Una sentenza indubbiamente importante quella emessa dalla sezione civile del tribunale di Matera il 7 dicembre accogliendo la denuncia del 45enne Vincenzo Trani nei riguardi del padre naturale Giovanni Sanchirico.

L’uomo, all’età di 18 anni, aveva avuto una relazione con una compaesana che aveva poco dopo abbandonato per emigrare a Genova in cerca di lavoro. Noncurante del fatto che la donna aspettasse un figlio. Nel capoluogo ligure Sanchirico s’era fatto un’altra famiglia senza mai darsi pensiero della donna precedentemente amata e di Vincenzo. Atteggiamento di totale indifferenza mantenuto anche quando aveva fatto ritorno a Tursi, paese natale, dove ha trovato lavoro nel corpo della Polizia municipale.

Ma adesso dovrà risarcire di 20mila euro quel figlio non riconosciuto per danno esistenziale. Danno che, secondo il collegio giudicante, è dimostrato dal fatto in sé ossia dal mancato riconoscimento genitoriale. «La mancanza di supporti del padre nel corso del tempo – come si legge nella sentenza – non ha consentito al figlio un percorso di vita e di crescita qualitativamente migliore, costringendolo a vivere con il solo reddito della madre». Ciò ha comportato per Vincenzo di essere conseguentemente «privato di diverse attività realizzatrici della persona che avrebbero potuto comporre il compendio della sua crescita psico-fisica».

Parole inequivocabilmente chiare che da Giorgia Meloni sono state invece lette quale affermazione giurisprudenziale della necessaria presenza di un padre e di una madre per «la crescita armoniosa di un bambino». Un paradosso, quaesto, per la presidente di Fratelli d’Italia, che si è poi chiesta su Facebook: «Com’è possibile, allora, che lo Stato che emette queste sentenze sia lo stesso che legifera contro la famiglia naturale composta da un uomo e una donna e ipotizza le adozioni omosessuali?».

All’interpretazione meloniana della sentenza di Matera ha così risposto la senatrice Monica Cirinnà ai nostri microfoni: «La recente sentenza del tribunale civile di Matera e la legge sulle unioni civili sarebbero per Giorgia Meloni la riprova dei “paradossi della nostra società”. In quanto una negazione dell’altra. Ma qui di paradossale ci sono solo le argomentazioni e le conclusioni della leader dei Fratelli d’Italia.

Forse l’avrà sognata l’affermazione giurisprudenziale della necessaria presenza di un padre e di una madre per garantire la crescita armoniosa di un bambino.

Il collegio giudicante ha infatti dedotto il "danno esistenziale da privazione della figura genitoriale paterna" dalla mancanza di supporti del padre nel corso del tempo. Cosa che non ha consentito al denunciante “un percorso di vita e di crescita qualitativamente migliore", essendo stato costretto il ragazzo senza padre "a vivere con il solo reddito della madre". Un figlio, per giunta, che quel padre non ha mai riconosciuto – dopo averne abbandonato la madre - sì da comportargli durante la sua crescita "rilevanti pregiudizi dei diritti della personalità".

Qui è chiamata in causa la responsabilità genitoriale che nulla ha da spartire con una fantomatica presenza cogente di un papà e di una mamma. Altrimenti il problema si porrebbe per tutti i figli in stato di orfananza o privati da piccoli del padre (o della madre) a seguito di un eventuale nuovo matrimonio dello stesso (o della stessa).

Per non parlare poi di termini assurdi come “adozioni gay” (cioè?) e di “famiglia naturale”. Al cui riguardo piacerebbe capire a quale concetto di natura pensa Giorgia Meloni quando usa una simile espressione. Ad Aristotele? A Tommaso d’Aquino? A Spinoza? A Grozio? O forse ai manifesti di Forza Nuova?

La leader di FdI ignora o finge d’ignorare che lo status familiare è riconosciuto alle coppie delle persone dello stesso sesso, con o senza figli, nella legislazione di molti Paesi Ue.

E in alcuni di essi cio è stato merito di governi di destra. Ovviamente di una destra liberale e non quella nostalgica di manganelli e olio di ricino».

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Mentre i rappresentanti del Coordinamento Torino Pride erano a Roma per il tour promozionale del libro Franco & Gianni - 14 luglio 1964, dedicato alla prima coppia di persone dello stesso sesso unitesi civilmente a Torino (tour che ha previsto due tappe nella Capitale, una in Senato e una presso la fiera Più Libri più Liberi) sono stati raggiunti da un'importante notizia. Notizia che segna un importante traguardo. È stato riferito loro dal proprio avvocato Nicolò Ferraris che la Giudice dell'indagine preliminare Paola Boemio ha deciso di respingere la richiesta del pm Enrico Arnaldi Di Balme di archiviare il loro procedimento legale contro l'endoscopista Silvana De Mari diventata nota per le violente affermazioni contro la comunità Lgbti. 

«Siamo molto contenti della decisione presa dal Gip di respingere la richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero – afferma Alessandro Battaglia, coordinatore Torino Pride – e che per la prima volta sia stato individuato in un'associazione di secondo livello come il Coordinamento Torino Pride il soggetto diffamato in una triste vicenda che ha visto me e migliaia di persone omosessuali diffamate e offese nella nostra.

Adesso si aprirà una vicenda giudiziaria triste e dove la nostra comunità sarà esposta in modo importante ma crediamo fermamente che non tutte le esternazioni siano effettivamente delle opinioni. Crediamo nella giustizia e ci auguriamo che il corso della vicenda veda finalmente chiarite posizioni e atti. Le parole hanno sempre un peso ed è nostro dovere difendere tutti e tutte coloro che, in qualche modo, soffrono per la propria condizione e certamente non possono essere aiutate da una società e da soggetti che rivendicano il diritto all'odio».

Raggiunto telefonicamente, il penalista Stefano Chinotti, coordinatore del comitato scientifico di Rete Lenford, ha spiegato perché sia da considerarsi importante il provvedimento della giudice Paola Boemio, una cui piena valutazione sarà in ogni caso possibile solo dopo la lettura dello stesso: «Per quanto è dato sapere, allo stato e in mancanza di notizie certe che potranno giungere solo dopo la lettura del provvedimento, sembrerebbe plausibile ritenere che il gip di Torino abbia superato l’orientamento giurisprudenziale maggioritario seguito, sino ad oggi, dai magistrati.

Ovvero quello di non considerare reato le affermazioni diffamatorie rivolte nei confronti di un soggetto passivo in forma collettiva per invece abbracciare la tesi, già fatta propria dalla Cassazione nel lontano 1986, alloquando essa aveva ritenuto essersi concretizzata una fattispecie delittuosa nel caso della pubblicazione di una lettera diffamatoria, su un quotidiano romano, ai danni della comunità israelitica. Si tratta  però solamente di un’ipotesi in attesa di conferma che potrà avvenire solo dopo la lettura della decisione».

Intanto procede il tour del Franco & Gianni - 14 luglio 1964 che per il Torino Pride rappresenta una battaglia di civiltà e che a Roma ha visto la partecipazione, fra gli altri e le altre, anche della ministra Valeria Fedeli, della senatrice Monica Cirinnà e della sindaca di Torino Chiara Appendino tutte molto coinvolte dalla bellissima storia di Franco Perrello e Gianni Reinetti.

Fedeli, Appendino e Cirinnà si sono complimentate con il Torino Pride per il successo contro la dottoressa De Mari.

franco e gianni 14 luglio 1964 libro

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La questione del cognome comune, assunto dalle parti unitesi civilmente nel periodo compreso fra la data di emanazione della legge sulle unioni civili e quella dei decreti di attuazione, è stata ieri portata dinanzi alla Corte costituzionale dal Tribunale di Ravenna. Si tratta della prima questione di legittimità costituzionale su un decreto attuativo (n. 5/2017) della legge 76/2016, la cosiddetta legge Cirinnà.

A seguito di un procedimento promosso da Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford i magistrati ravennati hanno ritenuto come non manifestamente infondata l’eccezione mossa dai ricorrenti. Eccezione relativa all’incompatibilità, con i principi costituzionali e sovranazionali, del decreto attuativo della legge laddove esso ha stabilito che i cognomi comuni, assunti dagli uniti civilmente nel periodo intercorso fra la data di emanazione della legge medesima e quella di promulgazione del suo decreto di attuazione, dovessero essere cancellati.

Seguito dai soci avvocati Stefano Chinotti e Vincenzo Miri e dall’avvocata ravennate Claudia Calò, il casoera stato segnalato da una coppia di uomini che, nel giugno 2016, aveva costituito, pima in Italia, un’unione civile scegliendo il “cognome comune” ai sensi del comma 10 della legge sulle unioni. In forza del “decreto ponte” (D.P.C.M. del 23.7.2016) il cognome dell’unione era stato aggiunto al proprio da parte di uno degli uniti civilmente che, di conseguenza, aveva mutato la propria posizione anagrafica.

Emanando il decreto legislativo n. 5/2017, il Governo aveva tuttavia imposto una “retromarcia”, riducendo la portata del cognome comune a mero “cognome d’uso”. Veniva così disposta la cancellazione dello stesso dalle schede anagrafiche (e conseguentemente dai documenti: codice fiscale, carta d’identità etc.) di chi nel frattempo lo aveva assunto. Con lo scopo, in relatà, prioritario quanto malcelato di impedirne la trasmissibilità agli eventuali figli delle coppie omoaffettive.

Agendo ai sensi dell’art. 98 del DPR 396/2000, Avvocatura per i diritti LGBTI - Rete Lenford ha così ottenuto la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale che sarà, ora chiamata a pronunciarsi sulla «valutazione della compatibilità della norma con i principi costituzionali e gli obblighi comunitari».

La presidente dell'associazione Maria Grazia Sangalli ha rilevato come a essere in gioco sia la tutela del «diritto all'identità personale delle coppie che in base a una norma di legge hanno scelto come farsi identificare nel contesto sociale in cui svolgono la loro personalità. Non c'è alcuna motivazione giuridicamente sostenibile che possa giustificare un'intromissione arbitraria del Governo nella vita familiare delle persone».

A nome anche dei colleghi Miri e Calò l’avvocato Chinotti ha dichiarato ai nostri microfoni: «La tutela dei diritti riconosciuti dalla legge Cirinnà, almeno per le unioni costituite sino all’11 febbraio 2017 (data di entrata in vigore dei decreti attuativi), non può assolutamente essere frustrata da disposizioni normative che sono state emanate in via retroattiva. Ciò è in palese violazione di interessi fondamentali sia delle coppie sia dei loro figli».

Un risultato importante per un'associazione come Rete Lenford che, negli ultimi anni, si è imposta per la propria autorevolezza sullo scenario giuridico italiano soprattutto nel contrastare le discriminazioni nei riguardi di persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersex. Un risultato importante a due giorni dalla celebrazione del decennale di fondazione che si terrà con un importante convegno a Firenze presso Palazzo Vecchio.

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Globe-MAE, Rete dei dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, ha organizzato per mercoledì 22 novembre, alle ore 15:00, un’iniziativa molto importante presso la Casa Internazionale delle Donne. Il titolo dell’evento è Italia e Diritti Lgbti nel mondo. Un anno di applicazione della legge sulle unioni civili.

Vi parteciperanno i senatori Benedetto Della Vedova, Monica Cirinnà, Sergio Lo Giuduce, Luigi Manconi, i deputati Alessandro Zan, Pia Locatelli, Renata Polverini, il ministro plenipotenziario Luigi Maria Vignali e l’assessore del Comune di Torino Marco Giusta. Per Globe-MAE relazioneranno Bianca Pomeranzi e Sergio Strozzi.

Saranno inoltre presenti l’ex parlamentare Franco Grillini, direttore del nostro quotidiano, e l’avvocata Andrea Catizone, presidente di Family Smile, nonché componenti delle varie associazioni Lgbti nazionali.

Ma per capire meglio di cosa si occupa Globe-Mae e quali sono le sue attività e i suoi obiettivi, abbiamo raggiunto telefonicamente il ministro plenipotenziario Fabrizio Petri, presidente dell’associazione.

Ministro Petri, cosa è Globe-MAE  e quando è nata?

Globe-MAE è una rete di dipendenti Lgbti del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. È nata nel 2013, quando a capo del dicastero c’era Emma Bonino.

Globe-MAE nasce con la finalità di sostenere i diritti delle persone Lgbti all’interno del ministero degli Affari esteri ma anche con l’intenzione di fornire il proprio contributo su alcuni aspetti della politica nazionale e internazionale. Quando Globe-MAE è nata, non c’era ancora la legge sulle unioni civili.

Com’è l’atteggiamento nei confronti dei funzionari Lgbti in seno al corpo diplomatico?

All’interno del ministero degli Affari esteri ho sempre percepito una certa sensibilità e attenzione verso le istanze della comunità Lgbti. Anche perché parliamo di un ambiente che è contraddistinto da una continua apertura al dialogo globale e internazionale.

Personalmente non ho mai avuto la sensazione di subire discriminazione e stigma neppure a livello morale, umano e psicologico. Anche se, inutile negarlo, con la legge Cirinnà abbiamo fatto un salto istituzionale vero e proprio.

Quante unioni civili si sono svolte nelle ambasciate e nei consolati italiani all’indomani dell’entrata in vigore della legge Cirinnà?

Tra unioni civili e trascrizioni di matrimoni egualitari contratti all’estero se ne possono contare 621: una cifra considerevole. Non mi aspettavo un numero così alto e sono felicemente sorpreso!

I matrimoni egualitari contratti all’estero e trascritti in Italia che valore hanno?

La legge parla chiaro: la trascrizione è un atto dovuto ma le coppie, che all’estero hanno contratto matrimonio egualitario, in Italia godono solo delle prerogative limitate agli effetti  della legge sulle unioni civili.

A livello internazionale quali sono le “imprese” in cui Globe-MAE ha offerto il proprio decisivo contributo?

Dunque, in primis nel sostegno che il nostro Paese ha dato alla creazione, nel 2016, di un esperto indipendente Sogi (Sexual Orientation e Gender Identity) sui temi Lgbti all’interno delle Nazioni Unite. Si tratta di un mandato triennale che mira a individuare una figura di esperto indipendente che possa monitorare e raccogliere dati relativi alle discriminazioni su orientamento sessuale e identità di genere in tutto il mondo.

Inoltre, Globe-MAE ha svolto un lavoro di sensibilizzazione e facilitazione presso le nostre amministrazioni per consentire all’Italia di essere parte di tre importantissime meccanismi.

La Equal Rights Coalition, nata a Montevideo nel 2016, che raccoglie più di trenta Stati e ha lo scopo di sostenere i diritti Lgbti nel mondo. Il Global Equality Fund, creato nel 2011 da Hilary Clinton, che è un fondo multilaterale che in sei anni ha raccolto più di 50 milioni di dollari per sostenere le associazioni Lgbti, fondo che è già stato rinnovato dall’amministrazione Trump e che, anzi, sarà presto implementato. Infine, Lgbt Icor Group, che coordina le attività Lgbti dei vari Paesi che fanno parte delle Nazioni Unite.

Qual è il significato dell’evento previsto per il 22 novembre a Roma?

Il significato è creare una dinamica dialettica sui temi internazionali e, come Globe-Mae, aiutare il dialogo tra le associazioni, i governi e la società civile su temi Lgbti a livello internazionale e migliorare al massimo l’applicazione della Legge Cirinnà all’estero.

Globe-MAE intende far crescere anche  livello istituzionale la consapevolezza sulle questione Lgbti che sono una parte importante del patrimonio culturale, umano e morale di tutta la società.

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Gaynews è stato il primo giornale a raccontare la storia della 17enne Olimpia che, sostenuta dal coraggio della madre Mariella Fanfarillo, ha visto in luglio coronato il suo sogno di sempre grazie a una sentenza del Tribunale di Frosinone. La rettifica, cioè, dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico di riattribuzione del sesso.

Di Olimpia, ricevuta con la mamma e il caporedattore del nostro quotidiano dai senatori Sergio Lo Giudice e Monica Cirinnà, si è poi interessata la grande stampa nazionale e, in particolare, La Repubblica. Ed è proprio dal titolo della toccante video-intervista, realizzata da Pasquale Quaranta per l’edizione online del quotidiano di Scalfari, che ha preso spunto Diego Fusaro per scrivere su Il Fatto Quotidiano una riflessione dal titolo Cambiare sesso a 17 anni. Coraggio o vile conformismo?.

Pubblichiami di seguito la risposta di Mariella Fanfarillo:

Egregio dr Fusaro,

nel ringraziarla per l’attenzione che ha mostrato al percorso intrapreso da mia figlia Olimpia - per di più in una giornata, domenica, che la tradizione che tanto difende vorrebbe  dedicata alla famiglia e ai rapporti affettivi – mi sento di dover intervenire per fare chiarezza su alcuni punti.

Non userò i suoi tecnicismi semantici e pseudo-filosofici che tanto ama e che crede possano elevarla al di sopra delle povere masse ignoranti. Userò il linguaggio che più mi si addice e che, mi creda, ottiene migliori risultati. Parlerò la lingua di una mamma che ha visto strumentalizzare il dolore, la sofferenza e il dramma esistenziale della propria figlia transessuale per meri scopi di audience mediatica e tornaconto personale.

Ritengo che l’onestà intellettuale sia, ormai, privilegio di pochi e lei, purtroppo, ha dimostrato di non poter essere annoverato tra questi.

Vede, caro Fusaro, se Lei avesse voluto scrivere un'analisi obiettiva per il suo blog, argomentandola con dati oggettivi e imparziali, al fine di fare una giusta informazione – non necessariamente in accordo con il nostro pensiero –, avrebbe dovuto, per deontologia professionale, interfacciarsi con gli attori di questa vicenda. Ma la deontologia vive in simbiosi con l’onestà intellettuale di cui Le parlavo.

A lei non interessa fare informazione: lei è alla continua ricerca di un tornaconto d’immagine, per raggiungere il quale cavalca qualunque onda possa portarla verso chimerici lidi di fama, facendo leva su ideologie fondate sul nulla. Fortunatamente le leggi in questo Paese non le fa lei e la sua rimane una voce che si confonde nella cacofonia dell’ignoranza.

La voglio coinvolgere solo in un momento della nostra vita personale. Un momento di amore e di supporto da parte di un anziano professore di chimica e biologia alla soglia ormai dei 79 anni. Di fronte al mio disorientamento dovuto al coming out di Olimpia mi ha abbracciata e mi ha detto di non aver paura, perchè la transessualità è sempre esistita in natura, di non pensare alle cause che la originano nell’essere umano. Ma, piuttosto, di pensare alla felicità e alla realizzazione di mia figlia in una società composta, molto spesso, da sciacalli.

Quell’anziano, saggio professore è mio padre. Questa è la famiglia di Olimpia, che Lei non conosce, alla stregua del suo percorso di sofferenza e di dolore ma che si permette di strumentalizzare nella maniera più becera.

Gnothi sautòn, era la scritta - come lei ben m’insegna avendola riportata nella sua riflessione dedicata a Olimpia – sul frontone del tempio delfico d’Apollo. Conoscersi e accettarsi, appunto: questo e null’altro fanno le persone in transizione.

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Quanto vale elettoralmente la collettività Lgbt in Italia? E che capacità, quindi, ha di incidere sulle prossime elezioni politiche? Sono domande che in questi decenni hanno aleggiato dentro e fuori il movimento senza mai ricevere analisi e risposte convincenti.

Ma è bene porsele soprattutto in questo momento di sciorinamento di dati elettorali sulle elezioni siciliane e sul municipio di Ostia. Un dato mi sembra palese: vince la destra e, dentro questa per noi triste vittoria, si afferma un gruppo di estrema destra come Casa Pound, che nella disastratissima realtà di Ostia raggiunge quasi il 10%. Un voto raccolto soprattutto tra i disperati delle periferie che non vogliono gli immigrati e che un tempo votavano a sinistra. 

Se questo è il quadro politico che emerge dalle elezioni, è necessario affermare con la massima sincerità e realismo che il dato è per noi molto preoccupante perché la destra in Italia è un’area politica violentemente omofoba e xenofoba. Non a caso il camerata Musumeci, qualche giorno prima del voto, ha celebrato la sua giornata pro family con l’intera collezione di mostri che, tormentandoci per anni, si sono persino inventati partiti politici, ginnastiche da fermi (Le sentinelle in piedi) e tampinamenti ravvicinati a ogni manifestazione. Fossero i Pride o persino le unioni civili non senza attacchi incivili condotti addirittura personale (si veda la vicenda di Cesena con la querela dell’Arcigay di Rimini che sarà discussa in sede giudiziaria). 

La vera novità del pregiudizio omofobo degli ultimi 20 anni è proprio questa: l’omofobia politica che prima non c’era o c’era in misura molto minore. Chi la promuove pensa al tornaconto elettorale. Al fatto che, agitando la paura del diverso, si possano ottenere e allargare consensi se non addirittura un buon piazzamento elettorale.

Il primo compito quindi di un’azione efficace della collettività Lgbt è quello di fare in modo che l’omofobia politica non paghi né in termini elettorali ne in termini propagandistici. Discuteremo a lungo nelle prossime settimane il come e il modo di quest’azione che mi sembra assolutamente necessaria. Il secondo compito è quello di far pesare la nostra presenza. In politica i voti si contano e si pesano. E non c’è dubbio che la nostra capacità di spostare larghe masse di voto è assai scarsa anche perché in Italia non abbiamo quelle concentrazioni Lgbt nei grandi centri urbani che caratterizzano metropoli con Parigi, Londra, New York, San Francisco, ecc.

Nel nostro caso più che al numero dei voti l’attenzione è da rivolgere all’identità etico-politica condivisa proprio ora che la crisi della sinistra e del progressismo laico sembra aver esaurito i propri spazi. Non è qui la sede per un’analisi sul perché i nostri interlocutori politici siano andati così male in questa tornata elettorale. Con il rischio di una tale marginalizzazione da far pensare che in futuro la partita politica in Italia sembri essere tra destra e M5s con la sinistra e il centrosinistra fuori gioco.

Ma proprio per questo la collettività Lgbt, che si muove non certo nei meandri del clientelismo ma nel mare aperto degli ideali di libertà, democrazia, inclusione, può fare la differenza in una politica sempre più omogenea al populismo e sempre più serva delle convenienze del momento. Non mi rassegno all’idea che il gioco politico sia tra due destre variamente omofobe mentre la sinistra, al suo interno, è impegnata al gioco al massacro come avvenne in Spagna dove i comunisti sparavano sugli anarchici per ordine di Stalin mentre il fascista Franco sterminava entrambi.

Nell’ultima legislatura abbiamo avuto molte amiche e amici  in Parlamento, a partire da Monica Cirinnà, che ci hanno portato ad approvare le unioni Civili. Mi pare di poter dire che proprio l’attuale successo delle destre esalti il valore della vittoria sulle unioni Civili. Vittoria che, a mio parere, è irreversibile dopo 4mila cerimonie con l’adesione convinta e commossa di mezzo Paese. Ecco perché dobbiamo fare il massimo: incontrare i candidati, convincerli delle nostre ragioni, aiutare fino in fondo i candidati Lgbt e gay-friendly.

Insomma, fare quel lavoro di lobbying che finora non è stato fatto con sufficiente convinzione. Perché ne va del nostro futuro e della quelità stessa della nostra democrazia.

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In corso a Roma nella Sala Tirreno della Regione Lazio il convegno Le varianze di genere in età evolutiva. Organizzato dall’Onig (Osservatorio nazionale sull’identità di genere) in collaborazione con il Saifip (Servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica) dell’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini e con l’Istituto Metafora, l’incontro prevede quattro tavole rotonde e la presentazione pomeridiana del libro Sconvolti. Viaggio nella realtà transgender di Chiara Dalle Luche e Roberta Rosin.

Tra i relatori tanti nomi illustri tra cui Paolo Valerio, presidente dell’Onig, Vittorio Lingiardi, professore ordinario di psicologia dinamica presso l’università La Sapienza di Roma, Polly Carmichael, direttrice del Servizio di sviluppo dell’identità di genere per bambini e adolescenti presso l’istituto psichiatrico di Tavistock.

Nell’affrontare le complesse tematiche dell’identità di genere e delle sue “varianze”, che possono emergere durante l’infanzia e l’adolescenza, il convegno è finalizzato a fornire agli operatori sanitari e sociali nformazioni che permettano di ottenere un quadro ampio e, quanto più chiaro possibile, relativo a tali tematiche per poter attuare, quando necessario, interventi specifici mirati alle reali problematiche emergenti.

Impossibilitati a partecipare, i senatori Sergio Lo Giudice e Monica Cirinnà hanno inviato un videomemessaggio augurale che pubblichiamo in esclusiva.

 

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Sono state rinnovate ieri sera le cariche sociali del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Alla guida della storica e maggiore associazione Lgbti romana è stato eletto l’avvocato Sebastiano Francesco Secci, già tesoriere della stessa nonché portavoce del Roma Pride, che subentra così a Mario Colamarino. Ad affiancarlo, nel ruolo di vicepresidente, Rossana Praitano, che è stata a capo del Circolo per due mandati dal 2004 al 2012. L’incarico di tesoriere è invece andato al siracusano Valerio Colomasi Battaglia.

Raggiunto telefonicamente, il neopresidente ha espresso la sua gioia e ha dichiarato: «Quest'anno, nel suo 35° anniversario, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli si troverà ad affrontare una serie di importanti sfide politiche: l'iter della proposta di legge regionale contro l'omotransfobia, le elezioni politiche e regionali, la candidatura al WorldPride 2025, solo per citarne alcune. Il nuovo consiglio direttivo del Circolo muovendo dalle mie precedenti esperienze politiche nell'associazione e nel Roma Pride, investe nelle nuove generazioni con la nomina a tesoriere di Valerio Colomasi Battaglia e recupera l'esperienza e l'autorevolezza della vicepresidente Rossana Praitano. Le sfide che abbiamo davanti sono significative ma confidiamo che con questa squadra e con il pieno sostegno dell'associazione tutta riusciremo a scrivere una nuova entusiasmante pagina per il movimento Lgbti italiano».

Felicitazioni da parte di componenti di varie associazioni Lgbti italiane nonché della senatrice Monica  Cirinnà, che ha annunciato il proprio tesseramento al Mieli.

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Presentato ieri presso l’auditorium del Maxxi di Roma il libro L’Italia che non c’era. Unioni civili: la dura battaglia per una legge storica (Fandango, Roma 2017) di Monica Cirinnà. Una platea nutrita e attenta ha seguito la conversazione tenuta da Bianca Berlinguer con colei che è stata ribattezzata la “senatrice dei diritti”.

Una narrazione conquidente quella di Monica Cirinnà che ripercorre in 304 pagine, suddivise in 14 capitoli, l’iter di una delle più discusse leggi degli ultimi anni, la cui approvazione è soprattutto da ascriversi proprio alla testardaggine e determinatezza dell’autrice. Una legge, la 76/2016, la cui previa discussione in Senato e alla Camera è stata accompagnata da reazioni talora parossistiche di cattoparlamentari, gerarchie e movimenti ultraconservatori. Non senza l’evocazione di scenari genesiaci proprio durante l’esame del ddl in Commissione Giustizia al Senato. Ecco come la stessa senatrice Cirinnà ne parla con parresia in alcuni passaggi del capitolo Conservatori e riformisti.

Mons. Paglia e la nuova Babele  

Secondo molti autorevoli esponenti del Pd sarebbe stato uno sgarbo troppo grosso votare le unioni civili prima o durante il Sinodo, mentre subito dopo, in ottobre, il calendario dei lavori era comunque occupato dalla manovra di bilancio, come ogni anno. Oltre a essere anche impegnati su una delle varie e ripetute letture della riforma costituzionale.

Questo allungamento dei tempi non mi piaceva affatto. Temevo ciò che si è poi chiaramente verificato: l'organizzazione e la mobilitazione delle aree ultra-cattoliche contro la legge. Non mi servivano prove perché vedevo i movimenti dei cattodem nel Gruppo Pd del Senato, ma ne ebbi la certezza quando l'agenzia Adnkronos il 3 giugno 2015 pubblicò alcune frasi di monsignor Paglia, presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia: "Da che mondo è mondo la famiglia è formata solo da un uomo e una donna con i loro figli. Bisogna evitare una nuova Babele". E ancora: "Dobbiamo prendere coscienza che su questo punto siamo chiamati a una battaglia radicale. È questa famiglia, marito e moglie con figli, a creare e formare la società, la cultura, la storia e, in definitiva, un popolo. Ed è questa la famiglia che non va discriminata[...] Purtroppo la società sembra votata al culto dell'egolatria, sul cui altare si è pronti a sacrificare tutto, in nome di un esasperato individualismo".

Era chiaro, quindi, che lo "stato maggiore" dei vescovi italiani, guidati dal cardinale Bagnasco, ben noto per le sue posizioni ultraconservatrici, avrebbe utilizzato ogni mezzo, dentro e fuori il Parlamento, per fermare il mio lavoro.

Il Family Day del 2015 e il Vietnam in Commissione Giustizia

Il 20 giugno del 2015 torna il Family Day  in piazza San Giovanni a Roma, proprio mentre è in corso in commissione Giustizia il Vietnam. Parteciparono non soltanto movimenti cattolici, ma anche l'imam della moschea di Centocelle che disse: "Siamo qui tutti insieme, mussulmani e cristiani, per difendere la famiglia".

Lo slogan della manifestazione era "Difendiamo i nostri figli". Ma da cosa? Questa era la domanda più diffusa tra le persone favorevoli alla legge. Da cosa? Dal gender! "Per riaffermare - dissero gli organizzatori - il diritto di mamma e papà a educare i figli e fermare la colorazione ideologica della teoria gender nelle scuole e nel Parlamento, oltre a bloccare sul nascere il ddl Cirinnà che costituirebbe in prospettiva adozione, utero in affitto per le coppie dello stesso sesso".

Quel giorno il presidente della Cei riprese il concetto esplicitato all'Ansa il 17 gennaio, pienamente ascrivibile nella categoria "benaltrismo". Infatti affermò, in merito alle unioni civili, che "ci sono diverse considerazioni da fare, ma la più importante è che mi sembra una grande distrazione da parte del Parlamento rispetto ai veri problemi dell'Italia: creare posti di lavoro, dare sicurezza sociale, ristabilire il welfare [...] Noi vediamo nelle nostre parrocchie una grandissima coda di disoccupati, di gente disperata [...] Di fronte a questa situazione tanto accadimento su determinati punti che impegnano il governo e lo mettono in continua fibrillazione mi pare che sia una distrazione grave e irresponsabile". [...]

L'attivismo di Bagnasco aveva come contraltare il silenzio del Vaticano e del Papa sul tema della legge. Questo mi faceva ben sperare e ovviamente divideva al suo interno l'area cattodem, tra i tifosi del Papa emerito Benedetto, fautore della guerra al relativismo etico, e quelli di Papa Francesco, famoso tra l'altro per il "chi sono io per giudicare un gay?" e grande sostenitore di una Chiesa accogliente e inclusiva.

Monica Cirinnà ossia la mangiapreti?

Esterino mi definisce una “mangiapreti” e molto spesso mi rimprovera posizioni ideologiche o laiciste. Forse ha ragione, ma sono convinta che chi siede in Parlamento lo fa per rispettare la Costituzione e applicarla. Poi ognuno in privato può professare o meno la propria fede. La nostra Costituzione dice, all’art.7 “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Questo principio, che stabilisce la netta separazione tra ordine religioso e ordine temporale, fa sì che la nostra Repubblica possa definirsi laica e che non ci debbano essere intromissioni e interferenze tra i due poteri. Purtroppo, troppo spesso, questo principio è stato violato. Un esempio per tutti è la richiesta della Curia di astenersi sul referendum sulla legge 40 e i numerosi tentativi di intervenire anche sulla legge sulle unioni civili, influenzando il voto dei parlamentari cattolici.

Un inedito in esclusiva per Gaynews

I toni minatoriamente apocalittici da parte di alcune frange estremiste cattoliche sono ravvisabili non solo nel ben noto monito di p. Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, ma anche nelle innumerevoli mail indirizzate alla senatrice Cirinnà. Molte di queste sono state pubblicate nel volume a differenza di altre che per ovvie ragioni di spazio sono state espunte. Di una di queste pubblichiamo in esclusiva il testo in una con quello del mittente. Una riprova di come Monica Cirinnà sappia rispondere con competenza anche a chi ricorre ad argomentazioni di tipo dottrinario.

On. Monica Cirinnà, le prego di rispondere a questa mia lettera. 

Come spiegare alla legittima e innocente curiosità dei bambini quel ripugnante e sporco atto sessuale che già gli adulti, nell’immaginarlo, si vergognano? Non voglio immaginare, al di la delle personali sensibilità etiche, l’imbarazzante situazione degli insegnati di scienze delegati a spiegare alla lecita e curiosa intelligenza dei nostri adolescenti, l’anomalo motivo, già di per se assai igienicamente schifoso e ripugnante al solo pensarlo, dell’infecondo atto sessuale dell’unione tra esseri dello stesso sesso se non per belluino godimento contro natura. In Luca 9-42 è scritto: “ ma chi scandalizzerà uno di questi piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli sia legata al collo una macina d’asino e lo si getti nel mare”!

Altre e più devastanti iniziative, grazie a Lei, ci attendono come, ad esempio, il diritto dei gay di adottare figli non loro con l’uso dell’utero in affitto che, se fosse riconosciuto, comporterebbe un sicuro ed imponderabile disagio sociale e danno psicologico su innocenti che Lei e i suoi promotori negano. Un peccato ben più grave della sodomia in quanto trattasi di uno sporco mercimonio d'anime innocenti in corpi d’altrui persone pagate e prestate a tal fine.

C'è da esserne fieri?

Attendo risposta.

 

Gentile Signore,

     vorrà perdonarmi se le rispondo solo oggi ma impegni istituzionali mi hanno impedito di farlo prima. Non volendo però in alcun modo apparire scortese, do con piacere riscontro alla sua mail del 4 luglio u. s.

Non le nascondo che resto perplessa di fronte ai toni e alle parole da lei utilizzate che nulla hanno da spartire con un atteggiamento e un linguaggio improntati alla correttezza nonché a quei valori cristiani, cui vorrebbe rifarsi. Lei parla di rapporti sessuali in termini di ripugnanza, sporcizia, belluinità con specifico riferimento alle persone dello stesso sesso, il cui relazionarsi è altresì bollato come “infecondo”. Ma se l’atto sessuale dov’essere di per sé fecondo a questo punto dovrebbe essere ripugnante – secondo la sua logica – anche quello tra due personee di sesso diverso ma sterili. Eppure lei dovrebbe ben sapere che ne è passata di acqua sotto i ponti dalla Casti Connubii di Pio XI e che sulla morale di coppia il magistero stesso ha abbandondato da oltre 50 anni la mera visione riproduttivistica del rapporto sessuale.

La sessuofobia, di cui la sua mail è riprova, è il vero pericolo da combattere. Se ne faccia una ragione: se due persone dello stesso sesso o di sesso opposto hanno una serena vita sessuale, ciò avviene non per istinto belluino o per una presunta sporcizia ontologica ma per libera volontà e per amore. Ecco, come si può spiegarlo ai bambini che più di noi adulti sanno percepire la bellezza dell’amore.

Stia attento all’utilizzo delle Scritture e a far dir a esse quello che ci aggrada. Lo scandalizzare i piccoli, di cui parla il versetto di Luca da lei citato (fra l’altro in maniera erronea perché la citazione correttà è Lc 17, 1-2), non è affatto in riferimento a una condotta sessuale e meno che mai omosessuale. Cristo non sta affatto parlando di tutto ciò ma della grave responsabilità che hanno coloro che scandalizzano “uno di questi piccoli”. Scandalo che può avvenire attraverso la violenza, il furto, la bugia, ecc. Insomma, attraverso ogni attegiamento eticamente non corretto.

Sorvolando sull’utilizzo del termine sodomia (non più utilizzato dai pontefici da tempo ma che, soprattutto, è inadatto per stigmatizzare il rapporto tra due persone dello stesso sesso quando sono proprio le Scritture a specificare quale fu il grave atto degli abitanti di Sodoma: Ecco, questa fu l'iniquità di tua sorella Sodoma: lei e le sue figlie vivevano nell'orgoglio, nell'abbondanza del pane e in una grande indolenza, ma non sostenevano la mano dell'afflitto e del povero [Ez. 16, 49]), mi permetto infine di farle notare che il concetto di peccato e il ricorso ai testi sacri vanno bene per un credente e sono utilizzabili in un ambito di fede. Ma sono categorie estranee e inappropriate all’ambito laico e politico che, per quanto rispettoso dei diversi credo a partire da quello cristiano, deve tutelare le esigenze di tutte e tutti i cittadini e, conseguentemente, muoversi secondo i presupposti del retto pensiero e delle umane leggi.

Cordialmente

Monica Cirinnà

 

 

 

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A poco più di una settimana dal passaggio in giudicato della sentenza che ha consentito a Olimpia Cianfrocca, 17enne transgender, la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico di riattribuzione del sesso – cui il Tribunale di Frosinone ha in pari tempo concesso l’autorizzazione –, la giovane d’Alatri è stata ricevuta a Palazzo Madama dalla senatrice Monica Cirinnà e del senatore Sergio Lo Giudice. Un attestato di affetto e stima per Olimpia che si è battuta con determinatezza per ottenere una sentenza che è in Italia la seconda a riguardare una persona minorenne transgender.

Ad accompagnarla la madre Mariella Fanfarillo, sempre al fianco della figlia nel percorso di transizione, e la zia Francesca Gatta, segretaria del circolo Pd di Alatri. Nel lungo incontro in Sala Maccari si è parlato del progetto di legge sull’identità di genere a firma Lo Giudice che, depositato a inizio legislatura e mai esaminato in Commissione Giustizia, prevede appunto per le persone trans la rettifica dei dati anagrafici indipendetemente dall’intervento chirurgico e la depatologizzazione della transessualità.

«Quella riguardante Olimpia è una sentenza storica – ha commentato la senatrice Cirinnà – ma pone maggiormente in luce la necessità che anche l’Italia si allinei ad altri Paesi (come, ad esempio, Malta) con una legge che consenta la rettifica dei dati anagrafici senza che la persona transgender si assoggetti a un intervento chirurgico. Ieri anche il Parlameto ellenico ha approvato, nonostante alcuni elementi critici, una legge al riguardo Non è possibile ovviare sempre con la via giurisprudenziale tanto più che si possano dare, e si danno purtroppo, sentenze negative per le persone trans facenti istanza, che vivono ciò come un ulteriore dramma».

Sergio Lo Giudice ha anche informato le presenti d’un convegno da tenersi in dicembre sulle persone minorenni transgender. Convegno, cui sarà coinvolta a pieno titolo Mariella Fanfarillo, che da tempo si batte in difesa dell’autodeterminazione delle persone trans.

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