Fondata in febbraio a meno di un mese dalle elezioni del 4  marzo, Futura si sta progressivamente imponendo alla pubblica attenzione come una delle voci nuove e radicali della sinistra. Una delle cifre del movimento politico è l’attenzione ai diritti delle minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti.

Ad alcuni giorni dal sit-in romano Stop Gay Persecution in Tanzania, che ha visto anche Futura tra le associazioni aderenti nonché tra quelle firmatarie delle lettera aperta al ministro Enzo Moavero Milanesi sulla situazione tanzaniana, abbiamo raggiunto Marco Furfaro, fondatore e coordinatore del neonato organismo politico.

Dall’insediamento del governo gialloverde si registrano non poche violenze nei confronti di minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti. A suo parere cosa sta accadendo? 

Sta succedendo quello che mai avremmo auspicato: il coniugarsi delle peggiori forze conservatrici con il populismo d’accatto per tenere la maggioranza delle persone dentro un cono di consenso fondato su odio e paura. Non riescono a dare risposta alla sofferenza sociale. Per questo perseguono l’unico disegno possibile a costo zero: teorizzare che la crisi sociale, la disoccupazione, la precarietà è dovuta al fatto che in questi anni si è pensato troppo ai diritti civili e poco a quelli sociali. Una stupidaggine che purtroppo trova consenso anche in alcune parti della sinistra. Così, in maniera pelosa e strisciante, a volte esplicita, a volte meno, si nega la società di oggi e si colpevolizzano le persone Lgbti e non solo. È uno schema che riguarda i migranti, ma anche le donne. Prendete il ddl Pillon, la nascita dell’intergruppo dei “parlamentari per la vita”, l’attacco alla 194, le violenze che vengono deprecate solo quando a commetterle è uno “straniero”. Altro non sono che tasselli di una precisa idea di società: patriarcale, sessista, a misura di uomo etero, virile, rigorosamente bianco e italiano. Per questo femminicidi e episodi di intolleranza nei confronti delle persone Lgbti, non sono d’interesse per questo governo. Basti pensare al ministro Fontana, il cui primo intervento è stato il disconoscimento delle famiglie arcobaleno. Un attacco alla libertà di tutti, ma subdolo perché fa finta di colpire solo alcuni. Rendendoci tutti più poveri e precari. Però penso anche che la fantastica onda pride che ha riempito le piazze quest’estate, le manifestazioni e i cortei delle donne, la resistenza civile di sindaci e amministratori locali, dimostrino che siamo ancora in tanti e dobbiamo organizzarci al più presto.

In Italia ci sono più di 4 milioni d’indigenti, una quantità impressionate di precari ed è sempre più alto il numero di giovani italiani migranti. Cosa è che fa sempre più povero questo Paese? 

Il fatto che tutti o quasi si sono arresi all’idea che l’unica speranza nella vita non è studiare, lavorare, impegnarsi, ma avere la fortuna di crescere in una famiglia ricca. Lo ha sancito pure l’Istat: l’ascensore sociale è fermo al piano zero. Così, se nasci povero, ben che vada rimarrai povero. Non conta più niente aver studiato, essersi impegnato, rimboccato le maniche. Se non sei raccomandato da qualcuno, è difficilissimo emanciparsi. La povertà di questo Paese non è data solo dal fattore materiale, cioè quanti soldi possiedi, ma dal fatto che una volta i genitori facevano sacrifici per far studiare i figli, i figli facevano gli acrobati nella vita per poter finire gli studi, prendersi una laurea e finalmente accedere a migliori opportunità. Oggi non è più così, perché quelle opportunità sono state cancellate dalle cattive politiche di questi ultimi venti anni. Sta tutta qui la povertà del Paese. Abbiamo milioni di persone che rinunciano agli studi o vivono una tremenda precarietà di vita, altri, su cui si è investito in formazione e istruzione, se ne vanno dall’Italia. Chi vuole bene all’Italia dovrebbe ripartire esattamente da qua, da un investimento straordinario in scuola, innovazione, ricerca e sviluppo. Il tutto in un quadro di sostenibilità e di conversione ecologica. Purtroppo ci troviamo di fronte all’ennesimo governo che fa il contrario di questo, che risponde ai bisogni della povera gente dandogli in pasto i migranti da cacciare o minoranze da odiare. Proprio come in passato facevano i regimi. Ma a maggior ragione dobbiamo avere parole chiare sul futuro. Che non può che essere con salari dignitosi, ecologicamente improntato, innovativo, non solo economicamente, ma anche socialmente.

La vittoria di Bolsonaro in Brasile, le politiche  di Trump in Usa, le destre che crescono in Europa, un Salvini che in Italuia inneggia a figure Putin. C’è ancora spazio per opporsi?

È proprio quando tutto è più nero che abbiamo bisogno dei colori no? È il movimento Lgbti a insegnarcelo. Ed è proprio in questa situazione che l’opposizione deve ritrovarsi, ma non su “accordicchi” o parole d’ordine desuete, ma proprio su una visione radicalmente diversa del futuro. È vero c’è Bolsonaro, Trump, Putin e Orban. Ma ci sono anche Alexandria Ocasio-Cortez, Sanders, Corbyn, Costa in Portogallo e Sanchez/Iglesias in Spagna, Tsipras in Grecia, gli ecologisti di tutta Europa che avanzano. Insomma, manchiamo solo noi. Ma vedrà che nuove generazioni politiche si prenderanno presto il campo e sostituiranno le classi dirigenti sconfitte il 4 marzo scorso con idee all’altezza dei tempi.

La caccia all’immigrato sembra essere ormai continua a seguito anche di certi proclami di chi è al governo. Cosa nasconde una tale politica razzista e xenofoba?

Nasconde incapacità e il vuoto più totale su che direzione dare al Paese. L’aver inventato un nemico, il più semplice perché il più indifeso, in modo tale da distogliere l’attenzione dai problemi veri del Paese che restano insoluti, è il modo migliore per assecondare la rabbia delle persone. Ma dimostra l‘inconcludenza di una classe dirigente che non riesce a dare risposte e dunque soffia sul fuoco della sofferenza diffusa e offre a quella sofferenza un capo espiatorio. Facile quanto aberrante. All’inizio erano i “terroni” come me, poi gli albanesi, poi i marocchini, i rumeni, gli stranieri, i migranti. La Lega fa questo giochino da venticinque anni. La cosa terribile di questo meccanismo è che non si ferma davanti a niente, arriva ai bambini, presto toccherà a chi la pensa diversamente dal governo, ai critici, alle minoranze, ecc. Se la tua politica è nascondere i problemi dando la colpa agli altri, non ha mai fine. Si arriva alla barbarie.

I media riportano spesso di manovre o litigi in quella che viene indicata quale area di “sinistra”. Sembra inoltre non esserci una vera opposizione. Secondo lei siamo messi così male? 

Se penso alla sinistra rappresentata in Parlamento, direi di sì. Autoreferenziale, incapace di ascoltare la sofferenza sociale, di abitarla, fuori dal tempo e dalla storia. Ma quella sinistra è già stata sconfitta il 4 marzo. La sinistra poi non è un partito, ma un’idea di società. Quella oggi va ricostruita, assieme a tutti coloro che vogliono costruire una storia diversa da quella sconfitta alle elezioni. In realtà, c’è tanto di buon nel Paese che mi lascia ben sperare. Penso alle piazze di Milano e di Catania a fine estate, penso a Mimmo Lucano e a quanti sono schierati al suo fianco, penso alle manifestazioni di Non una di meno, ai comitati NoPillon, penso all’onda pride, come dicevamo. Penso alla raccolta di fondi per i bambini di Lodi., a chi fa impresa rispettando le regole, a chi si inventa nuovi lavori, a chi fatica da pazzi in una fabbrica ma non si arrende all’odio. Penso all’Italia che resiste, nonostante tutto.

C’è ancora per la creazione di una forza democratica, pluralista e di sinistra che rimetta al centro della politica la persona, il lavoro, la salute, il welfare, i diritti e tanto altro? 

Se mettiamo un po’ tutti da parte il nostro io per fare uno sforzo condiviso sono sicuro che sia possibile. Più che una forza politica, visto che ce ne sono a decine, oggi serve un’idea di società, una passione che faccia battere il cuore, che sia così netta e percepibile da far scendere le persone in strada e lottare. La gente si smuove perché sente dentro di sé le ingiustizie, la voglia di riscatto sociale. La sinistra una volta era questo, non solo e soltanto un partito. Per farlo, bisogna battere le idee che c’hanno portato alla sconfitta. Serve coraggio, quel coraggio che hanno le Ocasio-Cortez d’America di scendere nell’agone politico e prendersi tutto il campo, di egemonizzarlo, di vincere su classi dirigenti inadeguate e ridare speranza con programmi radicali e innovativi. Questo serve oggi alla sinistra, non partiti che si parlano addosso, ma coraggiosi che hanno voglia di ricostruire un pensiero, una proposta politica. Attorno a quella, poi, si costruirà una naturale unità per battere le destre e quindi una forza che torni a dare speranza e rappresentatività. Dobbiamo farlo a partire dalle elezioni europee.

Se si rompesse con l’Unione Europea cosa succederebbe al paese e ai diritti conquistati grazie, anche, al lavoro svolto in questi anni dalla stessa Europa? 

Sarebbe una catastrofe. Perché chi ha a cuore l’emancipazione delle persone, sa che l’unico modo per raggiungerla è unirsi, non dividersi. Dividersi fa il gioco di chi comanda, dei potenti, non certo degli sfruttati. Certo, l’Europa di oggi è inservibile. Proprio per questo serve uno scatto in avanti, non il ritorno alle piccole patrie. Faccio parte di una generazione che nemmeno sa immaginarsi fuori da una cittadinanza europea. Ma non è nostalgia di futuro, la mia. In un mondo così interconnesso, come potrebbe uno Stato nazionale da solo ad affrontare sfide globali come l’evasione fiscali, la (pre)potenza delle multinazionali, le migrazioni, i cambiamenti climatici? I diritti conquistati, come dimostra ciò che accade in Ungheria, verrebbero meno. Perché la società che hanno in mente in nazionalisti prevede un ridimensionamento dei diritti e delle libertà individuali. Noi vogliamo un’altra Europa, non un ritorno al passato.

Come coordinatore nazionale di Futura cosa può dirci di questa esperienza? 

Una piccola grande comunità di persone che non vuole arrendersi alla rassegnazione e nemmeno a questa copia triste e sbiadita che è diventata la sinistra in Italia. Abbiamo fondato Futura a febbraio, perché tante persone appartenenti a liste civiche, realtà sociali, associazioni, non si ritrovavano in Pd e LeU, perché sono stufe delle divisioni della sinistra e vorrebbero contendere il campo con le proprie idee. Che sicuramente sono più radicali del Pd, ma anche più innovative di LeU. Vorremo costruire un’alternativa alla destra che non perda tempo a discutere se stare o meno in Europa o se i diritti civili vengono prima o dopo i diritti sociali. Significa non aver capito niente della società di oggi. A volte mi chiedo se un politico di sinistra ha mai conosciuto la ricattabilità che vive una persona transgender, gay o lesbica sul proprio posto di lavoro. Come fa a non capire che diritti civili e sociali sono inscindibili? Ci batteremo per liberare la sinistra dalla subalternità culturale della destra, che subisce il Pd quanto la sinistra radicale. Futura è una comunità che non ha rendite di posizione da difendere, per questo ci proveremo con coraggio. A costruire un’alternativa larga, unitaria, ma sicuramente radicale. In poche parole, di sinistra. 

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Il lupo nero, ex capitano dell’esercito, ha vinto in Brasile e non per poco: 55,49% contro il 44,51 di Fernando Haddad del Partito del lavoro (Pt), che è comunque la prima forza politica in Parlamento mentre Jair Messias Bolsonaro ha “solo” 52 deputati. Motivo per cui il neo presidente dovrà allearsi con partiti minori per formare il governo. 

Ma quei 57,6 milioni di elettori hanno votato per un signore, si fa per dire, che non ha mai nascosto di essere un troglodita politico con affermazioni razziste, omofobe, misogine né di professare idee antiabortiste in linea con l'integralismo cattolico e, più in generale, cristiano.

Non a caso il nuovo governo sarà disseminato di esponenti d’area evangelicale (la moglie Michelle è infatti una fervente battista) e di militari, i quali hanno festeggiato per le strade esibendo mitra e fucili.

Ma perché i brasiliani hanno voluto questa svolta reazionaria?

Uno degli elementi è sicuramente rappresentato dai numerosi scandali, che hanno coinvolto il leader del Pt Luiz Inácio Lula da Silva, condannato a 12 anni di carcere per corruzione (si sarebbe fatto pagare dall’industria statale del petrolio Petrobas 1.200.000 dollari per un attico sul mare a Rio De Janeiro). Una sorta di mani pulite in versiona brasiliana.

In realtà Bolsonaro ha costruito il suo ampio consenso sulla questione sicurezza. Tema, questo, su cui ha insistito per tutta la campagna elettorale, promettendo maggiore libertà nell’acquisto di armi e l’abbassamento dell’età della punibilità. Quello della della sicurezza è un ambito vissuto in modo drammatico in molte aree dell’America Latina, dove è facile essere rapinati in qualunque ora del giorno e della notte: basti leggere al riguardo i consigli allarmati delle agenzie di viaggio per chi si reca in Brasile, Venezuela, Colombia.

Ho parlato direttamente con diverse persone latinoamericane che mi hanno espresso la loro esasperazione per questa situazione sociale, una cui riprova è anche ravvisabile nella marcia dei centroamericani dal Messico ai confini Usa.

Non è un caso che i paladini delle politiche securitarie e xenofobe di solito siano tutti clericali, fanatici, violenti. Le “perle” di Bolsonaro al riguardo sono innumerevoli e sconcertanti: si va dal meglio un figlio morto che gay alle nostalgiche affermazioni per la vecchia dittatura militare brasiliana, in un periodo in cui buona parte dell’America Latina era dominata da regimi filofascisti in stretta correlazione con una dissennata politica Usa in materia estera.

Caduti i regimi dittatoriali, le democrazie latino-americane si sono aperte alle tematiche dei diritti umani: hanno, ad esempio, legiferato sulle unioni civili e il matrimonio egualitario ancor prima che l’Italia approvasse definitivamente nel maggio del 2016 la legge sui diritti delle coppie omosessuali. Abbiamo paraltro già parlato su Gaynews del caso del Costarica, dove inaspettatamente un laico di sinistra ha battutto al secondo turno elettorale un evangelicale non lontano dalle posizioni del caudilho brasiliano.

Ora, dopo la vittoria di Bolsonaro, le cose sembrano cambiare e profilarsi sull’America Latina gli spettri dei vecchi regimi con tutto il loro bagaglio di violenza e di violazione dei diritti umani. Ovviamente ci si augura che non sia affatto questo lo scenario generale e che la società democratica reagisca nel suo insieme contro una tale prospettiva.

La domanda vera da porsi a tre giorni dalla vittorua di Bolsonaro è: Stiamo assistendo al ritorno del fascismo? La storia che si ripete diventa una farsa, come diceva Karl Marx. Ma, mentre fortunatamente nel nostro Paese non ci sono le condizioni per l’instaurazione di una dittatura (l’Europa ha garantito 70 anni di pace e libertà), in Brasile ci sono già formazioni paramilitari (quelle che scorrazzano nelle favelas) e l’estrema destra non si vergogna di inneggiare ai precedenti regimi nonché fare esplicito riferimento al fascismo.

Nel Paese amazzonico esiste una forte opposizione, una terribile disuguaglianza sociale: una parte molto rilevante della popolazione vive in assoluta povertà. Le politiche ultraliberiste proposte dal neopresidente, perciò, non faranno che acuire le distanze e le disuguaglianze sociali.

In tutto ciò la questione Lgbt deve essere vista con molta preoccupazione. È vero che a San Paolo si svolge ogni anno quello che è stato definito il più grande Pride del pianeta. E, infatti, il movimento Lgbt ha una potente arma nella sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia di persone. Finora i ritorni indietro nella legislazione a favore delle persone Lgbt li abbiamo visti in Russia e nei Paesi del vecchio blocco sovietico.

Anche la società brasiliana è fortemente contraria a mettere mano alla legislazione sui diritti civili: prova ne è il sondaggio – citato nell’articolo odierno di Francesco Lepore su Gaynews – dell’istituto di ricerca Datafolha, secondo il quale il 55% è contrario alla libera circolazione delle armi e addirittura il 74% non vuole un ritorno indietro sui diritti delle persone Lgbt. Ciò significa che a un cambio di governo non corrisponde un cambio di società ovvero della percezione che la popolazione ha dei diritti delle minoranze. Evidentemente questi anni di svolte a sinistra nel Paesi latinoamericani hanno lasciato un segno profondo a livello sociale e culturale.

Ma è paragonabile la situazione in Brasile con quella italiana?

Gli auguri entusiasti di Salvini e Fontana a Bolsonaro potrebbero farci dire di sì. Ma in realtà non si sta vivendo in Italia un’emergenza reati che sono andati via via calando: l’elettorato, prima o poi, si accorgerà quindi che non siamo nel Bronx. Anche la questione immigrati è del tutto sotto controllo nonostante la campagna ossessiva del leader della Lega. In Italia, inoltre, non ci sono squadre paramilitari e nemmeno partiti capaci di strategie a lungo termine e d’ideologie con cui plasmare il popolo.  

Da questo punto di vista sono personalmente tranquillo, perché la società è quella che ha riempito con noi le 100 piazze del 27 gennaio 2016 con la manifestazione per i diritti delle coppie Lgbt. Manifestazione che ha ridicolizzato la pagliacciata del Family Day di una settimana dopo.

Poi c’è l’ombrello europeo che ci ha consentito di ottenere giustizia dagli organismi comunitari. A maggio del prossimo anno si terranno le elezioni europee dove i sovranisti cercheranno di fare il colpo grosso. Ma credo che non ci riusciranno. In ogni caso non ci potremo non schierare con chi difende l’Europa e i suoi 70 anni di pace, prosperità, libertà.

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Circa 150.000 persone hanno partecipato oggi a Berlino alla manifestazione Unteilbar contro il razzismo e la discriminazione. Una ferma protesta contro le azioni dell’estrema destra in Germania, tra cui le recenti violenze contro le persone migranti a Chemnitz.

Tante le associazioni che hanno aderito e hanno sfilato scandendo gli slogan Solidarietà anziché esclusione Democrazia per una società aperta e libera. Presenti anche quelle per i diritti dei rifugiati, delle persone Lgbti e dei musulmani.

In prima fila il ministro degli Esteri Heiko Mass, che ha dichiarato: «È un grande segnale: la dimostrazione che la maggior parte delle persone nel nostro Paese è a sostegno della tolleranza e dell'apertura».

Assente invece la sezione locale della Cdu, il partito della cancelliera Angela Merkel, un cui alto funzionario, Stefan Evans, ha puntato il dito contro «organizzazioni dubbie» tra quelle promotrici della manifestazione.

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Un mare umano si è ieri riversato lungo Avenida Atlântica a Copacabana per la 23° marcia dell’orgoglio Lgbti di Rio de Janeiro.

In un clima festoso persone d’ogni età hanno sfilato, nella seconda città più grande del Brasile, cantando e ballando al ritmo della musica a tutto volume proveniente dai numerosi carri e animate da Suzy Brasil, regina delle drag queen carioche.

Ma il Pride di Rio de Janeiero si è soprattutto imposto per la forte caratura politica a una settimana dall’elezioni presidenziali. Slogan dell’edizione 2018 è stato infatti Vota le idee, non le persone. Vota per chi si impegna nelle cause Lgbti.

Secondo Abglt nel 2018 il numero di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, che si sono candidate, è aumentato del 386,4%, rispetto alle ultime elezioni.

Come dichiarato da Almir França, presidente di Arco-Íris (associazione organizzatrice del Pride di Rio de Janeiro), «in un Paese come il Brasile, in cui si registra il più alto numero di uccisioni di persone Lgbti al mondo, la necessità di una rappresentanza politica è urgente: i nostri diritti, la nostra cittadinanza e, soprattutto, le nostre vite dipendono dalle scelte che facciamo alle urne».

Tantissimi gli striscioni contro Jair Messias Bolsonaro, il candidato d’estrema destra alle presidenziali, che, noto per le sue dichiarazioni sessiste, razziste e omotransfobiche, è stato dimesso sabato dall’ospedale dopo essere stato accoltellato il 6 settembre. Al grido di Ele não (“Lui no”) moltissime persone hanno così aderito, sulla spiaggia di Copacabana, al movimento femminile di protesta che ha visto scendere in strada centinaia di migliaia di donne in tutto il Brasile e all’estero.

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Mentre a Roma il popolo del Pd ha gremito piazza del Popolo per reagire alle poltiche del governo e ribadire che l'Italia non ha paura, a Milano in piazza Duomo (lato Arengario)  Anpi, Aned, I sentinelli di Milano e Radiopopolare hanno raccolto al grido di Intolleranza zero 25.000 persone. Tra queste anche l'ex presidente della Camera Laura Boldrini

Un mare di t-shirt rosse, mescolate a bandiere di associazioni e sindacati, per dire no al razzismo, alla xenofobia, alla misoginia, all’omotransfobia, alla sierofobia, all’odio in tutte le sue forme. Un mare di t-shirt rosse per reagire alla «deriva razzista, sessista, xenofoba e antisemita».

Perché, come si legge nel comunicato ufficiale, «da anni si seminano e si alimentano, nel nostro Paese, odio e rancore. Ora, però, registriamo l'inasprimento di una violenza verbale e fisica senza precedenti, che pare non conoscere più argini.

Nel mirino ci siamo finiti in tante e in tanti. Noi antifascisti, noi donne, noi migranti, noi omosessuali e trans, noi che non ci dimentichiamo che proprio ottant'anni fa l'Italia conosceva la vergogna delle leggi razziste. Noi che ogni giorno ricordiamo che il nazifascismo, con il suo bagaglio razzista e antisemita, è stato sconfitto 73 anni fa».

Ad aprire la manifestazione il tributo musicale a Aretha Franklin, la regina del soul scomparsa il 16 agosto scorso, la cui canzone Respect è considerara uno degli inni dei movimenti femministi e per i diritti civili.

E poi sul palco i 30 interventi, tra cui quelli di Laura Fabbri Wronowski, nipote di Giacomo Matteotti ed ex staffetta partigiana, del  parroco dei migranti Mauro Biancalani; dell'eurodeputata Elly Schlein, di Angelo e Andrea, la coppia di Stallavena vittima da agosto di minacce e aggressioni.

E, ancora, Lelli Cosmaro della Lila, per parlare della discriminazione cui sono soggette le persone sieropositive; Houda Latrech, vittima d'aggressione razzista; Paola Covaci della Sartoria sociale; Djana Pavlovic a nome della comunità Rom, Sinti e Camminanti; Laura e Sabrina di Famiglie Arcobaleno.

Fortissimo il monito lanciato da Roberto Cenati, presidente del comitato provinciale di Anpi Milano, che ha dichiarato:«Da una piazza molto unita e numerosa arriva un messaggio forte contro questa deriva razzista, fascista e antisemita che sta interessando l'Europa e il nostro Paese. 

Non basta una mobilitazione come quella di oggi. Ma occorre una grande contro offensiva culturale per fare breccia nella coscienze che ci sembrano troppo anestetizzate e che credono che i mali derivino dal fatto che ci siano troppi migranti, cosa assolutamente non vera.

Il ministro Salvini invece che impedire alle navi, anche della Guardia Costiera, a far sbarcare i migranti dovrebbe occuparsi della sicurezza vera del Paese, minacciata dalla mafia e dalla 'ndrangheta».

Duro anche Luca Paladini, fondatore e presidente de I Sentinelli di Milano, che, rivolgendosi al segretario della Lega nonché titolare del Viminale e al suo elettorato, ha detto che «la pacchia è finita ma è finalmente per loro. Perché finalmente c'è un pezzo di Paese consistente che è uscito dall'angolo, che ha voglia di venire in piazza e non si limita più a indignarsi in rete». 

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Tempi di nuovi fascismi e di esclusione per le minoranze anche nella capitale. E così accade che a Roma, la Re-Lion Servizi Immobiliari, propone in locazione due appartamenti in via Leone IV, nei pressi dei Musei Vaticani, con la dicitura: Astenersi stranieri.

Insospettito da un tale annuncio, un nostro assiduo lettore ha chiamato l'agenzia per avere informazioni in merito. Il referente della Re-Lion Servizi Immobiliari, durante la telefonata, ha confermato che gli appartamenti non si fittano a immigrati ed extracomunitari, precisando che non è una sua idea ma la volontà del proprietario degli immobili.

Il nostro lettore, ricordando all'interlocutore che la nostra è una repubblica che condanna espressamente il razzismo, gli ha fatto altresì presente che, se il proprietario dell’immobile è xenofobo, lui dovrebbe rifiutarsi di rappresentarlo.

Pressato dal nostro lettore, il responsabile della Re-Lion si è mostrato in difficoltà e si è difenso con argomentazioni astruse del tipo: «Gli immigrati occupano gli appartamenti con un numero di unità superiori a quelle previste dalla metratura»; «La proprietà privata risponde alla sola volontà del proprietario che ha fatto sacrifici per acquistare gli immobili e, dunque, decide liberamente come proporli in locazione»; «Le persone di colore hanno vizi»; «La stragrande maggioranza delle persone ragiona in questo modo»; «Benché personalmente abbia locato un proprio appartamento a dei cittadini del Bangladesh, non posso costringere altri proprietari ad agire come lui».

La telefonata si conclude, purtroppo, con un nulla di fatto: il responsabile della Re-Lion Servizi Immobiliari di Roma crede che sia legittimo e normale nel 2018 rappresentare la locazione di immobili con il divieto espresso di fittare a stranieri. 

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Al grido di Stay human e Stop hate 15.000 persone si sono riunite in piazza San Babila a Milano, a partire dalle ore 17:00, per aderire al presidio Europa senza muri.

Presidio, che organizzato da Insieme senza muri e I Sentinelli di Milano, si è svolto a poche decine di metri dalla Prefettura, mentre era in corso l’incontro tra il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e il premier ungherese Viktor Orbán.

Come sottolineato nell’appello alla partecipazione, «due muri a confronto e un'idea d'Europa sovranista e nazionalista che non ci appartiene. Orbán deve fare la sua parte, Salvini deve smettere di giocare con la vita dei migranti».

Circa un centinaio le sigle che hanno partecipato alla manifestazione, tra cui Acli, Amnesty International, Amref, Anpi, Arci, Casa della Carità, Cgil, Cisl, Fiom, Liberi e Uguali, Pd, Potere al Popolo, Possibile, Legambiente. A prendere parte alla protesta anche la Sant'Ambroeus FC, la prima squadra di calcio composta da richiedenti asilo, che si sono poi esibiti in un allenamento sulla piazza.

In piazza San Babila anche Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano, che ha dichiarato: «Sono convinto che oggi sia una risposta significativa. Questa città pensa che il progetto politico di Salvini e Orbán vada fermato.

Usano la sofferenza degli immigrati per rompere l'Europa e noi non ci stiamo. Milano, oggi e nei prossimi mesi, è un punto riferimento per indicare un'alternativa importante. A me preoccupa molto idea di rompere l'Europa e di portare l'Italia fuori dall'Europa: questa è posta in gioco e noi diciamo di no».

Commozione e soddisfazione per la riuscita del presidio è stata espressa su Fb da Luca Paladini, attivista Lgbti e fondatore de I Sentinelli di Milano, da mesi vittima insieme col compagno Luca Caputa di messaggi insultanti e minatori.

«15.000 persone alle 5 del pomeriggio in un giorno lavorativo – ha scritto –. Il 28 agosto. Incredibile. O forse no».

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Siamo 30.000. Questo il grido d’esultanza degli organizzatori del Sardegna Pride che ha avuto luogo ieri a Cagliari.

Partita alle 19:00 di ieri da via sant’Alenixedda, la parata si è conclusa intorno alle 21:00 in piazza Yenne. Una marcia dell’orgoglio Lgbti, cui le persone hanno partecipato anche per ribadire la propria ferma opposizione al razzismo, alla xenofobia, a ogni forma di violenza e odio sociale.

Presenti le associazioni componenti il Coordinamento Sardegna Pride, che riunisce, sotto la guida di Arc onlus, le realtà che si occupano di diritti civili nell'isola: Mos - Movimento omosessuale sardo, Famiglie Arcobaleno, Agedo, Unica Lgbt, Sardegna Queer, Gaynet, Cgil Ufficio Nuovi diritti.

Numerosi i rappresentanti del mondo istituzionale locala a partire dal sindaco di Cagliari Massimo Zedda. «In un momento storico in cui discriminazioni vecchie e nuove sembrano prendere il sopravvento – ha detto il primo cittadino del capoluogo – serve l’impegno di tutti in difesa dei diritti. Ogni diritto in più è una nuova conquista per tutti: abbiamo sempre lavorato in questa direzione e così andremo avanti, per fare in modo che Cagliari possa continuare a essere un esempio»

Con Zedda erano presenti consiglieri comunali e regionali, la sindaca di Assemini Sabrina Licheri e il presidente della Regione Francesco Pigliaru, che ha dichiarato: «I diritti sono sacrosanti e vanno riaffermati con maggiore forza soprattutto quando un ministro della Repubblica li mette in discussione.

 Oggi rivendichiamo diritti basilari, e indossiamo in tanti una maglietta rossa perché qualunque sia l’opinione sui flussi migratori, la vita umana viene prima di tutto».

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Seduto al Café du Marché (l'escalope di vitello coi funghi non è niente male, le torte stellari) con Silvano, provo a fare con lui qualche riflessione sul Pride parigino appena vissuto, posto che la quantità e qualità di bellezze locali anche umane - che invadono il Marais anche il lunedì mattina - lo consentano.

Ho visto molta gioia, certo, e colore, e folla (tanta che non la potevi proprio contare) ma ancora più politica. Più messaggi forti, addirittura un sit-in in (religioso) silenzio, una "piena" di giovani ragazze con cartelli per niente rassegnati e un'organizzazione che ha fatto (o lasciato) sfilare quello che noi, faciloni, definiremmo il blocco antagonista in testa al corteo.

Pugni alzati al vento anche qui, e fanno un bene dannato, perché è qui che nascono le rivoluzioni. Qui che si sono nutrite le migliori energie culturali del continente e dove alligna un po' di speranza in quei volti forti, trasversali e debordanti di libertà, di coscienza e di forza.

Un senso di fratellanza nuovo e limpido, che rende ancora più triste sapersi accolti a casa dalla deriva populista (schedaci, forza) e dal miasma fascista ornato dalla corona del Rosario che intasa i pensieri di tante, troppe persone. Quelle che magari ritenevamo persino rispettabili, quando, invece, erano solo il razzista violento, omofobo e maschilista della porta accanto.

Lo stesso che, magari, paga anche bene per un paio d'ore con un ragazzino indiano che ha l'età della propria figlia. Tutto molto tradizionale. Non ci fermerete tutte o tutti. È troppa gente, è troppa forza per la vostra debole meschinità.

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Durante la rassegna sportiva dei ventottesimi Giochi del Mediterraneo, nati nel 1948 come una sorta di olimpiade dei Paesi che si affacciano sull’omonimo mare, le atlete azzurre Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e la campionessa europea Libania Grenot hanno trionfato  nella specialità atletica della staffetta grazie ad un tempo di 3:28.08.

Si è subito creato il classico carro dei vincitori, su cui sono saltati in molti, compreso chi continua a parlare a mezzo stampa e sui social del quartetto “di colore”.

Quasi a dire: Ecco, se vengono e corrono per noi allora va bene. Eppure sembra alquanto ipocrita parlare di integrazione nello sport senza considerare lo stesso sport come parte integrante della società. Le ragazze hanno vinto non solo perché "lo sport unisce" (uno slogan che può voler dire qualsiasi cosa), ma perchè ci sono segmenti e contesti sociali molto più avanti del dibattito politico, in grado di unire anche grazie allo sport. 

Per parlare di sport bisogna immaginare un organismo complesso, di cui le vetrine di Olimpiadi e Mondiali sono solo le vette più alte di un movimento di proporzioni vastissime. Bisogna pensare ai campi e alle palestre di periferia, agli enti di promozioni, ai comitati federali locali, che riguardano la capacità delle scuole di lavorare in termini sostegno allo sport e all’integrazione. L’ondata di razzismo di oggi, i morti in mare, le parole d’odio del vocabolario politico, saranno sicuramente una ferita profonda nella mente di tanti futuri e atleti e atlete migranti di seconda generazione. Perché possibilmente quei futuri atleti e atlete stanno tra gli 800.000 bambini e bambine ai quali è stato negato lo ius soli, ad esempio. 

Per fortuna c’è chi dimostra una volta per tutte che l’italianità non è fatta dal colore della pelle, ma da tutto quello che rende unico un Paese: i valori, la cultura, i cibi, i territori, le organizzazioni, il modo di creare movimento, compreso lo sport. 

Multiculturalità non significa avere “qualcun altro” che va bene quando c’è da correre, ma vuol dire inclusione di tradizioni diverse come valore fondate della propria cultura. E anche qui lo sport può insegnarci tantissimo. Qualcuno forse penserà che i nomi di queste ragazze non sono abbastanza “italiani”. Basta vedere i cognomi di alcuni giocatori della nazionale argentina ai mondiali: Armani, Tagliafico, Di Maria, Mascherano, Ansaldi, Biglia, Fazio. I loro bisnonni erano tutti migranti che venivano dall’Italia.

Infine, la vittoria delle nostre ragazze riporta alla ribalta la questione del professionismo femminile. Come Rachele Bruni e Federica Pellegrino, il quartetto che celebriamo oggi è ufficialmente un gruppo di atlete dilettanti. L’Italia è ancora l’unico Paese Europeo a non riconoscere come professioniste le atlete. Questa è una delle sfide da vincere nell’immediato ed è ormai una sfida globale considerando anche lo stretto legame tra il pregiudizio sessista e quello omofobico, che si riflette anche nella Carta Olimpica internazionale ormai dal 2014. 

È innegabile, ad esempio, che molti passi avanti delle donne nei Paesi di cultura araba abbiano beneficiato di immagini di impatto mondiale come quelle delle giocatrici di beach volley egiziane e tedesche a confronto scattate a Rio 2016, le prime completamente coperte con tanto di velo, le seconde in bikini. 

Non solo quell’immagine è stata motore di visibilità e cambiamento, ma, a sua volta, il coraggio delle atlete egiziane arrivate fin lì era testimone di un cambiamento già in essere, seppur lento e faticoso, in tema di diritti delle donne nel mondo arabo. 

Lo sport può cambiare la società insomma, a patto che a partire dai media e dalla politica non sia visto come una mera vetrina, ma come uno strumento fondamentale per leggere e intervenire sui processi culturali. 

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