Oltre 3.000 persone hanno percorso, sabato 9 giugno, le strade di Pavia per quello che Flavio Romani, presidente nazionale d’Arcigay, ha definito «il Pride più bello che ci sia».

Ma la marcia pavese dell’orgoglio Lgbti, patrocinata da Provincia, Comune, Consulta provinciale degli studenti, Csv Lombardia Sud nonché dal Consolato generale Usa di Milano e dalle ambasciate di Canada e Spagna, è stata soprattutto una manifestazione a forte caratura giovanile in piena sintonia col motto programmatico Millennials – Generazioni d’Amore.

Aspetto, questo, rimarcato dall’attivista Lgbti nonché consigliere comunale M5s Giuseppe Polizzi che su Facebook ha così commentato, a fine giornata, il Pavia Pride: «Una città che ha visto migliaia di giovani partecipare a questa bellissima festa dell'eguaglianza. Siamo una grande e colorata comunità».

Tante le associazioni Lgbti presenti a partire da Arcigay Pavia Coming-Aut che, presieduta da Barbara Bassani, ha coordinato l’organizzazione del Pride.

Dai Giovani Democratici a Rifondazione Comunista non sono poi mancate le rappresentanze politiche. Particolarmente significativa quella del M5s che ha visto, tra gli altri, la partecipazione del deputato Cristian Romaniello e del consigliere regionale lombardo Simone Verni.

Un Pride dalle mille anime, dunque, ma unite nel riaffermare la piena dignità delle persone Lgbti e nel rivendicarne la parità dei diritti a fronte delle dichiarazioni non solo del ministro Lorenzo Fontana ma anche di quelle del vescovo di Pavia Corrado Sanguineti, che avevano suscitato, in marzo, un’ampia quanto motivata indignazione.

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Oltre 10.000 le persone che ieri a Trento hanno preso parte al Dolomiti Pride, la prima marcia dell’orgoglio Lgbti celebrata in Trentino Alto Adige.

Una festa di musica e colori, cui hanno partecipato, oltre alle associazioni, esponenti della politica locale e tante famiglie, anche un gruppo di uomini nei tradizionali costumi tirolesi. Una parata gioiosa che, partita alle 15:00 da Piazza Dante, si è snodata per le vie di Trento per ribadire che le persone Lgbti e le loro famiglie esistono a fronte di chi, come il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, sostiene il contrario.

È quanto ricordato a chiare lettere da Paolo Zanella, presidente d’Arcigay Trentino, sul palco di Parco delle Albere, dove si è conclusa in serata la parata. «È  il momento di resistere – ha detto –, di dire che noi esistiamo», per poi chiedere al M5s di «prendere posizione sui diritti delle persone Lgbti».

Gli ha fatto eco Alberto Nicolini, presidente di Arcigay Reggio Emilia, che, accompagnato da Tony (giovane attivista nigeriano costretto a lasciare anni fa il Paese natale a causa della sua omosessulità), ha ribadito l’importanza d’un impegno trasversale da parte della collettività Lgbti a partire da quello per i migranti e richiedenti asilo.

Plauso al Dolomiti Pride è stato espresso dal sindaco di Trento Alessandro Andreatta che ha dichiarato: «È una festa gioiosa che ha saputo coinvolgere la nostra città. Sono qui per vigilare contro ogni forma di discriminazione perché Trento è una città delle relazioni, del dialogo e del confronto, ed è inclusiva».

Sostegno  e vicinanza al Pride di Trento sono state inoltre manifestate dalla senatrice Monica Cirinnà attraverso un videomessaggio. 

 

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La storia d’amore di Claudio, aristocratico romano, unitosi in matrimonio con Porzia (che non ama), e del suo giovane concubino Ligdo è al centro del romanzo Ritorno in Egitto (Marlin edizioni) pubblicato da Giovanna Mozzillo, scrittrice e giornalista napoletana, che ci conduce, con grande attenzione e sensibilità, nella suggestiva società del III secolo, al tramonto dell’impero, in un mondo che si sta profondamente trasformando in virtù della veloce diffusione del cristianesimo.

Nella ricostruzione storica dell'autrice l’amore, quello vero, quello tra Claudio e il suo amante, è improvvisamente messo in discussione dall’etica del nuovo messaggio del Nazareno che, se da un lato professa amore e carità, dall’altro introduce nell’immaginario tardo-imperiale il senso di colpa e la vergogna per tutto ciò che afferisce al sesso e alla sfera del desiderio e dell’amore terreno.

Ecco, allora, che il romanzo di Giovanna Mozzillo, mentre ci consente di seguire le avvincenti vicissitudini dei due personaggi, divisi dal caso e da un’imprevedibile congiuntura di impegni, ci permette di riflettere sulle dinamiche profondamente sessuofobiche che, del tutto ignote agli antichi, stravolsero abitudini e rapporti di relazione dando origine al disprezzo, tuttora spesso reiterato, per la vita dei sensi e il piacere della carne. 

L’autrice, servendosi di un dettato narrativo sapientemente strutturato e della propria vasta e convincente cultura storica, restituisce al lettore il senso profondo di un corto circuito emotivo e semantico che investe un’intera epoca, facendo emergere con chiarezza le contraddizioni implicite e sempre vive nella credenza giudaico-cristiana.

Il ritorno di Claudio in Egitto, in seguito allo smarrimento antropologico-culturale di cui è vittima, è un vero è proprio “ritorno alle madri”, cioè alla cellula originaria della propria natura di uomo che gode della vita e che ama e che, in virtù del proprio intelletto e della consapevole stima per una vita fisiologicamente sana, rifiuta con decisione di vivere in un occidente “guastato” da una dottrina che nega, colpevolizza e criminalizza la legittima ricerca dell’armonia e della felicità.

 

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A dare inizio al Roma Pride, poco dopo 15:00, lo striscione del Mit, la cui delegazione è stata guidata dalla presidente Nicole De Leo e dalla presidente onoraria Porpora Marcasciano. Hanno percorso un breve tratto, prima che in testa al corteo si ponessero i rappresentanti del Coordinamento Roma Pride. Ma un gesto, quello del Mit, altamente simbolico per ricordare che i moti di Stonewall e il conseguente movimento contemporaneo di liberazione Lgbti non ci sarebbero stati senza Sylvia Rivera e le drag di Greenwich.

Dietro di loro una colorata marea umana, che si è ingrossata sempre di più durante il percorso fino a raggiungere le 500.000 persone.

18 i carri, tra cui quelli delle ambasciate di Canada e Regno Unito. E poi le associazioni Lgbti (dal Mieli ad Arcigay, dal Mit a TGenus, da Famiglie Arcobaleno ad Agedo, da Rete Genitori Rainbow al Colt, da Globe-Mae a Plus, da Gaynet a Gaylib, da Senes ai Leather Club italiani, da Di'Gay Project a Gaycs), le organizzazioni umanitarie nonché sigle sindacali come la Cgil, rappresentata dalla segretaria Susanna Camusso.

Presenti esponenti del mondo politico come l'europarlamentare Daniele Viotti, il segretario reggente del Pd Maurizio Martina, la senatrice dem Monica Cirinnà – che, salita sul carro del Mieli durante il percorso, ha fatto cantare ai partecipanti l’Inno di Mameli –, la deputata di +Europa Emma Bonino, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Assente, invece, la sindaca Virginia Raggi, anche se per l’amministrazione capitolina c’erano il vicesindaco Luca Bergamo e alcuni assessori.

Il Roma Pride, che ha avuto due testimonial d'eccezione nei partigiani Modesto (92 anni) e Tina Costa (93 anni), è stato il primo (insieme a quelli di Pavia e Trento) a essere celebrato dopo le discusse dichiarazioni del ministro Lorenzo Fontana e il voto di fiducia al governo.

Un’occasione, dunque, per reagire a chi nella Lega vorrebbe relegare al silenzio e all’inesistenza le persone Lgbti, come sottolineato con fermezza in Piazzale Madonna di Loreto dal presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli Sebastiano Secci.

Un’occasione per ribadire al M5s che non è possibile non prendere le distanze da tali posizioni fascisteggianti, che non è possibile – come ripetuto da tanti loro esponenti negli ultimi giorni – contrapporre diritti civili a diritti sociali, essendo gli uni strettamente correlati agli altri.

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Alla vigilia del Roma Pride si è svolta ieri sera, a partire dalle 20:30, presso il Teatro Quirinetta la cerimonia di gala in occasione del 35° anniversario di fondazione del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli. A fare gli onori di casa Sebastiano Secci, presidente della storica associazione romana, insieme con la sua vice Rossana Praitano.

Tanti i momenti salienti della manifestazione ma il più toccante è stato costituito dalla rievocazione che, dei sette lustri di attività del Circolo, ha fatto un socio fondatore dello stesso nonché militante storico quale Vanni Piccolo. E per farlo Vanni ha fatto ricorso al genere epistolare attraverso la struggente lettura d’una lettera a una “giovane amica” sull’esempio – benché con motivazioni ovviamente differenti – dell'Alexis ou le Traité du vain combat di Marguerite Yourcenar.

Di quella lettera, che ha portato alla fine un’intera platea, visibilmente commossa, ad alzarsi in piedi e applaudire per più minuti, Gaynews offre ai lettori e alle lettrici il testo completo.

Mia giovane amica,

Uso volutamente il femminile ribaltando la grammatica di genere perché il femminile ha rappresentato la dimensione di ispirazione della nostra rivoluzione ed è al femminile che il movimento ha iniziato le sue battaglie quella notte del 28 giugno del 1969 nello storico Stonewall.

Non è senza emozione, ma è anche con un certo imbarazzo, che irrompo nella tua giovinezza nella tua spensieratezza nei tuoi sogni nei tuoi progetti di vita. E forse anche nei tuoi amori, per parlarti del passato, della storia del nostro movimento, della nascita del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, al quale tu oggi ti stai avvicinando.

Sono passati ben 35 anni. Difficile rappresentare ad un ventenne di oggi le condizioni storiche degli inizi degli anni 80, ma ci provo.

La tua è la generazione dei social, la nostra quella del passaparola, la tua quella dei WhatsApp, la nostra quella delle cartoline illustrate, la tua quella dei viaggi con Ryanair, Blablacar e Airbnb, la nostra quella dell’autostop e del sacco a pelo, la tua quella delle mail, la nostra quella dei comunicati stampa consegnati a mano, sempre lo stesso itinerario: l’Unità e Paese sera a via dei Taurini, Repubblica a Piazza Indipendenza, il Messaggero a via del Tritone, il Manifesto  e il Corriere della Sera a via Tomacelli, per chiudere con Il Tempo a Piazza Colonna. Per fortuna proprio dietro Piazza del Parlamento c’era il Cinema Olimpia, con proiezioni di film d’essai, e anche uno dei posti d’incontro all’epoca più frequentati a Roma, e con sicuro successo.

Purtroppo è un doloroso fatto di sangue che dà impulso al movimento romano agli inizi degli anni 80. Salvatore Pappalardo, un giovane operaio torinese in vacanza a Roma, nel maggio del 1982 viene selvaggiamente ucciso a bastonate a Monte Caprino.

Questo fatto scuote le coscienze omosessuali romane e nazionali. Le reazioni furono immediate e tali da consentirci di organizzare in poco tempo una emozionante manifestazione nazionale.

Piazza del Campidoglio, quel pomeriggio era proprio stupenda.

C’erano proprio tutti e da Piazza Venezia a Piazza Navona fu una trionfo di striscioni e di slogan,  i nostri famosi slogan. Mille persone, una folla per il 1982, tra cui molti esponenti e militanti dei partiti della sinistra, ma soprattutto tantissimi omosessuali che portavano in piazza il loro dolore e la loro rabbia, ma anche, per la prima volta, la loro identità e le loro rivendicazioni. Grande la commozione  alla fiaccolata che chiuse la manifestazione a Monte Caprino.

Il sostegno delle Istituzioni e della politica ci convinse ad aprire il dialogo, per incalzare i partiti sull’attenzione alla condizione omosessuale e transessuale e venne rinnovata al Comune la richiesta di un Centro Polivalente di Cultura omosessuale.

Quel “sì” del Sindaco Vetere alla Sala Borromini accese molte speranze, ma dovemmo aspettare molti anni.

Ci chiamammo Movimento Unitario omosessuale romano, ma la sigla MUOR  non apparve beneaugurante e si trasformò in CUOR, Coordinamento unitario omosessuale romano.  Via via nacque l’esigenza di essere riconosciuti giuridicamente. Il dibattito fu animato e appassionante sulla scelta del nome da dare alla nascente associazione.

Mi piace ricordare Ugo Bonessi che subito fece il nome di Mario Mieli, conosciuto e amato da tutti, che si era suicidato qualche mese prima.

Sicuramente, la lettura di “Elementi di critica Omosessuale”, l’affettuosa ammirazione e condivisione del suo provocatorio impegno politico, l’originalità del personaggio, convinsero tutti. Ed è così che nel maggio del 1983 nasce il CIRCOLO DI CULTURA OMOSESSUALE “MARIO MIELI”.

Bruno Di Donato, infaticabile attivista del FUORI ne fu il primo Presidente. E Marco Bisceglia, l’ispiratore di Arcigay il primo Vice presidente. A loro è dovuto un doveroso ricordo di affetto e gratitudine.

Io fui il primo segretario.

Il movimento era impegnato in un fermento di programmazione culturale. L’opinione pubblica più attenta, i partiti della sinistra più sensibili, le istituzioni più disponibili. Furono segnali incoraggianti la nascita di Babilonia e la presa del Cassero a Bologna. Indimenticabili i campeggi gay! A Roma vengono celebrate le tre giornate dell’orgoglio omosessuale con il patrocinio e il contributo del Comune di Roma. Voglio trasmetterti l’emozione di un ricordo di quei giorni: su tre enormi striscioni nelle vie del centro la parola omosessuale usciva dalla clandestinità e trionfava scritta in alto nel cielo di Roma.

Stavamo vivendo la nostra favolosità tra discussioni, ironie, ienate, travestimenti, raduni, affetti. Eravamo immersi in una dimensione di orgoglio e di entusiasmo, migrando ovunque ci fosse un’occasione di incontro, di confronto, e soprattutto di conoscenza reciproca delle nostre vite che ha costituito il collante affettivo della nostra militanza, programmando iniziative culturali per abbattere il muro dell’ignoranza e del pregiudizio, senza perdere di vista i piaceri della seduzione e della sessualità, tra tacchi a spillo, parrucche e boe di struzzo. Eravamo irresistibilmente FAVOLOSE!

All’improvviso siamo stati costretti a prendere coscienza che l’Aids, quella strana novità che arrivava da oltroceano, non era solo una parola astratta che i ragazzotti napoletani storpiavano in Adidas, ma una malattia reale che aveva già mietuto molte vittime nella comunità omosessuale americana.

All’improvviso tutto si ferma.

La nostra liberazione sessuale perde di senso reale, bisogna confrontarsi con un nuovo spaventoso nemico: fu il panico, lo smarrimento, la paura, soprattutto per la carenza di informazioni e di punti di riferimento.

La nostra avanzata subisce una profonda battuta d’arresto, e fummo costretti ad organizzarci per far fronte a un bisogno di informazione ancora molto vaga e sicuramente poco rassicurante. La società omofoba e bigotta conia il binomio omosessuale=malato di Aids. Eravamo visti come moderni untori del morbo gay, del castigo di dio, come ebbe a esprimersi il cardinale di Genova Giuseppe Siri. E la chiesa tuonò: “l’Aids lo prende chi se lo va a cercare!” 

Una immensa triste solitudine sociale.

Per questo vorrei raccomandarti il rispetto delle persone sieropositive e la condanna di chi oggi parla di loro come “di persone che si sono fatte allegramente sborrare nel culo senza preservativo”. Queste posizioni bigotte e moralistiche offendono i nostri morti, il nostro impegno, la nostra storia.

Fortunatamente l’Istituto Superiore di Sanità per conto dell’OMS ci chiese di collaborare per un’indagine su un campione di 50 persone da sottoporre a delle analisi. Ci sentimmo cavie, ci sentimmo umiliati, ci sentimmo fragili, ma capimmo l’importanza di questa collaborazione e senza esitazione decidemmo di sostenere la ricerca contro questa malattia.

Non era ancora il tempo del kit ELISA, quindi era necessaria, oltre al prelievo di sangue, l’offerta di urina e di sperma. Non avevamo sedi adeguate come quelle di oggi ma sottoscala di partiti, così in pratica ridendo come pazze sulle foto di giornaletti porno, i video non erano ancora di moda, ci siamo fatti delle grandi seghe nella sede del PDUP che ci ospitava in quel momento,  molestando i compagni del partito per potere arrivare all’orgasmo e donare come fossimo delle mucche la nostra dose di sperma fresco di giornata.

Alla fine la nostra collaborazione diventò un servizio per la comunità.

Informammo con un depliant su tutte le pratiche a rischio, chiamandole  con il loro nome perché la gente capisse, e credimi, quello fu un esaltante momento di grande coraggio.

Perché contrapponemmo la nostra attenzione alla salute, all’approccio moralistico delle istituzioni, che forse in cuor loro speravano che l’AIDS facesse sparire i froci dalla faccia della terra.

Furono momenti terribili. Molti dei protagonisti della nostra rivoluzione non c’erano più. Voltandoti indietro all’improvviso erano spariti. E ci sentimmo ogni giorno più soli.

Ma continuammo nel nostro impegno.

Due nomi per tutti consegno alla tua memoria: Bruno Di Donato e Marco Sanna.

Assistemmo a funerali umilianti senza spazio né per il dolore, né per il rispetto, celebrati frettolosamente tra omelie moraliste e famiglie ansiose che tutto finisse in fretta.

Ho assistito, personalmente, all’allontanamento sprezzante, umiliante e doloroso dal letto di morte della persona amata, del compagno di vita di  tantissimi anni. Ho visto la disperazione negli occhi di entrambi, mentre la famiglia genitoriale si riappropriava cinicamente di quel figlio vergogna, che finalmente la morte cancellava, ripristinandone la rispettabilità sociale.

E’ da questa disperazione che nacque l’esigenza di lottare per ottenere un riconoscimento giuridico dell’amore tra persone dello stesso sesso, perché quella disperazione non si ripetesse più. Perché nessuna madre nessun padre, nessuno, potesse allontanare il compagno del proprio figlio dalle sue braccia e dalla sua vita. E perché quel legame assumesse la dignità, il rispetto e i diritti della famiglia.

Tu oggi ama senza paura, senza riserve, e lotta perché nessuno irrida o addirittura neghi l’esistenza del tuo amore e il tuo desiderio di genitorialità.

Intanto il Circolo Mario Mieli era diventato un importante punto di riferimento per la comunità romana. Siamo stati proprio bravi e così siamo diventati Centro di Sorveglianza dell’Osservatorio Epidemiologico Regionale, diretto da Carlo Perucci e grazie a lui fu aperto il Centro Aids presso l’ospedale San Giovanni Addolorata, con la collaborazione del Circolo Mario Mieli. Pur con pochi mezzi e con una organizzazione improvvisata  credo di poter affermare che la nostra risposta si possa definire “eroica”.

Dalla sede provvisoria di Piazza  Vittorio finalmente occupammo uno spazio in via Ostiense, tra Mangiafuoco e l’Agesci. Ricordo ancora quel tardo pomeriggio quando scaricammo le poche cose , tra cui tutto l’occorrente per allestire uno studio medico che ci aveva fornito l’Assessora alla Sanità del Comune di Roma, Franca Prisco, tra la curiosità e la diffidenza dei vicini. Quello spazio oggi è conosciuto a livello nazionale.

Alla fine degli anni '80, grazie al nostro impegno e al nostro lavoro, il Circolo ebbe un cospicuo contributo da destinare alla informazione e alla comunicazione. Stampammo tanto materiale, ma le strutture ricreative non furono collaborative. E non potevamo certo andare nei luoghi d’incontro a offrire il nostro depliant, spiegare il corretto uso del preservativo, mentre il nostro potenziale interlocutore era intento  a soddisfare altre voglie.

E così per poter incontrare direttamente la popolazione gay cominciammo a gestire una serata  a via dei Fienaroli a Trastevere.

Creativo animatore Francesco Simonetti, che qualche anno dopo, a soli trentatré anni, l’aids si porterà via.

Io intanto facevo la spola da Parma perché avevo vinto il concorso per preside gay, e animavo le serate col mio personaggio surreale, la divina presentatrice Messalina, che si era già sbattuta abbondantemente in tutti i favolosi campeggi gay.

Dopo poche settimane a via dei Fienaroli c’è la fila.

A settembre del '90 ci fu la indimenticabile festa al Mattatoio, chiamata Muccassassina, con riferimento alla grafica molto dark che rappresentava delle mucche con la falce che erano tornate per vendicarsi di essere state mattate.

Grande successo che indusse a cercare uno spazio discoteca individuato al Castello, vicino al Vaticano, dove prima c’era un cinema porno, il Mercury, paradiso dei militari, in particolari dei marinai che…

Mi fermo mi rendo conto che sto inseguendo ricordi , sì  tanti  ricordi…. Ma intanto era nata Muccassassina, che col suo grande successo, che continua ancora oggi, ci aiutò a fare informazione, a distribuire preservativi, e a offrire realmente un luogo di aggregazione.

Per la cronaca la sera dell’inaugurazione alla cassa c’era Messalina, vestita tale e quale come la cassiera del cinema porno, con una splendida cotonatura bionda e un maglioncino rosa con fiori stampati:

“Prenda pure un preservativo, prego. Porta fortuna”.

Ma devi sapere che l’aids non è ancora sconfitto. Come non è sconfitta l’omofobia.  Non sacrificare il tuo piacere ma salva la tua salute, con ogni mezzo che la scienza ti offre a sua tutela. E non sacrificare il tuo amore. In quegli anni, in una scuola, una ragazza mi disse: “ma cosa mi vorresti dire, che la prima volta che lo faccio devo usare il preservativo?” Le risposi: “mi piange al cuore, ma devo risponderti “sì”. E se tu oggi mi chiedessi: “cosa vorresti dirmi, che io non posso baciare per strada la persona che amo?”, ti risponderei: “ne hai tutto il diritto ma mi piange il cuore dirti che nella la società ancora c’è tanta omofobia che spesso si manifesta in violenza contro la nostra felicità”.

Questa è la testimonianza che ti consegno.

Con lo stesso impegno con la stessa gioia con lo stesso amore con lo stesso orgoglio.

Ti voglio bene.

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Sono tre i Pride in programma per domani, sabato 9 giugno. Si sfilerà a Pavia, a Trento e  a Roma. In tutte e tre le città l’appuntamento è fissato alle ore 15:00.

A Pavia la marcia dell’orgoglio Lgbti si muoverà da piazza Italia per terminare in piazza Guicciardi, dove si terranno i discorsi dei portavoce. A Trento, invece, che si appresta a vivere il suo primo Dolomiti Pride organizzato con cura, soprattutto, grazie all’impegno del presidente del locale comitato Arcigay Paolo Zanella, si partirà da piazza Dante per raggiungere il Parco delle Albere, dove la festa proseguirà fino a notte inoltrata.

A Roma, infine, ci si muoverà da Piazza della Repubblica. Sarà soprattutto quello della capitale a caricarsi di particolare significato politico, essendo i Pride di domani i primi a essere celebrati dopo le discusse dichiarazioni del neoministro Lorenzo Fontana e il voto di fiducia al governo Conte.

Oltre alle adesioni delle ambasciate di Canada, Francia, Regno Unito, Germania il Roma Pride vedrà la presenza del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, della consigliera regionale Marta Bonafoni, della capogruppo M5s Roberta Lombardi alla Regione Lazio, del vicesindaco di Roma Luca Bergamo con vari assessori della Giunta capitolina. Ma non quella della sindaca Virginia Raggi.

Parteciperanno altresì, fra gli altri, l’europarlamentare Daniele Viotti, il segretario reggente del Pd Maurzio Martina, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, il deputato di +Europa Riccardo Maggi e, ovviamentew, la senatrice Monica Cirinnà, madrina della legge delle unioni civili nonché socia del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

Ed è stato il presidente del Mieli, Sebastiano Secci, a coordinare, in qualità di portavoce del Roma Pride, l’organizzazione della parata e degli eventi previ che si sono tenuti alla Gay Croisette nello spazio di Largo Venue. Una settimana di spettacoli e dibattiti – tra i quali, ieri, quelli con la segretaria della Cgil Susanna Camusso e con Daniele Viotti e Franco Grillini -, la cui conclusione si avrà oggi con la serata di gala presso il Teatro Quirinetta in occasione del 35° anniversario di fondazione del Circolo.

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È iniziata alle 12:00, dopo il saluto del sindaco Ron Hulday, la Pride Parade di TelAviv, giunta alla sua 20° edizione. Tra le maggiori al mondo, la manifestazione è la più grande dell'Asia e del Medio Oriente: lo scorsoanno vi hanno preso parte 200mila persone, di cui 30mila stranieri.

Lo slogan del 2018 è La comunità celebra la propria storia alla luce di tre ricorrenze: i 10 anni della fondazione del Gay Center a Tel Aviv, i 20 anni dalla prima marcia dell’orgoglio Lgbti e i 70 anni dalla costituzione dello Stato di Israele.

Da giorni la città è imbandierata con vessilli arcobaleno. La parata si concluderà con una mega party in riva al mare che andrà avanti tutta la notte. Alla festa parteciperà Netta Barzilai, la cantante israeliana che ha vinto l'ultima edizione dell'Eurovision Song Contest.

Anche quest’anno non sono mancate, in ogni caso, contestazioni transnazionali da parte di militanti Lgbti che hanno mosso al governo israeliano l’accusa di rainbow washing con riferimento alle recenti uccisioni di palestinesi durante la Marcia del ritorno (30 marzo-15 maggio 2018) e, più, in generale alla condizione degli stessi nella Striscia di Gaza.

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Sulla questione famiglie arcobaleno e genitorialità delle persone omosessuali il ministro dell’Interno Matteo Salvini, da consumato animale politico, continua a fare il gioco delle tre carte nel delicato equilibrio tra le istanze dei verdi di partito e quelle dei gialli di cogoverno.

Se, a fronte delle massicce reazioni alle dichiarazioni di Lorenzo Fontana rilasciate il 2 giugno, si era visto costretto a smentire cautamente, poche ore dopo, l’omologo leghista, il 6 giugno a Brindisi non ha esitato a rassicurare il suo elettorato – soprattutto la porzione cattolica legata alle galassie del Family Day e di ProVita – dichiarando: «Farò tutto quello legalmente, umanamente e civilmente possibile perché la mamma continui a chiamarsi mamma e il papà continui a chiamarsi papà. Un bimbo viene al mondo se ci sono una mamma e un papà. E viene adottato se ci sono una mamma e un papà».

Non a caso una salviniana di ferro come la neodeputata 30enne Vania Valbusa, che è in attesa di Anna (o Elena), ha pensato bene di presentarsi il 6 giugno alla Camera, in occasione del voto di fiducia al governo Conte, con una t-shirt rosa recante la scritta Sono una mamma, non sono un utero in affitto e di farsi così fotografare col concittadino Fontana. Una risposta alla senatrice Monica Cirinnà che, il giorno prima, si era recata in Senato. Anche lei con una t-shirt rosa: quella però dell’associazione Famiglie Arcobaleno.

Anche nel caso di Valbusa un messaggio chiaro alla falange elettorale gandolfiniana, che a Palazzo Madama ha il suo rappresentante in Simone Pillon e, fedele alla linea del caro leader bresciano, correla artatamente (o forse ignorantemente) la gestazione per altri alle coppie omosessuali maschili sottacendone il ricorso maggioritario da parte di coppie eterosessuali sterili.

E proprio Pillon, che di Gandolfini è legale nella causa intentagli da Arcigay per diffamazione continuata, è stato uno dei senatori della Lega a prendere la parola, in occasione del voto di fiducia al governo nell’aula di Palazzo Madama, dichiarando fra l’altro: «Bene avete fatto a prevedere un ministro, e quel ministro, quale titolare del dicastero della famiglia e della disabilità

Benissimo avete fatto a proporre una giustizia a misura di famiglia prevedendo l’affido materialmente condiviso per i figli delle coppie separate, perché è sacrosanto diritto dei bambini, previsto dalla convenzione Onu, crescere con la loro mamma e il loro papà».

Non senza un finale impetratorio misto a osservazioni di sapore wojtyliano: «Mi permetto infine di ricordare le vere radici culturali e sociali del nostro Paese, perché non si può pensare, come fa qualcuno, di mantenere i valori cristiani recidendo, con assurde pretese ideologiche, le nostre radici cristiane. Lo dico ai colleghi del PD: lo Stato è laico, non laicista. Signori del governo, saremo felici di collaborare con voi. Buon lavoro! E che Dio benedica l’Italia».

Ma tali dichiarazioni dal sapore naturalfamilistico e clericale iniziano a stare strette e a suscitare disappunto, se non malumore, nelle file del M5S. Dopo l’iniziale silenzio dei pentastrali, rotto nella tarda serata del 2 giugno da alcune affermazioni calibrate di Morra e dell’ex parlamentare Di Battista, sembra che qualcosa inizi a muoversi.

Ieri sera, intervistato a Piazzapulita su La7, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, pur ribadendo che si tratta d'una sua «opinione personale», ha dichiarato: «Per me le famiglie arcobaleno esistono».

Ma è soprattutto a livello regionale e locale che la discrepanza di vedute è ancor più netta.

Sempre ieri, ad esempio, la capogruppo Roberta Lombardi alla Regione Lazio, ospite del programma di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora, condotto da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari, ha dichiarato senza troppi giri di parole: «Secondo Fontana le famiglie arcobaleno non esistono? Consigliamo al nostro alleato Fontana di aprire gli occhi. E vedere la realtà intorno a lui».

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Oramai s’inizia a perdere il conto dei sindaci che procedono alla registrazione anagrafica di bambini quali figlie di coppie di persone dello stesso sesso. È di alcuni giorni fa – ma resa nota solo oggi – la notizia della trascrizione dell’atto di nascita di E., nata l’anno scorso in Belgio, da due madri presso gli Uffici comunali di Rovereto. Si tratta del primo caso in Trentino.

Come comunicato dall’avvocato Alexander Schuster, legale delle due mamme che hanno preferito mantenere l’anonimato, «i funzionari del Comune hanno raccolto pareri a favore della trascrizione, che si è perfezionata nei giorni scorsi. La piccola E. è nata da una donna italiana originaria di Rovereto e ora residente in Belgio, coniugata con una donna non italiana.

Dopo la trascrizione dell’atto di matrimonio resa possibile dalla legge sulle unioni civili nel 2016, ora la bella notizia che la famiglia è riconosciuta nella sua interezza nei registri dello stato civile della Repubblica italiana».

Una notizia, questa, che giunge alla vigilia dell’importante convegno che, proprio sulla filiazione con due madri, si terrà a Trento, dove sabato avrà luogo il Dolomiti Pride (il primo Pride della Regione Trentino Alto Adige Südtirol).

L’avv. Alexander Schuster ha dichiarato nel merito: «Ero fiducioso che, dopo gli inevitabili approfondimenti tecnici, la città della Quercia sarebbe giunta a rispettare la nostra Costituzione e il diritto italiano. Come studio legale speriamo presto di poter annunciare che Rovereto non è isolata in Trentino quanto a rispetto dei diritti civili ».

A Sarzana, centro dello Spezzino per aver dato i natali all’umanista Tommaso Perentucelli (Niccolo V), il sindaco Alessio Cavarra ha invece oggi trascritto l’atto di nascita estero di un bambino registrandolo quale figlio di due papà.

«Sono davvero molto contento – ha scritto su Facebook –, quale uno degli ultimi atti del mio primo mandato, di essere riuscito a firmare l'atto di nascita di G.A, un bambino che da oggi è ufficialmente figlio di due papà e che potrà vivere e crescere nella sua famiglia arcolabaleno inserita nella nostra comunità, a testimonianza dello spirito e della civiltà di una grande città come la nostra».

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Vanni Piccolo non ha bisogno di presentazione. Storico militante del movimento Lgbti e socio fondatore del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, ha ricevuto nel mese scorso il Premio Abbraccio – Agedo 2018.

A due giorni dal Roma Pride Gaynews l’ha raggiunto per raccoglierne impressioni e valutazioni sull’attivismo arcobaleno italiano in relazione all’odierno clima politico.

Vanni, qual è secondo te lo stato attuale del movimento?

Quanto sta succedendo sullo scenario politico non può sorprendere completamente il movimento di liberazione omosessuale. Forse sorprende di più, e a mio avviso deve preoccupare di più, l’aspetto sociale di questo scenario, cioè la convergenza popolare verso le destre in tutta Europa. 

Certo il movimento di oggi ha più spazi di riconoscimento sociale e anche di azione. Ma sarebbe sacrilego scambiare un risultato parzialmente positivo, sicuramente importantissimo, per conquiste radicate nella cultura sociale del nostro Paese.

Le dichiarazioni del ministro Fontana hanno provocato una condanna corale da parte delle diverse anime del movimento: qual è a tuo parere il motivo?

Le dichiarazioni, rilasciate gli scorsi giorni dal ministro Fontana, non sono altro che le stesse che sentiamo ormai da molto tempo e contro le quali non abbiamo trovato gli strumenti giusti. Solo che oggi quelle dichiarazioni sono amplificate dalla tribuna del Governo e quindi acquistano la valenza di una minaccia più reale: dichiarazioni che hanno comunque un tratto di novità, perché puntano alla negazione dell’esistente, dichiarano inesistente una realtà riconosciuta giuridicamente da una legge dello Stato.

C’è un’evidente volontà di negare le nostre esistenze. Non posso fare a meno di riandare col pensiero al periodo fascista, quando si negava che nella virile e maschia Italia ci potessero essere “ricchioni”: oggi la presenza dei “ricchioni” non può essere negata, ahiloro!, ma non deve essere riconosciuta né tanto meno può essere riconosciuta come famiglia.

Come reagire dunque a tutto ciò?

Certo dobbiamo essere molto preoccupati, ma non dobbiamo avere paura. Non dobbiamo rintanarci, perché saremmo stanati e sbranati. Per contro non dobbiamo abbassare la guardia. Credo che dovremmo cercare sponde solidali e collaborative nei settori democratici della società e nella parte progressista del mondo cattolico, che rifiuta di sentirsi complice di questa restaurazione medioevale e oscurantista. Sono sicuro che i toni da crociata e i richiami a tempi molto bui scuoteranno anche le loro coscienze .

Dobbiamo riorganizzare la nostra lotta, rafforzare la nostra militanza, rianimare tutto il nostro orgoglio. Credo anche che dobbiamo essere vicini alle ragazze e ai ragazzi delle nostre famiglie. Ragazze e ragazzi, che forse non hanno ancora maturato il filtro necessario per confrontarsi con parole così dure verso la loro giovane serena esistenza. Dobbiamo saper anche incoraggiare e sostenere quelle giovani coppie che sono arrivate all’amore attraverso un percorso sereno amicale e oggi, mentre ancora sono avvolte dall’emozione del loro “sì, si confrontano con sgomento con parole di negazione del loro amore.

Siamo nel pieno dell’Onda Pride, che è stata preceduta anche, quest’anno, dalle solite polemiche politiche e non solo. Non credi che bisognerebbe forse ripensare a un Pride nazionale sì da lanciare un messaggio forte alle istituzioni?

Il Roma Pride del 9 giugno prossimo è la prima manifestazione di massa dopo l’insediamento di questo governo. E non a caso ha come slogan: La liberazione continua. E allora ci devono vedere in massa, con tutta la nostra favolosità, tutta la nostra libertà espressa in tutte le forme, con tutto il nostro amore, le nostre famiglie, i nostri amici.  E non vogliamo essere soli. L’attacco alla comunità Lgbti è un attacco alla democrazia, alla sfera dei diritti e delle libertà. È un attacco alla civiltà e al progresso, alla cittadinanza europea, all’accoglienza, alla solidarietà, al sentimento di umanità, concetti che sono alla basa del vivere civile.

Il Roma Pride deve costituire l’occasione per manifestare l’opposizione di tutte e tutti contro un governo antidemocratico, liberticida, razzista, fascista, oscurantista. A partire da noi, persone Lgbti, offese e ferite nella nostra dignità, nelle nostre vite, nei nostri amori, nei nostri affetti più cari. Un grande fiume arcobaleno in piena deve confluire al Roma Pride.

Senza affatto sminuire le locali marce dell’orgoglio dell’Onda Pride, la cui portata è di grandissima importanza, credo che, quest’anno, il Pride di Roma debba essere un Pride nazionale. Roma è la sede della politica nazionale e solo da Roma può arrivare una voce forte chiara e unitaria ai palazzi della politica. Credo sarà necessario ripensare, anche per i prossimi anni, all’idea di un Pride nazionale a Roma come manifestazione di tutto il movimento.

Il momento politico, come dicevo, lo impone. Sono sicuro che saranno con noi tutti coloro che si identificano in modo intelligente, sano e libero nei valori cristiani e che si rifiutano di accettare una visione così gretta e limitata di questi valori. Ovviamente anche i componenti di quei partiti di tutti i colori politici che hanno a cuore la democrazia.

La trasversalità della lotta sarà una grande forza. Serve un atto fortemente dimostrativo, unitario,  con la presenza di tutte le associazioni, da Arcigay ad Agedo, con tutti i comitati locali, e di tutte le altre sigle presenti nel territorio. Lo so che tutto ciò richiede rinunce e un grande sforzo organizzativo, ma la storia si scrive col coraggio e col cuore. Dobbiamo sommergerli, soffocarli, sotterrarli con la nostra presenza.

Dobbiamo far vedere che esistiamo e che siamo tanti, tantissimi e che non ci faremo spaventare dal loro razzismo, dal loro odio e dalla loro omofobia. La nostra favolosa rivoluzione, non a tutti i costi gentile, continua con la nostra forza unitaria, con l’armata dell’amore.

Vanni, oggi senti ancora in te l’entusiasmo di una volta? Quale, in conclusione, il contributo che può venire da attivisti con una profonda esperienza come la tua?

In questo momento ognuno deve fare la sua parte. Non c’è un’età per dire ho già dato e concludere la propria militanza. Come gli eroi della Resistenza, noi con più anni di impegno siamo chiamati a testimoniare l’attualità della rivoluzione e a essere vicini alle nuove generazioni col nostro rinnovato entusiasmo.

Io ci sarò, con i miei 78 anni e mi farò tutto il percorso. Ci sarò insieme agli altri ad accogliervi  con il mio orgoglio, la mia fierezza, la mia favolosa cravatta. E vi abbraccerò con l’amore di un vecchio militante che ha lottato e lotta perché il nostro amore trionfi.

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