Sono state rinnovate ieri sera le cariche sociali del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Alla guida della storica e maggiore associazione Lgbti romana è stato eletto l’avvocato Sebastiano Francesco Secci, già tesoriere della stessa nonché portavoce del Roma Pride, che subentra così a Mario Colamarino. Ad affiancarlo, nel ruolo di vicepresidente, Rossana Praitano, che è stata a capo del Circolo per due mandati dal 2004 al 2012. L’incarico di tesoriere è invece andato al siracusano Valerio Colomasi Battaglia.

Raggiunto telefonicamente, il neopresidente ha espresso la sua gioia e ha dichiarato: «Quest'anno, nel suo 35° anniversario, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli si troverà ad affrontare una serie di importanti sfide politiche: l'iter della proposta di legge regionale contro l'omotransfobia, le elezioni politiche e regionali, la candidatura al WorldPride 2025, solo per citarne alcune. Il nuovo consiglio direttivo del Circolo muovendo dalle mie precedenti esperienze politiche nell'associazione e nel Roma Pride, investe nelle nuove generazioni con la nomina a tesoriere di Valerio Colomasi Battaglia e recupera l'esperienza e l'autorevolezza della vicepresidente Rossana Praitano. Le sfide che abbiamo davanti sono significative ma confidiamo che con questa squadra e con il pieno sostegno dell'associazione tutta riusciremo a scrivere una nuova entusiasmante pagina per il movimento Lgbti italiano».

Felicitazioni da parte di componenti di varie associazioni Lgbti italiane nonché della senatrice Monica  Cirinnà, che ha annunciato il proprio tesseramento al Mieli.

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Presentato ieri presso l’auditorium del Maxxi di Roma il libro L’Italia che non c’era. Unioni civili: la dura battaglia per una legge storica (Fandango, Roma 2017) di Monica Cirinnà. Una platea nutrita e attenta ha seguito la conversazione tenuta da Bianca Berlinguer con colei che è stata ribattezzata la “senatrice dei diritti”.

Una narrazione conquidente quella di Monica Cirinnà che ripercorre in 304 pagine, suddivise in 14 capitoli, l’iter di una delle più discusse leggi degli ultimi anni, la cui approvazione è soprattutto da ascriversi proprio alla testardaggine e determinatezza dell’autrice. Una legge, la 76/2016, la cui previa discussione in Senato e alla Camera è stata accompagnata da reazioni talora parossistiche di cattoparlamentari, gerarchie e movimenti ultraconservatori. Non senza l’evocazione di scenari genesiaci proprio durante l’esame del ddl in Commissione Giustizia al Senato. Ecco come la stessa senatrice Cirinnà ne parla con parresia in alcuni passaggi del capitolo Conservatori e riformisti.

Mons. Paglia e la nuova Babele  

Secondo molti autorevoli esponenti del Pd sarebbe stato uno sgarbo troppo grosso votare le unioni civili prima o durante il Sinodo, mentre subito dopo, in ottobre, il calendario dei lavori era comunque occupato dalla manovra di bilancio, come ogni anno. Oltre a essere anche impegnati su una delle varie e ripetute letture della riforma costituzionale.

Questo allungamento dei tempi non mi piaceva affatto. Temevo ciò che si è poi chiaramente verificato: l'organizzazione e la mobilitazione delle aree ultra-cattoliche contro la legge. Non mi servivano prove perché vedevo i movimenti dei cattodem nel Gruppo Pd del Senato, ma ne ebbi la certezza quando l'agenzia Adnkronos il 3 giugno 2015 pubblicò alcune frasi di monsignor Paglia, presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia: "Da che mondo è mondo la famiglia è formata solo da un uomo e una donna con i loro figli. Bisogna evitare una nuova Babele". E ancora: "Dobbiamo prendere coscienza che su questo punto siamo chiamati a una battaglia radicale. È questa famiglia, marito e moglie con figli, a creare e formare la società, la cultura, la storia e, in definitiva, un popolo. Ed è questa la famiglia che non va discriminata[...] Purtroppo la società sembra votata al culto dell'egolatria, sul cui altare si è pronti a sacrificare tutto, in nome di un esasperato individualismo".

Era chiaro, quindi, che lo "stato maggiore" dei vescovi italiani, guidati dal cardinale Bagnasco, ben noto per le sue posizioni ultraconservatrici, avrebbe utilizzato ogni mezzo, dentro e fuori il Parlamento, per fermare il mio lavoro.

Il Family Day del 2015 e il Vietnam in Commissione Giustizia

Il 20 giugno del 2015 torna il Family Day  in piazza San Giovanni a Roma, proprio mentre è in corso in commissione Giustizia il Vietnam. Parteciparono non soltanto movimenti cattolici, ma anche l'imam della moschea di Centocelle che disse: "Siamo qui tutti insieme, mussulmani e cristiani, per difendere la famiglia".

Lo slogan della manifestazione era "Difendiamo i nostri figli". Ma da cosa? Questa era la domanda più diffusa tra le persone favorevoli alla legge. Da cosa? Dal gender! "Per riaffermare - dissero gli organizzatori - il diritto di mamma e papà a educare i figli e fermare la colorazione ideologica della teoria gender nelle scuole e nel Parlamento, oltre a bloccare sul nascere il ddl Cirinnà che costituirebbe in prospettiva adozione, utero in affitto per le coppie dello stesso sesso".

Quel giorno il presidente della Cei riprese il concetto esplicitato all'Ansa il 17 gennaio, pienamente ascrivibile nella categoria "benaltrismo". Infatti affermò, in merito alle unioni civili, che "ci sono diverse considerazioni da fare, ma la più importante è che mi sembra una grande distrazione da parte del Parlamento rispetto ai veri problemi dell'Italia: creare posti di lavoro, dare sicurezza sociale, ristabilire il welfare [...] Noi vediamo nelle nostre parrocchie una grandissima coda di disoccupati, di gente disperata [...] Di fronte a questa situazione tanto accadimento su determinati punti che impegnano il governo e lo mettono in continua fibrillazione mi pare che sia una distrazione grave e irresponsabile". [...]

L'attivismo di Bagnasco aveva come contraltare il silenzio del Vaticano e del Papa sul tema della legge. Questo mi faceva ben sperare e ovviamente divideva al suo interno l'area cattodem, tra i tifosi del Papa emerito Benedetto, fautore della guerra al relativismo etico, e quelli di Papa Francesco, famoso tra l'altro per il "chi sono io per giudicare un gay?" e grande sostenitore di una Chiesa accogliente e inclusiva.

Monica Cirinnà ossia la mangiapreti?

Esterino mi definisce una “mangiapreti” e molto spesso mi rimprovera posizioni ideologiche o laiciste. Forse ha ragione, ma sono convinta che chi siede in Parlamento lo fa per rispettare la Costituzione e applicarla. Poi ognuno in privato può professare o meno la propria fede. La nostra Costituzione dice, all’art.7 “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Questo principio, che stabilisce la netta separazione tra ordine religioso e ordine temporale, fa sì che la nostra Repubblica possa definirsi laica e che non ci debbano essere intromissioni e interferenze tra i due poteri. Purtroppo, troppo spesso, questo principio è stato violato. Un esempio per tutti è la richiesta della Curia di astenersi sul referendum sulla legge 40 e i numerosi tentativi di intervenire anche sulla legge sulle unioni civili, influenzando il voto dei parlamentari cattolici.

Un inedito in esclusiva per Gaynews

I toni minatoriamente apocalittici da parte di alcune frange estremiste cattoliche sono ravvisabili non solo nel ben noto monito di p. Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, ma anche nelle innumerevoli mail indirizzate alla senatrice Cirinnà. Molte di queste sono state pubblicate nel volume a differenza di altre che per ovvie ragioni di spazio sono state espunte. Di una di queste pubblichiamo in esclusiva il testo in una con quello del mittente. Una riprova di come Monica Cirinnà sappia rispondere con competenza anche a chi ricorre ad argomentazioni di tipo dottrinario.

On. Monica Cirinnà, le prego di rispondere a questa mia lettera. 

Come spiegare alla legittima e innocente curiosità dei bambini quel ripugnante e sporco atto sessuale che già gli adulti, nell’immaginarlo, si vergognano? Non voglio immaginare, al di la delle personali sensibilità etiche, l’imbarazzante situazione degli insegnati di scienze delegati a spiegare alla lecita e curiosa intelligenza dei nostri adolescenti, l’anomalo motivo, già di per se assai igienicamente schifoso e ripugnante al solo pensarlo, dell’infecondo atto sessuale dell’unione tra esseri dello stesso sesso se non per belluino godimento contro natura. In Luca 9-42 è scritto: “ ma chi scandalizzerà uno di questi piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli sia legata al collo una macina d’asino e lo si getti nel mare”!

Altre e più devastanti iniziative, grazie a Lei, ci attendono come, ad esempio, il diritto dei gay di adottare figli non loro con l’uso dell’utero in affitto che, se fosse riconosciuto, comporterebbe un sicuro ed imponderabile disagio sociale e danno psicologico su innocenti che Lei e i suoi promotori negano. Un peccato ben più grave della sodomia in quanto trattasi di uno sporco mercimonio d'anime innocenti in corpi d’altrui persone pagate e prestate a tal fine.

C'è da esserne fieri?

Attendo risposta.

 

Gentile Signore,

     vorrà perdonarmi se le rispondo solo oggi ma impegni istituzionali mi hanno impedito di farlo prima. Non volendo però in alcun modo apparire scortese, do con piacere riscontro alla sua mail del 4 luglio u. s.

Non le nascondo che resto perplessa di fronte ai toni e alle parole da lei utilizzate che nulla hanno da spartire con un atteggiamento e un linguaggio improntati alla correttezza nonché a quei valori cristiani, cui vorrebbe rifarsi. Lei parla di rapporti sessuali in termini di ripugnanza, sporcizia, belluinità con specifico riferimento alle persone dello stesso sesso, il cui relazionarsi è altresì bollato come “infecondo”. Ma se l’atto sessuale dov’essere di per sé fecondo a questo punto dovrebbe essere ripugnante – secondo la sua logica – anche quello tra due personee di sesso diverso ma sterili. Eppure lei dovrebbe ben sapere che ne è passata di acqua sotto i ponti dalla Casti Connubii di Pio XI e che sulla morale di coppia il magistero stesso ha abbandondato da oltre 50 anni la mera visione riproduttivistica del rapporto sessuale.

La sessuofobia, di cui la sua mail è riprova, è il vero pericolo da combattere. Se ne faccia una ragione: se due persone dello stesso sesso o di sesso opposto hanno una serena vita sessuale, ciò avviene non per istinto belluino o per una presunta sporcizia ontologica ma per libera volontà e per amore. Ecco, come si può spiegarlo ai bambini che più di noi adulti sanno percepire la bellezza dell’amore.

Stia attento all’utilizzo delle Scritture e a far dir a esse quello che ci aggrada. Lo scandalizzare i piccoli, di cui parla il versetto di Luca da lei citato (fra l’altro in maniera erronea perché la citazione correttà è Lc 17, 1-2), non è affatto in riferimento a una condotta sessuale e meno che mai omosessuale. Cristo non sta affatto parlando di tutto ciò ma della grave responsabilità che hanno coloro che scandalizzano “uno di questi piccoli”. Scandalo che può avvenire attraverso la violenza, il furto, la bugia, ecc. Insomma, attraverso ogni attegiamento eticamente non corretto.

Sorvolando sull’utilizzo del termine sodomia (non più utilizzato dai pontefici da tempo ma che, soprattutto, è inadatto per stigmatizzare il rapporto tra due persone dello stesso sesso quando sono proprio le Scritture a specificare quale fu il grave atto degli abitanti di Sodoma: Ecco, questa fu l'iniquità di tua sorella Sodoma: lei e le sue figlie vivevano nell'orgoglio, nell'abbondanza del pane e in una grande indolenza, ma non sostenevano la mano dell'afflitto e del povero [Ez. 16, 49]), mi permetto infine di farle notare che il concetto di peccato e il ricorso ai testi sacri vanno bene per un credente e sono utilizzabili in un ambito di fede. Ma sono categorie estranee e inappropriate all’ambito laico e politico che, per quanto rispettoso dei diversi credo a partire da quello cristiano, deve tutelare le esigenze di tutte e tutti i cittadini e, conseguentemente, muoversi secondo i presupposti del retto pensiero e delle umane leggi.

Cordialmente

Monica Cirinnà

 

 

 

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A poco più di una settimana dal passaggio in giudicato della sentenza che ha consentito a Olimpia Cianfrocca, 17enne transgender, la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico di riattribuzione del sesso – cui il Tribunale di Frosinone ha in pari tempo concesso l’autorizzazione –, la giovane d’Alatri è stata ricevuta a Palazzo Madama dalla senatrice Monica Cirinnà e del senatore Sergio Lo Giudice. Un attestato di affetto e stima per Olimpia che si è battuta con determinatezza per ottenere una sentenza che è in Italia la seconda a riguardare una persona minorenne transgender.

Ad accompagnarla la madre Mariella Fanfarillo, sempre al fianco della figlia nel percorso di transizione, e la zia Francesca Gatta, segretaria del circolo Pd di Alatri. Nel lungo incontro in Sala Maccari si è parlato del progetto di legge sull’identità di genere a firma Lo Giudice che, depositato a inizio legislatura e mai esaminato in Commissione Giustizia, prevede appunto per le persone trans la rettifica dei dati anagrafici indipendetemente dall’intervento chirurgico e la depatologizzazione della transessualità.

«Quella riguardante Olimpia è una sentenza storica – ha commentato la senatrice Cirinnà – ma pone maggiormente in luce la necessità che anche l’Italia si allinei ad altri Paesi (come, ad esempio, Malta) con una legge che consenta la rettifica dei dati anagrafici senza che la persona transgender si assoggetti a un intervento chirurgico. Ieri anche il Parlameto ellenico ha approvato, nonostante alcuni elementi critici, una legge al riguardo Non è possibile ovviare sempre con la via giurisprudenziale tanto più che si possano dare, e si danno purtroppo, sentenze negative per le persone trans facenti istanza, che vivono ciò come un ulteriore dramma».

Sergio Lo Giudice ha anche informato le presenti d’un convegno da tenersi in dicembre sulle persone minorenni transgender. Convegno, cui sarà coinvolta a pieno titolo Mariella Fanfarillo, che da tempo si batte in difesa dell’autodeterminazione delle persone trans.

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Buone notizie da Torino per gli amanti di cinema e per coloro che hanno a cuore i diritti Lgbtqi. Sono state annunciate le date del Lovers Film Festival – Torino LGBTQI Visions 2018, diretto da Irene Dionisio e presieduto da Giovanni Minerba: si svolgerà nel capoluogo piemontese presso il Cinema Massimo del Museo Nazionale del Cinema dal 20 al 24 aprile 2018 andando a ricollocarsi nello storico periodo di svolgimento del festival.

Mentre sono stati resi noti i dati del 2017 - 6 giorni di programmazione, 83 film di cui 56 anteprime italiane, 3 europee, 3 internazionali, 31 paesi rappresentati e 23.000 presenze fra proiezioni ed eventi Off – alcune anticipazioni fanno presagire che il Lovers 2018 sarà contraddistinto da uno spirito cinefilo, militante e pop.

Tutto il festival sarà improntato sul tema dei diritti Lgbtqi: sia il concorso cinematografico sia gli eventi speciali e musicali. La direttrice Irene Dionisio, inoltre, ha deciso di ampliare la squadra di selezione aprendola a due esponenti del mondo Lgbtqi scelti dalla comunità stessa, mentre Giovanni Minerba, fondatore con Ottavio Mai del festival, curerà una sezione pensata per valorizzare la storia della rassegna che tanto ha significato per le persone omosessuali e non.

La madrina sarà una delle icone del cinema italiano: l’attrice, regista e produttrice Valeria GolinoRobin Campillo, ultimo vincitore Gran Prix a Cannes della Queer Palm, ha già confermato la propria presenza al festival.

Sempre sul tema dei diritti, in collaborazione con il Coordinamento Pride saranno scelte sette parole chiave e verrà individuato, per ognuna, un film dedicato. Il focus sarà introdotto da un approfondimento dedicato al modo in cui i media rappresentano le persone Lgbtqi a cura di Diversity, l'associazione fondata da Francesca Vecchioni. Madrina d’eccezione di questo focus sarà Monica Cirinnà.

Innovazione e continuità le parole chiave di Lovers come sintetizza Giovanni Minerba: «I cambiamenti portano sempre a una riflessione, la conoscenza è necessaria, fare tesoro del passato per dare la giusta opportunità di guardare al futuro. Il percorso iniziato con la 32° edizione necessita, è, e deve essere un chiaro messaggio di inclusione, tutti insieme daremo il contributo necessario».

Molto determinata nella costruzione di un’edizione 2018 che possa soddisfare tutte e tutti anche la direttrice Irene Dionisio che «è molto felice di poter partire con il giusto anticipo a lavorare all’edizione 2018».

Irene inoltre ci ha detto «che sta già costruendo nuove relazioni internazionali» e «che lavorerà all’insegna del confronto con la comunità Lgbtqi perché il tema dei diritti possa essere affrontato nella sua accezione più ampia».

 

 

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Il 28 e il 29 settembre si terrà in Campidoglio la Terza Conferenza Nazionale sulla Famiglia. Un’iniziativa che, promossa dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del consiglio dei Ministri, è stata preclusa a due importanti associazioni Lgbti quali Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno.

Per saperne di più Gaynews ha intervistato Gabriele Faccini, co-presidente e responsabile Comunicazione di Rete Genitori Rainbow.

Gabriele, a lanciare l'allarme sul mancato invito di alcune associazioni Lgbti alla Terza Conferenza sulla Famiglia è stata Rete Genitori Rainbow. Puoi spiegare cos'è successo?

A fine giugno ci hanno segnalato l'organizzazione di questa Conferenza e abbiamo immediatamente inviato una mail per essere coinvolti. Tre mesi dopo, cioè pochi giorni fa, ci è stata inviata la seguente risposta standard, destinata a tutti coloro a cui la richiesta è stata rifiutata:

Gentile Presidente,

grazie per la sua richiesta di partecipazione alla prossima Conferenza Nazionale sulla Famiglia, prevista il 28 e 29 settembre a Roma. Qui la notizia circa l’evento.

La informiamo che la manifestazione, anche alla luce del numero limitato dei posti disponibili, sarà riservata ai soggetti istituzionali e ai rappresentanti delle organizzazioni nazionali della società civile presenti negli organismi collegiali a supporto delle politiche in materia di famiglia.

Sarà in ogni caso possibile seguire i lavori in diretta streaming sulle pagine del sito internet del Dipartimento per le Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri all’indirizzo www.politichefamiglia.it.

Con l’occasione, comunichiamo che è possibile far pervenire eventuali contributi scritti a questa Segreteria.

Cordiali saluti.

La Segreteria

Come evincibile dal testo, non è stata data un'esplicita spiegazione del perchè la nostra associazione non avesse i criteri per essere inclusa. Subito ci siamo attivati per capire se anche altre associazioni avessero avuto questo trattamento. Da lì la scelta e necessità di un comunicato che denunciasse l'accaduto.

Si è poi saputo che Agedo e Arcigay avevano in realtà ricevuto l'invito già in giugno. Qual è il tuo parere in merito?

Agedo e Arcigay sono realtà nazionali importanti nel movimento Lgbti. Ma invitare solo loro  non permette di focalizzare sulla realtà specifica delle famiglie omogenitoriali nelle loro tantissime sfaccettature, escludendo così scientemente tutte quelle realtà del mondo Lgbti dove sono presenti dei bambini. In tal modo non è possibile avere un quadro completo della società, che invece è l'obiettivo dichiarato dell'Osservatorio sulla Famiglia (che già nel nome porta una pecca, in quanto sarebbe più corretto parlare di famiglie).

Nella scheda informativa della Conferenza, uno dei gruppi di lavoro (il primo peraltro) è focalizzato sulla centralità del ruolo delle famiglie come risorse sociali ed educative. Nella premessa del documento si riconosce infatti come «la struttura delle famiglie si è profondamente modificata e ci troviamo di fronte a un panorama nuovo e per molti aspetti complesso (nuclei sempre più piccoli, spesso instabili, famiglie di origine straniera, ricomposte, monogenitoriali, omogenitoriali, adottive, affidatarie,...)». Ma come è possibile riconoscere questa molteplicità di forme e poi non voler ascoltare la voce di chi le rappresenta?

Domani mattina la sottosegretaria Maria Elena Boschi riceverà i rappresentanti di Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno. Prima che fosse fissato quest’appuntamento, si è saputo che Lo Giudice, Cirinnà e Viotti avevano minacciato un duro comunicato. Come giudichi una tale presa di posizione di politici d'area orlandiana?

Ogni azione politica a sostegno delle nostre istanze è senz'altro ben accolta. Ci auguriamo che possa costituire l'inizio di un dibattito costruttivo e non si riduca a un mero scontro tra le parti. L'importante è non fare finta che il problema non esista e apprezziamo la maggior sensibilità di alcuni politici su queste tematiche.

Siamo a poche ore dall’incontro a Palazzo Chigi. Cosa ti aspetti da questo meeting?

Questa convocazione è stata ovviamente una conseguenza del comunicato, un atto dovuto, ma poteva anche non essere organizzato. Mi aspetto in primis delle spiegazioni, anche se dubito avremo la possibilità di prendere parte alla conferenza arrivati a questo punto.

Ma soprattutto, visto che il lavoro dell'Osservatorio è costante, mi aspetto un impegno politico preciso da parte della sottosegretaria e un coinvolgimento all'interno di quest'organo, dove è necessaria la rappresentanza di tutte le forme di famiglia, comprese quelle omogenitoriali di Famiglie Arcobaleno e quelle "omoricomposte", specificità rappresentata da Rete Genitori Rainbow, dove un compontente della coppia omosessuale ha avuto figli da precedenti relazioni eterosessuali.

Non credi che l'esclusione di associazioni come Rete Genitori Rainbow e Famiglie Arcobaleno dalla Conferenza Nazionale possa essere ravvisata come conseguenza della legge sulle unioni civili. Legge, cioè, che non riconosce formalmente lo status di famiglia alle coppie che accedono a un tale istituto giuridico?

No, non trovo relazioni. Come dicevo prima, nel documento informativo stesso della Conferenza si parla di molteplicità di famiglie, tra cui quelle omogenitoriali. Posso però aggiungere che da un anno a questa parte c'è la percezione che l'attenzione del governo sul campo dei diritti delle persone Lgbit si sia affievolita. Bisogna avere il coraggio politico di portare avanti un cammino troppo timidamente intrapreso.

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Domani, alle 17:30, si uniranno civilmente presso Palazzo Loggia, sede del Comune di Brescia, Stefano Simonelli e Luca Trentini. Al rito saranno presenti familiari e amici ma anche numerosi esponenti del movimento Lgbti italiano. Già segretario nazionale di Arcigay dal 2010 al 2012 e attualmente coordinatore di Sinistra Italiana per la provincia di Brescia, Luca è infatti noto come militante per i diritti civili delle persone omosessuali e transessuali. Tema, questo, di cui si occupa anche come blogger per Huffington Post. 

Per saperne di più lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Luca, si avvicina il gran giorno: come ne avete vissuto, tu e Stefano, la preparazione?

Con grande emozione. Siamo partiti assai presto con l'organizzazione della nostra unione, supportati da una grande comunità di amiche e amici che hanno voluto condividere con noi il percorso, la preparazione e la realizzazione di quello che sarà sicuramente un momento indimenticabile della nostra vita. Abbiamo voluto coinvolgere non solo l'associazione in cui militiamo da anni, Arcigay, ma anche tutte e tutti coloro che ci sono stati vicini in questi lunghi anni di lotta civile. Come abbiamo condiviso la fatica delle battaglie politiche, così ora vivremo insieme l'entusiasmo e la gioia di un momento, personale e politico, che coinvolge tutte e tutti. C'è stato molto da organizzare, ma ognuno ha contribuito a un pezzo di quella che sarà una grande giornata.

Un tale atto arriva dopo un percorso di vita insieme: come si è strutturato nel tempo il vostro rapporto e perché avete deciso di formalizzarlo? 

In realtà la scelta è stata del tutto naturale. Dopo cinque anni di storia e due di convivenza l'idea dell'unione è arrivata spontaneamente. Ci siamo conosciuti grazie a un amico comune a una serata al Mamos di Bergamo. Lì è iniziata la nostra relazione che è proseguita e si è consolidata nel tempo. Abbiamo condiviso la quotidianità, le battaglie civili e politiche e siamo cresciuti come coppia. Il giorno del quarto anniversario del nostro fidanzamento ho preso l'iniziativa e ho fatto la dichiarazione a Stefano, consegnandogli l'anello in un luogo molto romantico di Brescia. Ha detto sì ed eccoci qui.

Il motivo principale che ci ha spinti al passo dell'unione è sicuramente prima di tutto sentimentale. Volevamo celebrare il nostro amore pubblicamente, con amici e parenti, con una festa che li tenesse insieme tutti. Inoltre abbiamo voluto formalizzare di fronte alla legge la nostra famiglia, che già esiste nei fatti ed essere riconosciuti di fronte allo Stato come un bene sociale basato sul vincolo di amore e solidarietà, al pari di ogni altra famiglia. Da ultimo avremo la possibilità di accedere ai diritti e di assumerci i doveri che la legge prevede per consolidare e tutelare la nostra famiglia. 

Come attivista con un lungo impegno in Arcigay alle spalle qual è il tuo giudizio sulla legge Cirinnà? 

La legge Cirinnà è un primo, sostanziale e positivo passo avanti sul fronte dei diritti civili. Ha avuto il merito di rompere quel muro di gomma che ci impediva di progredire come paese e di essere riconosciuti come cittadine e cittadini. Tuttavia la scelta di creare un istituto esclusivo, dedicato solo alle famiglie omosessuali, ben distinto e differenziato dal matrimonio pone dei problemi non indifferenti in termini di uguaglianza sostanziale. E poi la scelta di escludere l'adozione, anche nei termini della stepchild adoption, è stata un’enorme ferita per le famiglie arcobaleno e per i diritti dei loro bimbi. Un atto inaccettabile, servito sul tavolo della mediazione partitica, che ci ha impedito di godere di un successo più grande.

Date le condizioni dettate dagli equilibri parlamentari non era probabilmente possibile ottenere di più. Un passo avanti che deve però essere il primo di una lunga serie.

Qual è a tuo parere l'incidenza che il movimento ha avuto durante il dibattito parlamentare e quale gli obiettivi che deve prefiggersi per il futuro? 

Credo che la legge sulle unioni civili, sebbene parziale, sia il primo grande successo politico del movimento Lgbt italiano, avvenuto attraverso la determinazione e l'impegno di Monica Cirinnà. Nella società dell'immediato tendiamo a dimenticarci la genesi, lo sviluppo e i processi che determinano i cambiamenti sociali. È stata la lotta, il sacrificio e la militanza di migliaia di attiviste ed attivisti che ha attraversato gli ultimi quarant'anni della nostra storia a costruire la possibilità di vedere approvata una legge sulle nostre famiglie. Attraverso la visibilità, la cultura, le iniziative, la lotta sociale e politica, le sentenze dei tribunali, della Corte costituzionale, della Corte europea dei diritti dell'uomo il movimento è riuscito a convincere in modo capillare la maggioranza dell'opinione pubblica a schierarsi al suo fianco e ha costruito le condizioni sociali e politiche perchè quella legge potesse essere proposta, condivisa e votata. Siamo stati noi ad operare una “rivoluzione gentile”, secondo la felice espressione di Franco Grillini, i cui frutti sono stati raccolti nella società prima e nel parlamento poi.

Grande e a mio parere determinante è stata la mobilitazione posta in essere dal movimento nell'imminenza del voto parlamentare. Reputo che la mobilitazione nazionale del 23 gennaio sia stata una dimostrazione di forza e di determinazione capace di far giungere nelle aule parlamentari la voce della maggioranza del Paese, bloccando così in modo ferale l'ennesimo tentativo dei gruppi clericali di bloccare l'approvazione della legge.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

A chi dice - ed è successo anche a Brescia - che le unioni civili sono un flop che cosa rispondi? 

Rispondo che, per definizione, i diritti di una minoranza non si determinano dai numeri che esprime, soprattutto se li si rapporta a quelli della maggioranza della popolazione. Ricordo loro che una possibilità non determina necessariamente un obbligo sociale ad assumersi una scelta. Evidenzio che in inverno, cioè il periodo preso in esame da queste forzate analisi statistiche, è assai improbabile che qualcuno decida di organizzare la festa della propria unione. 

Ma sottolineo soprattutto che, quando si parla di diritti civili e di uguaglianza, il metro di misura debba essere esclusivamente quello della giustizia sociale, e non un banale calcolo numerico. Se una legge porta a migliorare la qualità della vita e determina il benessere e la serenità anche di una e una sola famiglia, è giusto approvarla.

Nel progetto futuro di Luca e del suo compagno rientra anche quello della genitorialità?

Abbiamo grande rispetto e sincera ammirazione per chi compie una scelta così grande, ma non rientra nei nostri progetti. La responsabilità genitoriale è un compito troppo impegnativo e alto per poterlo inserire nelle nostre vite, che sono già talmente cariche di impegni, responsabilità e incombenze da non consentirci il tempo e l'attenzione che merita la cura di una nuova vita.

Tuttavia abbiamo la fortuna di avere famiglie molto numerose, che ci hanno circondato di nipoti. Sono sei, per ora. Proprio domenica scorsa durante un pranzo in famiglia Alberto, il più piccolo dei miei nipotini, ci si è avvicinato e ci ha candidamente chiesto: “Ma zio Luca, da venerdì posso chiamare zio anche Stefano?”. Questo oggi ci basta.

Tuttavia, non ce lo nascondiamo, molte forze politiche dentro il palazzo non hanno certo brillato per coerenza e per linearità rispetto ai nostri obiettivi. Sarà necessario proseguire nella battaglia culturale sui temi dell'uguaglianza e nella lotta sociale per l'affermazione, il rispetto e l'inclusione delle diversità in modo da costruire una piattaforma avanzata di rivendicazione che sappia rilanciare con forza i nostri obiettivi: la legge contro l'omotransfobia, la tutela dell'omogenitorialità e dei diritti fondamentali dei figli delle coppie arcobaleno, l'accesso al matrimonio egualitario e all'adozione per tutte e tutti. Capitoli che non possono che passare attraverso una forte richiesta di laicità delle istituzioni e in un progetto di riforma complessiva del diritto di famiglia per tutte le coppie, omo e etero.

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A poco più di una settimana dalla loro unione civile Andrea Luzi e Francesco Pau sono stati ricevuti a Palazzo Madama dalla senatrice Monica Cirinnà e dal senatore Sergio Lo Giudice. Un attestato di affetto nei riguardi della coppia che, al termine della celebrazione del rito a Palazzo dei Capitani in Ascoli Piceno, era stata offesa da un 50enne sulla piazza antistante. Trattamento riservato anche al locale capogruppo Pd Francesco Ameli, che oggi ha accompagnato Andrea e Francesco a Roma.

Visibilmente emozionati, i due “mariti”, come sono stati chiamati affettuosamente da Monica Cirinnà, si sono prima intrattenuti con Silvana Amati, Camilla Fabbri e Francesco Verducci, senatori dem eletti nella Regione Marche.

Quindi hanno avuto un breve incontro privato in Sala Maccari con la stessa Monica Cirinnà, che ha ribadito quanto l’amora vinca su ogni contrarietà e quanto coppie come la loro costituiscano davvero la parte migliore del Paese. Non senza aggiungere che restano ancora tante battaglie da combattere per il pieno riconoscimento dei diritti delle persone Lgbti: dall’adozione al matrimonio egualitario.

Prima di essere ammessa nella Tribuna Ospiti dell’Aula del Senato, la coppia ha fatto dono alla senatrice d’un artistico quadro realizzato da Francesco.

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La legge Cirinnà ha innegabilmente segnato un punto di svolta nell'ordinamento italiano, disciplinando chiaramente l'unione fra persone dello stesso, come tematica a sé stante, senza porre sullo stesso piano convenze more uxorio, convivenze di fatto fra persone non legate da vincoli sentimentali, come proposto, invece, da precedenti progetti di legge. Le unioni civili introducono nell'ordinamento un nuovo istituto che discplina l'unione fra persone dello stesso sesso, legate da un vicolo affettivo,  “quale  specifica  formazione  sociale  ai  sensi  degli articoli 2  e  3  della  Costituzione”, costituita  mediante dichiarazione di  fronte  all'ufficiale  di stato civile ed alla presenza di due testimoni.

Ciò non toglie che la legge presenti alcune “lacune”, in parte, colmate dai decreti attuativi (si pensi alla disciplina penalistica ove lo status di “unito civilmente” è equiparato a quello di “coniuge”, anche ai fini dell'applicazione di circostanze aggravanti del reato), in parte, invece, rimasta irrisolta.

Il legislatore, al fine di tentare una equiparazione, introduce una sorta di “clausola di salvaguardia” all'art. 1, comma 20: “Al solo fine di  assicurare  l'effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti  dall'unione civile tra persone dello stesso sesso, le  disposizioni che si riferiscono al matrimonio e  le  disposizioni  contenenti le  parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque  ricorrono  nelle leggi, negli atti aventi forza  di  legge,  nei  regolamenti  nonche' negli atti amministrativi e nei contratti  collettivi,  si  applicano anche ad ognuna delle parti  dell'unione  civile  tra  persone  dello stesso sesso. La disposizione di cui al  periodo  precedente  non  si applica alle norme del codice  civile  non  richiamate  espressamente nella presente legge, nonche' alle disposizioni di cui alla  legge  4 maggio 1983, n. 184. Resta fermo  quanto  previsto  e  consentito  in materia di adozione dalle norme vigenti".

Il legislatore, in sostanza, sulle adozioni non prende una posizione chiara. Da un lato, esclude espressamente il richiamo alla legge sull'adozione, dall'altro, però, con una clausola di apertura prevede che “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. A mio avviso, non può negarsi che, con tale previsione, il legislatore abbia, nei fatti, abdicato alla propria funzione normativa (e di indirizzo politico) in favore della giurisprudenza, con ciò agevolando la prassi di una “giurisprudenza creativa”, che presta il fianco ad una innegabile disparità di trattamento.

In più di una pronuncia, infatti, la giurisprudenza di merito, pur nell'assenza di una disciplina legislativa, ha riconosciuto, di fatto, la possibilità di adottare il figlio biologico del proprio partner, all'interno d una coppia omosessuale, talvolta ricorrendo all'ipotesi di adozione in casi particolari ex art. 44 l.184/83, ovvero come riconoscimento di adozione pronunciata in un paese straniero ex art. 36, comma 4,  l. 184/83.

Nelle numerose sentenze i giudici hanno proposto unaserie di argomenti giuridici tali da consentire l'applicabilità in via analogica della normativa prevista per ipotesi “speciali” di adozione. Ciò nel superiore interesse del minore. Va evidenziato, infatti, che la giurisprudenza di merito si sia soffermata esclusivamente sul diritto del minore ad uno stato giuridico di figlio corrispondente ad una situazione di fatto creatasi all’interno di un nucleo familiare omogenitoriale fondato sugli affetti, sull’assistenza materiale e sulla cura del minore, non sussistendo, di contro, nel nostro ordinamento, il diritto della coppia omosessuale alla genitorialità. Tale operazione ermeneutica della giurisprudenza si rivela necessaria, laddove esistono già in Italia coppie omossessuali che hanno figli, la cui condizione giuridica è priva di regolamentazione.

Tuttavia, il fatto che sia demandata alla “sensibilità” di ciascun giudice la facoltà di riconoscere, o meno, al soggetto unito civilmente l'adozione del figlio biologico del partner evidenzia, indubbiamente la necessità di colmare tale lacuna normativa, non potendosi consentire tale disparità di trattamento sul territorio nazionale, tanto più ove, come in questi casi, sia in gioco l'interesse del minore. In particolare, val la pena di precisare che nell'ipotesi di minore convivente con due soggetti uniti civilmente, o comunque cosituenti una coppia omossessuale, (perchè figlio biologico di uno dei due) in caso di disgregazione del nucleo, questi non avrebbe diritto di essere ascoltato, non sussistendo, allo stato attuale, una riconoscimento giuridico del  figlio di una coppia omogenitoriale.

Non può non sottolinearsi come, anche tale circostanza, palesi una intollerabile disparità di trattamento tra figli coppie eterosessuali ed omosessuali, laddove i primi hanno diritto ad essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano, ai sensi dell'art. 336 bis c.c., mentre i secondi, il cui status giuridico non viene riconosciuto dall'ordinamento ( se non in forza di alcune isolate pronunce giurisdizionali) non hanno tale diritto.

Se è vero, infatti, che in caso di coppia omosessuale non vi è un diritto per il “genitore sociale” (partner del genitore biologico) alla genitorialità, che viene quindi, nella maggior parte dei casi, di fatto esercitata senza una “copertura” legislativa, è altrettanto vero che l'ordinamento non può non porsi il problema di come gestire tali situazioni in caso di disgregazione del nucleo familiare formato dalla coppia omogenitoriale.

In particolare, tale tematica investe in primis il diritto del minore "a vivere e crescere nella propria famiglia, mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori", diritto che deve essere garantito anche ai figli di una coppia omogenitoriale e che viene esercitato concretamente anche tramite l'ascolto del minore stesso, ascolto imprescindibile ed obbligatorio ex lege al fine di tutelarne il superiore interesse.

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Sono stati rilasciati nella giornata d’ieri le 44 persone tratte in state di fermo dalla polizia turca durante il Pride di Istanbul del 24 giugno. Pride represso con proiettili di gomma e lacrimogeni dai circa 2000 agenti delle forze di sicurezza per impedire l'accesso in piazza Taksim da Istiqlal.

Di queste 25 sono attivisti, come annunciato su Twitter dall'associazione Lgbti Kaos Gl, da sempre in prima linea contro la violenza e le discriminazioni. Tra le persone rilasciate c'è anche il fotoreporter olandese Bram Janssen, il quale sulla sua pagina Facebook ha assicurato di stare bene. 19, invece, appartengono a gruppi ultranazionalisti, le cui eventuali reazioni erano state addotte dal governatore della metropoli sul Bosforo per vietare il Pride. Il divieto era stato anche correlato a una presunta richiesta d'annullamento da parte degli organizzatori della marcia dell'orgoglio Lgbti. Cosa che, però, è state decisamente negata dagli stessi.

È il terzo anno consecutivo che le autorità turche impediscono la marcia dell’orgoglio Lgbti. Divieto che aveva spinto il comitato organizzatore a lanciare, alla vigilia del Pride, un appello a non avere paura e a manifestare: «Se sei spaventato, ti cambierai e ti abituerai. Invece dobbiamo mostrare che siamo qui per lottare in nome del nostro orgoglio». Ma anche un appello a scendere in piazza per onorare la memoria di Hande Kader, la donna transgender di 22 anni brutalmente uccisa lo scorso agosto.

Durissima la condanna del Consiglio d'Europa. «Anche se una manifestazione può disturbare o offendere persone che si oppongono alle idee o alle affermazioni che cerca di promuovere - ha dichiarato il commissario per i Diritti Umani Nils Muiznieks -, ciò non può essere una base ammissibile per vietare un raduno pacifico».

Non sono mancate le reazioni anche in Italia. Ospite dell'ultima puntata della trasmissione radiofonica L’Altra Frequenza, condotta da Claudio Finelli, la senatrice Monica Cirinnà ha ieri invitato a boicottare i prodotti e il turismo turco. Non meno dura la condanna del giornalista Antonello Dose che, parlando della preoccupante stretta autoritaria di Erdogan e del preoccupante clima omofobico in Turchia, ha concluso con una battuta amaramente ironica: «Se il sesso è sporco, lavatelo».

Assordante, invece, il silenzio di Ferzan Ozpetek, che da anni vive in Italia e si è guadagnato l’apprezzamento della collettività Lgbti per i suoi film. Atteggiamento, però, in linea col pensiero dello stesso del regista turco, le cui riserve nei riguardi della valità dei Pride sono ben note. Silenzio mantenuto anche dalla cerchia ozpetekiana degli attori turchi a iniziare da Serra Yilmaz Mehmet Günsür.

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