La Corte di Appello di Perugia ha messo fine la parola fine sul caso del piccolo Joan, che il Comune di Perugia si era rifiutato di riconoscere perché figlio di due donne, e ha ordinato al sindaco Andrea Romizi di trascrivere immediatamente l'atto di nascita con entrambe le madri. A riferirlo in un comunicato Omphalos Lgbti in merito alla vicenda della mancata trascrizione dell’atto spagnolo di nascita di Joan.

«La magistratura – così Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos Lgbti – è dovuta intervenire ancora una volta in pochi mesi per tutelare i diritti fondamentali del piccolo Joan; diritti che il sindaco Romizi ha costantemente ignorato nel corso di tutta questa lunga vicenda».

La Corte di Appello ha ritenuto infondato il ricorso presentato dal sindaco Romizi e dal ministro Salvini contro la precedente decisione del Tribunale arrivata lo scorso marzo. L'ordine del tribunale di trascrivere integralmente l'atto di nascita di Joan non è mai stato attuato dal Comune, che invece ha fatto ricorso in appello, perdendo ancora una volta.

A difendere Joan e le sue mamme durante il lungo iter giudiziario sono stati gli avvocati Vincenzo Miri e Martina Colomasi dell'associazione Rete Lenford – Avvocatura per i diritti Lgbt che hanno dichiarato: «Siamo molto soddisfatti per il decreto, che ricostruisce con precisione un quadro giuridico della genitorialità a tutela di tutti i figli, senza che rilevi l'orientamento sessuale dei genitori e il modo in cui i bimbi vengono al mondo».

Bucaioni non ha mancato d’augurarsi «che il sindaco Romizi abbia finalmente compreso che non esistono famiglie di serie A e famiglie di serie B. L’attività amministrativa del primo cittadino impone la tutela di tutti i bambini, indipendentemente dalla tipologia di famiglia in cui sono nati, amati e cresciuti. Romizi riconosca i suoi errori, altrimenti farà bene a dimettersi».

A reagire contro il decreto il senatore leghista Simone Pillon, per il quale «la Corte d’Appello di Perugia ha fatto male ad assecondare l'offensiva delle lobby gay».

In una nota il braccio destro di Massimo Gandolfini ha dichiarato: «I giudici non possono sostituirsi alla realtà dei fatti senza calpestare il diritto naturale. I bambini nascono da un uomo e una donna e non possono essere comprati all'estero mediante la pratica delittuosa del traffico di gameti umani o dell'utero in affitto.

Manifesto tutta la mia solidarietà a questo bambino artificialmente privato della figura paterna e confido nella volontà del Comune di Perugia di ricorrere per Cassazione contro una decisione tanto erronea; continuando su questa strada rischiamo di legittimare i delitti e ancor peggio di privare i bambini delle loro radici e di una delle due figure genitoriali».

Per Pillon, «nello specifico, sulla interpretazione del concetto di ordine pubblico su cui si poggia la normativa italiana in distinguo con quella di diritto internazionale ed il principio in essa affermato dell'interesse superiore del minore (sul quale poggiano alcune sentenze di alcuni giudici italiani), non è stata ancora detta l'ultima parola.

La materia è attualmente ancora sub iudice ovvero in attesa di un pronunciamento definitivo delle Sezioni unite della Cassazione, alla quale si sono rivolti altri giudici italiani ed alla quale si dovrà rivolgere, con apposito ricorso, il Comune di Perugia».

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L'Uefa ha assegnato l'#EqualGame inaugurale al calciatore della nazionale georgiana Guram K'ashia. Il premio – che verrà consegnato il 30 agosto a Montecarlo durante la cerimonia del sorteggio per la fase a gironi della Champions League – è «un riconoscimento a un calciatore che è stato un modello nella promozione di diversità, inclusione e accessibilità nel calcio europeo». K'ashia si è aggiudicato il premio per aver preso posizione pubblicamente nei confronti dell'uguaglianza.

Il 29 ottobre 2017 il 31enne difensore centrale, che all’epoca giocava nella Vitesse Arnhem, aveva indossato al braccio la fascia da capitano a tonalità arcobaleno nel corso della partita con la PSV Eindhoven. Un inequivocabile segno a sostegno delle persone Lgbti e parte della prosecuzione di una serie di iniziative organizzate in Olanda per il Coming Out Day.

Ma per questo gesto K’ashia era stato fortemente contestato in alcune zone della Georgia, dove i componenti del movimento di estrema destra Marcia Georgiana erano arrivati a manifestare a Tbilisi dinanzi alla sede della Federazione Calcio Georgiana per chiederne l’estromissione dalla nazionale.

K’ashia però non si è fatto intimidire e ha continuato a sottolineare il suo pieno sostegno a favore delle persone Lgbti.

«Sono onorato che la Uefa mi abbia scelto come vincitore del premio #EqualGame – ha dichiarato il calciatore, che attualmente gioca tra le file dei San Jose Earthquakes –. Credo nell'uguaglianza, indipendentemente da chi ami, chi credi o chi sei. Ringrazio il presidente della Uefa, Alexander Čeferin, per questo riconoscimento. Continuerò a difendere l'uguaglianza ovunque giocherò».

L'iniziativa per fare indossare ai capitani la fascia arcobaleno in Olanda è stata ideata dalla John Blankenstein Foundation, ovvero un'organizzazione dedicata alla memoria dell'ex arbitro olandese che ha come obiettivo l'accettazione delle persone Lgbti nel calcio, nella Federcalcio olandese (Knvb) e nel Consiglio dei Calciatori (Centrale Spelersraad, CSR).

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«Se non stiamo attenti, le chiese potrebbero svuotarsi e quello che abbiamo qui è una fiorente comunità di persone». Un monito chiaro quello che Nick O'Shea, cattolico gay dell’arcidiocesi di Westminster, ha pronunciato ieri sera a Dublino nell’ambito di una delle quattro presentazioni conclusive della prima giornata del Congresso pastorale del Word Meeting of Families.

Incontro che, svoltosi dalle 19:00 alle 20:00, è stato incentrato sulle iniziative pastorali per i cattolici Lgbt nella parrocchia londinese dell’Immacolata Concezione in Farm Street, più conosciuta come Chiesa di Farm Street, nel quartiere di Mayfair.

A illustrarne storia e finalità anche il gesuita Dominic Robinson, parroco di Farm Street fino al 2012 e attualmente superiore della locale comunità della Compagnia di Gesù.

Su richiesta dell’arcivescovo di Westminster Vincent Nichols (creato cardinale da Bergoglio nel 2014), che aveva posto fine all’esperienza delle cosiddette “Messe di Soho” per cattolici Lgbti nella parrochia di Nostra Signora dell’Assunzione e San Gregorio in Warwick Street, i gesuiti di Mayfair aprirono le porte della loro chiesa alle e ai componenti della collettività arcobaleno nel marzo 2013.

Da allora, ogni 2° e 4° domenica del mese, i cattolici Lgbt partecipano insieme con i parrocchiani alla messa delle 17:30 e al susseguente incontro per il tè pomeridiano. Il gruppo, i cui rapporti ufficiali col card. Nichols sono tenuti per il tramite di mons. Keith Barltrop (parroco di Santa Maria degli Angeli a Bayswater), ha un proprio consiglio pastorale per la valutazione delle istanze della collettività cattolica Lgbti e la programmazione dei vari incontri.

All’interno d’esso ci sono due sottogruppi: quello dei Giovani Adulti (Yag), che, composto di cattolici Lgbti tra i 20 e i 40 anni, si riunisce per attività sociali e spirituali; quello Trans, che collabora, fra l’altro, con organizzazioni ecumeniche come The Sybils.

«Tutto ciò – ha spiegato padre Robinson – fa parte dell'intero processo di quanto chiamiamo Aprire le nostre porte».

Nick O’Shea ha invece invitato le parrocchie a creare un ambiente inclusivo per i/le componenti della collettività Lgbt. Ha poi concluso: «Abbiamo bisogno di una “messa gay” ad ogni angolo di strada? No, personalmente non lo penso. Ma ritengo che ciò di cui abbiamo bisogno è un benvenuto in ogni parrocchia per le persone che hanno difficoltà a unirsi alla Chiesa».

Le tematiche Lgbt saranno nuovamente affrontate nella mattinata di oggi dal noto gesuita statunitense James Martin, consultore della Segreteria vaticana per la Comunicazione, la cui partecipazione al World Meeting of Families ha suscitato ampie contestazioni da parte dei cattolici conservatori. La sezione irlandese di Tradition, Family, Property (organizzazione, la cui omologa italiana è Alleanza cattolica) è arrivata a raccogliere 10.000 firme per chiedere – ma invano – «che la partecipazione di padre Martin venga cancellata dall’Incontro mondiale delle Famiglie».

Puntando il dito contro «alcuni cattolici d’estrema destra», l’autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi) ha ieri dichiarato nel corso d’un’intervista a L’Avvenire: «È paradossale che noi spesso riduciamo le persone Lgbt a un problema di sesso. Loro sono molto più di questo; esattamente come le coppie sposate sono più della loro vita sessuale.

Le sole persone la cui vita sessuale è guardata con il microscopio “morale” sono quelle Lgbt. Avere cura pastorale di loro, invece, vuol dire avere la stessa cura che si ha per qualsiasi altro: aiutarli nella loro relazione con Dio; accoglierli nella comunità; parlare loro di Gesù Cristo».

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«Veni.. ca ti offru n’arancinu. Ecco la frase che ogni amico vorrebbe sentirsi dire appena si “sbarca” a Catania».

Con queste parole l’attore e attivista Lgbti Silvio Laviano ha lanciato ieri su Facebook un’insolita iniziativa di solidarietà per i 177 migranti della nave Diciotti.

«Ecco mi piacerebbe che noi catanesi comprassimo subito 177 arancini... (Facemu ducentu va') - ha scritto Laviano su Facebook - e almeno 600 olivette di Sant'Agata e andassimo tutti insieme al Porto... ad accogliere! Certo! Anche arancini al burro, e anche qualche pasta di mandorla... Su Andiamo! Muvitivi...col cuore!».

Si tratta di «una semplice considerazione che ogni catanese farebbe, di pancia, diretta e senza logiche di partito o analisi economiche/filosofiche, un pensiero di umanità e di moto attivo sociale e civicamente organico. Un desiderio che è stato raccolto velocemente ed emotivamente da Nellina Laganà, attrice e cara amica, e dalla sensibile Giusy Marraro, donne forti e molto attente al sociale».

E così, a partire dalle ore 20:30, alla banchina 19 davanti al Molo di Levante Laviano, Laganà e Marraro si sono mescolati con gli annunciati arancini al migliaio di persone ivi presenti, per protestare contro il divieto salviniano di sbarco dei 177 migranti al grido di Catania accoglie.

All'iniziativa ha dato la propria adesione anche Enzo Bianco, sindaco uscente della città etnea e attuale presidente del Consiglio nazionale Anci, che in un post su Facebook aveva  scritto in mattinata: «Questa sera i catanesi porteranno arancini ai migranti segregati! Mi unisco all'appello. Manifestiamo in ogni modo lecito la nostra indignazione e la nostra umanità.

Quella di una città che ha saputo affrontare con dignità l'emergenza immigrazione quando era veramente un'emergenza ed eravamo soli. Non oggi che è soprattutto un'occasione per mostrare i muscoli anziché la testa e il cuore».

Ecco il video con le dichiarazioni di Silvio Laviano per Gaynews

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Era intervenuta per impedire a un gruppo di sette od otto ladri di molestare e derubare alcune colleghe sex worker nel Bois de Boulogne a Parigi. Ma gli uomini l’hanno aggredita e ferita al torace, lasciandola esanime in una pozza di sangue.

È morta così Vanessa Campos, una 35enne transgender d’origine peruviana, che, giunta in Francia circa due anni fa, era attivista dell’associazione Pari-T impegnata nella lotta all’Aids e a sostegno delle persone transgender.

Come riferito all’Afp da fonti di polizia, che è sulle tracce degli aggressori, quella delle violenze e rapine a prostitute e clienti nel Bois de Boulogne è una realtà sempre più diffusa.

A darne per prima la notizia Giovanna Rincon, presidente d’Acceptess-T (associazione a tutela delle persone trans e lavoratrici del sesso), in un post su Facebook.

Sull’omicidio di Vanessa, così si è espressa Clémence Zamora-Cruz, co-presidente del Tgeu e portavoce d’Inter-Lgbt: «Possiamo parlare di un crimine motivato, possibilmente, da tre caratteristiche della vittima: omicidio transfobico, prostitutofobico e razzista.

Non è un fenomeno nuovo: le donne trans, sex worker e migranti vengono attaccate perché vulnerabili, come abbiamo già visto con la "brigata anti-trans". Spesso questi attacchi iniziano con il racket delle vittime».

Mentre si continua a invocare giustizia e verità per Vanessa, Acceptess-T ha invitato le associazioni a recarsi, alle 18:00 di venerdì 24 agosto, sul luogo del delitto «in abito bianco e con una rosa bianca in onore della sua anima».

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«Perché cresce il fascismo? Perché la sinistra ha strizzato l'occhio ai potenti dimenticando lavoro e diritti sociali. I leader sono Saviano, Asia Argento, Boldrini, Botteri ed il popolo ha odiato la "sinistra". Per battere i fascisti serve la bandiera rossa, non quella arcobaleno». Questo il tweet lanciato ieri da Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista.

Parole che hanno susciatato un’immediata indignazione sui social. Tanto più che tale modo d’argomentare è parso a molti esemplato sulle battute stereotipate proprio di quei fascisti, alla cui avanzata Rizzo vorrebbe reagire.

A indignare tanti non solo le parole verso Marco Saviano, Asia Argento, Laura Boldrini, Giovanna Botteri ma anche la chiusa sulla bandiera arcobaleno.

Riprova di quell’atteggiamento sprezzante e avverso alle persone Lgbti e alle loro istanze, di cui Rizzo – propugnatore d’un comunismo marxista-leninista, di cui Iosif Stalin sarebbe stato erede e continuatore – ha dato ripetutamente prova negli ultimi anni. Noti i suoi attacchi alla legge Cirinnà e alla sinistra italiana dei diritti civili, che sarebbe «la sinistra all’americana nemica del lavoro».

Inevitabili, dunque, le proteste da parte di esponenti della collettività Lgbti.

A dare fuoco alle polveri Francesco Dell’Acqua, blogger per Il Sole 24Ore e cofondatore di Diritti Democratici, per il quale «la vecchia sinistra comunista ha una omofobia interiorizzata che fa vomitare tanto quanto la peggiore fascista».

Per Gianmarco Capogna, componente del Comitato scientifico di Possibile, «siamo antifascisti e di sinistra. In più lottiamo contro l'oppressione delle minoranze, per abbattere il patriarcato, per la liberazione e l'uguaglianza delle persone e delle donne. Siamo contro un sistema in cui i pochi detengono il potere a discapito dei molti».

Ma è soprattutto al di sotto del tweet di Rizzo che si sono registrate le risposte di protesta più numerose. Eccone alcune

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Luca Baldoni, poeta napoletano di nascita e fiorentino d’adozione, è certamente uno dei maggiori specialisti italiani di poesia a tematica omosessuale e la sua antologia Le parole tra gli uomini (Robin, Torino 2012) è un’opera indispensabile per la definizione di un canone della poesia gay italiana dal '900 ai nostri giorni.

Qualche mese fa, per la casa editrice LietoColle, Baldoni ha dato alle stampe una nuova raccolta poetica che si intitola Sale del ricordo: una silloge che, attenendosi a quanto lo stesso autore dichiara nella nota introduttiva, costituiva il primo volume di una trilogia poetica, a cui lo stesso aveva lavorato per dieci anni fino al 2011.

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Incontriamo, dunque, Luca Baldoni per saperne di più su questa raccolta, in cui il recupero memoriale si esprime attraverso un verso vibrante, asciutto e attento alla registrazione dell’universo fisico ed emotivo dell’autore.

Luca, la memoria è certamente l’elemento cardine ispiratore della silloge. Che ruolo ha il ricordo nella tua riflessione e nella tua elaborazione poetica? Nella nota introduttiva, presentando i tuoi versi, parli di “reperti di una fase conclusa”: cosa intendi?

Sale del ricordo fa parte di una trilogia poetica di cui avevo date alle stampe il primo volume, Territori d’oltremare, nel 2008. Nel complesso l’opera (con una terza parte ancora inedita), vuole restituire la traiettoria di una gioventù engagée e peripatetica. Ognuno di noi nutre verso le “gesta” della propria gioventù un atteggiamento in parte narcisista, ma alla base del mio recupero c’è un’affermazione di Marguerite Yourcenar in cui la scrittrice sottolinea come veniamo alla luce due volte: la prima per volontà e meriti altrui quando nasciamo e la seconda, in un periodo che va grosso modo dall’adolescenza alla prima età adulta, quando abbiamo l’occasione di darci una vita veramente nostra che può esulare da quello che saremmo divenuti per fatalità di condizioni sociali e familiari. Ho voluto esplorare questo passaggio in cui, se si ha fortuna e coraggio, si può tentare di diventare ciò che veramente siamo (o almeno avvicinarvisi). Dunque il ricordo non vuole essere elegiaco o consolatorio ma strumentale alla messa a fuoco di un’autogenesi del sé.

Considero i testi della trilogia “reperti di una fase conclusa” perché penso di aver arato questo campo in maniera esaustiva. Si cresce, si muta, e la nostra attenzione si rivolge altrove. Oggi – salvo imprevisti – non avrei più interesse a scrivere una poesia così soggettiva, realistico-prosaica e militante in senso esplicito. Non la rinnego assolutamente e non disdegno questi tratti se li ravviso in testi altrui. Ma il problema che ormai maggiormente mi assilla è il nostro rapporto miserabile e distruttivo con la natura e l’universo in generale. Per questo nell’ultima raccolta che ho scritto, ancora inedita, l’io è scomparso e i protagonisti sono le piante, gli animali, le costellazioni, il cambiamento climatico, le interazioni tra le varie parti del kosmos dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.

Dublino, Berlino, la Grecia: queste sono alcune stazioni ben riconoscibili del viaggio “memoriale” che compi all’interno di Sale del ricordo. Se dovessi scegliere, per ciascuno di questi luoghi, un’immagine iconica della tua formazione di giovane omosessuale e di poeta, quale sceglieresti?

Forse più che di immagini iconiche parlerei di atmosfere. Nella Dublino dei primi anni '90 che descrivo iniziava a essere evidente a più livelli il crollo di un regime sociale tradizionale che ha poi portato a una nuova Irlanda, a un Paese che, a differenza dell’Italia, si è pienamente sottratto alla tutela della Chiesa cattolica, ha approvato a larga maggioranza il matrimonio egualitario per via referendaria, e in cui la nomina di un primo ministro gay è stato un non evento. Come ho scritto in una poesia dedicata a Oscar Wilde, in quegli anni “crollavano statue dai piedistalli, ai vecchi pariah/ si rendevano onoranze.”

A Berlino incontrai una realtà ancora più avanzata e radicale. Qui forse c’è un’immagine, o meglio un luogo, simbolicamente centrale, lo Schwules Museum (Museo gay) “che preserva e trasmette/ storia esperienze e sogni/ contributi al vasto mondo/ di una comunità di uomini e di donne/ più volte nel corso della storia/ minacciata di estinzione.” Scoprire che esisteva un’istituzione del genere, e che la città nel suo complesso accoglieva e celebrava l’esperienza Lgbtqi come parte importante della propria identità, fu come vedere uno squarcio di futuro che vorremo fosse facile replicare anche altrove.

A Mykonos – che è l’isola non direttamente nominata ma facilmente riconoscibile della sezione greca – non andavo ovviamente per fare politica. Il binomio era sesso e sole, e il luogo simbolo la straordinaria chiesa di Paraportiani, attrazione turistica e soggetto di infinite cartoline, una colata di calce bianchissima piena di anfratti e di rientranze, affacciata da un lato direttamente sul mare, che al calar della notte diventava magico luogo di cruising e di incontri umani della più svariata natura.

Il tuo libro è anche un libro di formazione sentimentale in versi. Quale esperienza, tra quelle che emergono all’interno dell’opera, ti ha maggiormente “cambiato la vista”?

La raccolta, senza voler cadere in un banale “pensare positivo”, descrive numerose esperienze che, nutrendosi l’una dell’altra, si amplificano in un quadro che in inglese definiremmo di self-empowerment.  È il discorso di Yourcenar che ho citato all’inizio. Ciò detto, l’esperienza cruciale arriva nell’ultima sezione, e si tratta di un drammatico crollo interiore di cui feci esperienza dopo la fine dell’università. Crollo necessario a dare uno spessore, una seconda dimensione, agli slanci, ai narcisismi, all’innato ottimismo e al senso d’onnipotenza dei vent’anni. Semplifico drasticamente, ma tramite quel crollo fui obbligato a prendere contatto con la mia Ombra, col senso del limite e della sofferenza. A questo proposito amo ricordare a me stesso un aforisma shakesperiano tratto dal King Lear, usato da Pavese ne La luna e i falò come dedica alla sua amata Constance Dowling: Ripeness is all (“la maturità è tutto”). Ecco, in questo senso tutta la trilogia ripercorre l’attraversamento di una gioventù in vista di un difficile approdo a un più pieno e sfrangiato senso di sé.  

La tua poesia è - come sempre - anche una poesia consapevole e rivendicativa: dal racconto dell’amore giovanile dublinese alle memorie greche della Diva-chanteuse che “aveva cantato clandestinamente nelle bettole di Atene sotto i Colonnelli”, dal ricordo del Museo di storia gay di Berlino alle passeggiate romantiche e inquiete sull’Isola dei Pavoni. Quanto è importante e quanto è presente, secondo te, la cifra civile e rivendicativa nella poesia contemporanea? 

Ho spesso l’impressione di un atteggiamento supercilioso verso la poesia civile da parte della critica. Lo trovo molto irritante. Nel discorso accademico si tende a sminuire la poesia civile come parola impoverita perché messa al servizio di una causa, e si preferisce rifugiarsi in una concezione aristocratica secondo la quale la poesia sarebbe ipso facto sempre politica, in quanto segno di una rottura epistemologica col pensare maggioritario. In verità i poeti continuano grazie al cielo a scrivere testi apertamente civili senza alcun detrimento della qualità poetica. Per rimanere nel nostro contesto penso all’opera di Franco Buffoni, ormai imprescindibile nel panorama italiano attuale (e non solo poetico). Ma anche a quella di autori della mia generazione come Marco Simonelli o Eleonora Pinzuti, tra i primi ad articolare in Italia una poetica gay e lesbica pienamente contemporanea anche sotto il profilo delle rivendicazioni.

Certamente nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una crescita di poesia politica declinata dalla prospettiva dei diritti civili, dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere. Ma si continua anche a scriverne di ottima su temi più “tradizionali”; e qui vorrei citare due altri miei coetanei, Fabiano Alborghetti che nel romanzo in versi Maiser ripercorre una storia di emigrazione italiana verso la Svizzera, e Matteo Fantuzzi col poema corale La stazione di Bologna sull’attentato del 2 agosto 1980. Sono entrambi opere che hanno ricevuto riconoscimenti e attenzione e che dimostrano come il pubblico dei lettori richieda e abbia bisogno di questo tipo di riflessione.

Infine, l’ultima sezione, Il mio custode, è senza dubbio la più drammatica e “atemporale”. Quale è il demone che, nel mondo contemporaneo, incombe - sotto le mentite spoglie del custode - nella vita di un intellettuale dichiaratamente omosessuale?

Capisco il senso della tua domanda – e potrei rispondervi – ma percepisco anche un minimo fraintendimento. Non c’è dubbio che nella crisi della sezione finale possano essere fatte rientrare esperienze traumatiche comuni alla crescita di molti omosessuali. Ma non è questo che tematizzo. Le poesie rappresentano un succedersi di crolli, di incubi vissuti a occhi aperti, di prepotenti somatizzazioni, una sintomatologia enigmatica e sovradeterminata di natura segnatamente psichica. Il lessico e l’immaginario cambiano – sono, come dici tu, più “atemporali”, quasi araldici – e segnalano qualcosa che va al di là di tutto ciò di cui si è fatta esperienza prima. Ma insieme al dramma interiore cerco anche di esprimere la consapevolezza del carattere necessario, e forse nel futuro fruttuoso, di questa fase.

Per questo ho intitolato la sezione Il mio custode, non in senso ironico o straniante, ma perché chiunque sia in cerca di se stesso deve accogliere il carattere ultimamente salvifico delle più improbabili discese agli inferi. L’Ombra, per quanto imprevedibile e dolorosa, ci salva dall’unilateralità, dall’egotismo e dalla piattezza. Paradossalmente, può agire come il nostro miglior custode.     

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Al via questa sera la cerimonia d’apertura per l’Incontro mondiale delle Famiglie, che si terrà simultaneamente in tutte le 26 diocesi d’Irlanda. Il principale incontro avrà luogo a Dublino, dove dal 22 al 24 agosto si svolgerà presso la Royal Dublin Society il Congresso pastorale. Congresso, le cui singole sessioni saranno incentrate su un tema dell’Amoris Laetitia.

Una sfida importante quella del World Meeting of Families soprattutto per la Chiesa in Irlanda che, scossa negli ultimi anni dagli scandali degli abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti e dalle violenze su ragazze madre in istitui religiosi femminili, ha perso credibilità, vocazioni e fedeli.

Senza parlare dei due referendum (quello per la legalizzazione del matrimonio egualitario nel 2015 e quello per l’abrogazione dell’8° emendamento della Costituzione sulla proibizione dell’aborto nel maggio scorso) che hanno confermato l'Irlanda quale Paese fortemente laicizzato, anche se quasi l'80% della popolazione si definisce ancora cattolico.

A rilanciare tale sfida per le locali comunità ecclesiali sarà Papa Francesco che, il 25 e il 26 agosto, effettuerà nell’Isola Verde il suo 24° Viaggio apostolico e concluderà il Meeting mondiale con la concelebrazione eucaristica presso il Phoenix Park di Dublino, per la quale sono attese 500.000 persone. Nel corso delle due giornate – anche se non si ancora quando – Bergoglio incontrerà anche alcune vittime di presbiteri pedofili.

Argomento, questo, di scottante attualità dopo i recenti scandali statunitensi (legati alle accuse all’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick – privato del cardinalato da Papa Francesco benché il processo canonico a carico del presule sia ancora in corso – e ai dati diffusi dal Rapporto dal Grand Jury della Pennsylvania) e la relativa pubblicazione d’una lettera pontificia nella giornata d’ieri.

«In tutti i viaggi dove è presente la realtà degli abusi il Papa incontra sempre le vittime – così ha dichiarato nel pomeriggio di oggi il portavoce della Santa Sede, Greg Burk –. Saranno poi loro a decidere cosa raccontare dell'incontro. Al lui interessa ascoltarle».

Sulla base del programma ufficiale si sa invece che il Papa si raccoglierà in preghiera, sabato alle 15:30, nella Cappella del Santissimo della pro-cattedrale di Dublino, dove arde una lampada che commemora tutte le vittime di abusi.

Ma per quanto quello degli abusi sembri tenere banco nella pubblica opinione la sfida per le Chiese irlandesi, come accennato, sono molteplici. E di ciò è soprattutto consapevole il fronte riformista dei presuli locali, guidati da Eamon Martin, arcivescovo metropolita di Armagh nonché presidente della Conferenza episcopale irlandese, e Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino.

Un approccio, quello riformista, che si rispecchia anche nel programma dell’accennata tre-giorni del Congresso pastorale.

Dei 200 relatori invitati 91 sono donne laiche, 65 sono uomini laici e 44 sono sacerdoti, religiosi e religiose. Tra i temi trattati, intesi come «sfide-chiave che molte famiglie affrontano al giorno d'oggi», si parlerà di mancanza di abitazione, dipendenze, violenza domestica, migranti e rifugiati, disabilità, separazione e divorzio.

Mentre, per la prima volta, al tema "salvaguardare i bambini e gli adulti vulnerabili" sarà dedicata, venerdì 24, una specifica tavola rotonda, cui interverrà anche Marie Collins, la donna irlandese vittima da bambina di un prete pedofilo e in passato componente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, da cui si è poi dimessa.

Ma non solo, perché al Congresso avranno anche spazio le tematiche Lgbti in ben due incontri.

Il gesuita Dominic Robinson, superiore della comunità londinese della Compagnia a Farm Street, e Nick O’Shea affronteranno domani sera il tema delle iniziative pastorali riguardanti la collettività Lgbti nella diocesi di Westminster.

Giovedì 23 agosto toccherà invece al noto gesuita statunitense James Martin, consultore della Segreteria vaticana per la Comunicazione e autore di Building a bridge (edito in Italia per i tipi veneziani della Marcianum Press col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con tanto di prefazione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi), trattare il tema Mostrare rispetto e accoglienza nelle nostre parrocchie per le persone ‘LGBT’ e le loro famiglie.

Una presenza quanto mai autorevole quella di James Martin che, l’altro ieri, ha attaccato senza giri di parole i presuli conservatori statunitensi per l’equiparazione tra pedofilia e omosessualità. E che, da giorni, sta sollevando le reazioni scomposte di cattoconservatori che sono arrivati a raccogliere firme per chiedere che gli si impedisca di parlare.

Reazioni che, in Italia, hanno visto in prima fila Costanza Miriano, che ha definito James Martin omoeretico. Ma che non hanno ovviamente sortito alcun effetto se non quello d’un’ennesima riprova di un’ossessione al limite del patologico per la questione omosessuale.

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Abdelouahab Taib, il 29enne algerino ucciso ieri nel commissariato di Cornellà de Llobregat (comune della provincia di Barcellona) dove aveva fatto irruzione al grido di Allāhu akbar e accoltellato un agente, era gay e voleva per questo motivo suicidarsi.

A riferirlo ai Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, la moglie di Abdelouahab, che ha raccontato come il 29enne marito le avesse confessato due mesi fa di essere omosessuale e di provarne "vergogna".

Ne erano sorte incomprensioni e liti anche perché la donna di nome Luciana, una spagnola già madre di due figli convertitasi all’Islam per amor suo, l’aveva accusato d’averla sposata solo per avere i documenti.

Due settimane fa Abdelouahab aveva quindi annunciato l'intenzione di divorziare. Luciana aveva subito sospettato che volesse suicidarsi, anche perché il giovane aveva già minacciato precedentemente di farlo, convinto che il suo orientamento sessuale l'avrebbe allontanato dalla comunità musulmana.

Abdelouahab Taib non aveva precedenti penali né era stato mai segnalato. Prima dell'assalto al commissariato – a 150 metri dalla sua abitazione –, aveva pregato a lungo nella vicina moschea. Nè il ministero dell'Interno spagnolo nè i Mossos hanno voluto finora confermare la notizia riportata da tutti i media spagnoli a partire da El MundoLa Vanguardia ed El País

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Il 24 luglio è nata a Piacenza la seconda figlia di Sara e Irene, due donne locali unite civilmente. La piccola è stata concepita in Spagna, dove le due donne hanno prestato, mesi fa, il loro consenso a una fecondazione con donatore anonimo.

Sara e Irene erano fiduciose che dopo il parto avrebbero ottenuto a Piacenza, come in tanti altri Comuni italiani, il riconoscimento di entrambe. Si sono perciò mosse in anticipo e hanno contattato sia i vertici politici dell’amministrazione sia gli Uffici comunali.

Quando però è nata la piccola non solo l’ufficiale di Stato civile si è rifiutato di ricevere il riconoscimento di entrambe le madri. Ma si è opposto a formare un atto di nascita attestante che la bambina è nata da fecondazione assistita.

A Sara, la madre biologica, è stato detto che, se avesse voluto essere giuridicamente riconosciuta, avrebbe dovuto dichiarare di aver avuto un rapporto sessuale con un uomo, garantendo altresì che questi non è parente né affine.

Essendo Sara unita civilmente, ciò significherebbe dichiarare una condotta extraconiugale in violazione dei doveri propri anche degli uniti civilmente. Significherebbe, soprattutto, dichiarare il falso e attestare in un atto pubblico che c’è un padre anche se non è indicato il nome di questo uomo. Come noto, per il diritto italiano l’uomo che ha determinato con la copula carnale una nascita è, volente o nolente, padre del nato.

Ma proprio le false dichiarazioni allo Stato civile costituiscono gravi reati se alterano lo stato del minore. Ma è parimenti reato non dichiarare l’avvenuta nascita di un nato. Senza dimenticare che in assenza di atto di nascita il nome e cognome sono attributi dal Comune e non dai genitori. Infine una segnalazione del Comune alla Procura dei minori potrebbe determinare l’avvio di indagini per minore abbandonato.

Per questi motivi, Sara ha allora deciso di cedere e dichiarare il falso: per il bene della bambina, per non lasciarla in una sorta di limbo identitario.

Ma oggi la donna si recherà alla stazione dei Carabinieri e si autodenuncerà per queste dichiarazioni non veritiere. Vuole che si faccia chiarezza se lei o qualcun altro si è macchiato di una responsabilità penale prevista non da una ma da ben quattro disposizioni del Codice penale italiano.

Poi, alle ore 16.30 presso il Circolo Chez Moi di Piacenza in Via Taverna, 14, presenterà in conferenza stampa l’azione di autodenuncia. All'incontro, che gode del sostegno di Famiglie Arcobaleno, Non una di meno Piacenza, Arcigay Piacenza, Agedo Milano e Agedo nazionale, Ass. radicale Certi diritti, Arci Piacenza, sarà presente anche Alexander Schuster, legale di Sara.

Contattato da Gaynews, l'avvocato trentino ha dichiarato: «In Italia le mamme lesbiche vivono non solo una situazione di terribile incertezza quanto il fatto stesso di essere madri: Lo sono? Lo saranno? Lo diventeranno mai? Dall’adozione in casi particolari al riconoscimento alla nascita ora negato ora concesso: tutto avviene in un vero e proprio limbo giuridico.

Ma non solo. Esse vivono nell’incertezza e sono costrette a compiere reati, quando dichiarano il falso per tutelare i loro figli e per evitare che questi restino nel limbo oscuro dello stato civile.

L’inizativa di Piacenza è un tentativo di denunciare dall’interno il sistema, le sue contraddizioni e le assurdità».

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