Sacerdozio, accesso al seminario e omosessualità. Un tema in sé antico ma trattato solo recentemente da Oltretevere con determinati pronunciamenti disciplinari. Non si va infatti al di là del 2005 quando Benedetto XVI approvò una specifica Istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica, i cui contenuti sono stati ripresi ed esasperati nei toni dalla recente Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis della Congregazione per il Clero dal titolo Il dono della vocazione presbiterale (approvata l'8 dicembre 2016 da Francesco).

Si scorrano i precedenti documenti vaticani o conciliari. Si compulsino pure i classici manuali di telogia morale – soprattutto quelli di Alfonso de’ Liguori per oltre due secoli (a partire dal XIX secolo) punto “canonico” di riferimento per quella che Ratzinger ama chiamare ortoprassi –. Ma al riguardo non si troverà parola alcuna. Per il patrono dei moralisti, appunto Liguori (noto ai più per aver scritto Tu scendi dalle stelle), a contare è unicamente la castitas probata, di cui il vocato deve dare prova prima di accedere agli Ordini per lo spazio minimo di un anno. Castità provata, ossia non esercizio della sessualità (compresa la masturbazione) senza alcuna distinzione tra rapporti con persone di sesso opposto o dello stesso sesso.

È pur vero che quelli dell’orientamento sessuale e della condizione omosessuale sono dati su cui psicologia e antropologia hanno fatto luce solo in un passato relativamente recente. Il che spiega l'unico concentrarsi di teologi e magistero, fin quasi ai nostri giorni, su quello che veniva, e da taluni ancora definito, “vizio nefando o innominabile”. Ma è pur vero che, posta una dettagliata classificazione delle varie inadempienze al sesto comandamento secondo una scala di progressiva gravità (ma al di sotto della sodomia c’erano pur sempre la bestialità, la necrofilia e il “coito coi demoni”), a interessare con riferimento a seminaristi e sacerdoti era, stringi stringi, soltanto un aspetto: l’osservanza della castità e, ovviamente per gli ordinati, l’obbligo celibatario.

Il trasgredirlo con uomini poneva unicamente il problema morale della species peccati. Ma da un punto di vista sanzionatorio nessuna differenza con chi l’avesse fatto con donne: rinvio dell’ordinazione o dimissioni dal seminario per gli aspiranti, sospensione o dimissioni dallo stato clericale «per il chierico concubinario […] e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo». Citazione, quest’ultima, che, tratta dal vigente Codice di Diritto Canonico (can. 1395, §1), non fa altro che ricalcare i precedenti disposti canonici compresi quelli del Codice piano-benedettino.

Le prese di posizione da Ratzinger a Bergoglio in tema di formazione seminariale e omosessualità inaugurano dunque una nuova stagione – in totale rottura col passato –  che per i difensori di Oltretevere risponderebbero a un mutato clima. Quello, cioè, affermatosi con il contemporaneo movimento di liberazione omosessuale, sprezzantemente indicato dalla citata Ratio fundamentalis (nr. 199) con la «cosiddetta cultura gay», ai cui sostenitori devono essere sbarrate le porte dei seminari secondo la Ratio fundamentalis bergogliana. Ma non solo.

Stesso trattamento non solo per chi pratica l’omosessualità (come, d’altra parte, l’eterosessualità: il che è pienamente comprensibile col vigente obbligo celibatario dei presbiteri) ma anche per chi presenta «tendenze omosessuali profondamente radicate». Affermazioni, quest’ultime, non solo ambigue (che cosa intendono per tendenze Bergoglio, il cardinale Beniamino Stella e i componenti della Congregazione per il Clero si piacerebbe capirlo) ma pericolose in quanto sottendono una concenzione patologizzante dell’omosessualità da cui, in molti casi, “si potrebbe guarire”. Non a caso le teorie riparative di Nicolosi e associazioni come Courage sono viste con benevolenza da Oltretevere e larga parte dell’episcopato.

In questo scenario s’innestano le recenti dichiarazioni di Bergoglio alla 71° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Dichiarazioni che sono anche da leggersi alla luce degli scandali che hanno travolto numerose diocesi del Sud Italia a seguito del “dossier Mangiacapra”. Ma una cosa è riflettere sulle cause che portano seminaristi e sacerdoti a non vivere la castità, un’altra è problematicizzare il tutto sull’omosessualità.

La questione di fondo resta soltanto una: l’obbligo celibatario per i chierici. Obbligo che, come la storia bimillenaria della chiesa insegna, prescinde dall’orientamento sessuale. Le parole bergogliane: «Se avete anche il minimo dubbio che siano omosessuali, è meglio non farli entrare» o, peggio ancora, «Abbiamo affrontato la pedofilia e presto dovremo confrontarci anche con quest'altro problema: l’omosessualità» suonano non solo offensive ma fortemente ipocrite. E qui non c’è bisogno di scomodare Dante, Lutero o le carte d’archivio per provare, oggi come per il passato, il numero elevatissimo di seminaristi, preti e vescovi omosessuali. Chiunque potrebbe addurre qualche testimonianza in tal senso a partire da un diffuso costume clericale di parlare al femminile.

Qui si tratta, soprattutto per Bergoglio (a meno che la sua non sia un’operazione di whitewashing o di cerchiobottismo), di conciliare affermazioni come quelle rivolte alla Cei e le altre, quasi in contemporanea, su «Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo. Devi essere felice di chi tu sia» (ma se ne potrebbero citare altre, cui la stampa ha dato spesso, con acritico entusiasmo, risonanza) rivolte al cileno Juan Carlos Cruz.

Giustamente il teologo gesuita Paolo Gamberini ha scritto su Facebook: «Se l'astinenza dall’esercizio della sessualità è richiesta nei candidati al sacerdozio (omosessuali ed eterosessuali allo stesso modo), i formatori in seminario dovrebbero valutare in quelli tale capacità e non esaminare se sono omosessuali o eterosessuali».

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Sono passati quasi 40 anni dalla comparsa anche in Italia dei primi gruppi di omosessuali cristiani e molta strada è stata percorsa con cambiamenti che solo oggi riusciamo a notare.

Tutto iniziò a Pinerolo con la visione profetica di Ferruccio Castellano, che cercò di intercettare il bisogno di tanti credenti, sparsi per tutta Italia, di trovare una chiave per conciliare il proprio orientamento sessuale con la fede. Solo molti anni dopo, a ridosso del World Pride 2000 di Roma, alcuni dei gruppi riuscirono a maturare le condizioni per un timido percorso di visibilità.

Nel 2015 nasce finalmente Cammini di Speranza, l’associazione nazionale delle persone Lgbti cristiane. In contemporanea sempre più pastori, religiosi e religiose, e anche parroci, rincuorati forse dall’atteggiamento proposto da papa Francesco, uscivano allo scoperto e avviavano percorsi di pastorale inclusiva.

Oggi, a maggio del 2019, le veglie di preghiera contro l’omobitransfobia sono sempre di più ospitate in parrocchie cattoliche e, addirittura, con il placet del vescovo che, in alcuni casi (Palermo e Reggio Emilia) o è direttamente presente o manda un suo messaggio di supporto.

Dal 9 al 13 maggio, presso una struttura religiosa dei Castelli romani, ha avuto luogo, per la seconda volta in Italia in 30 anni, la conferenza annuale dell'European Forum of Lgbt Christians, organizzata e ospitata da Cammini di Speranza e REFO. 150 partecipanti da oltre 20 paesi europei, con workshop (che hanno spaziato dalle nuove famiglie, ai rifugiati, al bullismo, alle benedizioni per coppie dello stesso sesso) e intensi momenti di preghiera ecumenica.

Durante la cerimonia di apertura, un messaggio di buon lavoro ai “fratelli cristiani” rivolto dal vescovo di Albano Marcello Semeraro,  il saluto del pastore battista di Albano e Grosseto Luca Negro, il messaggio di incoraggiamento della senatrice Monica Cirinnà - la quale ha detto: Siete un’avanguardia preziosa nella costruzione del futuro -, l’aggancio con il percorso verso la non violenza rivolto dal ministro plenipotenziario Fabrizio Petri e il sostegno dal mondo aziendale presentato da Igor Suran, direttore esecutivo di PARKS, l’associazione di aziende per l’inclusione delle persone Lgbti nel mondo del lavoro.

In più un programma dedicato specificamente ai giovani che hanno elaborato riflessioni e contenuti presentati nel corso della conferenza pubblica Giovani Lgbt verso il Sinodo.

All’interno della conferenza, la partecipazione in video del gesuita James Martin, di cui il 24 maggio è uscito in versione italiana il suo libro Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt, edito dalla prestigiosa casa cattolica “Marcianum Press” (fondata dal cardinale Angelo Scola).

Nel suo intervento, James Martin si è rivolto direttamente agli operatori pastorali, dando loro dei suggerimenti pratici per accogliere i giovani credenti Lgbt e offrendo la  la sua visione di una prospettiva possibile di pastorale inclusiva: «Molti giovani mi dicono quanto si sentano respinti dalla chiesa e anche quanto sia difficile per loro entrare in relazione con Dio. Spesso il senso di allontanamento lo sperimentano anche in famiglia e questo a volta li porta addirittura per strada.

Almeno negli Usa i giovani Lgbt corrono cinque volte di più dei loro coetanei eterosessuali il rischio di suicidarsi. Possiamo dire che per la chiesa è realmente una questione “vitale».

Ed ha continuato rivolgendo tre messaggi ai giovani Lgbt: «1) Dio vi ama; 2) A Gesù interessa di voi, specialmente quando vi sentite messi ai margini; 3) la Chiesa è casa vostra».

A seguire, le voci di alcuni dei protagonisti assoluti della conferenza: i giovani cristiani Lgbt stessi, che hanno condiviso alcune interessanti esperienze di pastorale inclusiva già in essere presso diverse comunità in Italia, Spagna, Germania, Francia.

In conclusione hanno espresso le loro speranze e aspettative per una chiesa inclusiva proponendo una nuova visione di una Chiesa che dà spazio a loro e alle loro famiglie, sviluppando una pastorale inclusiva, opponendosi agli atteggiamenti e ai commenti Lgbt-fobici dentro e fuori la Chiesa, creando e rafforzando del dialogo tra la Chiesa e i cristiani Lgbt.

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Quasi 400 persone alla veglia di preghiera che, tenutasi ieri sera presso la chiesa parrocchiale Regina Pacis di Reggio Emilia, è stata presieduta dal vescovo Massimo Camisasca.

Un incontro d’eccezionale portata (anche in considerazione del milieu ciellino del presule, del suo tentativo in passato d’introdurre Courage in diocesi e dell’opposizione lo scorso anno al medesimo momento di preghiera), che è stato accompagnato nelle ultime settimane da non poche polemiche.

A partire da quelle sollevate dal Comitato di preghiera-riparazione 20 Maggio e, successivamente, dagli attacchi di gruppi tradizionalisti a seguito dell’intervista rilasciata da don Paolo Cugini, parroco di Regina Pacis, a Gaynews. Al punto che nella locandina d’annuncio d’una controveglia davanti all’episcopio di Reggio è stata posta in esergo una dichiarazione tratta da tale intervista a fronte delle celebri parole di s. Caterina da Siena nel Dialogo della Divina Provvidenza sulla sodomia. Per finire all’operazione di mailbombing contro Camisasca fino agli striscioni sull’omofollia di Forza Nuova.

veglia

Come dichiarato da don Paolo Cugini a Gaynews, Camisasca era visibilmente emozionato e in più punti commosso. Sono state molto apprezzate le parole del presule sull’accoglienza.

Criticate, invece, da non pochi esponenti del mondo associazionistico Lgbti quelle di taglio dottrinario coi consueti richiami al Catechismo della Chiesa cattolica. Alberto Nicolini, presidente di Arcigay Reggio Emilia, ha scritto su Facebook: «Il vescovo, alla veglia sull’omofobia dice che “forse” alcune persone si sono “sentite” discriminate. Forse se permetteva di leggere i dati di amnesty international usciva dal dubbio. Poi suggerisce che solo il matrimonio tra uomo e donna è fecondo (quelli sterili non contano) e la castità. Camisasca, è la castità ad essere contro natura. E i risultati, anche nel clero, si vedono».

Altri aspetti contestati sono stati quelli relativi alla modifica di parte del programma della veglia. Camisasca ha preteso la non partecipazione della pastora battista Lidia Maggi – precedentemente attaccata da Alessandro Corsini, portavococe del Comitato 20 Maggio – e della testimonianza di un ragazzo trans FtM d’origine egiziana.

Al contrario Camisasca non ha fatto alcun cenno alle teorie riparative di cui si fa portavoce e diffusore Courage (pur sempre lodata nel comunicato ufficiale di partecipazione alla veglia). Per don Paolo Cugini quello del 73enne Massimo Camisasca  resta un gesto di grande significato tanto più che si tratta del primo vescovo italiano a presiedere ufficialmente una veglia di preghiera in occasione della Giornata internazionale contro l’omotransfobia.

«La maggior parte delle persone presenti, non addentro alle tematiche delle persone omosessuali – ha scritto il sacerdote reggiano sul suo blog – hanno colto il valore di una Chiesa che si sta sforzando di capire, di porsi al fianco delle persone Lgbt, per ascoltare la loro sofferenza, camminare con loro. A me sembra che la veglia abbia aiutato ad aprire gli occhi dei fedeli. È stato come un collirio. Grazie alla presenza del vescovo i fedeli si sono accorti che esistono persone omosessuali, che non ha senso demonizzarle, perché sono persone e perché davanti a Dio tutti possono inginocchiarsi e pregare.

La presenza del vescovo ha tolto il velo sui pregiudizi che derivano dall’ignoranza, e dall’accettare, senza riflettere, il pensiero comune. È stato, dunque, un atto di svelamento, di comprensione nuova. Ai fedeli presenti alla veglia è tata offerta la possibilità di comprendere in modo nuovo il mistero delle persone omosessuali».

Resta pur vero che determinati richiami al Catechismo, soprattutto al numero 2358 del Catechismo dove l’omosessualità è definita quale «inclinazione oggettivamente disordinata», potevano essere evitati tanto più che tale assunto è entrato solo recentemente nel magistero ordinario visto che in precedenza ci si soffermava con toni dannatori unicamente sugli atti. Una mera teoria teologica, dunque, che, se paragonata, ad esempio, a quella agostiniana del Limbo (fra l’altro menzionata in tutto il magistero antecedente il Vaticano II compreso il Catechismo di San Pio X e, invece, non presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica che anzi legittima la «speranza che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo»), potrebbe presto o tardi superata nell’ottica d’una accresciuta comprensione ecclesiale.

È notizia di ieri, fra l’altro, che Bergoglio nell’incontrare privatamente il cileno Juan Carlos Cruz, omosessuale e vittima di abusi durante l’infanzia da parte del sacerdote Fernando Karadima, gli avrebbe rivolto le seguenti parole: «Mi ha detto: 'Juan Carlos, il fatto che tu sia gay non importa. Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo e a me non interessa. Il Papa ti ama come sei. Devi essere felice di chi tu sia».

E sempre ieri Il Corriere della Sera ha ospitato una lunga intervista al gesuita James Martin, consultore del neodicastero vaticano per la Comunicazione, di cui il 24 maggio uscirà per i tipi veneziani della Marcianum Press Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt (edizione italiana di Building a bridge)  con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi.

Nel rispondere all’esplicita domanda di Gian Guido Vecchi sui numeri del Catechismo dedicati all’omosessualità (in particolare il 2358), il noto teologo e giornalista di America Magazine, ha dichiarato: «Molte persone Lgbt mi hanno riferito che questa frase ferisce profondamente. Certo, dobbiamo capire che è una terminologia teologica con un significato preciso che viene dalla filosofia tomista.

Ma per una persona Lgbt vuol dire che una parte essenziale di sé — quella che ama, anche se con un amore mai espresso sessualmente — è disordinata. Qualcuno mi ha confidato che quella espressione lo ha portato vicino al suicidio. La mamma di un adolescente gay mi ha detto: “Ma la gente capisce cosa può provocare quel linguaggio in un giovane? Lo può distruggere”. Noi dobbiamo ascoltare quella madre».

 

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Per il secondo anno a Reggio Emilia si terrà presso la parrocchia di Regina Pacis una veglia di preghiera “per il superamento dell’omofobia, della transfobia e ogni forma di intolleranza”.

Fissata al 20 maggio in occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia (17 maggio), la manifestazione religiosa sarà caratterizzata dalla riflessione della teologa e pastora battista Lidia Maggi. Un evento, al contempo, in linea di continuità con quel ciclo di lezioni sulla teologia delle donne che, organizzato dal Gruppo Amiche di Reggio Emilia in collaborazione con Cammini di speranza e l’associazione Fondo Samaria, ha visto susseguirsi (dal 18 dicembre 2017 al 23 aprile scorso) presso l’Hotel Astoria nomi dal calibro di Selene Zorzi, Teresa Forcades, Antonietta Potente e Maria Soave Buscemi.

Ma la veglia di preghiera è stata presa d’attacco da alcuni cattolici tradizionalisti che, costituitisi per l’occasione nel Gruppo di preghiera “20 maggio”, hanno annunciato un’opposizione «all'evento in maniera attiva, anche con preghiera di riparazione» alla luce di quanto stabilito in maniera definitiva dal Catechismo di San Pio X.

Una riedizione di quanto già verificatosi nel 2017 allorquando, sotto il nome di Comitato Beata Giovanna Scopelli, per lo più le stesse persone indissero pubbliche preci soddisfattorie, il cui culmine fu costitutito dalla processione in concomitanza col REmiliaPride del 3 giugno. Non senza attacchi reiterati a don Paolo Cugini, responsabile dell’Unità pastorale 5 di Reggio Emilia e parroco pertanto di Regina Pacis, colpevole ai loro occhi d’aver organizzato la veglia di preghiera e aver costituto un gruppo di cristiani Lgbt.

I toni assunsero una tale virulenza da costringere il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca a uscire da un riserbo attendista: fu così che il presule, nello scendere in difesa del sacerdote e della bontà della veglia di preghiera da lui organizzata, spese al contempo parole di vicinanza agli organizzatori della susseguente processione riparatrice (pur sconfessandone però la personale partecipazione) e ribadì la dottrina cattolica in materia di omosessualità con riferimento al Catechismo del 1997. Un non facile equilibrismo per il vescovo d’estrazione ciellina e sostenitore di Courage in diocesi che, giorni dopo il REmiliaPride, era  pur sempre a Correggio a partecipare a una delle tante tappe delle conferenze-concerto di Amato-Povia.

Ma ciò non ha salvato quest’anno Camisasca dalle accuse di cerchiobottismo da parte dei cattolici tradizionalisti locali. Per il 31enne Alessandro Corsini, infatti, responsabile del Gruppo di preghiera-riparazione 20 Maggio, se la partecipazione della pastora Maggi aggrava il tutto per «l’orientamento interreligioso-pancristiano dell’evento» sulla base di testi magisteriali quali il Sillabo di Pio IX, la Mortalium animos di Pio XI e l'Orientalis ecclesiae di Pio XII, è parimenti insostenibile la precedente partecipazione del vescovo di Reggio Emilia all’incontro del 16 aprile coi cristiani Lgbt presso la parrocchia di Regina Pacis. Perché per Corsini «a chiamata alla santità per una persona con tendenze omosessuali passa inevitabilmente dallo sposare la castità assoluta».

Sulla questione è intervenuto Alberto Nicolini, presidente del locale comitato d’Arcigay, che ha dichiarato ai nostri microfoni: «Non ci interessano le diatribe interne a correnti ecclesiastiche, ma i fatti: da una parte uno sparuto gruppetto di reazionari, nel senso che non esistono se non quando reagiscono ad altri, e dall'altra un parroco che ascolta le persone e offre comprensione e guida nell'accettare sé stessi o un familiare. Arcigay Reggio Emilia non può che abbracciare un gruppo di sostegno alle persone Lgbti e in particolare un evento che pone la visibilità e la lotta all'omofobia interiorizzata al centro.

Personalmente ho grande stima di Don Paolo, conosco diverse persone che partecipano al gruppo e ne traggono enorme giovamento, e accompagnerò alla veglia alcuni ragazzi nigeriani gay che sono molto religiosi, e che sono sconvolti e felici che esista una chiesa che anziché perseguitarli, li accoglie e li chiama per nome».

Per sapere il parere del diretto interessato, abbiamo contattato il parroco di Regina Pacis.

Don Paolo, com’è nata l’idea di una veglia per superare l’omofobia e la transfobia?

Organizzata per la prima volta lo scorso anno in occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia, la veglia è stata voluta quale momento forte di preghiera e condivisione alcuni mesi dopo la costituzione in parrocchia del Gruppo di Cristiani Lgbt. È stata fortemente osteggiata al pari di ogni attività connessa al Gruppo.

Come si è costituito il Gruppo di Cristiani Lgbt?

Il gruppo è stato costituito nel settembre 2016. È nato dalla richiesta di una coppia di genitori che avevano scoperto d’avere un figlio omosessuale. Dopo uno stato iniziale di disperazione si sono rivolti ad Agedo Parma e, rasserenatisi, mi hanno proposto di fare qualcosa a Reggio Emilia a sostegno di persone Lgbti e dei loro familiari. E così da un primo momento conviviale seguito da un incontro di preghiera si è sviluppata progressivamente quella realtà che è appunto il Gruppo di Cristiani Lgbt. Secondo uno stile ben preciso: mettere al centro la persona prima della dottrina.

Noi accogliamo le persone e le ascoltiamo indistintamente: non c’interessa da dove vengano e che cosa facciano. Lo stile, insomma, indicato da Bergoglio nell’Evangelii gaudium e nell’Amoris laetitia. Siccome tutti provengono da esperienze di discriminazione o di maltrattamento da parte di sacerdoti in Confessionale, abbiamo voluto dar loro l’idea di trovare uno spazio di Chiesa umana. Le persone che bussano alla nostra porta sanno di poter trascorrere delle ore in serenità tra una pizza e momenti di preghiera in comune. Sanno di potersi raccontare in tranquillità.

Che cadenza hanno tali incontri e come sono strutturati?

I nostri sono incontri mensili. Ci ritroviamo un lunedì alle 19:30: si mangia una pizza e poi si prega nella chiesa parrochiale. E arrivano sempre persone nuove: si avvicinano sia genitori di figlie o figli omosessuali – soprattutto mamme – sia coppie di gay e lesbiche. Il nostro gruppo ha due caratteristiche peculiari: la presenza numericamente significativa di donne lesbiche e l’inquadramento dello stesso (un caso quasi unico in Italia) nella pastorale ordinaria. Vengono al riguardo affissi gli avvisi sulle attività del gruppo e se ne dà notizia sul bollettino parrochiale, dove sono pubblicati anche articoli scritti da componenti del Gruppo dei Cristiani Lgbt. Da quest’anno accanto al percorso spirituale abbiamo avviato anche quello formativo: ogni 15 giorni ci si incontra, si leggono testi teologici e si avvia una proficua discussione. Incontri traseversali perché aperti a tutte e tutti i parrocchiani.

Qual è stata la reazione del clero reggiano?

La veglia dello scorso anno, anche se osteggiatissima da gruppi di destra, ha visto la partecipazione di dieci sacerdoti, alcune suore e tantissima gente. Durante l’anno la collaborazione scarseggia anche se agli ultimi incontri mensili hanno preso parte due sacerdoti.

E quella di mons. Camisasca?

Camisasca osserva con attenta cautela. Il vescovo ha partecipato in realtà a due incontri. Dopo una posizione molto rigida in occasione della veglia del 2017, lui ha accettato il mio invito a rendersi conto di persona di quanto avviene nei nostri incontri. La prima volta si è fermato solo per la pizza. La seconda volta, cioè il 16 aprile, ha preso anche parte al momento di preghiera. Ha detto cose molto belle sul mistero della persona, sulla necessità dell’accoglienza.

Che cosa pensa degli attacchi ricevuti dal Gruppo 20 Maggio?

Sono affermazioni che m’intristiscono soprattutto alla luce dei grandi atteggiamenti di apertura messi in campo da Papa Francesco.

E delle affermazioni sull’assoluta castità quale unica via d’uscita per le persone omosessuali alla luce anche di testi magisteriali?

Facciamo fatica noi preti a vivere la castità. Immaginarsi se la si può imporre a vita a persone laiche pur credenti.

È poi interessante il dato dei testi citati da questi soggetti con riferimento, ad esempio, alla partecipazione della pastora Maggi. Si dichiarano supercattolici e poi sono contro il Vaticano II, contro Papa Francesco. I testi che Corsini cita sono tutti antecedenti ai documenti conciliari. Ci bollano come eretici e poi loro stessi sono contro il Concilio e contro il Papa.

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Oggi, al termine dell’Udienza generale del mercoledì, Papa Francesco ha ricevuto alla Domus Sanctae Marthae il 22enne Marin Sauvageon che, l’11 novembre 2016, fu brutalmente picchiato a Lione da un branco per aver difeso una coppia di giovani omosessuali.

Quella sera di due anni fa i due fidanzati si stavano baciando a una fermata d’autobus, nei pressi del centro commerciale Part-Dieu, quando furono aggrediti da un gruppo di ragazzi. Marin, allora 20enne, intervenne in difesa della coppia ma fu pestato e colpito violentemente alla testa.

Il giovane studente universitario trascorse alcune settimane in coma. Ha dovuto poi sottoporsi a un delicato intervento neurochirurgico, è tornato più volte sul tavolo operatorio e attualmente vive in un centro specializzato svizzero di riabilitazione.

Accompagnato da sua madre e dal cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, il Marin Sauvageon ha raccontato al pontefice il suo complesso percorso di riabilitazione, intrapreso in seguito alle gravi ferite riportate in seguito all'aggressione.

Dell’incontro odierno ha parlato  sulla pagina Fb dell’associazione Je soutiens Marin, creata dai suoi genitori e seguita da quasi 200mila persone.

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Poco dopo le 11:00 la polizia municipale di Pompei ha strappato il poster affisso nella notte dallo street artist Tvboy a pochi metri dal Santuario. 

L'opera raffigurava Papa Francesco che, alla stregua di un militante durante un Pride, stringe nel pugno un cartello con un cuore arcobaleno, simbolo dei diritti delle persone Lgbti, e la scritta Love winsStop homophobia

Eppure la foto del murales pompeiano, prima dell'intervento degli agenti della polizia municipale, risulta sull'account Instagram e sulla pagina Fb del Comune di Pompei.

 

Sull'operato della polizia municipale di Pompei si è espresso lo stesso Tvboy con un post su Facebook. «Come era da immaginare... Censurata - si legge in esso - e rimossa in tempi record anche la nostra opera del collettivo @tvboyofficial del Papa manifestante a favore dei diritti gay. In italia questo è un tema tabù e non se ne può parlare.... per fortuna i giornali e i media ne stanno già parlando e l’immagine sopravviverà»

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Tvboy, al secolo Salvatore Benintende, è uno degli Street Artist più affermati e apprezzati della scena internazionale. Palermitano di nascita e milanese d’adozione, vive da diversi anni a Barcellona. Ma le sue incursioni artistiche urbane e le sue opere pop e graffianti sono diventate oggetti di culto tanto in Italia quanto negli Stati Uniti, tanto in Germani quanto in Francia e nel Regno Unito.

Tvboy è stato, negli ultimi anni, protagonista di prestigiosissime esposizioni come quella del Museo MDM di Porto Cervo (2014) o quella allestita allo Spazio OnSider di Barcellona (2015), dove le sue opere ono state presentate insieme a quelle dei padri storici della PopArt come Andy Warhol e Keith Hering.

Qualche settimana fa il suo nome è rimbalzato su tutti i media italiani per il poster del bacio tra Salvini e Di Maio (in Via del Collegio Capranica a Roma), con cui l’artista ha voluto “prefigurare” ironicamente i possibili risvolti dello scenario politico nazionale. Benché diventata virale in brevissimo tempo, l'immagine è stata censurata e rimossa.

Nonostante ciò Tvboy non si è perso d’animo e solo qualche ora fa ha colpito ancora! E l’ha fatto con un’incursione urbana che ha coinvolto la zona dei decumani di Napoli e quella del santuario di Pompei. Nella notte, infatti, Tvboy ha affisso (con la tecnica del paste-up) nei vicoli del centro storico partenopeo i suoi poster, raffiguranti Pino Daniele (vico dei Panettieri), Totò (vico Figurari) e Maradona (via San Biagio del Librai): tre colonne indiscusse della mitografia popolare napoletana.

Si è poi spostato a Pompei e, a pochi metri dal Santuario meta di migliaia di pellegrini che giungono quotidianamente da ogni parte del mondo, TvBoy ha fissato l’immagine di Papa Francesco, con il tipico volto sorridente e bonario, che, alla stregua di un militante durante un Pride, stringe nel pugno un cartello con un cuore arcobaleno, simbolo dei diritti Lgbti, e la scritta Love wins. Stop homophobia. Una chiara risposta a chi, da quando è stato convocato il Pompei Pride, prova a frenare la realizzazione della manifestazione nella città mariana per eccellenza.

Tvboy accetta di parlare ai microfoni di Gaynews proprio mentre realizza le sue opere.

Tvboy, come mai ti è venuta l’idea di dedicare un tuo poster urbano ai diritti delle persone Lgbt?

L’idea mi è venuta proprio quando ho visto che veniva censurato il mio bacio tra Salvini e Di Maio. Ho pensato che venisse censurato proprio perché in Italia c’è ancora difficoltà a parlare delle relazioni d’amore tra persone dello stesso sesso. Allora la frase che mi è venuta in mente per il post di questa immagine è questa: Papa Francesco è già pronto a manifestare in prima linea al GayPride di Pompei perché anche in Italia, come già in altri paesi d’Europa, siano riconosciuti i diritti delle coppie dello stesso sesso! #lovewins #stophomophobia.

Francesco non si è mai schierato apertamente al fianco delle persone Lgbti. Però ha fatto delle dichiarazione nuove per la Chiesa quando ha detto: “Chi sono io per giudicare un gay? Allora ho pensato che potesse essere un testimonial perfetto per il Pride. E poi l’idea mi è venuta anche leggendo delle dichiarazioni omofobe di gruppi di estrema destra, ma senza dare loro troppo protagonismo perché hanno scritto delle cazzate.

La mia opera è bella perché parla del momento che stiamo vivendo. In Spagna già da anni sono permessi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Anche Obama ha lottato. In Italia abbiamo il bagaglio storico culturale della Chiesa: però io spero che qualcosa si muova.

Ti aspettavi o meno l’oscuramento del bacio tra Salvini e Di Maio?

In realtà non se l’aspettava nessuno ma ha contribuito al successo dell’opera. Quando vuoi censurare e nascondere un’opera, si crea un meccanismo opposto di curiosità perché la gente si chiede perché la vogliano nascondere. La censura ha dato maggiore protagonismo all’opera. Protagonismo che non avrebbe avuto se l’avessero lasciata là.

Da artista italiano che vive e lavora in Spagna, come guardi all’Italia in questo momento così difficile della nostra storia politica?

L’ho sempre detto: quando te ne vai all’estero, allora vedi i pregi del tuo Paese. Se ci vivi, vedi solo i difetti. In Italia abbiamo un grande potenziale, uno straordinario bagaglio storico, artistico, culturale. Però ci perdiamo in un bicchiere d’acqua e questo ci fa restare anni luce indietro rispetto ad altri Paesi. La Spagna era più indietro dell’Italia perché ha avuto la dittatura franchista. Però in pochi anni si è aperta al cambiamento: questo dipende anche dalla politica e da vari fattori.

Ma adesso in Italia siamo in un momento di cambiamento e quest’opera vuole che anche l’Italia si apra al tema del sociale e di come si può migliorare. Questo è il pensiero di un eterosessuale perché i diritti delle persone Lgbti sono diritti di tutti non solo di una parte.

 

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«Se sei omosessuale non sarai mai felice». Queste alcune delle parole che, in materia di omosessualità e fede cristiana, il vescovo di Pavia Corrado Sanguineti ha rivolto agli alunni del locale Istituto professionale di Stato per l’industria e l’artigianato (Ipsia) Luigi Cremona.

Invitato a parlare il 7 marzo scorso quale relatore nell'ambito del ciclo di conferenze L'Ipsia incontra le istituzioni, il presule aveva avuto il compito – come egli stesso ha spiegato in una lettera al direttore de La Provincia Pavese - d’illustrare «l’identità e la missione della Chiesa, come comunità visibile di credenti, nella società e quale sia il compito del vescovo».

La questione dell’omosessualità in correlazione col «pensiero della Chiesa» – ed è necessario precisarlo per dare una corretta valutazione alle polemiche successivamente scatenatesi – è stata sollevata da uno studente dopo la relazione tenuta da Sanguineti. Da qui l’ampia risposta dello stesso – a tratti impacciato e disinformato come quando ha parlato di possibilità di “cambiare” l’orientamento omosessuale – che è pur sempre da leggere nell’ottica del “pensiero della Chiesa”.

Il concetto di felicità evocato è quello soprannaturale. E l’esempio di cristiani omosessuali che si sforzano di vivere un amore d’amicizia desessualizzato non è nient’altro che la riproposizione dei dettami del Catechismo della chiesa cattolica, cui lo stesso “rivoluzionario” Bergoglio ha fatto - e fa riferimento – quando ha parlato del Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?.

Giustamente Arcigay Pavia Coming-Aut ha riportato con particolare sdegno, ritenendola di stampo gravemente omofobo, la dichiarazione: «La tendenza omosessuale è qualcosa di disordinato rispetto all'ordine della natura». Ma che, in realtà, non è nient’altro che la riproposizione del nr. 2358 del citato Catechismo vigente.

Giustamente Barbara Bassani, presidente di Arcigay Pavia Coming-Aut, ha reagito con un duro comunicato alle dichiarazioni di Sanguineti, la cui formulazione, a volte cattedratica (Sanguineti ha conseguito un dottorato in teologia biblica presso la Pontificia Università della Santa Croce, gestita dall’Opus Dei, ed è un bagnaschiano), non ha tenuto in conto degli effetti controproducenti su adolescenti.

È però anche necessario riportare la questione all’alveo della domanda sollevata (nulla a che vedere, dunque, col tema svolto nella conferenza) e al dato del pensiero della Chiesa. Questo, sì, – e a esso il vescovo Sanguineti quale testimone e interprete si è riallacciato – da definire omotransfobico anche se valido - e, dunque consapevolmente accettato – per i soli credenti.

Chiariti tali punti, è necessario comunque ricordare come Sanguineti – e, in questo, è pienamente allineato col pensiero bergogliano – sia uno di quei presuli della galassia antigenderista. Un episodio riportato da Barbara Bassani al riguardo è indicativo. Al pari del pubblico sostegno a preghiere riparatrici in occasione del Pride pavese dello scorso anno. Per non parlare dell’incapacità dialogica col locale comitato d’Arcigay che, invece, ricorda con piacere le parole loro rivolte dal vescovo Giovanni Giudici, predecessore di Sanguineti,: «Da voi ho tanto da imparare».

Insomma, se la lettera aperta al direttore de La Provincia Pavese chiarisce alcuni aspetti della vicenda dell’Ipsia, grava pur sempre su Sanguineti l’ombra d’una comunicazione intransigente quanto infelice. Che in un vescovo, tra i cui principali ministeri c’è quello della parola, non è proprio cosa di poco conto.7

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Quest’anno per la prima volta dal 2014 la Casina di Pio IV nei Giardini vaticani non ospiterà l’8 marzo Voices of the Faith. Evento che, ideato dall’avvocata Chantal Götz e organizzato dalla Fidel Götz Foundation e Liechtenstein No Profit Foundation con la collaborazione del Jesuit Refugee Service, è incentrato su dibattiti e testimonianze internazionali, nella maggioranza al femminile, in occasione della Giornata internazionale della donna.

La scelta di puntare sulla Curia generalizia dei Gesuiti (a due passi da piazza San Pietro e anch’essa zona extraterritoriale) quale luogo della kermesse – che quest’anno avrà il titolo Why Women Matter – è stata voluta proprio da Chantal Götz in reazione alla mancata approvazione di alcune (tre in tutto) delle relatrici da parte del cardinale Kevin Farrell, prefetto del neodicastero vaticano per i Laici, la Famiglia e la Vita. Una di queste è l’ex presidente irlandese Mary McAleese (che ha un figlio gay), nota per le sue ferme critiche alle posizioni cattoliche sulle persone Lgbti e sull’ordinazione sacerdotale delle donne.

Benché il porporato non abbia fornito alcuna motivazione, sarebbe questo il motivo – secondo Chantal Götz – dell'esclusione di McAleese. Tanto più che, come dichiarato ieri da Deborah Rose Milavac, componente del comitato consultivo di Voices of Faith, a essere stata ostracizzata da Oltretevere è anche l’attivista Lgbti ugandese, Ssenfuka Juanita Warry. Non si conosce il nome della terza relatrice non gradita al card. Farrell ma da indiscrezioni sembra che si tratta della giovane teologa polacca Zuzanna Radzik.

La questione sta sollevando grande attenzione in Irlanda anche perché il dicastero vaticano, guidato da Farrell, è il principale organizzatore del prossimo Meeting mondiale delle Famiglie, che si terrà a Dublino dal 21 al 26 agosto. Alla kermesse è prevista anche la presenza di Papa Francesco.

Interpellato al riguardo, l'arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ha preso venerdì nettamente le distanze dalle polemiche dichiarando di non «essere stato consultato dal Vaticano» sulla questione McAleese per l’evento dell’8 marzo. Mentre ha auspicato che il meeting di agosto abbia un carattere inclusivo.

Mary McAleese che, sta per conseguire un dottorato in diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana in Roma, ha intanto scritto una lettera al papa in merito alla questione Voices of the Faith. Cui, in ogni caso, parteciperà addirittura nelle vesti di relatrice principale perché, come dichiarato da Chantal Götz, «è fondamentale portare voci che rappresentino prospettive spesso non ascoltate in Vaticano».

Da parte sua padre Thomas H. Smolich, direttore del Jesuit Refugee Service, ha dichiarato: «Non siamo necessariamente d'accordo con le opinioni di tutte le relatrici. Ma è importante avere una vasta gamma di voci femminili in quest'evento, comprese le donne rifugiate». Al riguardo ha quindi affermato che la quinta edizione di Voices of the Faith presenterà le testimonianze di donne provenienti dal campo profughi di Dzaleka nel Malawi.

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Una presentazione in grande stile quella dell’ultimo libro di Pietro Folena presso la Sala della Crociera del ministero dei Beni culturali. Alla presenza della ministra della Difesa Roberta Pinotti, dell'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti e del presidente della Pontificia accademia per la vita Vincenzo Paglia è stato disvelato quel “dialogo impossibile” tra Berlinguer e Bergoglio che interessa la prima parte del volume collettaneo Enrico e Francesco. Pensieri lunghi.

Una vera e propria trilogia in unum che, edita per i tipi romani Castelvecchio, si sviluppa attraverso la versione rivista e aggiornata dei saggi foleniani I ragazzi di Berlinguer. Viaggio nella cultura politica di una generazione L’evaporazione. Un'analisi, quest’ultima, che, incentrata sugli anni susseguenti la morte di Berlinguer, si interroga su come e perché sia stato disperso il patrimonio della sinistra italiana.

Tema vitale per Pietro Folena che ha militato giovanissimo nel Pci e ha conosciuto Berlinguer, di cui organizzò nel 1984 l’ultimo comizio. Quel Folena che, appena un anno dopo,  sarebbe stato scelto da Alessandro Natta quale segretario nazionale della Fgci. Eletto per la prima volta deputato nel 1987, è seduto in Parlamento per cinque legislature consecutive (X-XIV°) tra le file del Pci, Pds e Ds.

Avvicinatosi ai movimenti di critica alla globalizzazione dopo i fatti di Genova, è stato per l’ultima volta parlamentare quale indipendente con Rifondazione-Sinistra Europea nel biennio 2006-2009. In quell’anno ha abbandonato ogni ruolo di direzione politica e d’impegno istituzionale per dedicarsi ad attività imprenditoriali nel campo dell'arte.

Ha fondato così nel 2009 con Vittorio Faustini MetaMorfosi, che in pochi anni si è affermata come associazione di riferimento nel campo della produzione di mostre, della valorizzazione di beni culturali e d'importanti interventi conservativi e di restauro.

Per sapere di più del suo volume, lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Enrico e Francesco. Un dialogo “impossibile” come da lei scritto. Per motivi cronologici o anche contenutistici?

Il dialogo è impossibile per ragioni temporali, ovviamente. Si tratta non solo di 30 o 40 anni di distanza, ma di due mondi diversi: quello dell'equilibrio del terrore e quello della guerra mondiale a pezzi. Tuttavia è "dia-logos", per mezzo del discorso e, quindi, diventa reale. Certamente su molti aspetti contenutistici le differenze sono davvero grandi. Ciò che a me interessa non è il confronto tra due Chiese – quello che fu chiamato catto-comunismo – ma la radicalità, l'attenzione alle radici e ai fondamenti etici di due personalità che dalle Chiese in qualche modo fuoriescono e che cercano strade nuove. In qualche modo un socialismo d'ispirazione umanistica e cristiana.

Delle otto sezioni tematiche componenti i Pensieri lunghi in quale a suo parere scorge maggiore affinità tra il leader del Pci e il Papa Riformatore?

Senza alcun dubbio in quella relativa alla visione del mondo. Pur in epoche tanto lontane e con equilibri diversi, Enrico e Francesco vivono il mondo globale, interdipendente, connesso. La pace, la vita sul pianeta, la giustizia sociale come problema globale sono il cuore di questa comunanza, che non a caso trova nella figura di san Francesco d'Assisi un esempio "laico" e non solo ecclesiastico di azione.

Si affrontano temi cardine del pensiero dei due uomini: lavoro, giustizia sociale, donne, pace. Nulla, invece, su quello dei diritti delle persone Lgbti. Forse perché Berlinguer non ha avuto a cuore tali istanze?

Il Pci veniva da una tradizione politica - certamente non la sola – animata da una forte ostilità nei confronti dell'omosessualità. Viveva al suo interno una contraddizione, visto che non pochi intellettuali, artisti, letterati vicini al partito erano gay, più o meno dichiarati. Il tema dei diritti civili a tutto tondo, a partire da quelli Lgbti, non era assolutamente elaborato. Si può tutavia scorgere nel modo in cui Berlinguer schierò il Pci sui temi dei diritti civili come il divorzio e l’aborto o sull'apertura reale a istanze di liberazione, e non solo di emancipazione che venivano dal femminismo, una volontà in nuce di rimettere in questione la visione maschilista e patriarcale propria anche di una parte del movimento operaio. Insomma Berlinguer, se avesse avuto il tempo, avrebbe sicuramente aperto la strada a un cambiamento sui diritti delle persone Lgbti.

Come “ragazzo di Berlinguer” saprebbe dirci qual era la posizione del segretario storico del Pci nei riguardi dell’omosessualità?

Mi riallaccio a quanto detto prima. Non ho una risposta: bisognerebbe parlarne con Aldo Tortorella, che era al suo fianco e che forse può raccontare qualcosa. So, tuttavia, che all'indomani della morte di Berlinguer a Padova - di cui parlo nel volume, poiché ero lì – io fui chiamato a rivestire il ruolo di segretario nazionale della Fgci. Raccogliendo le istanze che l'Arcigay di Franco Grillini portava avanti e condividendo la battaglia condotta controcorrente da un giornalista de L'Unità come Eugenio Manca, decisi sin dall’inizio di chiamare nella mia segreteria un giovane esponente d'Arcigay come Nichi Vendola e di condurre una tale lotta nel partito a viso aperto  (il quale, se ben ricordo, aveva cominciato a dare, proprio negli ultimi anni di Berlinguer, segnali di apertura).

Ricorda se Berlinguer si sia mai espresso su Pasolini e sul suo omicidio?

Ho in mente la fotografia di Berlinguer che sfila commosso davanti alla bara di Pasolini. La Fgci di Roma aveva fatto con lui la Festa nel 1974. Intorno all'idea di austerità sono percebili grandi affinità di visione. Era lontano il tempo indegno in cui Pasolini era stato allontanato dal Partito per il suo orientamento sessuale. Mi piace ricordare come nel 1985, appena divenuto segretario della Fgco, dedicammo proprio a Pasolini la prima festa nazionale a Castel Sant'Angelo dal titolo La disperata passione di essere al mondo.

In Evaporazione lei parla della dissoluzione di uno dei più grandi patrimoni delle sinistre europee. Se dovesse in sintesi indicarne le cause, quali evidenzierebbe?

L'evaporazione di cui parlo nasce dalla rinuncia esplicità alla radicalità dei valori. Alla fine degli anni '80 si è fatta strada a sinistra nel campo socialista e in quello comunista l'ideologia dell'autonomia del politico, della necessità d'eliminare ogni riferimento ideale e etico. La sinistra di governo si è pensata come una sinistra che conquistava la stanza dei bottoni sempre meno individuabile rispetto all'invenzione semantica di Pietro Nenni. E non come una sinistra di valori, di trasformazione, che usa le leve del governo e dell'autogoverno per cambiare le cose. Aver sposato il credo neoliberale per più di un ventennio ha creato effetti perversi e ha spinto a tornare indietro a un'idea notabilare della politica fuori dalla società e dai suoi gangli.

Oggi per Pietro Folena che sinistra è quella italiana? E, alle prossime elezioni, si sentirà più vicino al Pd o al neopartito di Grasso?

Penso che ci sia un gran problema etico e ideale. Di costruire i fondamenti, che attingono a grandi valori su cui la sinistra è nata ma che richiedono risposte completamente nuove. In questo il radicalismo di Bergoglio, quello di Corbyn e quello di Sanders hanno tratti in comune. Il lavoro da fare, quindi, in Italia non riguarda le prossime elezioni ma un percorso più lungo e articolato. Le elezioni prossime potrebbero favorirne la nascita. Da questo punto di vista, trovo nel modo umano in cui Pietro Grasso si propone e nel suo costante richiamo ai valori, un possibile nuovo inizio, che comunque io sono orientato a sostenere.

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