Un Pd che frena sulla legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. E, per giunta, in una regione considerata roccaforte storica della sinistra.

È quanto succede da anni in Emilia-Romagna, dove il progetto di legge, presentato nella scorsa legislatura dall’allora consigliere Franco Grillini, non è mai arrivato in Aula per la discussione nonostante le rassicurazioni d’approvazione dello stesso entro il 2018 da parte del presidente Stefano Bonaccini.

Ma all’etica della parola data di richettiana memoria si è contrapposta l’urgenza della «piena condivisione del testo da parte del partito». Questo il motivo invocato, il 17 maggio scorso, dal segretario del Pd Emilia-Romagna Paolo Calvano in risposta alla manifestazione di protesta delle associazioni Lgbti davanti al Palazzo della Regione. Condivisione però chimerica, viste le resistenze della cosiddetta compagine cattodem alla stessa discussione del progetto di legge e subito codificate, proprio il 17 maggio, nelle dichiarazioni del consigliere regionale Giuseppe Paruolo.

Ma ieri colpo di scena. I Consigli comunali di Bologna, Parma e Reggio Emilia – senza contare quella precedente del 26 maggio a Modenahanno deliberato a maggioranza l’adesione al progetto di legge (divenuto d’iniziativa popolare) col raggiungimento, in tal modo, della quota di elettorato necessaria all’obbligatoria discussione in Regione. Approvazioni, queste, raggiunte anche coi voti favorevoli del M5s.

Ma per conoscere più approfonditamente le posizioni dei pentastellati al riguardo, abbiamo raggiunto la capogruppo e consigliera regionale Silvia Piccinini.

Consigliera, il progetto di legge regionale contro l’omotransnegatività giace da anni in una sorta di limbo. Come giudica un tale ritardo da parte di un’amministrazione di centrosinistra?

Lo giudico come una prova, purtroppo non la prima e senza dubbio non l'ultima, del fatto che il centro sinistra in Emilia-Romagna non risponde più da tempo ai valori della tradizione della nostra terra e nemmeno ai bisogni della società, delle comunità, delle persone di questa regione.

Ma “ritardo” non è la parola giusta. Forse bisognerebbe parlare di vera e propria “scomparsa”  del tema dall’agenda della maggioranza. Ma questi sono i tempi del renzismo ed è evidente che anche per il centro sinistra e la sinistra emiliano- romagnola le priorità ora sono altre. Io però non ne farei più una questione ideologica o di appartenenza politica. La lotta contro l’omotransfobia è una questione di civiltà, una battaglia che dovremmo abbracciare tutti quanti.

Il presidente Bonaccini aveva promesso nel settembre scorso che la legge si sarebbe fatta entro un anno. Ma nell’incontro coi manifestanti il segretario del Pd Calvano ha parlato di necessità di condivisione del testo col partito. Che fine ha fatto, secondo lei, l’etica della parola data in politica?

Senza etica la politica diventa semplice ricerca del proprio interesse. E, nel momento in cui alle promesse non corrispondono i fatti e ci si limita alle dichiarazioni propagandistiche, il danno è doppio. Oltre alla perdita di credibilità si alimenta la disaffezione dei cittadini alla politica e alla partecipazione alle scelte che li riguardano. E questo non va bene. Nel caso specifico è evidente come gli interessi spiccioli di partito e “la tutela” delle loro contraddizioni interne abbiano la priorità, rispetto ad un tema su cui si potrebbe agire subito e senza esitazioni e che ci dovrebbe vedere tutti concordi e sullo stesso fronte.

I casi di omotransfobia non accennano a diminuire. Il M5s sosterrebbe per un senso di responsabilità e sensibilità verso le persone Lgbti un tale progetto di legge - magari integrandolo con proprie proposte - sull’esempio di quanto dichiarato dalla capogruppo M5s alla Regione Lazio Roberta Lombardi?

Abbiamo esaminato il testo e siamo pronti a votarlo, non per senso di responsabilità o opportunità politica, ma perché crediamo sia un provvedimento semplicemente giusto e necessario. Il problema qui però, come dicevo, sono le divisioni interne alla maggioranza. Temiamo infatti un ulteriore rallentamento dei tempi che servirà a loro per trovare l’accordo con i “malpancisti” su un testo che molto probabilmente sarà annacquato e depotenziato e, quindi, utile solo come bandierina da sventolare nelle giuste occasioni.

Noi per evitare questo abbiamo depositato, la scorsa settimana, un nostro progetto di legge - crediamo migliorativo -, che recepisce anche alcuni elementi positivi contenuti nella legge umbra e ne chiederemo l’immediata iscrizione in commissione.

Come giudica le valutazioni del consigliere Giuseppe Paruolo?

Alla luce di quanto dichiarato penso che amichevolmente gli regalerò una copia dell’art. 3, comma 2 della Costituzione che recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Le sue sono parole arcaiche, fuori dal tempo e dalla storia, che mi sarei aspettata da un esponente conservatore di destra, non del Pd. La nostra regione si è dotata da qualche anno di una legge contro le discriminazioni femminili. Integrare questa visione con la lotta alle discriminazioni di tutti gli orientamenti sessuali e di tutte le identità di genere, sostenendo un principio fondamentale che è quello dell’autodeterminazione di ogni persona, sarebbe un gesto minimo di civiltà.

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Poco più di un mese fa si concludeva a Torino la 33° edizione del Lovers Film Festival. Alla luce del grande successo di critica e di pubblico abbiamo chiesto una valutazione a Giovanni Minerba, fondatore e presidnete della rassegna cinematrografica Lgbti.

Il 24 aprile scorso terminava il Lovers Film Festival del 2018: quali sono le tue riflessioni sull'edizione di quest'anno?

Più che riflessioni le chiamerei sensazioni o emozioni. Come sappiamo l’edizione dello scorso anno, con nuova direzione, quindi nuovo progetto artistico, collocazione a giugno, è stata un’edizione di “traghettamento” verso quella di quest’anno in cui abbiamo rivisto con piacere l’atmosfera degli anni passati. Anche i numeri sono aumentati: il pubblico è cresciuto del 20%, e questo è molto importante, perché ti dà energia, ti fa capire quanto il nostro pubblico sia affezionato al festival.

Il Lovers ha registrato, quest’anno, la presenza di artisti importanti come Rupert Everett e Valeria Golino. Quale il loro impatto sul pubblico?

Come dicevo, l’atmosfera era caratterizzata dall’entusiasmo. Rupert è stato delizioso accettando di venire a Torino per presentare l’anteprima del suo The Happy Prince. Per me un film bellissimo, che ha superato addirittura le mie aspettative. La madrina Valeria Golino, poi, è stata fantastica oltre ogni misura con quello che ha raccontato nell’incontro con Concita De Gregorio. Ma, soprattutto, perché ha scelto di essere con noi nonostante i suoi impegni per ultimare il film che ha poi portato a Cannes. Ne approfitto per ricordare come il tutto sia stato possibile grazie al contributo del Museo nazionale del Cinema.

Se dovessi proporre alcuni film del Lovers, quali citeresti per il loro impatto sulla comunità Lgbti e non solo?

Per me è sempre difficile citare alcuni dei film in un vasto e variegato programma. Ma lasciando da parte i concorsi, ne menziono due per me necessari: Mario dello svizzero Marcel Gisler, che affronta un tema importante ma ancora tabù come l'omosessualità nel mondo dello sport, in questo caso il calcio. Poi A Graça e a Gloria (film brasiliano di Flàvio R. Tambellini), in cui si affronta con “normalità”, senza necessarie rivendicazioni, la vita, la quotidianità di una persona trans: sono rimasto folgorato da questo film e dalla bravura e bellezza delle sue attrici.

Jo Coda ha presentato Xavier, un corto dal forte impatto emotivo nonché culturale e politico. Non scorgi in esso un legame con la storia di fondazione del festival?

Il festival nasce con queste intenzioni ma chiaramente legate alla parte artistica. Il film di Jo Coda, come i suoi precedenti, ha tutto insieme. Io ho fortemente voluto questo corto di Jo per la serata di apertura del festival e la direttrice Irene Dionisio ha accolto con piacere la mia proposta, perché il 20 aprile, come sappiamo, era l’anniversario dell’attentato parigino agli Champs-Élysées dove morì Xavier Jugelé, a cui è ispirato il film di Coda. Il festival deve continuare ad avere questa missione.

La rassegna ha oggi un nome diverso rispetto al passato: Festival del cinema omosessuale (Lgbt) di Torino. Sei d’accotdo? 

Rispondo con franchezza come sono abituato a fare. Non sento ancora del tutto mio questo nome ma non per una questione “nostalgica”. Rispetto, comunque, chi ha scelto Lovers.

La città di Torino è da decenni in prima linea nella lotta alle discriminazioni verso le persone Lgbti: come ha risposto all’ultima edizione del festival? 

Come mi è capitato di dire, è storia. A Torino è nato il movimento italiano di liberazione omosessuale con il F.U.O.R.I., è nato il primo “Festival del Cinema Omosessuale” d’Europa. Nel 1982 c’è stato il primo Gay Pride. Nel 2015 è stata inaugurata una via intitolata a Ottavio Mario Mai, mio compagno e fondatore del festival. Nel 2016 la Giunta di Torino ha istituito l’Assessorato alle Famiglie (non più alla famiglia) per l’inclusione di ogni tipo di famiglia comprese quelle omogenitoriali. È stato poi creato lo spazio dedicato ai diritti Lgbti, curato dal Coordinamento Torino Pride, all’interno dello stand della Regione Piemonte al Salone del libro di Torino. Questo per citare solo alcuni dei passi compiuti.

Poi, il 23 aprile 2018 Mentre era in corso la 33° edizione del Lovers, ha ricevuto il Premio Milk Monica Cirinnà, paladina della legge sulle unioni civili che porta il suo nome. Al Dams dell’Università di Torino è stato inaugurato il “Corso di Storia dell’omosessualità”. In Comune la sindaca di Torino, Chiara Appendino, ha trascritto gli atti di nascita esteri di figli di tre coppie omogenitoriali e ha iscritto all’anagrafe il piccolo Niccolò Pietro quale figlio di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni. Bisogna dire che qui a Torino, in Piemonte la Politica ha sempre dato il suo importante contributo.

Negli ultimi mesi si sono registrati Paese numerose aggressioni a persone Lgbti. Secondo te che cosa favorisce una tale violenza? 

È inutile dire che, quando succedono questi casi, io rimango ancora estereffatto. Ripenso ai miei 40 anni di “militanza”. Ripenso a tutti quelli come noi che hanno fatto di tutto per cercare di arginare questa aggressività. Purtroppo però mi tocca sottolineare il “tutti quelli come noi”: non bastiamo solo noi o forse non lo facciamo bastare. Forse la “schizofrenia” della politica non è stata messa abbastanza alle strette perché si decidesse a fare una legge contro l’omotransfobia? Potrebbe bastare questa legge? Sì, se all’interno ci fosse un esplicito riferimento alla scuola, all’”educazione” scolastica.

Hai altre iniziative in programma? 

Idee ovviamente molte anche se, in questo momento complicato, è difficile realizzarle. Ma mai arrendersi. Prossimamente su questi schermi!

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Un’odissea quella della legge regionale contro l’omotransnegatività in Emilia-Romagna. Nella scorsa legislatura si era a un passo dall’approvazione quando il governatore Vasco Errani si dimise.

Una battuta d’arresto cocente per l’allora consigliere regionale Franco Grillini che, primo firmatario del progetto di legge contro le discriminazioni e la cultura omofobica, era comunque convinto d’un logico quanto rapido ottenimento di tale risultato con l’insediamento della nuova Giunta nel novembre 2014. Ma, invece, in un gioco illogico di rimbalzi e promesse – non ultima quella del presidente Bonaccini che, nel 2016, aveva dato pubblica rassicurazione sull’approvazione del pdl nel giro d’un anno – si è arrivati fino a oggi senza che il testo sia mai arrivato in Commissione per la pre-discussione.

Cosa che ha portato, il 17 maggio, le associazioni Lgbti dell’Emilia-Romagna a organizzare un presidio di protesta in Viale Aldo Moro, conclusosi con un incontro, definito deludente dalla delegazione di attiviste e attivisti, col capogruppo Pd Stefano Caliandro e il segretario regionale dem Paolo Calvano ancorati a un concetto di “piena condivisione partitica del progetto di legge”. Condivisione ovviamente inesistente, viste le resistenze della compagine cattolica

Da qui l’ulteriore estenuante rimpallo ai Consigli comunali per tentare la strada del progetto di legge d’iniziativa popolare. Che, oggi, proprio grazie all’approvazione dei Consigli comunali di Bologna, Reggio Emilia, Parma – cui si va aggiungere quella precedente degli omologhi modenesi in data 26 maggio – ha finalmente trovato una soluzione irreversibile.

Il Consiglio comunale di Bologna ha infatti approvato la relativa delibera con 23 voti favorevoli (Partito Democratico, Città comune, Movimento 5 stelle, Clancy-Coalizione civica), un astenuto (Martelloni di Coalizione civica) e 7 contrari (Lega nord, Forza Italia, Insieme Bologna). Il sindaco Virginio Merola così ha commentato il risultato a Gaynews: «Con il voto di oggi diventa obbligatorio discutere in Consiglio regionale la legge contro le discriminazioni per i cittadini Lgbti. La città di Bologna infatti con il suo voto ha già raggiunto la quota di elettorato necessaria. Si aggiungeranno altri Comuni ampliando la richiesta. Voglio che la Regione legiferi in materia come tante altre hanno già fatto».

Stesso risultato, in giornata, anche a Reggio Emilia. Alberto Nicolini, presidente del locale comitato Arcigay, ha dichiarato: «In una giornata in cui l'Italia intera discute di Istituzioni e processo democratico, Reggio Emilia regala ancora una volta un grande segnale a favore dei diritti e delle persone. Poche ore fa, infatti, il Consiglio comunale della città del tricolore si è chiaramente espresso perché la Regione discuta nel merito la legge contro l'omofobia-bi-lesbo-transnegatività: una legge orientata alla formazione e al miglioramento delle vite delle persone Lgbti, una legge che permetterà di ridurre i reati e le situazioni discriminatorie. Un grazie sincero ad Articolo 1-Mdp, M5s, Pd e Si. Un primo passo è stato fatto, e siamo pronti alla corsa che ci aspetta. Ora parli la Regione».

E alle 21:20, di un lungo consiglio comunale iniziato alle 15:00, anche a Parma è stata approvata la delibera circa la legge regionale contro l'omofobia. 21 i voti favorevoli (18 Effetto Parma, 3 Pd). Unico astenuto Pezzuto del Pd mentre i consiglieri di Lega Nord e d'altri schieramenti hanno preferito allontanarsi dall'aula consiliare.

Su tali risultati, che adesso impegnano la Regione a legiferare in materia, così si è espresso il direttore di Gaynews Franco Grillini: «La legge è già in vigore in numerose Regioni tra cui Toscana, Liguria, Umbria e in discussione in diverse altre tra cui Lazio, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata. Si tratta ora di fare lo stesso in Emilia-Romagna, dove c’è tutto il tempo necessario prima della fine di questa legislatura (oltre un anno e mezzo).

È stata ampiamente superata oggi quella percentuale di cittadini rappresentati per l’immediata discussione in Commissione e in Aula in Consiglio Regionale. Facciamo affidamento alla volontà politica espressa dallo stesso Pd e dalle altre forze della sinistra in Consiglio Regionale, a cui si è aggiunto di recente anche una proposta del gruppo 5 Stelle prefigurando un’ampia maggioranza anche senza i clericali, detti cattodem. Con essi, comunque, vogliamo discutere nel tentativo di convincerli che le discriminazioni vanno combattute anche con provvedimenti legislativi così come hanno fatto le numerose altre regioni in Italia e in Europa.

Sarebbe veramente incomprensibile che ciò non si facesse in una Regione che si vuole all’avanguardia dei diritti come la Regione Emilia-Romagna.»

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Contro ogni fascismo continueremo a resistere e lottare. La liberazione continua. Con queste parole si chiude Brigata Arcobaleno - La liberazione continua, il dettagliato documento politico del Roma Pride. Pride, che avrà luogo sabato 9 giugno.

Inserita all’interno di quell’onda arcobaleno che, a partire dal 17 maggio, sta invadendo lo Stivale e interesserà nel complesso 28 città italiane, la marcia dell’orgoglio Lgbti della capitale ha un innegabile rilievo. La recrudescenza di aggressioni omofobiche tra marzo e aprile, di cui tre proprio a Roma, pongono altresì in luce quanto si carichi di significato il Pride del 9 giugno quale appello alle istituzioni troppo a lungo sorde a una tale drammatica realtà. Il tutto sullo sfondo d’un rimontare di istanze cattofasciste con manifestazioni di protesta da parte di Forza Nuova e di processioni riparatorie, di cui anche a Roma ne è stata annunciata una, proprio per il 9 giugno, dal Comitato San Filippo Neri.

Sull’importanza di partecipare al Roma Pride ha parlato giorni fa anche la senatrice Monica CirinnàPer saperne di più, Gaynews ne parla con l’avvocato Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e portavoce del Roma Pride, in un clima di tensione qual è quello che si respira all’indomani degli attacchi M5S, Lega e Fratelli d’Italia al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ci avviciniamo al 9 giugno. Quali le iniziative messe in campo in vista del Pride?

Il 31 maggio ci sarà la conferenza stampa del Roma Pride 2018 che renderà pubblici tutti i dettagli di quest’anno ma intanto ti anticipo qualcosa. Giovedì 31 ci sarà un evento organizzato presso la residenza dell’Ambasciatore Uk avente ad oggetto l’influenza della pop Music inglese sulla comunità Lgbt+. Anche quest’anno, infatti, non abbiamo voluto rinunciare all’idea di accompagnare la Grande Parata del 9 giugno da un serie di eventi culturali e politici su tematiche care alla nostra comunità. Con questo spirito dal 2 all’8 giugno ripeteremo la riuscitissima esperienza della Gay Croisette che quest’anno sarà al LARGO, in zona Pigneto/Prenestina, nota e cara alla comunità Lgbt+ romana anche perché vicina al Qube, locale in cui si tiene da anni la serata Muccassassina e in cui si terrà ADORO, la festa ufficiale del Roma Pride.

Come sempre parleremo di politica, prevenzione, cultura ma ci sarà anche tanto spettacolo, arte e divertimento grazie all’impeccabile direzione artistica di Diego Longobardi. Per tutta le settimana della Gay Croisette ci sarà musica ed animazione fino a tardi grazie alla collaborazione delle organizzazioni care alla comunità Lgbt+ romana che daranno così un prezioso contributo al programma offerto dal Roma Pride 2018.

Come nasce l’idea di Brigata Arcobaleno?

Brigata Arcobaleno - La liberazione continua nasce dalla necessità di dare una risposta concreta alla situazione che imperversa nel nostro Paese. Sono ormai mesi che la cronaca denuncia da Nord a Sud continue aggressioni a danni di persone Lgbt+, vere e proprie aggressioni fasciste. Questo è il frutto di un clima politico avvelenato anche da una campagna elettorale che Amnesty International ha definito ‘intrisa d’odio e xenofobia’ indirizzati ‘non solo ai migranti, ma anche ai rom, alle persone Lgbt, alle donne e ai poveri’.  In un Paese che, purtroppo, tende a cancellare la memoria e a riscriverla a proprio piacimento, è giusto ricordare le Brigate della Resistenza e quei ragazzi e quelle ragazze che l’hanno portata avanti. Non si tratta, tuttavia, di una semplice celebrazione bensì di un impegno nel portare avanti quella lotta contro vecchi e nuovi fascismi. 

Il Circolo Mario Mieli già da tempo ha intrapreso un percorso di collaborazione politica con l’Anpi, che ha visto le diverse realtà del Coordinamento Roma Pride sfilare in prima linea alla manifestazione del 25 aprile. Questo è accaduto perché noi ci sentiamo parte di quella lotta e protagonisti della nostra battaglia, diversa ma idealmente affine, iniziata a Stonewall ‪il 28 giugno‬ del 1969, contro ogni forma di oppressione, prevaricazione, omologazione e normalizzazione delle nostre identità, dei nostri orientamenti affettivi e sessuali e delle nostre specificità, in una parola una lotta quotidiana contro ogni forma di fascismo.

Cosa s’intende per lotte trasversali, di cui si parla nel documento?

L’orizzonte politico alla vigilia del Pride è molto cupo, l’incertezza politica che stiamo vivendo in queste ore fanno prospettare tempi molto difficili non solo per la nostra comunità ma per tutta la società civile. È necessario che i corpi intermedi si ricompattino, che tutte le forze sociali e democratiche del Paese intraprendano un comune percorso, nella consapevolezza che è  essenziale riaffermare il valore dell’intersezionalità delle nostre lotte.  La chiave per contrastare il ritorno del fascismo e il persistere dell’odio, del sessismo e della discriminazione è quella di combattere tutte e tutti fianco a fianco: comunità Lgbt+, movimenti femministi, migranti, lavoratori e lavoratrici e tutti coloro che pongono al centro delle loro battaglie la persona, i suoi diritti e la sua dignità.

Nel documento si parla anche di terapie riparative: costituiscono davvero un pericolo in Italia? 

Le teorie riparative costituiscono un pericolo ovunque, Italia compresa. Nelle segnalazioni che tutte le nostre realtà associative ricevono non mancano quelle riguardanti preti, psicologi e altri finti professionisti che offrono asserite soluzioni e rimedi a gay, lesbiche, bisessuali e trans. È sicuramente opportuno un chiaro intervento legislativo in materia che, muovendo dalle valutazioni della comunità scientifica internazionale, contrasti la diffusione di un fenomeno presente anche nel nostro Paese. È ancor più necessario, tuttavia, intervenire dando a tutte e tutti gli strumenti indispensabili per evitare di cadere nelle trappole di sedicenti riparatori.

Quali sono gli altri punti salienti del documento del Roma Pride?

Il documento politico del Roma Pride di anno in anno cerca di affrontare con lungimiranza e determinazione le rivendicazioni della nostra comunità e del movimento Lgbt+ italiano che hanno una comune matrice: l’autodeterminazione. Ogni volta che si parla di Prep o di Gpa o di affettività vissuta fuori dai cosiddetti schemi tradizionali, solo per citare alcuni dei punti del documento politico, stiamo sempre rivendicando la libertà di poterci autodeterminare pienamente e senza ostacoli culturali e normativi ma, soprattutto, stiamo rivendicando gli strumenti per poterlo fare consapevolmente e in piena libertà.

La sindaca Virginia Raggi e il Presidente Nicola Zingaretti parteciperanno secondo te al Pride?

Ad oggi ancora non abbiamo avuto comunicazioni ufficiali in merito, se non quelle riguardanti il patrocinio sia di Roma Capitale che della Regione Lazio. Patrocini e adesioni formali sono importanti ma ricordiamoci che la nostra è una battaglia fatta, fra le altre cose, di visibilità. È necessario che anche i nostri politici si rendano visibili,  dando un forte segnale di vicinanza e sostegno alle nostre battaglie, sostegno che nel 2018 non può continuare limitarsi ad una firma su un patrocinio o ad una dichiarazione sui social. Il Roma Pride continua ogni anno ad essere una delle manifestazioni Lgbt+ più partecipate del Paese, sono sicuro che la sindaca, così come il presidente Zingaretti, che non hanno potuto partecipare all’ultimo Pride, quest’anno non vorranno perdere l’occasione di stare vicino alla comunità Lgbt+ in uno dei suoi momenti più importanti e attesi dell’anno.

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Sacerdozio, accesso al seminario e omosessualità. Un tema in sé antico ma trattato solo recentemente da Oltretevere con determinati pronunciamenti disciplinari. Non si va infatti al di là del 2005 quando Benedetto XVI approvò una specifica Istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica, i cui contenuti sono stati ripresi ed esasperati nei toni dalla recente Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis della Congregazione per il Clero dal titolo Il dono della vocazione presbiterale (approvata l'8 dicembre 2016 da Francesco).

Si scorrano i precedenti documenti vaticani o conciliari. Si compulsino pure i classici manuali di telogia morale – soprattutto quelli di Alfonso de’ Liguori per oltre due secoli (a partire dal XIX secolo) punto “canonico” di riferimento per quella che Ratzinger ama chiamare ortoprassi –. Ma al riguardo non si troverà parola alcuna. Per il patrono dei moralisti, appunto Liguori (noto ai più per aver scritto Tu scendi dalle stelle), a contare è unicamente la castitas probata, di cui il vocato deve dare prova prima di accedere agli Ordini per lo spazio minimo di un anno. Castità provata, ossia non esercizio della sessualità (compresa la masturbazione) senza alcuna distinzione tra rapporti con persone di sesso opposto o dello stesso sesso.

È pur vero che quelli dell’orientamento sessuale e della condizione omosessuale sono dati su cui psicologia e antropologia hanno fatto luce solo in un passato relativamente recente. Il che spiega l'unico concentrarsi di teologi e magistero, fin quasi ai nostri giorni, su quello che veniva, e da taluni ancora definito, “vizio nefando o innominabile”. Ma è pur vero che, posta una dettagliata classificazione delle varie inadempienze al sesto comandamento secondo una scala di progressiva gravità (ma al di sotto della sodomia c’erano pur sempre la bestialità, la necrofilia e il “coito coi demoni”), a interessare con riferimento a seminaristi e sacerdoti era, stringi stringi, soltanto un aspetto: l’osservanza della castità e, ovviamente per gli ordinati, l’obbligo celibatario.

Il trasgredirlo con uomini poneva unicamente il problema morale della species peccati. Ma da un punto di vista sanzionatorio nessuna differenza con chi l’avesse fatto con donne: rinvio dell’ordinazione o dimissioni dal seminario per gli aspiranti, sospensione o dimissioni dallo stato clericale «per il chierico concubinario […] e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo». Citazione, quest’ultima, che, tratta dal vigente Codice di Diritto Canonico (can. 1395, §1), non fa altro che ricalcare i precedenti disposti canonici compresi quelli del Codice piano-benedettino.

Le prese di posizione da Ratzinger a Bergoglio in tema di formazione seminariale e omosessualità inaugurano dunque una nuova stagione – in totale rottura col passato –  che per i difensori di Oltretevere risponderebbero a un mutato clima. Quello, cioè, affermatosi con il contemporaneo movimento di liberazione omosessuale, sprezzantemente indicato dalla citata Ratio fundamentalis (nr. 199) con la «cosiddetta cultura gay», ai cui sostenitori devono essere sbarrate le porte dei seminari secondo la Ratio fundamentalis bergogliana. Ma non solo.

Stesso trattamento non solo per chi pratica l’omosessualità (come, d’altra parte, l’eterosessualità: il che è pienamente comprensibile col vigente obbligo celibatario dei presbiteri) ma anche per chi presenta «tendenze omosessuali profondamente radicate». Affermazioni, quest’ultime, non solo ambigue (che cosa intendono per tendenze Bergoglio, il cardinale Beniamino Stella e i componenti della Congregazione per il Clero si piacerebbe capirlo) ma pericolose in quanto sottendono una concenzione patologizzante dell’omosessualità da cui, in molti casi, “si potrebbe guarire”. Non a caso le teorie riparative di Nicolosi e associazioni come Courage sono viste con benevolenza da Oltretevere e larga parte dell’episcopato.

In questo scenario s’innestano le recenti dichiarazioni di Bergoglio alla 71° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Dichiarazioni che sono anche da leggersi alla luce degli scandali che hanno travolto numerose diocesi del Sud Italia a seguito del “dossier Mangiacapra”. Ma una cosa è riflettere sulle cause che portano seminaristi e sacerdoti a non vivere la castità, un’altra è problematicizzare il tutto sull’omosessualità.

La questione di fondo resta soltanto una: l’obbligo celibatario per i chierici. Obbligo che, come la storia bimillenaria della chiesa insegna, prescinde dall’orientamento sessuale. Le parole bergogliane: «Se avete anche il minimo dubbio che siano omosessuali, è meglio non farli entrare» o, peggio ancora, «Abbiamo affrontato la pedofilia e presto dovremo confrontarci anche con quest'altro problema: l’omosessualità» suonano non solo offensive ma fortemente ipocrite. E qui non c’è bisogno di scomodare Dante, Lutero o le carte d’archivio per provare, oggi come per il passato, il numero elevatissimo di seminaristi, preti e vescovi omosessuali. Chiunque potrebbe addurre qualche testimonianza in tal senso a partire da un diffuso costume clericale di parlare al femminile.

Qui si tratta, soprattutto per Bergoglio (a meno che la sua non sia un’operazione di whitewashing o di cerchiobottismo), di conciliare affermazioni come quelle rivolte alla Cei e le altre, quasi in contemporanea, su «Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo. Devi essere felice di chi tu sia» (ma se ne potrebbero citare altre, cui la stampa ha dato spesso, con acritico entusiasmo, risonanza) rivolte al cileno Juan Carlos Cruz.

Giustamente il teologo gesuita Paolo Gamberini ha scritto su Facebook: «Se l'astinenza dall’esercizio della sessualità è richiesta nei candidati al sacerdozio (omosessuali ed eterosessuali allo stesso modo), i formatori in seminario dovrebbero valutare in quelli tale capacità e non esaminare se sono omosessuali o eterosessuali».

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Dopo sei anni Salerno è tornata a tingersi d’arcobaleno. Un Pride che, iniziato alle 19:00 sul Lungomare Trieste al termine del convegno Vivere gli affetti presso la Camera di Commercio, si è caricato di quella speciale magia che il capoluogo campano sa regalare all’ora del tramonto.

Tantissime le associazioni a partire dal locale comitato Arcigay, al cui presidente Francesco Napoli va principalmente ascritto il felice esito della manifestazione. Presenti anche il Coordinamento Campania Rainbow, la delegazione di Arcigay Napoli col presidente Antonello Sannino, Agedo, Atn e Famiglie Arcobaleno, guidate dall’ex presidente nazionale Giuseppina La Delfa.

Significativa la presenza dell’archeologa capaccese Ottavia Voza, referente Politiche Trans per Arcigay Nazionale e già presidente del comitato d’Arcigay Salerno Marcella Di Folco.

Non sono mancati componenti della locale amministrazione come il consigliere Antonio Carbonaro e gli assessori Mariarita Giordano e Angelo Caramanno in segno non solo di convinta adesione al Salerno Pride ma anche di risposta alle polemiche sollevate nelle settimane addietro da Lega e Popolo della Famiglia sulla concessione del patrocinio comunale. Cui hanno voluto fare da eco gli striscioni di Forza Nuova che, affissi lungo il percorso del Salerno Pride, hanno ripresentato gli oramai triti slogan sulla “famiglia tradizionale”.

Nessuna volontà contrappositiva, invece, da parte delle gerarchie campane. Il VII° Cammino regionale delle Confraternite, iniziato nel centro storico alle 17:00 e conclusosi alle 19:00 in cattedrale con una concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo di Salerno Luigi Moretti, era stato in realtà programmato prima del Pride.

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Sono passati quasi 40 anni dalla comparsa anche in Italia dei primi gruppi di omosessuali cristiani e molta strada è stata percorsa con cambiamenti che solo oggi riusciamo a notare.

Tutto iniziò a Pinerolo con la visione profetica di Ferruccio Castellano, che cercò di intercettare il bisogno di tanti credenti, sparsi per tutta Italia, di trovare una chiave per conciliare il proprio orientamento sessuale con la fede. Solo molti anni dopo, a ridosso del World Pride 2000 di Roma, alcuni dei gruppi riuscirono a maturare le condizioni per un timido percorso di visibilità.

Nel 2015 nasce finalmente Cammini di Speranza, l’associazione nazionale delle persone Lgbti cristiane. In contemporanea sempre più pastori, religiosi e religiose, e anche parroci, rincuorati forse dall’atteggiamento proposto da papa Francesco, uscivano allo scoperto e avviavano percorsi di pastorale inclusiva.

Oggi, a maggio del 2019, le veglie di preghiera contro l’omobitransfobia sono sempre di più ospitate in parrocchie cattoliche e, addirittura, con il placet del vescovo che, in alcuni casi (Palermo e Reggio Emilia) o è direttamente presente o manda un suo messaggio di supporto.

Dal 9 al 13 maggio, presso una struttura religiosa dei Castelli romani, ha avuto luogo, per la seconda volta in Italia in 30 anni, la conferenza annuale dell'European Forum of Lgbt Christians, organizzata e ospitata da Cammini di Speranza e REFO. 150 partecipanti da oltre 20 paesi europei, con workshop (che hanno spaziato dalle nuove famiglie, ai rifugiati, al bullismo, alle benedizioni per coppie dello stesso sesso) e intensi momenti di preghiera ecumenica.

Durante la cerimonia di apertura, un messaggio di buon lavoro ai “fratelli cristiani” rivolto dal vescovo di Albano Marcello Semeraro,  il saluto del pastore battista di Albano e Grosseto Luca Negro, il messaggio di incoraggiamento della senatrice Monica Cirinnà - la quale ha detto: Siete un’avanguardia preziosa nella costruzione del futuro -, l’aggancio con il percorso verso la non violenza rivolto dal ministro plenipotenziario Fabrizio Petri e il sostegno dal mondo aziendale presentato da Igor Suran, direttore esecutivo di PARKS, l’associazione di aziende per l’inclusione delle persone Lgbti nel mondo del lavoro.

In più un programma dedicato specificamente ai giovani che hanno elaborato riflessioni e contenuti presentati nel corso della conferenza pubblica Giovani Lgbt verso il Sinodo.

All’interno della conferenza, la partecipazione in video del gesuita James Martin, di cui il 24 maggio è uscito in versione italiana il suo libro Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt, edito dalla prestigiosa casa cattolica “Marcianum Press” (fondata dal cardinale Angelo Scola).

Nel suo intervento, James Martin si è rivolto direttamente agli operatori pastorali, dando loro dei suggerimenti pratici per accogliere i giovani credenti Lgbt e offrendo la  la sua visione di una prospettiva possibile di pastorale inclusiva: «Molti giovani mi dicono quanto si sentano respinti dalla chiesa e anche quanto sia difficile per loro entrare in relazione con Dio. Spesso il senso di allontanamento lo sperimentano anche in famiglia e questo a volta li porta addirittura per strada.

Almeno negli Usa i giovani Lgbt corrono cinque volte di più dei loro coetanei eterosessuali il rischio di suicidarsi. Possiamo dire che per la chiesa è realmente una questione “vitale».

Ed ha continuato rivolgendo tre messaggi ai giovani Lgbt: «1) Dio vi ama; 2) A Gesù interessa di voi, specialmente quando vi sentite messi ai margini; 3) la Chiesa è casa vostra».

A seguire, le voci di alcuni dei protagonisti assoluti della conferenza: i giovani cristiani Lgbt stessi, che hanno condiviso alcune interessanti esperienze di pastorale inclusiva già in essere presso diverse comunità in Italia, Spagna, Germania, Francia.

In conclusione hanno espresso le loro speranze e aspettative per una chiesa inclusiva proponendo una nuova visione di una Chiesa che dà spazio a loro e alle loro famiglie, sviluppando una pastorale inclusiva, opponendosi agli atteggiamenti e ai commenti Lgbt-fobici dentro e fuori la Chiesa, creando e rafforzando del dialogo tra la Chiesa e i cristiani Lgbt.

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Oltre 2.000 persone hanno partecipato ieri al Novara Pride che, partito alle ore 15:00 da Piazza Garibaldi scandendo lo slogan R-Esistenze Arcobaleno, si è snodato per le vie del capoluogo piemontese fino Piazza Martiri della Libertà, dove si sono tenuti i discorsi conclusivi e show d’intrattenimento.

Organizzato da NovarArcobaleno, associazione Lgbti costituitasi nel maggio 2015, in collaborazione con la onlus locale Sermais, la prima marcia novarese dell’orgoglio Lgbti ha visto la partecipazione dell’europarlamentare Daniele Viotti, dell'assessora regionale alle Pari Opportunità Monica Cerutti, del consigliere regionale Domenico Rossi, del presidente della Provincia Matteo Besozzi.

Assente, come prevedibile, il sindaco leghista Alessandro Canelli che, nelle scorse settimane, aveva sollevato non poche polemiche definendo il Pride una manifestazione folclorica dagli effetti controproducenti. Non è mancato lo sparuto presidio di protesta organizzato in contemporanea da Forza Nuova, che ha srotolato uno striscione con la scritta L'unica famiglia è quella tradizionaleMa è stato proprio l'assessore alle Famiglie del Comune di Torino Marco Giusta – anche lui presente al Novara Pride – a ricordare: «La libertà è un bene comune, ed è come l'acqua. Quando si creano spazi di libertà si riempiono subito e si crea quel brodo primordiale dove le contaminazioni portano alla nascita degli anticorpi contro ogni fascismo, contro ogni oscurantismo».

Numerose le associazioni Lgbti presenti a partire dai Coordinamenti Torino Pride (col coordinatore Alessandro Battaglia), Milano Pride e Varese Pride fino ad Agedo Torino e Rete Lenford. A tenere a battesimo il primo Pride novarese la senatrice Monica Cirinnà, attraverso un video augurale girato a Roma, il 25 maggio, all’ombra della cupola borrominica di S. Ivo alla Sapienza.

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Una denuncia singolare ma icastica quella che l’accademico 60enne Andrea Cozzo, ordinario di lingua e letteratura greca presso l’Università di Palermo, ha pubblicamente sporto contro l’annullamento della giornata di studi Lgbt: richiedenti asilo, orientamento sessuale e identità di genere prevista ieri all’ateneo di Verona. Giornata di studi che, presa di mira da Forza Nuova e CasaPound, era per il rettore Nicola Sartor oggetto di troppe strumentalizzazioni.

E così, ieri mattina, il professore Cozzo si è presentato a lezione con una t-shirt recante, sul davanti, la scritta Io sono omosessuale e, sulle spalle, quella Siamo tutti omosessuali. L’aveva annunciato con un post su Facebook, cui ne è seguito un secondo con tanto di foto in aula dalla ore 12:00 alle 14:00: Oggi, a lezione, per dire no all'omofobia.

Per saperne di più, lo abbiamo raggiunto telefonicamente

Professore Cozzo, lezione in t-shirt dal messaggio inequivocabile. Ma facciamo un passo indietro. Qual è stata la sua prima reazione quando ha sentito dell’annullamento del convegno sui migranti Lgbt da parte del rettore dell’Università di Verona?

Francamente stentavo a credere alle mie orecchie o, meglio, ai miei occhi visto che ho letto la notizia. Ho sperato a lungo che fosse una bufala. Anzi, continuo a illudermi che sia così per non dare una valutazione troppo negativa dell’università italiana. E, qui, non si tratta di chiudere gli occhi ma di guardare in positivo. Non voglio dunque criticare ma guardare avanti e dire: No, l’università italiana è un’altra cosa. Se esiste quella, non lo so. Ma se esistesse, dev’essere compensata dall’altra università. Quella che, invece, crede che cultura ed emancipazione sociale sono la stessa cosa e non due realtà differenti.

Ha deciso allora d’indossare l’oramai famosa t-shirt?

In realtà, l’ho indossata per la prima volta il 22 maggio in università al convegno sulla natura Forme, parole e metafore della physis. Ho tenuto una relazione su sessualità naturale e sessualità non naturale in un’opera delle Pseudo-Luciano. Sono abituato a far interagire il lavoro specialistico col presente, occupandomi di temi antichi che abbiano una risonanza nel presente.

Sapevo che era una tema che avrebbe suscitato discussione. Ho voluto, dunque, esplicitare il rapporto coi presenti non soltanto con la lettura dell’analisi dell’operetta pseudolucianea ma anche con la mia pelle, per così dire, col mio corpo mostrando cosa volevo dire con riferimento al presente. E, visto che in quest’operetta si contrappongono due tesi, una che sostiene l’innaturalità dell’omosessualità, l’altra che la difende come elemento culturale superiore alla necessità della natura, ho esplicitato così il mio pensiero.

Qual è stata la reazione dei colleghi e degli studenti?

Da parte dei colleghi non c’è stata alcuna opposizione. Alcuni di loro, piuttosto, si sono limitati a guardarmi tra lo stranito e il severo. Da parte degli studenti c’è stata invece un’accoglienza positiva tanto più che alcuni di essi sono dichiaratamente omosessuali. Ho visto davvero brillare i loro occhi. Per me è stato un momento bellissimo. Ho subito pensato: Ho fatto del bene, perché sono persone che non trovano appoggio nella società e un tale gesto è stato per loro significativo. Per la prima volta è come se avessero sentito di non essere soli. Non appena ho letto la notizia del covegno annullato, non ho avuto nessun dubbio che era il caso di replicare.

E le reazioni?

Anche, in questo caso tutte positive.

Professore, riallacciandoci al tema di natura, è noto come si faccia spesso riferimento in area cattolica al concetto d’innaturalità dell’omosessualità con riferimento al parà fusin di Paolo. Da filologo qual è la sua valutazione?

Si tratta d’un’espressione da contestualizzare in un periodo ben determinato e in una cultura ben determinata: quella ebraica che era molto diversa da quella greca. Il monoteismo ebraico era la religione dogmatica d’allora perché, mentre i politeisti erano disponibili ad accogliere qualsiasi altra divinità, i monoteisti (ossia gli ebrei e i cristiani che, in qualche modo, ne erano una costola) erano gli unici dogmatici non disposti a ciò.

Essi adoperavano piuttosto dei mezzucci - mi si consenta il termine - per cercare d’inserirsi in maniera soft nel politeismo. Paolo, quando va ad Atene, fa riferimento al Dio ignoto (θεὸς ἄγνωστος), di cui aveva letto su un’ara, per dire: Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Insomma, anziché parlare con chiarezza, cerca d’intrufolarsi all’interno del politeismo inaugurando quella linea che sarà perseguita fino a Costantino e che avrebbe portato all’affermazione del monoteismo cristiano.

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Il 23 maggio si è svolta anche quest'anno a Milano, presso il Teatro Vetra, la prestigiosa cerimonia di conferimento dei Diversity Media Awards, kermesse giovane, giunta alla sua terza edizione ma già popolarissima ed estremamente significativa nel panorama dello spettacolo e dell’informazione corretta e inclusiva. 

Le nominations a questi veri e propri Oscar della lotta ai pregiudizi, sono state stilate grazie al Diversity Media Report - Entertainment, progetto che fotografa il rapporto tra media e mondo Lgbti realizzato da Diversity con l'Osservatorio di Pavia, e dal pubblico che ha votato online sul sito ufficiale dell’evento dal 20 aprile al 20 maggio. A condurre la serata di premiazione è stato Fabio Canino, direttore artistico della manifestazione, insieme a Diana Del Bufalo.

Di seguito i premiati delle diverse categorie:

MIGLIOR PERSONAGGIO DELL’ANNO: Roberto Saviano, anche lui un diverso, a modo suo, da sempre attento a denunciare la violenza omotransfobica della nostra società. Roberto riceve il premio e fa il suo consueto e incisivo elenco, quello dei modi in cui le persone omosessuali sono state stigmatizzate nel corso della storia.

MIGLIOR PROGRAMMA TV: X-Factor. Il premio viene ricevuto da Sam e Stenn, protagonisti dell’ultima edizione, che ringraziano sia Diversity Media Awards per il premio sia X Factor. 

MIGLIOR PROGRAMMA RADIO: M2O@Gay Village.

MIGLIOR SERIE TV ITALIANA: Amore pensaci tu.

MIGLIOR FILM: Il padre d’Italia.

MIGLIORE SERIE TV STRANIERA: Sense8.

INFLUENCER DELL’ANNO: Loretta Grace.

PREMIO MEDIA YOUNG: Tredici.

MIGLIOR PUBBLICITA’: Amati per come sei/ Coconuda.

Per commentare la seguitissima soirée di premiazione, abbiamo raggiunto al telefono il mattatore dei Diversity Media Awards: Fabio Canino

Fabio, sei contento dei premiati di questa edizione? Quale premio ti ha trovato maggiormente d’accordo?

Sì, sono molto contento dei premiati e come dico sempre, già essere in nomination significa vincere ai Diversity Media Awards perché riuscire ad arrivare nella cinquina delle nominations significa già aver fatto la differenza. E’ già una vittoria. Il mio premio “preferito” è quello dato alla serie tv straniera perché io sono pazzo di Sense8, è la serie tv che amo di più.

Come miglior personaggio è stato premiato Roberto Saviano. Roberto è da sempre un sostenitore dei diritti Lgbt. Sei contento della scelta? Cosa ne pensi del suo elenco “anti omofobia”?

Mi ha fatto molto piacere la vittoria di Roberto Saviano che trovo una persona estremamente equilibrata, dice sempre quello che vorrei dire io. E il suo elenco mi ha davvero colpito perché mi mette in imbarazzo pensare che in Italia ci sia gente così ignorante e retrograda ma del resto si vede anche quando si va a votare che questi retrogradi, in Italia, esistono eccome!

Che ruolo credi che svolgano, nel panorama delle kermesse italiane, i Diversity Media Awards? Credi sia utile per “educare” i media ad essere più corretti e inclusivi?

Certo che è utile! In Italia sono utili premi che mettono in luce la presenza di media che raccontano correttamente tematiche Lgbt. Si pensi che dallo scorso anno sono triplicate sui media le narrazioni a tematica gay anche grazie ai Diversity Media Awards. I media spesso, anche senza una dichiarata volontà omofoba, sono abituati a raccontare la vita delle persone Lgbt - quando la raccontano - in maniera leggera e poco seria, invece grazie a questi premi e grazie all’attenzione del pubblico, si rendono conto che c’è modo e modo di raccontare. E, comunque, al di là di tutto capiscono che l’importante è raccontare l’universo Lgbt.

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