Un’«esperienza da incubo» quella vissuta in Egitto. La definisce così a telefono Valentina Viglione, donna transgender napoletana, che dopo 22 anni di vacanze tranquille trascorse a Sharm el-Sheikh ha deciso di non metterci mai più piede.

L’11 aprile Valentina, che, laureata in giurisprudenza nel 1997, ha alle spalle un’esperienza triennale d’avvocatura, si è imbarcata in serata a Capodichino con un amico gioielliere per raggiungere la nota località marina egiziana. Ma, giunta all’aeroporto internazionale di Sharm con tre ore e mezza di ritardo, è successo quanto mai avrebbe immaginato

«Siamo arrivati a mezzanotte e un quarto - racconta al telefono -. Al momento di fare in aeroporto i consueti controlli presso le autorità egiziane di frontiera un addetto ha preso il mio passaporto, sul quale sono registrata col nome maschile e con la mia foto di donna, e si è allontanato. La cosa mi ha fatto subito impensierire, perché in 22 anni non mi era mai capitato. Dopo 20 minuti di attesa ho cercato di chiedere a un poliziotto che cosa succedesse. Ma sono stata allontanata in malo modo con un gesto di mano, mentre mi veniva intimato di aspettare. Io e il mio amico abbiamo atteso un’ora e dieci».

A quel punto è sopraggiunto l’autista del resort Domina Coral Bay, dove Valentina e il suo compagno di viaggio avevano prenotato il soggiorno. 

«Gli ho detto d’informarsi - mi spiega - che cosa stesse succedendo. Lui stesso era meravigliato: mi conosce infatti bene poiché sono anni che vado al Domina. Ha bussato alla porta dell’ufficio preposto. Ma è stato prima allontanato in malo modo, poi richiamato. A quel punto i poliziotti gli hanno fatto alcune domande: se ero operata e se ero fidanzata o sposata con l’uomo che mi accompagnava».

All’uscita l’autista ha cercato di tranquillare Valentina col dirle che era una mera questione burocratica. Ma, quando l’agente le ha riconsegnato il passaporto, per comunicare che il permesso di soggiorno era stato accettato, la donna, stremata anche dall’attesa prolungata e dalla paura, ha gridato che non voleva restare ma rientrare in Italia.

«So di aver agito d’impulso ma a quel punto è iniziato l’incubo. L’agente mi ha strappato di mano il passaporto e ci ha fatto ripassare la dogana. A quel punto è sopraggiunta una camionetta con quattro poliziotti, che ci ha caricato a bordo. Ho cercato di chiedere dove ci stessero portando ma un agente mi ha intimato di stare zitta. Abbiamo fatto circa un km di strada al buio e siamo arrivati al terminal 2: un terminal dismesso, corrispondente alla vecchia area aeroportuale, trasformato in uffici della polizia.

Giunti sul luogo, i poliziotti ci hanno entrare nella struttura: abbiamo fatto una rampa di scale e siamo stati rinchiusi in mezzo quadrato di stanza, divisi l’una dall’altro da un separé. Siamo rimasti lì fino alle 9:30 del mattino. Non potevamo andare in bagno o fumare se non dopo aver chiesto il permesso. Abbiamo temuto il peggio».

Poi alle 9:30 l’annuncio che sarebbero stati rimpatriati col primo volo disponibile per Napoli, quello delle 14:40.

«Ci sono venuti a riprendere - continua Valentina - con la camionetta. In aeroporto hanno voluto rifare i controlli e abbiamo dovuto subire l’umiliazione di essere scortati da un agente armato fino al gate sotto gli occhi di tutti, soprattutto di passeggeri napoletani. E, per giunta, senza neppure la possibilità di poter andare in bagno».

Quel giorno stesso la sorella di Valentina, anche lei di casa a Sharm el-Sheik («ci va da 39 anni – spiega a telefono – e per alcuni ha posseduto anche una casa in loco, prima di venderla»), aveva un volo prenotato per la località egiziana. Ma alla luce di quanto successo non voleva più partire.

«L’ho tranquillizzata e le ho detto di andare, avendo lei speso un’enorme somma di denaro. Ho anche aggiunto che mi sarei informata presso l’ambasciata se ci fosse qualcosa a mio carico e, in caso contrario, l’avrei raggiunta».

Avute rassicurazioni al riguardo tramite il suo avvocato e un amico egiziano Samer, che, sposato con una napoletana, gestisce a Sharm il ristorante Made in Sud, l’altroieri Valentina ha deciso di ripartireMa, giunta in aeroporto, ha rivissuto, questa volta da sola, la stessa drammatica esperienza, benché non avesse minimamente reagito.

È stata nuovamente fatta salire sulla camionetta tra gli sberleffi e le risate degli agenti, che si toccavano ripetutamente le parti intime. Quindi condotta al terminal 2, dove è stata costretta a portare da sola lungo una rampa di scala le sue valigie. Cosa che le ha procurato la frattura di un dito. Ma, poi, alle 04:00 del mattino, rimpatriata in tutta fretta con un volo per Bologna mentre in aeroporto era sopraggiunto il console italiano dietro segnalazione della Domina.

Quanto successo a Valentina è da inquadrarsi nel quadro più ampio delle vessazioni che le persone Lgbti subiscono da alcuni anni in Egitto, dove, ad esempio, il 7 marzo la 19enne transgender Malak al-Kashif è stata arrestata, condotta in un carcere maschile e sottoposta a test anale forzato.

Dura condanna dell’accaduto è stato espresso da Loredana Rossi, fondatrice e vicepresidente di Atn, di cui Valentina è socia: «È inaccettabile quello che è successo. A nome di tutta Atn esprimo solidarietà e vicinanza a Valentina.

Voglio ricordare, come ha rilevato ultimamente l’Ilga, che, pur non essendoci delle chiare leggi al riguardo, l’Egitto è un Paese dove di fatto l’omosessualità e la transessualità sono punite come reato. Chiediamo pertanto al Governo di mobilitarsi seriamente presso le autorità locali perché facciano chiarezza.

Nel frattempo invitiamo le agenzie di viaggio a informare debitamente le persone Lgbti, che si recano in Paesi dove corrono seri pericoli per leggi omotransfobiche. Perché quello che è successo a Valentina non si ripeta per altre».

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Resi noti nella mattinata i 72 nomi dei candidati e delle candidate della Lega alle europee del 26 maggio. Sarebbero dovuti essere 76 come da regolamento e in realtà lo sono, perché Matteo Salvini è capolista in tutte e cinque le circoscrizioni.

Tra i nomi presentati spiccano quelli di Susanna Ceccardi, sindaca di Cascina e coordinatrice regionale del Carroccio per la Toscana, e di Giancarlo Cerrelli, segretario provinciale della Lega di Crotone.

Se la prima cittadina del Comune del Pisano si è imposta in passato alla pubblica attenzione non tanto per aver voluto conferire la cittadinanza onoraria a Magdi Allam quanto per aver dichiarato che non avrebbe mai registrato le unioni civili nel suo paese, il secondo è tornato a far parlare di sé in occasione dell’8 marzo scorso

Quando, cioè, in preparazione della Giornata internazionale della donna ha fatto preparare un volantino in forma di esacalogo, in cui si affermava, fra l’altro, che a offendere la dignità della donna sarebbe «chi sostiene una cultura politica che rivendica una sempre più marcata autodeterminazione della donna che suscita un atteggiamento rancoroso e di lotta nei confronti dell’uomo» o «chi contrasta culturalmente il ruolo naturale della donna volto alla promozione e al sostegno della vita e della famiglia».

Già candidato della Lega alla Camera nel collegio uninominale di Crotone (Calabria 04) in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, il cassazionista e canonista Cerrelli è stato vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici italiani dal 23 settembre 2011 al 27 settembre 2015 ed è attualmente Segretario nazionale del comitato Sì alla famiglia, dirigente nazionale di Alleanza Cattolica e articolista di giornali quali Cristianità, La Nuova Bussola Quotidiana, La Croce Quotidiano, La Roccia, Sì alla Vita. 

L’avvocato, che organizzò a Crotone in accordo con l’allora arcivescovo locale Domenico Graziani i Family Day del 15 marzo e 11 maggio 2007 (manifestazioni antesignane del primo Family Day nazionale, quello cioè del 12 maggio 2007), è autore di libri volti a combattere la fantomatica ideologia gender. Ma è soprattutto noto per i violenti attacchi contro le unioni civili e il matrimonio egualitario.

Le sue posizioni in tema di omofobia rimbalzarono sui media nazionali  quando ospite di Unomattina Estate, il 20 agosto 2013, si disse contrario a un’eventuale approvazione del ddl Scalfarotto con motivazioni dal seguente tenore: «L'omosessualità è un disagio e un disordine», «è stata depennata dal manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali non per motivi scientifici», «come si sa, vi sono anche delle terapie, le terapie dette riparative per gli omosessuali»

Le dichiarazioni di Cerrelli indussero l'allora presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi Giuseppe Luigi Palma a intervenire con una dura nota di condanna.

Nota che fu accolta positivamente dal direttore di Gaynews Franco Grillini, che all’epoca così scrisse: «Il vizietto di confondere scienza e fede o, peggio, di far passare come scientifici pregiudizi sociali o religiosi costituisce un atto di indiscutibile disonestà che se compiuto da professionisti persino iscritti all'albo vanno segnalati come abuso e perseguiti come tali. Piuttosto c'è da chiedersi se non ci sia qualcosa di malato in tutte quelle persone che dedicano il loro tempo a insultare milioni di cittadini che chiedono solo dignità e uguaglianza nel diritto e nei diritti».

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Con dichiarazione, pubblicata il 13 aprile a Ottawa dal Dipartimento del Global Affairs Canada, la Coalizione per la parità dei diritti (Erc) ha chiesto al Brunei di abrogare la pena di morte per stupro, adulterio, rapporti omosessuali sulla base delle nuove disposizioni del Codice penale entrate in vigore il 3 aprile.

Come noto, già a partire di marzo l’annunciata presa di posizione del sultanato del Sud-est asiatico ha scatenato una reazione mondiale da parte di politici, celebrità e organismi umanitari.

Nell’esprimere «profondo sgomento» per l’adozione di tali disposizioni sulla base della shari'a, 36 dei 40 Stati membro (tra cui anche l’Italia) hanno esortato «il governo del Brunei ad abolire le nuove pene e ad assicurare che qualsiasi misura introdotta sia coerente con gli obblighi e gli impegni internazionali del Paese in materia di diritti della persona».

Le disposizioni, entrate recentemente in vigore, hanno «ripercussioni negative – come dichiarato dai 36 Paesi - su molti gruppi vulnerabili del Brunei, comprese le persone Lgbti, donne e bambini» e «aumentano il rischio di discriminazione, persecuzione e violenza».

Fondata nel luglio 2016, sotto la guida di Uruguay e Paesi Bassi, a seguito della Conferenza mondiale di Montevideo sui diritti Lgbti e composta da 40 Stati membro, la Coalizione è attualmente copresieduta da Canada e Cile e collabora, fra l’altro, con agenzie delle Nazioni Unite.

Quattro soltanto i Paesi che non hanno cofirmato la dichiarazione: Ecuador, Honduras, Serbia, Ucraina.

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In Corea del Sud i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso non sono mai stati considerati illegali. Anzi l’articolo 31 della legge della Commissione nazionale per i diritti umani, promulgata nel 2001, stabilisce che "nessun individuo può essere discriminato sulla base del proprio orientamento sessuale". 

Ma i rapporti omosessuali, sotto la generica voce di “molestie sessuali”, continuano a essere perseguiti come atti delittuosi sulla base del paragrafo 6 dell’art. 92 (anche conosciuto come Legge militare sulla sodomia) del Codice penale militare, che prevede il congedo con disonore e la carcerazione con lavori forzati fino a un massimo di due anni

Il servizio militare obbligatorio dalla durata biennale è considerato un dovere patriottico in Corea del Sud. Non esistendo obiezione di coscienza, il sottrarvisi può portare a uno stigma duraturo con ripercussioni sullo stato sociale, lavorativo e familiare. Ciò induce persone gay a tacere la propria omosessualità al momento della visita medica previa all’arruolamento. Ma ciò non le mette al riparo dall’occhiuta sorveglianza dopo che hanno iniziato a prestare servizio tra le forze armate.

Nel 2017 è toccato a un ufficiale, oggi 27enne, essere scoperto e accusato di aver avuto, fuori dalla base militare, un rapporto sessuale con un commilitone. Poteva andare incontro a una triplice umiliazione: la condanna penale, il congedo militare con disonore e un coming out forzato presso i genitori, che lo stesso giovane, coperto dall’anonimato, definisce ad Afp "cristiani conservatori e pii".

L'ufficiale, all'epoca un coscritto, è stato arrestato con altri 21 soldati a seguito di una retata. Come denunciato dal Centro per i diritti umani nell'esercito (Cdha) - un'organizzazione militante di Seoul che accusa l'esercito di impegnarsi in "caccia alle streghe" -,  gli inquirenti hanno costretto i "sospettati" a inviare messaggi, in loro presenza, a utenti di app per incontri per stanare altri soldati gay.

12 dei 21 soldati arrestati hanno impugnato il paragrafo 6 dell’art. 92 davanti alla Corte Costituzionale, che, dall’entrata in vigore del Codice penale militare (1962), si è già pronunciata al riguardo tre volte. L’ultima è stata nel 2016 con un verdetto di mantenimento del paragrafo (cinque voti favorevoli e quattro contrari).

Tale sentenza è stata fortemente criticata dalle organizzazioni umanitarie. Mentre Human Rights Watch ha definito il paragrafo "una macchia sul registro dei diritti umani del Paese", per Amnesty International si tratta di testo "arcaico e discriminatorio". 

L'ex ufficiale anonimo non è tra i 12 soldati che hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale. Ma nel 2018, terminato il biennio di servizio militare, il suo processo è stato trasferito, per ragioni di competenza, a un tribunale civile, che lo ha assolto. È la prima volta che accade in riferimento all’accusa di un soldato ai sensi del paragrafo 6 dell’art. 92. Ovviamente l’Esercito ha fatto appello e ora il giovane sta affrontando il secondo processo, il cui verdetto dovrebbe giungere in contemporanea con quello della Corte Costituzionale.

Continua intanto a nascondere il suo orientamento sessuale a tutti, soprattutto ai genitori e agli amici più cari. "È come – ha dichiarato sempre ad Afp – se la mia intera esistenza fosse negata".

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È toccato alla fine al card. Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, incontrare il gruppo di una cinquantina di attivisti, politici, giudici, impegnati a livello internazionale nella difesa dei diritti delle collettività Lgbt e intenzionati a chiedere un impegno della Chiesa contro la criminalizzazione delle relazioni tra persone dello stesso sesso, vigente in 68 Paesi (70 se si considera che de facto esse sono perseguite in Egitto e Iraq).

A guidare la delegazione Raúl E. Zaffaroni, professore emerito di Diritto penale presso l’Università di Buenos Aires e giudice della Corte Suprema argentina nonché amico intimo di Bergoglio, e Leonardo J. Raznovich, che avrebbero dovuto in realtà presentare a Papa Francesco i risultati preliminari di una ricerca sulla criminalizzazione delle relazioni omosessuali nei Caraibi, condotta da un comitato facente capo all'Inter American Institute of Human Rights col sostegno dell'International Bar Association (che raggruppa 80.000 avvocati di 170 Paesi in difesa dei diritti umani) e dell'agenzia Onu ILANDU.

Ma l’udienza privata con Bergoglio è saltata dopo che il giornalista Frédéric Martel, autore del libro-inchiesta Sodoma, ne aveva dato previamente informazione annunciando, fra l’altro, uno “storico discorso” del pontefice su tale argomento.

Cosa che aveva subito creato malumore al di là del Tevere con una secca smentita da parte del direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti. Ma è stata un’operazione quanto mai maldestra, perché prorio oggi Martel ha pubblicato una relativa lettera di Zaffaroni e Raznovich, il cui contenuto è inequivocabile.

Oltre a rendere noto alla stampa come «qualche giorno fa ci sia stato comunicato che [il Papa] non poteva» presenziare all’incontro, i delegati hanno aggiunto: «Il cardinale Parolin è stato molto chiaro: la violenza è inaccettabile e ha insistito sul rispetto della dignità umana».

Gli stessi hanno auspicato che «con oggi si sia attivato un processo, un dialogo con il Vaticano» da continuare nei prossimi tempi. In particolare sono stati presentati al Segretario di Stato alcuni casi specifici di Paesi in cui l'omosessualità è perseguita penalmente.

Ci sono situazioni in cui «la Chiesa locale - è stato detto nella conferenza stampa - non supporta questa battaglia per la difesa dei diritti». Per questo i componenti della delegazione internazionale hanno deciso di rivolgersi direttamente al Vaticano nella speranza che ci sia un orientamento univoco della Chiesa su tali questioni.

È stato poi citato il caso del Belize, dove l'episcopato locale aveva fatto appello contro la decisione governativa di decriminalizzare l'omosessualità. Appello poi ritirato, come dichiarato dai delegati, «grazie all'intervento di Papa Francesco».

In ogni caso, secondo Leonardo Raznovich, si ha bisogno di una «chiara dichiarazione della Chiesa cattolica che denunci la criminalizzazione dell'omosessualità». E, questo, come ha rilevato la baronessa britannica Helena Ann Kennedy, parlamentare della Camera dei Lord e direttrice dell'International Bar Association, nel pieno rispetto delle posizioni magisteriali cattoliche.

Mentre, infine, Helen Kennedy, direttrice dell'associazione canadese Égale, ha definito un «momento storico» l'incontro odierno con Parolin, Ruth Baldacchino, ex segretaria dell'Ilga, ha espresso l'auspicio che dal Vaticano sia lanciato «un messaggio chiaro al mondo che non c'è nulla di male a essere Lgbt».

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Mentre entrano oggi in vigore nel sultanato del Brunei le nuove disposizioni del Codice penale in materia di pena capitale per lapidazione a chi ha rapporti omosessuali, è sempre più virale sui social con l’hastag #BoycottBrunei la campagna di boicotaggio lanciata da George Clooney.

Il 29 marzo il Premio Oscar 57enne aveva infatti fornito in una lettera aperta a Deadline Hollywood la lista degli alberghi luxury di proprietà del sultano Hassanal Bokiah con l’invito a non metterci più piede. Essi sono: The Dorchester (Londra), 45 Park Lane (Londra), Coworth Park (Londra), The Beverly Hills Hotel (Beverly Hills), Hotel Bel-Air (Los Angeles), Le Meurice (Parigi), Hotel Plaza Athenee (Parigi), Hotel Eden (Roma), Hotel Principe di Savoia (Milano).

Lo stesso giorno lanciava una simile iniziativa, sia pur con esplicito riferimento ai soli The Beverly Hills Hotel Hotel Bel-Air, l’attrice statunitense Sharon Stone, mentre il 30 marzo promuoveva la campagna di Clooney il cantante Elton John.

Ma non solo. Perché, oltre alla popstar britannica, l’iniziativa di boicottaggio ha incassato anche le adesioni dello scrittore Jim Dobson, della cantante Belinda Carlisle, del cantautore Rufus Wainwright, dell’attrice Jamie Lee Curtis, del cantante e ballerino James Lance Bass, del giornalista Jason Lemon, del conduttore meteo Sam Champion.

Ieri anche la nota conduttrice tv Ellen DeGeneres si è unita alla campagna lanciando un tweet con la lista degli hotel da boicottare.

Poco prima di Clooney si erano comunque espressi contro il sultano del Brunei, con eventuale proposta di boicottarne gli hotel, nomi dal calibro di Jeffrey Katzenberg, Kate Hudson, Juliette Lewis, Courtney Love, Lady Gaga, Margot Robbie, Kristen Stewart e Alfonso Cuarón.

In Italia il primo a farsene portavoce, con esplicito riferimento ai due alberghi italiani del sultano (l'Eden a Roma e il Principe di Savoia a Milano), è stato il noto conduttore radiofonico Rai Antonello Dose

Si è espresso oggi a sostegno anche l’attore Ricky Tognazzi rispondendo, fra l’altro, a Giorgia Meloni, che, completamente ignara del movimento internazionale di protesta contro il sultano e della campagna di boicottaggio, ha scritto in un tweet: “In #Brunei entra in vigore la #Sharia: bambine date in sposa a 9 anni, adultere e omosessuali condannati a morte con #lapidazione. Dove sono gli ipocriti #buonisti che sbraitavano contro il #Congressodellefamiglie? Coi musulmani i #dirittigay e delle donne non si difendono più?”.

Da qui le risposte tra l’indignato e l’ironico di tanti commentatori, tra cui quella del figlio d’Ugo Tognazzi. L'attore in un tweet ha scritto: “Sei disinformata @GiorgiaMeloni c’è un movimento mondiale con tanto di lista degli hotel di proprietà del Sultano del Brunei da boicottare. Ben due sono in Italia. Da #Georgeclooney @eltonofficial, l'hashtag #BoycottBrunei fa il giro del mondo seguito da innumerevoli “buonisti””.

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Nel giorno, in cui nel sultanato del Brunei entrano in vigore le nuove disposizioni del Codice penale in materia di pena capitale per persone che hanno rapporti omosessuali, Ivan Scalfarotto, deputato del Pd, ha presentato una specifica interrogazione parlamentare al ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi

Interrogazione che, cofirmata dagli omologhi di partito Alessandro ZanLia Quartapelle e Piero Fassino nonché da Laura Boldrini (LeU), appare, fra l’altro, così motivata: «La nuova normativa, su spinta del sultano Hassanal Bolkiah, si applicherà solo ai cittadini musulmani (ovvero la maggior parte della popolazione) e arriva seguendo la direttiva del sultano del Brunei, uno dei leader più ricchi del mondo (con un patrimonio di 20 miliardi di dollari).

Si apprende inoltre che importanti associazioni che operano a sostegno dei diritti umani hanno preso una posizione fortemente critica circa l’emanazione di tale legge: Amnesty International ha definito le sanzioni "profondamente sbagliate" e la legge da "fermare immediatamente" così come ha sottolineato come "rapporti consensuali tra individui dello stesso sesso non dovrebbero neanche essere considerati reato". Human Rights Watch ha invece definito il progetto delirante.

A tali dichiarazione, si aggiunge anche l’appello dell’Alto Commissario per i diritti dell'uomo, Michelle Bachelet che ha affermato "Mi appello al governo affinché blocchi l'entrata in vigore di questo nuovo Codice penale draconiano che, se verrà applicato, segnerà una grave battuta d'arresto per la tutela dei diritti umani"

A seguito di ciò, alcuni attori americani hanno invitato i lettori a manifestare la propria indignazione boicottando nove lussuosi alberghi in Occidente di proprietà del sovrano asiatico».

Alla luce di tali elementi i cinque deputati chiedono pertanto al ministro degli Esteri «quali iniziative, per quanto di competenza, intenda mettere in campo al fine contrastare tali legge feroci e liberticide che minano i diritti umani della popolazione del Brunei» e quali altre «intenda intraprendere in sede di Unione Europea affinché l’Unione si faccia parte attiva per ristabilire la piena tutela dei diritti dei cittadini e delle cittadine del Brunei». 

Sempre oggi Scalfarotto, Boldrini, Fassino, Quartapelle e Zan hanno rivolto un’altra interrogazione parlamentare al ministro Moavero Milanesi. Oggetto, questa volta, la detenzione della giovane attivista trans egiziana Malak al-Kashif in un carcere maschile con inevitabile rischio di torture e stupri. 

La situazione drammatica della 19enne di Giza è stata correlata dagli interroganti alla generale «condizione delle persone Lgbti in Egitto», che, secondo media internazionali e organismi umanitari, «registra un progressivo peggioramento a partire dal 2017 quando un giovane fu un arrestato nel corso del concerto di una band libanese, dopo aver sventolato una bandiera arcobaleno. In tale occasione, all'epoca, si registrò una vasta campagna di repressione contro persone sospettate di essere omosessuali.

Nonostante si rilevi il fatto che in Egitto i rapporti omosessuali non siano formalmente vietati dal Codice penale, un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi «incita alla dissolutezza e all'immoralità», determina nei fatti una normativa ambigua che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti». 

Ragioni, queste, che hanno portato Scalfarotto, Boldrini, Fassino, Quartapelle e Zan a domandare al titolare della Farnesina «quali iniziative, per quanto di competenza, intenda mettere in campo al fine di ristabilire una condizione di sicurezza a Malak al-Kashif e quali iniziative intenda intraprendere per seguire con attenzione gli sviluppi della situazione» nonché quali altre, più in generale, «intenda intraprendere in sede di Unione Europea affinché l’Unione si faccia parte attiva nel garantire la piena tutela dei diritti dei cittadini e delle cittadine omosessuali in Egitto».

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Ideata e promossa da George Clooney l’altro ieri, la campagna di boicottaggio dei 9 hotel appartenenti ad Hassanal Bokiah, sultano del Brunei, sta suscitando le prime adesioni di star internazionali.

Come noto, a seguito dell’integrazione del locale Codice penale in materia di pena capitale per persone omosessuali e adultere, le relative disposizioni entreranno in vigore a partire dal 3 aprile.

È stato lo stesso attore Premio Oscar 57enne a fornire la lista degli alberghi luxury di proprietà di Hassanal Bokiah. Essi sono: The Dorchester (Londra), 45 Park Lane (Londra), Coworth Park (Londra), The Beverly Hills Hotel (Beverly Hills), Hotel Bel-Air (Los Angeles), Le Meurice (Parigi), Hotel Plaza Athenee (Parigi), Hotel Eden (Roma), Hotel Principe di Savoia (Milano).

In realtà, venerdì mattina, anche l’attrice e produttrice cinematografica Sharon Stone aveva invitato, via Twitter, al boicottaggio sia pure di soli due alberghi a lei noti: The Beverly Hills Hotel (Beverly Hills) e Hotel Bel-Air (Los Angeles).

Tweet che, rilanciato oggi dal noto conduttore radio Rai Antonello Dose, è stato accompagnato da un post su Facebook con l’appello a boicottare i due alberghi, che il sultano possiede in Italia: Hotel Eden (Roma) e Hotel Principe di Savoia (Milano).

A fare invece esplicito riferimento alla campagna di Clooney è stata ieri la popstar britannica Elton John, che in un tweet ha scritto: «Sostengo il mio amico, #GeorgeClooney per aver preso posizione contro la discriminazione anti-gay e il bigottismo imperanti nello Stato del  #Brunei- un luogo dove le persone gay sono vittime di brutalità o peggio, boicottando gli alberghi del sultano».

Sull’argomento Elton John è intervenuto nelle ore successive con altri tweet specifici.

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Boicottare gli alberghi di lusso che fanno capo ad Hassanal Bokiah, sultano del Brunei, a seguito dell’integrazione del locale Codice penale in materia di pena capitale per persone omosessuali e adultere.

A lanciare la campagna, attraverso una lettera aperta sul magazine online Deadline Hollywood, l’attore George Cloooney, che ha ricordato come il sultano sia proprietario della Brunei Investment Agency e, come per un tale tramite, lo sia anche di hotel «a dir poco spettacolari».

«Ogni volta che noi soggiorniamo in questi hotel - ha scritto il premio Oscar 57enne - mettiamo soldi in tasca a uomini che hanno scelto di lapidare a morte la propria gente per il fatto di essere gay o accusati di adulterio. Vogliamo davvero contribuire a pagare per queste violazioni dei diritti umani?».

Clooney ha quindi osservato: «Ho imparato negli anni che non si riesce a influenzare questi regimi assassini ma che si possono influenzare le banche, i finanziatori e le istituzioni che fanno affari con loro e che preferiscono girarsi dall'altra parte».

Col monito «sta a ciascuno di noi quanto vogliamo fare», l'attore ha infine fornito l’elenco degli hotel da boicottare: The Dorchester (Londra), 45 Park Lane (Londra), Coworth Park (Londra), The Beverly Hills Hotel (Beverly Hills), Hotel Bel-Air (Los Angeles), Le Meurice (Parigi), Hotel Plaza Athenee (Parigi), Hotel Eden (Roma), Hotel Principe di Savoia (Milano).

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Dal 3 aprile nel sultanato del Brunei le persone omosessuali rischiano la condanna a morte per lapidazione. In quella data entreranno infatti in vigore le nuove disposizioni delle Parti IV e V del Codice penale, che commina la pena capitale per determinati atti sulla base della shari’a.

Le nuove norme prevedono anche l’amputazione degli arti per chi si macchierà di furto, compresi i bambini, e si applicheranno unicamente a musulmani, che costituiscono circa i due terzi della popolazione

«Legittimare tali sanzioni crudeli e inumane è spaventoso per se stesso. Alcuni dei potenziali "reati" non dovrebbero nemmeno essere considerati tali, compreso il sesso consensuale tra adulti dello stesso sesso – ha affermato Rachel Chhoa-Howard di Amnesty International –. Queste disposizioni hanno ricevuto un’ampia condanna già cinque anni fa quando se ne iniziò a discutere».

Rachel Chhoa-Howard ha anche osservato come il nuovo Codice penale del Brunei, «oltre a imporre pene crudeli, inumane e degradanti, limiti in modo evidente i diritti alla libertà di espressione, pensiero e credo nonché codifichi la discriminazione contro donne e ragazze».

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