In Bulgaria il ministero dell’Interno aveva negato all’australiana Cristina Palma, sposatasi in Francia con Mariama Diallo (cittadina francese) il 1° giugno 2016, il permesso di soggiorno non essendo ivi legale il matrimonio tra persone dello stesso stesso.  

Il 29 giugno (ma la sentenza è stata pubblicata soltanto ieri) il Tribunale amministrativo della capitale bulgara ha però accolto il ricorso della donna sulla linea della recente sentenza Coman emessa, il 5 giugno, dalla Corte di giustizia dell'Unione europea.

Come noto, la Grande Sezione del tribunale lussemburghese s’era espressa, lo scorso mese, sul caso del cittadino romeno, Relu Adrian Coman, che si era visto rifiutare dalle autorità del suo Paese il diritto di soggiorno superiore a tre mesi per il proprio compagno, il cittadino statunitense Robert Clabourn Hamilton, con cui si era sposato a Bruxelles nel 2010.

Pur affermndo che gli Stati membri Ue sono liberi di optare o non per il matrimonio egualitario, la Corte aveva sentenziato che «essi non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell'Unione europea rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio». Ribadendo altresì che  i cittadini dell’Unione godono del «diritto di condurre una normale vita familiare» quando circolano da uno Stato all’altro.

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«Oggi nella casa del Signore, che ha accolto sia noi che il tuo corpo, mi sono sentita in pace, perché vedevo tutte e tutti emozionati, con gli occhi pieni di lacrime. Tutti lì per te, nella  tua ultima sosta davanti a noi che eravamo desiderosi di rivederti, anche se per l'ultima volta, finalmente libero come un battito di ali liberatorio.

In quel luogo dove un tempo sei stato battezzato, Vincenzo, mi sono aggrappata ad ogni singolo secondo, volevo non passasse mai, ripercorrevo la nostra breve  strada e ho immaginato quando tua madre ti manteneva il capo mentre ricevevi il battesimo, fino al tragico evento e a quel punto avrei voluto urlare: Non è giusto, che questo non è il disegno di Dio ma quello di un mostro.

Poi i palloncini bianchi sono volati in alto. Uno solo si è staccato dal gruppo: forse eri tu che hai voluto salutarci un’ultima volta come solo tu sapevi fare. Sono uscita fuori alla chiesa, ho visto i negozi e la gente che osservava quel che accadeva in una giornata intrisa di sole e di caldo. L’estate mi è sembrata un’ambientazione surreale per questo momento e ho ripensato alla vita che non vivrai piu su questa terra. E. intanto, quel palloncino è volato sempre più in alto fino a sparire».

È questo il saluto commosso che Lia Zeta Pastore, nota esponente della comunità Lgbti napoletana, ha dedicato su Gaynews al suo amico Vincenzo Ruggiero, di cui sono state celebrate a Napoli le esequie a poco meno d’un anno dall’omicidio. Omicidio del quale, come noto, si è accusato Ciro Guarente.

lia zeta

I funerali, cui hanno partecipato più di 400 persone (presente anche una delegazione di Arcigay Napoli), sono stati celebrati nella storica chiesa di Santa Maria di Montesanto, dove Vincenzo era stato battezzato. Rione, del resto, dove il giovane aveva vissuto fino a poco tempo prima della tragedia.

Le parole del parroco Michele Madonna hanno toccato in profondità il cuore di chi era presente al rito esequiale sia per l’invito perentorio a parlare, qualora qualcuno sapesse qualcosa di rilevante per le indagini, sia per il racconto d’un suo incontro con la madre della vittima

«Non porto rancore per chi ha fatto ciò a mio figlio». Questa la risposta data dalla donna al sacerdote che le aveva chiesto se fosse disposta a perdonare l'uccisore del figlio. Parole che sono state accompagnate da lacrime e applausi prolungati.

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Seduto al Café du Marché (l'escalope di vitello coi funghi non è niente male, le torte stellari) con Silvano, provo a fare con lui qualche riflessione sul Pride parigino appena vissuto, posto che la quantità e qualità di bellezze locali anche umane - che invadono il Marais anche il lunedì mattina - lo consentano.

Ho visto molta gioia, certo, e colore, e folla (tanta che non la potevi proprio contare) ma ancora più politica. Più messaggi forti, addirittura un sit-in in (religioso) silenzio, una "piena" di giovani ragazze con cartelli per niente rassegnati e un'organizzazione che ha fatto (o lasciato) sfilare quello che noi, faciloni, definiremmo il blocco antagonista in testa al corteo.

Pugni alzati al vento anche qui, e fanno un bene dannato, perché è qui che nascono le rivoluzioni. Qui che si sono nutrite le migliori energie culturali del continente e dove alligna un po' di speranza in quei volti forti, trasversali e debordanti di libertà, di coscienza e di forza.

Un senso di fratellanza nuovo e limpido, che rende ancora più triste sapersi accolti a casa dalla deriva populista (schedaci, forza) e dal miasma fascista ornato dalla corona del Rosario che intasa i pensieri di tante, troppe persone. Quelle che magari ritenevamo persino rispettabili, quando, invece, erano solo il razzista violento, omofobo e maschilista della porta accanto.

Lo stesso che, magari, paga anche bene per un paio d'ore con un ragazzino indiano che ha l'età della propria figlia. Tutto molto tradizionale. Non ci fermerete tutte o tutti. È troppa gente, è troppa forza per la vostra debole meschinità.

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28° edizione del raduno della Lega a Pontida. 75.000 persone provenienti da tutta Italia si sono radunate oggi in attesa dell’intervento di Matteo Salvini che, per la prima volta, ha parlato sul pratone del Comune orobico nella triplice veste di segretario di partito, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio.

Tra lo sventolio di  diverse bandiere (dalla veteroleghista della Padania a quella sarda coi Quattro Mori) l’uomo dagli slogan a effetto è stato acclamato quale leader carismatico di una comunità in cui le vecchie posizioni si sono mescolate alle nuove senza apparenti contraddizioni.

Matteo, Matteo è l’invocazione unanime che hanno elevato i presenti tanto con le storiche t-shirt verdi recanti la scritta Prima il Nord quanto con quelle più moderne di colore blue e tipicamente salviniane.

E il taumaturgo italico dei nostri giorni, che ha avuto la capacità di unire sotto il cielo di Pontida uomini e donne del Nord a quelli e quelle del Sud operando il miracolo dell’oblio di decenni di insulti e minacce verso i terroni, non ha deluso le aspettative dei suoi fedeli.

Un corale osanna si è innalzato quando Salvini nel suo intervento fiume (e un fiume sono stati i temi toccati) ha dichiarato: «Si rassegnino i compagni, governeremo 30 anni».

E poi il tradizionale giuramento. Ma, come già successo in piazza Duomo a Milano per la chiusura della campagna elettorale, scandito con una corona del rosario tra le mani. Corona del rosario, alla cui manifattura Salvini ha dedicato un apposito tweet.

Appare chiara la volontà di riaffermare la propria identità cattolica anche se le posizioni leghiste in materia di migranti non piacciono a papa Francesco e sono guardate come tutt’altro che cristiane dai vertici curiali e della Cei.

Ma anche una volontà di riaffermare un concetto di Chiesa cui guarda la Lega: quella preconciliare, quella in armi contro i nemici della fede. A cominciare da quei musulmani che, proprio tramite la recita del rosario come riteneva Pio V, furono battuti a Lepanto dalle armate cattoliche il 7 ottobre 1571.

Lorenzo Fontana: "Come ha detto san Pio X: Quando vi dicono queste cose, siatene fieri"

Non è un caso che il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana abbia nel suo intervento menzionato, ancora una volta, quel Pio X che fu campione della lotta al modernismo: «Abbiamo detto cose banali, che un bimbo ha diritto di avere mamma e papà: ci hanno detto che siamo retrogradi, clericali. Ma - come ha detto san Pio X - Quando vi dicono queste cose, siatene fieri. E noi siamo fieri di dire che ci devono essere una mamma e un papà».

Salvini: "Mi fa schifo il solo pensiero dell'utero in affitto"

E il tema delle persone Lgbti e delle famiglie arcobaleno non poteva non essere toccato da Salvini. Anche in considerazione delle proteste sollevate ieri dalla partecipazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vincenzo Spadafora, al Pompei Pride.

«Noi non siamo qua per portare via diritti a nessuno – ha tuonato il vicepremier –. Se lo Stato non entra nei negozi con gli studi di settore figurarsi se entra nelle camera da letto. Ognuno a casa sua fa quello che vuole.

Ma finché avrò voce e sangue nelle vene, difenderò, fino alla morte, il diritto dei più deboli: il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà e il diritto delle donne a non essere un utero in affitto.

Mi fa schifo il solo pensiero dell'utero in affitto, delle donne oggetto e dei bambini in vendita al centro commerciale. Questo non è progresso, è la fine della civiltà».

Parole che, ancora una volta, si rivelano come lesive dell’autodeterminazione delle donne e, soprattutto, delle persone omosessuali in riferimento non solo alla negata capacità genitoriale ma anche alla demonizzazione delle stesse, il cui ricorso alla pratica della gestazione per altri (trascendendo da tutte le altre considerazioni) è in percentuale pressoché nullo se raffrontato con quello messo in atto dalle coppie eterosessuali sterili.

Poi l’attacco si è spostatato alle «multinazionali come Coca-Cola che vanno a sponsorizzare le giornate dell'Orgoglio solo per guadagnare qualche consumatore in più».

Fedriga: "Daremo il patrocinio al Family Day"

Ma l’accennato concetto naturalfamilistico, tanto caro a leghisti e movimenti cattoreazionari, è tornato ampiamente anche nell’intervento del neopresidente della Regione friulana. Quel Massimiliano Fedriga che, da parlamentare, sembrava essere ossessionato dalle persone Lgbti, viste le sue innumerevoli dichiarazioni al riguardo

«Il Friuli Venezia Giulia tutela e difende la famiglia naturale - ha dichiarato sul palco -. Mai darà il patrocinio ai vari Gay Pride: diamo il patrocino al Family Day

Non si danno soldi pubblici a chi fa propaganda per il desiderio degli adulti, ma a chi difende i più piccoli che hanno diritto ad avere una mamma e un papà».

Parole, le sue, che vanno anche lette come un riconoscimento a quell’ampio elettorato leghista d’area Family Day. A partire da Massimo Gandolfini, il cui braccio destro Simone Pillon siede oggi, non a caso, sugli scranni senatori di Palazzo Madama.

Le dichiarazioni di Attilio Fontana e Matteo Salvini ai giornalisti

Al di fuori dei riflettori del palco i toni sembrano però smorzarsi.

Un serafico Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, spiazza ad esempio i giornalisti che gli chiedono una valutazione sui 250.000 partecipanti al Milano Pride. «Sono favorevole al riconoscimento dei diritti – risponde –  non a una manifestazione che mi sembra rischi di essere divisiva. Ma su tutto i diritti devono essere riconosciuti».

Sul caso Spadafora è Salvini invece a rispondere alle pressanti domande della stampa con l’oramai proverbiale ritornello del contratto di governo: «Spadafora parla a nome personale: il tema non è nel contratto di governo. Le sue sono opinioni personali, che sono benvenute, ma il governo è un'altra cosa».

Sarà pure un’altra cosa ma Spadafora, oltre a ricevere l’ampio sostegno del vicepresidente del Parlamento Ue Fabio Massimo Castaldo, ha incassato ieri il plauso del sottosegretario all'Istruzione Lorenzo Fioramonti che in un tweet ha scritto: Io sto con Spadafora: 'Su diritti non si torna indietro'.

Le contraddizioni tra Lega e M5s sulle tematiche Lgbti

Sembrano insomma apparire sempre più evidenti le contraddizioni del connubio Lega-M5s anche alla luce delle dichiarazioni del presidente della Camera Roberto Fico sulla non chiusura dei porti.

Cosa che non è sfuggita a tanti. A partire dal governatore della Regione Liguria Giovanni Toti che, dopo la kermesse di Pontida, ha detto: «Il governo con la Lega è solido e saldo: è un rapporto antico e sono certo che durerà per il futuro. Questo governo nasce in assenza di alternative. Stanno cercando di fare cose che aspettavamo da tempo. In queste ore si vede come M5s e Lega non siano la stessa cosa. 

Mentre siamo qua a Pontida qualcuno era al Gay Pride e qualcuno ha chiesto di aprire i porti. Ma si sapeva».

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Le associazioni Lgbti turche hanno deciso di sfidare il divieto delle autorità di sfilare a Istanbul per il Pride e hanno convocato gli attivisti a piazza Taqsim per le 18:00 (17:00, ore italiane). 

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A due giorni dalla consegna del premio di Persona Lgbti dell’anno a Zoro nell’ambito del Pride Village, Padova ha celebrato ieri la sua marcia dell’orgoglio Lgbti.

Un Pride che, nonostante il negato patrocinio da parte della Regione Veneto a guida Zaia, ha visto riversarsi, lungo le incantevoli strade del centro storico, quasi 15.000 persone, alla cui testa c'erano il sindaco Sergio Giordani e l'intera Giunta.

Ma il Padova Pride non è andato esente dagli attacchi di Lega e destra locale .

Il sottosegretario leghista all'Economia Massimo Bitonci, già sindaco di Padova, ha gridato alla vergogna in nome di un'offesa a sant’Antonio, per il quale il capoluogo veneto è popolarmente conosciuto come la Città del Santo.

Durissima la consigliera comunale forzista Eleonora Mosco (vicinissima a Bitonci, che ha affiancato nelle vesti di vicesindaca) che ha parlato di «pagliacciata esibizionista, di pessimo gusto e al limite del buon costume».

I loro post hanno scatenato una ridda di commenti di inaudita violenza. Se c’era Mussolini li portava nei forni crematori, oppure Certa gente merita veramente il rogo, e non perché sono gay. Ma perché sono inutili. Senza nessun rispetto. E tutto questo nell’assoluto silenzio di Bitonci e Mosco.

Immediata la reazione del deputato padovano Alessandro Zan (Pd): Dobbiamo dirlo con forza: siete vergognosamente responsabili di una omofobia istituzionale che può legittimare comportamenti e azioni violente contro le persone Lgbti, il passaggio dalle parole ai fatti è sottilissimo.

Queste frasi non possono essere lasciate impunite. Bitonci, Mosco, siete la vergogna di questa città, che è libera, aperta ed europea, come la nostra festa di ieri ha dimostrato.

Finché persone come voi avranno la forza di diffondere questo odio, troveranno sempre noi a lottare per i diritti di tutti. W il Pride».

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Quando finirà una tale marea di persone, striscioni, bandiere tricolori e arcobaleno?

Questa la domanda che si sono posti ieri in tanti nel vedere sfilare a Milano, lungo corso Buenos Aires, la parata del Pride.

Già, perché la marcia lombarda dell’orgoglio Lgbti, ha superato ogni aspettativa. Oltre 250mila le persone presenti, molte delle quali hanno assistito al flashmob conclusivo di Angelo Cruciani. Il suo Tricolor&Arcobaleno è stato uno spettacolo emblematico, che ha riunito in un’unica bandiera il tricolore e l'arcobaleno, «stendardo e baluardo dei diritti di tutti, di ogni cittadino che sia bianco o di altri colori, residente o migrante, eterosessuale o alternativ-sessuale».

Organizzato dal Cig Arcigay Milano e dal Coordinamento Arcobaleno, il Milano Pride ha lanciato un chiaro messaggio contro le discriminazioni e i nuovi estremismi secondo il motto programmatico #CiviliMaNonAbbastanza.

Una marea arcobaleno contro le dichiarazioni discriminatorie e xenofobe di Fontana e Salvini

Un messaggio inequivocabile anche al governo e, in particolare, alla Lega.

C'è chi ha sfilato con un gonfiabile raffigurante il volto del ministro dell'Interno Matteo Salvini. Chi, come a Pompei, ha portato in prima fila l’oramai noto cartello – il cui primo esemplare era stato rimosso, il 16 giugno, dalla Digos nel corso del Siracusa Pride –  Sempre in lotta contro Salvini, l'omofobia e altri confini.

In tanti hanno soprattutto protestato contro il ministro Lorenzo Fontana ricordando che «le famiglie arcobaleno esistono e non sono schifezza o fritti misti».

Un concetto, questo, ribadito a più riprese dal palco in piazza Oberdan. «Non sono i ministri – così il presidente di Arcigay Milano Fabio Pellegatta – che definiscono quali sono i nostri diritti ma siamo noi con le nostre vite. Essere qui è il più grande messaggio politico che potevate portare». Ed è stato l'assessore comunale alle Politiche sociali del Pierfrancesco Majorino a lanciare l’appello: «Salvini, Fontana, venite qua e contateci».

Apprezzatissime le parole del sindaco Giuseppe Sala: «Popolo del Pride, Milano è casa vostra e io sono fiero di essere il primo cittadino di questa città che si è sempre basata e si baserà sempre sui diritti e sui doveri: prima di tutto il diritto di manifestare il proprio valore e noi vi difenderemo da tutti quelli che mettono in discussione questo».

Le valutazioni di Viotti, Scalfarotto, Paladini e Cecchi Paone

E sul Milano Pride Gaynews ha raccolto i pareri di alcuni testimoni diretti.

Per l’europarlamentare Daniele Viotti, che ha lanciato ieri la campagna La Regione che non c'è in risposta alle dichiarazioni critiche del governatore della Lombardia Attilio Fontana, «quello di Milano, come gli altri Pride a cui ho partecipato quest’anno, è stato toccante per la quantità di persone che ha partecipato. C’è una resistenza civile alle destre che governano questo Paese che è nata e si sta sviluppando nei 28 pride che stanno animando l’Italia.

Più di una volta è partito spontaneamente il coro di Bella ciao. E personalmente mi sono molto emozionato a cantare Bella ciao con Beppe Sala, sindaco di Milano, città medaglia d’oro per la Resistenza. 

Purtroppo non ho potuto fare a meno di pensare alle ragazze e ai ragazzi di Istanbul che oggi avrebbero voluto fare il proprio Pride ma per il terzo anno consecutivo gli è stato impedito. Domani in aula a Strasburgo chiederò che il Parlamento Europeo si pronunci anche su questo».

Ha fatto invece riferimento alle contestazioni contro la presenza della delegazione M5s il deputato dem Ivan Scalfarotto, per il quale quello di Milano «è stato un Pride molto speciale, estremamente partecipato, affollato e festoso come non mai.

Io credo sia stato così perché le persone che hanno affolllato le strade di Milano hanno percepito il pericolo rappresentato da un governo che si è caratterizzato sin dai primi giorni da una stretta sui diritti umani: le contestazioni al gruppo del M5S ne sono la dimostrazione.

La storia ci insegna che, quando una minoranza o un gruppo sociale vengono fatti oggetto di discriminazione, è impossibile impedire che altri minoranze siano presto o tardi attaccate. Quando si accetta come normale che la maggioranza delle persone perda il rispetto per chi maggioranza non è, tutti sono potenzialmente in pericoloLa fiumana di gente di Milano è stata un potente antidoto al veleno che la maggioranza di governo sta cercando di insinuare nella nostra comunità nazionale».

Secondo Luca Paladini, fondatore de I Sentinelli di Milano, «anche il capoluogo lombardo ha dato una risposta di proporzioni gigantesche a chi ci vuole riportare all'era delle caverneAnche a Milano, e ormai da anni, non è stata solo una giornata di lotta e di festa della comunità Lgbti, ma di tutti quelli che si riconoscono nel principio della laicità e dell'autodeterminazione. Gli steccati si sono rotti. Per fortuna.»

Per Alessandro Cecchi Paone «il Milano Pride è stato un grande successo: l'Onda Pride a difesa delle libertà di tutti che appaiono di nuovo sotto minaccia».

Minacce di morte a Wajahat Abbas Kazmi

Minacce di morte e insuti ha invece ricevuto l'attivista pakistano Wajahat Abbas Kazmi, ideatore della campagna Allah love equality, colpevole, secondo alcuni gruppi Facebook di arabo-francesi e arabo-italiani, di aver offeso il Corano baciando pubblicamente un giovane marocchino che sfilava con la bandiera nazionale.

Offese che sono state poi estese anche ad alcune giovani marocchine che hanno sfilato in velo al Pride.

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È partito verso le 16:30 da Piazza Falcone e Borsellino il Pompei Pride. Una marea arcobaleno che, preceduta dallo striscione del Coordinamento organizzativo, si è ingrossata a mano a mano tra suoni, balli e slogan contro ogni forma di discriminazione e le politiche che le alimentano

Ma una marea pervasa anche da una forte dimensione affettiva come quella espressa da un cartonato raffigurante il responsabile nazionale per la Cultura d'Arcigay, da giorni degente in ospedale, con la scritta Claudio Finelli c'è.

Uno striscione, inoltre, realizzato da Gennaro Falanga, ha voluto rendere memoria a tutte le persone omosessuali vessate e mandate a morte, nei secoli addietro, dalla chiesa cattolica. Striscione che, come reso noto oggi dall'attivista stesso, sarebbe dovuto essere rimosso per ordini impartiti "dall'alto" alla Digos ma che per la tenacia degli organizzatori è stato portato fino al termine della parata.

10.000 le persone che hanno partecipato alla marcia regionale campana dell’orgoglio Lgbti. 30.000, secondo gli organizzatori, che hanno parlato di «successo senza precedenti e fuori da ogni aspettativa».

«Esiste e si fa sentire – ha commentato Antonello Sannino, presidente d’Arcigay Napoli – il pezzo importante del Paese che dice no ai censimenti per i rom. Che dice sì all'accoglienza per le persone che scappano dalla guerra dalla fame e dalla povertà e che dice sì al uguaglianza: un corteo colorato e giovane contro l'omotransfobia, contro l’odio e l’intolleranza».

Ma non sono tanto i numeri (comunque considerevoli) ad aver contato nel Pompei Pride quanto la sua forte caratura politica.

Alle bandiere delle associazioni Lgbti (da Arcigay a Famiglie Arcobaleno, da Agedo a Rete Lenford, da Apple Pie di Avellino al Wand di Benevento, da Alfi all’associazione di omosessuali credenti Ponti sospesi), dei sindacati (Uil e Cgil), di Amnesty International, di Libera di Don Ciotti erano infatti mescolate quelle del Pd, del M5s, di Potere al popolo.

E a marciare con le tante persone presenti le senatrici pentastellate Paola Nugnes e Virginia La Mura, i deputati Gennaro Migliore (Pd) e Gilda Sportiello (M5s), il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e tanti sindaci dell’area vesuviana. Tra cui Giorgio Zinno, primo cittadino di San Giorgio a Cremano, che nella mattinata aveva ricevuto una lettera d’insulti omofobi e minacce di morte con tanto di proiettile.

Significativa e mai scontata la partecipazione della senatrice dem Monica Cirinnà, che ha inizialmente sfilato dietro l’oramai noto striscione antisalviniano, rimosso dalla Digos in occasione del Siracusa Pride. Apprezzatissimo il suo intervento a chiusura del Pompei Pride, nel corso del quale ha affermato: «I parlamentari, tutti devono rispettare la Costituzione e chi dice che Non esistiamo dovrà farsene una ragione».

Ma a dare alla marcia campana dell'orgoglio Lgbti una forte dimensione istituzionale è stato soprattutto Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari Opportunità. Presenza, la sua, che annunciata in anteprima assoluta da Gaynews, è stata accompagnata sin dalla mattina d’ieri dalle reazioni di parlamentari e politici di destra come Malan, Meloni, Scilipoti, Giovanardi.

Ma a mostrare vivo disappunto è stato soprattutto il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana che su Facebook ha scritto «Con tutto il rispetto, il sottosegretario Spadafora parla a titolo personale, e non a nome del governo, né tantomeno della Lega. Per quanto ci riguarda, la famiglia che riconosciamo e sosterremo, anche economicamente, è quella sancita e tutelata dalla Costituzione».

Una smentita dunque della presunta disponibilità dello stesso ministro leghista al dialogo sulle tematiche Lgti così come affermato da Spadafora nel corso del Pompei Pride. In ogni caso il sottosegretario ha chiaramente ribadito che «questo Governo non arretrerà sui diritti delle persone che sono qui oggi al Pride: c'è un grosso lavoro culturale e credo che qualcosa in più, una volta superate le priorità del Governo, potremmo fare». Ha infine annunciato l’imminente convocazione di un tavolo con le associazioni Lgbti.

Numerosi gli interventi che si sono succeduti alla fine della parata davanti all’ingresso dell’area scavi, tra cui quelli del coordinatore Eddy Palescandolo, del presidente d’Arcigay nazionale Flavio Romani, della cofondatrice di Famiglie Arcobaleno Giuseppina La Delfa e della responsabile delle Poltiche Trans per Arcigay Napoli Daniela Falanga.

È stato anche letto il messaggio augurale della vicepresidente della Camera Mara Carfagna che ha, fra l’altro, ricordato come sia irrinuciabile “il contrasto alla violenza omofoba”.

Saluto Pride

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La Regione che non c’è in una Europa che difende i diritti.

Questo il titolo della campagna lanciata stamani dall’europarlamentare Daniele Viotti in risposta alla mancata concessione del patrocinio da parte della Giunta lombarda al Milano Pride e delle recenti dichiarazioni critiche del governatore Attilio Fontana sul significato delle marce dell’orgoglio Lgbti.

La città della Madonnina sarà tappezzata da manifesti raffigurante «il Pirellone con i colori dell’arcobaleno per illuminare Milano e la Lombardia con la luce dei diritti».

Come annunciato dallo stesso Viotti su Facebook, «una regione aperta, inclusiva, capace di trovare nella diversità un motivo di arricchimento e non un veicolo di intolleranza è l’obiettivo cui tendere.

Per quanto mi riguarda, sarò sempre dalla stessa parte: quella dei diritti, contro ogni tipo di oscurantismo. Nelle istituzioni come nelle piazze, la strada da fare è ancora tanta e, in questo momento, ancora con più forza, dobbiamo continuare a inseguire la nostra luna: la piena uguaglianza di tutte e tutti.

Ci vediamo dopo al Milano Pride, più colorati che mai! »

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Nel 49° anniversario dei Moti di Stonewall e in occasione della partita della Pride Night con l'Fc Dallas Collin Martin, centrocampista del Minnesota United, ha annunciato di essere gay. È così, di fatto, l’unico atleta ad aver pubblicamente rivelato la propria omosessualità tra quelli ancora in attività nelle principali leghe sportive professioniali.

Robbie Rogers aveva fatto coming out nel 2013 quando giocava nel Los Angeles Galaxy ma si è ritirato a novembre scorso. Anche il cestista della Nba Jason Paul Collins e il giocatore di football della Nfl Michael Alan Sam, Jr avevano rispettivamente dichiarato la loro omosessualità nel 2013 e 2014 per poi ritirarsi poco dopo.

Martin, che ha giocato sei campionati (compresi i quattro con la Dc United), ha dichiarato su Twitter come già da alcuni anni avesse comunicato il proprio orientamento sessuale a familiari, amici e compagni di squadra.

«Oggi – ha aggiunto – sono orgoglioso che l’intero team e i dirigenti del Minnesota United mi conosca come gay. Ho ricevuto solo attestati di gentilezza e accoglienza da parte di tutti nella Major League Soccer».

Ha voluto poi rivolgere  parole d’incoraggiamento a quanto giocano a livello professionale o dilettantistico perché abbiano «la sicurezza che lo sport darà loro il benvenuto con tutto il cuore». Ha infine aggiunto: «Giugno è il mese del Pride e io sono orgoglioso di giocare per la Pride Night e di giocare come uomo gay».

Cyd Zeigler, co-fondatore di Lgbt Outsports.com, ha confermato che Martin è l'unico atleta maschile professionale tra quelli in attività ad aver fatto coming out.

 

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