia – s’impone una reazione chiara, decisa, rispettosa dell’equilibrio tra i valori e i principi costituzionali in gioco.

Ma pensiamo anche all’inclusione e all’integrazione degli stranieri migranti – ivi compresa la ripresa di un dibattito serio e rigoroso sulla riforma della legge sulla cittadinanza, perno della costruzione dell’Italia del futuro – alla tutela della dignità delle persone detenute, al riconoscimento di scelte fondamentali relative all’inizio e alla fine della vita: temi che purtroppo ancora non trovano piena cittadinanza nel dibattito parlamentare, ma che sono elemento fondamentale di crescita culturale, sociale e politica per il nostro Paese.

Libertà e diritti civili non stanno evidentemente in piedi da soli: in una riflessione e azione politica condivisa in queste materie è necessario mantenere sempre viva la coscienza delle molteplici intersezioni tra diritti civili e diritti sociali. Lo chiede la Costituzione, che lega strettamente diritti e doveri fondamentali, libertà ed eguaglianza, dignità e solidarietà».

Ecco perché Cirinnà e Scalfarotto, nell'auspicare una massiccia partecipazione, concludono: «Le vite di donne e uomini non sono opinioni, e non possono essere piegate a strumentalizzazioni ideologiche: la Costituzione italiana contiene un ben preciso progetto di liberazione e promozione della persona umana, in spirito di libertà e solidarietà».

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Il 24 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il Decreto sicurezza e immigrazione, il cui primo firmatario è Matteo Salvini. Mentre da lunedì si sussegguono le polemiche intorno a un testo, di cui si ha conoscenza al momento attraverso un comunicato stampa pubblicato sul sito di Palazzo Chigi (anche se ne circola una versione online), abbiamo contattato Giorgio Dell’Amico.

Lavorativamente impegnato dal 1992 in servizi rivolti a migranti e incaricato dal 2005 di richiedenti asilo Lgbti per Arcigay Nazionale, Dell’Amico ha una particolare conoscenza della situazione di quante e quanti lasciano i Paesi d’origine perché perseguiti a causa dell’orientamento sessuale e identità di genere.

Giorgio, cosa pensi del Decreto Sicurezza?

Senza dubbio mi associo alla voce di altri esponenti di associazioni che si occupano di asilo ed altri esperti che contestano proprio la scelta dell'emanazione di un decreto legge. Non si rilevano infatti motivi di urgenza, anche tenendo conto del flusso di arrivi che è in drastica riduzione.

Inoltre, è molto discutibile l’aver accorpato il decreto immigrazione a quello sulla sicurezza: ciò infatti comporta l’abbinamento di due aspetti che non sono collegati, ma che dal punto di vista simbolico lo divengono, contribuendo ad alimentare la percezione di pericolo e aumentando l'odio nei confronti dei migranti (o anche solo di chi ha un diverso colore di pelle).

Aggiungo poi che, togliendo la protezione umanitaria – al di là di ridurre fortemente la possibilità per molte persone di ottenere un titolo di soggiorno che permetta loro di potersi costruire un futuro – si rischia di spostare nelle aule giudiziare la verifica di situazioni che potrebbero essere tutelate dall'articolo 10 della Costituzione (tra quelli fondamentali e non modificabili). Articolo che sancisce il diritto d'asilo, il quale, a differenza della protezione internazionale, garantisce maggiori tutele in quanto si riferisce alle libertà democratiche garantite dalla Costituzione e dai diritti internazionalmente riconosciuti

Questo decreto affossa anche un sistema d'accoglienza, lo Sprar, che è un sistema che in questi anni ha dimostrato di essere molto valido – che andava caso mai potenziato – e vedeva il coinvolgimento dei Comuni e degli enti locali. Il decreto invece impedirà l'ingresso dei richiedenti asilo prevedendo per loro un trattenimento che per altro non è possibile in base alla Convenzione di Ginevra e alle direttive Ue.

Cosa cambierà e quali saranno i problemi per i migranti Lgbt richiedenti protezione, perché perseguitati nei Paesi d’origine a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere?

Rispetto alla questione riguardante i richiedenti asilo Lgbti, trattandosi di persone che, semplificando, chiedono protezione per motivi legati al loro orientamento sessuale o identità di genere, il decreto non incide in quanto, se le commissioni valutano correttamente la loro situazione, dovrebbero riconoscere lo status di rifugiato e per questo non sono toccati, almeno non direttamente.

È però vero che in caso di rigetto della loro domanda di asilo, il problema sorgerà in fase di ricorso (ma già il Decreto Minniti-Orlando ha tolto un grado di giudizio e ha previsto la possibilità, qualora l'audizione sia stata registrata, che il giudice possa ascoltare solo la registrazione e decidere in base a essa senza sentire l'interessato) e soprattuto sorgerà per coloro che, per vari motivi, non avessero mai detto di essere soggetti Lgbti (per mancata conoscenza del diritto, per paura, per vergogna, ecc...): sarà sicuramente peggio se non vi saranno più progetti che possano seguire in maniera adeguata queste persone.

Smantellare un sistema d'accoglienza per richiedenti asilo (non solo dei Cas, ovvero i centri gestiti dalle Prefetture nelle varie province che, proprio per il fatto di essere strutture straordinarie, presentano moltissimi problemi), che già oggi difficilmente tiene conto della specificità Lgbti, peggiorerà notevolmente le condizioni di vita e la tutela dei diritti dei migranti Lgbti. Queste persone, infatti, già adesso hanno paura di vivere con altri connazionali o altri individui richiedenti asilo provenienti da Paesi omofobi: per questa paura spesso si nascondono e si allontanano dai centri di accoglienza nei quali sono stati ospitati.

Ad oggi in Italia non esistono strutture dedicate a richiedenti asilo Lgbti, anche se molti progetti Sprar stanno mettendo sempre più attenzione rispetto a questa tipologia di richiedenti asilo. Credo che a livello nazionale l'unica esperienza in cui esistono strutture che hanno destinato alcuni posti espressamente a richiedenti asilo Lgbti sia quella del progetto che coordino nell'ambito di un Cas

Quali conseguenze, in termini umani e politici, a livello nazionale e internazionale, potranno derivare da questo decreto?

Assisteremo a un numero maggiore di persone che non otterranno alcuna protezione, che non riusciremo a rimandare a casa, con un aggravio dell'allarme sociale e con ricadute negative sulle comunità che gioverà solo alla criminalità e a chi sfrutta i lavoratori. Il decreto non avrà, invece, alcuna ricaduta rispetto al traffico dei migranti che, anzi, a causa di queste ulteriori chiusure, troverà altre vie e strategie per far entrare persone, guadagnando sulla loro pelle e sulle loro vite.

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Con le sue oltre 50.000 presenze il Palermo Pride è stata una delle marce dell’orgoglio Lgbti più rappresentative nel 2018. Non solo perché ha chiuso la lunga stagione dell’Onda Pride (che quest’anno ha coperto quasi quattro mesi) ma anche in ragione della centralità data al tema delle migrazioni in nome di quella trasversalità d’impegni, che sembra sempre più caratterizzare molte associazioni Lgbti italiane.

Tema, questo, messo fra l’altro già in ampio rilievo dagli altri due Pride siciliani. Quelli, cioè, di Siracusa e Catania, dove grazie anche alla tenacia di Giovanni Caloggero attivisti e attiviste sono state poi in prima linea durante la drammatica vicenda della Diciotti.

Oltre alle emozioni delle singole persone partecipanti e alle dichiarazioni di rappresentanti del mondo politico il Palermo Pride è stato al centro di uno straordinario reportage fotografico realizzato da Marco Bennici.

Classe 1976, Bennici è un architetto o meglio un progettista, che da cinque anni svolge anche l’attività di fotografo. Come ha dichiarato lui stesso ai nostri microfoni, «la macchina fotografica è uno dei miei strumenti di lavoro, di comunicazione, di esplorazione. La mia fonte energetica è la curiosità, il fascino che ha la natura umana, in tutte le sue sfaccettature».

Nel presentare i suoi 100 scatti fotografici Marco ha risposto ad alcune nostre domande.

Da cosa è nato il tuo interesse nel realizzare un reportage fotografico sul Palermo Pride?

Al contrario di quello che si legge da fuori, il Pride, è un contenitore di argomenti ed unisce insieme una grande eterogeneità di figure, ognuna desiderosa di comunicare un suo valore, animali compresi. Per un fotografo è assolutamente intrigante provare a “congelare” in un instante ognuno di questi messaggi e darne la sua personale interpretazione. 

Qual è stato il momento per te più significativo?

Non c’è stato un momento che ho privilegiato ma ho trovato affascinante lo scandire del tempo durante la parata, la sua evoluzione, il passaggio dal giorno alla notte, dalla preparazione all’arrivo alle porte del Teatro Massimo. In ultimo, questo grande flusso si è disperso per le vie della città, come le radici di un albero. 

Quale lo scatto che meglio sintetizza il Palermo Pride?

Il mio preferito è quello dove si vede, dietro all'enorme bandiera rainbow dove spiccano tante gambe, la figura intera di un giovane uomo, in maniera simbolica...

Come giudichi il fatto che madrina del Pride sia stata, insieme con Porpora Marcasciano, una maestra della fotografia come Letizia Battaglia?

Letizia è un riferimento, nessuno ha mai raccontato Palermo come lei. Ottima scelta!

La presenza di ong ricorda che ci sono minoranze, come i migranti, che sono conculcate nei diritti più basilari. Secondo te la fotografia può lanciare al riguardo un messaggio più incisivo delle parole?

La fotografia, nella sua comunicazione, è anche cronaca, nel bene o nel male. Un documento visivo oggi è spesso molto più veicolante della parola.

Anche il Palermo Pride è stato accompagnato dalle solite polemiche perbenistiche su “nudità e decoro”. Che cosa ne pensi?

Questo tipo di polemiche, fortemente stereotipate, sono usualmente legate ad una mancanza di cultura ed informazione. In ogni caso vince sempre l’Amore!

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