Dal 10 al 15 aprile, al Teatro Out Off di Milano (via Mac Mahon, 16), andrà in scena l’interessante studio teatrale su Mario Mieli, prodotto dal giornalista Maurizio Guagnetti e da Irene Serini. L'attrice, che ha già lavorato con Luca Ronconi, Tonino Conte, Gioele Dix, Serena Sinigaglia e altre importanti realtà artistiche della scena italiana, è anche regista e interprete d'uno spettacolo dai trenta intensi minuti.

Irene Serini recupera la formula del teatro antico che vede il pubblico seduto in cerchio. E, all’interno di questo cerchio, proverà a rievocare la figura e lo spirito di Mario Mieli, rivoluzionario precursore delle lotte italiane di rivendicazione Lgbti. Primo filosofo nostrano ad aver indagato il difficile rapporto con la femminilità propria di ogni essere umano, con l'identità sessuale e con il desiderio represso.

Lo spettacolo si chiama Abracadabra. Incantesimi di Mario Mieli, il mago del gender. Rappresentato per la prima volta lo scorso anno a IT Festival, arriva all'Out Off di Milano con Studio#2, il secondo atto di uno spettacolo non finito e per certi versi infinito.

Per conoscerne di più, raggiungiamo telefonicamente Irene Serini.

Irene, ci spiega come e perché si è avvicinata figura di Mario Mieli? E quali sarebbero i suoi incantesimi?

Il primo a parlarmi di Mieli fu un giornalista e grande amico: Maurizio Guagnetti. Mi diede in mano Elementi di critica omosessuale e, in un giorno d'influenza, lessi la prima pagina: mi staccai dal libro tre giorni dopo. L'influenza era passata ed ero avvolta dalla strana sensazione di essere una persona diversa da prima, non solo per questioni di temperatura. Come se quel libro fosse stato un medicinale iniettato nel cervello, in grado di cambiare il mio sguardo sul mondo. Magia? Chissà. 

Da lì in poi molti sono stati gli incontri: sia con chi ha conosciuto Mieli direttamente (divertendosi assai e avendo molto da ricordare) sia coi libri di chi ha portato avanti il suo pensiero elaborandolo all'interno dei gender studies. Ritrovo gli ingredienti delle sue "pozioni magiche" in alcuni tratti del pensiero di Judith Butler ma anche di Flavia Monceri, quando propone d'interrogarsi a fondo e con cura su cosa sia l'identità, chi sia a determinarla e a chi serva questa [benedetta o maledetta o comunque noiosissima] identità.

Decisi di portare tutto questo a teatro. Ma compresi fin da subito che la natura di Mieli imponeva l'evasione. Che bisognava scombussolare leggi e confini. Fu lì che ritrovai Maurizio, il mio iniziatore, ed insieme elaborammo un progetto di cui il monologo non è che il primo mattone e che prevede, tra le varie, la realizzazione di un docufilm che finanzieremo attraverso una campagna di crowdfunding.

Il suo spettacolo è una specie di seduta spiritica per rievocare domande che più dividono la società contemporanea in tema di sessualità e identità di genere. Ma qual è l’interrogativo che ritiene più pressante e più divisivo in questo momento?

Quando smetti di recitare? Cosa trovi al di là della recita? Può sembrare strano ma questi sono interrogativi realmente incandescenti in questo percorso.

L'identità di genere quanto la sessualità hanno a che fare con la rappresentazione più di quanto non si possa intuire, hanno a che fare con la riconoscibilità da parte degli altri. Aveva ragione Shakespeare: Tutto il mondo è un teatro e gli uomini e le donne non sono che attoriAttori a cui Mario Mieli propone di smettere di recitare per "scoprire le straordinarie risorse dell'esistenza...al di là della recita" È necessario superare i limiti imposti, per scoprire se stessi e l'universo circostante.

Sinteticamente, cosa fece di Mario Mieli un pensatore scomodo e anticonformista? C’è un aspetto dell’eccentricità di Mieli nei confronti della quale lei ha delle reali perplessità?

Del pensiero di Mario Mieli accolgo tutto. Consapevole di avere a che fare con un pensatore anni '70. Anni aggressivi rispetto ai nostri, in cui la provocazione era una modalità d'espressione molto presente. Oggi provocare sembra in parte passato di moda, difficilmente fa ottenere risultati evidenti, tanto meno fa guadagnare una buona qualità d'ascolto da parte di chi la pensa diversamente.

Ribadisco: nulla del pensiero di Mario Mieli mi disturba, perché lo accolgo instaurando un dialogo con esso, e non considerandolo istruttivo alla maniera di una vecchia lezione scolastica. Inoltre in tutto quel che lo riguarda, anche nella cosa più schifosa, risuona sempre uno stato di grazia.

Il suicidio di Mario Mieli è stato spiegato in vari modi. Secondo lei, qual è stata la molla scatenante della sua decisione finale?

Lo spettacolo non indaga la vita di Mieli e la sua aneddotica. Portiamo in scena il suo pensiero, la sua meraviglia. Togliersi la vita è un fatto intimo. Inviolabile. Silenzioso. Le uniche parole che riesco ad accettare in circostanze del genere sono quelle che scrisse Cesare Pavese prima di morire: Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

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Orgoglio oltre i confini. Questo lo slogan del Dolomiti Pride che avrà luogo a Trento il 9 giugno.

Un evento di portata storica – sarà infatti la prima volta in assoluto d’una marcia dell’orgoglio Lgbti in Trentino-Alto Adige – che, pur superando gli orizzonti spaziali e sociali della regione norditaliana, si è visto negare il patrocinio della Provincia autonoma di Trento. Per il presidente Ugo Rossi (di centrosinistra) si tratterebbe di mero esibizionismo e folclore.

Motivazioni, queste, che, addotte per motivare la non concessione del patrocinio, sono state duramente criticate dalla senatrice Monica Cirinnà sulle colonne de Il Dolomiti. «Dove sta il folclore - si è chiesta la madrina della legge sulle unioni civili -: quello di una bandiera rainbow? Di un carro festoso e ironico? Non mi pare che tutto questo possa offendere qualcuno. Io sono pienamente convinta che se all'inizio della loro storia i Pride non avessero osato anche con l'ostentazione, del tema dei diritti per le persone omosessuali non si sarebbe mai parlato e la discriminazione sarebbe rimasta così com'era».

Per non parlare dell’uscita di Alessandro Savoi, presidente della Lega Nord Trentino, che ha dichiarato con riferimento all’adunata degli alpini e al Dolomiti Pride: «Io sono alpino e paragoni come questo sono inaccetabili. Non confondiamo la merda con la cioccolata».

Per sapere di più su tali polemiche e sull’organizzazione del Pride del 9 giugno, abbiamo intervistato Paolo Zanella, presidente di Arcigay del Trentino e figura di spicco dell’attivismo Lgbti trentino.

Dolomiti Pride in arrivo. Ci puoi raccontare come nasce questo evento?

Il Dolomiti Pride nasce da un sogno: portare anche in una terra di periferia come la nostra una manifestazione di grande valore e impatto che restituisca visibilità alle tante persone che ancora vivono nell'ombra. Il Pride per Trento rappresenta una novità e l'idea di realizzarlo è frutto del lavoro delle associazioni sul territorio degli ultimi cinque anni. Un lavoro politico e culturale continuo per il benessere della comunità LGBTQI*, per promuoverne i diritti e contrastare l'omotransfobia. Un lavoro in un territorio non semplice, che spesso tollera la diversità, ma che ancora fatica a includerla.

Il Pride rappresenta il coronamento di questi anni di lavoro, ma soprattutto getta le basi per il tanto lavoro che ancora c'è da fare. In questo senso, il lungo documento politico, che si trova sul sito, traccia la strade e l'orizzonte del nostro agire futuro.

Quali sono i temi più importanti che affronterete durante il periodo del Pride? E quali le iniziative in programma?

Sono già in corso e lo saranno fino al giorno prima del Dolomiti Pride i tantissimi eventi che ci accompagneranno verso il 9 giugno. Affronteremo tanti temi di interesse per la comunità LGBTQI* e lo faremo con tante modalità diverse tra Trento, Bolzano e le periferie. Gli eventi sono organizzati solo in parte da noi. Mentre molti sono organizzati direttamente dalle realtà con le quali in questi anni abbiamo lavorato in rete.

Affronteremo con Amnesty International e Il grande Colibrì la questione che interseziona le identità LGBT* e i migranti. Parleremo di varianza di genere con Camilla Vivian e il suo libro Mio figlio in rosa nonché con la mostra Ella(She) di Marika Puicher. Proporremo una mostra fotografica unica, distribuita tra gli esercizi commerciali del centro, con a tema il travestitismo artistico di un collettivo di drag queen brasiliane Las monxtras. L'arte attraversa il genere. Parleremo del movimento trans con Porpora Marcasciano.

Incroceremo due eventi che hanno interessato la nostra città: il Sessantotto con una conferenza di Massimo Prearo e Elisa Bellè su Corpi, generi, sessualità in movimento - Le politiche dell'autodeterminazione e dell'orgoglio tra '68, movimento delle donne e attuale esperienza dei Pride e il Concilio di Trento con l'incontro Chiese e omosessualità. Esperienza anglicana, prospettive cristiane con Jonathan Boardman e Pierluigi Consorti. Parleremo di intersessualità con il reading Middlesex con la compagnia EmitFlesti.

Rideremo con le Salamandra Sisters, le drag queen di Mantova e il loro spettacolo Con gli occhi di una drag. Agedo presenterà in alcune località della provincia Due volte genitori e parleremo di omogenitorialità con Andrea Simone e il suo Due uomini e una culla e la mostra Famiglie, proposta dalla rete READY e realizzata da Comune di Trento e Provincia di Trento. E poi un cineforum con qualche proiezione anche nelle località periferiche, aperitivi e feste.

Avete costituto un coordinamento di associazioni territoriali?

Generalmemte parlando sul territorion esiste un'associazione di secondo livello, nata cinque anni fa, la Rete ELGBTQI del Trentino Alto Adige - Suedtirol, che racchiude, non solo le associazioni Lgbt*, ma anche quelle interessate ad occuparsi di questi temi. Vi fanno parte Arcigay del Trentino, Centaurus - Arcigay Bolzano, Agedo del Trentino, il Gruppo Rainbow, l'associazione culturale Te@, che si occupa in senso ampio di tematiche di genere, il Centro studi interdisciplinari di genere dell'Università di Trento, la Lila del Trentino e Propositv, entrambe occupate a contrastare Hiv e Aids e tante altre.

Per il Pride è stato messo in piedi un coordinamento informale tra Arcigay del Trentino, che è capofila, Rete ELGBTQI*, Centaurus - Arcigay Bolzano, Agedo del Trentino e Famiglie Arcobaleno.

La questione del mancato patrocinio da parte della Provincia di Trento è divenuta di rilievo nazionale. Ma la città di Trento è pronta per il Pride delle Dolomiti?

Credo che i cittadini, per lo meno la maggioranza, siano pronti a far invadere le strade dall'allegria, dalla musica e dai colori del Dolomiti Pride, perché vivono comunque il nostro tempo come straordinario momento di apertura all'altro. Spesso sono un passo avanti rispetto ai politici che li rappresentano. Anche se devo dire che dal Comune di Trento, in particolare nella figura dell'assessore alle Pari Opportunità Andrea Robol, abbiamo trovato sin da subito apertura e sostegno al Pride come manifestazione di valore culturale e sociale.

Lo stesso non possiamo dire della nostra Provincia Autonoma, che, nonostante abbia un governo di centrosinistra, ha negato il patrocinio alla parata con parole offensive non solo per le persone Lgbt* ma anche per tutta la cittadinanza che crede nei valori di libertà, uguaglianza e inclusione. Ritengo che il presidente Rossi non si sia reso conto dello scivolone che stava facendo oppure, dopo la batosta elettorale del 4 marzo, in vista delle elezioni di ottobre, sta solo riposizionandosi a destra. Peccato che lo faccia sulla pelle delle persone Lgbt*. Abbiamo comunque il sostegno anche del Comune di Bolzano, del Forum trentino per la pace e i diritti umani e della Commissione provinciale Pari Opportunità.

Omofobia, transfobia, lesbofobia, razzismo, xenofobia… Secondo te, sulla base dell'esperienza accumulata, come se ne parla nella Provincia di Trento?

Nella nostra provincia esiste un forte tessuto sociale e associativo con una proposta culturale ancora ricca e variegata. Dei temi dell'omo-lesbo-transfobia sul territorio ce ne facciamo carico prevalentemente noi, come associazioni, con azioni nelle scuole e con eventi culturali diversificati durante l'anno. Esistono diverse associazioni e realtà che si occupano di razzismo e che oggi si trovano con un sovraccarico di lavoro in seguito ai rigurgiti xenofobi che stanno tornando ad avere presa anche in un’isola felice come la nostra. E ciò grazie alle abili stumentalizzazioni di chi utilizza i migranti come capro espiatorio del malessere socio-culturale-economico che stiamo vivendo.

Quello che manca, forse, e che proponiamo nel nostro documento è un approccio più intersezionale alle diverse questioni, per coglierne la complessità e per unire le forze in un momento in cui ve ne è estremo bisogno.

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Grazie, Costa Rica. Con questo semplice tweet il 38enne Carlos Alvarado Quesada - che, prima d'entrare in politica, è stato giornalista, scrittore di romanzi e componente della rock band Dramatika - ha annunciato d’essere il nuovo presidente del Paese centramericano per il quadriennio 2018-2022.

Il Tribunale supremo delle elezioni l’ha proclamato vincitore una volta superata la soglia del 91% dei voti scrutinati. Il candidato del Partido Acción Ciudadana (Pac), già ministro dello Sviluppo umano e dell'Inclusione sociale e, successivamente, del Lavoro nell'attuale governo di Luis Guillermo Solis, ha ottenuto il 60,74% dei consensi a fronte del 39,26% conseguito dal suo avversario. Si tratta del pastore evangelicale Fabricio Alvarado del Partido Restauración Nacional (Prc), che si è felicitato col neoeletto via Twitter.

Il voto è arrivato al termine di un'infuocata campagna che ha avuto come terreno di scontro il matrimonio egualitario. Campagna su cui ha pesato la sentenza della Corte interamericana per i diritti umani, che il 9 gennaio ha stabilito il riconoscimento legale delle nozze tra persone dello stesso sesso in tutti i Paesi membri. 

Fabricio Alvarado aveva cavalcato il fronte del no, attaccando nei comizi anche la fecondazione in vitro e l'adozione di programmi d'educazione all'affettività nelle scuole secondarie.

Accusando l’avversario di basarsi su "posizioni cristiane estreme", Carlos Alvarado aveva invece sostenuto l'accesso al matrimonio per persone dello stesso sesso e la piena parità dei diritti.

Non a caso uno dei suoi primi tweet si conclude con le parole: Abbiamo visto un Paese con diseguaglianze che dobbiamo correggere

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Continua lo speciale di Gaynews, dedicato ai giovani Lgbti.

Oggi è la volta del 26enne Francesco Vetica. A lui abbiamo chiesto di raccontarci il suo coming out e l’impegno quotidiano nella lotta alle discriminazioni in un territorio difficile qual è quello di Latina. Al cui riguardo con un pizzico d’ironia ha detto: Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

Francesco, che cosa significa essere e dichiararsi gay a Latina?

È estremamente liberatorio, quasi rivoluzionario. Durante il mio percorso di accettazione il sogno è sempre stato quello di poter essere gaiamente felice a Latina, parlare delle mie esperienze con qualcuno, parlare di autodeterminazione, del movimento Lgbti o di transfemminismo. Le solite cose, insomma. È difficile essere sé stessi nella mia città (ancora chiamata Littoria da molti dei suoi cittadini): è possibile che si trovino delle sacche di resistenza, dei rigurgiti fascisti che minano la tua stabilità ma ogni volta cammino a testa alta. Ho fatto coming out con parenti e amici quando vivevo a Torino (dove ho iniziato i miei studi universitari).

Per vari motivi sono tornato nella mia città natale e all’inizio è stato difficile. Torino è una città molto aperta dove non ho mai trovato difficoltà ad essere accettato negli ambienti che frequentavo. Latina era tutta un’altra storia. Essere dichiarato e fiero a Latina mi fa sentire in dovere di non provare paura e di resistere per chi non è nella mia stessa condizione, per chi soffre come ho sofferto io quando rinnegavo me stesso anche per colpa di una città che non ti accetta (ancor meno del resto d’Italia!). Adesso mi trovo a essere libero, felice e soprattutto fiero di quello che sono.

C'è un comunità di giovani Lgbti a Latina?

Quando sono tornato a Latina ho notato una totale assenza di giovani Lgbti. Mi sembrava di essere l’unico! La comunità in generale non sembrava esserci: non solo i giovani. Con il tempo ho scoperto la loro esistenza, nella clandestinità. Per la prima volta ho scoperto una serata gay-friendly (Popcorn). Poi pian piano ho conosciuto altre ragazze e ragazzi e da lì la visione si è fatta più serena. Adesso inizio realmente a vedere, a conoscere e a legare con la comunità di giovani, connessi soprattutto alla SEIcomeSEI, al locale circolo Arci e alla nuova serata gayfriendly Matrioska. Con la fondazione, nel novembre del 2017, del gruppo giovani Le Rospe sto finalmente riscontrando che la comunità è viva, attiva, avida di crescere e di avere anche un ruolo politico. Ci sono ancora alcuni di noi che hanno paura ma stiamo lavorando proprio per far saldare le connessioni che ci legano e permettere a tutti di esprimere il proprio orientamento o la propria identità di genere.

Attualmente nutro molte speranze su una “rivoluzione culturale” nel territorio pontino: sempre più giovani si avvicinano al gruppo. Gli argomenti che affrontiamo (che sono quasi sempre i componenti del gruppo a trovare) diventano di volta in volta più interessanti e stimolanti. Abbiamo voglia di condividere e trasformare la nostra esperienza di autocoscienza in pratiche giornaliere. Stiamo entrando prepotentemente nello scenario latinense: resistiamo alle coatte repressioni con l’intento di scardinare l’educastrazione e dare senso e significato frocio alla vita, nostra e della nostra città. Sfondiamo piano piano le barriere dell’eteronormatività e ne usciamo favolose!

Come sono i rapporti con le istituzioni e, in particolare, con le scuole?

Il Comune ci è vicino, ha patrocinato moltissimi dei nostri eventi ed è sempre pronto ad ascoltarci. Per quanto riguarda le scuole, ci stiamo lavorando. Per ora siamo entrati solo in pochi istituti e i primi semi sono stati piantati: dal prossimo anno scolastico sicuramente raddoppieremo gli sforzi ma riusciremo a essere presenti in molte più scuole.

C’è da dire che il muro dell’intolleranza è stato eretto da parecchi professori che non accettano la nostra presenza e quella di determinati temi nelle aule scolastiche. A Latina non si parla di tematiche Lgbgti, soprattutto nelle scuole. Grazie però ad alcuni docenti, e soprattutto ad una delle pioniere che mi aiutò molto nel mio percorso di autoaccettazione e a cui sarò eternamente grato, i progetti vengono accolti e caldamente richiesti in situazioni di bullismo.

Quali sono le iniziative che proponete ai vostri concittadini sulle tematiche Lgbti?

L’associazione opera sul territorio dal 2014. Piano piano è cresciuta e lo sta ancora facendo. Lo scorso anno, ad esempio, è stata realizzata una rassegna cinematografica, che a breve ripeteremo. Pensiamo che tramite il grande schermo o con presentazioni di libri si possa coinvolgere un numero elevato di persone e instillare fortemente la cultura del rispetto.

Ci impegniamo quotidianamente per far sì che si parli di tematiche Lgbti, con piccole campagne (come abbiamo fatto noi Rospe, ad esempio, distribuendo cioccolatini e cartoline raffiguranti baci tra persone dello stesso sesso in occasione di San Valentino) o con grandi manifestazioni (come, ad esempio, il recente sciopero generale dell’8 marzo con altre associazioni). Il lavoro importante però, prima che su tutta la popolazione, va fatto sulla comunità Lgbgti. Il problema dell’omofobia interiorizzata è radicato e spaventosamente importante. Per questo nasceranno a breve altri gruppi, che insieme a quello giovani, creeranno la base (anche associativa) con cui lavorare sulla città.

Latina: regno della destra. Eppure voi siete riusciti a trovare uno spazio o più spazi. Ci racconti questa esperienza?

Una delle mie caratteristiche è avere un forte approccio intersezionale e così anche la mia associazione. Facciamo rete con altre realtà (Non una di meno, il Centro Donna Lilith, il Collettivo Cigno rosso antifascista e molte altre) e insieme al loro aiuto stiamo creando una solida base di accettazione all’interno della città. I momenti di debolezza sono molti. Le minacce sui social network (e paradossalmente anche su chat di incontri per persone omosessuali) sono praticamente all’ordine del giorno.

Latina può considerarsi una città con un fascismo ancora particolarmente radicato. L’ondata nera, che sta travolgendo l’Italia e l’Europa, a Latina è arrivata già da parecchio tempo ed è particolarmente importante. È una città difficile: per la prima volta dopo anni è stata eletta una Giunta non di destra ma le resistenze da parte della componente della destra estrema sono ancora preponderanti e pericolose. Non è una destra con cui si può dialogare: gli atti intimidatori sono il loro modus operandi. Quando è stata cambiata la toponomastica dei giardini comunali, prima dedicati ad Arnaldo Mussolini e ora a Falcone e Borsellino, sono arrivate minacce e intimidazioni alla Giunta comunale. Ogni cosa che vada fuori dalla norma estremamente destrorsa e conservatrice è vista come un attacco all’identità italiana e storica della città.

È difficile trovare uno spazio ma noi stiamo creando le condizioni adatte per la comunità. Per farla crescere e vivere in maniera serena. Forse gli anni ’70 a Latina non sono ancora arrivati: la paura di tutto ciò che vada al di fuori dell’eteronorma bigotta, imborghesita e stantìa è forte. Siamo stati salvati, in un certo senso, dall’arrivo delle femministe negli anni del "Processo del Circeo” che ci hanno introdotto alle pratiche del femminismo e che hanno portato gli strumenti di lotta adatti a sradicare i “pariolini” fascisti dalla città. Piano piano ci stiamo riappropriando degli spazi che ci spettano. Scheccando, faremo piovere bottiglie di gin sui fascistelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Colpevole di "avere l’aria da frocio”. Per questo motivo uno studente Erasmus d’origine britannica è stato vittima d’una violenta aggressione nel centro storico di Bologna. E il tutto nella totale indifferenza dei passanti.

È quanto successo domenica sera in Piazzetta San Giuseppe a due passi da Via Indipendenza. IL 20enne inglese stava mangiando una pizza su una panchina quando da un auto parcheggiata di fronte – con a bordo tre giovani italiani – sono partiti ripetuti insulti contro il “frocio” e sputi. Lo studente ha deciso di allontanarsi ma, mentre si dirigeva in Via Galliera, è stato raggiunto da uno dei tre, riempito di calci e pugni in testa nonché derubato di zaino e telefonino.

A nulla sono valse le urla. A nulla è valso l’aver chiesto aiuto a sei o sette persone lungo la strada. Portato da un amico all’ospedale Sant’Orsola, gli sono stati diagnosticati trauma cranico e rottura del naso.

«Al ragazzo inglese che ha subito un ignobile pestaggio nell'indifferenza generale – così oggi il sindaco Virginio Merola - va il nostro sostegno e l'abbraccio simbolico di tutta la città.

Vogliamo pensare a lui non come a una vittima ma come a un nostro concittadino che ha scelto Bologna per i suoi studi, testimoniando la tradizione di una città aperta e accogliente». Ha poi annunciato che «il Comune è pronto a costituirsi parte civile in un futuro processo che accerterà le responsabilità di questo fatto».

Sulla vicenda così si è espresso il direttore di Gaynews Franco Grillini, punto di riferimento per la collettività Lgbti bolognese e figura storica del movimento: «L'omofobia, come ogni altra forma di razzismo, ha un radicamento secolare e ci vorrà ancora molto tempo per sradicarla e affermare una cultura dell'inclusione e dell'accettazione. Anche nelle città, dove il lavoro contro ogni discriminazione può contare su decenni di militanza e di manifestazioni di massa, si registrano episodi, anche gravi, di aggressione, insulti, odio omofobico spesso nemmeno denunciati.

A Bologna un 20enne inglese ha invece deciso di rivolgersi alla polizia dopo essere stato vittima di una vigliacca aggressione da parte di tre giovani italiani che l'hanno prima insultato e poi inseguito per malmenarlo e derubarlo. Delinquenza si potrebbe dire, ma la verità è che soprattutto ultimamente l'odio verso la diversità è stato politicamente sdoganato mentre le norme sia in Parlamento sia in Regione, che dovevano servire da contrasto all'omotransfobia, sono al palo.

La destra italiana che, ahinoi, ha vinto le elezioni è prevalentemente negazionista: l'omofobia non esiste, le leggi a tutela delle persone omosessuali sono liberticide (da tempo la Lega, ad esempio, vorrebbe la cancellazione della legge Mancino), le organizzazioni Lgbti fanno solo del vittimismo. In molte regioni si sono approvate norme contro le discriminazioni e a sostegno dell'attività culturale dell'associazionismo Lgbti.

In Emilia Romagna, nella scorsa legislatura, si stava approvando la legge regionale contro le discriminazioni motivate dall'orientamento sessuale. L'opinabile chiusura anticipata della legislatura ne ha impedito l'approvazione e il solenne impegno dell'attuale maggioranza politica - che regge la regione - di approvare il provvedimento non è stato finora mantenuto (a proposito dell'etica della parola data....). Senza azioni visibili di contrasto e senza norme precise di contrasto e di tutela la lotta all'omotransfobia è delegata alla buona volontà dell'associazionismo Lgbti e all'intervento delle forze di polizia quando si riesce.

È giusto quindi rilanciare la battaglia per la legge regionale e nazionale rafforzando nel contempo la capacità di assistenza e solidarietà della collettività Lgbti. Ma è doveroso anche richiamare partiti e movimenti al dovere della condivisione della battaglia contro l'omotransfobia come parte fondamentale della più generale lotta al razzismo».

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Il Comune di Perugia dovrà procedere all’immediata trascrizione dell’atto di nascita del piccolo Joan che, figlio di due donne, era nato lo scorso anno in Spagna. A deciderlo il collegio della Prima sezione del locale Tribunale civile, composto da Paola De Lisio, Loredana Giglio e Mary Fabroni.

«Giustizia è fatta» ha commentato Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos Lgbti, con riferimento alla posizione assunta dal sindaco Andrea Romizi che aveva negato lo scorso anno la trascrizione. Perché, come ebbe a motivare, la normativa vigente «non disciplina» quelle riguardanti figli di genitori dello stesso sesso. Da qui la battaglia legale, intrapresa dalle due donne, che, col sostegno di Omphalos, si era rivolta agli avvocati Vincenzo Miri e Martina Colomasi di Rete Lenford.

È a loro che è stato comunicato l’oggetto del decreto del Tribunale civile di Perugia. Un traguardo quanto mai significativo, al cui riguardo abbiamo intervistato una dei due legali.

Avvocata Colomasi, può ricostruire l’iter procedurale che ha portato al provvedimento odierno del Tribunale civile di Perugia?

Una volta nato il piccolo Joan, le madri hanno iniziato le pratiche burocratiche per ottenere la trascrizione dell’atto di nascita presso il Comune di Perugia, in una prima fase, a mezzo del Consolato italiano di Barcellona. Il Comune ha deciso di procedere chiedendo un parere preliminare alla prefettura di Perugia circa la trascrivibilità dell’atto di nascita del minore. La prefettura, pur richiamando la giurisprudenza favorevole alla trascrivibilità, ha invitato gli ufficiali di Stato civile alla stretta applicazione della normativa vigente che non consente la trascrizione dell’atto di cui trattasi.

Nonostante i nostri numerosi tentativi bonari di ottenere la trascrizione sulla scorta dei precedenti giurisprudenziali in materia, il 30 maggio 2017 gli ufficiali dello Stato civile hanno formalizzato il rifiuto di provvedere alla trascrizione. Abbiamo quindi proceduto con il ricorso ex art. 95, co. I. D.P.R. 396/2000, al fine di veder dichiarare l’illegittimità del rifiuto e di ordinare la trascrizione integrale dell’atto. Dopo circa sei mesi dall’inizio del procedimento presso il tribunale di Perugia il Comune ha deciso di trascrivere parzialmente l’atto di nascita assegnando a Joan il solo cognome della madre partoriente. Un atto, questo, gravemente lesivo dei diritti fondamentali del minore. A tre mesi di distanza dalla trascrizione parziale è arrivata il decreto che ha accolto le nostre richieste e ha ordinato la trascrizione integrale dell’atto con l’apposizione di entrambi i cognomi delle madri.

Al sindaco è stato ingiunto per decreto di procedere alla trascrizione: è stata indicata la motivazione?

Il collegio ha ribadito che la trascrizione di un atto di nascita formato validamente all’estero non è contraria all’ordine pubblico. Il concetto di ordine pubblico va valutato con riferimento ai diritti fondamentali dell’uomo desumibili dalla Costituzione e dai trattati internazionali e tenendo sempre presente la tutela dell’interesse superiore del minore e la tutela del diritto delle persone di autodeterminarsi e di formare una nuova famiglia. Il collegio affronta coraggiosamente, inoltre, la questione dell’omogenitorialità affermando testualmente che «se l’unione tra persone dello stesso sesso è una formazione sociale dove la persona svolge la sua personalità e se quella dei componenti della coppia di diventare genitori e di formare una famiglia costituisce espressione della libertà di autodeterminarsi, come affermato dalla Corte costituzionale, allora deve escludersi che esista a livello costituzionale un divieto per le coppie dello stesso sesso di accogliere e generare figli».

Sulla base di questo presupposto arriva a riconoscere l’esistenza di un progetto familiare dal quale è venuto al mondo Joan e afferma espressamente che l’essere stato desiderato e poi generato da quella coppia di genitori è parte irriducibile della sua identità personale.

Qual è stata la reazione delle due mamme del piccolo Joan?

Le mamme aspettavano con ansia questa decisione dopo più di un anno di incertezza a forti disagi dovuti al mancato riconoscimento della nascita di Joan da parte dello Stato italiano.

A suo parere il decreto odierno quale valore può avere per altri sindaci?

Il decreto d’ieri è sicuramente un ottimo risultato perché aderisce ai precedenti giurisprudenziali sul tema in ordine alla non contrarietà all’ordine pubblico internazionale della trascrizione di un atto di nascita di un minore con genitori dello stesso sesso e allo stesso tempo perché si pronuncia, incidentalmente, sul tema dell’omogenitorialità.

È vero anche che, in parecchi uffici di Stato civile italiani, in presenza di casi similari non è stato necessario ricorrere al tribunale in quanto gli ufficiali hanno autonomamente provveduto alla trascrizione degli atti di nascita di minori con genitori dello stesso sesso validamente formati all’estero. Una tale disparità di trattamento non dovrebbe esistere, speriamo quindi che la pronuncia di oggi disincentivi sempre di più gli ufficiali di Stato civile a procedere con il rifiuto delle trascrizioni

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Inappropriato e contrario alle linee guida della comunità. Con queste motivazioni Instagram ha rimosso lunedì 26 marzo la foto di un bacio. Quello del 26enne madrileno Álvaro Martínez Figueroa e del suo fidanzato.

Scattata domenica pomeriggio nella capitale spagnola tra la cattedrale dell’Almudena e il Palazzo Reale, la foto era stata pubblicata da Álvaro, intorno alle 21:00, sul proprio account Instragram.

La mattina seguente, alle 10:45, ecco arrivargli una notifica da parte dello staff del social network preposto alle segnalazioni: Le comunichiamo che la sua foto violava le nostre normative, che il contenuto era inappropriato e che stiamo per procederne all’eliminazione. Cosa di fatti avvenuta qualche minuto dopo.

È stato allora che il giovane madrileno ha deciso di denunciare l’accaduto via Twitter. In breve tempo la foto censurata è divenuta virale e il tweet di Álvaro ha ricevuto a oggi 185.025 like, 6784 messaggi di solidarietà ed è staro ritwittato 67.031 volte.

A dare maggiore notorietà al caso la giornalista spagnola Toñi Moreno, conduttrice di Viva la Vida su Telecinco.

Alla fine Instagram ha ripristinato ieri sera la foto incriminata come comunicato da Álvaro Martínez Figueroa con un nuovo tweet, in cui ha ringraziato quanti gli hanno manifestato affetto solidale e ha al contempo detto di attendere spiegazioni dell'accaduto da parte del team del social network.

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«Se sei omosessuale non sarai mai felice». Queste alcune delle parole che, in materia di omosessualità e fede cristiana, il vescovo di Pavia Corrado Sanguineti ha rivolto agli alunni del locale Istituto professionale di Stato per l’industria e l’artigianato (Ipsia) Luigi Cremona.

Invitato a parlare il 7 marzo scorso quale relatore nell'ambito del ciclo di conferenze L'Ipsia incontra le istituzioni, il presule aveva avuto il compito – come egli stesso ha spiegato in una lettera al direttore de La Provincia Pavese - d’illustrare «l’identità e la missione della Chiesa, come comunità visibile di credenti, nella società e quale sia il compito del vescovo».

La questione dell’omosessualità in correlazione col «pensiero della Chiesa» – ed è necessario precisarlo per dare una corretta valutazione alle polemiche successivamente scatenatesi – è stata sollevata da uno studente dopo la relazione tenuta da Sanguineti. Da qui l’ampia risposta dello stesso – a tratti impacciato e disinformato come quando ha parlato di possibilità di “cambiare” l’orientamento omosessuale – che è pur sempre da leggere nell’ottica del “pensiero della Chiesa”.

Il concetto di felicità evocato è quello soprannaturale. E l’esempio di cristiani omosessuali che si sforzano di vivere un amore d’amicizia desessualizzato non è nient’altro che la riproposizione dei dettami del Catechismo della chiesa cattolica, cui lo stesso “rivoluzionario” Bergoglio ha fatto - e fa riferimento – quando ha parlato del Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?.

Giustamente Arcigay Pavia Coming-Aut ha riportato con particolare sdegno, ritenendola di stampo gravemente omofobo, la dichiarazione: «La tendenza omosessuale è qualcosa di disordinato rispetto all'ordine della natura». Ma che, in realtà, non è nient’altro che la riproposizione del nr. 2358 del citato Catechismo vigente.

Giustamente Barbara Bassani, presidente di Arcigay Pavia Coming-Aut, ha reagito con un duro comunicato alle dichiarazioni di Sanguineti, la cui formulazione, a volte cattedratica (Sanguineti ha conseguito un dottorato in teologia biblica presso la Pontificia Università della Santa Croce, gestita dall’Opus Dei, ed è un bagnaschiano), non ha tenuto in conto degli effetti controproducenti su adolescenti.

È però anche necessario riportare la questione all’alveo della domanda sollevata (nulla a che vedere, dunque, col tema svolto nella conferenza) e al dato del pensiero della Chiesa. Questo, sì, – e a esso il vescovo Sanguineti quale testimone e interprete si è riallacciato – da definire omotransfobico anche se valido - e, dunque consapevolmente accettato – per i soli credenti.

Chiariti tali punti, è necessario comunque ricordare come Sanguineti – e, in questo, è pienamente allineato col pensiero bergogliano – sia uno di quei presuli della galassia antigenderista. Un episodio riportato da Barbara Bassani al riguardo è indicativo. Al pari del pubblico sostegno a preghiere riparatrici in occasione del Pride pavese dello scorso anno. Per non parlare dell’incapacità dialogica col locale comitato d’Arcigay che, invece, ricorda con piacere le parole loro rivolte dal vescovo Giovanni Giudici, predecessore di Sanguineti,: «Da voi ho tanto da imparare».

Insomma, se la lettera aperta al direttore de La Provincia Pavese chiarisce alcuni aspetti della vicenda dell’Ipsia, grava pur sempre su Sanguineti l’ombra d’una comunicazione intransigente quanto infelice. Che in un vescovo, tra i cui principali ministeri c’è quello della parola, non è proprio cosa di poco conto.7

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Abbiamo intervistato Matteo Giorgi. Ci ha raccontato del Red, club Lgbt di Bologna. A lui abbiamo fatto qualche domanda per capire di più di questo luogo nel quale la bellezza ha il suo fascino, la musica il suo mistero, informazione e prevenzione alle Mst sono una parte rilevante delle serate. Dove la gente balla e si diverte e come dice lui stesso: Un luogo nel quale anche gli eterosessuali più timorosi si spogliano di se stessi e iniziano a ballare. Grazie anche a Matteo Cavalieri, marito di Matteo Giorgi per la disponibilità a questa intervista.

Matteo, un club come il Red che funzione ha in un Paese in cui si registrano ancora non pochi episodi di omotransfobia? 

Penso che le funzioni siano principalmente due. La prima, specialmente in una realtà mediamente “piccola” come Bologna, quella di creare un punto di riferimento e di aggregazione per la comunità Lgbt locale. Per molti “il sabato al Red” è una “tradizione” del fine settimana. Un appuntamento fisso dove vedere facce conosciute, amici e perché no, nemici, dove conoscere nuova gente o “quegli amori da una notte che ti ricordi per una vita”, amoreggiare, litigare, innamorarsi di nuovi brani e dei ballerini.

La seconda è per le persone eterosessuali, che ci vengono a trovare: ancora oggi in Italia, molti si avvicinano alle serate Lgbt con il classico stereotipo del “devo camminare lungo il muro sennò mi toccano”: tre ore dopo li trovi sul cubo senza maglietta che ti dicono: Non pensavo che stare qui fosse così bello. Ero pieno di pregiudizi.

Sulla base della tua pluriennale esperienza cosa trovi di positivo o di negativo nel processo di “liberazione” notturna che caratterizza un nightclub come il Red? 

Secondo me il positivo e il negativo sono due facce della stessa medaglia. Mi spiego meglio: al Red le persone hanno la possibilità di fare tutto. Hanno i più quotati dj nazionali e internazionali che li fanno ballare, ballerini bellissimi, artisti, alcool, una dark, una piscina/idromassaggio dove poter girare liberamente nudi o in costume. E centinaia di gay con te, insieme a te ogni sera. Hai tutte le possibilità di divertimento davanti. Alcuni sono in grado di gestirlo, altri esagerano per poi pentirsi il giorno dopo. La colpa è di questa società “italiota” che vive ancora dei precetti vaticani che ti fanno vivere tutto come qualcosa di sbagliato.

Un parte della collettività Lgbti trova questi luoghi poco adatti alle rivendicazioni in termini di diritti ma solo espressione di edonismo puro. È così? 

I principali detrattori del Red sono quelli del “Eh, ma io non vado in un posto con la dark”. A me strappano decisamente un sorriso. È inutile che io faccia il classico esempio dei moti Stonewall, partiti col leggendario lancio di una scarpa con tacco (nella realtà fu una bottiglia di gin) da parte dell’attivista trans Sylvia Rivera. Conosco gente che pensa che cultura sia solo la presentazione di un libro o uno spettacolo di teatro. Io, invece, ritengo che la Club Culture sia stata quella fondamentale per la crescita del movimento. Per noi rivendicare i diritti significa fare comunità, aggregazione, mettere insieme persone con cui condividere desideri e progettualità. Le campagne che facciamo per la giornata contro l’omotransfobia e la giornata mondiale per la lotta all’Aids le ideiamo tutte insieme, con i volontari, i dj, i baristi, i ballerini. Non esiste un “militante” a cui appuntare la spilla di quello bravo sul bavero e quello che passa le serate nudo sul palco così per fare.

In club come il Red il corpo ha una sua centralità. Vi prevale la voglia di guardare e di essere guardati. Si tratta secondo te d’eccesso narcisistico o di altro?

In questi quattro anni di mia storia di Red ne ho viste di tutti i colori. Uomini bellissimi con un difficilissimo rapporto con il proprio corpo, ragazzi non esattamente “bellissimi” togliersi la maglietta e correre sul palco a dimenarsi. I meandri della nostra mente sono molto complessi, che nemmeno la nostra cara Leosini riuscirebbe a capire cosa ci capita dentro. Noi, specialmente, quest’anno abbiamo lavorato su una destrutturazione di tutto questo. L’esempio più lampante è stato Heroes dove, una volta al mese, abbiamo dato il palco a ragazzi e ragazze completamente estranei al “lavoro notturno in disco”. Queste candidature spontanee hanno fatto sì che gareggiassero alle selezioni per Mister Red uomini di 45 anni che hanno battuto ragazzi di 20 o a Miss Red donne sposate e con dei figli. Il culto del “cubista” sta passando. È la vita di tutti i giorni che entra nell’associazione.

Il tema della prevenzione delle Mst è molto a cuore a voi del Red. Quali iniziative realizzate per informare al riguardo?

A parte le campagne istituzionali, di cui ti ho raccontato sopra, abbiamo una proficua collaborazione con Plus che è la prima e più importante associazione italiana di persone Lgbt sieropositive. Qualche mese fa abbiamo effettuato con loro i test rapidi in sauna. Distribuiamo gratuitamente ogni sera materiale informativo e ovviamente di prevenzione per tutti i nostri soci. Abbiamo anche vari “controllori” durante la serata che monitorano i comportamenti delle persone per accorgersi immediatamente quando “esagerano”. Questo ha fatto sì che in questi anni le situazioni “emergenziali” siano state veramente pochissime.

Abbiamo parlato delle serate al Red quali occasioni di liberazione. Quale è il luogo, invece, dove Matteo Giorgi si sente più libero?

Direi Londra. Fin da quando ci sono andato per la prima volta a studiare a 15 anni ho capito che quella città aveva qualcosa di speciale per me. Da qualche anno si è trasferito lì uno dei miei più cari amici e questo fa sì che almeno tre volte l’anno vada a trovarlo. Conosco meglio Soho di via Indipendenza a Bologna. Ho il bar dove fare colazione, quello dove prendere i migliori “dessert”, dove mangiare le lasagne quando sento nostalgia di casa. E d’estate i pomeriggi ad Hyde Park a leggere e prendere il sole sono un must…

Matteo Giorgi e Matteo Cavalieri: una vita di coppia, fatta di amore e lavoro condiviso. Ma quali spazi, se ci sono, ognuno prende per sé senza l'altro?

C’è un pensiero che mi piace usare sempre per descrivere la nostra storia: Conosco un paio di coppie che funzionano. Siamo due persone felici, che condividono tutto, dalle preoccupazioni per il conto in banca al tovagliolo a tavola, pur mantenendo le rispettive identità, amicizie, passioni. Siamo persone che vedi felici anche quando l’altro non c’è, perché risolte e piene anche nei giorni d’assenza. Persone che si amano e che ridono molto, che vivono una vita insieme continuando a tifare l’uno per la vita dell’altro. Che non si sentono monche se l’altro non c’è, ma con un braccio in più se l’altro c’è. Il resto, ossessioni, ansie, gelosie, struggimenti, sono robe che hanno a che fare con l’affanno. E l’amore felice non s’affanna.”.

Ma, alla fine, quali sono i prossimi appuntamenti da non perdere al Red prossimamente? 

Ci sono grosse novità che lanceremo da aprile: cercheremo di rendere il Red un’associazione ancora più polifunzionale dove chi vorrà potrà organizzare mostre, corsi, festeggiare compleanni e laurea con i propri amici. E poi la programmazione “classica” continuerà come al solito anche tutta estate. Intanto il 30 aprile festeggeremo il nuovo mister Red. Il 19 maggio la nostra Miss Red e, poi il 2 giugno, inaugureremo l’estivo in coincidenza dell’arrivo di Katy Perry a Bologna. In più il grande appuntamento il 23 giugno con il Bologna Pride e la quarta edizione di UNITE, il nostro celeberrimo Pride party dove vedrete quest’anno ospiti che non penserete mai di vedere al Red.

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Il rinvio a giudizio di Silvana De Mari, disposto il 21 marzo dal gup del Tribunale di Torino Alfredo Toppino, ha suscitato prevedibili polemiche.

A partire dalla diretta interessata che, imputata del reato di diffamazione continuata e aggravata contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, ha continuato a difendere sulle colonne de La Verità la giustezza delle dichiarazioni rilasciate il 13 gennaio 2017: «I pedofili si chiamano ‘map’, persone attratte da minori. Il circolo Lgbt di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia. Capite che cosa sta accadendo oggi nell’indifferenza quasi generale?».

Il 23 marzo a scendere in difesa dell’endoscopista e scrittrice di romanzi fantasy è stato l’ex senatore Carlo Giovanardi che ha affermato: «Il rinvio a giudizio a Torino della dott.ssa Silvana De Mari costituisce un gravissimo attacco alla libertà di pensiero garantita dalla nostra Costituzione.

La De Mari, querelata per diffamazione dal circolo omosessuale Mario Mieli dovrà rispondere di una opinione esattamente coincidente con quella espressa dai senatori Giovanardi, Gasparri, Malan e Formigoni che, nell'atto di sindacato ispettivo n. 2-00295, pubblicato negli atti della seduta 549 del 5 agosto 2015 del Senato della Repubblica, scrivevano: A giudizio degli interpellanti, la pedofilia e la pederastia sono dunque parte essenziale del pensiero di Mario Mieli, all'interno di un quadro dove, così come l'omosessualità e gli altri comportamenti, non costituiscono condotte da tollerare o da comprendere, ma un aspetto indispensabile all'emancipazione dell'individuo e della società; se si tolgono questi assunti dall'opera del 'filosofo' scomparso non resta quasi nulla.

Ricordo che nel Capitolo 1,8 del libro di Mario Mieli Elementi di critica omosessuale l'autore scriveva: Noi, sì, possiamo amare i bambini, Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo accogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l'amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega calando sul suo erotismo la griglia edipica… la pederastia invece è una freccia di libidine scagliata verso il feto». L’esponente di IDeA - Popolo e Libertà ha quindi aggiunto: «È evidente che ormai suona forte l'allarme democratico se chi ha criticato un circolo che ha scelto di intitolarsi questo personaggio si trova addirittura messo sotto processo».

Circa i rilievi giovanardiani l'avvocato Michele Potè di Rete Lenford ha osservato: «La libertà di manifestazione del pensiero è un diritto costituzionale che dev’essere contemperato con altri beni giuridici quali l’onore e la reputazione. 30 anni di giurisprudenza di legittimità hanno stabilito dei limiti che non possono essere travalicati. Tra questi il rispetto della verità e la continenza espositiva.

Ora accostare il pensiero di Mario Mieli – che va fra l’altro contestualizzato nel periodo storico in cui visse – a quello degli attuali soci e socie della storica associazione romana, per dedurne un sostegno alla pedofilia o alla coprofagia, costituisce un travalicamento dei limiti della verità e della continenza. Se in Italia vigessero, come in altri Paesi, norme contro l’hate speech l’imputazione a carico della dottoressa De Mari sarebbe più ben grave».

Raggiunto telefonicamente, il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli Sebastiano Secci ha così commentato le dichiarazioni di Giovanardi: «Sono ormai 35 anni che le socie e i soci del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli lottano per la tutela dei diritti riconosciuti dalla Costituzione, fra i quali anche la libertà di pensiero, spesso scendendo in piazza per combatterne le violazioni ma, tranquillizziamo l’ex senatore Giovanardi, non è questo il caso.

Il discorso sul pensiero di Mario Mieli è affascinante quanto complesso e, pertanto, forse non sempre immediatamente compreso da tutti. Ciò che è immediato comprendere, tuttavia, è che stralciare pezzi di un testo, qualsiasi esso sia, ignorandone spazio, tempo e, più in generale, contesto di stesura, equivale a travisarne coscientemente il senso.

Ad ogni modo, fra “criticare” i fondatori del Circolo per la scelta di intitolare l’associazione a Mario Mieli - scelta che, a scanso di equivoci, tutte e tutti noi soci rivendichiamo con orgoglio - e accusarci di simpatizzare con pedofilia e necrofilia c’è differenza e, secondo la Procura di Torino, questa differenza è penalmente rilevante. Noi non intendiamo più soprassedere, agiremo contro chiunque continui ad infangare la nostra storia».

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