Nell’aprile 2013 Mariela Castro, figlia del presidente Raúl Castro e creatrice del Centro nazionale per l'educazione sessuale (Cenesex), aveva dichiarato che Cuba era pronta a riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Affermazione rilasciata sulla base del parere (d’altra parte mai smentito) dell'autorevole genitore.

Ma dopo oltre quattro anni la situazione al riguardo non è affatto mutata nell’isola caraibica.

Benché sia stato presentato da tempo un progetto di legge per apportare modifiche all’art. 36 della Costituzione, che prevede le nozze tra le sole persone di sesso opposto, esso risulta del tutto accantonato. Ecco, perché è necessario ogni impegno, come dichiarato da un attivista alla testata CiberCuba, per far sì che «l'Assemblea Nazionale del Potere Popolare esamini e discuta il progetto di legge».

Un servizio interessante quello di CiberCuba che raccoglie in video le diverse testimonianze di attivisti e attiviste Lgbti nella Repubblica di Cuba. 

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L'Italia ha violato l'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani (diritto al rispetto della vita privata e familiare) rifiutando di registrare i matrimoni contratti all'estero (Canada, California, Usa e Paesi Bassi) da sei coppie di persone dello stesso sesso. In  tal modo ha così negato loro protezione legale e altri diritti associati.

Questa, in sintesi, la sentenza emessa oggi dallo Corte europea dei diritti dell'uomo (con cinque voti favorevoli e due contrari) che ha così accolto i ricorsi presentati congiuntamente nel 2012. Quattro anni prima, cioè, dell’approvazione della legge sulle unioni civili. Motivo, questo, dirimente per la Corte di Strasburgo.

Infatti, «sebbene gli Stati – come recita la sentenza - abbiano un ampio potere discrezionale sulla questione se consentire o meno di registrare i matrimoni omosessuali», l'Italia ha comunque commesso «una violazione dei diritti». E questo in ragione del fatto che «la legge italiana non forniva alcuna protezione legale né riconoscimento prima del 2016, quando la legislazione sulle unioni civili dello stesso sesso è entrata in vigore».

Secondo la stessa Corte «gli Stati sono liberi di restringere il matrimonio alle coppie eterosessuali, ma le coppie dello stesso sesso hanno bisogno di riconoscimento legale e di protezione della loro relazione».

L'Italia dovrà risarcire di 5mila euro ogni singolo ricorrente per i danni morali. In più versare una cifra forfettaria di 10mila euro da dividere tra tutti per il rimborso delle spese procedurali.

La notizia è stata accolta con esultanza da Rete Lenford che ha seguito una delle coppie.

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Susanna Ceccardi, la sindaca leghista di Cascina (Pi), torna a far parlare di sé. E non tanto per i post su Facebook in cui si sdilinquisce per il “capitano” Salvini – con l’augurio Magari si candidasse in Toscana – ma per l’istituzione ufficiale sul territorio cascinese di un Osservatorio per le politiche della famiglia.

Associazione che, sotto la presidenza del consigliere comunuale Vittorio Lago, promuove – come recita lo statuto – un’«azione d'intervento per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di indottrinamento e proselitismo all'ideologia gender e a tutte quelle politiche propagandate volte alla disgregazione della famiglia naturale e a favore di quella Lgbt. Si propone inoltre come organo consultivo, propulsivo, di raccordo, di partecipazione e di confronto tra l'amministrazione comunale e la comunità cittadina al fine di raggiungere efficacemente lo scopo sociale».

Presentato ieri mattina nel corso d’una conferenza stampa presso la sede del Municipio, l’Osservatorio – secondo quanto sottolineato dal presidente Lago – «prende le mosse da una mozione approvata a maggioranza dal Consiglio comunale cascinese in cui si chiedeva esplicitamente di contrastare la propaganda gender nelle scuole, alla quale siamo nettamente contrari: l'educazione dei bambini spetta alle famiglie e non ad associazioni ideologizzate».  

Già, perché a temi chiamanti in causa la tutela dei bambini «l'amministrazione comunale – ha osservato la sindaca - è molto sensibile. C'è una circolare del ministero dell'Istruzione che è molto chiara al riguardo: 'Nell’ambito delle competenze che gli alunni devono acquisire, fondamentale aspetto riveste l’educazione alla lotta ad ogni tipo di discriminazione, e la promozione ad ogni livello del rispetto della persona e delle differenze senza alcuna discriminazione. Si ribadisce, quindi, che tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né ideologie gender né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo'.

Ciò che vogliamo ribadire è che c'è differenza tra i sessi, che deve essere tutelata la parità tra i sessi ma non devono esserci equivoci. Il rispetto delle scelte altrui è fondamentale, ma altra cosa è propagandare una deriva omosessualista».

Ma Susanna Ceccardi non è nuova a certe dichiarazioni su ideologia gender e omosessualismo in una con conseguenti atti volti a un loro contrasto. Il 21 giugno spalancò entusiasta le braccia a Povia che si esibì a Cascina in un contesto per il quale protestò anche Arci nazionale. Quel Povia che con Gianfranco Amato (fondatore dei Giuristi per la vita e segretario del Popolo della Famiglia) promuove in tutta Italia le conferenze-concerto Invertiamo la rotta. Contro la dittatura del pensiero unico! per arrestare, appunto, la presunta deriva omosessualista e genderista.

Ed a parlare di «teoria gender e colonizzazioni ideologiche» - con inequivocabile riferimento a un frasario bergogliano – sarà proprio Gianfranco Amato in un incontro fissato il 18 dicembre a Sesto San GiovanniPatrocinato in un primo momento dall’amministrazionale comunale (che ha fatto poi marcia indietro a seguito di contestazioni), l’evento vedrà la partecipazione del sindaco di Forza Italia Roberto Di Stefano.

E così dopo l’uscita in ottobre del Comune lombardo dalla Rete RE.A.DY. (col conseguente passaggio  alla Rete Comuni Amici della Famiglia, promossa dall’Associazione delle Famiglie Italiane) il primo cittadino di Sesto San Giovanni presenzierà quale ospite d’onore alla conferenza di chi, propagatore delle teorie riparative, è autore di testi quali Gender (d)istruzione e Omofobia o eterofobia?

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L’ultimo lavoro narrativo di Pasquale Ferro, uno dei pochi autori Lgbti che oggi sia tradotto e distribuito in Russia, si chiama Bambola di stracci. Un apologo semplice, immediato ed esaustivo sulla natura vera e autentica dell’umanità e sulla presenza drammatica e diffusa della cattiveria e dell’ignoranza, della violenza discriminante e dell’esclusione sociale.

Ma il vero cardine del racconto di Ferro è l’amore, il desiderio di amare e di essere amati per quel che si è. Desiderio che a Barbara, la protagonista del romanzo, anima poetica ingabbiata in un corpo che non riconosce come suo, viene continuamente negato.

Pur di essere riconosciuta e accettata per quel che è, Barbara fronteggerà la solitudine, sfiderà lo stigma di chi avrebbe dovuto proteggerla e amarla, si confronterà con la delusione e l’avvilimento e svilupperà la sua forza e la sua personalità, luminosa e bellissima pure fra gli stracci.

La presentazione ufficiale del libro è avvenuta mercoledì 7 dicembre presso la Fondazione Banco di Napoli nel centro storico della città partenopea (in cui Ferro, tra l’altro, vive e lavora).

Nel corso dell'evento l’autore ha rivelato che Barbara non è un personaggio totalmente frutto d’invenzione, ma è ispirata a una creatura incontrata, alcuni anni or sono, nel Foyer del Teatro San Carlo di Napoli: tra gli scintillii di uno dei teatri più chic ed eleganti del mondo, Ferro aveva incrociato lo sguardo di una “bambola di stracci” e aveva immediatamente colto la profonda sensibilità di una storia che bisognava recuperare, sia pur nell’artificio della narrazione romanzata, e restituire al mondo.

Nella medesima presentazione, particolarmente significativa la presenza di Paola Silverii, esponente dell'associazione Vergini Sanità, del presidente del Comitato Arcigay di Napoli Antonello Sannino e del docente di Psicologia clinica Paolo Valerio che, ricordando un toccante episodio della sua lunga carriera professionale, ha sottolineato il valore umano, di testimonianza e divulgazione, di quest’ultimo lavoro di Pasquale Ferro.

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Promosso da Gaynet e dall’Ordine dei giornalisti del Lazio in collaborazione con Link Sapienza, si è tenuto il 23 novembre a Roma il corso di formazione Orientamenti sessuali e web

87 i giornalisti partecipanti e tante le persone che, presenti nell’Aula Congressi della Facoltà di Scienze politiche de La Sapienza o collegate con la diretta streaming, hanno seguito le otto relazioni.

Pubblichiamo oggi il video intervento Un inferno di torture. La questione Cecenia tra disinteresse e "fake news" di Simone Alliva, giornalista di Huffington Post L'Espresso.

 

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87 i giornalisti partecipanti e tante le persone che, presenti nell’Aula Congressi della Facoltà di Scienze politiche de La Sapienza o collegate con la diretta streaming, hanno seguito le otto relazioni.

Pubblichiamo oggi il video intervento Le persone Lgbti e le Chiese: un altalenante rapporto tra conservazione dottrinaria e volontà d'inclusione di Francesco Lepore, caporedattore di Gaynews e blogger per Huffington Post.

 

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Con l'Austria sono 14 i Paesi dell’Europa che consentono il matrimonio senza distinzione in base al sesso e all’orientamento sessuale delle persone che lo contraggono.   

La sentenza della Corte costituzionale austriaca del 4 dicembre 2017 (Verfassungsgerichtshof, G 258-259/2017-9) ha stabilito che mantenere una differenza di trattamento tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali, consentendo alle prime di accedere al matrimonio e riservando alle seconde un istituto a parte, le unioni civili, costituisce una discriminazione in violazione del principio di uguaglianza.  

E’ noto che dal 2010, quando le unioni civili furono introdotte in Austria (con legge n.111/2010), a oggi le differenze riguardanti il contenuto di diritti con il matrimonio si erano andate assottigliando grazie a interventi successivi della stessa Corte costituzionale (2013, 2015), della Corte europea dei diritti umani (2013) e del legislatore (2016). Con la conseguenza che mantenere nomi differenti a medesimi status familiari, ha affermato la Corte, produce l’effetto che “le persone con lo stesso orientamento sessuale non siano considerate uguali alle persone con orientamento eterosessuale”. Inoltre, aggiunge la Corte in un passaggio importante, “l’effetto discriminatorio è prodotto dal fatto che attraverso i differenti nomi degli status familiari, chi vive una relazione con una persona dello stesso sesso deve rivelare il proprio orientamento sessuale anche in situazioni nelle quale non è e non deve essere rilevante ed […] è più esposto alla probabilità di essere discriminato”: tema che era parso centrale anche all’indomani dell’approvazione della legge sulle unioni civili italiane.  

Considerando che l’uguaglianza è il principio costituzionale che porta iscritto nel proprio programma anche l’apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, l’espressione ‘matrimonio egualitario’ diviene sempre più esatta, tanto che alla Corte costituzionale austriaca ha rimosso dalla legge sul matrimonio le parole “due persone di sesso diverso” per ristabilirne il rispetto. Le partnership civili resteranno come opzione al matrimonio e diventeranno un istituto accessibile anche alle coppie eterosessuali

Ciò avviene a distanza di poco più di mese dalla sentenza della Corte europea di diritti umani (sentenza RATZENBÖCK AND SEYDL v. AUSTRIA del 26 ottobre 2017) con la quale, investita della questione della violazione diritto al rispetto alla vita familiare da parte di una coppia eterosessuale per l’impossibilità di accedere all’istituto della  partnership  riservata alle sole coppie dello stesso sesso, aveva dichiarato non contraria alla Convenzione la scelta dell'Austria di riservare le unioni civili solo alle coppie same sex.  

In quel caso i presupposti sui quali la Corte EDU era chiamata a decidere erano diversi, trattandosi di stabilire la conformità alla Convenzione della scelta legislativa austriaca.  La Corte costituzionale ha invece affermato la pari dignità personale e sociale tra gli individui – a prescindere dal loro orientamento sessuale – utilizzando come principi guida l’uguaglianza e il suo corrispettivo che è il divieto di discriminazione, principi che sono inscritti anche nell’articolo 3 della nostra Costituzione

Il canone antidiscriminatorio è quello che gli avvocati di Rete Lenford, e quanti hanno partecipato alla campagna di Affermazione civile tra il 2007 e il 2009, chiesero alla Corte costituzionale italiana di far rispettare quando le sottoposero il tema del matrimonio egualitario. In quel caso la Corte si  rifiutò di esaminarlo, utilizzando come argomentazione la presenza di una differenza tra coppie gay/lesbiche e coppie eterosessuali in materia di filiazione, in grado di giustificare un trattamento differenziato (sentenza n. 138/2010). L’argomentazione sembrò già allora  molto debole, perché nel matrimonio la filiazione non è un obbligo ed è solo potenziale, tanto quanto lo è nelle coppie di sesso differente e si sta dimostrando in tutta la sua inconsistenza alla luce dei nuovi arresti giurisprudenziali che, già poco tempo dopo, hanno riconosciuto alle  coppie omosessuali l’applicazione la legge sull’adozione, quanto meno relativamente alla adozione del figlio del partner, nonché i rapporti di genitorialità costituiti all’estero,  mediante il riconoscimento di sentenze di adozione e la trascrizione di certificati di nascita di bambini con due genitori dello stesso sesso.  

E’ evidente, infatti, che questa posizione si pone in contrasto con il diritto fondamentale riconosciuto ai cittadini dell'Unione europea di circolare liberamente tra i suoi Stati membri. Diritto fondamentale che viene sicuramente menomato se questi cittadini, nello stabilirsi o rientrare in Italia, perdono un tratto così distintivo della loro identità personale come quello di essere coniugati o di essere genitori. 

Ancora si scrive o si sente dire, nella circostanza di notizie come quella della Corte austriaca, che i giudici invadono il campo della politica. Occorre sgomberare il campo definitivamente da questo equivoco. Non c’è dubbio che la politica debba assumersi le sue responsabilità nei confronti delle persone omosessuali e trans, così come rispetto a tanti altri soggetti e temi che trascura o affronta avendo come principale obiettivo il consenso elettorale. L’intervento delle corti è certamente innescato da una inadeguatezza della politica a dare risposte concrete alle istanze di giustizia dei cittadini. Tuttavia i giudici sono presidio della garanzia dei diritti fondamentali delle persone e fino a quando avremo una Costituzione e dei principi i giudici sono tenuti ad intervenire al fine di tutelarli, se investiti della richiesta. L’indolenza del legislatore, per usare un'espressione eufemistica, può determinare come conseguenza la messa in mora da parte dei giudici, ma se nel primo caso la responsabilità è solo politica, nel secondo si tratta di un obbligo assegnato dalla Costituzione. In altri termini,  mentre legislatore può permettersi di non legiferare, secondo i principi e le attribuzioni previste dalla nostra Carta costituzionale il giudice non può non intervenire se chiamato a farlo. 

La pressante richiesta di tutela comporterà con sempre maggiore frequenza un intervento dei giudici e dei tribunali, chiamati a sopperire all’inerzia della politica, come dimostrato dal caso eclatante delle decisioni assunte dai tribunali italiani per accertare il diritto all’adozione del figlio del partner a seguito dello stralcio dal testo sulle unioni civili del 2016 della stepchild adoption.  

Il passo storico della Corte austriaca segna, dunque, un ulteriore arretramento dell’Italia rispetto al contesto giuridico europeo, nel quale la maggior parte dei Paesi è approdata per via legislativa o, come in questo caso per intervento giudiziale, all’estensione del matrimonio, ponendo fine a una discriminazione nei confronti del propri cittadini fondata sul loro orientamento sessuale. 

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A meno d’un mese dal sondaggio governativo (che aveva visto il 61,6% dei partecipanti a favore) il Parlamento federale dell’Australia ha oggi approvato il disegno di legge che legalizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Dopo il voto al Senato la scorsa settimana (43 sì, 12 no) il testo ha oggi ottenuto alla Camera dei Rappresentanti una maggioranza schiacciante. Dei 150 deputati soltanto quattro hanno espresso voto contrario.

Il risultato è stato accolto tra applausi e abbracci mentre in Aula si cantava We are Australian. Il primo ministro Malcolm Turnbull ha espresso la sua gioia con un tweet.

L'ultimo passo spetta adesso al governatore generale Peter Cosgrove, rappresentante della Regina in Australia, che ratificherà la legge nei prossimi giorni. Dopo l'assenso reale e altre formalità procedurali, la normativa dovrebbe entrare in vigore nel prossimo mese.

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Catolicadas, la campagna messicana di animazione realizzata dall’onlus Católicas por el Derecho a Decidir e trasmessa sul relativo canale YouTube, giungerà giovedì prossimo al settimo capitolo della nona stagione ossia, complessivamente, al centesimo capitolo.

Segno incontrovertibile dell’enorme successo d’una serie che, presentata in anteprima in occasione della Giornata internazionale delle donne nel 2012, è arrivata a realizzare otto milioni di riproduzioni su YouTube e ad avere oltre 300mila follower, di cui il 50% sono giovani con meno di 24 anni.  

Si tratta di episodi che vogliono illustrare temi quali aborto, uso dei contraccettivi, omofobia, violenza sulle donne e di genere, lavoro delle donne, immigrazione, pedofilia, intervento della Chiesa nella politica, distanza tra vescovi e fedeli. E tutto questo attraverso i personaggi di Suor Juana (che esprime valori e sentimenti comuni in accordo con la genuina tradizione evangelica) e del Padre Beto (che incarna l’immagine d’una Chiesa arroccata sul conservatorismo e sulla rigorosa adesione alle dichiarazioni magisteriali).

Come dichiato all’agenzia di stampa spagnola Efe da Sandra Fosado, portavoce dell’organizzazione no-profit (fondata nel ’94 da donne e uomini di fede cattolica per difendere in prospettiva femminista e laica i diritti delle donne e dei giovani), «Suor Juana è la nostra eroina, perché lei è la voce che ci rappresenta, perché è dietro ogni cosa che vogliamo trasmettere: una religiosa investita del ruolo di difensora dei diritti umani». E che ricorda alle gerarchie come i loro atteggiamenti e insegnamenti siano non di rado contrapposti al messaggio del Cristo.

L’ultima puntata trasmessa dal titolo La otra cara de la Luna, ad esempio, è stato incentrato sui femminicidi in Messico e le dinamiche di vittimizzazione. Suor Juana s’impegna nel difendere la famiglia di Luna, la ragazza assassinata, e si rivolge a un’avvocata. Entrambe chiedonon alle autorità d’indagare sul caso in una prospettiva di genere e denunciano l'impunità dilagante nel Paese. «Dio sta con quanti lottano per la giustizia», spiega Suor Juana.

Nell’episodio El triunfo del respeto, invece, due giocatrici della Nazionale messicana femminile festeggiano la vittoria nella finale della Coppa del Mondo dandosi un bacio sulle labbra. Il Padre Beto, antagonista di Suor Juana, considera ciò un disonore per la comunità ecclesiale. Ma Suor Juana gli ricorda che «il pregiudizio acceca le persone». Decide allora di costituire un gruppo che educhi la cittadinanza al rispetto per la collettività Lgbt perché «Gesù amò senza eccezioni».

La gerarchia cattolica non ha finora criticato il progetto. Il motivo, secondo Sandra Fosado, sta nel fatto di fondare gli episodi sui «documenti ufficiali della Chiesa o sulle testimonianze dei teologi, compresi quelli dalle posizioni più progressiste».

Sulla rete non sono mancati gli insulti ma la serie ha ricevuto soprattutto elogi. Al punto tale che la onlus cattolica ha deciso di trasformare le storie di Catolicadas in materiale didattico attraverso uno specifico manuale. Nelle prossime settimane sarà inoltre lanciato un videogioco per smartphone basato sulle avventure e gli insegnamenti di Suor Juana.

Guarda il video dell'episodio El triunfo del respeto contro l'omofobia

 

 

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Il governo canadese verserà oltre 100 milioni di dollari per risarcire i militari e i dipendenti di altre agenzie federali, la cui carriera è stata rovinata o interrotta a causa del loro orientamento sessuale. A livello generale l’accordo tra le due parti è stato raggiunto venerdì con soddisfazione di quanti e quante, per decenni, sono stati indagati, sanzionati e licenziati nel corso di quella che è passata alla storia in Canada come purga antigay.

Nei dettagli l’accordo dovrà comunque essere perfezionato col reciproco consenso delle parti e approvato dal Tribunale federale. Ma sembra che migliaia di persone potranno beneficiare d’un tale risarcimento finanziario

Il governo federale prevede inoltre di investire 250.000 dollari in progetti volti a combattere l'omofobia e a fornire supporto alle persone Lgbti in crisi. Ottawa prevede anche di celebrare nel 2019 il 50 ° anniversario della depenalizzazione degli rapporti consenzienti tra persone dello stesso sesso con un'esplicita integrazione nel Codice penale. L'allora ministro della Giustizia Pierre Trudeau, padre dell'attuale primo ministro Justin, ebbe a commentare con la frase divenuta poi storica: Lo Stato non deve occuparsi di ciò che accade nelle camere da letto dei suoi cittadini.

Entro la fine dell’anno, inoltre, sarà presentato un progetto di legge per cancellare tutti i casellari giudiziari di canadesi condannati da tribunali militari e civili per rapporti consensuali con persone dello stesso sesso. 

E, poco fa, presso la Camera dei Comuni il primo ministro Justin Trudeau ha chiesto scusa alla comunità Lgbt per le gravi discriminazioni subite negli anni dai militari e dai dipendenti delle agenzie federali a causa del loro orientamento sessuale. «Io mi scuso sinceramente - così in uno dei passaggi più toccanti del discorso - con quanti e quante sono stati indagati, incolpati o licenziati dalle Forze armate in ragione del loro orientamento sessuale. Voi ci avete mostrato onore e dedizione, noi vi abbiamo messo alla porta».

 

Poche ore prima del discorso Trudeau ha twittato un video di Historica Canada col discorso che l'attivista Charli Hill tenne, il 28 agosto 1971, sulla Collina del Parlamento nel corso della storica manifestazione We Demand per i diritti delle persone Lgbti. 

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