Un’«esperienza da incubo» quella vissuta in Egitto. La definisce così a telefono Valentina Viglione, donna transgender napoletana, che dopo 22 anni di vacanze tranquille trascorse a Sharm el-Sheikh ha deciso di non metterci mai più piede.

L’11 aprile Valentina, che, laureata in giurisprudenza nel 1997, ha alle spalle un’esperienza triennale d’avvocatura, si è imbarcata in serata a Capodichino con un amico gioielliere per raggiungere la nota località marina egiziana. Ma, giunta all’aeroporto internazionale di Sharm con tre ore e mezza di ritardo, è successo quanto mai avrebbe immaginato

«Siamo arrivati a mezzanotte e un quarto - racconta al telefono -. Al momento di fare in aeroporto i consueti controlli presso le autorità egiziane di frontiera un addetto ha preso il mio passaporto, sul quale sono registrata col nome maschile e con la mia foto di donna, e si è allontanato. La cosa mi ha fatto subito impensierire, perché in 22 anni non mi era mai capitato. Dopo 20 minuti di attesa ho cercato di chiedere a un poliziotto che cosa succedesse. Ma sono stata allontanata in malo modo con un gesto di mano, mentre mi veniva intimato di aspettare. Io e il mio amico abbiamo atteso un’ora e dieci».

A quel punto è sopraggiunto l’autista del resort Domina Coral Bay, dove Valentina e il suo compagno di viaggio avevano prenotato il soggiorno. 

«Gli ho detto d’informarsi - mi spiega - che cosa stesse succedendo. Lui stesso era meravigliato: mi conosce infatti bene poiché sono anni che vado al Domina. Ha bussato alla porta dell’ufficio preposto. Ma è stato prima allontanato in malo modo, poi richiamato. A quel punto i poliziotti gli hanno fatto alcune domande: se ero operata e se ero fidanzata o sposata con l’uomo che mi accompagnava».

All’uscita l’autista ha cercato di tranquillare Valentina col dirle che era una mera questione burocratica. Ma, quando l’agente le ha riconsegnato il passaporto, per comunicare che il permesso di soggiorno era stato accettato, la donna, stremata anche dall’attesa prolungata e dalla paura, ha gridato che non voleva restare ma rientrare in Italia.

«So di aver agito d’impulso ma a quel punto è iniziato l’incubo. L’agente mi ha strappato di mano il passaporto e ci ha fatto ripassare la dogana. A quel punto è sopraggiunta una camionetta con quattro poliziotti, che ci ha caricato a bordo. Ho cercato di chiedere dove ci stessero portando ma un agente mi ha intimato di stare zitta. Abbiamo fatto circa un km di strada al buio e siamo arrivati al terminal 2: un terminal dismesso, corrispondente alla vecchia area aeroportuale, trasformato in uffici della polizia.

Giunti sul luogo, i poliziotti ci hanno entrare nella struttura: abbiamo fatto una rampa di scale e siamo stati rinchiusi in mezzo quadrato di stanza, divisi l’una dall’altro da un separé. Siamo rimasti lì fino alle 9:30 del mattino. Non potevamo andare in bagno o fumare se non dopo aver chiesto il permesso. Abbiamo temuto il peggio».

Poi alle 9:30 l’annuncio che sarebbero stati rimpatriati col primo volo disponibile per Napoli, quello delle 14:40.

«Ci sono venuti a riprendere - continua Valentina - con la camionetta. In aeroporto hanno voluto rifare i controlli e abbiamo dovuto subire l’umiliazione di essere scortati da un agente armato fino al gate sotto gli occhi di tutti, soprattutto di passeggeri napoletani. E, per giunta, senza neppure la possibilità di poter andare in bagno».

Quel giorno stesso la sorella di Valentina, anche lei di casa a Sharm el-Sheik («ci va da 39 anni – spiega a telefono – e per alcuni ha posseduto anche una casa in loco, prima di venderla»), aveva un volo prenotato per la località egiziana. Ma alla luce di quanto successo non voleva più partire.

«L’ho tranquillizzata e le ho detto di andare, avendo lei speso un’enorme somma di denaro. Ho anche aggiunto che mi sarei informata presso l’ambasciata se ci fosse qualcosa a mio carico e, in caso contrario, l’avrei raggiunta».

Avute rassicurazioni al riguardo tramite il suo avvocato e un amico egiziano Samer, che, sposato con una napoletana, gestisce a Sharm il ristorante Made in Sud, l’altroieri Valentina ha deciso di ripartireMa, giunta in aeroporto, ha rivissuto, questa volta da sola, la stessa drammatica esperienza, benché non avesse minimamente reagito.

È stata nuovamente fatta salire sulla camionetta tra gli sberleffi e le risate degli agenti, che si toccavano ripetutamente le parti intime. Quindi condotta al terminal 2, dove è stata costretta a portare da sola lungo una rampa di scala le sue valigie. Cosa che le ha procurato la frattura di un dito. Ma, poi, alle 04:00 del mattino, rimpatriata in tutta fretta con un volo per Bologna mentre in aeroporto era sopraggiunto il console italiano dietro segnalazione della Domina.

Quanto successo a Valentina è da inquadrarsi nel quadro più ampio delle vessazioni che le persone Lgbti subiscono da alcuni anni in Egitto, dove, ad esempio, il 7 marzo la 19enne transgender Malak al-Kashif è stata arrestata, condotta in un carcere maschile e sottoposta a test anale forzato.

Dura condanna dell’accaduto è stato espresso da Loredana Rossi, fondatrice e vicepresidente di Atn, di cui Valentina è socia: «È inaccettabile quello che è successo. A nome di tutta Atn esprimo solidarietà e vicinanza a Valentina.

Voglio ricordare, come ha rilevato ultimamente l’Ilga, che, pur non essendoci delle chiare leggi al riguardo, l’Egitto è un Paese dove di fatto l’omosessualità e la transessualità sono punite come reato. Chiediamo pertanto al Governo di mobilitarsi seriamente presso le autorità locali perché facciano chiarezza.

Nel frattempo invitiamo le agenzie di viaggio a informare debitamente le persone Lgbti, che si recano in Paesi dove corrono seri pericoli per leggi omotransfobiche. Perché quello che è successo a Valentina non si ripeta per altre».

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Nei Paesi Bassi minorenni transgender potranno cambiare genere sui documenti prima dei 16 anni, mentre gli adulti potranno autocertificarsi senza una dichiarazione medica.

Sander Dekker, ministro per la Protezione legale, ha dichiarato, l'11 aprile, che i giudici accetteranno le richieste di soggetti d'età inferiore ai 16 anni, previa certificazione medica, solo in «circostanze estreme». Rispondendo alle critiche secondo cui i minori potrebbero «cambiare idea» e ritornare al genere al quale erano stati assegnati alla nascita, ha confermato che a qualsiasi minore, che transizioni legalmente, sarà data solo un'opportunità di cambiare i documenti.

Il percorso verso il riconoscimento legale è stato reso più facile soprattutto per le persone di età superiore ai 16 anni, che ora possono cambiare il loro genere senza la dichiarazione di un medico o uno psicologo.

In base al nuovo percorso le persone trans avranno quattro settimane per annullare il cambiamento del genere legale prima che diventi permanente.

I gruppi Lgbti hanno affermato di essere «soddisfatti dell'abolizione della dichiarazione di esperti», ma hanno sostenuto che le nuove misure non sono abbastanza ampie. Transgender Network Netherlands, Coc e Nnid hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si legge: «Questa proposta non fornisce alcun sollievo alle persone intersessuali e viola il diritto all'autodeterminazione dei minori transgender».

Le persone intersessuali e non binarie nei Paesi Bassi possono richiedere di appartenere al genere X (genere neutro), ma devono farlo attraverso i tribunali senza alcuna garanzia.  Il ministro Dekker ha indicato che anche questo percorso può essere reso più semplice.

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Manifestanti con maschere bianche sul viso prima in piedi, poi stesi sul selciato. Striscioni con la scritta Don't play with my life, Non giocare con la mia vita. Bandiere transgender affisse lungo il muro dell’esedra orientale di piazza del Popolo. 

Un flash mob carico di simboli forti quello che, organizzato dal collettivo Identità InTransigenti, è in corso a Roma all’ombra del Pincio, per protestare contro l’irreperibilità di farmaci a base di testosterone. Farmaci indispensabili sia per la salute di uomini cis affetti da alcune patologie sia per gli uomini trans che effettuano la Tos (Terapia ormonale sostitutiva).

Tra le persone presenti in piazza Marilena Grassadonia, ex presidente di Famiglie Arcobaleno e candidata alle europee con La Sinistra, Gianfranco Goretti, neopresidente di Famiglie Arcobaleno, Gianmarco Capogna, portavoce nazionale di Possibile Lgbti e Zoe Vicentini con una delegazione di 20 attiviste di Non una di meno Roma.

La manifestazione è stata fortemente voluta da Cristina Leo, componente del collettivo Identità InTransigenti insieme con Daniele Bianchi, Francesco Brodolini, Mariella Fanfarillo e Gioele Hyland.

A essa hanno aderito Saifip, Agedo Roma, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Azione Trans, DiGay Project, Beyond Differences, Queer of Rome, Famiglie Arcobaleno, Ora d'aria, Gaynews.it, Gaycs, Sunderam Identità Transgender Torino, Agedo Lecce, Prisma – Collettivo, LGBTQIA+ Sapienza, Link Roma, ATN Associazione Trans Napoli, Gruppo Trans Bologna, Arcigay Antinoo Napoli, Possibile Lgbti.

Tante le persone che hanno sostenuto l'iniziativa, tra cui la senatrice dem Monica Cirinnà

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Il 3° congresso dell'Epath (European Professional Association for Transgender Health), tenutosi a Roma dall’11 al 13 aprile 2019, con l’organizzazione del comitato scientifico ospite presieduto da Alessandra Fisher, Mario Maggi, Francesco Lombardo e Jiska Ristori, ha avuto come titolo Inside Matters, on Law, Ethics and Religion

Esso è stato concepito per promuovere uno scambio culturale, scientifico e professionale mirato a garantire la salute e la tutela delle persone transgender in Europa.

Il programma ha compreso 14 conferenze plenarie tenute dagli esperti europei più prestigiosi nelle varie aree tematiche, 16 workshop a copertura degli argomenti più attuali relativamente alla salute delle persone transgender e 155 tra comunicazioni orali e poster. Il tutto ha costituito una grande opportunità di incontro e di scambio di idee tra esperti e ricercatori provenienti da tutta Europa oltre a essere di grande utilità al pubblico presente.

Di fondamentale importanza la sessione intitolata The Year in Review, che ha riassunto lo stato dell’arte aggiornato di tutti i servizi (psicologici, endocrinologici, legali, chirurgici, sociali e assistenziali) svolti nei singoli Paesi europei con la finalità di condivisione e miglioramento.

Interessantissimi gli approfondimenti di questa edizione che, oltre a toccare le tematiche più classiche quali la salute fisica e psicologica, le scienze sociali, i diritti umani, le normative vigenti e la giurisprudenza più attuale, l’endocrinologia e la chirurgia, hanno posto l’attenzione sui temi più attuali quali quelli concernenti i bambini e gli adolescenti, gli studi sulla voce, preservazione della fertilità e riproduzione, la depatologizzazione e le varie sfaccettature della popolazione non binaria.

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Il 12 aprile sono entrate in vigore negli Stati Uniti le normative che, varate il 13 marzo dal Dipartimento della Difesa, impediscono alle persone transgender di prestare servizio nelle forze armate.

A partire da venerdì, infatti, nessuna persona con diagnosi di disforia di genere potrà essere arruolata a meno che non serva in base al genere di nascita. Sarà conseguentemente esclusa dall’accesso ai trattamenti ormonali o all’intervento chirurgico, pena l’immediata dimissione.

In ogni caso le misure adottate non rispondono pienamente alla volontà di Donald Trump, che voleva una totale messa al bando delle persone trans dalle forze armate. Il presidente aveva infatti detto che a nessuna persona transgender sarebbe stato permesso di servire nelle forze armate, sottolineando come il mantenimento di soldati richiedenti trattamenti medici sostanziali «presenti un rischio considerevole per l'efficacia militare». Affermazione, questa, che è stata smentita dalle analisi dei bilanci destinati alle spese mediche di militari.

Aspetto, questo, che il Pentagono, a fronte delle proteste e delle critiche non unicamente d’area democratica, si è affrettato a rimarcare con l’affermare che le normative non vogliono essere discriminatorie. Come noto, infatti, esse consentiranno alle persone transgender attualmente in servizio e alle stesse arruolate entro quella data di poter continuare a sottoporsi a trattamenti ormonali o a eventuali interventi di riassegnazione chirurgica del sesso.

Un distinguo, invece, che, secondo Sarah McBride di Human Rights Campaign, «non fa altro che rafforzare la natura crudele ed arbitraria di questo divieto». Il 12 aprile l'organismo statunitense ha lanciato un tweet a sostegno delle persone trans. «Con l'odierna entrata in vigore del #ogni patriota transgender dovrebbe sapere che una nazione riconoscente lo sostiene».

Si stima che siano 15.000 le persone transgender all'interno delle forze armate. 

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Le candidate e i candidati democratici alle prossime elezioni presidenziali statunitesi del 2020 prenderanno parte, il 10 ottobre, un forum incentrato sulle questioni della collettività Lgbti

Organizzato da Human Rights Campaign Foundation (Hrc) e dalla Luskin School of Public Affairs dell’Università della California (Ucla) di Los Angeles, il meeting si svolgerà presso lo storico edificio accademico della Royce Hall. La data è stata scelta per la sua portata significativa, essendo il 10 ottobre la Giornata Nazionale del Coming Out.

Tra gli argomenti in agenda la prevenzione e il contrasto ai crimini d'odio, le restrizioni alle terapie di conversione e diritti delle persone transgender. Tutti temi caldi su cui nell'era Trump si discute moltissimo negli Stati Uniti. 

«I diritti di milioni di componenti della comunità Lgbti - ha spiegato il presidente di Hrc Chad Griffin -  sono la posta in gioco nelle presidenziali del 2020. Ma siamo anche un potente blocco di elettori, che aiuterà a determinare il risultato». 

Gary Segura, decano della Luskin School, ha invece affermato: «Siamo entusiasti di collaborare con Human Rights Campaign per portare a una maggiore attenzione del pubblico le questioni Lgbti e le posizioni politiche dei candidati». 

Per essere invitati, i partecipanti dovranni avere almeno conseguito l'1% delle preferenze in tre sondaggi nazionali o ricevuto 65.000 donazioni da persone di 20 stati Usa.

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«Oggi Olimpia ha ricevuto un messaggio per un casting di un concorso. Il messaggio recita: “Gentilissima Olimpia, tra le tante ragazze che abbiamo visionato attraverso le foto del profilo Facebook, nel complimentarci per il suo bell’aspetto fisico, abbiamo il piacere di comunicarle che è stata selezionata per poter essere scelta e fare parte delle 60 finaliste del concorso per aspiranti modelle e fotomodelle Miss International Model 2019”. 

Purtroppo scopriamo che non può, perché da regolamento le partecipanti devono essere di sesso femminile dalla nascitaLa conferma mi è stata data dall'organizzatore del concorso, il quale ha asserito che, pur non avendo egli stilato il regolamento, capisce che la presenza di una donna trans potrebbe creare risentimento e preoccupazione nei genitori delle altre partecipanti. Premesso che sono stati loro a contattare Olimpia dopo averne apprezzato la bellezza in foto, hanno idea della mortificazione e umiliazione che potrebbe aver causato una tale forma di discriminazione?

Una donna trans ha il diritto di partecipare a qualunque concorso o sfilare  come modella, perché si parla di bellezza esteriore e non di cromosomi o corredo genetico. In alternativa, tutte le donne biologiche che abbiano subito interventi di chirurgia estetica dovrebbero essere eliminate. Con l'appoggio degli avvocati Tito Flagella e Giovanni Guercio porteremo avanti questa causa, per difendere il diritto di tutte le donne trans ad essere riconosciute donne a tutti gli effetti e in tutti gli ambiti».

Con queste parole, Mariella Fanfarillo, madre di Olimpia e autrice del libro Senza rosa né celeste (Villaggio Maori, Catania 2018), in cui racconta la storia sua e della figlia che ha ottenuto dal Tribunale di Frosinone l'autorizzazione al cambio anagrafico di sesso senza previo intervento di riattribuzione chirurgica del sesso quando era ancora minorenne, ha denunciato sui social, il 14 marzo, la grave esclusione della giovane dal concorso di bellezza perché transessuale.

Alla luce di tali parole abbiamo contattato Giovanni Guercio, il cui nome resta legato alla storica sentenza della Corte di Strasburgo a tutela di una donna trans italiana, che ha dichiarato: «Olimpia  non aveva nemmeno richiesto di partecipare al concorso. È stata invitata a farlo dagli organizzatori, per poi vedersi sbattere in faccia l’ennesima discriminazione: non puoi aderire perché la competizione è riservata a chi è nata donna ..

Nella mia posizione di avvocato, nonché attivista nelle tematiche Lgbt+, devo ancora una volta, amaramente, constatare come l’Italia sia lontana da quella “rivoluzione politicamente corretta” che tanti Paesi, europei e non, hanno posto in essere ormai da tempo.

Ne è esempio la canadese Jenna Talackova, la quale vinse il titolo di Miss Vancouver nel 2012, ma venne squalificata perché scoperta transgender, la cui battaglia ha cambiato il mondo dei concorsi, conducendoli all’apertura completa senza pregiudizi.

Ma senza doverci allontanare così tanto, Angela Ponce, già Miss Cadiz 2015 e Miss Spagna 2018, è stata la prima concorrente transgender a partecipare a Miss Universo, eppure anche lei, come Olimpia, si era sentita dire che non avrebbe mai potuto partecipare. Angela non si è mai arresa e, forte di una famiglia che non la ha mai ostacolata, favolosamente riferiva: A scuola se qualcuno rideva perché mettevo il cerchietto, il giorno dopo mi presentavo con una corona. L’unica differenza tra Angela ed Olimpia è che la prima è stata fortunata a nascere in Spagna, un esempio di inclusione, rispetto e diversità per tutto il mondo».

Per Guercio è totalmente diversa la situazione italiana, «dove, a tutt’oggi, all’art.8) comma b) ove vengono indicati i requisiti per l’ammissione al Concorso di Miss Italia, ancora si legge “essere di sesso femminile sin dalla nascita”, malgrado già dal 2014 l’organizzazione avesse anticipato un’apertura per l’anno successivo anche alle ragazze transessuali. D’altronde la legge, così come interpretata dalla giurisprudenza corrente, riconosce la rettifica del sesso e del nome alle ragazze transessuali sulla base di documentazione scientifica inequivocabile che accerta la natura femminile del soggetto.

La normativa regolamentare relativa ai concorsi di bellezza nel nostro paese sembra invece non avere ancora compreso che, come la stessa Angela ha affermato, non è avere una vagina che “trasforma” una ragazza transessuale in una donna: lei è già una donna, ben prima della nascita, perché quella è la sua identità.

Miss Mondo è addirittura aperto alle candidate transgender e transessuali già dal 2012. Non sono quindi sogni o pretese, bensì sacrosanti diritti, riconosciuti da tempo a tutte le ragazze, indipendentemente dalla loro nascita biologica. 

Personalmente, sogno di svegliarmi un giorno in un Paese dove una donna trans può essere tutto ciò che desidera: un’insegnante, una madre, una dottoressa e, perché no, perfino una miss».

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Andare oltre l’invisibile, il pregiudizio e lo stigma per la realizzazione di ciò che si è nella vita e nel lavoro. Squarciare il velo dell’ignoranza per riflettere con dati edinformazioni concrete sul diritto di essere se stessi e se stesse in tutti i luoghi della comunità sociale e del lavoro. 

Abbiamo perciò raggiunto Federico Polidoro, dirigente del Servizio Sistema integrato sulle condizioni economiche e i prezzi al consumo dell'Istituto Nazionale di Statistica, per parlare della prossima indagine che, oggetto di un comune impegno fra Istat e Unar con la forte sollecitazione di Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari Opportunità e ai Giovani, verterà sui temi della discriminazione lavorativa per orientamento sessuale e identità di genere e politiche di diversity management.

Il progetto è finalizzato alla realizzazione di “un quadro informativo statistico su accesso al lavoro, condizioni lavorative e discriminazioni sul lavoro delle persone Lgbt e sulle diversity policies attuate presso le imprese”. Può raccontarci di cosa si tratta nello specifico? 

Si tratta di un progetto che nasce dall’esigenza di colmare un gap informativo rilevante qual è quello relativo alla discriminazione nei confronti delle persone Lgbt con specifico riferimento al mondo del lavoro. A marzo del 2018, dopo una serie di incontri nei quali sono stati messi a punto obiettivi e strumenti del progetto, Unar e Istat hanno siglato un Accordo di collaborazione che ne ha definito la cornice formale.

Il progetto, finanziato grazie ai fondi del Programma operativo nazionale (Pon) Inclusione 2014-2020, si concretizzerà nella realizzazione di più indagini rivolte a tre differenti destinatari: le persone Lgbt, con un focus dedicato alle persone transgender e transessuali, le imprese e gli stakeholder. L’obiettivo è di avere finalmente un quadro di informazioni articolato che permetta di fotografare le discriminazioni delle persone Lgbt nel mondo del lavoro, operando su diverse prospettive (di coloro che sperimentano tali discriminazioni, dei datori di lavoro e dei principali stakeholder nazionali sul tema) e con l’intento di cogliere la specificità dell’esperienza delle diverse soggettività che si riconoscono nell’acronimo Lgbt. 

Su quali azioni punterete per rilevare e analizzare tali aspetti su una popolazione che, soprattutto nel mercato del lavoro, appare come nascosta, invisibile e quindi sfuggente ai vincoli di rappresentatività statistica? 

Per quanto riguarda la raccolta diretta di informazioni presso gli individui che si autodefiniscono Lgbt, intendiamo sottoporre un questionario, in primo luogo, alle persone in unione civile, popolazione la cui numerosità è nota. Saranno successivamente coinvolti nella rilevazione gli iscritti ad associazioni Lgbt per poi ampliare il campione anche ai non iscritti tramite tecniche statistiche specifiche finalizzate proprio a raggiungere la popolazione nascosta e invisibile di cui parli. Per quanto riguarda le imprese, verrà somministrato un questionario al responsabile delle risorse umane per raccogliere informazioni sulle politiche di diversity management attuate dalle aziende con specifico riferimento ai lavoratori Lgbt. Gli stakeholder saranno invece destinatari di interviste semi-strutturate.

È del tutto evidente che per conseguire gli obiettivi che ci prefiggiamo la collaborazione delle associazioni Lgbt è cruciale e siamo convinti che l’incontro dell’8 febbraio del Tavolo Lgbt costituito dal sottosegretario Spadafora, nel corso del quale l’Istat ha presentato il progetto, rappresenta il punto di partenza di un percorso che va in questa direzione.

Il rapporto con il mondo del lavoro e la popolazione Lgbt è caratterizzato da marcati aspetti discriminatori soprattutto in riferimento alle persone trans. Come pensate di affrontare questo tema specifico? 

Un’attenzione specifica sarà dedicata alle persone transessuali e transgender più in generale, tramite un focus sugli utenti dei servizi dedicati a persone trans. Con la collaborazione delle associazioni e dei diversi sportelli dedicati, si individuerà una lista di servizi (quali ad esempio quelli di assistenza, di consulenza legale) dalla quale partire per raggiungere gli individui a cui sottoporre il questionario. 

Il mondo delle grandi imprese sembra aver compreso il significato e l’opportunità produttiva che esiste nella valorizzazione delle differenze. Quello, invece, delle piccole e medie imprese fa ancora molto fatica a comprenderne il valore aggiunto. Quali strumenti adotterete per intercettarle?

L’idea è quella di somministrare il questionario sul management della diversità Lgbt mediante un modulo tematico ad hoc all’interno di due indagini Istat sulle imprese già finalizzate a raccogliere informazioni sul lavoro. L’obiettivo è quello di intervistare tutte le imprese con 500 addetti e più e un campione di imprese tra quelle tra 50 addetti e 500 addetti. Non andremo ancora sulle piccole imprese ma inizieremo a portare luce su quanto le strategie di diversity management nei confronti dei lavoratori Lgbt sono praticate almeno in una parte delle imprese di medie dimensioni. L’obiettivo è quello restituire un quadro dell’esistenza di queste strategie, della loro diffusione e tipologia cercando anche di capire quanto e che cosa è cambiato dopo l’entrata in vigore della legge del 20 maggio 2016, n. 76 (cosiddetta legge Cirinnà).

Spesso si leggono dati e informazioni sulle discriminazioni verso le persone Lgbt che non sono frutto di analisi accurate e metodologie appropriate. Quali sono i suggerimenti che si possono dare a chi desidera avvicinarsi a queste informazioni con una maggiore attenzione alla qualità delle stesse? 

La trasparenza sulle metodologie adottate per raccogliere i dati ed elaborarli è un aspetto chiave per connotare l’accuratezza, l’affidabilità e il significato dei risultati di qualunque indagine statistica. A maggior ragione ciò è vero per indagini e ricerche che intendono conseguire avanzamenti di conoscenza su un tema delicato e con scarsi riferimenti qual è quello delle discriminazioni verso le persone Lgbt in particolare nel mondo del lavoro. Ovviamente la trasparenza non basta perché è poi indispensabile la qualità della metodologia e degli strumenti adottati per poter valutare la robustezza e l’affidabilità di un’informazione. Ma senza la prima è impossibile procedere con la seconda.

Via via che diffonderemo insieme con Unar i risultati del progetto, sarà quindi premura dell’Istat corredarli delle informazioni necessarie relative alle metodologie e alle tecniche adottate. Anche perché il nostro auspicio è che questo progetto, dopo l’esperienza già condotta dall’Istat nel 2011 sulle discriminazioni in generale (che l’Istat riproporrà probabilmente il prossimo anno), rappresenti il punto di partenza di un impegno permanente della statistica ufficiale sui temi della discriminazione e delle politiche di inclusione delle persone Lgbt.

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È morta nella sua casa di Nashville, venerdì 22 febbraio, la cantante soul Jackie Shane: aveva 78 anni. A darne notizia la sua etichetta discografica Numero Group

Principale interprete del genere Rhythm and Blues nella Toronto degli anni ’60 del secolo scorso, l’artista è ricordata come una delle icone transgender di quel periodo.

Nata a Nashville, nel Tennessee, il 15 maggio 1940, Jackie afferma con coraggio la propria identità di genere femminile sin dall’adolescenza.

Nel 1960 si trasferisce nella città canadese di Montreal, dove, nel corso di un concerto del gruppo Frank Motley and his Motley Crew presso l’Esquire Show Bar, attira l’attenzione del frontman Frank Motley per il suo abito rosso fuoco. Invitata a salire sul palco, stupisce tutti per l'esecuzione di brani di Ray Charles e della Bobby Blue Bland. 

Diventa così la cantante principale del gruppo e nel 1961 si stabilisce a Toronto. Nel 1963 s’impone alla generale attenzione per la cover di Any Other Way che, registrata per la Sue Music nell’autunno del ’62, presenta, rispetto all’originale di William Bell, la trasformazione delle parole Tell her that I'm happy in Tell her that I'm gay.

Una maniera, questa, non solo di giocare sull’originaria sinonimia tra happy e gay ma anche di affermare esplicitamemte, attraverso lo sdoganamento di una parola all’epoca poco usata e onnicomprensiva in riferimento alle persone Lgbti, la propria identità trans. Jackie appare così l’unica donna afroamericana transgender impegnata nella musica soul, in anni in cui la transessualità non è stata ancora definita e gli atti omosessuali, in Canada, sono ancora perseguiti penalmente (lo saranno fino al ’69).

Poi, nel 1971, il ritiro dalle scene per prendersi cura della madre a Los Angeles.

I riflettori tornano a riaccendersi su di lei nel 2010, quando la CBC Radio trasmette il documentario I Got Mine: The Story of Jackie Shane. Nel 2017 l’artista pubblica il boxset Any Other Way, che è stato candidato ai Grammy 2019, svoltisi nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, per la categoria Best Historical Album.

La sua vita, la sua arte, la sua eredità sono sintetizzate nelle parole pronunciate nel corso d’un’intervista al Guardian nel 2017: «Non m'inchino. Non m’inginocchio. Il punto più basso, cui arrivo, è la parte superiore della mia testa. Questa è Jackie». 

 

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All’indomani della vandalizzazione del murale raffigurante la Tarantina si è tenuto a Napoli in via Concezione 26 (a Montecalvario) un presidio di solidarietà e denuncia.

La manifestazione ha avuto luogo, dalle 16:00 alle 18:00, davanti a Palazzetto Urban, su un cui muro lo street artist Vittorio Valiante ha realizzato la grandiosa opera muraria dedicata all’ultimo femminiello di Napoli nonché figura iconica dei Quartieri Spagnoli.

Un gesto transfobico, che la Giunta comunale non ha esitato a definire «vile e di profonda ignoranza della nostra storia e della nostra cultura, al quale occorre dare subito una risposta concreta, con una condanna formale, il ripristino in tempi brevi dell’opera stessa e soprattutto una mobilitazione popolare per affermare che Napoli è amore e non odio e sopraffazione».

In prima linea, davanti a Palazzetto Urban, proprio la Tarantina, che ha dichiarato: «Quello che hanno fatto non è un gesto diretto solo a me, ma a tutti. Hanno fatto sembrare una cosa di cui vergognarsi qualcosa che invece non lo è. Io ho girato tutto il mondo. Ma la città più bella, più calda, più umana, è Napoli. Napoli ti dà tutto: è una città dove si può sognare. Napoli è come una famiglia, quello di cui una persona ha bisogno».

Al presidio hanno preso parte la delegata comunale alle Pari Opportunità Simonetta Marino, l'assessore Gaetano Daniele (Cultura), le assessore Laura Marmorale (Diritti di citadinanza) e Monica Buonanno (Lavoro), le/i componenti del Tavolo Interassessorile per la Creatività Urbana, l’artista Vittorio Valiante nonché il conduttore televisivo Diego Bianchi.

In gran numero componenti delle associazioni Lgbti a partire da Atn (Associazione Transessuale Napoli) e Arcigay Napoli.

Nel corso della manifestazione Loredana Rossi, vicepresidente di Atn, ha  detto: «La cancellazione del viso della Tarantina è come la cancellazione dei nostri volti. Forse quanti l’hanno fatto vorrebbero cancellare le nostre esistenze.

Voglio dire a queste persone: Noi ci siamo. Noi esistiamo. Abbiamo fatto le Quattro Giornate, la Resistenza a Napoli. Abbiamo dato il sangue per questa città e non ci cancellerete mai».

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