È stato approvato ieri sera, con la maggioranza qualificata dei due terzi, il Documento finale del Sinodo sui giovani, che si concluderà in mattinata con la concelebrazione eucaristica in piazza San Pietro, presieduta da papa Francesco

Tanti i punti trattati nei 167 paragrafi che, oggetto di singola votazione uno per uno e ripartiti in tre parti e 12 capitoli per un totale di 60 pagine, sono tutti letti nell’ottica dell’approccio e delle richieste del mondo giovanile: dai migranti, «paradigma del nostro tempo», alle diverse forme ecclesiatiche di abuso (di potere, economico, sessuale), in riferimento alle quali è necessario fare verità e chiedere perdono; dalla promozione della giustizia contro la cultura dello scarto alle arti, alla musica, allo sport quali risorse pastorali; dall’accompagnamento pastorale al rigetto tanto dei moralismi quanto del benignismo; dalla sfida digitale alla sinodalità della Chiesa quale forma primaria da concretare per una piena partecipazione di tutti i suoi componenti e il contrasto al clericalismo (considerato anche come vera ragione degli abusi sessuali su minori da parte di ecclesiastici).

Punto, quest’ultimo, che è stato oggetto di contrapposizioni in riferimento agli specifici paragrafi 121-122  (raccogliendo rispettivamente, su 248 votanti, il primo 51 non placet, il secondo 43). Tema che potrà apparire ai più bizantineggiante e di nessun rilievo ma che può costituire la chiave di volta per il progressivo passaggio da una Chiesa romanocentrica e verticistica a una «Chiesa partecipativa e corresponsabile».

Non a caso a suscitare divergenze e a ricevere 30 non placet è stato il paragrafo sul ruolo delle donne nella Chiesa che, secondo il mondo giovanile, dovrebbe essere riconosciuto e valorizzato. Raccomandando di rendere tutti più consapevoli «dell'urgenza di un ineludibile cambiamento» al riguardo, si dice: «Molte donne svolgono un ruolo insostituibile nelle comunità cristiane, ma in molti luoghi si fatica a dare loro spazio nei processi decisionali, anche quando essi non richiedono specifiche responsabilità ministeriali. L'assenza della voce e dello sguardo femminile impoverisce il dibattito e il cammino della Chiesa, sottraendo al discernimento un contributo prezioso».

Ma quello più controverso con 65 non placet e 178 placet è risultato essere il 150 sull’omosessualità che recita: «Esistono questioni relative al corpo, all'affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale. Tra queste emergono in particolare quelle relative alla differenza e armonia tra identità maschile e femminile e alle inclinazioni sessuali.

A questo riguardo il Sinodo ribadisce che Dio ama ogni persona e così fa la Chiesa, rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale. Ugualmente riafferma la determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l'uomo e la donna e ritiene riduttivo definire l'identità delle persone a partire unicamente dal loro 'orientamento sessuale'.

Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé».

Ma 43 Padri sinodali hanno espresso voto negativo anche su altri due paragrafi correlati in un certo qual modo alla questione omosessualità.

Si tratta del paragrafo 3 sulla relazione tra l’Instrumentum Laboris (in cui compare l’acronimo Lgbt) e il Documento Finale: «Il primo - si legge in esso - è il quadro di riferimento unitario e sintetico emerso dai due anni di ascolto; il secondo è il frutto del discernimento realizzato e raccoglie i nuclei tematici generativi su cui i Padri sinodali si sono concentrati con particolare intensità e passione. Riconosciamo quindi la diversità e la complementarità di questi due testi.

Il presente Documento è offerto al Santo Padre e anche a tutta la Chiesa come frutto di questo Sinodo. Poiché il percorso sinodale non è ancora terminato e prevede una fase attuativa, il Documento finale sarà una mappa per orientare i prossimi passi che la Chiesa è chiamata a muovere».

Ma, soprattutto, il paragrafo 39, che registra come «frequentemente la morale sessuale è causa di incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa, in quanto è percepita come uno spazio di giudizio e di condanna». Il documento riconosce che «i giovani, anche quelli che conoscono e vivono tale insegnamento, esprimono il desiderio di ricevere dalla Chiesa una parola chiara, umana ed empatica. Dunque di fronte ai cambiamenti sociali e dei modi di vivere l'affettività e la molteplicità delle prospettive etiche, i giovani si mostrano sensibili al valore dell'autenticitò e della dedizione, ma sono spesso disorientati. Essi esprimono più particolarmente un esplicito desiderio di confronto sulle questioni relative alla differenza tra identità maschile e femminile, alla reciprocità tra uomini e donne, all'omosessualità».

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Dopo un’intensa attività svolta fino a tarda sera del 22 ottobre dalla Commissione per la Redazione, è stato ieri presentato nell’Aula del Sinodo, ubicata nel vasto edificio vaticano progettato da Pier Luigi Nervi, il progetto di Documento finale dell’assise dedicata ai giovani (3-28 ottobre).

252 i Padri presenti, mentre i giovani partecipanti ne accompagnavano l’annuncio con un lungo applauso.

Suddiviso in 173 paragrafi e ancora riservato, il testo sarà oggi oggetto di valutazioni da parte dei Padri sinodali, che potranno proporre emendamenti e integrazioni. Sabato, poi, penultimo giorno dell’Assemblea, esso sarà votato paragrafo per paragrafo con maggioranza dei due terzi.

È molto sicuro che il documento finale affronterà anche le tematiche Lgbti. A dichiararlo, nel corso del briefing d’ieri, il card. Louis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, che ha però specificato di non sapere «in che forma» ciò avverrà. 

«Negli interventi in aula e nei gruppi linguistici – ha dichiarato il porporato filippino nonché presidente della Caritas Internationalis, elevato alla dignità cardinalizia da Ratzinger che ne apprezzava le competenze teologiche – la questione, l'approccio della Chiesa alla comunità dei cosiddetti Lgbt, è stata presente, è stata sollevata molte volte».

Questa la risposta che Tagle ha dato a chi, in Sala Stampa domandava se il termine Lgbt, presente nell'Instrumentum Laboris. I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, sarebbe stato impiegato anche nel Documento finale. 

«L'appello alla Chiesa di essere accogliente, una Chiesa che guarda all'umanità di tutti, è sempre presente, non solo su un singolo tema, ma come spirito di fondo – ha continuato l’arcivescovo di Manila –. Abbiamo avuto la bozza solo questa mattina, ed è spessa: passeremo il pomeriggio e la sera a leggerloMa devo dire che penso che il tema nel documento sarà presente, in che forma e con quale approccio non so, ma sono fiducioso che sarà parte del documento». 

Quanto allo specifico tema dell'ammissione di persone omosessuali in seminario, Tagle ha dichiarato: «È molto chiaro che, mentre abbiamo un costante rispetto la dignità umana, ci sono anche alcuni requisiti ai quali dobbiamo guardare per l'esercizio proprio di un ministero: speriamo che una posizione umana non sia vista come contraddittoria con i requisiti per uno specifio lavoro».

 

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Bergoglio ha oggi canonizzato in piazza San Pietro sette beati. Tra questi anche Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, l’arcivescovo salvadoregno ucciso da un cecchino degli squadroni della morte il 24 marzo 1980, e papa Paolo VI (1897-1978).

In un periodo come quello attuale, in cui non tendono a scemare le voci sulla presunta lobby gay in Vaticano e su prelati nonché porporati omosessuali menzionati nel dossier Viganò, non si può non ripensare a simili polemiche in riferimento alla persona di Giovanni Battista Montini.

L’omosessualità del primo collaboratore di Pio XII e poi arcivescovo di Milano – che Pacelli non volle mai elevare alla dignità cardinalizia – era vociferata al di là del Tevere ancor prima che questi fosse eletto, il 21 giugno 1963, successore di Giovanni XXIII. A farsene portavoce, attraverso chiacchiere di palazzo, fu il cosiddetto pentagono pacelliano e, soprattutto, l’allora cardinal Vicario Clemente Micara, la cui antipatia verso Montini era ben nota. 

Chiacchiere che si ingigantirono a dismisura, quando Paolo VI si fece prosecutore dei lavori del Vaticano II e ne attuò le auspicate riforme. Furono soprattutto i presuli conservatori e certa stampa libellistica a diffondere l’immagine di un pontefice progressista, omosessuale e, secondo don Luigi Villa, massone. Una ripresa del classico topos della letteratura eresiologica, che vedeva nel devius a recta fide il devius a recta praxi.

Ma a dare pubblico rilievo a un Montini omosessuale fu il celebre diplomatico e scrittore francese Roger Peyrefitte (profondo conoscitore d’Oltretevere), che nel 1976, due anni prima della morte del pontefice, parlò - nel corso di un'intervista prima al magazine francese Lui, poi al quotidiano romano Il Tempo, dove fu pubblicata il 4 aprile col titolo Mea culpa? Ma fatemi il santo piacere - di colui che ne sarebbe stato l’amante: l'attore Paolo Carlini, protagonista di celebri sceneggiati televisivi come Il romanzo di un giovane povero o L'ultimo dei Baskerville. Peyrefitte sostenne che, proprio in onore dell'amato, Montini avrebbe scelto di chiamarsi Paolo una volta eletto pontefice.

Siccome la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva da poco emanato il documento Persona humana (29 dicembre 1975), nel cui paragrafo 8 veniva riconfermata la condanna magisteriale dei rapporti omosessuali, si volle leggere nell’accusa di Peyrefitte una reazione calunniosa a una tale dichiarazione.

Argomento, questo, che lo stesso Paolo VI utilizzò durante l’Angelus del 4 aprile 1976: «Noi sappiamo che il nostro Cardinale Vicario e poi la Conferenza Episcopale Italiana vi hanno invitati a pregare per la nostra umile persona, fatta oggetto di scherno e di orribili e calunniose insinuazioni di certa stampa, irriguardosa dell'onestà e della verità. Noi ringraziamo voi tutti di codeste dimostrazioni di filiale pietà e di morale sensibilità. Così siamo riconoscenti a quanti hanno corrisposto a queste esortazioni di spirituale solidarietà. Grazie, grazie di cuore. 

Ci siamo ricordati, quasi a nostro malgrado, d’una bellissima parola degli Atti degli Apostoli: "una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui»", Pietro (Act. 12, 5). Ancora, grazie! Noi ricambiamo codeste attestazioni di religiosa fedeltà invocando dal Signore per tutti lo Spirito di verità e la cristiana franchezza di dare sempre a cotesto senso cristiano, con la parola e con la vita, generosa testimonianza.

Siccome questo e altri deplorevoli episodi hanno avuto pretestuosa origine da una recente dichiarazione della nostra Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni di etica sessuale, noi vi esortiamo a dare a questo documento e al complesso di insegnamenti, di cui esso fa parte, un'attenta considerazione ed una virtuosa osservanza, tali da tonificare in voi uno spirito di purezza e di amore, che faccia argine al licenzioso edonismo diffuso nel costume del mondo odierno, e che alimenti nei vostri animi la padronanza delle umane passioni accrescendo il senso forte e gioioso della dignità e della bellezza della vita cristiana».

Le vibranti parole di Montini non bastarono a tacitare le voci tanto più che Carlini, morto nel 1979 a un anno dal pontefice, non le smentì mai. L’argomento omosessualità, come noto, è stato poi affrontato nelle Positiones compilate in vista del processo di beatificazione e canonizzazione di Paolo VI, sia pur liquidate come prive di fondamento.

A meno che non compaiano prove documentali – e gli archivi sanno sempre regalare sorprese – resterà quel dubbio, da cui all’epoca furono rosi moltissimi presuli cattolici.

È noto il caso d’un vescovo lombardo che, dopo aver tuonato dall'ambone contro l’infame di Parigi (ossia Peyrefitte), nell’attraversare il presbiterio, dove erano riuniti i canonici del Capitolo Cattedrale, si rivolse loro a bassa voce: «Ma non è che sarà vero?».

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Autore di saggi di storia della spritualità e della mariologia – di cui uno prefato nel 2005 dall’allora card. Joseph Ratzinger –, curatore del blog in lingua latina Gaia Vox per Huffington Post e caporedattore Gaynews, Francesco Lepore aveva già brevemente espresso, il 28 agosto, il suo parere circa il dossier Viganò su La Repubblica.

Torna oggi a parlarne in questo video, toccando soprattutto quell’aspetto che egli considera il fil rouge del lungo memoriale pubblicato il 26 agosto da La Verità: l’ossessione dell’ex Nunzio apostolico negli Usa per la questione dell’omosessualità e l’equiparazione della stessa con la pedofilia in un voluto tentativo di confondere le acque col parlare di abusi sessuali su minori e quelli compiuti – fra l’altro in maniera del tutto sporadica e pur sempre da provare – da presuli (come nel caso dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick) su seminaristi maggiorenni o presbiteri «in rapporto d’autorità con le vittime».

La realtà è ben diversa: si può sì parlare di un clero cattolico maggioritariamente omosessuale – anche ai vertici come sostiene Viganò –, i cui rapporti sono però (salvo gli accennati casi) con maggiorenni consenzienti. Il caso del dossier Mangiacapra, pubblicato in anteprima da Gaynews, lo dimostra ampiamente.

Ma, soprattutto, quella delle “reti omosessuali” nel clero cattolico è davvero una realtà contemporanea nella Chiesa? E perché Viganò si è deciso a parlare solo adesso all’età di 77 anni? Perché non si è dimesso, quando lavorava alle Rappresentanze pontificie già negli ultimi anni di pontificato di Wojtyla? E che valore ha il giuramento che egli ha prestato nell'addietro di non mai rivelare quanto attiene al suo ufficio?

Eccone le valutazioni nel video 

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Quid est veritas? La domanda, che Pilato pose a Cristo, è il motto in esergo a La Verità. Tale quesito andrebbe in realtà posto all’intera redazione del quotidiano di Maurizio Belpietro, tra i cui temi ricorrenti ci sono quelli relativi alle persone Lgbti.

Il tratto caratteristico con cui tali argomenti sono affrontati è quello del discredito e della ferma opposizione alle loro battaglie, intese come volontà d’affermare le presunte ideologie omossesualista e gender. È noto, ad esempio, che tra le collaboratrici de La Verità ci sia quella Silvana De Mari, la cui ossessione per l’omosessualità (intesa come patologia da curare) e le presunte conseguenze del sesso anale potrebbe farla ironicamente salutare come Doctrix culi.

In tale intento è da cogliere anche la critica serrata a Bergoglio (la quale va comunque letta alla luce di molteplici elementi a partire dalle sue posizioni in materia di migranti e dell’antisalvinismo dell’episcopato italiano bergogliano), contro il quale La Verità ha pubblicato l’oramai celebre dossier Viganò. Ripubblicandolo come inserto speciale, il quotidiano è tornato oggi a sferrare l'ennesimo attacco alle persone Lgbti con un articolo in prima pagina (taglio in alto) dal titolo La Chiesa prepara il suo Gay Pride in riferimento al prossimo Forum dei Cristiani Lgbt (5-7 ottobre).

Abbiamo perciò raggiunto Andrea Rubera, portavoce di Cammini di speranza – Associazione italiana cristiani Lgbt, che è uno degli organismi componenti il Comitato organizzatore.

Dr Rubera, la Chiesa insomma prepara il suo Gay Pride ad Albano?

Il Forum dei Cristiani Lgbt Italiani 2018 (che si terrà ad Albano come sempre è stato e alla cui organizzazione non sono però quest’anno direttamente impegnato) è il quinto che viene organizzato. Il primo fu nel 2010. È un evento sorto, come iniziativa spontanea di vari gruppi e persone appartenenti alla galassia dei cristiani Lgbt italiani, per cercare di fare rete tra le varie realtà che, dai primi anni ’80, sono sorte in Italia. Come autoespressione, cioè, dei cristiani Lgbt che, in assenza di luoghi ufficiali (nelle parrocchie, nei movimenti, nelle varie realtà ecclesiali) dove poter fare un serio cammino di conciliazione tra la propria fede e omosessualità, hanno sentito l’esigenza di creare degli spazi specifici autorganizzati. Inizialmente si trattava di case private, poi di spazi concessi da alcune chiese cristiane, quale la Valdese in primis.

Quindi, dire che la Chiesa prepara il suo Gay Pride mi sembra una totale mistificazione della realtà. L’evento è organizzato autonomamente (con hosting della casa di accoglienza dei Somaschi di Albano, con le stesse modalità che sarebbero utilizzate per qualunque gruppo o associazione) dal Comitato Forum dei cristiani Lgbt italiani, un gruppo di lavoro appositamente costituito per organizzare il Forum e con partecipazione di persone appartenenti a varie realtà della galassia dei cristiani Lgbt, inclusa l’associazione nazionale Cammini di Speranza. Non c’è alcuna componente della Chiesa istituzione dentro l’organizzazione dell’evento che, ripeto, è totalmente autorganizzato dai cristiani Lgbt.

Si dice che guest star sarà "padre Martin, il quale vuole rivoluzionare la dottrina e cancellare la castità dei preti". Eppure Martin non è la prima volta che parla al Forum....

Il gesuita padre James Martin (che mi risulta da programma dovrebbe intervenire al Forum in videoconferenza) sta proponendo una nuova visione pastorale inclusiva, in cui si fac riferimento alla persona in primis, accogliendola a partire dalla condizione esistenziale in cui si trova. Non mi risulta che, in nessuno dei suoi discorsi né tantomeno nel suo libro Building a bridge, Martin faccia intendere in alcun modo di rivoluzionare la dottrina. Quello che ci ha colpito da subito nell’impianto pastorale che offre padre Martin è la serenità con cui si rivolge, spesso direttamente agli operatori pastorali, per offrire chiavi di lettura e spunti per far sentire anche le persone Lgbt a casa propria nella chiesa. Questo si chiama rivoluzionare la dottrina?

Padre Martin è stato invitato a maggio già alla conferenza annuale dell'European Forum of Lgbt Christians (che si è tenuto sempre ad Albano, ospitando circa 150 delegati provenienti da oltre 25 Paesi europei) ed è intervenuto in video. Personalmente credo che il lavoro di padre Martin sia importante e molto valido proprio perché mira al benessere della persona e delle comunità attraverso l’accoglienza e l’inclusione. Martin parte spesso dall’analisi di dati sociodemografici che mostrano come ci sia maggior probabilità (cita il suo paese natio, gli Usa) per un ragazzo Lgbt di commettere suicidio a causa della pressione sociale e famigliare e di finire per strada, come senza tetto, in quanto cacciato dalle famiglie.

C'è qualche differenza tra il prossimo Forum rispetto al passato?

La struttura del Forum Italiano dei Cristiani Lgbt è molto semplice: creare uno spazio in cui le persone Lgbt cristiane si possano incontrare, fare rete, parlarsi, guardarsi negli occhi, scambiarsi i propri vissuti, ecc. Ovvio che, con il passare degli anni, e anche con l’evoluzione della consapevolezza e delle modalità di partecipazione alla vita comunitaria cristiana delle persone Lgbt, l’organizzazione e i contenuti siano evoluto. Non c’è alcuna “novità organizzativa” quest’anno, contrariamente a quanto voglia far intendere La Verità.

Ovvio anche che, negli ultimi anni, grazie anche al percorso di evoluzione sociale generale ma anche alla crescita della capacità di accoglienza delle comunità cristiane, finalmente i cristiani Lgbt stanno trovando sempre di più modalità e spazi dove poter vivere la loro fede non più in spazi solo autogestiti ma anche in contesti allargati, parrocchiali e non, in cui sentirsi a casa propria. E questo mi sembra un bene per tutti. L’inclusione è un grande valore e ce ne stiamo forse scordando, presi dalla foga di erigere muri verso ogni cosa che è diversa da noi. In realtà la scienza (antropologia, economia, storia, …) ci ha oramai inequivocabilmente dimostrato che i contesti inclusivi sono quelli dove regna maggior benessere per la persona, per il contesto complessivo, maggiore capacità di generare innovazione ecc.

Si accusa il Comitato organizzatore di una certa presunzione con riferimento al titolo scelto. Che cosa ne pensa?

Se per “titolo” si fa riferimento al versetto del Nuovo Testamento scelto per caratterizzare il programma Quali segni e prodigi Dio ha compiuto per mezzo di loro (Atti, 15, 12) non vedo presunzione ma un invito universale a considerare la bellezza e la verità delle vite di ogni persona. Ciascuno di noi è una ricchezza e ciascuno di noi può, seguendo anche l’invito del Vangelo all’Amore e al considerare l’altro non come un ostacolo ma come un’opportunità, essere una gemma che brilla nel buio e, quindi, riferimento per altre persone che non sono ancora riuscite a accendere il loro potenziale. Ricordo, tanti anni fa, ospitammo un incontro a Roma con la teologa Antonietta Potente che ci rivolse un invito che è stato illuminante per la crescita dei nostri gruppi. Ci disse che era finito il tempo di stare nascosti e di attendere che qualcuno o qualcosa ci venisse a scuotere da questa dimensione di nascondimento. Le nostre vite erano preziose come quelle di qualunque altra persona e pertanto dovevamo metterle in circolo per la crescita della comunità cristiana generale.

Abbiamo raccolto questo invito ed eccoci qui. Oggi esiste un’associazione nazionale di cristiani Lgbt, Cammini di Speranza, una associazione europea, l'European Forum of Lgbt Christian Groups, e un’associazione internazionale, il Global Network of Rainbow Catholics. Sempre di più, e dico per fortuna, le persone Lgbt non hanno più bisogno dei nostri gruppi per trovare luoghi accoglienti nelle parrocchie e nelle comunità cristiane di riferimento. Questo mi sembra un bene e un nuovo orizzonte a cui siamo fieri di aver contribuito.

Viene poi puntato il dito contro il vescovo d’Albano indicato quale “padre spirituale d'eccezione”, per poi attaccare l'entourage curiale di Bergoglio. Qual è la sua valutazione sul dossier Viganò pubblicato da La Verità?

Monsignor Semeraro è stato sempre molto gentile con noi e ha sempre svolto il ruolo che gli spetta: ovvero di vescovo di Albano. Ci ha mandato, nelle ultime edizioni (incluso il forum europeo di maggio), dei messaggi di benvenuto nella sua diocesi (come immagino abbia fatto con molti altri gruppi e realtà) ma, ripeto, non è parte dell’organizzazione dell’evento che è autonomamente organizzato da varie realtà cristiane Lgbt.

La mia personale interpretazione della prima pagina de La Verità e del loro pompaggio mediatico del dossier Viganò è che stiano cavalcando da protagonisti una strategia (che percepisco molto nettamente), in cui si mira a far pagare a papa Bergoglio le posizioni di critica a quanto stiamo tutti assistendo in questi giorni in tema dei migranti e del contrasto al dilagare di un razzismo indotto anche da una campagna mediatica ben orchestrata. Papa Bergoglio è una delle figure più influenti al mondo, anche politicamente. Il suo pontificato mira all’inclusione come forma di coesione sociale e al recupero della persona come bagaglio di ricchezza.

Questo lo hanno ben chiaro evidentemente alcuni politici, che hanno ne La Verità un loro quotidiano di riferimento, che vedono papa Francesco come uno degli ostacoli al loro percorso di demonizzazione del diverso come chiave di spaccatura sociale su cui affermare il proprio consenso. Questo è ogni giorno più chiaro. Per fortuna abbiamo delle capacità di lettura trasversali che da un lato ci rendono impermeabili a questi messaggi dall’altro ci consentono di replicare riportando le questioni ai fatti concreti e non alle mere supposizioni su cui l’intero articolo d'apertura de La Verità sul forum dei cristiani Lgbt italiani è costruito.

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«Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere».

Queste parole, pronunciate da Papa Francesco durante il volo aereo da Dublino, sono bastate per far esplodere un’ampia polemica in seno alla collettività Lgbti e non solo. Basti pensare a Mario Adinolfi che ha subito esultato su Facebok, trovando nelle dichiarazioni bergogliane una riprova delle sue tesi.

Si è infatti evinto che Francesco volesse sostenere la patologizzazione dell'omosessualità e difendere le terapie riparative, avendo di fatto invocato l’ausilio della psichiatria.

Parole indubbiamente infelici, quelle di Bergoglio, ma per una cui corretta valutazione è necessario tenere conto di due elementi di fondo.

In primo luogo, che esse sono state pronunciate a braccio da un uomo 81enne con una padronanza non felice della lingua italiana e una conoscenza non esaustiva di certe tematiche.

In secondo luogo, che bisogna leggerle nel loro intero contestoEsse fanno infatti parte di un’ampia risposta data dal Papa a un giornalista, che gli aveva chiesto: «Cosa direbbe a un papà cattolico, il cui figlio gli dicesse di essere omosessuale e di voler andare a convivere col proprio compagno?».

Ed ccco la risposta integrale: «Sempre ci sono stati gli omosessuali e le persone con tendenze omosessuali. Sempre. Dicono i sociologi – e non so se è vero –  che nei tempi di cambiamento d’epoca crescono questi fenomeni sociali, etici. Uno di loro sarebbe questo. Questa è l’opinione di alcuni sociologi.

La tua domanda è chiara: Cosa direi a un papà che vede suo figlio o sua figlia che ha quella tendenza? Direi: primo, di pregare. Preghi. Non condannare. Dialogare, capire e fare spazio al figlio e alla figlia. Fare spazio perché si esprima.

Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere.

Ma io mai dirò che il silenzio è un rimedio. Ignorare un figlio o una figlia con tendenza omosessuale è mancanza di paternità o maternità. Tu sei mio figlio. Tu sei mia figlia, come sei. Io sono tua padre e tua madre: Parliamo.

Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto. Ma sempre nel dialogo, sempre nel dialogo. Perché quel figlio e quella figlia hanno diritto a una famiglia. Non cacciarlo via dalla famiglia. Questa è una sfida seria ma che fa la paternità e della maternità».

Dall’intera risposta si evince che il Papa non stesse affato pensando all'omosessualità come condizione patologizzante. Altrimenti avrebbe dovuto fare riferimento a ogni fase della vita di una persona gay o lesbica e non porre un distinguo tra minore e maggiore età. È un dato di fatto che le terapie riparative poggiano su un tale assunto e vengono di fatto purtroppo applicate tanto su minori (circa i quali sono divenute fortunatamente reato in non pochi Stati) quanto su maggiorenni.

Dicendo inoltre subito dopo che un padre e una madre devono accettare un figlio o una figlia omosessuale per come sono, ha di fatto sostenuto che l'omosessualità è una condizione esistenziale e non modificabile, sulla quale non c'è da esprimere alcun giudizio. Un modus essendi al pari di quello eterosessuale.

Tutto il contesto fa dunque presupporre che Bergoglio abbia confuso psichiatria con psicologia, intesa quale supporto di cui possano servirsi genitori di minori omosessuali incapaci di saper affrontare una tale realtà. Non è un caso che quasi alla fine abbia detto: Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto.

D’altra parte, prima che Gaynews desse la trascrizione integrale della registrazione audio, gli stessi quotidiani e agenzie di stampa avevano sostituito psichiatria con psicologia, mentre la parola psichiatria veniva già espunta il 26 agosto dalla versione ufficiale dell'intervista sul sito della Santa Sede.

Per saperne di più abbiamo contattato il prof. Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi , presidente dell’Onig e della Fondazione Genere Identità Cultura, che ha dichiarato: «Da una lettura attenta e integrale dell’intervista non traspare condanna nei confronti delle persone gay e lesbiche ma apertura e comprensione.

Alcuni ragazzi gay o ragazze lesbiche, soprattutto quelli e quelle che vivono in contesti omofobico, possono sentirsi turbati o a disagio confrontandosi con il loro orientamento omosessuale. In tali casi può essere utile l’intervento di un esperto (psicologo, psichiatra o psicoterapeuta purché, ovviamente, ben formato nell’affrontare tali questioni) che li rassereni e li aiuti a vivere serenamente i loro sentimenti.

Altrettanto è vero per i loro genitori che la società non ha preparato ad affrontare in modo sereno tale problematica. Mi è spesso capitato di incontrare genitori angosciati rispetto al coming out del figlio o della figlia, che si chiedevano di chi fosse la colpa. In molti casi è stato sufficiente un colloquio di chiarificazione che li ha aiutati a superare stereotipi e pregiudizi.

L’invito, dunque, del Papa a dialogare e a rompere il muro del silenzio mi sembra un messaggio efficace per i genitori e le famiglie perché non allontanino più i propri figli di casa a cuor leggero né nutrano verso gli stessi sentimenti di disapprovazione e di condanna.

Ben venga che l’università, il mondo della scuola, le facoltà di teologia si impegnino a promuovere una cultura della differenza. Ricordo, a tal proposito, che presso l’università di Napoli Federico II c’è un servizio ad hoc attivato».

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Durante il viaggio aereo di ritorno da Dublino, dove ha ieri concluso il World Meeting of Families, Papa Francesco ha incontrato, come di consueto, i giornalisti e ha risposto alle loro domande.

Una è stata incentrata direttamente sulle persone Lgbti: «Cosa direbbe a un papà cattolico, il cui figlio gli dicesse di essere omosessuale e di voler andare a convivere col proprio compagno?».

Ecco la risposta integrale di Bergoglio secondo la trascrizione fedele della registrazione audio: «Sempre ci sono stati gli omosessuali e le persone con tendenze omosessuali. Sempre. Dicono i sociologi – e non so se è vero –  che nei tempi di cambiamento d’epoca crescono questi fenomeni sociali, etici. Uno di loro sarebbe questo. Questa è l’opinione di alcuni sociologi.

La tua domanda è chiara: Cosa direi a un papà che vede suo figlio o sua figlia che ha quella tendenza? Direi: primo, di pregare. Preghi. Non condannare. Dialogare, capire e fare spazio al figlio e alla figlia. Fare spazio perché si esprima.

Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere.

Ma io mai dirò che il silenzio è un rimedio. Ignorare un figlio o una figlia con tendenza omosessuale è mancanza di paternità o maternità. Tu sei mio figlio. Tu sei mia figlia, come sei. Io sono tua padre e tua madre: Parliamo.

Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto. Ma sempre nel dialogo, sempre nel dialogo. Perché quel figlio e quella figlia hanno diritto a una famiglia. Non cacciarlo via dalla famiglia. Questa è una sfida seria ma che fa la paternità e della maternità».

Benché non direttamente toccata, la questione omosessualità è stata sottesa a una precedente domanda relativa all’arcivescovo titolare d’Ulpiana, Carlo Maria Viganò, e al suo memoriale di denuncia, pubblicato ieri su La Verità.

Nel lunghissimo j’accuse di cinque pagine l’ex nunzio apostolico negli Usa ha infatti chiesto le dimissioni di Bergoglio, accusandolo di essere da anni al corrente degli abusi sessuali nei riguardi di seminaristi maggiorenni e presbiteri da parte dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick (privato del cardinalato il 28 luglio scorso dallo stesso Papa Francesco benché il processo canonico a carico del presule sia ancora in corso). Abusi configuratisi nell’ottica di un «rapporto di autorità verso le loro vittime».

Sul memoriale Viganò, subito apparso alla stampa internazionale come destituito di attendibilità in più punti e un ennesimo attacco da parte della falange antibergogliana (di cui il presule d’origine varesina è uno degli esponenti di spicco – è stato tra i firmatari della Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale contro l’Amoris Laetitia – anche per ragioni personali: basti pensare all’affaire Davis), Francesco ha così risposto: «Ho letto questa mattina  quel comunicato. Sinceramente devo dirvi questo: Non dirò una parola su questo.

Credo che il comunicato parli da solo. Leggetelo attentamente e quindi fate le vostre conclusioni: avete la capacità giornalistica per farlo. Quando sarà passato del tempo e avrete espresso il vostro parere, allora forse parlerò».

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«Se non stiamo attenti, le chiese potrebbero svuotarsi e quello che abbiamo qui è una fiorente comunità di persone». Un monito chiaro quello che Nick O'Shea, cattolico gay dell’arcidiocesi di Westminster, ha pronunciato ieri sera a Dublino nell’ambito di una delle quattro presentazioni conclusive della prima giornata del Congresso pastorale del Word Meeting of Families.

Incontro che, svoltosi dalle 19:00 alle 20:00, è stato incentrato sulle iniziative pastorali per i cattolici Lgbt nella parrocchia londinese dell’Immacolata Concezione in Farm Street, più conosciuta come Chiesa di Farm Street, nel quartiere di Mayfair.

A illustrarne storia e finalità anche il gesuita Dominic Robinson, parroco di Farm Street fino al 2012 e attualmente superiore della locale comunità della Compagnia di Gesù.

Su richiesta dell’arcivescovo di Westminster Vincent Nichols (creato cardinale da Bergoglio nel 2014), che aveva posto fine all’esperienza delle cosiddette “Messe di Soho” per cattolici Lgbti nella parrochia di Nostra Signora dell’Assunzione e San Gregorio in Warwick Street, i gesuiti di Mayfair aprirono le porte della loro chiesa alle e ai componenti della collettività arcobaleno nel marzo 2013.

Da allora, ogni 2° e 4° domenica del mese, i cattolici Lgbt partecipano insieme con i parrocchiani alla messa delle 17:30 e al susseguente incontro per il tè pomeridiano. Il gruppo, i cui rapporti ufficiali col card. Nichols sono tenuti per il tramite di mons. Keith Barltrop (parroco di Santa Maria degli Angeli a Bayswater), ha un proprio consiglio pastorale per la valutazione delle istanze della collettività cattolica Lgbti e la programmazione dei vari incontri.

All’interno d’esso ci sono due sottogruppi: quello dei Giovani Adulti (Yag), che, composto di cattolici Lgbti tra i 20 e i 40 anni, si riunisce per attività sociali e spirituali; quello Trans, che collabora, fra l’altro, con organizzazioni ecumeniche come The Sybils.

«Tutto ciò – ha spiegato padre Robinson – fa parte dell'intero processo di quanto chiamiamo Aprire le nostre porte».

Nick O’Shea ha invece invitato le parrocchie a creare un ambiente inclusivo per i/le componenti della collettività Lgbt. Ha poi concluso: «Abbiamo bisogno di una “messa gay” ad ogni angolo di strada? No, personalmente non lo penso. Ma ritengo che ciò di cui abbiamo bisogno è un benvenuto in ogni parrocchia per le persone che hanno difficoltà a unirsi alla Chiesa».

Le tematiche Lgbt saranno nuovamente affrontate nella mattinata di oggi dal noto gesuita statunitense James Martin, consultore della Segreteria vaticana per la Comunicazione, la cui partecipazione al World Meeting of Families ha suscitato ampie contestazioni da parte dei cattolici conservatori. La sezione irlandese di Tradition, Family, Property (organizzazione, la cui omologa italiana è Alleanza cattolica) è arrivata a raccogliere 10.000 firme per chiedere – ma invano – «che la partecipazione di padre Martin venga cancellata dall’Incontro mondiale delle Famiglie».

Puntando il dito contro «alcuni cattolici d’estrema destra», l’autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi) ha ieri dichiarato nel corso d’un’intervista a L’Avvenire: «È paradossale che noi spesso riduciamo le persone Lgbt a un problema di sesso. Loro sono molto più di questo; esattamente come le coppie sposate sono più della loro vita sessuale.

Le sole persone la cui vita sessuale è guardata con il microscopio “morale” sono quelle Lgbt. Avere cura pastorale di loro, invece, vuol dire avere la stessa cura che si ha per qualsiasi altro: aiutarli nella loro relazione con Dio; accoglierli nella comunità; parlare loro di Gesù Cristo».

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Al via questa sera la cerimonia d’apertura per l’Incontro mondiale delle Famiglie, che si terrà simultaneamente in tutte le 26 diocesi d’Irlanda. Il principale incontro avrà luogo a Dublino, dove dal 22 al 24 agosto si svolgerà presso la Royal Dublin Society il Congresso pastorale. Congresso, le cui singole sessioni saranno incentrate su un tema dell’Amoris Laetitia.

Una sfida importante quella del World Meeting of Families soprattutto per la Chiesa in Irlanda che, scossa negli ultimi anni dagli scandali degli abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti e dalle violenze su ragazze madre in istitui religiosi femminili, ha perso credibilità, vocazioni e fedeli.

Senza parlare dei due referendum (quello per la legalizzazione del matrimonio egualitario nel 2015 e quello per l’abrogazione dell’8° emendamento della Costituzione sulla proibizione dell’aborto nel maggio scorso) che hanno confermato l'Irlanda quale Paese fortemente laicizzato, anche se quasi l'80% della popolazione si definisce ancora cattolico.

A rilanciare tale sfida per le locali comunità ecclesiali sarà Papa Francesco che, il 25 e il 26 agosto, effettuerà nell’Isola Verde il suo 24° Viaggio apostolico e concluderà il Meeting mondiale con la concelebrazione eucaristica presso il Phoenix Park di Dublino, per la quale sono attese 500.000 persone. Nel corso delle due giornate – anche se non si ancora quando – Bergoglio incontrerà anche alcune vittime di presbiteri pedofili.

Argomento, questo, di scottante attualità dopo i recenti scandali statunitensi (legati alle accuse all’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick – privato del cardinalato da Papa Francesco benché il processo canonico a carico del presule sia ancora in corso – e ai dati diffusi dal Rapporto dal Grand Jury della Pennsylvania) e la relativa pubblicazione d’una lettera pontificia nella giornata d’ieri.

«In tutti i viaggi dove è presente la realtà degli abusi il Papa incontra sempre le vittime – così ha dichiarato nel pomeriggio di oggi il portavoce della Santa Sede, Greg Burk –. Saranno poi loro a decidere cosa raccontare dell'incontro. Al lui interessa ascoltarle».

Sulla base del programma ufficiale si sa invece che il Papa si raccoglierà in preghiera, sabato alle 15:30, nella Cappella del Santissimo della pro-cattedrale di Dublino, dove arde una lampada che commemora tutte le vittime di abusi.

Ma per quanto quello degli abusi sembri tenere banco nella pubblica opinione la sfida per le Chiese irlandesi, come accennato, sono molteplici. E di ciò è soprattutto consapevole il fronte riformista dei presuli locali, guidati da Eamon Martin, arcivescovo metropolita di Armagh nonché presidente della Conferenza episcopale irlandese, e Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino.

Un approccio, quello riformista, che si rispecchia anche nel programma dell’accennata tre-giorni del Congresso pastorale.

Dei 200 relatori invitati 91 sono donne laiche, 65 sono uomini laici e 44 sono sacerdoti, religiosi e religiose. Tra i temi trattati, intesi come «sfide-chiave che molte famiglie affrontano al giorno d'oggi», si parlerà di mancanza di abitazione, dipendenze, violenza domestica, migranti e rifugiati, disabilità, separazione e divorzio.

Mentre, per la prima volta, al tema "salvaguardare i bambini e gli adulti vulnerabili" sarà dedicata, venerdì 24, una specifica tavola rotonda, cui interverrà anche Marie Collins, la donna irlandese vittima da bambina di un prete pedofilo e in passato componente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, da cui si è poi dimessa.

Ma non solo, perché al Congresso avranno anche spazio le tematiche Lgbti in ben due incontri.

Il gesuita Dominic Robinson, superiore della comunità londinese della Compagnia a Farm Street, e Nick O’Shea affronteranno domani sera il tema delle iniziative pastorali riguardanti la collettività Lgbti nella diocesi di Westminster.

Giovedì 23 agosto toccherà invece al noto gesuita statunitense James Martin, consultore della Segreteria vaticana per la Comunicazione e autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi), trattare il tema Mostrare rispetto e accoglienza nelle nostre parrocchie per le persone ‘LGBT’ e le loro famiglie.

Una presenza quanto mai autorevole quella di James Martin che, l’altro ieri, ha attaccato senza giri di parole i presuli conservatori statunitensi per l’equiparazione tra pedofilia e omosessualità. E che, da giorni, sta sollevando le reazioni scomposte di cattoconservatori che sono arrivati a raccogliere firme per chiedere che gli si impedisca di parlare.

Reazioni che, in Italia, hanno visto in prima fila Costanza Miriano, che ha definito James Martin omoeretico. Ma che non hanno ovviamente sortito alcun effetto se non quello d’un’ennesima riprova di un’ossessione al limite del patologico per la questione omosessuale.

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Omosessualità e sacerdozio. Un dibattito che è tornato ad accendersi, soprattutto negli Stati Uniti d’America, dopo le accuse mosse all’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick (privato del cardinalato da Papa Francesco benché il processo canonico a carico del presule sia ancora in corso) e il Rapporto dal Grand Jury della Pennsylvania relativo agli abusi commessi, nel corso degli ultimi 71 anni, da 301 sacerdoti di sei diocesi dello Stato americano su oltre 1000 minori.

Dibattito che sta agitando gli animi, in queste ultime ore, dopo la pubblicazione della lettera di Papa Francesco a seguito di tali eventi in una con la volontà di «ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità».

Pedofilia e omosessualità secondo i conservatori cattolici

Due realtà contrapposte, quelle della pedofilia e dell’omosessualità, che tornano a essere invece accomunate e correlate da esponenti conservatori della gerarchia e del laicato secondo un modo d’argomentare talora caro anche a uomini della Curia romana. Perché alla fine, nonostante i nominali distinguo, resta profondamente radicata nella comunità ecclesiale quella repugnantia adversus personas homosexuales che, secondo il Lexicon Latinum hodiernum di Carlo Egger, non è nient’altro che l’omofobia.

Se la stessa condizione omosessuale è oggettivamente disordinata (Catechismo della Chiesa Cattolica, nr 2358), fonte di atti intrinsecamente disordinati (ibid., nr 2357) e rende perciò inidonea all’accesso agli Ordini una persona che ne presenti tendenze radicate (Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, nr 199), la pedofilia - secondo tale modo d'argomentare - non potrà che discenderne come conseguenza. E i casi McCarrick-sacerdoti della Pennsylvania ne sarebbero l’ultima (in ordine di tempo) palmare riprova.

L’ex arcivescovo di Washington è soprattutto accusato – tranne un presunto caso di molestie su un 11enne quand’era giovane parroco – di ripetuti rapporti con seminaristi maggiorenni e giovani presbiteri. Mentre l’80% dei casi segnalati dal citato Rapporto sono minori di sesso maschile.

Dati, questi, artatamente utilizzati da quei presuli d’Oltreoceano, che ravvisano nell’adesione concettuale e pratica di larghi strati del clero a quanto chiamano sprezzantemente omosessualismo l’imperante eresia da combattere. Con una conseguente richiesta d’epurazione di presbiteri, vescovi, cardinali omosessuali anche se non accusati di abusi su minori.

Morlino, vescovo di Madison: "Nella gerarchia cattolica una sottocultura omosessuale"

Ne ha dato prova il 18 agosto Robert Charles Morlino, vescovo di Madison (noto per aver vietato nel 2017 esequie religiose alle persone omosessuali unitesi in matrimonio), che in una lettera pastorale sui recenti scandali ecclesiali ha dichiarato: «C'è stato un grande sforzo per mantenere separati gli atti, che rientrano nella categoria di atti di omosessualità culturalmente accettabili, dagli atti di pedofilia pubblicamente deplorevoli. Il che significa che, fino a poco tempo fa, i problemi della Chiesa sono stati dipinti puramente come problemi di pedofilia: questo nonostante prove evidenti del contrario.

È ora di essere onesti perché i problemi sono entrambi. Cadere nella trappola di analizzare i problemi secondo ciò che la società potrebbe trovare accettabile o inaccettabile, significa ignorare il fatto che la Chiesa non ha mai ritenuto nessuna di queste cose accettabili: né l'abuso di bambini, né l'uso della propria sessualità al di fuori della relazione coniugale, né il peccato di sodomia, né rapporti sessuali tra chierici, né l'abuso e la coercizione da parte di chi ha autorità».

Per concludere: «È tempo di ammettere che esiste una sottocultura omosessuale all'interno della gerarchia della Chiesa cattolica, che sta devastando grandemente la vigna del Signore. L'insegnamento della Chiesa è chiaro sul fatto che l'inclinazione omosessuale non è di per sé peccaminosa ma è intrinsecamente disordinata in un modo che rende ogni uomo, stabilmente afflitta da esso, inadatto a essere prete».

Il card. Burke: "Abusi su minori atti omosessuali"

Argomenti, questi, che si ritrovano tutti nell’intervista rilasciata dal card. Leo Raymond Burke che, in un'intervista rilasciata a Church Militant, ha dichiarato: «La maggior parte degli abusi erano in realtà atti omosessuali commessi con giovani adolescenti. C'è stato un voluto tentativo di ignorare o negare tutto ciò.

Ora, alla luce di questi recenti terribili scandali, sembra chiaro che in effetti esiste una cultura omosessuale, non solo tra il clero ma anche all'interno della gerarchia, che deve essere purificata alla radice. È ovviamente una tendenza disordinata.

Penso che a ciò abbia contribuito con considerevole aggravante l'attuale cultura anti-vita, vale a dire la cultura contraccettiva che separa l'atto sessuale dall'unione coniugale. L'atto sessuale non ha alcun significato se non tra un uomo e una donna nel matrimonio, poiché l'atto coniugale è per sua stessa natura finalizzato alla procreazione.

Credo che sia necessario riconoscere apertamente che abbiamo un problema molto grave di una cultura omosessuale nella Chiesa, specialmente tra il clero e la gerarchia, che deve essere affrontato onestamente ed efficacemente». 

È evidente come in tali dichiarazioni si sposti volutamente l’accento dalla pedofilia (sempre e comunque deplorevole) all’omosessualità (che si vuole far invece passare sempre e comunque come deplorevole nonché causa della prima).

Una cosa la pedofilia, un'altra gli abusi su maggiorenni

Ora nel parlare di abusi sessuali da parte del clero sarebbe sempre opportuno distinguere tra pedofilia (da distinguere, a sua volta, dalla pur sempre grave efebofilia) e rapporti con maggiorenni, su cui è stata esercitata una costrizione psicologica attraverso un uso spregiudicato dell’autorità sacerdotale, episcopale o cardinalizia. Si tratta sempre di atti d’inaudita violenza ma specificamente distinti: una cosa è abusare di un un bambino, un’altra di un maggiorenne psicologicamente costretto.

Non solo. Ma la correlazione tra omosessualità e pedofilia è smentita non solo da ogni evidenza con la vita delle persone gay in generale ma anche dai dati relativi agli abusi sui minori, la maggior parte dei quali, consumandosi tra le mura domestiche o attraverso il turismo sessuale, vede protagonisti predatore e preda di sesso opposto.

Il gesuita James Martin, vicino a Bergoglio: "Dire che tutti i preti gay sono molestatori è uno stereotipo"

Posizioni che sono liquidate come insostenibili da una figura di spicco della Chiesa negli Usa come il gesuita James Martin, consultore del neodicastero vaticano per la Comunicazione e autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi).

Per Martin sarebbe necessario che i sacerdoti omosessuali, che s’impegnano nell’osservanza dell’obbligo celibatario, facciano coming out. Necessario, inoltre, che l’accesso agli Ordini non sia precluso – come d’altra parte è sempre stato – alle persone omosessuali, perché l’obbligo celibatario prescinde dall’orientamento sessuale. Quindi no a qualsiasi forma d’epurazione.

Nel postare un articolo del New York Times il gesuita ha ieri scritto: «Cari amici, in risposta a molti commenti disinformati e dettati da odio: chiaramente molti dei preti che hanno commesso abusi erano gay. Ma questo non vuol dire che tutte le persone Lgbti siano abusatori né che tutti (o la maggior parte) i preti gay siano dei molestatori. È uno stereotipo.

Tristemente, come indica questo articolo, anche gli uomini eterosessuali (preti inclusi) commettono abusi sessuali.

Ancora una volta: perché non vediamo gli esempi di molti preti cattolici integri e casti nell’esercizio del loro ministero? Perché a molti preti è impedito da vescovi e superiori religiosi di fare coming out e molti hanno paura di farlo. Nell’attuale contesto, in  cui perfino i vescovi equiparono l'omosessualità sia ad abusi sia alla pedofilia, quella paura forse non è sorprendente».

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