Vladimir Luxuria è la nuova testimonial del brand italiano di moda femminile Coconuda. Una scelta importante anche perché implicitamente carica di messaggi “rivoluzionari” per il mondo del fashion – e non solo – italiano. Da metà settembre la campagna pubblicitaria Coconuda con Vladimir Luxuria “invaderà” le case e le città degli italiani.

Ma, intanto, la scelta ha sollevato discussioni e stimolato l’odio dei tanti che, sui social, hanno offeso in maniera volgare e violenta Luxuria. Grande sorpresa, invece, il pubblico sostegno di Vittorio Sgarbi, che non è certo noto per avere posizioni “friendly” nei confronti della comunità Lgbti.

Incontriamo Luxuria qualche giorno dopo la comunicazione ufficiale della sua collaborazione come testimonial con Coconuda.

Luxuria, come hai accolto il fatto di essere stata selezionata come testimonial da Coconuda?

È la prima volta che sono testimonial di una campagna pubblicitaria e mi fa piacere. Mi avrebbero potuto scegliere come testimonial di un detersivo o di una poltrona. Invece mi hanno chiesto di fare da testimonial per una linea di abiti da donna. Quando avevo 15 anni, sperimentavo la mia femminilità di nascosto dai miei genitori. Adesso sarà sui cartelloni in tutta Italia. Un bel passo in avanti, no? Quella di Coconuda è stata una scelta importante e nuova per l’Italia.

E cosa ne pensi dei vari haters che, appresa la notizia, hanno iniziato a offenderti sui social?

La cattiveria in Italia viene spesso declinata in forme omotransfobiche perché, vicende come questa, scatenano l’aggressività e l’ira delle persone omofobe e transfobiche. Io, sinceramente, me ne sono sempre fregata e sono contenta di poter lanciare, grazie all’opportunità offertami da Coconuda, un messaggio di femminilità ed eleganza.

Te l’aspettavi la solidarietà di Vittorio Sgarbi che, tra l’altro, ha dichiarato che tu sei una testimonial migliore di Anna Tatangelo?

Non intendo proprio mettermi in competizione con le testimonial precedenti di Coconuda, come Anna Tatangelo o Raffaella Fico. Il brand sceglie ogni anno una testimonial nuova e quest’anno ha scelto me che sono una testimonial “diversa” dalle precedenti. Le parole di Sgarbi in mio favore sono comunque molto significative perché lui è uno che se ne intende di opere d’arte!

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Andrea e Francesco hanno detto il loro sì stamani nel Palazzo dei Capitani alla presenza di un funzionario dell’ufficio Anagrafe. Ma il clima festoso della prima unione civile ad Ascoli Piceno è stato purtroppo rovinato da insulti, indirizzati alla coppia da parte di un 50enne, la cui identità è stata rivelata da una donna presente ai carabinieri giunti sul posto.

A dare maggiori dettagli sulla vicenda anche Francesco Ameli, capogruppo Pd ad Ascoli, che sulla sul suo profilo Fb ha raccontato: «Dopo aver salutato gli sposi, tornando verso il Comune ho sentito urlare verso di me "zecca" , "ciccione" ed altre cose varie.

Chiedendo all'urlatore se si rivolgesse a me, mi è stato detto "stai zitto" e successivamente "ti spanzo". Cose leggere insomma.. Un comportamento deplorevole messo in atto da chi dovrebbe vivere con più serenità i propri giorni.

Successivamente sempre urlando verso di me mi è stato detto colpa del Pd se succedono queste cose.. Ho pensato dentro di me che piuttosto che una colpa era un merito... Spiace che l'unione civile non sia stata celebrata né dal sindaco né da un assessore né da un consigliere comunale (nonostante personalmente e pubblicamente abbia dato disponibilità a celebrarne). In questo si riconosce anche l'ideologia politica di chi governa».

Un avvenimento indubbiamente spiacevole ma che è da considerarsi un caso tuttavia isolato. A dirlo è proprio Francesco, uno dei due festeggiati, che, raggiunto telefonicamente, ha dichiarato: «Siamo stati insultati: è vero. Ma si tratta di un uomo, le cui posizioni sono note. Una nota stonata, indubbiamente, che non ha turbato minimamente la felicità mia e di Andrea. Vivo da 14 anni ad Ascoli - sono, infatti, d'origine abruzzese - e posso dire di non aver mai avuto problema alcuno in questa splendida città che, contrariamente a quanto taluni possono pensare, è accogliente e inclusiva».

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Dimitri Cocciuti, classe 1984, è un giovane autore televisivo che ha collaborato alla realizzazione di programmi di successo con Raffaella Carrà, Piero Chiambretti, Fiorello e tanti altri. Attualmente è responsabile del dipartimento Format e Sviluppo per Ballandi Multimedia.

Il 1° settembre è la data di lancio del suo primo romanzo Ogni cosa al suo posto, che sarà presentato nella capitale da Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride, presso la Libreria Mangiaparole. Si tratta della storia di Giovanni, Antonella e Alessio e del destino che, improvvisamente, li condurrà a una nuova consapevolezza e alla maturità di affrontare il dolore e rimettere "ogni cosa al suo posto". Il romanzo di Cocciuti non è solo una storia d'amore arcobaleno, è anche un inno alla libertà di essere veramente se stessi.

Incontriamo Dimitri alla vigilia della presentazione del suo libro.

Dimitri, quando e perché hai deciso di raccontare questa storia? E, soprattutto, quanto del tuo universo emotivo è entrato in questo romanzo?

L’idea iniziale mi è venuta tre anni fa, in un contesto peraltro abbastanza particolare: avevo accompagnato mio padre in ospedale e mentre eravamo in attesa ho visto un dottore dire a una sua collega, dopo aver letto una cartella clinica, di conoscere bene quel paziente. Il suo stupore mi aveva colpito parecchio, tanto che quell’episodio mi è rimasto in testa per molto tempo, senza però trovare in un primo momento il modo per svilupparlo. La chiave giusta è arrivata poi, quando ho deciso di raccontare questa storia.

Ogni cosa al suo posto nasce da alcune mie vicende personali che nell’ultimo anno si sono evolute in una riflessione più ampia: ci sono persone che rimangono vicino a noi per molto tempo senza lasciare un particolare segno. Poi ne arrivano altre che invece ci colpiscono in un modo incredibile e per congiunzioni non particolarmente favorevoli vanno via con la stessa rapidità con la quale sono arrivate. Di fronte a questo “tsunami emotivo” spesso cerchiamo di far finta che non sia successo nulla perché “non vedere” diventa poi sinonimo di “non sentire”. Nel romanzo invece spariglio un po’ le carte: cosa succede se invece quel passato che pensavi di aver dimenticato torna di colpo nella tua vita?

In questo romanzo c’è molto del mio universo emotivo, c’è una parte di me in ognuno dei tre protagonisti.

Il tuo è un romanzo sulla capacità di essere autentici con se stessi e con gli altri. Quale è il prezzo che i tuoi personaggi pagano al fatto di non essere stati veramente se stessi? Ma cosa significa, secondo te, essere davvero autentici?

I miei personaggi pagano il prezzo di una vita vissuta secondo le apparenze trovandosi di colpo di fronte ai propri errori e soprattutto gestendo la consapevolezza di non essere perfetti, ma di aver fallito. Ed è proprio l’ammissione di questo fallimento, l’aver preferito la verità di facciata a quella del cuore, il più grande fardello che i protagonisti devono gestire, e al tempo stesso la loro più grande opportunità. Essere davvero autentici per me significa mettere al primo posto quello che sentiamo, senza aver paura del giudizio altrui, perché la verità, anche se può sembrare un concetto banale, rende davvero liberi e ci rende persone migliori.

Il coming out ha un ruolo centrale nel tuo romanzo. Come mai, in Italia, si fa ancora così fatica a fare un tale passo? Cosa diresti a un adolescente indeciso per spingerlo a fare coming out?

Io credo che ci sia ancora un certo timore del cambio di opinione che le persone che ci circondano possono avere di te. Un problema culturale e sociale che forse è più presente in alcune zone del nostre Paese e meno nelle aree metropolitane. Ma vorrei anche specificare che, a mio parere, non è sempre così: per capire che ognuno è libero di amare chi vuole non c’è bisogno di una laurea, piuttosto di una buona educazione data dai genitori ai propri figli.

A un adolescente indeciso direi che oggi, più di ieri, non è solo. Superare le paure e regalarsi la gioia dell'autenticità è la chiave di un futuro, il suo, e di chi come lui/lei sarà domani adulto, davvero privo di pregiudizi.

Infine, tu hai lavorato con personaggi importanti della nostra cultura pop come Raffaella Carrà, Fiorello e Piero Chiambretti. Secondo te, attraverso la temperatura pop di narrazioni come la tua, si può scardinare più facilmente il pregiudizio e lo stigma nei confronti delle persone Lgbti?

Assolutamente sì. Ho cercato di raccontare una storia universale in cui chiunque si può immedesimare indipendentemente dall’orientamento sessuale. Sarebbe motivo di grande orgoglio, per me, se una narrazione pop come Ogni cosa al suo posto riuscisse ad aprire non solo i cuori, ma anche le menti di chi ancora oggi - e l’attualità ce ne dà ahimé quotidiana riprova - vive di pregiudizi e inutili paure nei confronti della comunità Lgbti.

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Quello che ha legato Dacia Maraini a uno dei più noti e controversi intellettuali del nostro Paese, Pier Paolo Pasolini, non era solo una vicinanza professionale tra scrittori, ma soprattutto uno legame molto stretto di amicizia, di rispetto e di condivisione di valori e di vedute della società e della vita. Dacia Maraini è una scrittrice e intellettuale molto prolifica e molto apprezzata anche all’estero, un’attentata osservatrice della nostra società, di come si sta evolvendo e dei cambiamenti culturali che si stanno imponendo nei cittadini.

Gaynews l’ha intervistata sul suo rapporto professionale e umano con Pasolini e su cosa pensi di alcune temi quali le unioni civili, la gestazione per altri e la recrudescenza di fenomeni di omotransfobia che hanno caratterizzato questa estate.

Qual era il suo rapporto con Pasolini?

Quando ho conosciuto Pasolini non era il mito che è oggi anzi, era un uomo molto attaccato, molto osteggiato e nei suoi confronti c'era tanta ostilità. Dopo la sua morte invece è diventato un personaggio proverbiale. Ma prima no, non era così. La mia conoscenza risale a un tempo difficile per lui: doveva affrontare continuamente dei processi, lo attaccavano puntualmente sui giornali e anche politicamente.

Non era tanto la sua omosessualità a disturbare i benpensanti ma il fatto che fosse provocatorio e avesse un atteggiamento di sfida. Pasolini era molto critico nei confronti della società in cui viveva, nei confronti del suo tempo, del governo democristiano, del potere in genere. Basti pensare, ad esempio, all'episodio del '68 quando nel periodo delle manifestazioni si schierò con i poliziotti difendendoli in quanto figli del popolo, contro i sessantottini che lui chiamava “figli di papà”.

Molte delle critiche rivolte a Pasolini non erano solo di tipo politico, ma si richiamavano alla sua omosessualità. Qualcuno lo definiva anche pedofilo. Lei  cosa risponde a queste accuse?

No, Pasolini non imponeva mai la sua sessualità, al contrario voleva essere punito e maltrattato. Chi legge Petrolio sa che il suo era un atteggiamento di ricezione e quindi non di imposizione. Pasolini aveva  un rapporto di gioco col sesso e non di “presa”, da predatore. Ripeto, leggendo Petrolio, si capisce esattamente qual era il suo atteggiamento con questi ragazzi con cui cercava di giocare; un gioco che sconfinava nel sesso ma che ripeto non era affatto di tipo impositivo.

Tra gli intellettuali omosessuali di oggi secondo lei c’è qualcuno che possa essere o diventare il nuovo Pasolini?

Direi che Pasolini resta abbastanza unico. Era un uomo che agiva su tanti campi: era poeta e regista contemporaneamente e non è così facile trovare una persona che abbia queste qualità, la capacità di andare a fondo in mestieri diversi. E poi era una persona che prestava grande attenzione sociale e politica al suo tempo. Non dico, ovviamente, che non ci siano tante persone di qualità oggi, però certamente lui aveva qualcosa di unico.

In tema di diritti civili, cosa pensa delle unioni civili tra persone dello stesso sesso?

Credo che sia un traguardo che è stato raggiunto ed è un bene. Ritengo che non si possa restare ancorati a delle idee prestabilite. Il mondo va avanti e prima o poi sarebbe accaduto. Non si può pensare di anteporre  i principi alla realtà concreta. Si deve tenere conto di quello che accade, delle nuove esigenze e delle richieste che vengono fatte dalle persone, dai cittadini.

Questa estate ci sono state diverse polemiche all’interno del movimento Lgbti sul tema della gestazione per altri vista quale ulteriore sfruttamento del corpo femminile. Qual è la sua posizione in merito alla Gpa?

Se si tratta di un accordo fatto per generosità non ci trovo niente di male, se invece viene fatto per denaro allora qualcosa di ambiguo c’è. Tuttavia ci sono cambiamenti che rientrano nell’evoluzione del nostro secolo, pertanto vanno elaborati pubblicamente senza idee assolutiste. Occorre vedere qual è la prassi: una persona saggia ascolta gli altri, valuta il comportamento delle persone e in particolare se questo non provoca danni ad altri.

Questa estate è stata segnata anche da molti episodi di omotransfobia. Come interpreta questo rigurgito di violenza nei confronti delle persone Lgbti?

Viviamo in un momento di ritorno della destra e della conservazione, dovuti a paura, a nuovi movimenti di popolo che portano le persone a chiudere le porte e a difendersi, e non solo per la crisi economica o l’immigrazione. Tutto questo non fa altro che suscitare allarmi e sentimenti di rivolta. La paura è la peggiore consigliera in quanto conduce all’intolleranza, all’odio che finiscono per governare la vita delle persone.

Spero che la parte sana del Paese prevalga. Di solito succede così, che alla fine i cambiamenti siano più forti delle paure. Ma nel frattempo questi atteggiamenti possono  fare danni.

D’altra parte il fatto che ci sia un ritorno della destra lo dimostra il presidente americano Trump, che rappresenta un esempio di grave svolta a destra ed è inquietante che questo accada in un grande Paese che abbiamo sempre considerato democratico e aperto: si direbbe che l’America stia seguendo le involuzioni della  Cina e della Russia.

Tuttavia voglio essere ottimista: se si pensa che non c'è niente da fare, la reazione finisce per vincere sull’intelligenza. 

È sempre importante impegnarsi in una resistenza di tipo culturale e sono convinta che alla fine questa vincerà su chi vuole che la realtà  si fermi. Ci possono essere periodi bui in cui una società prende paura e questo la porta a essere intollerante nei confronti di tutto e tutti quelli che sembrano strani, diversi. Il pericolo ripeto viene da movimenti reazionari, di chi vuol tornare indietro, di chi mette in campo l’intolleranza religiosa o morale legato com’è alla tradizione. Alla fine però perderanno, anche se nel frattempo i conflitti possono portare  danni alle persone più deboli socialmente come accade per gli omosessuali.

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Attrice, doppiatrice e scrittrice, Lella Costa porterà stasera sul palco del Padova Pride Village lo spettacolo Questioni di cuore ispirato all’omonima fortunata rubrica, che Natalia Aspesi tiene dal 1992 su Il Venerdi di Repubblica. Un emozionante viaggio attraverso la vita sentimentale e sessuale degli italiani nel corso degli ultimi 30 anni alla luce dell’ampia corrispondenza che la giornalista milanese continua a intrattenere coi propri lettori e lettrici.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente Lella Costa a poche ore dall'evento padovano.

Lella, qual è il filo conduttore dello spettacolo Questioni di cuore?

L'idea dello spettacolo è nata durante la manifestazione La Repubblica delle idee, che lo scorso anno ha celebrato il 40° anniversario di fondazione del quotidiano. In quell'occasione ho avuto voglia di festeggiare Natalia con una serata caratterizzata dalla lettura della sua corrispondenza. Io leggevo le risposte e c’erano le registrazioni in video di amici attori, che davano invece lettura delle lettere inviate a Natalia. Il risultato è stato così carino che abbiamo avuto l’idea di un reading, in cui leggessi tanto i quesiti quanto le risposte. Il tutto collegato da alcuni accenni musicali di Ornella Vanoni. Non è stato facile effettuare la scelta delle lettere, che sono tantissime e abbracciano sia quelle pubblicate su Il Venerdì sia quelle raccolte nel libro Amore mio, ti odio (edito nel 2014 da Il Saggiatore) sia quelle che Natalia continua ancora a ricevere. Ho cercati di alternare le più serie e commoventi a quelle più ironiche e divertenti.

C’è qualcuna di queste lettere che l’ha particolarmente colpita?

C’è da dire che sono tutte molto belle. Quello che colpisce in primo luogo è la proprietà di linguaggio o comunque l’intensità di chi scrive. Leggerò fra l’altro anche qualche lettera critica come quella di Aldo Busi, che accusa amichevolmente Natalia di "affaturare" ossia di correggere le missive. E la risposta è meravigliosa. Ce ne sono poi alcune di persone omosessuali, che raccontano la propria storia: so che esse sono particolarmente a cuore a Natalia. Altre, invece, sono molto divertenti e Natalia risponde sempre con grande ironia senza mai essere giudicante. Senza contare la lettera finale d’una 60enne vicentina, che è davvero una poesia struggente. 

Ha appena detto che le persone omosessuali stanno particolarmente a cuore a Natalia Aspesi. Per Lella Costa, invece, che ruolo esse hanno avuto e hanno nel corso della propria vita?

Citando il titolo del libro dell’amico Filippo Maria Battaglia, mi verrebbe subito da dire: Ho molti amici gay. Battuta a parte, a me risulta davvero incomprensibile come possano sussistere difficoltà a causa dell’orientamento sessuale o identità di genere di una persona. Per mia fortuna sono cresciuta in un ambiente familiare in cui l’omosessualità non è mai stata percepita come un problema se non per il fatto che era un problema per il mondo esterno. Ciò ha fatto sì che io vada particolarmente fiera, ad esempio - rispetto a tanti riconoscimenti ricevuti -, d’essere socia onoraria di Arcigay o di aver ricevuto il premio Queen of Comedy. Ho educato alla stessa sensibilità e attenzione verso tutte e tutti anche le mie figlie. Fra l'altro le coppie più solide di amici sono proprio quelle di persone omosessuali.

Tra i tanti episodi uno in particolare è per me significativo in riferimento al mio rapporto con la collettività Lgbti. Lo scorso anno a Milano ho fatto da "madrina" a una bellissima manifestazione di cori rainbow. C’erano anche cori di bambini. A un tratto un coro tutto maschile, proveniente da Bologna, ha eseguito Va, pensiero – al cui ricordo ancora adesso mi commuovo – e ho pensato: Porca miseria. Se lo ascoltasse Salvini, si indignerebbe contro "questa manica di gay". Quell’evento mi ha dato una sintesi perfetta del mondo e mi ha fatto maggiormente comprendere la necessità di aprire i cuori prima ancora di aprire le menti delle persone.

Lo scorso anno è stata promulgata la legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Che cosa ne pensa?

Penso che in Italia ci fosse bisogno d’una legge che normasse, per altro, una realtà esistente. Si è trattato dunque di sanare una situazione che dal punto di vista giuridico era spaventosamente carente. Credo che non sia una legge perfetta come credo che sulla questione dell’adozione del figlio del partner o della partner si sia persa una grande occasione.  In un tale ambito emerge davvero la spietatezza di chi, in in nome di una superiore religione o ideologia, ha a cuore tutto tranne che la tutela e il benessere dei bambini. Credo perciò che si possa e si debba fare meglio. È chiaro ovviamente che una legge non basta perché deve cambiare il sistema educativo e culturale.

Il tema della genitorialità di coppie di persone dello stesso sesso chiama in causa anche quello della gestazione per altri. Qual è il suo parere al riguardo?

Ho da poco scritto la prefazione a un libro di un amico - che conosco da quando era piccolo – che tre anni fa ha avuto col proprio compagno una bambina ricorrendo alla gestazione per altri negli Usa. Ho ribadito innanzitutto come quella della gpa sia una questione molto delicata. La maternità, infatti, oltre ad avere delle implicazioni fisiche, biologiche ne ha anche di emotive e molto profonde.

Ciò detto, ritengo che, fatta salva l’autentica libertà della donna – che non ci sia cioè un ennesimo sfruttamento del suo corpo. Il che sarebbe aberrante -, non vedo in tutta sincerità perché dire a priori no. Tanto più che l’adozione è impraticabile in Italia per coppie di persone omosessuali. Fra l’altro bisogna notare come le coppie lesbiche abbiano un’agevolazione in più perché possono molte volte concepire con le donazioni amichevoli di persone conoscenti.

Non capisco dunque perché si debba precludere la genitorialità a coppie di uomini e perché soprattutto si debba generalizzare. Come esistono tante coppie di persone etero che non desiderano diventare genitori così ce ne sono altrettante di persone omosessuali che non desiderano esserlo. Ma è necessario garantire ciò a chi invece lo desidera senza porre differenze. Ecco perché anche sulla gpa sarebbe necessaria una regolamentazione legislativa. Come cittadina mi auguro che si arrivi a dibattere ciò in Parlamento per avere una norma ponderata ed equilibrata quanto imprescindibile.

Affrontiamo la questione delle persone trans. Alcuni giorni fa si sono verificati a Rimini due casi di violenza a danno di una donna polacca e di una donna transgender peruviana. Come giudica il fatto che noi giornalisti abbiamo liquidato in poche battute la vicenda dello stupro della giovane peruviana e, soprattutto, utilizzato termini scorretti, quando non offensivi, come trans o addirittura viado?

A me è venuto il magone nel leggere una tale notizia: il dato dello strupro della donna transgender è stato dato solo in quanto corroborava la versione della giovane polacca. Ma lo stupro è sempre un crimine odioso. Solo che nel nostro Paese si fa fatica a rubricarlo come reato perché noi siamo quelli che affermano: Ma lei ha detto no, però intendeva sì. Per cui sarebbe necessario non stabilire una graduatoria di stupri.

Auspicherei inoltre che i giornalisti o comunque chi si occupa di comunicazione avessero più cura nello scrivere e nel parlare di determinati accadimenti. Le parole sono importantissime. Inoltre mostrare chiarezza verbale nonché pietas anche verso la vittima, partendo dalla considerazione che apparteniamo tutti allo stessa grande famiglia umana, sarebbero già un grande passo in avanti. 

Che cosa, in conclusione, si aspetta stasera Lella Costa al Padova Pride Village?

Far suonare in primo luogo le parole di Natalia e dei suoi lettori, che sono un bellissimo ritratto del nostro Paese. E poi sarò in un contesto a me molto caro, dove sono sicura che certe sfumature, certi dettagli, certe “questioni di cuore” saranno colte e apprezzate in maniera particolare dal pubblico presente.

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Due volte campione del mondo e argento olimpico nel 1988 a Seul nei 110 metri ostacoli, Colin R Jackson ha fatto coming out.

L’atleta di Cardiff, dal 2004 commentatore sportivo per la Bbc dopo aver abbandonato l’anno prima l’attività agonistica, ha scelto una trasmissione della Sveriges Television (Svt) per rivelare la propria condizione a lungo negata.

Colloquiando coi due ori olimpici Kajsa Berqvist (ex campionessa saltista) ed Erik Peter Häggström (ex campione di salto in lungo), entrambi omosessuali dichiarati, Jackson ha affermato di aver a lungo tergiversato nel fare coming out non volendo «sollevare scalpore intorno alla sua storia».

Ha poi raccontato di aver detto di essere gay ai propri genitori già nel 2003 nella cucina di famiglia. «Dalla loro reazione – ha aggiunto –  ho capito di avere i genitori migliori del mondo, perché mi sono stati di grande aiuto».

 

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Su segnalazione dell'avvocata Cathy La Torre Gaynews ha sollevato, due giorni fa, il caso del B&B monopolitano Villa Ciuffoli Maria, che impedisce l'accesso alle persone Lgbti. Il gestore, infatti, aveva espressamente indicato la struttura quale No Gay-friendly su www.bed-and-breakfast.it.

A seguito dell'articolo Giambattista Scivoletto, amministratore del portale, ha scritto nelle ore successive una mail al proprietario di Villa Ciuffoli Maria, informandolo della rimozione dell'annuncio nonché della proposta della risoluzione contrattuale con relativo rimborso della quota versata. Eccone il testo:

Spett. Villa Maria Colavitti. 

Ci segnalano un fatto gravissimo che è avvenuto sulla vostra pagina. La discriminazione per razza, religione e orientamento sessuale è un reato e non accettiamo simili comportamenti sul nostro portale. È per questo che vi comunichiamo di aver rimosso il testo discriminante e che oscureremo tutta la scheda qualora venisse inserito nuovamente.

Vi propongo la risoluzione contrattuale e il rimborso della quota pagata a luglio di 155 Euro + iva. Vi prego di accettarlo e, quando vi sarete chiariti le idee e avrete capito che discriminare le persone sulla base di un orientamento sessuale, con cui si nasce, oltre che reato è anche un comportamento esecrabile, vi invito a ritornare sul nostro portale dove sarete nuovamente accolti a braccia aperte.

In un successivo scambio di mail con la nostra redazione - per ribadire l'estraneità del portale a tali comportamenti - lo stesso Scivoletto ha infine dichiarato: 

La ringrazio del suo riscontro. Non chiediamo visibilità, ma ci tenevo, personalmente, quale amministratore del portale, a non essere assimilato a simili assurdi comportamenti. Questo è il nostro comunicato ufficiale rilasciato sulla nostra pagina Facebook. 

Eventi simili, balzati alle cronache nei mesi scorsi, non ci avevano mai sfiorato e per un po' avevo creduto nel buon senso della totalità dei nostri clienti, più di 15.000 in tutta Italia. Sono costernato per l'accaduto ma allo stesso tempo le posso confermare che molti di essi hanno stigmatizzato, giustamente, l'accaduto e che posizioni come quella del B&B incriminato sono ormai, per fortuna, una piccola minoranza.

Fate bene comunque a denunciarle con estrema forza, e noi saremo sempre dalla parte della ragione, insieme a voi.

Un piacere, insomma, constatare la condanna di annunci discriminatori, l'immediata rimozione d'essi, una volta segnalati, e il pieno sostegno alla battaglia contro ogni forma di omotransfobia.

 

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Un’altra struttura turistica pugliese chiude le porte alle persone Lgbti. Si tratta del Villa Maria Colavitti, ubicata nella frazione monopolitana di Gorgofreddo (Ba). Aperto ai disabili, ai fumatori e agli animali, il B&B è espressamente No Gay-friendly come si legge sul sito www.bed-and-breakfast.it.

A destare l’interesse su quest’ennesimo caso d'omofobia è stata l’avvocata Cathy La Torre che sul suo profilo Fb ha scritto: «Estate 2017, la moda è diventata specificare che si è NO qualcosa. Questo B&B è smoker friendly, handicap friendly ma NO LGBT friendly. Le coppie omosessuali NON sono gradite! Ogni giorno mi segnalate una struttura che non accetta la diversità. Quello che un tempo era indicibile ora viene addirittura codificato. Arriveremo anche a specificare quale pratiche sessuali non accettiamo nelle nostre strutture? Arriveremo a dire NO sesso friendly? O no onnivori friendly? La lista si allunga e di sto passo accetteremo solo chi è uno specchio delle nostre caratteristiche o delle nostre abitudini? L'unica notizia positiva è che ormai anche i trogloditi ignoranti sanno cosa significa LGBT!».

La motivazione d'una tale preclusione discriminatoria è sicuramente d'ordine religioso come porterebbe a credere la presentazione che di Villa Maria Colavitti fa il suo gestore: «Mi chiamo Michele e ho la fortuna di gestire il mio B&B in uno dei luoghi poù belli e suggestivi della Puglia. La casa è incastonata in un sistema collinare maestoso, noto come murgia dei trulli, che si rivolge al mare esattamente come un innamorato fa con la propria amata quando la guarda negli occhi. La breve distanza che li separa fanno un unicum paesaggistico di rara bellezza che permette all'ospite di godere l'incatevolezza delle colline (con i relativi vantaggi) senza rinunciare al mare e alle sue suggestioni.

Il paesaggio naturalistico che emerge da questo quadro delinea e stigmatizza i lati del mio carattere e delle mie passioni: una persona che ama vivere in armonia con la natura e con il creato la cui contemplazione porta ad adorare Il Signore, il vero autore di queste meraviglie».

Eppure meraviglia non poco il constatatare che il divieto di soggiorno a persone Lgbti non è affatto contemplato sui siti di strutture turistiche gestite da suore o ecclesiastici a Monopoli. Basti citare, ad esempio, il B&B San Giuseppe, ubicato in via Paolo Veronese e tenuto dalle Suore Pie Operaie di San Giuseppe.

Concretizzazione del pragmatico pecunia non olet o piuttosto adesione al dettato evangelico d’un’accoglienza da riservare a tutte e a tutti?

 

 

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Sei pagine introduttive e 154 di testo. Questo in cifre il volume Città arcobaleno. Una mappa della vita omosessuale nell’Italia di oggi che, scritto da Fabio Corbisiero e Salvatore Monaco, è stato recentemente edito per i tipi romani della Donzelli e inserito nella collana Virgola.

L’opera si pone a coronamento d’una dettagliata ricerca che, condotta nell’arco degli ultimi cinque anni, offre una pioneristica sinossi della geografia urbana Lgbti sulla base d’una specifica campionatura delle città italiane. Esse risultano catalogate con relativo punteggio (da 0 a 100) sulla base di sei elementi di inclusione/esclusione sociale rilevanti: 1) servizi, 2) sicurezza urbana, 3) occupazione, 4) cultura e vita sociale, 5) turismo, 6) reti e associazionismo.

Lo studio punta così l’attenzione sul ruolo protagonistico dei centri urbani sia ad ampia apertura civica verso le persone Lgbti – e quindi classificabili come gay-friendly – sia a caratura arcobaleno. Qualifica, quest’ultima, che sta a indicare la nuova frontiera per le rivendicazioni del movimento, che in tali città vede efficacemente istituzionalizzati servizi e dispositivi di politica sociale gay. Di contro sono da registrare non pochi centri urbani, le cui relative amministrazioni sono mosse da un disinteresse istituzionale per le aspettative delle persone Lgbti. A tal riguardo il Bel Paese di stoppaniana memoria si presenta piuttosto come un Paese a macchie, dove coesistono e si contrappongono aree arcobaleno e aree grigie, rispettivamente identificabili nelle accennate politiche di promozione o disinteresse nei riguardi delle persone Lgbti.

Il quadro valutativo si arricchisce di interviste in esclusiva e dichiarazioni – riportate dai media – di alcuni sindaci attualmente in carica o decaduti, alcuni dei quali (Leoluca Orlando per Palermo, Luigi De Magistris per Napoli, Ignazio Marino per Roma, Virginio Merola per Bologna, Piero Fassino per Torino, Giuliano Pisapia per Milano) hanno avviato con politiche indirizzate ai cittadini Lgbti un cambiamento che, per quanto in divenire, può a buon diritto essere definito epocale. In tale scenario a fare la differenza è proprio la sinergia tra società civile, associazionismo e mandato dei sindaci più attenti alle questioni arcobalenoAlle associazioni gli autori dedicano ampio spazio in ragione di quell’imprescindibile spinta propulsora data dai singoli raggruppamenti attivistici all’accensione e al mantenimento della pubblica attenzione alle tematiche dei diritti di cittadinanza arcobaleno.

In conclusione, se è vero quanto scriveva Marziale sulle modalità compositive delle opere (in cui si trovano mescolate alcune cose buone, altre mediocri, moltissime cattive), si può dire con sicurezza che tale ordine risulta invertito nel volume in questione. Volume la cui firma principale – il coautore Salvatore Monaco è dottorando in sociologia presso l'Università Federico II di Napoli – è, come accennato, di Fabio Corbisiero che, oltre a essere ordinario di sociologia presso l’ateneo partenopeo, è anima e coordinatore scientifico del prestigioso Osservatorio Lgbt istituto presso il dipartimento federiciano di Scienze Sociali.

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Pagina Facebook di ArciLesbica nazionale. Un'immagine inquietante: quella di due labbra femminili cucite con del filo di ferro e sotto la dicitura I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta).

In realtà l'immagine si riferisce al link di un articolo apparso su medium.com di una lesbica femminista, presumibilmente inglese, il cui nick è PolelifeandPussy. La redattrice dice di essere angry, cioè arrabbiata, perché - a suo parere - le donne transessuali vorrebbero silenziare le differenze tra sé e le donne biologiche.

L'intero articolo verte sull'urgenza, espressa da PolelifeandPussy, di distinguere donne cisgender da donne transessuali, perché - a suo dire - avere o meno un utero o un seno dalla nascita cambia la prospettiva del linguaggio e il repertorio delle esperienze.

Secondo l'articolista chiedere oggi rispetto per questa differenza, differenza di vissuto e dunque di esigenze che ne conseguono, porta ad essere tacciati di transfobia. A PolelifeandPussy, in effetti, dà anche fastidio che, in virtù della correttezza "imposta" dalla comunità trans, lei potrebbe essere costretta a condividere spazi, anche piuttosto prossimi, con donne transessuali che conservano ancora l'organo genitale maschile.

Insomma, proprio mentre sembra evidente che i diritti si raggiungono in modo più immediato e completo laddove le "minoranze" risultano coese e riescono a fare fronte unico contro una società veteropatriarcale e sessista, misogina e omotransfobica, ArciLesbica Nazionale con l'articolo di PolelifeandPussy sembra marcare un desiderio di separatismo e distanza che, oltre ad essere offensivo e inattuale, risulta anche sterile e perdente rispetto alle grandi battaglie della contemporaneità.

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