«Daniele Del Pozzo è uno dei protagonisti della storia del Cassero ma anche uno degli operatori più brillanti del sistema culturale bolognese. Siamo orgogliose e orgogliosi del premio Ubu che ieri ha ricevuto: lo festeggiamo come se fosse il nostro, di ciascuno e ciascuna di noi. Da molti anni Daniele ha iniziato con il Cassero e dentro al Cassero un percorso che solo nell’ultima fase, da diciassette anni a questa parte, si è chiamato Gender Bender Festival.

Già prima, e ancora di più durante gli anni del festival, Daniele si è fatto promotore di progetti piccoli, grandi e talvolta grandissimi, con lena quotidiana,  intelligenza vivace, tanta professionalità ma soprattutto una straordinaria capacità di costruire relazioni, con grande cura, all’interno di un circolo, nella città, in tutto il Paese, fino in Europa. Siamo molto grate e grati a Daniele per tutto questo e per l’orgoglio con cui in tutti questi anni ha portato in alto, con sé, la nostra bandiera arcobaleno. Perché è proprio l’arcobaleno il tratto più caratteristico di questa vittoria, che premia un progetto e un curatore cresciuti all’interno del più antico circolo della comunità lgbti in Italia, il primo spazio pubblico affidato da un’amministrazione comunale a un collettivo di gay, lesbiche bisessuali e trans. Di questa storia, e della libertà che esprime, la vittoria di Daniele mostra la traccia. E rende merito perciò anche a tutte le persone che hanno fatto la storia del Cassero e a chi l’ha sostenuta, in particolare nelle istituzioni, anche quando si navigava in acque complicate.

Gender Bender è un progetto sostenuto sin dalla sua prima edizione dal Comune di Bologna e subito dopo dalla Regione Emilia-Romagna che assieme all’ampia rete di partner pubblici e privati che nelle edizioni si è andata costruendo, hanno fatto crescere il festival, nella direzione in cui lo sguardo di Daniele lo ha accompagnato, lasciando che gemmasse nuove idee, come Teatro Arcobaleno e il progetto europeo Performing Gender, e che facesse sempre nuovi incontri. In questo senso la vittoria di Daniele si riflette su tutta la città e ne premia il sistema culturale, il suo pionierismo e la sua libertà».

Con questo lungo e sentito comunicato, il consiglio direttivo del Cassero, storico centro Lgbti italiano, ha commentato sul sito dell’associazione il prestigiosissimo Premio Ubu 2019 conferito ex aequo, il 7 gennaio, come miglior curatore/curatriceFrancesca Corona, co-curatrice e direttrice generale del festival romano Short Theatre, e a Daniele Del Pozzo per il Gender Bender Festival, che, giunto alla sua 16° edizione, è stato recentemente definito da Flavio Romani, ex presidente di Arcigay, in un suo recentissimo post ha «magnifico tripudio di cultura».

A pochi giorni dal conferimento del riconoscimento abbiamo raggiunto Daniele Del Pozzo, per raccoglierne emozioni e riflessioni.

Che emozioni ha suscitato in te il fatto di aver ricevuto un premio prestigiosissimo come l’Ubu per il tuo lavoro di curatore dello storico Gender Bender Festival del Cassero? Te lo aspettavi?

Sinceramente non me lo aspettavo e riceverlo mi ha reso felice il doppio. Sono felice perché dimostra che si può essere professionisti e attivisti allo stesso tempo. Il Premio Ubu ha dato infatti un riconoscimento importante al mio lavoro come curatore artistico - una categoria introdotta dal Premio Ubu per la prima volta quest'anno - svolto con professionalità, tenacia e lungimiranza in questi anni, pur tra mille difficoltà. Allo stesso tempo ne riconosce in pieno l'impegno per portare i temi delle differenze di genere e di orientamento sessuale all'interno del dibattito e della produzione culturale più istituzionale. Questo doppio riconoscimento ripaga in maniera generosa della fatica e restituisce un senso profondo alle intuizioni ardite avute anni fa e alle scelte, a volte difficili, che vengono prese quotidianamente. Il premio mi fa molto felice anche per un'altra ragione, riconosce a pieno titolo il contributo prezioso dato da un'associazione come Il Cassero Lgbti Center alla cultura e alla società. Credo che fino a poco tempo fa fosse addirittura impensabile che un centro Lgbti ricevesse un tale riconoscimento. In questo senso sono orgoglioso di aver contribuito ad abbattere - con il mio lavoro - un pò di quel muro di luoghi comuni e stereotipi che ancora oggi ci vuole confinati in una dimensione marginale e non dialogante.

Qual è, a tuo parere, il vero punto di forza del Gender Bender Festival? Facendo un bilancio delle edizioni che hai curato, quale scelta trovi esser stata davvero vincente e di quale, invece, sei decisamente pentito?

Gender Bender continua a essere un progetto indipendente, prodotto dal Cassero , associazione senza scopo di lucro che reinveste parte delle sue risorse in progetti no profit. Questa caratteristica permette una grande libertà di manovra sulle decisioni artistiche, che prevedono sempre e comunque dei confronti orizzontali con la squadra composta da chi lavora al festival. Questo punto di forza si sposa poi con il bisogno di interrogarsi continuamente sui bisogni che muovono un'azione di intervento culturale, così come sulla necessità di realizzare un festival, tenendo conto di come mutano continuamente le condizioni sociali e culturali in cui operiamo. Un esempio tra tutti: Gender Bender si è necessariamente evoluto tenendo conto di come è cambiato il bisogno di socializzazione e di cultura della comunità Lgbti prima e dopo l'apparizione dei social network o di come si sono evolute le forme di relazione affettiva con l'introduzione del riconoscimento delle unioni civili. Questa continua capacità di rinnovamento, insieme ad uno sguardo curioso a ciò che accade nel mondo, permettono ancora oggi a Gender Bender di essere un progetto culturale vivo, in cui ogni edizione aggiunge sempre qualcosa in più e di necessario, e del cui senso non mi sono mai pentito.

Infine, la gioia di lavorare a un progetto necessario e fortemente condiviso è certamente un altro elemento vitale che dà forza e significato al nostro progetto.

La cultura - e la cultura Lgbti - possono davvero cambiare la direzione, a dir poco preoccupante, della politica contemporanea? Che ruolo avrà la cultura nell’Italia del 2020?

Nella mia visione credo che la cultura sia soprattutto la capacità tutta umana di tenere aperto un dialogo intellettuale e uno scambio emotivo anche con chi ci può apparentemente apparire come lontano o differente da noi. Credo che solo con questo esercizio di disponibilità - che può addirittura essere un invito a mettersi nelle scarpe degli altri e delle altre - sia possibile riconoscere le qualità di quell'essere sociale complesso e contraddittorio che sono l'uomo e la donna. E' una visione che presuppone la possibilità di trasformare attivamente la realtà intorno a noi, affinché migliorino le condizioni di vita di tutti e tutte noi. Sta alla base del mio lavoro come persona e come operatore culturale ed è qualcosa in cui ripongo la mia fiducia e le mie speranze.

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Si terrà oggi a Milano, dalle 18:00 alle 20:00, la manifestazione Uniti, per un'Italia e un'Europa aperte, democratiche e solidali.

Un raduno, quello odierno in piazza della Scala, volto a reagire alle misure del Governo gialloverde, nei riguardi delle quali – come specificato nell’appello lanciato dal comitato promotore – non si può restare «indifferenti: le tasse che colpiscono duramente il mondo del no profit, del volontariato, del terzo settore; le misure che colpiscono pensionati e lavoratori, l’assenza di progetti per i giovani, il taglio alle risorse dei Comuni, la forte penalizzazione di scuola, università e ricerca, la mancanza di idee per spingere la crescita economica e migliorare le condizioni di vita di lavoratrici e lavoratori, nessuna misura per combattere la precarietà e aumentare le opportunità di lavoro; nessuna misura per tutelare l’ambiente, il clima e i territori». 

Ma a destare allarme è anche, come recita l’appello, «la deriva autoritaria e intollerante che fa leva sulle paure dei cittadini, ma anche l’antieuropeismo evidente delle forze politiche che compongono la maggioranza. Questa preoccupazione la esprimiamo da un territorio che tanto ha dato alla lotta di Resistenza contro il nazifascismo.

Crediamo sia necessario ribadire e difendere i valori della Costituzione italiana, nostra legge suprema, nata dagli ideali della lotta antifascista».

Lanciato su Facebook lunedì, l’evento ha raggiunto in quattro giorni oltre 50mila persone, raccogliendo le adesioni di cinquanta sigle tra partiti e associazioni. Oltre a Libera, Acli, Aned, Anpi, Arci, Italia in Comune, per citarne alcune, anche realtà del mondo Lgbti come Arcigay Milano, Coordinamento Arcobaleno, Famiglie Arcobaleno.

«Siamo davvero orgogliosi  - così il comitato promotore su Facebook - del vostro sostegno, un segnale di speranza, che testimonia la voglia di resistere e di non arrendersi all'arroganza di questo governo, che calpesta diritti e valori»

Essere in tanti, come continua il post di Fb, «per lanciare un grido di allarme e farci sentire da Lega e Cinque Stelle, responsabili di misure dannose per la nostra città, per l'Italia e per l'Europa».

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Sono stati ieri trascritti presso l’Ufficio dello Stato Civile  del Comune di Milano gli atti di nascita di due gemelle, venute alla luce in California grazie alla gpa, con l’indicazione d'entrambi i padri

Si è così ottemperato a quanto disposto dal Tribunale civile del capoluogo lombardo che, il 16 novembre, ha accolto la richiesta dei due ricorrenti a fronte della soluzione di compromesso precedentemente proposta da Palazzo Marino: la trascrizione, cioè, dei due atti con l’indicazione del solo genitore biologico.

A comunicare l’avvenuta trascrizione ai due papà milanesi lo stesso Ufficio preposto tramite raccomandata. «Gentili Signori, Vi comunico che oggi abbiamo provveduto alla trascrizione degli atti di nascita di Anna e Maria – così nel testo inviato –. Vi allego i relativi estratti, i cui originali sono a Vs. disposizione presso la Segreteria di questa Direzione. Cordiali saluti».

Un passo in avanti, dunque, rispetto a quanto successo, invece, a un’altra coppia di uomini, Gianni Tofanelli e Andrea Simone, che avevano dovuto apprendere da Il Corriere della Sera l’avvenuta integrazione dell’atto di nascita della loro figlia con il nome del papà non biologico. Manchevolezza non da poco, di cui Gianni si era lamentato proprio su Gaynews.

Una sconfessione piena, insomma, delle posizioni della presidente del gruppo consiliare di maggioranza Beppe Sala Sindaco Noi, Milano Elisabetta Strada (nonché prima firmataria della richiesta di audizione, promossa dall’opposizione, in un’apposita Commissione congiunta, denominata "Sulla trascrizione dei due padri"), che il 14 dicembre aveva, fra l’altro, chiesto di non procedere nemmeno alle trascrizioni imposte dal Tribunale di Milano.

Non bisogna però dimenticare che sul decreto del 16 novembre il sindaco Giuseppe Sala, che pure non aveva esitato, il 6 giugno, a registrare anagraficamente figlie e figlie di nove coppie di donne, aveva comunque espresso una moderata contrarietà: «Siamo un po' obbligati a farlo, ma mi pare che, dal punto di vista politico, siamo sempre in osservazione e in verifica di quello che è da fare».

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Il Comune di Milano ha accolto il riconoscimento del nascituro, comunemente detto riconoscimento “in pancia”, per una coppia di gemelli con due mamme.

A portare all’attenzione degli ufficiali di Stato civile il caso della 43enne Marica Zanolin e della 38enne Irene Gualtieri, unite civilmente, l'associazione Avvocatura per i diritti Lgbti - Rete Lenford, che ha avviato una procedura, ai sensi dell’art. 44 del decreto 396 del presidente della Repubblica (3 novembre 2000), prevista per le coppie eterosessuali non sposate.

La dichiarazione di nascita di norma deve farsi presso l’Ufficio anagrafe dell’ospedale entro tre giorni dalla nascita o, in Comune, entro dieci giorni. Nel caso i genitori siano sposati, la dichiarazione può essere fatta anche da uno solo dei genitori in quanto vige la presunzione di genitorialità per entrambi. Nel caso in cui, invece, i genitori non siano sposati, la dichiarazione di nascita deve essere resa dai due genitori contestualmente. Tale riconoscimento avviene con il consenso della madre che ha partorito.

L’ordinamento giuridico italiano prevede anche la possibilità per i genitori non sposati di riconoscere il nascituro prima del parto, in modo da agevolare le coppie in tutte le situazioni nelle quali al momento della nascita uno dei genitori non possa esserci, come ad esempio quando il padre viva all’estero per lavoro, o in caso di parto a rischio. Per il riconoscimento prima del parto i genitori devono presentare all’ufficiale di Stato civile un certificato di gravidanza e rilasciare una dichiarazione di riconoscimento di nascituro, che avrà efficacia solo dopo la nascita.

Nel caso un questione Marica era finita in rianimazione, il 2 ottobre, per problemi durante il parto.

«I nascituri hanno corso il rischio – così Valentina Pontillo e Maria Grazia Sangalli, legali della coppia – tanto di perdere la madre biologica, tanto quello di non poter essere riconosciuti dall’altra mamma, in quanto il consenso della gestante non era stato raccolto dall’ufficio di stato civile prima della nascita». Fortunatamente la situazione è migliorata e la coppia ha potuto riconoscere tardivamente i figli presso l’anagrafe del Comune.

Il riconoscimento “in pancia” ora è possibile anche per le coppie di madri presso il Comune di Milano e presso un altro comune lombardo che ha accolto un’identica richiesta.

«In questo modo - sottolineano Pontillo e Sangalli - viene garantito l’interesse del nascituro alla formazione dello status di figlio di entrambi i genitori anche in presenza di genitori dello stesso sesso, per i quali, anche se uniti civilmente, non sussiste alcun automatismo nel riconoscimento, come invece avviene per le coppie coniugate».

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Da più parti si dava per certa, entro la giornata del 17 dicembre, la parola fine alla querelle della cosiddetta “trascrizione dei due padri”. Appellativo esemplato su quello dell’omonima Commissione consiliare milanese, istituita a Palazzo Marino in rispondenza a una mozione dell’opposizione (recante anche però la firma della dem Roberta Osculati e della capogruppo del gruppo di maggioranza Elisabetta Strada) e agli appelli di associazioni come ArciLesbica, Rua, Snoq – Libere.

Oggetto di dibattito la trascrizione degli atti di nascita esteri di quattro bambini, rispettivamente figli di tre coppie di papà, rimandata da più mesi in ragione della tecnica medica della gpa a seguito della quale sono stati dati alla luce. Aspetto, questo, rispetto al quale il sindaco Beppe Sala preferisce da tempo glissare adducendo quale motivazione della estenunate procrastinazione la volontà di adeguarsi alla sentenza della Cassazione a Sezioni Unite (prevista in gennaio) su un analogo caso trentino di trascrizione. 

Ma un tale argomento è suonato a tanti quale deresponsabilizzante. Il tutto in un gioco di gesuitici equilibri al fine di non scontentare né la maggior parte delle associazioni Lgbti (per la tutela dei cui diritti Sala passa quale vindice e difensore: basti solo pensare ai vibranti discorsi annui sul palco di uno dei più importanti Pride d’Italia qual è quello milanese) né quella fetta di femminismo radicale che, per quanto minoritario, ha un’incidenza non del tutto irrilevante in area meneghina.

Ma quali i risultati raggiunti dalla Commissione Consiliare?

Nella prima seduta, tenutasi il 12 dicembre, l’argomento trascrizioni è stato introdotto dall’assessora alla Trasformazione digitale e Servizi civici Roberta Cocco e dal direttore dei Servizi Civici Andrea Zuccotti, che hanno parlato del perimetro giuridico entro il quale gli organi del Comune devono agire. Ribadendo che il preminente interesse del minore sia il principio che debba guidare l’azione degli organi amministrativi, in primis l’ufficiale di Stato Civile, hanno rilevato come non possa né debba il Comune entrare nel merito di come, da chi e quando la vita del bambino abbia avuto origine. 

È stata chiara, fin da subito, la propensione della maggioranza a porre fine al limbo giuridico in cui versano i quattro bambini figli delle tre coppie di papà e a procedere all’immediata trascrizione – come peraltro previsto dalle norme di diritto Internazionale – degli atti redatti all’estero, valutandone esclusivamente l’eventuale contrarietà all’ordine pubblico internazionale e non la componente morale o sociale. Più volte durante le sedute è stato rimarcato come la «non contrarietà all’ordine pubblico dei certificati di nascita redatti all’estero sia stata ribadita in ben tre sentenze della Corte di Cassazione, oltre che dalle due recenti sentenze del Tribunale di Milano che ha ordinato al Comune di Milano di procedere alla trascrizione».

Prima di dare il via al dibattito la presidente della Commissione Arianna Cenci ha invitato gli audiendi ad attenersi esclusivamente all’oggetto della Commissione, ovvero la richiesta di trascrizione degli atti, evitando polemiche e divagazioni. Invito che da talune è stato puntualmente disatteso. 

La scrittrice Marina Terragni – il cui intervento ha sforato quasi del doppio i cinque minuti concessi – non solo ha divagato sulla contrarietà della pratica della gpa alla legge della pratica ma ha presentato la questione delle problematiche apportate da tutte le pratiche di fecondazione alle donne che vi si assoggettano. Ha quindi invocato il ricorso all’istituto delle adozioni in casi particolari, ignara che tali casi sono ben normati dall'articolo 44 della legge 184/1983.

Cristina Gramolini, presidente di ArciLesbica Nazionale, ha preferito invece attaccare Famiglie Arcobaleno, arrivando, nella foga polemica, ad assimilare gli ufficiali di Stato Civile che accettano di trascrivere gli atti di nascita ai gerarchi nazisti che eseguivano gli ordini del regime.

Nei numerosi interventi successivi, soprattutto quelli di giuristi, è stato riportato il focus sulla tutela dei diritti dei bambini, che devono essere pieni e immediatamente disponibili, senza discriminazioni discendenti dal genere o dall’orientamento sessuale dei loro genitori.

I consiglieri comunali sono stati invece auditi nella seduta conclusiva di venerdì 14. Tra i tanti che hanno preso la parola a favore della trascrizione immediata dei detti atti Angelo Turco (che, insieme con la presidente della Commissione comunale Pari Opportunità Diana de Marchi, si è impegnato sin dalla prima ora al riguardo)Anita Pirovano, Filippo Barberis.

Completamente contraria la presidente del gruppo consiliare di maggioranza Beppe Sala Sindaco Noi, Milano Elisabetta Strada, che è stata la prima firmataria della richiesta di audizione in commissione congiunta, promossa dall’opposizione.

Strada ha fra l’altro chiesto di non procedere nemmeno alle trascrizioni imposte dal Tribunale di Milano, senza tenere in conto che ciò configurerebbe il reato d'omissione d’atti di ufficio.

Le hanno fatto eco i consiglieri dell’opposizione a partire dall’ex direttore di Tempi Luigi Amicone, che ha negato il diritto alla genitorialità per le coppie omosessuali e ha definito legittimi atti come la non trascrizione quale deterrente per le stessea proseguire nei loro progetti familiari. 

Ma parole di forte contrarietà sono state pronunciate dalla consigliera del Pd Roberta Osculati, giunta a dichiarare che la gpa non dovrebbe essere considerata una tecnica di procreazione medicalmente assistita.

Ma gli interventi degli altri consiglieri di maggioranza hanno però confermato la volontà di procedere alla trascrizione degli atti attualmente sospesi. Tra questi quello della presidente della Commissione Arianna Cenci, che ricordato come «un diritto in più non toglie un diritto ad altri» e definito come «inevitabile» il procedere e dar corso alle richieste pendenti da troppo tempo e che ledono e discriminano i diritti di tanti bambini.

Ma quell’inevitabile, che fonti autorevoli di Palazzo Marino avevano datato al lunedì successivo, è tuttora sospeso.

Un inevitabile che, col passare dei giorni, sembra sempre più rarefarsi mentre si avvicina gennaio, mese in cui ci sarà la sentenza della Cassazione. Mese che appare come il più rispondente all’attendismo di Sala, dato che, come l’etimologia ricorda, gennaio è pur sempre il mese di quel Giano venerato ed effigiato come Bifronte.

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Si è tenuta ieri sera a Milano, presso l’Open in viale Montenero, la 4° edizione del Premio Cild per le libertà civili

Istituito dalla Coalizione Iraliana per le Libertà e i Diritti civili (Cild), il riconoscimento «vuole contribuire a rafforzare la convinzione che il rispetto dei diritti umani sia uno degli elementi imprescindibile per una democrazia, aiutando il nostro Paese a riconoscere e valorizzare coloro che si impegnano per la loro affermazione in un momento decisivo per le libertà fondamentali».

A vincerlo, secondo otto categorie, Aboubakar Soumahoro (Attivista dell’anno), Maria Teresa Ninni (Dipendente pubblico), Nicola Canestrini (Avvocato), Saverio Tommasi (Giornalista), Sara Gama (Sportivo), Lucky Red e Cinema Undici (Media), Casa Internazionale delle Donne (Voce Collettiva).

Quello alla Carriera è invece andato al direttore di Gaynews e presidente di Gaynet Franco Grillini.

Nel tracciarne l’excursus biografico sì da indicare le motivazioni sottese all’assegnazione del riconoscimento, Patrizio Gonnella, cofondatore e presidente della Cild, ha ricordato come Grillini si sia «speso senza sosta per informare correttamente su quella che veniva chiamata la “peste gay”, cercando di arginare lo stigma sociale da un lato e di sviluppare dall’altro lato una cultura della conoscenza e della prevenzione per ciò che riguarda l’Hiv/Aids.

In anni in cui la stragrande maggioranza delle persone gay, lesbiche e bisessuali viveva in maniera nascosta, ha portato avanti con determinazione la lotta per la piena visibilità, mettendoci la faccia alla luce del sole soprattutto in programmi televisivi molto popolari, dove, al di fuori da contesti prettamente artistici, non si era mai vista una persona omosessuale parlare tranquillamente del proprio orientamento sessuale.

Eletto a vari incarichi politici ha sempre saputo unire la sua attività politica alla lotta per l’uguaglianza, la visibilità e la piena dignità delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender di questo Paese».

Nel ringraziare il direttore di Gaynews non ha mancato di condire il breve discorso con una battuta improntata alla sua proverbiale lepidezza: «Spesso vengo considerato il padre storico del movimento omosessuale. Non sono solo un padre... Sono anche un po' madre».

La consegna del Premio Cild 2018 a Franco Grillini è venuta a cadere alla vigilia di quella del Nettuno d’Oro che, fissata nel pomeriggio a Bologna presso Palazzo d’Accursio, vedrà la partecipazione, fra i tanti, della senatrice Monica Cirinnà, del deputato Ivan Scalfarotto, dell’ex presidente d’Arcigay Flavio Romani, del cofondatore del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli Vanni Piccolo nonché dell’avvocato Federico De Luca in rappresentanza ufficiale del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora.

Sempre ieri, infine, è giunta anche la proposta avanzata da GayLib al presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché nomini il direttore di Gaynews senatore a vita.

«Franco Grillini – ha dichiarato Daniele Priori, segretario nazionale di GayLib – è la più preziosa risorsa di cui la comunità Lgbti italiana ha la fortuna di giovarsi in mondi vicini e decisivi per lo sviluppo e la promozione sociale come la politica e la comunicazione.

Dopo il nobilissimo riconoscimento della sua città, ci piacerebbe che l'Italia intera possa tributare i giusti onori a una figura da ritenersi di riferimento nella società  tutta e sarebbe davvero meraviglioso, per la comunità Lgbti, se il presidente Mattarella volesse nominare Grillini senatore a vita».

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Con decreto del 16 novembre scorso il Tribunale civile di Milano è tornato a ordinare a Palazzo Marino di trascrivere gli atti di nascita californiani di due gemelle recante l’indicazione di entrambi i padri.

Il caso nasce dalla richiesta che i due ricorrenti, unitisi civilmente lo scorso anno, hanno avanzato all’Ufficio dello Stato civile di trascrivere gli atti di nascita delle loro figlie, nate negli Stati Uniti tramite gestazione per altri

I due papà avevano scelto di non accettare una “soluzione di compromesso” che, proposta dal Comune, avrebbe comportato di trascrivere i due atti con l’indicazione del solo genitore biologico. Le bambine, infatti, hanno il solo atto di nascita statunitense e non erano state dunque ancora registrate all’anagrafe, risultando inesistenti per lo Stato italiano.

Secondo quanto stabilito dal Tribunale di Milano, l’atto di nascita recante l’indicazione di due padri non è contrario all’ordine pubblico internazionale a differenza del diniego avanzato da Palazzo Marino, che si era così opposto al principio cardine della tutela del pro meliore minoris bono, ponendo in pericolo i diritti fondamentali delle bambine: non solo quelli di natura patrimoniale, come quelli successori, ma soprattutto l'identità personale.

Raggiunto telefonicamente da Gaynews, uno dei due papà, autore fra l’altro d’una lettera aperta a Sala, ha preferito non commentare l’accaduto limitandosi a dire: «La risposta sta tutta nel provvedimento. Resta un solo rammarico. Quello, cioè, di dover essere passati per la via giudiziaria.

Penso alle tante coppie che non sono nelle condizioni di ricorrere in tribunale. Cosa che non dovebbe avvenire: i bambini sono tutti uguali».

Soddisfazione è stata invece espressa dai legali Giacomo Cardaci, Manuel Girola, Luca di Gaetano di Rete Lenford, che hanno dichiarato: «Ancora una volta, la magistratura tutela gli interessi di due bambine che, fino ad ora, vivevano l’intollerabile condizione di ‘straniere in patria’, versando in uno stato di pura ‘clandestinità giuridica’ in cui i loro diritti e doveri sia di figlie sia di cittadine italiane era in grave pericolo: le bambine non erano registrate all’anagrafe e la loro ’invisibilità giuridica’ era fonte per loro di seri pregiudizi, destinati ad aggravarsi nel corso del tempo».

E sul decreto si è espresso in giornata anche il sindaco Giuseppe Sala a margine della presentazione a Palazzo Marino della Digital Week: «Siamo un po' obbligati a farlo, ma mi pare che, dal punto di vista politico, siamo sempre in osservazione e in verifica di quello che è da fare».

Ha quindi aggiunto: «Purtroppo questo tema può essere affrontato o perche' il governo trova un indirizzo, o perche' lo fa la magistratura, oppure perche' interviene il Comune. Secondo me, la cosa peggiore e' che ogni sindaco possa dire la sua, perche' sarebbe veramente buffo che una citta' riconosca e l'altra no. Oggi siamo ancora costretti a fare così, perché viviamo di sentenze e le seguiremo. Pero' e' chiaro che servirebbe una discussione a livello di Paese».

Affermazioni quelle di Sala che hanno suscitato la reazione di Gianni Tofanelli, il componente dell’altra coppia milanese, che aveva fatto ricorso al Tribunale perché fosse registrato sull’atto di nascita della loro figlia anche il nome del papà non biologico. Ricorso accolto il 25 ottobre con ingiunzione a Palazzo Marino di procedere in tal senso. Registrazione di fatto avvenuta il 17 novembre ma mai comunicata a Gianni e ad Andrea, che hanno dovuto apprenderla da Il Corriere della Sera.

«Sicuramente una data che ricorderò: cinque nni fa il medico procedeva con l’impianto dell’embrione e oggi ho potuto ritirare dall’Ufficio di Stato civile del Comune di Milano una copia dell’atto di nascita di nostra figlia, che finalmente riporta anche il nome dell’altro genitore – così Gianni –. Dagli atti ho scoperto che il comune di Milano ha dato seguito al decreto del Tribunale una settimana fa, ma né noi né i nostri legali di Rete Lenford avevamo avuto conferma della trascrizione e lo abbiamo dovuto leggere giorni fa sui giornali. 

Sappiamo tutti che la burocrazia è spesso nemica delle relazioni interpersonali, ma non posso negare che avremmo apprezzato essere informati direttamente dall’Amministrazione comunale del lieto fine di una storia che ci ha visti coinvolti per tanto tempo e che tanto clamore ha generato.

Siamo ovviamente al settimo cielo per il risultato raggiunto come anche per l’altra coppia di papà. Vogliamo ribadire che è arrivato il momento che il sindaco tuteli pienamente anche i diritti di tutti quei bambini che stanno aspettando il riconoscimento del Comune e dello Stato.

E che sia un riconoscimento pieno e completo: in questi giorni abbiamo visto la solita ex-giornalista (ora odiatrice professionista del genere maschile) inneggiare a una sentenza di stepchild adoption, ma solo perché questo è un modo per azzoppare il riconoscimento di piena genitorialità di entrambi e per rendere ancora più difficile, tortuoso e costoso il procedimento.

Resto inol esterrefatto per le dichiarazioni odierne del sindaco Sala, cui faccio però un ultimo appello come all’intero Consiglio Comunale: se potevano avere qualche dubbio sulla legittimità delle richieste fatte da noi papà arcobaleno, la nostra sentenza le ha fugate e quindi è arrivato il momento di procedere con tutte le richieste di trascrizione, sempre e solo nell’interesse dei bambini».

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Nel decennale di fondazione si è tenuto a Milano, dal 23 al 25 novembre, il XII° Congresso dell’Associazione Radicale Certi Diritti.

Finalizzata sia a promuovere e tutelare i diritti civili sia a garantire a responsabilità e la libertà sessuale delle persone, l’organizzazione si pone tra i principali obiettivi il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la riforma del diritto di famiglia, la depatologizzazione del transessualismo, la legge che permetta alle persone trans la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, la lotta al proibizionismo criminogeno in materia di prostituzione, il blocco degli interventi chirurgici sui bambini intersex.

Intitolato Non possiamo aspettare i tempi del potere, il Congresso si è svolto presso l’Open Milano (in viale Montenero, 6) e l’Unità di Produzione (in via Andrea Cesalpino, 7).

Presso la Libreria Open si è inoltre tenuta la presentazione del volume collettaneo Il lungo inverno democratico nella Russia di Putin, che ha visto gli interventi di Anna Zafesova (sovietologa e giornalista de La Stampa), Lorena Villa (Fondazione Luigi Einaudi) e Yuri Guaiana, presidente di Certi Diritti nonché curatore della raccolta di saggi edita dalla Diderotiana.

Nel pomeriggio di ieri sono state infine rinnovate le cariche statutarie. Confermati rispettivamente quale presidente e segretario Yuri Guaiana e Leonardo Monaco. Eletti, invece, Claudio Uberti a tesoriere e Carlo Maresca a revisore dei conti.

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Come preannunciato la scorsa settimana dal deputato Ivan Scalfarotto (Pd), il caso dell’espulsione di Felix Cossolo dall’Egitto è arrivato in Parlamento.

L’attivista milanese aveva denunciato d’essere stato qualificato quale persona non gradita al governo egiziano dopo essere atterrato, il 12 novembre, all’aeroporto de Il Cairo. Motivo del respingimento, come raccontato dal titolare del club meneghino Afterline, un suo reportage che, pubblicato nel 2007 sul periodico Clubbing, documentava gli arresti di persone omosessuali durante la presidenza di Hosni Mubarak.

Motivo per cui Scalfarotto, il 19 novembre, nel corso della seduta 86 della Camera ha presentato una specifica interrogazione parlamentare indirizzata al ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi.

Interrogazione che, cofirmata dagli omologhi di partito Alessandro Zan e Lia Quartapelle, appare così motivata: «Si apprende da organi di stampa che Felix Cossolo, cittadino italiano regolarmente in possesso di documenti di identità validi per l’ingresso in Egitto, sia stato respinto dall’ufficio visti dell’aeroporto de Il Cairo. All’arrivo all’aeroporto egiziano, infatti, dopo aver effettuato il pagamento della tassa per il visto turistico, Cossolo sarebbe stato riaccompagnato all’area partenza in quanto cittadino non gradito a causa di alcuni articoli usciti a sua firma in Italia sulle condizioni dei componenti della comunità Lgbt in Egitto.

Sempre da organi di stampa si apprende delle difficili condizioni di vita per le persone gay, lesbiche, bisex e transessuali in Egitto».

Alla luce di tali elementi Scalfarotto, Zan, Quartapelle hanno pertanto domandato «se tale diniego di soggiorno in Egitto possa configurarsi come una ulteriore restrizione su base discriminatoria estesa anche a cittadini non egiziani e se le autorità italiane competenti in materia intendano richiedere informazioni sul caso alle omologhe autorità egiziane a  fine di fare chiarezza sulla vicenda esposta».

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Questa notte TvBoy ha “invaso” Milano con una nuova ondata di opere al vetriolo.

Questa volta, obiettivi del sarcasmo graffiante dell’artista autore del celebre bacio tra Salvini e Di Maio, sono stati Chiara Ferragni, ritratta con il figlio in braccio e una bottiglia d’acqua (chiaro riferimento all'edizione limitata dell'Evian firmata dalla celebre fashion blogger) nelle vesti di una Madonna Ausiliatrice dei nostri giorni; Rino Gattuso e Luciano Spalletti, rispettivamente nelle vesti di un americano e di un cinese (con riferimento alla perdita d’identità tipica dell’universo globalizzato).

E ancora Salvini e Di Maio, ripresi in un’emblematica e amara immagine da “guerra dei social”. 

Un’immagine è poi apparsa in costume rainbow ed è quella del fuoriclasse Cristiano Ronaldo

Il graffito ritrae Ronaldo in una posa che vuole ricordare i Bronzi di Riace e rimandare ai canoni di bellezza della tradizione classica greca e romana. Lo street artist gioca sull’ambivalenza del segreto e l’opera allude, palesemente, sia alla presunta omosessualità di Ronaldo sia al fatto che il calciatore dà l’impressione di essere innamorato di se stesso.

Mentre Il Segreto di Ronaldo La Guerra dei social sono comparsi in corso di Porta Ticinese, Santa Chiara con acqua benedetta in via TorinoLa Guerra fredda (ossia il poster con Gattuso e Spalletti) in via Sant'Eustorgio.

ronaldo

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