«Nessuno studente di una scuola non statale potrà essere espulso sulla base dell’orientamento sessuale».

Queste le parole che, pronunciate sabato dal premier australiano Scott Morrison, hanno posto fine ai recenti dibattiti sulla questione legislativa in materia, che sembrava dovesse trovare tutt’altra soluzione. 

A sollevare la polemica, nei giorni scorsi, la pubblicazione del documento riservato The Review of Religious Freedoms che, commissionato da Canberra dopo l’approvazione della legge sul matrimonio egualitario e oggetto di discussione negli scorsi giorni presso il Gabinetto del primo ministro, optava per estendere a livello federale una precisa normativa vigente in alcuni Stati. Quella, cioè, che consente a istituti scolastici gestiti da organismi confessionali di poter allontanare o escludere studenti e insegnanti omosessuali o transgender

In nome dell’omogeneità legislativa Morrison aveva plaudito al rapporto in ragione della «risposta equilibrata» che garantiva e aggiunto che, in ogni caso, le proposte relative ad alcune tutele per gli studenti Lgbti sarebbero state prese in considerazione «attentamente e con rispetto».

Ma le proteste montate da un capo all’altra dall’Australia hanno poi spinto il premier di centrodestra alla clamorosa marcia indietro di sabato.

Morrison ha infatti precisato che le scuole religiose non saranno più autorizzate a discriminare studenti e docenti sulla base di una nuova normativa federale. Cosa che avverrà attraverso la presentazione di un «semplice emendamento per porre fine alla confusione».

Ci si adeguerà così a quanto previsto nelle scuole statali, dove è già vietato escludere studenti dai corsi sulla base dell’orientamento sessuale o identità di genere.

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Ricorre quest’anno la 30° edizione del Coming Out Day. La data dell’11 ottobre fu scelta da Robert Eichberg e Jean O'Leary, ideatori della ricorrenza, che vollero così ricordare il primo anniversario della marcia nazionale statunitense su Washington per i diritti delle persone Lgbti

In tale giornata si vuole rimarcare l’importanza del coming out ossia la decisione di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale o identità di genere: atto liberatorio per le persone Lgbti che in quanto tali subiscono discriminazioni; atto emancipativo secondo  Karl Heinrich Ulrichs, pioniere del movimento omosessuale, che, ritendo l’invisibilità un ostacolo fondamentale al cambiamento dell'opinione pubblica, invitava le persone omosessuali a uscire allo scoperto

Tante le iniziative organizzate in tutto il mondo per celebrare tale giornata e riflettere sull’importanza del coming out. 

In Italia, ad esempio, il Comune di Torino ha diffuso un vademecum che, rivolto ai dipendenti e alle dipendenti, suggerisce alcuni atteggiamenti e comportamenti per favorire un clima attento e sensibile alla pluralità, per viverla come una ricchezza e un’opportunità di capire meglio gli altri e i loro bisogni, le loro potenzialità, siano essi colleghi e colleghe o utenti dei suoi servizi alle persone.

Come spiegato dall’assessore alle Politiche giovanili e alle Pari opportunità Marco Giusta, «vivere con serenità le ore vissute sul posto di lavoro, che occupano una parte importante della nostra giornata, è un fattore di benessere dell’individuo e dell’organizzazione di cui si è parte. Sul posto di lavoro le persone comunicano e condividono la loro quotidianità, raccontano le ore dedicate alla famiglia, agli affetti, alla vita sociale.

Esprimere liberamente la propria personalità, senza pregiudizi e preconcetti, e ottenere accettazione e rispetto è quindi un forte elemento di motivazione e di qualità della vita».

Ma il coming out resta per tante e tanti ancora associato a sentimenti di timore e insicurezza, soprattutto laddove la pressione sociale è più forte e gli atteggiamenti stigmatici sono più diffusi. 

Non stupisce perciò il ricorso sempre più diffuso ai social per superare tali paure e incertezze. Facebook, Instagram, Twitter e non solo consentono agli utenti non solo di condividere le proprie esperienze, ma allo stesso tempo di vedere punti di vista diversi, nuove culture e stili di vita. Spesso però questo non si ferma a un semplice scambio di esperienze. Le piattaforme social sono infatti luogo dove gli utenti si danno sostegno, anche se non si conoscono di persona e sono separati da centinaia o migliaia di chilometri. 

Per il numero contenuto di caratteri Twitter è spesso il canale scelto da molte persone e anche da celebrità per fare coming out (non esclusivamente l'11 ottobre) ed essere di sostegno ad altri. Si pensi ad Alessandra Amoroso, a King Cleo, a Paris Jackson o a Collin Martin.

Nella giornata odierna si stanno perciò digitando gli hastag #LoveIsLove, #BornThisWay, #Pride e, ovviamente, #ComingOutDay. Legato a quest'ultimo, in Italia si utilizza anche l’hashtag #HoQualcosaDaDirvi​​, che, creato per una precedente campagna di comunicazione, è volto a incoraggiare le persone a esprimere e raccontarsi tramite pillole sui social, rivelando il proprio orientamento sessuale o identità di genere.  

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«Fare coming out significa affrontare il giudizio della propria famiglia, degli amici, dei colleghi sul posto di lavoro, e a volte anche il proprio, il giudizio peggiore, quello verso sé stessi, condizionato dall’ambiente stesso che impone standard sul genere umano.

Fare Coming out non è ostentare una scelta: è avere il coraggio di quelle parole che non andrebbero nemmeno dette, perché dovrebbero scorrere sotto il nome paradossale di normalità. Vivere liberamente e semplicemente la propria normalità di omosessuale è un diritto quanto respirare aria pura».

Con queste parole Michele Caccamo e Luisella Pescatori, editore e direttrice editoriale de Il Seme Bianco, hanno lanciato il progetto Coming out. Finalizzato a stimolare chi desidera aprirsi al mondo e a sollecitare l’accettazione delle differenze, esso sarà condotto sui coming out inviati a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..

La raccolta dei singoli racconti autorivelativi del proprio orientamento sessuale o identità di genere sarà quindi pubblicata in Fiori Arcobaleno, la collana editoriale de Il Seme Bianco che, curata da Emanuela Dei, è incentrata tanto su testimonianze quanto su saggi relativi alla collettività Lgbtqi.

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Discostandosi da visioni tradizionaliste e univoche della realtà familiare, la maggioranza dei giovani studenti italiani è favorevole a un pieno riconoscimento dei diritti per le coppie omosessuali anche in relazione alle adozioni.

A rivelarlo è il 6° Rapporto di ricerca che, realizzato dall'Osservatorio Generazione Proteo, reca il titolo I Cre-attivi. Diretto da Nicola Ferrigni, l’Osservatorio è stato istituito nel 2012 all’interno della Link Campus University di Roma e dal 2013 realizza una ricerca nazionale sull’universo giovanile che coinvolge migliaia di studenti di età compresa tra i 17 e i 20 anni, provenienti da differenti indirizzi scolastici e diverse regioni.

Secondo l'ultima indagine, realizzata su 20.000 studenti, quasi 1 giovane su 2 (43,5%) ritiene che le coppie omosessuali debbano avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali, compresa l'adozione dei figli.

Quasi 1 su 3 (32,1%) appoggia, invece, il riconoscimento del ventaglio di tutele e garanzie previste per le coppie eterosessuali anche a quelle omosessuali a eccezione dell'adozione. Il 13% ha dichiarato di non sapere, essendogli la questione indifferente. Infine l’1,9% vorrebbe che le persone omosessuali possano sposarsi in chiesa al pari di un restante 1,9%  che non ha dato risposta.

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Bisogna inoltre rilevare come per il 33,4% degli intervistati discriminare significhi «non rispettare l’individuale orientamento sessuale».

«I dati – dichiara il direttore Nicola Ferrigni, che è anche docente di Sociologia generale e politica presso la Link Campus University – evidenziano come ci sia da parte dei più giovani una sensibile apertura verso un mondo che cambia, sempre più enfatizzata negli anni».

Erano infatti il 38,5% nel 2016 e il 42,1% nel 2017 i giovani intervistati a dichiararsi complessivamente ''abbastanza'' e ''molto'' d'accordo con il riconoscimento del diritto di adottare figli per le coppie dello stesso sesso.

«Si tratta di un segnale importante - prosegue Ferrigni - che proviene proprio da quel segmento della popolazione che rappresenta il futuro del nostro Paese e le cui opinioni impongono la necessità - soprattutto alle Istituzioni - di una profonda riflessione, tralasciando posizioni trancianti su una questione particolarmente complessa e delicata. La grande apertura mostrata dai giovani invita piuttosto a un dialogo costruttivo, magari proprio con il mondo giovanile e con quello della scuola, con l'obiettivo di esplorare insieme, senza cesure culturali, la direzione del cambiamento sociale».

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Da oggi il Delaware è il 15° Stato Usa (oltre alla capitale Washington) a bandire le terapie di conversione di minori omosessuali. Nel solo 2018 ad adottare tali misure normative sono stati Washington, Maryland, Hawaii e New Hampshire.

Il provvedimento (SB 65) stato firmato dal governatore democratico John Carney.

Un risultato al cui raggiungimento hanno fattivamente contribuito il senatore Harris B. McDowell e Human Rights Campaign (Hrc), che si batte da sempre per la messa al bando delle terapie di riorientamento sessuale.

«La cosiddetta terapia di conversione è pericolosa, crudele e rifiutata in modo uniforme da tutte le principali organizzazioni per la salute mentale e l'assistenza ai bambini – ha dichiarato Sarah McBride, nativa del Delaware e addetta stampa di Hrc –. La firma odierna è un fondamentale passo in avanti nella battaglia a garanzia di un Delaware quale Stato sicuro e tutelante di tutti i giovani Lgbtq».

Per Mark Purpura, componente del consiglio d’amministrazione di Equality Delaware, questa legge «manda l’importante messaggio che l'orientamento sessuale o l'identità di genere di un minore non può né deve essere cambiato e che gli sforzi per provare a farlo in nome della terapia non hanno posto nel nostro Stato».

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È stato arrestato ieri a Bari un giovane di 18 anni con le accuse di rapina pluriaggravata e lesioni aggravate in concorso ai danni della coppia di 30enni omosessuali, aggrediti lo scorso anno nel capoluogo pugliese. A eseguire l’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del locale Tribunale dei minori, gli agenti della polizia.

Il 18enne, minorenne all'epoca dei fatti, sarebbe uno dei sette responsabili del violento pestaggio di stampo omofobo, avvenuto in largo Adua (cuore della movida barese) l’8 giugno 2017. La coppia, composta da un italiano e da uno spagnolo, fu prima offesa verbalmente. Quindi, colpita ripetutamente con calci e pugni al viso e alla testa nonché derubata di collanine e un anello.

Le immagini video acquisite dalla Squadra mobile hanno consentito di ricostruire dettagliatamente la vicenda e d’identificare quasi tutti i componenti del gruppo di aggressori. Nell’ottobre 2017, a seguito delle prime indagini, la polizia arrestò i due maggiorenni del gruppo, rispettivamente di 19 e 20 anni.

Furono riscontrate responsabilità anche a carico di altri tre minorenni, già gravati da precedenti penali per rapina pluriaggravata, che il 24 febbraio scorso sono stati arrestati in esecuzione della medesima ordinanza di custodia che ha colpito ieri il 18enne. Continuano invece le indagini per risalire all’identità del settimo componente del branco.

Raggiunta telefonicamente, Titti De Simone, consigliera politica del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per l’attuazione del programma, ha così commentato la notizia: «Vanno ringraziate polizia e magistratura per il lavoro d’indagine svolto, che ha consentito d’individuare quasi tutti i componenti di quello che si è configurato come un vero e proprio commando punitivo nei confronti d’una coppia gay. Si è trattato d’un episodio d’incredibile violenza omofoba.

Oltre all’augurio di non dover più assistere a fatti di tale gravità è necessario ribadire ancora una volta la necessità di una legge nazionale contro l’omotransfobia, da troppe legislature giacente in Parlamento. Mi piace ricordare come durante la mia esperienza parlamentare sono stata la prima firmataria di un progetto di legge per l’estensione della legge Mancino. Ritengo essere ancora questa la strada maestra per poter giungere in Italia al perseguimento penale di specifici reati contro le persone Lgbti.

Ritengo al contempo essenziale che le Regioni contrastino efficacemente le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere con delle normative positive – rispondenti al proprio ambito di competenza –  soprattutto su un piano strettamente culturale ed educativo.

Il caso barese dimostra purtroppo come spesso si abbia a che fare con giovanissimi e anche minorenni. Appare perciò fondamentale e prioritario lavorare sul terreno cultuarle ed educativo per poter contrastare efficacemente omofobia e transfobia e, più in generale, tutte le forme di discriminazione basate sulle differenze.

Il centrodestra pugliese sostiene invece che l'omofobia non esiste. Lo sostengono anche alcune associazioni integraliste, inventandosi la teoria Gender per impedire che il pregiudizio, lo stereotipo, la violenza contro le persone omosessuali e transessuali venga censurata e sanzionata, e si faccia un lavoro culturale ed educativo serio. Cosa che la Regione si propone di fare con una propria legge regionale».

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Dopo quella del 2009 la seconda versione dell’International technical guidance on sexuality education è stata da poco edita.

Frutto della collaborazione di UnAids, UnFpa, Unicef, UnWomen e dell’Organizzazione mondiale della sanità, le nuove direttive dell’Unesco in materia d’educazione sessuale si compongono di 139 pagine. Nelle quali, fra l’altro, viene ribadita la necessità d’insegnare a bambini e adolescenti la distinzione tra genere e sesso biologico al pari di quella tra identità di genere e orientamento sessuale nonché il superamento delle forme stereotipate connesse all’ambito della sessualità.

Firmata dalla direttrice generale Audrey Azoulay, la versione ampliata dell’International techical guidance è stata subito presa di mira dal giornalista e scrittore complottista Maurizio Blondet che ne ha parlato come «nuove direttive per corrompere i bambini», «scritte in perfetta neolingua della dittatura Lgbt». Quella «dittatura mondiale dei pederasti» che, secondo il saggista cattolico -, «si attua in un nuovo jus sodomiticum obbligatorio, e contrario al diritto naturale». 

Non meraviglia perciò che un ancor meno avveduto Lorenzo Damiano, candidato alla Camera in Veneto (collegio plurinominale 02 e uninominale 08 [Treviso e cintura]) nella lista del Popolo del Famiglia, abbia invocato un nuovo processo di Norimberga e minacciato roghi di libri gender.

«Né comunismo, né nazismo, né fascismo – così l’adinolfiano trevigiano – sono mai arrivati a questo livello di propaganda politica nei confronti delle persone più indifese al mondo. I bambini sono anime pure e innocenti che non hanno bisogno di queste persone e delle loro perversioni. Si ritiri immediatamente questa persona Audrey Azoulay dal ruolo che ha e se ne torni a casa. La funzione dell’Unesco resti quello di valorizzare la cultura di un territorio: perché mai questi organi arrivano a occuparsi della sessualità dei bambini? Che per altro sono innocenti e puri? Guai a coloro i quali scandalizzeranno anche uno solo di questi bambini: sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare».

Poi un appello a Putin e Trump perché liberino il mondo «da queste lobby invertite. Invoco un nuovo processo di Norimberga per mandare a casa questi pervertiti che propongono a bambini di nove anni di “saper spiegare come l’identità di genere di una persona può non corrispondere al sesso biologico”, di 12 ad essere già edotti sul fatto che i rapporti omosessuali sono “piacevoli” e non portano affatto infezioni, e a cinque anni (sottolineo a cinque anni!) che devono essere indottrinati sul rispetto per le famiglie “diverse”.

Sono pronto a sfidare questi pervertiti e depravati che minano con violenza la mente dei bambini anche domani: portandoli in piazza e svergognandoli davanti a centinaia di famiglie che devono sapere la violenza di questi organi di potere. Anzi, vi dirò di più. Già la prossima settimana siamo pronti ad un evento che sconvolgerà le menti di questi personaggi depravati: il rogo dei libri gender. Quando saremo al Parlamento riporteremo il buonsenso e l’amore per i nostri figli, quello vero di una mamma e di un papà che li difendono dai mostri. Lotteremo fino all’ultimo sangue per l’abrogazione della legge che ha introdotto il gender attraverso i partiti di sinistra e per l’abrogazione della legge Cirinnà».

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Quattro show eccezionali, preparati da Patty Pravo per il suo pubblico, daranno il via a un folgorante ritorno dell'ex ragazza del Piper in giro per i più prestigiosi teatri italiani.

Il nome, che Patty Pravo ha scelto come prima parte del tour, è …La cambio io la vita che, celebre ritornello di E dimmi che non vuoi morire, il brano di successo che le scrisse, qualche anno fa, Vasco Rossi.

Le date della tournée di …La cambio io la vita che – Tour 2018 sono le seguenti:

15 febbraio – Montecatini, Teatro Verdi 

18 febbraio – Roma, Parco della Musica 

24 febbraio – Venezia, Gran teatro la Fenice 

6 Marzo – Milano, Teatro Nazionale.

Incontriamo Patty Pravo, in teatro, proprio durante le prove del suo nuovo attesissimo spettacolo.

Patty, si avvicina la prima delle quattro date del tuo nuovo spettacolo …La cambio io la vita che - Tour 2018: che tipo di show sarà?

Sarà uno spettacolo molto particolare, diviso in due parti. Una prima parte, in cui interpreterò alcuni classici sia del mio repertorio che di quello dell’intramontabile canzone francese con una grande orchestra. Nella seconda parte eseguirò, invece, i miei successi pop con la mia band. E poi ci saranno moltissime sorprese nella scelta dei pezzi. Si tratta di un progetto che volevo realizzare da sempre e finalmente ci sono riuscita. E mi fa piacere lavorare con una band di musicisti giovani e bravi perché i giovani vanno sostenuti.

A quale dei tuoi successi sei più affezionata?

Me lo chiedono tutti… Ma il “pezzo del cuore” cambia continuamente. Ci sono momenti in cui ti senti legata a un brano e momenti in cui ti senti legato a un altro… Non c’è una canzone a cui sono più affezionata perché io interpreto e l’interpretazione dipende anche dal momento che si vive.

Che ne pensi del Festival di Sanremo che si è appena concluso?

Questo Festival di Sanremo l’ho seguito. Ho visto la prima puntata e l’ho trovato splendido: i testi erano veramente interessanti quest’anno. Mi è sembrata un’edizione di buon livello. Magari ce ne fossero altri di Sanremo così…

E la grande sintonia con la comunità Lgbti come te la spieghi?

Il grande amore con la comunità Lgbri è naturale. Io sono cresciuta con mio zio che era amato da tutta Venezia  perché era un uomo splendido ed era omosessuale… Per il resto io credo che le persone siano davvero tutte uguali.

Ma secondo te l’Italia è un Paese “vivibile” per le persone Lgbti?

Ma dai… L’Italia è una difficoltà continua per tutti e per tutto. A prescindere dall’orientamento sessuale. Per qualsiasi persona vivere in Italia è difficile. È una pena osservare il nostro Paese distrutto.

E qual è lo stato di salute della musica italiana?

La musica italiana è indietro di vent’anni e spesso copiamo anche la musica straniera in maniera  maldestra. Purtroppo, facciamo musica che non va all’estero. Io penso che i ragazzi che partecipano a questi talent musicali sono rovinati. Perché lavorano per qualche anno, conseguono un “successino”, due “successini”, li mandano a lavorare in posti allucinanti dove non imparano nulla, credono di essere degli Dei e dopo poco si trovano nella cacca.

Infine, qualche mese fa, è uscita per Einaudi la tua prima autobiografia La cambio io la vita che…: da dove nasce il desiderio di raccontarsi?

Ma non è stato un mio desiderio. Mi sono trovata con un contratto firmato e, approfittando dell’ incidente in barca,  ho lavorato con il mio assistente. Così è nato questo libro e sono anche molto contenta perché non credevo di riuscire  a raccontare in maniera così divertente alcuni episodi della mia vita. Tra poco uscirà anche il mio nuovo lavoro discografico. A questo punto, speriamo che abbia lo stesso successo del libro!

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La giornalista Marta Bonafoni sta terminando il suo mandato di consigliera regionale in Lazio. Punta ora al raddoppio in vista delle prossime elezioni che, in concomitanza con quelle politiche, si terranno il prossimo 4 marzo.

A lei, che è una delle firmatarie del pdl regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere (testo approntato grazie soprattutto al Circolo di cultura omossesuale Mario Mieli), abbiamo rivolto alcune domande sul suo impegno a tutela dei diritti delle persone Lgbti.

Consigliera Bonafoni, di nuovo in pista per le prossime elezioni regionali?

Direi proprio di sì. Con la firma di qualche giorno fa della mia candidatura, è partita ufficialmente questa avventura nella Lista Civica Zingaretti Presidente che da qui al 4 marzo mi vedrà impegnata al fianco di Nicola Zingaretti per continuare quel percorso virtuoso iniziato cinque anni fa.

A suo parere quali sono le piste da seguire per migliorare la lotta contro l'omofobia, la transfobia e le discriminazioni. E a che punto siamo con lo specifico pdl regionale?

Una delle strade, ad esempio, è proprio quella di approvare la legge regionale contro l’omotransfobia, di cui sono firmataria, che per motivi di tempo non abbiamo potuto chiudere in questa legislatura. Si tratta di un testo importante, non solo perché frutto di un lavoro di squadra con le realtà e le associazioni Lgbti. Ma anche perché, come ogni legge, consente di finanziare tutti quegli interventi per il contrasto alle discriminazioni di genere.

Sono misure da applicare in ambiti specifici di competenza regionale quali la scuola, il welfare, la famiglia, l’istruzione, le politiche attive del lavoro, l’ambito socio sanitario e la comunicazione per favorire l’uguaglianza dei diritti – anche per le famiglie basate sui vincoli affettivi - l’accesso ai servizi, al mondo del lavoro e l’utilizzo di un linguaggio non discriminatorio attraverso percorsi di formazione, informazione e prevenzione.

Bullismo e violenza nelle scuole. Su questo tema quale sarà il lavoro futuro?

Gli episodi di bullismo nelle scuole, molti dei quali a sfondo omofobico, dimostrano che ancora molto c'è da fare. Con le azioni quotidiane, con l'educazione nelle scuole, con le campagne di sensibilizzazione e anche con i provvedimenti legislativi, la politica deve rendersi protagonista di questo cambiamento culturale. Come Regione Lazio abbiamo accettato questa sfida politica e culturale, ad esempio approvando una legge contro il bullismo, che parla non solo ai giovani, ma anche alle famiglie e al mondo della scuola e dello sport, di rispetto, diversità, tolleranza ed educazione all'affettività. Una legge che non a caso richiama esplicitamente l’articolo 21 della Carta europea dei diritti dell’uomo e quindi le discriminazioni per orientamento sessuale. Ecco, c’è bisogno che questa legge cammini sulle sue gambe, che sono anche le nostre, in giro per ogni scuola e ogni provincia.

Oltre alla passione per il giornalismo quella per la politica. Questi anni in Regione ad affrontare i problemi del territorio laziale e dei cittadini cosa ti hanno insegnato?

La passione per il giornalismo forse è proprio stata il preludio a quella per la politica. Questo perché la radio, in 20 anni da cronista, mi ha insegnato a essere una giornalista libera, indipendente, capace di fare comunità. Ed è con questo spirito che cinque anni fa sono diventata consigliera regionale con Nicola Zingaretti. Cinque anni faticosi, ma anche bellissimi e straordinari, pieni di incontri e di sfide che mi hanno insegnato molto ma soprattutto due cose: quello di pormi all’ascolto delle persone e quello di spaccare a metà le mie giornate stando tanto dentro le aule (perché la Regione fa atti e leggi e occorre studiare, capire, scrivere, votare per il meglio), quanto fuori, per strada, nelle piazze, nei luoghi dove si consumano la vita, il lavoro, i bisogni e i sogni delle persone.

Molto è stato fatto in questi anni, ad esempio con la norma sui servizi sociali, in cui i servizi sono destinati a tutte le famiglie senza distinzione o con il progetto contro l’omofobia nelle scuole messo in campo già dal primo anno dell’amministrazione Zingaretti ma la strada è ancora lunga e proprio questo noi ci siamo.

La violenza sulle donne continua a mietere vittime. Quali impegni andrebbero maggiormente rafforzati e quali buone pratiche applicate?

Questa è la domanda delle domande. La violenza contro le donne è un tema a me talmente caro che tra i primi atti da me presentati in Consiglio c’è stata proprio una mozione, preludio di quella che poi sarebbe diventata la legge regionale contro la violenza sulle donne. Una legge che ha viaggiato in quasi ogni scuola di questa Regione. L’abbiamo raccontata con le associazioni ad aule di studentesse e di studenti: talvolta attenti e partecipi, altre volte apparentemente distratti. Ed è stato proprio da questi ultimi che siamo ritornati. La legge ha permesso di finanziare progetti rivolte alle scuole, interventi per l’inclusione sociale e per l’autonomia delle vittime, l’assegnazione di borse di sostegno agli studi per gli orfani di femminicidio e progetti contro la tratta.

Ma la Regione Lazio ha lavorato molto anche sulla presa in carico, implementando i centri antiviolenza e le case rifugio che quest’anno passeranno da 14 a 24 con l’apertura di nuove dieci centri antiviolenza, a cui se ne aggiungeranno altri nove entro aprile 2018. In questo modo abbiamo esteso la rete regionale a 33 strutture, più del doppio di quelle finanziate dalla Regione nel 2013. Questo, per dirla come una recente campagna promossa dalla regione Lazio per il 25 novembre, perché l’unico modo di intervenire è quello di andare “Oltre l’indignazione, l’impegno”, ed è così che dobbiamo continuare a lavorare.

Il Paese sta affrontando prove difficili. Il livello di povertà cresce di giorno in giorno e la disoccupazione affligge specialmente i giovani. Rispetto a loro, cosa ha messo in campo la Regione Lazio?

Due misure su tutte sono e sono state il fiore all’occhiello di questa amministrazione: la prima è il bando “Torno subito” dell’assessorato Diritto allo Studio, Formazione e Ricerca, giunto ormai alla sua quarta edizione e rivolto ai giovani dai 18 ai 35 anni che finanzia percorsi integrati di formazione e di esperienze lavorative nazionali e internazionali. Si tratta di un punto fermo che quest’anno ha visto finanziati 2000 progetti, ovvero 2000 ragazzi pronti a partire e a tornare, che si sono aggiunti ai circa 4000 partecipanti delle edizioni precedenti, per un totale di quasi 6000 progetti finanziati.

Il secondo intervento si chiama “Riesco” ed è rivolto ai Neet ovvero quei ragazzi e quelle ragazze che non studiano, non lavorano e pensano di non avercela fatta. Per 5000 di loro la Regione Lazio ha messo in campo il reddito di inclusione formativa per rafforzare le opportunità di inserimento occupazionale.

Sono state tra le migliori risposte alla fuga dei cervelli nel nostro Paese, al blocco dell'ascensore sociale e all'impoverimento. Un investimento concreto in economia, conoscenza e formazione, per dare opportunità vere a migliaia di ragazzi e ragazze.

Un' ultima cosa: anche quest'anno, suppongo, sarà presente al Pride. Qual è l'emozione più bella che ha provato?

Ho partecipato a ogni singola edizione del Pride e non mancherò anche quest’anno. La Regione Lazio ha sempre patrocinato questi eventi, dal Pride al Gay Village e la mia partecipazione c’è sempre stata non solo come conigliera ma come persona. Una persona che in quel corteo, bello, festoso, colorato, giusto, ha sempre sentito che non c’è niente di meglio che l’inclusione, per tutte e tutti.

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Il governo canadese verserà oltre 100 milioni di dollari per risarcire i militari e i dipendenti di altre agenzie federali, la cui carriera è stata rovinata o interrotta a causa del loro orientamento sessuale. A livello generale l’accordo tra le due parti è stato raggiunto venerdì con soddisfazione di quanti e quante, per decenni, sono stati indagati, sanzionati e licenziati nel corso di quella che è passata alla storia in Canada come purga antigay.

Nei dettagli l’accordo dovrà comunque essere perfezionato col reciproco consenso delle parti e approvato dal Tribunale federale. Ma sembra che migliaia di persone potranno beneficiare d’un tale risarcimento finanziario

Il governo federale prevede inoltre di investire 250.000 dollari in progetti volti a combattere l'omofobia e a fornire supporto alle persone Lgbti in crisi. Ottawa prevede anche di celebrare nel 2019 il 50 ° anniversario della depenalizzazione degli rapporti consenzienti tra persone dello stesso sesso con un'esplicita integrazione nel Codice penale. L'allora ministro della Giustizia Pierre Trudeau, padre dell'attuale primo ministro Justin, ebbe a commentare con la frase divenuta poi storica: Lo Stato non deve occuparsi di ciò che accade nelle camere da letto dei suoi cittadini.

Entro la fine dell’anno, inoltre, sarà presentato un progetto di legge per cancellare tutti i casellari giudiziari di canadesi condannati da tribunali militari e civili per rapporti consensuali con persone dello stesso sesso. 

E, poco fa, presso la Camera dei Comuni il primo ministro Justin Trudeau ha chiesto scusa alla comunità Lgbt per le gravi discriminazioni subite negli anni dai militari e dai dipendenti delle agenzie federali a causa del loro orientamento sessuale. «Io mi scuso sinceramente - così in uno dei passaggi più toccanti del discorso - con quanti e quante sono stati indagati, incolpati o licenziati dalle Forze armate in ragione del loro orientamento sessuale. Voi ci avete mostrato onore e dedizione, noi vi abbiamo messo alla porta».

 

Poche ore prima del discorso Trudeau ha twittato un video di Historica Canada col discorso che l'attivista Charli Hill tenne, il 28 agosto 1971, sulla Collina del Parlamento nel corso della storica manifestazione We Demand per i diritti delle persone Lgbti. 

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