Mi son perso qualcosa? Sì, perché le voci secondo le quali la sinistra si sarebbe occupata troppo di diritti civili (perdendo con ciò le elezioni) e avrebbe di conseguenza dimenticato quelli sociali, a partire dagli operai, mi pone questo interrogativo. E cioè, di grazia, tutto questo occuparsi dei diritti dell’individuo e delle varie categorie minoritarie io non l’ho visto, anzi, a me è sembrato sempre il contrario.

È stato forse legalizzato il matrimonio egualitario, omogenitorialità compresa? È stata forse approvata la legge contro gli atti di omotransfobia? E la legalizzazione delle droghe leggere? E la legalizzazione dell’eutanasia, vale a dire il diritto d’ognuno a decidere come e quando morire con dignità? E il riconoscimento del diritto per anziani non autosufficienti e persone con disabilità all’assistenza personale pagata dallo Stato? Ecco, mi si dice, ad esempio, proprio in riferimneto a questo punto dove sta la differenza tra diritti civili e diritti sociali? Nulla di tutto ciò è legge in Italia a differenza del resto dell’Europa occidentale. Quindi, per favore, non si dicano idiozie, comunque sbagliate anche sul piano dei principi!

Ho iniziato la mia militanza politica nei primi anni ’70, quando gli unici interlocutori dei gruppi Lgbti erano i Radicali e i gruppi dell’estrema sinistra extraparlamentare: il Pdup – a cui ero iscritto –, Lotta continua e Avanguardia operaia. Ma la vera fatica era coinvolgere il Pci, che era il più grande partito della sinistra storica. Le prime avvisaglie del rapporto Pci e mondo Lgbt si ebbero nel ’79 con la Lettera di Eurialo e Niso (uno pseudonimo ovviamente) su La città futura (il periodico della Fgci, allora diretto da Ferdinando Adornato), con gli articoli scritti su Rinascita (il mensile teorico del Pci fondato da Palmiro Togliatti) da Eugenio (il grande giornalista de L’Unità, Eugenio Manca, cui va il mio affettuoso ricordo) e Marisa, una lesbica di Modena a capo della Cgil locale, che avrebbe potuto avere una grande carriera politica. Argomenti che potranno essere sempre approfonditi con la lettura del libro di Fabio Giovannini I comunisti e i diversi.

Poi è stata storia: l’incontro tra una delegazione della segreteria del Pci e una dell’Arcigay da me guidata a Botteghe Oscure (l’allora sede del partito a Roma), quello con una delegazione delle parlamentari comuniste al Senato nel 1986 fino finire alle varie candidature Lgbt nel partito sul finire degli anni ’80.

Perché tanta fatica? La cultura storica del movimento comunista non prevedeva i diritti individuali. Ne Il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Frederic Engels si afferma che la classe operaia, liberando se stessa, libera tutta l’umanità. I diritti erano quindi di classe e non individuali. Chi parlava di diritti della persona veniva tacciato di cultura “borghese”, di individualismo (quasi un insulto), di idealismo. In questo contesto, per il Pci i diritti delle persone omosessuali non solo erano una scoperta recente ma erano una mezza rivoluzione culturale, perché implicava l’incontro con la cultura liberale progressista dei diritti di libertà.

Da un certo punto in poi della mia antica militanza politica (più o meno dopo il coming out nei primi anni ’70) ho sostenuto che per la collettività Lgbt era molto più utile Il saggio sulla libertà di John Stuart Mill, la cui lettura consiglio tutt’ora. Scritto nella seconda metà dell’800, esso è antesignano delle moderne battaglie libertarie persino sull’antiproibizionismo. Perché il punto è proprio questo e riguarda l’idea stessa di libertà e democrazia che, a mio parere, si fonda proprio sulle garanzie dei diritti della persona, dell’individuo, di ogni essere umano (e anche di ogni vivente non umano).

Se oggi ci battiamo perché una persona Lgbt possa vivere alla luce del sole senza nascondersi, senza la doppia vita, battendosi per la accettazione sociale dell’omosessualità e dell’identità di genere come normalità, in realtà non facciamo altro che contribuire al diritto universale alla libertà personale. Diritto, questo, che altro non è se non la possibilità di vivere la propria originale esperienza di vita, ciascuno a modo proprio, seguendo il personale stile di vita (il che vale anche per tutti, no?). In Italia manca storicamente un movimento laico liberalprogressista di massa, che faccia propria questa visione del mondo. Che, a mio avviso, è l’essenza delle società moderne e di ogni democrazia. Il diritto alla felicità per ogni persona mi sembra difficilmente contestabile persino dagli epigoni del comunismo d’antan come Marco Rizzo.

Poi ci sono le “riflessioni” sui risultati elettorali e sulla débâcle della sinistra storica: ecco allora spuntare la ricerca del colpevole, del responsabile. È così che i diritti civili salgono sul banco degli imputati, perché la sinistra si sarebbe occupata troppo delle minoranze e avrebbe dimenticato la maggioranza dei sofferenti. Diritti sociali in opposizione ai diritti civili, di cui la sinistra si sarebbe occupata in via esclusiva. Ecco perché mi chiedevo se, per caso, non mi fossi perso qualcosa.

Perché a me non pare proprio che le cose siano andate in questo modo. Mentre le forze progressiste nel mondo hanno garantito l’uguaglianza con le leggi contro l’omotransfobia e il matrimonio egualitario, qui da noi, unici nel panorama delle democrazie occidentali, ciò non è avvenuto se non molto parzialmente. Valutato dal nostro punto di vista, noi viviamo nel Paese con la destra peggiore (quella, cioè, clericale, ipocrita e xenofoba) e con una sinistra, che non ha mai avuto molto coraggio e determinazione: sinistra, diciamo così, prevalentemente cattocomunista.

Persino sulle unioni civili c’è stato bisogno del voto di fiducia, altrimenti non sarebbero passate. Ed è bene ricordare che i “dubbi” su stepchild adoption e omogenitorialità non erano solo dei cattodem. Ma anche di almeno cinque esponenti di spicco del vecchio Pci, che in Senato non avrebbero mai votato per l’articolo 5 della cosiddetta legge Cirinnà.

L’Italia, quindi, è all’ultimo posto in Europa con riferimento alle libertà civili. Gli interventi di coloro che, volendo trovare un comodo capro espiatorio per la débâcle elettorale della sinistra – come Marco Revelli in un’intervista a Il Fatto Quotidiano – , sono quindi sesquipedali stupidaggini. Tali persone dovrebbero invece guardare a ciò che succede nella realtà di ogni giorno come, ad esempio, la vera e propria aggressione verso le persone Lgbt con la fantomatica ideologia gender. Artatamente spacciata , questa, come pensiero unico che la “potente lobby gay” vorrebbe imporre a tutti tramite l’omosessualizzazione della società. Un vero e proprio gombloddo, per usare le parole di Sabina Guzzanti.

Di fronte a questa idiozia una parte della sinistra balbetta soprattutto sul terreno della scuola e dell’educazione alla diversità come valore. Pensiamo a fatti concreti come il tortuoso iter per la regionale della legge contro le discriminazioni in Emilia Romagna, dove una consistente pattuglia di consiglieri cattodem sta di fatto  bloccando l’approvazione del testo.

La verità è che esiste un’omofobia strisciante, sempre molto consistente in tutta la politica italiana, compresa una parte della sinistra anche intellettuale, che non ha mai capito che non esiste nessuna contrapposizione in materia di diritti. Non esistono, infatti diritti sociali disgiunti dai diritti civili: gli uni non esistono senza gli altri perché sono trasversali. Per usare l’antico brocardo latino Simul stabunt vel simul cadent. C’è l’operaio gay come l’omosessuale povero o bisognoso di assistenza personale esattamente come nel resto della società. Non ci sono prima e dopo. Non ci sono “problemi più urgenti” o “strutturali che vengono prima e sovrastrutturali” che, guarda un po’, vengono sempre dopo. Non accettiamo la logica delle “priorità”, che ci condanna al rinvio ad aeternum.

Mi viene in mente un episodio di 10 anni fa. Eravamo in riunione alle 21:00 in Parlamento nella sede della Commissione Difesa, quando una persona importante disse che un operaio ci aveva mandato una lettera, muovendo l’accusa di esserci occupati solo di “froci e drogati”. Nel 2007 c’era stato un pessimo risultato alle amministrative e in quella sede condividevano, in tanti, l’analisi dell’operaio di Piombino. Mi dimisi subito dal gruppo e passai con La rosa nel pugno, che in materia la pensava in tutt’altro modo.

La storia quindi tende a ripetersi. Ma, come diceva Marx, prima in forma di tragedia, poi di farsa. Rimandiamo quindi al mittente l’accusa di una sinistra che si è occupata troppo dei “marginali”, perché è vero esattamente il contrario. Non vorrei sbagliare ma il primo segretario di un grande partito della sinistra, che ha partecipato a un Pride, è stato Maurizio Martina del Pd proprio quest’anno.

E a proposito di Pride vorrei dire ai vari Rizzo e Revelli di turno che, se avessero partecipato a uno soltanto dei 30 Pride di quest’anno, avrebbero potuto vedere cos’è una grande manifestazione di popolo. Quella che la sinistra non riesce più a fare: con migliaia di giovani e giovanissimi che non si vedono in nessun’altra manifestazione politica. Mezzo milione, forse anche il doppio, tutti assieme, a marciare sotto il solleone, sfidando il caldo torrido per difendere e richiedere quei diritti che sono sì Lgbt, ma in realtà, di tutti.

Al punto che, persino il truce padano, ha dovuto parlarne prima il 9 giugno con riferimento al Roma Pride e poi sul “sacro” suolo di Pontida – a modo suo ovviamente –  brandendo il rosario. Dall’alto dell’0,32% delle ultime elezioni politiche (addirittura preceduto da Afinolfi, che ha conseguito intorno allo 0,70%) Rizzo almeno può portare rispetto a questo gigantesco popolo?

La maggioranza si garantisce in quanto maggioranza: una democrazia, quindi, si misura sui diritti garantiti alle minoranze. E purtroppo da questo punto di vista l’Italia non è certamente al primo posto. In questo momento la democrazia italiana è in pericolo? Lasciamo la domanda in sospeso.

Ma, a ogni buon conto, non c’è dubbio che il movimento Lgbt – quello che porta in piazza in Italia centinaia di migliaia di persone (repetita iuvant) e che arriva a decine di milioni in tutto il mondo (2 milioni solo al Pride di San Paolo del Brasile) laddove esiste la libertà di manifestazione – è un presidio per la laicità dello Stato e della democrazia.

La nostra collettività è un bene comune, piaccia o non piaccia ai marxisti di un tempo (a proposito, Marx diceva di non essere marxista). Noi abbiamo fatto la rivoluzione, che è stata gentile e non violenta, e abbiamo cambiato il mondo e la storia per sempre.

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Unica italiana a essere indicata, qualche anno fa, dal magazine Newsweek tra le 150 donne che muovono il mondo, Emma Bonino continua soprattutto a muovere la vita politica del Paese. 

La neoformazione +Europa, di cui è leader, partecipa infatti, in vista delle prossime elezioni politiche, alla coalizione di centrosinistra. E lei stessa è candidata al Senato nel collegio uninominale Lazio - Roma 01 (Gianicolense, Trionfale, Montesacro, Centro storico, Salario).

L'abbiamo raggiunta per chiederle quala sarà il suo impegno e quello di +Europa a tutela delle persone Lgbti.

I diritti delle persone Lgbti rientrano nel programma di +Europa. Perché una tale attenzione?

I Radicali sono stati vicini al movimento Lgbti sin dai suoi albori. Quando nacque il Fuori!, l’allora Partito Radicale aprì le sedi agli attivisti omosessuali che poi, nel novembre 1974, scelsero di federarsi con noi. Quando nel 1980 si scoprì della morte di una giovane coppia di ragazzi di Giarre, fu Pannella a darne la notizia al XXIV° Congresso del Partito Radicale. I militanti del Fuori e i radicali si precipitarono in Sicilia per farne una battaglia politica. Tra loro anche l’allora segretario Francesco Rutelli.

Molti nomi storici del movimento Lgbti italiano sono stati candidati, ed eletti, nelle liste radicali: basti citare Angelo Pezzana, fondatore del Fuori!, ed Enzo Cucco.

Più recentemente l’Associazione Radicale Certi Diritti è stata co-promotrice della Campagna di Affermazione civile che ha portato alle sentenze della Corte Costituzionale 138/2010 e della Cedu che hanno riconosciuto i diritti delle coppie dello stesso sesso e costretto l’Italia ad approvare la legge sulle unioni civili.

Oggi, tra i nostri candidati di +Europa vi sono due bravi attivisti dell’Associazione Radicale Certi Diritti: Yuri Guaiana, che l’anno scorso è stato arrestato in Russia mentre chiedeva semplicemente di avviare un’inchiesta sulle persecuzioni dei gay in Cecenia, e Leonardo Monaco.

Nel programma si parla di matrimonio egualitario e di riforma del diritto di famiglia. Assenti invece la depatologizzazione del transessualismo, il divieto delle mutilazioni genitali dei bambini intersex e, soprattutto, il tema omotransfobia. Ma Emma Bonino se ne occuperà qualora eletta? E, nel caso, come?

Non solo abbiamo il matrimonio egualitario, ma anche il riconoscimento dei figli alla nascita indipendentemente dal sesso dei genitori. Una famiglia è tale dove c’è amore, libertà e responsabilità. Gli italiani devono poter organizzare i propri affetti come meglio credono, non ci possono essere istituti chiusi a certe categorie di cittadini. La famiglia è un grande valore, ma quando diventa familismo è una prigione!

La legge sulle unioni civili è stato un passo avanti importante, ma soprattutto dovuto alla Cedu. Già perché +Europa (in questo caso il Consiglio d’Europa) vuol dire anche +Diritti e +Doveri.

La legge 164/1982, che ha consentito alle persone trans di cambiare sesso in Italia, è stata una vittoria delle coraggiose attiviste trans, ma anche dei deputati radicali che le hanno sostenute. Non vedo perché mai non dovremmo continuare a sostenere le richieste del movimento trans. Al di là dei programmi, quello che conta è la biografia politica dei candidati. Credo che la storia radicale in questo sia una garanzia.

Lo stesso vale per le persone intersex. Mi sono occupata a lungo di mutilazioni genitali femminili e le mutilazioni genitali intersex non sono molto diverse. L’Italia è già stata ammonita dall’Onu nel 2016 per questo e l’Associazione Radicale Certi Diritti segue da anni questa terribile violazione di diritti umani che avviene ancora nel nostro Paese.

Quanto alle discriminazioni e agli atti di violenza basate sull’orientamento sessuale, l’identità e l’espressione di genere, sono inaccettabili quanto tutte quelle basate su altre caratteristiche ascritte dell’individuo come il genere, la disabilità, l’età, l’etnia, la nazionalità e la religione. Il modo migliore per combatterle è un Piano nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni e l’assistenza alle vittime di discriminazione e crimini d’odio. Ma ci vuole un adeguato stanziamento finanziario per la sua implementazione. 

Legge 40: va abrogata? Perché ?

Grazie all’Associazione Luca Coscioni e a Filomena Gallo, candidata nelle nostre liste, abbiamo demolito una legge ideologica che ostacola la scienza e le libertà individuali. Ancora una volta la Cedu, quindi l’Europa, ha giocato un ruolo fondamentale. Pensate che grazie alle nostre battaglie, nel 2015 sono nati in Italia circa 13mila bambini. 

Ma ci sono ancora dei divieti assurdi e discriminatori che impediscono una procreazione libera e responsabile: tra questi il divieto di accesso alla Pma per donne single e coppie lesbiche.

Cosa pensa della petizione di alcune femministe ai Segretari di partito sul no alla surrogata?

Sulla gestazione per altri l’Associazione Radicale Certi Diritti e l’Associazione Luca Coscioni hanno lavorato a una proposta di legge che ne prevede una regolamentazione in grado di garantire i diritti di tutte le parti coinvolte. Dobbiamo saper proteggere cittadine e cittadini senza proibizionismi.

In ultimo... Quale valutazione delle candidature di +Europa? Troppo poche?

Ci sono alcuni di noi candidati in collegi uninominali sostenuti da tutta la coalizione di centro sinistra. Detto questo, più che valutare le candidature c’è da valutare questa legge elettorale: non solo non hanno rispettato la raccomandazione della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa per cui le leggi elettorali non si devono cambiare prima di un anno dalle elezioni (noi l’abbiamo cambiata circa tre mesi prima), ma hanno fatto anche una legge complicatissima e incompressibile ai più. Noi porteremo questa legge oscena nelle corti italiane ed europee.

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Se sfruttamento, tratta e traffico degli esseri umani sono riprovevoli sotto ogni punto di vista, lo sono particolarmente quando correlati alla prostituzione. Eppure, anche quando totalmente sganciati da tali reati, il sex work continua a essere condannato nell’opinione comune e riguardato quale realtà tabuale. Con la conseguenza di un perdurante stigma nei riguardi delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso.

Per garantirne i diritti umani e promuoverne il benessere, la sicurezza e la salute al pari di quelle della loro clientela si batte da undici anni l’associazione transnazionale Certi Diritti affiliata al Partito Radicale. Per sapere qualcosa di più sugli attuali impegni al riguardo, abbiamo raggiunto il presidente dell’associazione Yuri Guaiana.

Quando si parla di approccio giuridico al sex work, si usano termini quali decriminalizzazione, legalizzazione o abolizione. Che cosa s’intende nello specifico?

Il movimento internazionale delle e dei lavoratori del sesso parla di 'decriminalizzazione' del lavoro sessuale, distinguendo il termine da quello di 'legalizzazione'. La differenza non è solo terminologica, ma sostanziale. Per questo anche io adotto questo termine.

La 'decriminalizzazione' è un approccio che si basa sui diritti delle/dei sex worker. Si richiede l’abrogazione di tutte le leggi penali che non proteggono le/i sex worker, il cui lavoro è regolato solo dalla legge ordinaria, come ogni altra attività. Anche i postriboli sono regolati come attività economiche ordinarie. La Nuova Zelanda è l’esempio migliore di queso approccio.

La ‘legalizzazione' prevede invece l’introduzione di leggi specifiche che consentono il lavoro sessuale in certi luoghi, momenti e modalità. Ma lo continuano a vietare in altre con il risultato di continuare a criminalizzare le/i sex worker più marginalizzati. La 'legalizzazione' non garantisce completamente dalla violazione dei diritti umani delle/dei sex worker, come dimostra il caso della Tunisia dove chi lavora al di fuori dei postriboli autorizzati è ancora criminalizzata/o e chi vuole cambiare lavoro necessita di una speciale autorizzazione della polizia. Esempi europei sono Germania, Paesi Bassi e Austria.

L’Italia, al momento, segue invece un approccio ‘abolizionista’ per il quale sex worker e clienti non sono criminalizzati, ma il favoreggiamento continua ad avere una rilevanza penale.

Come associazione transnazionale, Certi Diritti punta sulla decriminalizzazione del lavoro sessuale quale obiettivo da raggiungere. Perché?

Perché è quello che chiedono lavoratrici e lavoratori del sesso. A differenza delle cosiddette ‘femministe’ radicali, noi siamo abituati ad ascoltare i diretti interessati e lavorare per elevare la loro voce. Lo abbiamo fatto con le coppie dello stesso sesso, con le persone intersex e lo facciamo anche con le lavoratrici e i lavoratori del sesso. Pia Covre, prostituta e co-fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute è la nostra presidente onoraria anche per questo, oltre al fatto di essere bravissima.

Lavoriamo da anni con lei e altri collettivi italiani, oltre a essere membri dell’International Committee for the Rights of Sex Workers in Europe. In piena sintonia con il movimento internazionale delle e dei sex worker, riteniamo che la decriminalizzazione sia lo strumento migliore per salvaguardare i diritti umani di lavoratori e lavoratrici sessuali, proteggerli/e dallo sfruttamento e promuovere il benessere, la salute e la sicurezza loro e della loro clientela.

Il caso della Nuova Zelanda, dove il lavoro sessuale è decriminalizzato (non semplicemente legalizzato o regolamentato come in Germania, Austria e nei Paesi Bassi) dal 2003, dimostra come 15 anni di decriminalizzazione abbiano sensibilmente ridotto lo stigma nei confronti di coloro che svolgono questa attività, migliorato l’atteggiamento della polizia nei confronti delle e dei sex worker oltre che le loro condizioni lavorative, la loro salute e la loro sicurezza.

Il cosiddetto modello svedese o nordico in materia di prostituzione è duramente riprovato da voi come da Amnesty. Qual è il motivo?

Semplice, criminalizzando i/le clienti (già perché anche le donne possono essere clienti) si mette lavoratrici e lavoratori del sesso più a rischio (anche di violenze) in quanto costretti/e a lavorare in una situazione di illegalità ed emarginazione. Inoltre, il modello svedese carica l’immagine del lavoro sessuale di immoralità e criminalità aumentando lo stigma nei confronti di chi lo pratica.

Come giudichi la legge Merlin?

La legge Merlin ha giustamente eliminato lo Stato pappone (che Salvini vorrebbe reintrodurre, magari con una spolverata di liberismo), ma non si poneva l’obiettivo di dare dignità e proteggere lavoratori e lavoratrici del sesso, anzi. Con il reato di favoreggiamento li/le costringe all’isolamento, alla marginalizzazione e a lavorare soli/e (spesso per strada) con tutti i rischi connessi.

Pensa che, con la legge Merlin, chi lavora insieme in un appartamento, o chi l’appartamento lo possiede, rischia una condanna per favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione.

Una delle situazioni più scottanti è quella relativa alle persone migranti senza documenti che si prostituiscono. Che cosa c’è da fare in merito?

Le persone migranti costituiscono oggi la maggioranza nel mercato (circa il 75%). La loro vulnerabilità sociale e la mancanza di punti di contatto con le reti del volontariato fa si che si affidino a gruppi criminali.

Decriminalizzare significherebbe facilitare l’individuazione dei casi di tratta e sfruttamento e combatterli. Inoltre assesterebbe un colpo alla criminalità organizzata riducendone i guadagni. Potrei qui parafrasare quanto ha scritto Alessandro Motta sulla Gpa: non è il lavoro sessuale a creare sfruttamento, è la criminalizzazione di alcuni suoi aspetti che crea la possibilità dello sfruttamento.

Le misure prese da Nardella contro i clienti di sex worker sono davvero rispettose di chi si prostituisce?

Per niente! Nardella purtroppo si è messo sulla scia dei numerosi sindaci sceriffi, spesso leghisti, che negli anni hanno multato sex worker e clienti non per tutelare lavoratori e lavoratrici del sesso, ma piuttosto per rendere il fenomeno meno visibile.

Quando ero vicepresidente del Consiglio di Zona 2 di Milano, ho lavorato con Certi Diritti e Pia Covre per proporre un metodo di governo del fenomeno del lavoro sessuale di strada che prevedeva un tavolo di confronto tra sex workers, cittadini, istituzioni e forze dell’ordine. Si prevedeva anche la creazione di zone sicure e attrezzate per lavorare in sicurezza e dignità.

La proposta è stata approvata dal Consiglio di Zona 2, ma il Comune di Milano non vi ha dato seguito. In compenso, alcune femministe radicali hanno sporto denuncia per “istigazione al favoreggiamento della prostituzione”.

Il paradosso è che a Mestre, dove questo metodo è utilizzato dal ’95, i dati dicono che in vent’anni il numero delle prostitute su strada è crollato di due terzi. Ma evidentemente ai sindaci sceriffi e alle femministe radicali questo non interessa.

Come mai a tuo parere non si parla mai o poco di uomini che si prostituiscono?

È indiscutibile che vi siano più donne che uomini impegnate nel lavoro sessuale. Ma credo che ciò dipenda anche dallo stigma sociale e dagli stereotipi di genere.

Le donne possono essere solo madonne o puttane, si sa. Per alcune femministe possono essere solo sante o vittime, ma per la maggior parte degli italiani è inconcepibile che le donne possano essere anche clienti. Ciò naturalmente poiché i desideri e le fantasie sessuali delle donne non hanno ancora cittadinanza nel nostro dibattito pubblico.

Dall’altra parte, il prevalente stereotipo di genere maschile non può certo tollerare l’idea di un uomo sottomesso economicamente a una donna o, peggio ancora, a un ‘frocio’.

Già, perché vi è anche una percezione stereotipata e moralista del rapporto tra cliente e sex worker per cui il potere starebbe solo nelle mani di chi paga, lasciando a chi lavora solo il ruolo della vittima. Ma come cantava De André, la puttana è «quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie». I rapporti di potere tra cliente e sex worker sono assai più complessi: senza voler naturalmente negre l’importanza del dato economico, non si può però ridurre tutto solo a quello.

Infine, se si considera il lavoro sessuale come immorale, sporco e persino criminale, è chiaro che la visibilità, strumento fondamentale per ottenere diritti, è molto difficile sia per gli uomini, sia per le donne, cis o transgender.

Quale tipo di prostituzione Certi Diritti condanna?

L’idea che Certi Diritti possa condannare qualcosa mi fa sorridere, per fortuna non siamo un tribunale. La prostituzione è un lavoro, bello o brutto ciascuno lo può giudicare, ma è un’attività che alcune persone fanno per guadagnarsi da vivere.

Il legislatore dovrebbe garantire che quest’attività, come tutte le altre, venga fatta in una cornice di legalità che garantisca la sicurezza e i diritti di sex workers e clienti.

Ciò che va condannato sono lo sfruttamento, la tratta e il traffico di esseri umani, che infatti sono già reati. Purtroppo sono fenomeni diffusi anche nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia, per fare solo due esempi, ma nessuno mai si chiede quale tipo di edilizia o di agricoltura sia da condannare né, tanto meno, si pensa di criminalizzare i consumatori di pomodori o gli acquirenti di un palazzo appena costruito.

Ma Yuri Guaiana, candidato alla Camera per +Europa, che cosa pensa di fare al riguardo qualora eletto?

È vero: sarò candidato sia alla Camera dei deputati per la lista +Europa con Emma Bonino nel collegio plurinominale Lombardia 2 (Varese) sia al Consiglio regionale della Lombardia (se riusciremo a raccogliere le firme necessarie),

Se verrò eletto la prima cosa che farò sarà presentare la proposta di legge che abbiamo già preparato con Certi Diritti e tante lavoratrici e lavoratori del sesso. Nella scorsa legislatura sono state presentate una dozzina di proposte di legge sul tema. Ma la nostra è l’unica fatta coinvolgendo le dirette interessate e che si rifà alla legge neozelandese. L’unica al mondo che ha pienamente decriminalizzato il lavoro sessuale ponendo al centro la salvaguardia dei diritti umani di lavoratori e lavoratrici sessuali.

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Per chi come me fa politica da tanti decenni la figura di Marco Pannella è sempre stata presente fin dall’inizio, perché Marci era onnipresente. Poi ci siamo personalmente conosciuti intorno alla metà degli anni ’80 e devo riconoscere che è nata un’amicizia, durata fino alla fine. Dico subito che mi è dispiaciuto moltissimo non essere riuscito ad andarlo a trovare prima che morisse. Ma all'epoca ero in ospedale a curare un tumore. Credo tuttavia che Marco sapesse bene come gli fossi vicino, perché gli avevo più volte mandato i miei saluti. Anche perché, dopo tanto tempo, i rapporti politici diventano anche rapporti d’affetto personale.

La prima volta che Marco Pannella mi telefonò era l’87. Risposi al telefono e dall’altro capo del filo c’era uno che urlava: “Ce l’hai fatta, ce l’hai fatta”. Io non capivo chi era perché, per quanto quella di Pannella fosse una voce inconfondibile, non mi sarei mai aspettato che mi chiamasse. Cosa che, invece, era suo costume fare quando uno s’iscriveva al Partito Radicale, come avevo appena fatto io. Secondo Marco tutti volevano iscriversi al Partito Radicale: però c’era chi ce la faceva e chi no. E chi ce la faceva riceveva i suoi complimenti secondo il suo inconfondibile modo ironico e irruente. Chiacchierammo a lungo. Gli chiesi di venire proprio quell’anno alla Festa dell’Unità di Bologna, dove presentavamo una campagna a favore delle persone omosessuali russe, ancora oggetto dell’articolo omofobo 121 del Codice Penale (poi cancellato da Eltsin dopo l’89). Adesso come sappiamo ci sono le leggi omofobe contro la propaganda, che praticamente impediscono di fare i Pride a Mosca. Pannella venne volentieri anche perché diversi militanti del FUORI e del Partito Radicale avevano protestato a Mosca. Ultimamente un radicale come Yuri Guaiana è stato arrestato (per fortuna per poche ore) proprio a Mosca. Mi piace ricordare che il 23 giugno parteciperà al convegno sulla protezione internazionale che, organizzato da Gaynews e Gaynet, si terrà alle 15.00 presso la Sala “Aldo Moro” della Camera.

Poi con Marco ci siamo visti spesso a pranzo, negli incontri politici, nei comizi. Soprattutto a Porta Pia c'incontravamo ogni anno in occasione della Giornata del 20 Settembre. Io avevo proposto una legge che ripristinasse la festività nazionale del 20 Settembre che, com’è noto, è stata tale per 50 anni ed è stata poi abolita dal fascismo, per essere sostituita dal ricordo della Marcia su Roma e dalla Giornata del Concordato. Praticamente quella è la vera data dell’Unità d’Italia. Bisognerebbe quidi fare una battaglia laica e, perché no, anche laicistica. Io non credo che il termine laicista possa essere considerato un insulto come fanno tanti clericali, perché il laicismo è l’inveramento della laicità. Certo si diventa un’altra ideologia pret-à-porter allora non va bene. La laicità è il terreno del dubbio, il terreno della libertà , il terreno della critica, il terreno di più voci. Dire che la laicità esiste, in quanto si applica concretamente, è a mio parere profondamente giusto. Ora, in questi comizi che si facevano con Marco a Porta Pia, si respirava tutto ciò.

Marco aveva le sue posizioni sulle unioni civili. Non era d’accordo com’è noto sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. Lui voleva l’abolizione sic et simpliciter del matrimonio. Era invece molto favorevole alle unioni civili e, perciò, alla legge Cirinnà, che ha appoggiato nel modo e nelle forme che ha potuto mettere in campo soprattutto negli ultimi mesi della sua vita.

Lui era considerato il simbolo dei diritti civili in Italia e delle battaglie per i diritti civili. Per esempio io ricordo il suo comizio in Piazza Navona la sera della vittoria della battaglia per il referendum sul divorzio, assieme a un giovanissimo Giulio Ercolessi (allora segretario nazionale del Partito Radicale). I Radicali avevano prenotato la piazza, perché giustamente convinti che il referendum si vincesse, invece tutti gli altri partiti no.

Le battaglie laiche sono state proprie di Pannella sia pur con molte contraddizioni. Si pensi alla bataglia contro la fame nel mondo o l’incontro col Papa polacco. Ma Pannella era fatto di contraddizioni. Non era un leader politico lineare. Anzi non sapeva neanche che cosa fosse la linearità. Quindi si esprimeva per ellissi, per digressioni, con un profluvio di parole durante le trasmissioni con Bordin. Era la cifra di un personaggio fondamentale della storia politica italiana, un personaggio che ci mancherà molto.

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