Martedì 17 Aprile, presso la Casina Pompeiana di Napoli, la Rvm Entertainment ha presentato in anteprima nazionale il cortometraggio Una semplice verità, scritto e diretto da Cinzia Mirabella e sostenuto moralmente dal Comitato Arcigay di Napoli.

Il cortometraggio mette in luce la  grave problematica dell'omofobia all'interno delle mura domestiche

La storia si svolge sull'isola d’Ischia, dove un uomo è invitato a presentarsi al distretto di Polizia per essere ascoltato come persona informata dei fatti in seguito a una denuncia a suo carico. A denunciarlo è la figlia, interpretata da Giulia Montanarini, vera e propria icona glamour dell’intrattenimento televisivo, che per la prima volta si misura con un ruolo drammatico, quello di una donna di 35 anni, picchiata dai familiari perché dichiaratasi lesbica.

Il ruolo del commissario di polizia è, invece, interpretato da Cinzia Mirabella, attrice brillante di cinema e teatro a cui, nel gioco dei silenzi e delle rivelazioni,  è affidato il colpo di scena finale del film.

Locandina 1

Nel cast del cortometraggio bisogna ricordare anche la presenza di Pietro De Silva, attore cinematografico che tutti ricordiamo per film come La vita è bella, L’ora di religione,  Anche libero va bene e Giovanni Allocca,  attore di teatro, cinema e televisione che ha preso parte anche alla fortunatissima serie televisiva Gomorra.

La direzione della fotografia è stata affidata a un grande maestro del settore, Antonio Grambone, mentre la canzone che accompagna il cortometraggio, con un motivo struggente e intenso come un mantra, è Manname l’ammore, interpretata dalla carismatica Gabriella Rinaldi.

Durante la presentazione è intervenuto il cast del film, il produttore del progetto Gaetano Agliata con la costumista Nancy D’Anna, il responsabile casting Andrea Axel Nobile, il truccatore Antonio Riccardo, il presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino e Daniela Lourdes Falanga, responsabile alle politiche transessuali di Arcigay Napoli.

Parliamo con Giulia Montanarini, subito dopo la kermesse napoletana.

Giulia, in primis, raccontaci come è stato lavorare nella realizzazione di questo cortometraggio.

Per me è stata un’esperienza molto importante perché per la prima volta non compaio nel ruolo consueto della soubrette. Cinzia Mirabella mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con un ruolo intenso, forte e tormentato. Mi ha seguito con grande attenzione e ha fatto uscire queste altre note dalla mia personalità, ha tirato fuori dei sentimenti che non conoscevo. E io sono molto contenta perché il personaggio credo sia molto credibile e mi sembra sia piaciuto molto.

Giulia cosa ti aspetti in termini di riscontro dal pubblico e dalla stampa?

Il pubblico è sovrano e spero che il pubblico rimanga sorpreso nel vedermi in questo ruolo inedito per me, il cinema, come la televisione, ha un ruolo fondamentale perché ha la  possibilità di narrare ad un pubblico molto ampio storie che hanno un valore sociale e civile, storie che fanno riflettere su forme di violenze inaccettabili come quella spesso perpetrata contro le persone omosessuali e credo che Una semplice verità possa davvero aiutare a contrastare le discriminazioni contro la comunità Lgbti. Se avessi un figlio gay, sarei felice e vorrei che lui fosse felice.

Il pubblico Lgbti ti ha sempre amato molto…

E io ringrazio davvero tanto la comunità Lgbti per l’amore che mi ha sempre dimostrato. Non posso che dire grazie, grazie, grazie.

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Tvboy, al secolo Salvatore Benintende, è uno degli Street Artist più affermati e apprezzati della scena internazionale. Palermitano di nascita e milanese d’adozione, vive da diversi anni a Barcellona. Ma le sue incursioni artistiche urbane e le sue opere pop e graffianti sono diventate oggetti di culto tanto in Italia quanto negli Stati Uniti, tanto in Germani quanto in Francia e nel Regno Unito.

Tvboy è stato, negli ultimi anni, protagonista di prestigiosissime esposizioni come quella del Museo MDM di Porto Cervo (2014) o quella allestita allo Spazio OnSider di Barcellona (2015), dove le sue opere ono state presentate insieme a quelle dei padri storici della PopArt come Andy Warhol e Keith Hering.

Qualche settimana fa il suo nome è rimbalzato su tutti i media italiani per il poster del bacio tra Salvini e Di Maio (in Via del Collegio Capranica a Roma), con cui l’artista ha voluto “prefigurare” ironicamente i possibili risvolti dello scenario politico nazionale. Benché diventata virale in brevissimo tempo, l'immagine è stata censurata e rimossa.

Nonostante ciò Tvboy non si è perso d’animo e solo qualche ora fa ha colpito ancora! E l’ha fatto con un’incursione urbana che ha coinvolto la zona dei decumani di Napoli e quella del santuario di Pompei. Nella notte, infatti, Tvboy ha affisso (con la tecnica del paste-up) nei vicoli del centro storico partenopeo i suoi poster, raffiguranti Pino Daniele (vico dei Panettieri), Totò (vico Figurari) e Maradona (via San Biagio del Librai): tre colonne indiscusse della mitografia popolare napoletana.

Si è poi spostato a Pompei e, a pochi metri dal Santuario meta di migliaia di pellegrini che giungono quotidianamente da ogni parte del mondo, TvBoy ha fissato l’immagine di Papa Francesco, con il tipico volto sorridente e bonario, che, alla stregua di un militante durante un Pride, stringe nel pugno un cartello con un cuore arcobaleno, simbolo dei diritti Lgbti, e la scritta Love wins. Stop homophobia. Una chiara risposta a chi, da quando è stato convocato il Pompei Pride, prova a frenare la realizzazione della manifestazione nella città mariana per eccellenza.

Tvboy accetta di parlare ai microfoni di Gaynews proprio mentre realizza le sue opere.

Tvboy, come mai ti è venuta l’idea di dedicare un tuo poster urbano ai diritti delle persone Lgbt?

L’idea mi è venuta proprio quando ho visto che veniva censurato il mio bacio tra Salvini e Di Maio. Ho pensato che venisse censurato proprio perché in Italia c’è ancora difficoltà a parlare delle relazioni d’amore tra persone dello stesso sesso. Allora la frase che mi è venuta in mente per il post di questa immagine è questa: Papa Francesco è già pronto a manifestare in prima linea al GayPride di Pompei perché anche in Italia, come già in altri paesi d’Europa, siano riconosciuti i diritti delle coppie dello stesso sesso! #lovewins #stophomophobia.

Francesco non si è mai schierato apertamente al fianco delle persone Lgbti. Però ha fatto delle dichiarazione nuove per la Chiesa quando ha detto: “Chi sono io per giudicare un gay? Allora ho pensato che potesse essere un testimonial perfetto per il Pride. E poi l’idea mi è venuta anche leggendo delle dichiarazioni omofobe di gruppi di estrema destra, ma senza dare loro troppo protagonismo perché hanno scritto delle cazzate.

La mia opera è bella perché parla del momento che stiamo vivendo. In Spagna già da anni sono permessi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Anche Obama ha lottato. In Italia abbiamo il bagaglio storico culturale della Chiesa: però io spero che qualcosa si muova.

Ti aspettavi o meno l’oscuramento del bacio tra Salvini e Di Maio?

In realtà non se l’aspettava nessuno ma ha contribuito al successo dell’opera. Quando vuoi censurare e nascondere un’opera, si crea un meccanismo opposto di curiosità perché la gente si chiede perché la vogliano nascondere. La censura ha dato maggiore protagonismo all’opera. Protagonismo che non avrebbe avuto se l’avessero lasciata là.

Da artista italiano che vive e lavora in Spagna, come guardi all’Italia in questo momento così difficile della nostra storia politica?

L’ho sempre detto: quando te ne vai all’estero, allora vedi i pregi del tuo Paese. Se ci vivi, vedi solo i difetti. In Italia abbiamo un grande potenziale, uno straordinario bagaglio storico, artistico, culturale. Però ci perdiamo in un bicchiere d’acqua e questo ci fa restare anni luce indietro rispetto ad altri Paesi. La Spagna era più indietro dell’Italia perché ha avuto la dittatura franchista. Però in pochi anni si è aperta al cambiamento: questo dipende anche dalla politica e da vari fattori.

Ma adesso in Italia siamo in un momento di cambiamento e quest’opera vuole che anche l’Italia si apra al tema del sociale e di come si può migliorare. Questo è il pensiero di un eterosessuale perché i diritti delle persone Lgbti sono diritti di tutti non solo di una parte.

 

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Quella delle case d’accoglienza per persone Lgbti in diverse condizioni di disagio è una questione che, pur agitata da decenni, è rimasta pressocché insoluta. Anche laddove sono state aperte, tali strutture, tranne qualche virtuosa eccezione, non sono spesso rispondenti ai criteri minimi d’idoneità abitativa. E questo per svariati motivi che finiscono per nullificare le pur buone intenzioni di chi le gestisce.

A fare le spese maggiori di tali criticità sono ovviamente le persone che, rimaste sole o abbandonate dai familari nonché senza lavoro, sono costrette a vagare da un dormitorio pubblico all’altro o a dormire all’addiaccio. In situazioni talmente inaccettabili da desiderare di morire anziché vivere. È quanto successo ad Alex, un giovane transgender partenopeo, che, allo stremo delle forze, ha minacciato di darsi fuoco davanti a Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli.

Gaynews l’ha raggiunto per raccogliere la sua testimonianza e il suo grido di dolore.

Alex, da quanto tempo sei un senza fissa dimora?

Vivo senza fissa dimora da quasi tre anni da quando sono rientrato a Napoli. Napoli è la mia città: qui sono nato e cresciuto. Ho cercato sistemazioni nel tempo e ho cercato lavoro ma dovevo fingere di essere quello che non sono. Per questo dovevo tacere, dovevo subire, dovevo acconsentire ad atteggiamenti di datori di lavoro che volevano approfittare della mia debolezza di vita: infatti, dopo aver perso i miei genitori e la casa, sono rimasto solo e mi sono dovuto guadagnare da vivere. Ho sofferto molto e ho cercato quanto più fosse possibile di evitarmi ulteriori abusi.

Ho perciò lasciato il lavoro molto precario pur di essere me stesso. Ho rinunciato a quel po' di soldi che mi davano dopo 12 ore di lavoro. Vi ho rinunciato per non subire violenze e gridare che io sono Alex e merito rispetto e dignità.

Ne hai parlato con amici?

In primo luogo devo dire che istituzioni civili e  clero sono stati totalmente sordi al mio grido di dolore. Per rispondere alla domanda devo dire che non ho molti amici, anzi ne ho davvero pochi. Nessuno di loro è a conoscenza della mia situazione perché sono molto riservato. Provo inoltre vergogna nel chiedere aiuto perché ho timore di essere giudicato o preso in giro o reputato uno debole.

Che cosa hai fatto allora?

Ho sofferto dentro e ho trascorso intere giornate girovagando per la città in attesa di entrare in uno dei dormitori urbani. In qualcuno di essi ho anche subito atti di violenza psicologica. Da una suora della congregazione San Giovanna Antida sono stato addirittura offeso e umiliato. Nella piccola casa adibita a dormitorio, gestita dalla suora per conto della Caritas diocesana, sono stato ospitato nel periodo di agosto e settembre. Ma non c’era una vera condizione abitativa poiché al mattino dovevo comunque lasciare quel luogo, e anche in fretta, e potevo rientrarvi solo la sera.

Era estate. Faceva molto caldo e dormivo per strada cercando riparo dal sole. E, pur avendo fame e non avendo soldi, non ho mai chiesto nulla a nessuno: sono rimasto chiuso e solo nella mia dignità. Non sono mancate in quei mesi altre violenze morali e psicologiche nonché proposte indecenti da parte di un uomo vicino al’ente ecclesiastico che, in cambio di prestazioni fisiche, mi avrebbe offerto dei soldi e da mangiare. Ma rifiutai ovviamente in tronco, rinunciando così al cibo. In quel periodo ho perso molti chili ma non mi sono mai arreso e ho continuato a lottare, a credere, a sperare.

Cos’è successo in seguito?

Ho trovato accoglienza presso il Rainbow Center. Ma la struttura non può in realtà ospitare nessuno perché quel luogo, che è stato presentato come una struttura residenziale e di accoglienza, non è tale. Pur frequentando il centro di giorno, ero comunque costretto a dormire in un dormitorio e non ho mai ricevuto assistenza di alcun tipo, nessun aiuto.

Alex, come si vede in futuro?

Quando penso a me mi vedo e mi sento uomo. Infatti ora sto affrontando la transizione e in futuro mi vedo un papà accanto a una donna che ho sempre sognato. Sogno di fare l’avvocato. Spero perciò di poter studiare e avere una vita diversa dallo stato di sopravvivenza in cui sono costretto a restare per mancanza di alloggio e soldi. Dalle istituzioni mi aspetto maggiori attenzioni. Maggiore considerazione dei problemi esistenziali e della tutela dei diritti basilari di una persona umana. Senza più bugie, senza più attese, senza correre più il rischio.

Vorrei che nessun ragazzo come me si tolga la vita perché si sente solo e abbandonato. Vorrei che capissero che le nostre vite contano e meritiamo rispetto. La mia vita ora è appesa ad un filo ma non sto mollando.

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Il 16 marzo si terrà a Napoli presso il Centro Congressi dell’università Federico II il convegno La salute delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender tra stigma e risorse: modelli a confronto. Organizzato dal Centro studi SInAPSi, diretto dal docente di psicologia clinica Paolo Valerio, e dall’Associazione italiana di psicologia, il simposio di studi si aprirà con la lectio magistralis di David M. Frost, docente di psicologia sociale presso l’University College London e già professore assistente presso la Columbia University e la San Francisco State University.

In preparazione all’evento partenopeo abbiamo rivolto alcune domande all’accademico d’origine newyorkese.

Professore Frost, le condizioni delle persone Lgbti sono indubbiamente migliorate in molti Paesi Occidentali. Che cosa resta da fare ancora a suo parere?

Nonostante sia vero che gli atteggiamenti verso le persone Lgbti stanno migliorando, almeno secondo i sondaggi di opinione, e che sia evidente che sempre più paesi stanno approvando leggi che riconoscono le relazioni tra persone dello stesso sesso, ancora molto deve essere fatto per affrontare le disuguaglianze vissute dalle persone Lgbti. Ad esempio, nonostante sempre più Paesi stiano approvando leggi che consentono alle coppie costituite da persone dello stesso sesso un accesso egualitario ai diritti e ai privilegi del matrimonio, la stragrande maggioranza dei Paesi continua a non approvare questi leggi, mentre altri forniscono livelli separati e ineguali di riconoscimento legale.

I comportamenti omosessuali continuano ad essere criminalizzati in moltissimi paesi. La maggior parte dei Paesi non riconosce le identità di genere che non corrispondono al sesso assegnato alla nascita. E nonostante gli atteggiamenti pubblici siano diventati più tolleranti, molte persone, soprattutto anziane, mostrano ancors atteggiamenti negativi nei confronti delle persone Lgbti e delle relazioni tra persone dello stesso sesso.

Da cosa nasce lo stigma di cui sono spesso vittime le persone Lgbti?

È difficile stabilire la fonte esatta dello stigma, ma molti hanno sostenuto che questo è uno stigma radicato in ideologie sociali e culturali che sono avverse alla sessualità in generale e che svalutano le sessualità non eterosessuali e il comportamento sessuale non procreativo. Queste ideologie sociali e culturali si manifestano nelle nostre vite sotto forma di leggi e politiche che limitano l’accesso alle risorse e ai benefici e alla piena partecipazione delle persone Lgbti alla società, trattandole come cittadini di seconda classe.

Certamente la religione istituzionale ha giocato un ruolo nel perpetuare questo stigma, poiché molti hanno interpretato i testi religiosi fondamentali come svalutanti e/o proibitivi nei confronti del comportamento e dell’attrazione tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, molti studiosi di religione non sono d’accordo con tali interpretazioni, tanto che esistono diverse comunità religiose che sostengono tutti i loro membri, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Per prevenire le forme discriminatorie su cosa bisognerebbe puntare?

Abbiamo bisogno di una formazione continua su più livelli. Abbiamo bisogno di eliminare le leggi e le politiche che discriminano le persone Lgbti (ad es., criminalizzando il comportamento omosessuale, restringendo il matrimonio alle sole coppie eterosessuali, impedendo alle persone Lgbti di prestare servizio militare) e l’approvazione di leggi che impediscano la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti (ad es., leggi che proibiscano la discriminazione nelle pratiche di assunzione e sul posto di lavoro, leggi anti-bullismo, ecc.).

Abbiamo anche bisogno di interventi sociali ed educativi che combattano i pregiudizi verso le persone Lgbti (ad es., campagne educative, introduzione delle questioni Lgbti nei programmi di educazione sessuale e di salute, e formazione degli insegnanti). E, per ultimo ma non meno importante, abbiamo bisogno di medici, psicologi e assistenti sociali che siano formati per una pratica rivolta alle persone Lgbti affermativa, in modo che le persone Lgbti che soffrono per lo stress indotto dai pregiudizi e dalle discriminazioni possano avere accesso a servizi medici e psicologici appropriati ed efficaci.

Quali sono i risultati raggiunti nel Regno Unito e negli Stati Uniti?

I risultati negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono promettenti, ma finora contrastanti. Vi sono evidenti risultati politici che hanno migliorato la vita delle persone Lgbti in entrambi i paesi, ad esempio l’accesso a un equo riconoscimento del matrimonio è ora disponibile negli Stati Uniti e in gran parte del Regno Unito (ad eccezione dell’Irlanda del Nord) e le persone transgender possono modificare i propri documenti ufficiali in accordo alla propria identità di genere in tutto il Regno Unito e in alcuni stati degli Stati Uniti. I sondaggi di opinione indicano che gli atteggiamenti nei confronti delle persone Lgbti sono diventati molto più favorevoli, specialmente tra le giovani generazioni.

Tuttavia, nonostante questi risultati, è importante non perdere di vista la continua discriminazione e il continuo pregiudizio esistenti in entrambi i paesi. Ad esempio, è possibile notare un aumento delle segnalazioni dei crimini d’odio commessi contro le persone Lgbti. Solo perché i sondaggi d’opinione mostrano atteggiamenti più favorevoli nei confronti delle persone Lgbti, ciò non significa che le forme più sottili e implicite di pregiudizio siano scomparse. Ad esempio, una persona potrebbe approvare il matrimonio tra persone dello stesso sesso in generale, ma non approvare o sostenere la relazione di un proprio familiare con una persona dello stesso sesso.

In breve, anche se abbiamo indubbiamente assistito a numerosi miglioramenti del clima sociale verso le persone Lgbti negli ultimi decenni, c’è ancora molto lavoro da fare per combattere i pregiudizi e le discriminazioni e migliorare la vita delle persone e delle famiglie Lgbti.

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C’è l’influente coadiutore della basilica di San Giovanni in Laterano che gira con l’autista, si finge diplomatico, promette posti di lavoro e paga gli escort con postepay. C’è il direttore d’un Ufficio diocesano per la pastorale scolastica che si vanta di conoscere Laura Pausini ed è alla ricerca di incontri di natura sessuale tramite app.

C’è il parroco che organizza gang bang in canonica. C’è il monsignore che è agli arresti domiciliari con l’accusa di abuso su minore ma organizza indisturbatamente incontri con uomini tramite Grindr. C’è il sacerdote del Potentino che il sabato sera frequenta disco gay-friendly in Calabria, s’ubriaca e fa sesso.

C’è il guardiano cappuccino pugliese che organizza in convento orge con un altro confratello. C’è il seminarista siciliano che eiacula in webcam davanti alla statua della Madonna di Fatima. C’è il giovane sacerdote della zona di Tursi-Lagonegro che predilige i rapporti di gruppo ed è ossessionato da un seminarista che vuole coinvolgere nelle serate.

Questi i profili di alcuni dei sacerdoti, religiosi e seminaristi, sulla cui doppia vita getta luce il corposo dossier che, preparato negli anni da Francesco Mangiacapra e rivelato in anteprima da Gaynews, sarà depositato domani presso la Curia arcivescovile di Napoli. Ben 1200 pagine ripartite in schede personali e allegati testimoniali. Quest’ultimi costituiti da screenshot di conversazioni tramite messaggi telefonici o chat per incontri.

Eccone un assaggio con chiaro riferimento a un approccio durante la celebrazione della Messa:

Prete: Lui mi ha fatto occhiolino al segno della pace

Altro: Mmmm. Bono

Prete: Voglio scoparti

Altro: Mmmm

Prete: Domenica sei mio

Altro: Speriamo

Prete: Vorrei s*******i nel c***


Noto quale autore del libro autobiogarfico Il numero uno. Confessioni di un marchettaro e quale accusatore di Don Euro, il giovane escort Mangiacapra così ha spiegato ai nostri microfoni il motivo d’un tale dossier: «Il comportamento degli ecclesiastici che segnalo è, in molti casi, frutto dell’impunità a cui gli stessi vertici della Chiesa li hanno abituati: quella ingiusta tolleranza che alimenta l'idea di poter continuare  a separare ciò che si esercita da ciò che si esprime, come è tipico di chi ha una doppia morale schizofrenica.

Con troppa sicurezza questi sacerdoti sono abituati a contare su quella discrezione di cui da troppo tempo beneficiano e che ingiustamente consente loro di spogliarsi occasionalmente della tonaca a uso e consumo personale».

Il materiale raccolto nel dossier interessa ecclesiastici di più diocesi. E non solo campane. Volendo fare una ripartizione per ambito territoriale, si desume che dei sacerdoti indicati:

1 appartiene alla diocesi di Acerra, 1 alla diocesi di Acireale, 2 appartengono alla diocesi di Amalfi-Cava, 2 alla diocesi di Aversa, 2 alla diocesi di Bari, 1 alla diocesi di Catania, 1 alla diocesi di Ischia, 2 alla diocesi di Cosenza-Bisignano, 1 alla diocesi di Isernia, 1 alla diocesi di Manfredonia-San Giovanni Rotondo, 1 alla diocesi di Messina, 1 alla diocesi di Molfetta, 2 alla diocesi di Napoli, 1 alla diocesi di Nardò-Gallipoli, 2 alla diocesi di Nocera-Sarno, 1 alla diocesi di Noto, 1 alla diocesi di Oppido Mamertina, 1 alla diocesi di Piazza Armerina, 1 alla diocesi di Pozzuoli, 1 alla diocesi di Palermo, 3 alla diocesi di Roma, 2 alla diocesi di Salerno, 1 alla diocesi di Teano-Calvi, 7 alla diocesi di Teggiano-Policastro, 1 alla diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, 4 alla diocesi di Tursi-Lagonegro, 1 alla diocesi di Tricarico, 1 alla diocesi di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado nonché 1 dell’Ordinariato Militare.

Di questi 42 sono diocesani, 7 appartengono a istituti religiosi mentre i seminaristi sono in tutto 9.

Ma c’è un tratto comune a molti di loro, ossia la capacità di fare rete in materia d’incontri hot sì da scambiarsi informazioni o pareri. Senza contare l’elemento apparentemente banale dell’uso spregiudicato di profili su chat come Grindr e Romeo.

Si tratta d’un variegato campione quanto mai indicativo che permette di far luce non solo sull’elevatissima percentuale di sacerdoti omosessuali stabilmente inosservanti dell’obbligo celibatario assunto. Ma anche dell’inadeguatezza delle norme di Oltretevere in materia di presbiterato e omosessualità come dell’assoluta ipocrisia delle gerarchie al riguardo.

Risuona perciò sempre attuale la domanda che il defunto nunzio apostolico Angelo Mottola rivolgeva anni fa, in un misto di italiano e napoletano, a un minutante della Curia Romana : «Ma o' Papa che parla sempre contro i gay, perché non inizia a togliere tutti i ricchioni da cui è circondato?».

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Alici come prima è un noto youtuber napoletano, molto seguito sui social per i suoi video dissacranti, scorretti e trash. Ma nella mattinata di oggi, sulla sua pagina Facebook, ha pubblicato un post del seguente tenore: Ragazzi scrivetemi nei commenti tutte le domande più irriverenti, particolari, assurde (ma non omofobe) che avreste sempre voluto fare a un gay o a una lesbica.

In pochissimo tempo, una valanga di offese e commenti ingiuriosi ha riempito la pagina di Alici come Prima con un rilevantissimo numero di like. Difficile in realtà credere all'inconsapevolezza di Alici come Prima, che non poteva certamente ignorare l’elevatissimo rischio di innescare una vera e propria gara di cyberbullismo a danno delle persone Lgbti.

Il direttivo di Arcigay Napoli, allertato da alcuni suoi associati, è intervenuto con un comunicato stampa per chiedere ad Alici come Prima di scusarsi pubblicamente per il gravissimo gesto che, sia pur in maniera goliardica, ha provocato un'ondata di odio e disprezzo verso le persone lesbiche, gay, bisessuale e transessuali.

Relativamente all’accaduto, Claudio Finelli, referente di Arcigay nazionale per la Cultura, autore e conduttore della trasmissione radiofonica L’Altra Frequenza – Lgbt On Air nonché collaboratore di Gaynews, ha stigmatizzato quale irresponsabile Alici come prima«Proprio mentre in tutto il Paese - così ha dichiarato - si solleva nuovamente l’attenzione verso l’opportunità di assumere comportamenti che non istighino all’odio e alla violenza, richiamando media e professionisti della comunicazione al necessario senso di responsabilità che dovrebbe ispirare il loro lavoro, Alici come Prima ha pensato bene di invitare i propri follower a una vera e propria gara di cyberbullismo contro le persone Lgbti.

E ciò è stato fatto pur di strappare qualche centinaio di like e di commenti di cui, fossi in lui, mi vergognerei, visti i contenuti del post da cui conseguono».

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Scommettiamo che riuscirete a visitare Napoli in sei ore? E a conoscere a fondo sei (nuove) tradizioni e luoghi napoletani? Se avete in mente di visitare il capoluogo partenopeo per San Valentino, beh, date un’occhiata alle dritte che abbiamo pensato, per portarvi alla scoperta, in poche ore, di una città gay friendly meravigliosa!

Potrete anche visitare posti mai visti per esplorare altri ancora più belli: insomma sorriso a portata di mano e saje a quanta gent faje schiattà?

A piedi nudi anche per strada

A pochi passi dalla stazione centrale c’è Vico Soprammuro, una delle strade più note della città, nel quartiere Pendino, meglio conosciuta come Ncopp’ ‘e mura. Qui si concentra il mercato del pesce di Porta Nolana e centinaia di botteghe di artigiani dell’arte folkloristica partenopea. L’odore del pesce, unito alle luci e al calore del popolo napoletano, contribuiscono a creare da sempre una Napoli amata da italiani e stranieri. Acquistate un’anguilla e un capitone! Perché? Napule è addore e mare!

L’infanzia (ri)trovata

A Napoli l’infanzia (ri)vive due volte: stiamo parlando dell’Ospedale delle Bambole, che si trova nel cuore della città, in via San Biagio dei Librai, dal 1800. Qui la visita si trasforma in un vera e propria esperienza gay addicted: nostalgica, magica ed indimenticabile. Una promenade attraverso un'arte unica e originale. Un piccolo laboratorio aperto tutto l’anno, dove si riparano le braccia rotte delle bambole, si soccorrono i giocattoli e dove si può restare ad ammirare i medici all’opera!

Pink up your art!

Ci sono momenti nella vita in cui senti che devi lasciare tutto e metterti in cammino. Questo succede quando si decide di inoltrarsi nella street art dei Quartieri Spagnoli di Napoli e dei famosi murales del duo napoletano Cyop e Kaf, e non solo. Il quartiere dal 2015, ospita numerosissimi altri artisti come Diego Miedo e Rosaria Bosso, in arte Roxy in the Box.  Un tour che non può che non terminare con un selfie in compagnia di alcune delle figure celebri esposte. E chi scegliere? In top Rita Levi MontalciniAmy Winehouse!

L’ingrediente della pasta è la felicità

La prima parte del vostro tour non può che non terminare in uno dei ristoranti più famosi della città: Borgo Antico a Santa Lucia, a pochi passi da Via Partenope, dove potrete gustare (in due) una buonissima portata di tradizioni culinarie made in Naples in un ambiente romantico e assolutamente magico. Quindi Smartphone in borsa e un paio di occhiali vintage, il vostro San Valentino aspetta di essere immortalato a Napoli!

You will never find a love like Naples

Come cantava Pino Daniele in una sua celebre canzone, Napule è mille culure! Quindi app in mano, in questo caso BluBlazer e fate un salto a Piazza Bellini, nel cuore della gay life della città, in uno dei bar gay friendly storici della città, il Bar Fiorillo, per prendere un caffè o un buon cocktail. Attenzione! Un caffè a Napoli (minimo quattro al giorno) significa partecipare a un rito sociale, come se fosse un'iniziazione magica!

Farsi tentare da una sfogliatella o riccia?

Sfogliatella o babà? Qui a Napoli importa e come! L’importante come dicono in città è che sia un vero e proprio dolce napoletano! Scherzi a parte, andare via dalla città senza aver assaggiato una sfogliatella riccia o una pasta frolla è una bestemmia. Giuro! Dove mangiare le migliori? Da Pintauro oppure da Attanasio in vicolo dei Ferrovieri nelle adiacenze dipiazza Garibaldi.

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Presentato giovedì pomeriggio 25 gennaio al Coming Out di Roma il libro Come me non c'è nessuno di Anton Emilio Krogh

L'iniziativa, promossa da Agedo Roma, ha visto la presenza dell'autore, della presidente Roberta Mesiti, dell'attore Enrico Lo Verso, di Vanni Piccolo e di Rosario Coco, rispettivamente testimone storico del movimento Lgbti e coordinatore del progetto Outsport. 
 
«Un libro - secondo Roberta Mesiti - che racconta senza filtri una vita e un coming out in un epoca lontana, dove di omosessualità nemmeno si parlava, in cui ogni genitore può trovare spunti preziosi per comprendere meglio le difficoltà dei figli e delle figlie Lgbti, purtroppo ancora oggi presenti in molte realtà».
 
L'autore, avvocato di Napoli con la passione per la musica, ha scritto questo libro dieci anni fa a seguito di una lunga conversazione con Rita Pavone, la sua vera fonte di ispirazione che indirizza anche il titolo del libro. «Ognuno di noi dovrebbe avere la serenità e la sicurezza di poter celebrare la propria unicità - dice Krogh - Il titolo è pensato affinché ogni lettore e lettrice possa trovare la forza di dirlo di sé». 
 
Secondo Rosario Coco «il testo è una bella testimonianza storica per comprendere le origini della battaglia di visibilità prima, e di diritti poi, condotta dalla collettività Lgbti». Per Vanni Piccolo, infine, «vi sono alcuni passaggi che raccontano un'epoca di sessualità rubata, intensa e segreta che probabilmente appartengono solo a chi ha vissuto gli anni '70 e '80 e che proprio per questo vanno sempre più raccontati e discussi anche ai giorni nostr»i.
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Dal Nuovo Teatro Sanità di Napoli inizia la tournée di Glam City, spettacolo nato  dall’adattamento dell'omonimo romanzo di Domenico Trischitta, interpretato da Silvio Laviano, per la regia di Nicola Alberto Orofino. 

Protagonista della pièce è Gerry Garozzo, un ragazzo “diverso” che vive a Catania negli anni ’70 e che sogna di entrare nel mondo dello spettacolo. A Catania Genny Garozzo tenta di realizzare una vera e propria rivoluzione di costume, fatta di travestitismo e trasgressione. Ma purtroppo il suo sogno si infrange drammaticamente.

Glam City è anche la storia di una città come Catania che, ieri come oggi, vive la contraddizione di essere luogo di provincia disperatamente alla ricerca di un riscatto. Da sempre legata alle tradizioni della sua festa, del suo teatro, dei suoi quartieri sgarrupati, dei suoi cittadini strafottenti, di una movida sfrenata e apparentemente spensierata, eternamente in cerca e forse per questo mai contenta. Proiettata sempre verso una dimensione glam che riesce raramente a realizzare. Ed è forse per questo che Catania, città schiacciata fra il vulcano e il mare, resta eternamente uguale a se stessa.

A qualche ora dalla prima replica napoletana (lo spettacolo sarà in scena dal 26 al 28 gennaio al Nuovo Teatro Sanità di Napoli) incontriamo l’attore Silvio Laviano, una carriera divisa tra Parigi, Roma e Catania, che ha terminato da qualche mese le repliche de I sei personaggi in cerca d’autore con la regia di Michele Placido e si appresta a trasformarsi nell’icona glam Gerry Garozzo.

Silvio, cosa è, precisamente, Glam City?

Glam City è un monologo tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Trischitta, liberamente ispirato alla storia reale del primo trasformista catanese, a cui nello spettacolo ho dato il nome fittizio di Gerry Garozzo, che negli anni '70 fu il primo giovane artista a vestirsi da donna e portare in Sicilia la cultura glam londinese, suggestionato dalla musica di leggende pop come David Bowie e Marc Bolan, e fece parlare molto di sé, innescando una vera rivoluzione artistica e culturale a Catania.

Io seguo la vita di questo personaggio dagli anni '70 agli anni '90. Racconto anche le trasformazioni della società, l’evoluzione della musica, la chiusura di una Sicilia retrograda che non accettava questa realtà e la realtà di una città, come Catania, estremamente ambivalente: da un lato repressiva e fascista e dall’altro esplosiva. Un po’ come l’Etna: nero all’esterno ma pieno di lava incandescente, pronta ad esplodere, dentro.

Glam City racconta la città di Catania attraverso gli occhi di Gerry Garozzo.

Glam City, dopo il debutto nella “tua” Catania, inizia la propria tournée proprio nella settimana dedicata alla memoria. Una scelta voluta?

Parzialmente sì. Nella settimana della memoria Glam City è un appuntamento importante perché promuove un recupero della memoria relativamente alla cultura di genere: è importante ricordare e sapere che ci sono stati dei nostri “padri” che hanno iniziato la nostra rivoluzione tanti anni fa.

La storia di Gerry Garozzo è infatti la storia di un ragazzo che per la prima volta, nel Sud Italia, ha deciso di essere se stesso. Nonostante gli insulti per strada. Nonostante una famiglia che l’ha dolorosamente negato. Nonostante gli anni '80 che, non dimentichiamolo, in Sicilia sono stati caratterizzati dalle continue ed efferate lotte di mafia.

Glam City è anche un omaggio alla memoria, la nostra memoria.

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Me staje appennenn amò. Questo il nuovo single di Liberato, l’artista partenopeo la cui identità resta sconosciuta.

E con questo brano, il cui titolo nel gergo giovanile napoletano significa "Mi stai lasciando, amore”, si cantano amori finiti ma in un’ottica di speranza, di rinascita, di libertà. E per fare ciò il regista Francesco Lettieri, che ha realizzato il video di Me staje appennenn amò (come aveva già fatto per i precedenti singoli di Liberato da Nove maggio a Tu t’e scurdat’ ‘e me fino a Gaiola portafortuna), ha puntato sulla collettività Lgbti napoletana. Anzi, più precisamente sulle persone trans, che possono a ragione essere riguardate quale immagine e simbolo della città mediterranea.

Un video che inizia con le forte ed emozionanti dichiarazioni di Rosa Rubino, donna trasessuale che non ha mai taciuto «questa cosa qui ai miei familiari». Donna, che per vivere la propria identità di genere, ha combattuto a lungo tra enormi difficoltà. Ma riuscendo alla fine ad affermarsi. Riuscendo alla fine a non vedere più «il proprio futuro nero» come agli inizi. Riuscendo, alla soglia dei 60 anni, a diplomarsi con determinazione.

Nessuna solitudine dunque nella storyline iniziale. Perché quella di Rosa è la narrazione icastica di come l’amore sia l’unica cosa che conta, di come l’amore non conosca limiti di età, di classe e di genere.

Un inno all’amore, dunque, il suo. Un inno alla libertà e alla bellezza della vita come quello che è cantato nella storyline finale interpetrata da altre donne trans quali Barbie e Gabriella.

Giustamente Daniela Lourdes Falanga, cui si è rivolta in dicembre per consigli Francesco Lettieri, ha definito Me staje appennenn amò «una convincente e moderna allegoria della libertà e dell’amore. Quella libertà e quell'amore che non possono concretarsi se non nell’abbattimento del muro dei pregiudizi. Ecco, Rosa, Barbie, Gabriella e le altre ragazze rappresentano al vivo questo muro raso al suolo perché la libertà e l’amore possano realizzarsi».

Non resta dunque che gustare l’opera di Liberato/Lettieri, che in tre giorni ha già realizzato su YouTube oltre 500mila visualizzazioni. Un successo ottenuto anche grazie alla fattiva collaborazione di Arcigay Napoli e del suo presidente Antonello Sannino.

 

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