Ergastolo con un anno di isolamento diurno per Francesco De Turris.

Questa la sentenza emessa oggi dal tribunale di Napoli Nord nei riguardi dell’uomo condannato quale complice di Ciro Guarente per l’omicidio di Vincenzo Ruggiero nell’estate 2017. De Turris cedette infatti all’ex dipendente civile della Marina Militare la pistola calibro 7,65 utilizzata per uccidere l’attivista 25enne.

Guarente era stato già condannato all’ergastolo il 26 settembre 2018 per omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere.

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Tanti gli eventi che si sono susseguiti nel corso delle Giornata internazionale contro l’omo-lesbo-bi-transfobia da un capo all’altro dell’Italia. A partire da quello organizzato a Roma dal Dipartimento delle Pari Opportunità di Palazzo Chigi e dall’Unar.

Ma il 17 maggio ha visto, anche quest’anno, il susseguirsi di veglie di preghiera per ricordare le vittime di tale odio e invocare il superamento di ogni forma di odio.

Tra queste è da segnalarsi quella che, organizzata dal gruppo cattolico La Creta e dalla Chiesa valdese di Bergamo, si è tenuta nel capoluogo orobico presso la chiesa di San Fermo.

Oltre al pastore valdese Winfrid Pfannkucke presente anche il vescovo Francesco Beschi che, prendendo spunto dal versetto isaiano Non temere perchè io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni, sei prezioso ai miei occhi, perchè sei degno e io ti amo (43,1-4), ha ricordato come la comunità cristiana debba «riflettere questo sguardo verso ogni persona». Ha quindi aggiunto:  «Il disprezzo è diffuso e alimentato in tante occasioni insieme all’umiliazione e al rifiuto. Non sia mai così lo sguardo dei cristiani, che deve farsi anche alimento di una cittadinanza fraterna, perché ogni persona è portatrice di diritti e di doveri». 

Il presule ha quindi rivolto un particolare pensiero alle persone trans invocando un atteggiamento di reciproca accoglienza.

A Vicenza, invece, don Dario Vivian, docente di teologia pastorale presso il locale Studio teologico e parroco di San Carlo, ha presieduto la veglia indossando una stola con i colori della bandiera Lgbti. Una rainbow flag era esposta anche davanti all’altare e sull’ambone.

A Napoli la veglia ha avuto invece luogo ieri sera presso il Tempio Valdese di via Duomo.

Nella prima parte sono intervenuti referenti di associazioni e enti impegnati nel contrasto a violenze e discriminazioni e nel sostegno delle vittime. A prendere la parola Antonella Capone (Alfi – Le Maree Napoli), Daniela Lourdes Falanga e Carmn Ferrara (Arcigay Antinoo Napoli), Luigi Scognamiglio e Antonio De Chiara (Associazione Ponti Sospesi), Angelica Visconti (Associazione Transessuale Napoli), Carmen FaraniukRoberta Palazzo, Rosa Rubino (Cooperativa sociale Dedalus), Progetto Spiritualità delle Frontiere, la scrittrice Blessing Okoedion, l’avvocato per i diritti dei migranti Marco Proto.

Quindi il momento di preghiera per imparare ad «abbattere i muri dell’omofobia,  della transfobia, della xenofobia e della violenza di genere. Muri spaventosamente alti, che creano una separazione all'interno dell’umanità».

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Un nuovo studio relativo alla controversa opera I Neoplatonici di Luigi Settembrini, curato da Domenico Conoscenti, è stato recentemente pubblicato dalle edizioni Mimesis. Questa nuova pubblicazione intende aggiornare l’opera postuma dell’eroe del Risorgimento, passata sotto silenzio e ritenuta per decenni scabrosa da quanti non riuscivano a conciliare l’immagine del padre della patria con le tematiche della narrazione e, del resto, lo stesso Settembrini si era impegnato a nascondere questo suo scritto
 
Dunque, sfidando il diffuso silenzio su questo testo, l’obiettivo principale di questa pubblicazione sembra essere la volontà di intercettare sia all’interno del racconto che nel corpus degli scritti editi e inediti, pubblici e privati, le tracce del punto di vista dell’autore e l’individuazione di un consapevole progetto letterario, coerente con la visione, anche politica, della sua maturità.
 
La trama di censure, che ha lasciato inedito il manoscritto per quarant’anni dalla data della “scoperta”, nasce dalla rappresentazione di una serena relazione omosessuale, ambientata nell’antica Grecia, ma scritta in Italia in pieno Ottocento da Luigi Settembrini, ex ergastolano, poi rettore universitario nonché senatore del Regno d’Italia.
Per saperne di più, contattiamo il curatore Domenico Conoscenti.
 
Domenico, cosa ti ha spinto a curare una nuova edizione critica de I Neoplatonici di Luigi Settembrini? Qual è il “messaggio” che questo libro può ancora comunicare alla nostra contemporaneità?
Il libro è stato edito da Mimesis in quanto vincitore nel 2016 del Premio Studi GLBTQ, indetto dal Centro di documentazione Maurice di Torino. Su suggerimento di quest’ultimo, ho deciso di pubblicare una versione del racconto (non si tratta di una vera “edizione critica”) più aderente al manoscritto originale, rispetto ai testi tuttora in circolazione, che lo restituisce alle intenzioni sia ritmiche che di senso volute da Settembrini. Un corrispettivo della mia lettura del racconto e delle sue vicende, sottratta a qualche errore sedimentatosi attorno al testo nel corso degli anni, il tentativo, in estrema sintesi di ripercorrerlo avvicinandomi quanto più possibile allo sguardo dell’autore.
Le vicende del testo, anonimo e pubblicato nel 1977, un secolo dopo la morte di Settembrini, ci mostrano un periodo, non lontanissimo peraltro, intrinsecamente e pervasivamente omofobico anche in ambito artistico e intellettuale fino a circa gli anni Sessanta. Un primo implicito “messaggio” del libro, a mio avviso potrebbe consistere nel non dimenticare quel passato, non del tutto e non interamente passato purtroppo, e nel vigilare per scongiurare disastrosi ritorni indietro. Un secondo “messaggio”, altrettanto attuale, è contenuto nel racconto in sé, nella narrazione ariosa e leggera di varie modalità di vivere la relazione sessuale e affettiva, nella pacifica convivenza di scelte diverse.
   
Per anni I Neoplatonici sono stati oggetto di censura, una censura certamente caratterizzata dal diffuso sentimento omofobico nutrito dallo stesso Benedetto Croce. Pensi sia ancora motivo di disagio presentare I Neoplatonici come opera di un serio patriota del Risorgimento italiano? Come interpreti il silenzio di Benedetto Croce e di tanti altri intellettuali rispetto all’opera di Settembrini?
Nel mio lavoro, il ruolo di Croce nella censura del testo, è fra i punti che, tramandati ostinatamente, ricevono una lettura differente. I Neoplatonici, “scoperto” casualmente da Raffaele Cantarella nel 1937, fu pubblicato solo dopo 40 anni, con una Introduzione dello stesso studioso che racconta anche le vicende del testo. Ad un certo punto egli scrive che Benedetto Croce e Francesco Torraca (celebre letterato, che era stato allievo di Settembrini) erano al corrente dell’esistenza del manoscritto e che non ritennero opportuno pubblicarlo. Tuttavia, in una lettera di Emidio Piermarini (bibliotecario alla Biblioteca Nazionale di Napoli) a Cantarella, riportata subito dopo, si legge per ben due volte che furono proprio loro due, i corrispondenti, a decidere di lasciare inedito il racconto. Nella stessa lettera leggiamo che Croce, interpellato successivamente, non si mostrò sorpreso dell’esistenza del manoscritto, che se ne uscì con una sorta di commento-boutade, «Essendo stato così a lungo col greco Luciano…» e… e nient’altro. Il ruolo di Croce pare essere stato il nome eccellente, inattaccabile, di cui farsi scudo per motivare o giustificare la scelta censoria. Tuttavia una parte dei lettori dell’Introduzione (fra cui lo scrittore Giorgio Manganelli) cade nella tela delle giustificazioni per il silenzio quarantennale, e la “notizia” ripetuta si trasforma in dato stabilmente acquisito.
Con questo non intendo giurare sull’assenza di sentimenti omofobici in Croce, dico solo che la vicenda ci mostra come certa l’omofobia di Piermarini e Cantarella (e di tutta la società del tempo, naturalmente), per i quali il sospetto che Settembrini potesse avere avuto (o anche solo desiderato) esperienze omosessuali, avrebbe rappresentato una macchia infamante sulla biografia immacolata del Padre della Patria, dello scrittore, professore, rettore dell’università di Napoli, intellettuale attivo e militante, senatore del neonato Regno d’Italia, nonché sposo fedele e affettuoso padre di famiglia. Decidere di pubblicare un racconto che rappresenta una relazione omosessuale gratificante e accettata dalla società, significava assumersi questa enorme responsabilità, il che ci dà il senso tangibile di cosa si intenda per ‘cultura omofobica’ senza bisogno di troppi discorsi. Bisognerà attendere gli anni Settanta perché anche in Italia si pubblichino testi letterari in cui l’omosessualità appaia secondo un’ottica serena o comunque non negativa in sé. I Neoplatonici arriva infatti pochi anni dopo la traduzione di Maurice di Forster e dopo Ernesto di Saba: una triade di opere che ha in comune, oltre alla qualità estetica, anche la pubblicazione postuma decisa dagli autori (per restare in tema di omofobia).
Cosa ha di innovativo la tua lettura dei Neoplatonici di Settembrini rispetto alle edizioni precedenti?
Sul proprio testo l’autore non ha lasciato scritto nulla, al contrario di quanto ha dedotto qualche lettore interpretando in maniera errata dei passaggi dell’Introduzione di Cantarella. Oltre a confutare questi e altri fraintendimenti, a proporre una nuova datazione, a lasciare deluso il lettore in cerca di un outing postumo, la mia lettura tenta un’analisi dei Neoplatonici sulla base degli indizi che Settembrini ha disseminato nel racconto stesso e in tutta la sua produzione, pubblica e privata, fino a ora accessibile. L’ambito di indagine più vasto riguarda la traduzione che Settembrini conduce dell’opera di Luciano di Samosata, un autore di lingua greca del II secolo dopo Cristo; si tratta di un confronto che mette in evidenza i modelli di rappresentazione dell’omosessualità con cui il traduttore entra in contatto prima di delineare i personaggi del proprio racconto. La pederastia da un lato (il rapporto libero fra un uomo adulto nel ruolo attivo con un adolescente nel ruolo passivo) e  dall’altro il rapporto fra uomini adulti (connotato dal biasimo per colui che svolgeva il ruolo passivo e dallo scherno per l’eventuale effeminatezza di uno o di entrambi) sono i modelli che egli trova in Luciano e che vengono però abbandonati e riscritti del tutto nel racconto. A questo si aggiunge il superamento della misoginia - complemento di un certo maschilismo della cultura greca - che spingerà i protagonisti a un matrimonio d’amore con due fanciulle e alla creazione di una feconda famiglia “borghese”, pur continuando ad amarsi fra loro. Settembrini, insomma, in un sottinteso ma puntuale dialogo con alcuni testi di Luciano e altri di Platone, preannuncia (senza saperlo, è chiaro) sia un nuovo modello relazionale dell’omosessualità, basato sulla parità dei ruoli, sia un altrettanto nuovo modello (solo maschile) di gratificante bisessualità.
 
L’analisi letteraria mette in rilievo le relazioni affettive e sociali dei personaggi e cerca di individuare il modello narrativo a cui si ispira Settembrini per la costruzione del suo racconto osceno sino a metà, che di fatto è consapevolmente costruito come un’originale, e del tutto antistorica, favola di formazione. C’è infine il tentativo di dimostrare in che modo questo racconto, improbabile come “ transfert” di esperienze legate alla reclusione, sia comunque espressione della personalità del Settembrini post-unitario, passato dagli ideali repubblicani all’ammirazione per la monarchia sabauda, che accentua il proprio anticlericalismo e l’insofferenza verso l’ipocrisia, ma innamorato della classicità e della tradizione letteraria italiana, che per lui non era mai stata un esercizio retorico, ma tutt’uno con l’idea dell’Italia e del suo amore per lei.
Sul Settembrini patriota si sofferma poi la limpida Prefazione di Maya De Leo, che inserisce I Neoplatonici all’interno del nazionalismo ottocentesco, osservato attraverso la percezione della mascolinità e dell’omosessualità.
 
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Un 39enne di Giugliano (Na) è stato arrestato dai carabinieri per atti persecutori e lesioni personali aggravate ai danni di un 29enne transgender e della sua compagna 58enne

I militari dell’Arma sono intervenuti d'urgenza dopo una richiesta di aiuto arrivata al 112. Giunti sul posto, i carabinieri hanno bloccato il 39enne che, in evidente stato di agitazione, colpiva il 29enne con un bastone di legno di 90 centimetri con tre chiodi arrugginiti conficcati.

Nel corso delle indagini è emerso che da circa due mesi l’aggressore e sua moglie, per motivi verosimilmente legati alla transfobia, avevano assunto nei confronti dell'altra coppia una serie di comportamenti persecutori: insulti, minacce verbali e sui social, dispetti vari.

All'ospedale "Santa Maria delle Grazie" di Pozzuoli i medici hanno riscontrato alla vittima 29enne una «contusione ed un taglio al dorso e alla mano sinistra guaribili in 10 giorni», mentre all'aggressore alcune contusioni guaribili in tre giorni. Il bastone è stato sequestrato e il 39enne rinchiuso nel carcere di Poggioreale.

«Un fatto grave che fa comprendere come, ancora, non si può vivere sereni nemmeno al riparo delle mura familiari – così ha commentato l’accaduto Daniela Lourdes Falanga, presidente del comitato Arcigay Antinoo Napoli – Sto cercando di prendere contatti con la persona brutalmente picchiata, affinché possa avere il totale appoggio dalla comunità».

Invocando la necessità di colmare il vuoto legislativo in materia di contrasto all'omotransfobia, Falanga ha auspicato che la vittima possa quanto prima sporgere denuncia e «gestire la cosa senza preoccuparsi di doversi blindare dietro il silenzio dell’invisibilità. Purtroppo il vero dramma della comunità trans FtM del Sud».

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Il noto arbitro calcistico Marco Guida ha ricevuto venerdì a Torre Annunziata (Na), sua città natale, una targa in riconoscimento dell’impegno profuso nell’abbattere i muri della discriminazione e della stigmatizzazione delle persone Lgbti nel mondo sportivo.

Voluta dale associazioni Pochos Napoli e Pride Vesuvio Rainbow, la consegna sarebbe dovuta avvenire a Napoli, il 2 febbraio, in occasione della Copa Adelante 2019, torneo nazionale dilettantistico di calcio a 5 con squadre di giocatori gay, per la quale era prevista la partecipazione di Guida nelle vesti di testimonial.

Impegni lavorativi impedirono però all’arbitro torrese di prendervi parte non senza una mail agli enti organizzatori: in essa esprimeva il grande dispiacere per l’impossibilità di partecipare a un evento cui teneva tanto. 

Alla premiazione, tenutasi presso Nonsolocaffè Reload, ha preso parte anche don Ciro Cozzolino, responsabile del comitato locale di Libera, che ha ribadito la necessità di reagire alle discriminazioni delle persone Lgbti.

Viva soddisfazione per la riuscita dell’evento, che ha visto un’ampia partecipazione, è stata espressa da Danilo De Leo, referente di Pride Vesuvio Raimbow, e Antonello Sannino, presidente di Pochos Napoli e responsabile del Mediterranean Pride of Naples 2019 nonché esperto di omo-transfobia in ambito sportivo.

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Con l’hashtag #LegittimiDiritti è stata ieri ufficializzata la data del Mediterranean Pride di Napoli 2019: il 22 giugno.

L’evento, che ha una matrice dichiaratamente mediterranea ed extraterritoriale, è giunto alla sua sesta edizione consecutiva, benché si possa definire nato già nel 1996 come primo Gay Pride del Sud Italia.

Il Comitato Antinoo Arcigay Napoli, il Circolo Le Maree Napoli Alfi, l’Associazione Transessuale Napoli (Atn) e Famiglie Arcobaleno, che, con il supporto del Coordinamento Campania Rainbow, hanno convocato la manifestazione, si dicono certi di ottenere anche quest’anno il massimo supporto del Comune di Napoli e delle istituzioni locali, sempre sensibili alle istanze e alle lotte della comunità Lgbt. 

Il Mediterranean Pride of Naples 2019, incardinato come di consueto nella marea arcobaleno dell’Onda Pride che attraverserà l’Italia da maggio in poi, sarà  fortemente legato al Roma Pride del prossimo 9 giugno. A 25 anni dal primo pride italiano, quello di Roma del 1994, e a 50 anni dai moti di Stonewall del 1969, il Mediterranean Pride seguirà il Roma Pride e anticiperà di una settimana il World Pride di New York

L’hashtag politico scelto quest’anno è, come accennato, #LegittimiDiritti, finalizzato a rimarcare il vero problema di sicurezza nel nostro Paese, ovvero quello di una violenza crescente ai danni delle persone socialmente più fragili, donne, migranti, Lgbt, disabili, anziani, che vivono in tutto il Paese, ma soprattutto a sud, condizioni di grande marginalità sociale e per questo sono maggiormente esposti all’esclusione e alla violenza.

Infine, le stesse associazioni che hanno convocato il Mediterranean Pride, convocheranno presto un’assemblea cittadina per recepire tutti i contributi che potranno arrivare dalla società civile e dalla cittadinanza che interverrà all’assemblea. 

Contattato da Gaynews, Antonello Sannino, responsabile Pride di Arcigay Napoli, ha dichiarato: «È necessario rimarcare l’importanza del diritto alla conoscenza e a una narrazione corretta dei fatti. In un paese come il nostro, in cui le statistiche ufficiali ci dicono che diminuiscono gli omicidi e i reati ma non diminuiscono gli atti di violenza contro le donne, i migranti, i rom e le persone Lgbt, il vero problema sicurezza riguarda i soggetti più deboli che oggi sono sempre più emarginati e discriminati dalla politica nazionale che, paradossalmente, poi rivendica più sicurezza».

Antonella Capone, presidente del Circolo Le Maree Alfi di Napoli, ha rimarcato come «l’Italia viva un momento di attacco alla libertà, di costante battaglia culturale. che coinvolge tutti i livelli dello Stato e della cittadinanza. Per questo e per tanto altro scendiamo in piazza, per rivendicare i “legittimi diritti” di tutte e di tutti, come cittadine/i e come persone. Per ricordare che la libertà, la democrazia, le pari opportunità vanno conquistati, ma anche difesi, ogni giorno. Tra questi giorni, il 22 giugno spiccherà, con gli occhi di migliaia e migliaia di persone, volti verso i “legittimi diritti” di tutte e di tutti».

Loredana Rossi, vicepresidente di Atn, ha infine dichiarato: «A 50 anni dai moti Stonewall molto è stato fatto per i diritti della nostra collettività. Ma tanto resta da fare, soprattutto per le persone trans. La strada è ancora in salita e il pericolo di tornare indietro c'è sempre. Quindi mai abbassare la guardia. Il Pride sarà come sempre momento di rivendicazione, di colore e di gioia».

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Loredana Rossi, vicepresidente di Atn (Associazione Transessuale Napoli) e storica voce dell’attivismo trans a Napoli, ha ieri ottenuto dal Tribunale civile partenopeo la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico di riassegnazione del sesso. Ad assisterla legalemente l’avvocata Ilena Capurro, presidente di Atn, che ne ha sostenuto le parti presso il giudice Stefano Celentano.

A darne notizia la diretta interessata in un post su Facebook: «Finalmente è giunto anche il mio momento. Oggi in tribunale con l'avvocata Ileana Capurro mi è stato riconosciuto il mio diritto ad avere il nome Loredana anche sui documenti. Voglio ringraziare il giudice Stefano Celentano per l'umanità nella gestione della causa». E poi con quel tocco di veracità e ironia, che la contraddistingue, ha scritto: «Ue' ue' so femmena».

Un passo che la 58enne Loredana Rossi non considera primario ma bensì altamente significativo e simbolico. 

«Mi si chiede – così a Gaynews – perché ho deciso solo ora per il cambio anagrafico del nome. Ti dirò che non era per me un bisogno primario ma una, seppur necessaria, formalità. Dentro sono Loredana da sempe e il mio percorso di transizione  esteriore è compiuto da anni.

Ma da quando la Cassazione ha emesso una storica sentenza sul cambio del nome anche senza intervento chirurgico, mi sono data molto da fare. Ma non per me. Ho aiutato tantissime ragazze.

Non bisogna dimenticare che, oltre a essere e sentirmi favolosa, sono un'operatrice sociale. L'ho fatto ora perchè ho avuto tempo da dedicare a me. Sono ovviamente orgogliosa che anche sulla carta d’identità compaia finalmente il mio vero nome: Loredana.  Insomma, anche per lo Stato adesso so femmena». 

Non ha mancato, infine, d’auspicare una legge specifica sulla questione della rettifica dei dati anagrafici per le persone trans nonché quella contro l’omotransfobia, «perché assistiamo a un’escalation di aggressioni fisiche e verbali, di fronte alle quali non è più possibile volgersi dall’altra parte. Le più vulnerabili restano al solito le persone trans, che sono oggetto di maggiori discriminazioni in tutti gli ambiti. Maggiormente maltrattate anche dai media attraverso una narrazione spesso insultante».

Una mattinata d'emozioni quella di ieri anche per Ileana Capurro, che ha dichiarato: «Loredana si è inserita in un percorso oramai standardizzato a Napoli e, in particolare, presso il Tribunale di Napoli Nord, i cui giudici hanno una grande sensibilità al riguardo.

Bisogna ricordare come in virtù di un protocollo, che Atn ha attivato col Policlinico di Napoli grazie all'interessamento del prof. Paolo Valerio, vengano redatte delle perizie psicologiche con valenza legale. Ciò permette una velocizzazione del processo, il che evita il passaggio attraverso i Ctu.

Ci tengo a dire che Loredana è un pezzo della mia vita e una maestra di vita. Devo confessare che ho dovuto insistere molto con lei per presentare il ricorso presso il Tribunale, perché lei pensa sempre prima agli altri e poi a sé stessa».

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All’indomani della vandalizzazione del murale raffigurante la Tarantina si è tenuto a Napoli in via Concezione 26 (a Montecalvario) un presidio di solidarietà e denuncia.

La manifestazione ha avuto luogo, dalle 16:00 alle 18:00, davanti a Palazzetto Urban, su un cui muro lo street artist Vittorio Valiante ha realizzato la grandiosa opera muraria dedicata all’ultimo femminiello di Napoli nonché figura iconica dei Quartieri Spagnoli.

Un gesto transfobico, che la Giunta comunale non ha esitato a definire «vile e di profonda ignoranza della nostra storia e della nostra cultura, al quale occorre dare subito una risposta concreta, con una condanna formale, il ripristino in tempi brevi dell’opera stessa e soprattutto una mobilitazione popolare per affermare che Napoli è amore e non odio e sopraffazione».

In prima linea, davanti a Palazzetto Urban, proprio la Tarantina, che ha dichiarato: «Quello che hanno fatto non è un gesto diretto solo a me, ma a tutti. Hanno fatto sembrare una cosa di cui vergognarsi qualcosa che invece non lo è. Io ho girato tutto il mondo. Ma la città più bella, più calda, più umana, è Napoli. Napoli ti dà tutto: è una città dove si può sognare. Napoli è come una famiglia, quello di cui una persona ha bisogno».

Al presidio hanno preso parte la delegata comunale alle Pari Opportunità Simonetta Marino, l'assessore Gaetano Daniele (Cultura), le assessore Laura Marmorale (Diritti di citadinanza) e Monica Buonanno (Lavoro), le/i componenti del Tavolo Interassessorile per la Creatività Urbana, l’artista Vittorio Valiante nonché il conduttore televisivo Diego Bianchi.

In gran numero componenti delle associazioni Lgbti a partire da Atn (Associazione Transessuale Napoli) e Arcigay Napoli.

Nel corso della manifestazione Loredana Rossi, vicepresidente di Atn, ha  detto: «La cancellazione del viso della Tarantina è come la cancellazione dei nostri volti. Forse quanti l’hanno fatto vorrebbero cancellare le nostre esistenze.

Voglio dire a queste persone: Noi ci siamo. Noi esistiamo. Abbiamo fatto le Quattro Giornate, la Resistenza a Napoli. Abbiamo dato il sangue per questa città e non ci cancellerete mai».

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Simbolo non solo dei Quartieri Spagnoli, dove abita da oltre 60 anni, ma dell’intera città di Napoli, la Tarantina è stata recentemente raffigurata in un ampio murale di Vittorio Valiante

Realizzata in via Concezione (lungo un muro di Palazzetto Urban) e inaugurata dal sindaco Luigi De Magistris il 18 febbraio, l’opera è un omaggio non solo a una delle più note figure iconiche dei Quartieri ma anche a colei che è considerata l’ultimo femminiello napoletano.

Ma ieri pomeriggio il murale è stato vandalizzato da ignoti: imbrattato di nero il viso di Tarantina, alla cui sinistra una mano anonima ha vergato con vernice dello stesso colore la scritta: Non e (sic!) Napoli

A darne per primi la notizia è stata l’organizzazione artistico-sociale Miniera, con un post comparso sulla relativa pagina Fb: «Vandalizzato il #murale raffigurante la Tarantina. Un gesto ignobile e meschino che rappresenta non una parte di #Napoli ma, purtroppo, una parte di umanità ottusa e retrograda dalle vedute troppo ristrette.

"Non è Napoli" lo rivolgiamo a chi compie gesti come questi. Lo schifo è un sentimento troppo intenso per essere riservato a gente come voi. Neanche questo meritate».

Tantissimi i post che si sono susseguiti nelle ore successive a condanna dell’accaduto e in solidarietà tanto alla Tarantina quanto a Vittorio Valiante. Tra questi quello dello street artist Carlo Oneto, che ha scritto: «La stupidità è rapida, violenta ed esteticamente sgradevole. Essere costruttivi richiede tempo dedizione e fa avvicinare al bello. Vandalizzato il murale di Tarantina Taran appena fatto».

La deturpazione del murale ha suscitato soprattutto lo sdegno di Atn (Associazione Transessuale Napoli), per la cui vicepresidente Loredana Rossi essa è da leggersi quale offesa a tutte le persone trans.

«Quel nero – così la storica attivista - sul viso di Tarantina Taran è la cancellazione delle nostre facce e la negazione della nostra esistenza: è un attacco a tutte noi. Quindi, scetateve». Atn ha annunciato per lunedì, alle 16:00, un presidio di denuncia all’esterno di Palazzetto Urban.

Ferma condanna è stata anche espressa dall’intero direttivo di Arcigay Napoli, la cui presidente Daniela Lourdes Falanga ha dichiarato: «Napoli resiste anche oggi a un clima ostile in virtù di differenze che sono la ricchezza politica ed umana di questa città. A 50 anni da Stonewall, 50 anni di Resistenza del mondo Lgbt, molti di più, invece, da quelle Quattro Giornate che liberarono la città e iniziarono uno straordinario riscatto, Napoli resiste ancora.

Prima un vuoto storico, una distinzione intellettuale che definiva tutto secondo le ragioni del potere maschile. Poi la rielaborazione dei fatti, la verità di un orgoglio che fa parte da sempre del tessuto sociale di una delle più ricche metropoli del mondo. Oggi assistiamo sgomenti alla vandalizzazione dell’opera che rappresenta la Tarantina a pochissimi giorni dall’inaugurazione».

Ha invece annunciato il ripristino dell’opera il sindaco De Magistris, che ha affermato: «Lo sfregio all’opera di street art, compiuta da Vittorio Valiante ai Quartieri Spagnoli, raffigurante Tarantina, è un fatto indegno e barbaro commesso da mani sporche di inciviltà ed antinapoletanità. L’opera verrà ripristinata, sperando che l’autore del danneggiamento venga individuato e si penta della sua squallida ignoranza».

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Fino a domenica 17 Febbraio, presso il Teatro Piccolo Bellini di Napoli, andrà in scena Un eschimese in Amazzonia, progetto scenico di Liv Ferracchiati, ultimo capitolo della trilogia dell’identità ideato dalla stessa regista. Un eschimese in Amazzonia ha vinto il Premio Scenario 2017 e porta in scena un confronto tra una persona transgender – l’eschimese – e la società, qui rappresentata dal coro.

Il titolo prende spunto da una dichiarazione dell’attivista trans e sociologa Porpora Marcasciano, figura di spicco del transfemminismo italiano, e fa riferimento a quel contesto socio-culturale che «compromette, ostacola e falsifica un percorso che potrebbe essere dei più sicuri e dei più tranquilli».

Per saperne di più, abbiamo contattato Liv Ferracchiati durante le repliche napoletane dello spettacolo.

Un eschimese in Amazzonia fa parte della sua trilogia dell’identità: ci presenta questo progetto?

La trilogia dell’identità consta di tre capitoli, tre spettacoli, che affrontano i temi del transgenderismo e, soprattutto, dell’identità delle persone FtM. Il tentativo è quello di raccontare il viaggio mentale che una persona transgender compie senza far uso di ormoni o interventi chirurgici per riappropriarsi della propria identità. Io ho voluto raccontare l’ordinarietà e la normalità del transgenderismo. Per far ciò ci siamo serviti di opere importanti di riferimento per gli studi di genere, come quelle di Judoth Butler, ma anche delle registrazioni che abbiamo fatto intervistando tante persone transgender.

Cosa accade in questo suo progetto per la scena?

Un eschimese in Amazzonia utilizza un linguaggio teatrale un po’ diverso. Il linguaggio si svolge su due piani: la parola strutturata quasi musicale del coro che rappresenta la società e la parola improvvisata dell’eschimese. Riprendo la celebre frase della leader del Mit Porpora Marcasciano perché le persone transgender, cioè gli eschimesi, vivrebbero un’esistenza molto serena se non fosse la società ad essere impreparata ad accoglierli. La fragilità della parola improvvisata è la metafora della difficoltà che vive l’eschimese che non sa come raccontare la sua condizione. Un eschimese in Amazzonia gioca molto con il pubblico e lo fa in maniera ironica e con leggerezza.

La presenza di un eschimese in Amazzonia mette in crisi le regole sociali vigenti. Quali regole in particolare sono messe in discussione da tale presenza?

L’eschimese mette in crisi la percezione dei ruoli di genere perché osservare sul palco un performer che vive al maschile essendo percepito con un corpo femminile mette in crisi un sistema di valori che prevede che un uomo sia quello che biologicamente ha un determinato corredo cromosomico e un organo genitale maschile. Non basta la biologia però per la costruzione dell’identità di genere ma si tratta di un adeguamento culturale che l’individuo opera durante la propria crescita e della mente che fa funzionare tutto il corpo come corpo maschile o femminile.

Secondo lei, a che punto è la notte, soprattutto in Italia, relativamente alle questioni che riguardano l'identità di genere?

L’Italia sta conoscendo un periodo di diminuzione dell’apertura verso ciò che è considerato diverso. Ovviamente, è una convenzione decidere ciò che è diverso e ciò che è uguale. La parola diversità è bella perché siamo tutti diversi ed è bello esaltare la diversità di ognuno anche delle persone cisgender. Poi siamo anche tutti molti simili nei percorsi di vita perché nasciamo e andiamo verso la morte. Sicuramente, c’è un inasprimento dei rapporti sociali relativamente a determinati temi perché la politica dell’attuale governo lavora sul l’intolleranza e non sulla tolleranza, è un gioco a raccogliere dei voti attraverso la paura, un gioco che può essere premiato nel breve termine ma che porterà a una situazione disastrosa.

Però ci sono anche dei varchi di speranza per esempio abbiamo messo in scena al Teatro India di Roma Un eschimese in Amazzonia davanti a delle classi di liceo e i ragazzi erano entusiasti del linguaggio utilizzato è molto sereni rispetto alla tematica affrontata è questo mi fa ben sperare nel futuro.

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