Pubblichiamo il comunicato con cui Gaynet e la redazione di Gaynews aderiscono alla manifestazione indetta per il 16 novembre dalla Federazione nazionale della stampa italiana e da Libera nel luogo in cui Daniele Piervincenzi ed Edoardo Anselmi sono stati aggrediti da Roberto Spada.

Dopo aver aderito alla manifestazione in corso a Ostia nel luogo in cui il cronista Daniele Piervincenzi e il film-maker Edoardo Anselmi sono stati brutalmente pestati il 7 novembre da Roberto Spada, Gaynet e la redazione di Gaynews saranno al fianco di Fnsi e Libera giovedì 16 novembre nel medesimo municipio della capitale.

Riteniamo convintamente che l’aggressione subita dai colleghi di Nemo, mentre con professionalità cercavano d’appurare le scomode verità sulla collusione tra politica e mafie in Ostia, sia non solo indicativa della gravissima deriva socio-culturale imperante ma anche lesiva di quella libertà di stampa sancita dall’art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana.

Mentre rinnoviamo piena solidarietà a Daniele e a Edoardo, guardiamo a loro come modelli per ribadire il nostro impegno nel garantire sempre e ovunque un’informazione libera e indipendente, mai prona ai poteri forti né intimidita dal manganellismo fisico e verbale dei fascismi ognora risorgenti.

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Quanto vale elettoralmente la collettività Lgbt in Italia? E che capacità, quindi, ha di incidere sulle prossime elezioni politiche? Sono domande che in questi decenni hanno aleggiato dentro e fuori il movimento senza mai ricevere analisi e risposte convincenti.

Ma è bene porsele soprattutto in questo momento di sciorinamento di dati elettorali sulle elezioni siciliane e sul municipio di Ostia. Un dato mi sembra palese: vince la destra e, dentro questa per noi triste vittoria, si afferma un gruppo di estrema destra come Casa Pound, che nella disastratissima realtà di Ostia raggiunge quasi il 10%. Un voto raccolto soprattutto tra i disperati delle periferie che non vogliono gli immigrati e che un tempo votavano a sinistra. 

Se questo è il quadro politico che emerge dalle elezioni, è necessario affermare con la massima sincerità e realismo che il dato è per noi molto preoccupante perché la destra in Italia è un’area politica violentemente omofoba e xenofoba. Non a caso il camerata Musumeci, qualche giorno prima del voto, ha celebrato la sua giornata pro family con l’intera collezione di mostri che, tormentandoci per anni, si sono persino inventati partiti politici, ginnastiche da fermi (Le sentinelle in piedi) e tampinamenti ravvicinati a ogni manifestazione. Fossero i Pride o persino le unioni civili non senza attacchi incivili condotti addirittura personale (si veda la vicenda di Cesena con la querela dell’Arcigay di Rimini che sarà discussa in sede giudiziaria). 

La vera novità del pregiudizio omofobo degli ultimi 20 anni è proprio questa: l’omofobia politica che prima non c’era o c’era in misura molto minore. Chi la promuove pensa al tornaconto elettorale. Al fatto che, agitando la paura del diverso, si possano ottenere e allargare consensi se non addirittura un buon piazzamento elettorale.

Il primo compito quindi di un’azione efficace della collettività Lgbt è quello di fare in modo che l’omofobia politica non paghi né in termini elettorali ne in termini propagandistici. Discuteremo a lungo nelle prossime settimane il come e il modo di quest’azione che mi sembra assolutamente necessaria. Il secondo compito è quello di far pesare la nostra presenza. In politica i voti si contano e si pesano. E non c’è dubbio che la nostra capacità di spostare larghe masse di voto è assai scarsa anche perché in Italia non abbiamo quelle concentrazioni Lgbt nei grandi centri urbani che caratterizzano metropoli con Parigi, Londra, New York, San Francisco, ecc.

Nel nostro caso più che al numero dei voti l’attenzione è da rivolgere all’identità etico-politica condivisa proprio ora che la crisi della sinistra e del progressismo laico sembra aver esaurito i propri spazi. Non è qui la sede per un’analisi sul perché i nostri interlocutori politici siano andati così male in questa tornata elettorale. Con il rischio di una tale marginalizzazione da far pensare che in futuro la partita politica in Italia sembri essere tra destra e M5s con la sinistra e il centrosinistra fuori gioco.

Ma proprio per questo la collettività Lgbt, che si muove non certo nei meandri del clientelismo ma nel mare aperto degli ideali di libertà, democrazia, inclusione, può fare la differenza in una politica sempre più omogenea al populismo e sempre più serva delle convenienze del momento. Non mi rassegno all’idea che il gioco politico sia tra due destre variamente omofobe mentre la sinistra, al suo interno, è impegnata al gioco al massacro come avvenne in Spagna dove i comunisti sparavano sugli anarchici per ordine di Stalin mentre il fascista Franco sterminava entrambi.

Nell’ultima legislatura abbiamo avuto molte amiche e amici  in Parlamento, a partire da Monica Cirinnà, che ci hanno portato ad approvare le unioni Civili. Mi pare di poter dire che proprio l’attuale successo delle destre esalti il valore della vittoria sulle unioni Civili. Vittoria che, a mio parere, è irreversibile dopo 4mila cerimonie con l’adesione convinta e commossa di mezzo Paese. Ecco perché dobbiamo fare il massimo: incontrare i candidati, convincerli delle nostre ragioni, aiutare fino in fondo i candidati Lgbt e gay-friendly.

Insomma, fare quel lavoro di lobbying che finora non è stato fatto con sufficiente convinzione. Perché ne va del nostro futuro e della quelità stessa della nostra democrazia.

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Sono passati 42 anni da quella drammatica sera in cui il corpo del poeta Pier Paolo Pasolini fu trovato percosso e senza vita sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia.

Una morte su cui non si è riusciti e non si è voluto mai fare chiarezza. L’intellettuale controcorrente ucciso dal giovane figlio del popolo che si ribella con violenza alle impreviste avances sessuali: così era necessario apparisse agli occhi dell’opinione pubblica l’assassinio di uno degli intellettuali più importanti del XX secolo. Inviso ai fascisti e ai borghesi conformisti, tenuto a distanza dai cattolici e dai perbenisti qualunquisti, espulso dal Partito Comunista per immoralità, Pasolini era un personaggio scomodo, stava scrivendo un libro pericoloso. Pobabilmente la sua drammatica fine non fu affatto l’esito di un incontro sbagliato ma la realizzazione di un piano premeditato.

Sarebbe davvero troppo lungo ripercorrere le innumerevoli tappe della vicenda giudiziaria legata alla morte di Pier Paolo Pasolini. Una cosa però sembra ormai indubbia: l’omosessualità dichiarata di Pasolini, scandalosa per l’epoca, non fu certamente la causa dell’assassinio quanto l’alibi che avrebbe avuto l’omicida - o presunto tale - Pino Pelosi. Perché negli anni ’70 del secolo scorso uccidere una persona omosessuale, che attentava alla conclamata virilità di un maschio eterosessuale, era percepita alla stregua di un’azione legittima e in qualche modo giustificabile.

A 42 anni dalla morte restano l’incredibile eredità intellettuale di Pier Paolo Pasolini, le sue apparenti contraddizioni foriere di nuove prospettive, la sua lungimiranza nel ribaltare convinzioni e presunzioni ideologiche per mostrare la verità in tutta la sua scabra e squallida complessità. Senza moralismi e senza querimonie Pasolini continua a rivelarci che il Re spesso, troppo spesso, è tragicamente nudo.  Egli era un intellettuale, uno scrittore, che cercava di seguire tutto ciò che succedeva, di conoscere tutto ciò che se ne scriveva, di immaginare tutto ciò che non si sapeva o che si taceva; che coordinava fatti anche lontani, che metteva insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabiliva la logica là dove sembravano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.

Gaynews ha chiesto al regista e drammaturgo napoletano Mario Gelardi, autore di pièces teatrali di successo legate alla figura del grande letterato friulano come Idroscalo 93, 12 baci sulla bocca e La Grande Tribù (quest’ultimo con Claudio Finelli) perché, a suo parere, Pasolini può essere considerato ancora un intellettuale attuale e di riferimento per capire il nostro Paese.

«Perché Pier Paolo Pasolini è ancora un intellettuale contemporaneo – ci spiega Gelardi - Cosa vuol dire essere contemporanei? Significa avere uno sguardo sempre presente, avere una parola che parla alla tua generazione come a quella precedente e a quella che sta per nascere. Significa riuscire a farsi capire da chi non ti conosce e scavare dentro le cose con uno sguardo unico. Pasolini è contemporaneo a ogni generazione, ci osserva, ci parla, mette in mostra spudoratamente le nostre debolezze, che sono state anche le sue».

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