Una presentazione in grande stile quella dell’ultimo libro di Pietro Folena presso la Sala della Crociera del ministero dei Beni culturali. Alla presenza della ministra della Difesa Roberta Pinotti, dell'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti e del presidente della Pontificia accademia per la vita Vincenzo Paglia è stato disvelato quel “dialogo impossibile” tra Berlinguer e Bergoglio che interessa la prima parte del volume collettaneo Enrico e Francesco. Pensieri lunghi.

Una vera e propria trilogia in unum che, edita per i tipi romani Castelvecchio, si sviluppa attraverso la versione rivista e aggiornata dei saggi foleniani I ragazzi di Berlinguer. Viaggio nella cultura politica di una generazione L’evaporazione. Un'analisi, quest’ultima, che, incentrata sugli anni susseguenti la morte di Berlinguer, si interroga su come e perché sia stato disperso il patrimonio della sinistra italiana.

Tema vitale per Pietro Folena che ha militato giovanissimo nel Pci e ha conosciuto Berlinguer, di cui organizzò nel 1984 l’ultimo comizio. Quel Folena che, appena un anno dopo,  sarebbe stato scelto da Alessandro Natta quale segretario nazionale della Fgci. Eletto per la prima volta deputato nel 1987, è seduto in Parlamento per cinque legislature consecutive (X-XIV°) tra le file del Pci, Pds e Ds.

Avvicinatosi ai movimenti di critica alla globalizzazione dopo i fatti di Genova, è stato per l’ultima volta parlamentare quale indipendente con Rifondazione-Sinistra Europea nel biennio 2006-2009. In quell’anno ha abbandonato ogni ruolo di direzione politica e d’impegno istituzionale per dedicarsi ad attività imprenditoriali nel campo dell'arte.

Ha fondato così nel 2009 con Vittorio Faustini MetaMorfosi, che in pochi anni si è affermata come associazione di riferimento nel campo della produzione di mostre, della valorizzazione di beni culturali e d'importanti interventi conservativi e di restauro.

Per sapere di più del suo volume, lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Enrico e Francesco. Un dialogo “impossibile” come da lei scritto. Per motivi cronologici o anche contenutistici?

Il dialogo è impossibile per ragioni temporali, ovviamente. Si tratta non solo di 30 o 40 anni di distanza, ma di due mondi diversi: quello dell'equilibrio del terrore e quello della guerra mondiale a pezzi. Tuttavia è "dia-logos", per mezzo del discorso e, quindi, diventa reale. Certamente su molti aspetti contenutistici le differenze sono davvero grandi. Ciò che a me interessa non è il confronto tra due Chiese – quello che fu chiamato catto-comunismo – ma la radicalità, l'attenzione alle radici e ai fondamenti etici di due personalità che dalle Chiese in qualche modo fuoriescono e che cercano strade nuove. In qualche modo un socialismo d'ispirazione umanistica e cristiana.

Delle otto sezioni tematiche componenti i Pensieri lunghi in quale a suo parere scorge maggiore affinità tra il leader del Pci e il Papa Riformatore?

Senza alcun dubbio in quella relativa alla visione del mondo. Pur in epoche tanto lontane e con equilibri diversi, Enrico e Francesco vivono il mondo globale, interdipendente, connesso. La pace, la vita sul pianeta, la giustizia sociale come problema globale sono il cuore di questa comunanza, che non a caso trova nella figura di san Francesco d'Assisi un esempio "laico" e non solo ecclesiastico di azione.

Si affrontano temi cardine del pensiero dei due uomini: lavoro, giustizia sociale, donne, pace. Nulla, invece, su quello dei diritti delle persone Lgbti. Forse perché Berlinguer non ha avuto a cuore tali istanze?

Il Pci veniva da una tradizione politica - certamente non la sola – animata da una forte ostilità nei confronti dell'omosessualità. Viveva al suo interno una contraddizione, visto che non pochi intellettuali, artisti, letterati vicini al partito erano gay, più o meno dichiarati. Il tema dei diritti civili a tutto tondo, a partire da quelli Lgbti, non era assolutamente elaborato. Si può tutavia scorgere nel modo in cui Berlinguer schierò il Pci sui temi dei diritti civili come il divorzio e l’aborto o sull'apertura reale a istanze di liberazione, e non solo di emancipazione che venivano dal femminismo, una volontà in nuce di rimettere in questione la visione maschilista e patriarcale propria anche di una parte del movimento operaio. Insomma Berlinguer, se avesse avuto il tempo, avrebbe sicuramente aperto la strada a un cambiamento sui diritti delle persone Lgbti.

Come “ragazzo di Berlinguer” saprebbe dirci qual era la posizione del segretario storico del Pci nei riguardi dell’omosessualità?

Mi riallaccio a quanto detto prima. Non ho una risposta: bisognerebbe parlarne con Aldo Tortorella, che era al suo fianco e che forse può raccontare qualcosa. So, tuttavia, che all'indomani della morte di Berlinguer a Padova - di cui parlo nel volume, poiché ero lì – io fui chiamato a rivestire il ruolo di segretario nazionale della Fgci. Raccogliendo le istanze che l'Arcigay di Franco Grillini portava avanti e condividendo la battaglia condotta controcorrente da un giornalista de L'Unità come Eugenio Manca, decisi sin dall’inizio di chiamare nella mia segreteria un giovane esponente d'Arcigay come Nichi Vendola e di condurre una tale lotta nel partito a viso aperto  (il quale, se ben ricordo, aveva cominciato a dare, proprio negli ultimi anni di Berlinguer, segnali di apertura).

Ricorda se Berlinguer si sia mai espresso su Pasolini e sul suo omicidio?

Ho in mente la fotografia di Berlinguer che sfila commosso davanti alla bara di Pasolini. La Fgci di Roma aveva fatto con lui la Festa nel 1974. Intorno all'idea di austerità sono percebili grandi affinità di visione. Era lontano il tempo indegno in cui Pasolini era stato allontanato dal Partito per il suo orientamento sessuale. Mi piace ricordare come nel 1985, appena divenuto segretario della Fgco, dedicammo proprio a Pasolini la prima festa nazionale a Castel Sant'Angelo dal titolo La disperata passione di essere al mondo.

In Evaporazione lei parla della dissoluzione di uno dei più grandi patrimoni delle sinistre europee. Se dovesse in sintesi indicarne le cause, quali evidenzierebbe?

L'evaporazione di cui parlo nasce dalla rinuncia esplicità alla radicalità dei valori. Alla fine degli anni '80 si è fatta strada a sinistra nel campo socialista e in quello comunista l'ideologia dell'autonomia del politico, della necessità d'eliminare ogni riferimento ideale e etico. La sinistra di governo si è pensata come una sinistra che conquistava la stanza dei bottoni sempre meno individuabile rispetto all'invenzione semantica di Pietro Nenni. E non come una sinistra di valori, di trasformazione, che usa le leve del governo e dell'autogoverno per cambiare le cose. Aver sposato il credo neoliberale per più di un ventennio ha creato effetti perversi e ha spinto a tornare indietro a un'idea notabilare della politica fuori dalla società e dai suoi gangli.

Oggi per Pietro Folena che sinistra è quella italiana? E, alle prossime elezioni, si sentirà più vicino al Pd o al neopartito di Grasso?

Penso che ci sia un gran problema etico e ideale. Di costruire i fondamenti, che attingono a grandi valori su cui la sinistra è nata ma che richiedono risposte completamente nuove. In questo il radicalismo di Bergoglio, quello di Corbyn e quello di Sanders hanno tratti in comune. Il lavoro da fare, quindi, in Italia non riguarda le prossime elezioni ma un percorso più lungo e articolato. Le elezioni prossime potrebbero favorirne la nascita. Da questo punto di vista, trovo nel modo umano in cui Pietro Grasso si propone e nel suo costante richiamo ai valori, un possibile nuovo inizio, che comunque io sono orientato a sostenere.

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Promosso da Gaynet e dall’Ordine dei giornalisti del Lazio in collaborazione con Link Sapienza, si è tenuto il 23 novembre a Roma il corso di formazione Orientamenti sessuali e web

87 i giornalisti partecipanti e tante le persone che, presenti nell’Aula Congressi della Facoltà di Scienze politiche de La Sapienza o collegate con la diretta streaming, hanno seguito le otto relazioni.

Pubblichiamo oggi il video intervento Le persone Lgbti e le Chiese: un altalenante rapporto tra conservazione dottrinaria e volontà d'inclusione di Francesco Lepore, caporedattore di Gaynews e blogger per Huffington Post.

 

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Incriminato il cardinale George Pell per abusi sessuali che avrebbe commesso su minori negli anni ’70-’80. Nel periodo, cioè, in cui il porporato vicino a Papa Francesco era vicario parrocchiale a Ballarat East nello Stato autraliano di Victoria. La notizia, lanciata dal Sidney Morning Herald in riferimento a tre presunti reati contestati (tra cui quello di stupro), è stata confermata dal vicecommissario della polizia di Victoria Shane Patton che, in videoconferenza, ha semplicemente dichiarato: «Ci sono diversi querelanti rispetto a queste accuse». Accuse, sulla base delle quali sono state avviate le indagini il 20 febbraio 2016. In più è stata annunciata la convocazione di Pell presso il tribunale di Melbourne in data 18 luglio.

Secondo il quotidiano australiano Pell avrebbe avuto comportamenti molesti e inappropriati con due ragazzini all'interno degli spogliatoi della piscina della parrocchia di Ballarat East. Le vittime oggi quarantenni, intervistate in tv, hanno raccontato, a distanza di decenni, come quell'episodio custodito nel silenzio sia stato un macigno, un trauma, un passaggio negativo e angosciante del loro percorso evolutivo. 

Ma Pell - già coinvolto in una precedente inchiesta giudiziaria con l'accusa d'aver coperto sacerdoti pedofili nella diocesi di Melbourne, di cui fu arcivescovo dal 1996 al 2001 - nega tutto. In una nota, diffusa sul sito dell'arcidiocesi di Sidney (di cui Pell fu a capo dal 2001 al 2014 quando Bergoglio lo ha nominato prefetto della neonata Segreteria per l'Economia), è stato dichiarato che il porporato, dopo aver negato tutte le accuse, «attende il giorno dell'udienza e si difenderà in maniera decisa». «Il cardinale Pell - si legge ancora - rientrerà in Australia, prima possibile, per riabilitare il suo nome seguendo i consigli e l'approvazione dei suoi medici che daranno inoltre consigli sui suoi spostamenti».

È stato lo stesso Pell a prendere la parola alle 8.30 in Sala Stampa Vaticana. «Guardo al giorno in cui mi potrò difendere davanti alla corte - ha dichiarato davanti ai giornalisti -. Sono innocente. Le accuse sono false e considero l'idea stessa di abuso sessuale un crimine orribile. Ho informato regolarmente il Santo Padre in questi lunghi mesi e in numerose occasioni e abbiamo parlato della possibilità che io prenda un periodo di congedo per difendermi. Per questo sono molto grato al Santo Padre di avermi dato il congedo per tornare in Australia. Sono sempre stato totalmen coerente e chiaro nel mio respingimento totale di queste accuse». «Le notizie di queste accuse - ha poi concluso Pell che non ha voluto rispondere alle domande dei giornalisti - rafforzano la mia risolutezza e le procedure del tribunale mi offrono ora la possibilità di difendere il mio nome».

Diramato contemporaneamente anche un comunicato della stessa Sala Stampa, che riporta il pensiero di Papa Francesco. «La Santa Sede - si legge nella nota - ha appreso con rincrescimento la notizia del rinvio a giudizio in Australia del card. George Pell per imputazioni riferibili a fatti accaduti alcuni decenni orsono. Messo al corrente del provvedimento, il card. Pell, nel pieno rispetto delle leggi civili e riconoscendo l’importanza della propria partecipazione affinché il processo possa svolgersi in modo giusto e favorire così la ricerca della verità, ha deciso di far ritorno nel suo Paese per affrontare le accuse che gli sono state mosse. Il Santo Padre, informato di ciò dallo stesso Card. Pell, gli ha concesso un periodo di congedo per potersi difendere.

Durante l’assenza del Prefetto, la Segreteria per l’Economia continuerà a svolgere i propri compiti istituzionali. I segretari rimarranno in carica per il disbrigo degli affari ordinari, donec aliter provideatur. Il Santo Padre, che ha potuto apprezzare l’onestà del Card. Pell durante i tre anni di lavoro nella Curia romana, gli è grato per la collaborazione e, in particolare, per l’energico impegno a favore delle riforme nel settore economico e amministrativo e l’attiva partecipazione nel consiglio dei Cardinali (C9).

La Santa Sede esprime il proprio rispetto nei confronti della giustizia australiana che dovrà decidere il merito delle questioni sollevate. Allo stesso tempo va ricordato che il cardinale Pell da decenni ha condannato apertamente e ripetutamente gli abusi commessi contro minori come atti immorali e intollerabili, ha cooperato in passato con le autorità australiane (ad esempio nelle deposizioni rese alla Royal Commission), ha appoggiato la creazione della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e, infine, come vescovo diocesano in Australia ha introdotto sistemi e procedure per la protezione di minori, e per fornire assistenza alle vittime di abusi».

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La notizia del monsignore che, dimorante nel Palazzo del Sant’Uffizio, è stato allontanato per orge a base di cocaina ha fatto in breve il giro del mondo. Una vicenda boccaccesca che, se da una parte fa sorridere per taluni particolari, dall’altra apre il campo a un’ampia riflessione. Viene in primo luogo da chiedersi perché un fatto avvenuto quattro mesi fa viene dato in pasto all’opinione pubblica solo oggi e, per giunta, nel giorno del Concistoro.

Prima di rispondere, è necessario riassumere l’accaduto anche per ampliare la narrazione offertane da Il Fatto Quotidiano. E chiarire, innanzitutto, che si tratta dell’oramai ex segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio. Dato essenziale per capire il perché d’una certa narrazione giornalistica. Il sacerdote lavorava da decenni presso il dicastero retto dal porporato lombardo ed era noto per una certa affezione a una “purezza dottrinaria” non meno di quella per vesti liturgiche, pizzi e merletti. Nessuna meraviglia al riguardo. L'integrità dottrinaria è spesso per taluni ecclesiastici un paravento, dietro cui nascondere un'omosessualità disinvoltamente praticata, quando non è un mezzo di autolegittimazione di contro alle reiterate condanne magisteriali di quella condizione.

A partire da quelle, apparentemente mitigate, dello stesso pontefice. Di cui ancora una volta viene data l’immagine del papa riformatore, che interviene con fermezza per rinnovare la Curia come nel caso in questione. Del papa che sventa l’eventuale elezione episcopale del monsignore omosessuale tutto orge e droghe – in realtà era in predicato per un canonicato in San Pietro - e la cui azione è esaltata da un anonimo presule bergogliano, che sarebbe da individuare come gola profonda della faccenda.

Eppure, nulla si dice dell’anomala irruzione notturna della gendarmeria vaticana nell’abitazione dell’ecclesiastico – sì, abitazione come ce ne sono tante all’interno del Palazzo del Sant’Uffizio contrariamente a quanto riportato da Il Fatto – e dell’annosa conoscenza bergogliana del viavai maschile nella stessa. Irruzione avvenuta nel bel mezzo di un’animata gang bang ecclesiastico-laicale con tanta di quella droga da portare all’arresto per spaccio dell’incauto monsignore. Poi, la degenza alla Clinica Pio XI, dove io stesso ebbi modo d’incontrarlo a fine aprile e di sentirlo parlare di “brutta polmonite” nonché di stupefacenti elogi continuati a Oltretevere.

Ora, al di là di tutto, è il giustizialismo e il doppiopesismo papale a lasciare interdetti più del chem sex al Sant’Uffizio. Un papa, che parla fino alla noia di misericordia, dovrebbe avere a cuore le sorti dei propri collaboratori e richiamarli opportunatamente, una volta informato, prima di permettere di punto in bianco le retate notturne. Che poi, pur volendo ammettere certe modalità degne di Sisto V, si richiederebbe che siano applicate sempre, visti i numerosi casi consimili in Curia e al di fuori. Viste le non poche nomine episcopali di soggetti notoriamente omosessuali.

Sorge poi l’ultimo quesito sulla tempistica della notizia, diffusa, come s’è detto, nel giorno del Concistoro. Non è possibile non notare la volontà di accreditare ancora una volta l’immagine del papa che, incarnando finalmente i valori evangelici, si batte con fermezza per riformare le chiesa ed eliminare le mele marce a iniziare da quelle curiali. Fatte salve  però, ovviamente, quelle che più direttamente lo circordano e per le quali i distinguo si moltiplicano.

Operazione mediatica, questa, quanto mai necessaria per un concistoro, sul quale grava la grave ombra della promozione alla porpora dell’arcivescovo di Bamako. Un altro presule di quelli tutto purezza e carità ma con conti bancari svizzeri da capogiro. Ecco, il caso del monsignore del chem sex mostra, in ultima analisi, che a essere preoccupante non è tanto la vicenda in sé (una delle tante) ma un tipo d’informazione giornalistica tutta prona verso Bergoglio e panegiristica nei riguardi dello stesso. Insomma un vero e proprio caso di cortocircuito mediatico.

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