«Il ddl Pillon vuole caricare tutto il peso di un'eventuale separazione sulle spalle delle donne. Per questo ritengo doveroso essere qui a manifestare. Anzi ci dovrebbe essere tutta Bologna».

Queste le parole che Franco Grillini, direttore di Gaynews e presidente di Gaynet, ha rilasciato a commento della manifestazione tenutasi in mattinata nel capoluogo emiliano per protestare contro il disegno di legge sull’affido condiviso. Testo, il cui primo firmatario è, per l’appunto, il senatore leghista Simone Pillon, noto alle cronache per le dichiarazioni su aborto, unioni civili, fede papista.

Per non parlare della credulità nella stregoneria, imposta – secondo Pillon – in una scuola primaria del Bresciano e perciò oggetto d’una sua specifica interrogazione parlamentare nel marzo scorso. Aspetto, questo, che Franco Grillini non ha esitato a richiamare in una piazza Nettuno gremita da varie centinaia di persone.

«Con una tale legge – così l’ex parlamentare – si vorrebbe che l'Italia tornasse ai fasti del Medioevo, quando si bruciavano le streghe. Ora, se a volte si è portati a sorridere di queste cose per quanto sono ridicole, bisogna stare molto attenti perché i vari Pillon si stanno moltiplicando.

Viviamo in un mondo fatto di libertà e di diritti. Ma, paradossalmente, ci sono questi personaggi che, portati dalla Lega di Salvini in Parlamento, vorrebbero farci sprofondare nella barbarie più totale con danni inimmaginabili».

Gli ha fatto eco il deputato dem Luca Rizzo Nervo, per il quale «è necessaria una mobilitazione civile contro un progetto di legge retrogrado che ci vuole riportare ai tempi di Alberto da Giussano, quel personaggio di fantasia che i leghisti si appongono sulla giacchetta. Noi lotteremo in Parlamento con grande determinazione contro un ddl che mette in discussione diritti che sono patrimonio di tutti».

Durissima anche l’ex senatrice del Pd Francesca Puglisi, che ha dichiarato: «Questa legge va nella direzione opposta a quello che dice il rapporto della Commissione sul femminicidio e contraddice la Convenzione di Istanbul», prevedendo tra l'altro che "i bambini siano dati in affido condiviso anche se hanno assistito alla violenza sulla madre e anteponendo gli interessi economici degli adulti ai bambini".

Un’occasione, quella bolognese, per invitare "le donne del Movimento 5 stelle e della Lega a scendere in piazza con noi, perché questa è una lotta trasversale con cui vogliamo difendere i diritti di tutti".

Puglisi ha inoltre contestato "la balla secondo cui solo i padri sono impoveriti nel momento della separazione: è tutto il nucleo famigliare che viene impoverito, e come se non bastasse nessuno dice che solo un quarto dei padri paga l'assegno di mantenimento, anche se il giudice che stabilisce la cifra ha ovviamente guardato il 730 prima".

Accanto all'ex senatrice anche la consigliera comunale Roberta Li Calzi e Susanna Zaccariaassessora comunale alle Pari Opportunità e ai Diritti Lgbt, nonché moltissime donne del mondo associazionistico e sindacale.

Guarda la GALLERY

e-max.it: your social media marketing partner

È partita alle 15:00 da piazza Carlo Ederle a Grezzana (Vr) la passeggiata Mano nella mano contro l’omofobia.

Organizzata da Arcigay Verona e Circolo Milk, il corteo, che ha visto la partecipazione di 300 persone, si è snodato fino alla frazione di Stallavena, dove è ubicata l’abitazione di Angelo Amato e Andrea Gardoni.

Un attestato di solidale affettuosità alla coppia che, assalita l’11 agosto da un branco di 20enni nella centralissima piazza Bra a Verona, è stata successivamente vittima di lettere minatorie e aggressione, nella notte tra il 12 e il 13 settembre, davanti alla casa di Stallavena.

Riedizione di quella già tenutasi nella città scaligera il 18 agosto, la manifestazione è stata presentata in conferenza stampa, il 25 settembre, alla presenza della senatrice Monica Cirinnà, giunta appositamente a Verona per esprimere la propria vicinanza ad Angelo e Andrea.

A fare oggi corona alla coppia, nel tragitto da Grezzana a Stallavena, il deputato Alessandro Zan (Pd), la consigliera comunale veronese Elisa La Paglia (Pd), Gianni Zardini (Circolo Pink), Flavio Romani (presidente di Arcigay Nazionale), Gabriele Piazzoni (segretario d’Arcigay nazionale), l'attivista trans Laurella Arietti.

Guarda la Gallery

e-max.it: your social media marketing partner

Resta teso il clima in Romania all’approssimarsi del referendum costituzionale per la ridefinizione del concetto di famiglia, che avrà luogo dal 6 al 7 ottobre.

TVR1, la principale emittente televisiva del servizio pubblico rumeno, ha chiesto oggi scusa agli spettatori per l’interruzione di un dibattito sull’iniziativa referendaria a opera di un cameraman.

Mentre venerdì sera si confrontavano in diretta l'attivista Romaniţa Iordache, vicepresidente di Accept, e Mihai Gheorghiu, presidente di Coalizione per la famiglia, l’operatore televisivo è intervenuto attaccando con "linguaggio inappropriato" il leader del comitato conservatore.

Promosso da alcune associazioni che, vicine alla Chiesa ortodossa romena e riunite nella Coalizione per la famiglia, hanno raccolto circa tre milioni di firme, il referendum necessita di un'affluenza del 30% per essere valido.

Secondo il testo che verrà sottoposto a consultazione in ottobre e che, in caso di vittoria del sì, sarà inserito nella Carta costituzionale, il matrimonio «rappresenta l'unione tra un uomo e una donna» e non tra «sposi» come prevede il relativo articolo vigente.

La legislazione romena non consente le unioni tra persone dello stesso sesso ma secondo Coalizione per la famiglia un esplicito divieto in Costituzione renderebbe difficile se non impossibile modificare o introdurre una norma in tal senso.

Intanto, giovedì 27 settembre, è stata pubblicata la decisione 532 che, emessa il 18 luglio dalla Corte Costituzionale di Romania, ha stabilito la necessità di riconoscere alle coppie di persone i medesimi diritti familiari delle coppie eterosessuali.

e-max.it: your social media marketing partner

Calci, pugni e un colpo mortale alla testa. È stato ucciso così ad Atene, a soli 33 anni, Zak Kostopoulos noto in tutta la Grecia come antifascista e drag queen (col nome d’arte Zachie Oh) nonché come attivista per i diritti delle persone Lgbti+ e sieropositive alla luce della sua personale esperienza.

Il linciaggio è avvenuto il 21 settembre, intorno a mezzogiorno, all’interno della gioielleria Di Angelo in via Gladstonos a pochi passi dalla centralissima piazza Omonia.

Il proprietario del negozio Evangelos Demopoulos e alcuni testimoni oculari hanno dichiarato che Zak aveva fatto irruzione nella gioielleria armato di coltello ed era intenzionato a rubare. Ma in realtà, come dichiarato da più persone, l’attivista si era rifugiato nel negozio per sfuggire a disordini scoppiati in un vicino locale, in cui si trovava precedentemente.

Inoltre alcune videoregistrazioni, circolate online e poi mostrate in tv, comprovano non solo che l'attivista non fosse armato di coltello ma che, entrato in tutta fretta nella gioielleria, avesse visto la porta chiudersi automaticamente alle spalle. Da qui il panico e il tentativo di uscire spaccando la vetrina.

Mentre strisciava tra i vetri infranti, il gioielliere e Atanasios Chortari (coordinatore locale della formazione fascista Fronte Popolare) lo hanno ripetutamente colpito a calci e pugni. Giunti i soccorsi, il linciaggio è continuato a opera delle persone presenti.

I video hanno infine mostrato come gli stessi poliziotti, dopo averlo immobilizzato e ammanettato, avessero a loro volta colpito brutalmente Zak, che è poi deceduto prima di raggiungere l’ospedale.

Il proprietario della gioielleria è stato arrestato con l’accusa d’omicidio colposo. Ma Anna Paparoussou, la legale della famiglia Kostopoulos, ritiene che Demopoulos debba essere imputato di omicidio volontario.

Intanto non si arrestano ad Atene le proteste per l’efferata uccisione di Zak. La notte di sabato 23 oltre 500 persone sono scese in piazza, mentre un lungo corteo di manifestanti è sfilato, il 26 settembre, per le vie principali della capitale greca. Striscioni e scritte continuano ad apparire in tutta Atene per chiedere verità e giustizia per Zak.

e-max.it: your social media marketing partner

A pochi giorni dal referendum, che avrà luogo il 6 e il 7 ottobre, è stata ieri pubblicata la decisione n. 534, emessa il 18 luglio dalla Corte Costituzionale di Romania.

Presieduta da Valer Dorneanu, la Curtea Constituţională ha stabilito che le coppie di persone dello stesso stesso godono ex iure degli stessi diritti familiari di quelle formate da persone di sesso opposto. Dovrebbero pertanto «beneficiare del riconoscimento legale e giuridico dei diritti e doveri delle coppie eterosessuali».

Promossa da alcune associazioni che, vicine alla Chiesa ortodossa romena e riunite nella Coalizione per la famiglia, hanno raccolto circa tre milioni di firme, l’iniziativa referendaria è finalizzata a revisionare la Costituzione con riferimento alla ridefinizione del concetto di famiglia.

Secondo il testo che verrà sottoposto a consultazione in ottobre e che, in caso di vittoria del sì, sarà inserito nella Carta costituzionale, il matrimonio «rappresenta l'unione tra un uomo e una donna» e non tra «sposi» come prevede il relativo articolo vigente. 

La legislazione romena non consente le unioni tra persone dello stesso sesso ma secondo Coalizione per la famiglia un esplicito divieto in Costituzione renderebbe difficile se non impossibile modificare o introdurre una norma in tal senso.

La sentenza della Corte Costituzionale è stata salutata con soddisfazione dagli attivisti e attiviste di Accept.

Romanița Iordache, vicepresidente dell’associazione con sede a Bucarest, ha dichiarato: «La decisione di oggi conferma ancora una volta che la famiglia di persone dello stesso sesso è uguale a qualsiasi altra famiglia.

Il referendum diventa completamente inutile da qualsiasi punto di vista, poiché la Costituzione romena, alla luce dell’articolo 26, pone già un elemento di uguaglianza tra le famiglia, composte da persone di sesso opposto e coniugate, e le coppie dello stesso sesso. Anche se ora non esiste per quest’ultime una forma giuridica di registrazione familiare.

Il partenariato civile dev'essere disciplinato d’urgenza del Parlamento».

e-max.it: your social media marketing partner

«Fare coming out significa affrontare il giudizio della propria famiglia, degli amici, dei colleghi sul posto di lavoro, e a volte anche il proprio, il giudizio peggiore, quello verso sé stessi, condizionato dall’ambiente stesso che impone standard sul genere umano.

Fare Coming out non è ostentare una scelta: è avere il coraggio di quelle parole che non andrebbero nemmeno dette, perché dovrebbero scorrere sotto il nome paradossale di normalità. Vivere liberamente e semplicemente la propria normalità di omosessuale è un diritto quanto respirare aria pura».

Con queste parole Michele Caccamo e Luisella Pescatori, editore e direttrice editoriale de Il Seme Bianco, hanno lanciato il progetto Coming out. Finalizzato a stimolare chi desidera aprirsi al mondo e a sollecitare l’accettazione delle differenze, esso sarà condotto sui coming out inviati a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..

La raccolta dei singoli racconti autorivelativi del proprio orientamento sessuale o identità di genere sarà quindi pubblicata in Fiori Arcobaleno, la collana editoriale de Il Seme Bianco che, curata da Emanuela Dei, è incentrata tanto su testimonianze quanto su saggi relativi alla collettività Lgbtqi.

e-max.it: your social media marketing partner

Nell’anniversario delle Quattro giornate di Napoli - episodio di vera e propria insurrezione popolare che, consumatasi tra il 27 e il 30 settembre 1943, condusse il popolo napoletano a liberarsi autonomamente, prima dell’arrivo degli Alleati, dall’occupazione nazifascista - il nostro pensiero non può non andare al protagonismo dei femminielli più volte raccontato da Antonio Amoretti, presidente provinciale dell’Anpi.

Se è vero che Napoli fu la prima tra le grandi città europee a insorgere contro il giogo nazifascista, il merito fu anche dei femminielli che vivevano nel ventre popolare della città  e che sono state persone eroiche troppe volte dimenticate dalla storia ufficiale.

D’altronde, i femminielli hanno avuto un ruolo centrale nella magmatica composizione della comunità Lgbti napoletana e hanno attratto l’attenzione di studiosi, scrittori e antropologi. 

Con il termine femminiello, è opportuno ricordarlo, si suole indicare uomini che vivono e sentono da donna. Sarebbe riduttivo definirli travestiti e, anche se possono essere ricondotti nell’alveo del transgenderismo, i femminielli napoletani, di cui oggi restano poche eredi, sono visibilmente distanti dal profilo contemporaneo globalizzato e metropolizzato delle persone transgender.

Nei femminielli napoletani si infrangeva e si superava il consuetudinario binarismo di genere e la loro sola presenza ha rimescolato per decenni ruoli sociali e stereotipi di genere diffusi e reiterati. 

E i femminielli napoletani, nelle gloriose giornate del settembre 1943, scesero in piazza e salirono sulle barricate. Come più volte ricordato da Antonio Amoretti, insignito tra l’altro anche dell’Antinoo d’Oro (riconoscimento offerto dal Comitato Arcigay di Napoli), i femminielli napoletani nei giorni delle lotte a Piazza Carlo III, nel quartiere San Giovanniello, scesero per le strade al fianco dei partigiani, imbracciarono le armi, combatterono con convinzione difendendo la città con coraggio e con onore.

E sarà proprio Antonio Amoretti che, il 1° ottobre, porterà una targa e dei fiori rossi al quartiere San Giovanniello insieme con Atn (Associazione Trans Napoli), Arcigay Antinoo di Napoli, Asd Kodokan.

e-max.it: your social media marketing partner

In India, dopo la depenalizzazione dei rapporti omosessuali, anche l’adulterio non è più reatoA deciderlo oggi all’unanimità la Corte suprema che, presieduta da Dipak Misra, ha definito incostituzionale la Sezione 497 del Codice penale indiano.

Risalente al 1861, la norma perseguiva fino a cinque anni di carcere l’uomo che avesse avuto rapporti sessuali con una donna sposata all’insaputa o senza il consenso del di lei consorte.

Considerata come fortemente discriminatoria per le donne, la legge d’epoca vittoriana non consentiva infatti alle moglie tradita di sporgere denuncia contro il consorte.

Pur ribadendo che l’adulterio resta motivo di divorzio, la Corte Suprema ha sentenziato che nessun marito è «padrone della propria moglie» e che la norma ha discriminato per anni le donne per anni in aperta violazione dell’articolo 21 della Costituzione

«Trattare le donne con indignazione o discriminazione – così i giudici della Corte Suprema - favorisce un'aperta violazione della Carta costituzionale».

Il verdetto è stato salutato con entusiasmo da attivisti e componenti del centro-sinistra del Parlamento indiano. «Decisione eccellente - così in tweet Sushmita Dev, parlamentare e presidente di Mahila Congress -. Una legge che non dà alle donne il diritto di citare in giudizio i mariti adulteri sancisce una disparità di trattamento e conculca il suo status di persona».

e-max.it: your social media marketing partner

Il 24 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il Decreto sicurezza e immigrazione, il cui primo firmatario è Matteo Salvini. Mentre da lunedì si sussegguono le polemiche intorno a un testo, di cui si ha conoscenza al momento attraverso un comunicato stampa pubblicato sul sito di Palazzo Chigi (anche se ne circola una versione online), abbiamo contattato Giorgio Dell’Amico.

Lavorativamente impegnato dal 1992 in servizi rivolti a migranti e incaricato dal 2005 di richiedenti asilo Lgbti per Arcigay Nazionale, Dell’Amico ha una particolare conoscenza della situazione di quante e quanti lasciano i Paesi d’origine perché perseguiti a causa dell’orientamento sessuale e identità di genere.

Giorgio, cosa pensi del Decreto Sicurezza?

Senza dubbio mi associo alla voce di altri esponenti di associazioni che si occupano di asilo ed altri esperti che contestano proprio la scelta dell'emanazione di un decreto legge. Non si rilevano infatti motivi di urgenza, anche tenendo conto del flusso di arrivi che è in drastica riduzione.

Inoltre, è molto discutibile l’aver accorpato il decreto immigrazione a quello sulla sicurezza: ciò infatti comporta l’abbinamento di due aspetti che non sono collegati, ma che dal punto di vista simbolico lo divengono, contribuendo ad alimentare la percezione di pericolo e aumentando l'odio nei confronti dei migranti (o anche solo di chi ha un diverso colore di pelle).

Aggiungo poi che, togliendo la protezione umanitaria – al di là di ridurre fortemente la possibilità per molte persone di ottenere un titolo di soggiorno che permetta loro di potersi costruire un futuro – si rischia di spostare nelle aule giudiziare la verifica di situazioni che potrebbero essere tutelate dall'articolo 10 della Costituzione (tra quelli fondamentali e non modificabili). Articolo che sancisce il diritto d'asilo, il quale, a differenza della protezione internazionale, garantisce maggiori tutele in quanto si riferisce alle libertà democratiche garantite dalla Costituzione e dai diritti internazionalmente riconosciuti

Questo decreto affossa anche un sistema d'accoglienza, lo Sprar, che è un sistema che in questi anni ha dimostrato di essere molto valido – che andava caso mai potenziato – e vedeva il coinvolgimento dei Comuni e degli enti locali. Il decreto invece impedirà l'ingresso dei richiedenti asilo prevedendo per loro un trattenimento che per altro non è possibile in base alla Convenzione di Ginevra e alle direttive Ue.

Cosa cambierà e quali saranno i problemi per i migranti Lgbt richiedenti protezione, perché perseguitati nei Paesi d’origine a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere?

Rispetto alla questione riguardante i richiedenti asilo Lgbti, trattandosi di persone che, semplificando, chiedono protezione per motivi legati al loro orientamento sessuale o identità di genere, il decreto non incide in quanto, se le commissioni valutano correttamente la loro situazione, dovrebbero riconoscere lo status di rifugiato e per questo non sono toccati, almeno non direttamente.

È però vero che in caso di rigetto della loro domanda di asilo, il problema sorgerà in fase di ricorso (ma già il Decreto Minniti-Orlando ha tolto un grado di giudizio e ha previsto la possibilità, qualora l'audizione sia stata registrata, che il giudice possa ascoltare solo la registrazione e decidere in base a essa senza sentire l'interessato) e soprattuto sorgerà per coloro che, per vari motivi, non avessero mai detto di essere soggetti Lgbti (per mancata conoscenza del diritto, per paura, per vergogna, ecc...): sarà sicuramente peggio se non vi saranno più progetti che possano seguire in maniera adeguata queste persone.

Smantellare un sistema d'accoglienza per richiedenti asilo (non solo dei Cas, ovvero i centri gestiti dalle Prefetture nelle varie province che, proprio per il fatto di essere strutture straordinarie, presentano moltissimi problemi), che già oggi difficilmente tiene conto della specificità Lgbti, peggiorerà notevolmente le condizioni di vita e la tutela dei diritti dei migranti Lgbti. Queste persone, infatti, già adesso hanno paura di vivere con altri connazionali o altri individui richiedenti asilo provenienti da Paesi omofobi: per questa paura spesso si nascondono e si allontanano dai centri di accoglienza nei quali sono stati ospitati.

Ad oggi in Italia non esistono strutture dedicate a richiedenti asilo Lgbti, anche se molti progetti Sprar stanno mettendo sempre più attenzione rispetto a questa tipologia di richiedenti asilo. Credo che a livello nazionale l'unica esperienza in cui esistono strutture che hanno destinato alcuni posti espressamente a richiedenti asilo Lgbti sia quella del progetto che coordino nell'ambito di un Cas

Quali conseguenze, in termini umani e politici, a livello nazionale e internazionale, potranno derivare da questo decreto?

Assisteremo a un numero maggiore di persone che non otterranno alcuna protezione, che non riusciremo a rimandare a casa, con un aggravio dell'allarme sociale e con ricadute negative sulle comunità che gioverà solo alla criminalità e a chi sfrutta i lavoratori. Il decreto non avrà, invece, alcuna ricaduta rispetto al traffico dei migranti che, anzi, a causa di queste ulteriori chiusure, troverà altre vie e strategie per far entrare persone, guadagnando sulla loro pelle e sulle loro vite.

e-max.it: your social media marketing partner

Ergastolo per Ciro Guarente.

Questo il verdetto emesso oggi dal giudice del tribunale di Napoli nord Fabrizio Finamore, che ha accolto la richiesta della pm Vittoria Petronella nei riguardi del 36enne imputato dell’omicidio di Vincenzo Ruggiero, di relativo vilipendio e occultamento di cadavere.

A nulla è valsa la pubblica richiesta di scuse in aula da parte dell’uomo, dipendente civile della Marina militare, alla madre e a due fratelli di Vincenzo. Né ha sortito miglior effetto l’invocazione di attenuanti generiche, avanzate dall’avvocato Dario Cuomo in virtù della collaborazione fornita da Guarente durante le indagini.

Nei mesi scorsi il 36enne aveva fatto il nome di Francesco De Turris, accusato di avergli ceduto la pistola calibro 7,65 usata per uccidere Vincenzo. L’uomo andrà a processo con rito ordinario nelle prossime settimane. Su altri eventuali complici sono invece in corso i riscontri degli inquirenti.

e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video