In vista del TDoR Transgender Day Of Remembrance (20 novembre), giornata internazionale di commemorazione delle vittime della transfobia, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli con il Co.LT (Coordinamento Lazio Trans), costituito da Associazione Libellula, Beyond Differences Onlus, Gruppo Amati, Sportello Lili e Tgenus Lazio, organizzano a Roma una manifestazione stanziale per porre all’attenzione dei media e della società civile il tema dei diritti negati alle persone trans e sulle violenze perpetrate ai loro danni. 

La giornata del Tdor è fondamentale per la lotta contro il pregiudizio e la transfobia e a sostegno dei diritti civili delle persone trans. Non si tratta solo di un momento di denuncia della violenza di cui sono vittime le persone trans nei vari Paesi del mondo, ma anche un’occasione per riflettere sui diritti negati, sui pregiudizi e sulle discriminazioni che le persone trans incontrano ancora oggi in ogni aspetto della vita quotidiana: in famiglia, a scuola, nelle università, nel mondo del lavoro. 

Dal 1 ottobre 2017 al 30 settembre 2018 sono state 369 le persone trans e gender variant uccise nel mondo, nella maggioranza assoluta dei casi le vittime sono donne trans, si tratta di veri e propri femminicidi, che molto spesso non assurgono alle cronache.

Per Cristina Leo, portavoce del Co.LT, «queste vittime sono solo la punta di un iceberg, perché in molti Paesi non c’è una registrazione dei casi e alle vittime viene attribuito semplicemente il genere assegnato alla nascita, ignorando di fatto la loro vera identità».

Come dichiarato da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, «più volte negli ultimi mesi abbiamo denunciato il clima pesante che stiamo vivendo nel nostro Paese. Aggressioni e minacce ai nostri attivisti,  alle sedi delle nostre associazioni, discriminazioni sui posti di lavoro, nella ricerca di una casa. Le persone trans sono purtroppo le prime a subire quotidianamente il peso della discriminazione, arrivando troppo spesso a perdere la vita per mano dell’odio transfobico.

È dovere di tutta la nostra comunità lottare in prima linea e, per questo, domenica, insieme alle amiche e agli amici del Co.LT ricorderemo ancora una volta tutte le vittime dell’odio transfobico. Abbiamo il dovere di esserci, non possiamo e dobbiamo lasciare indietro nessuno».

Al riguardo sempre Cristina Leo ha dichiarato: «Sarà l’occasione per chieder giustizia per Ximena Garcia e per tutte le vittime dimenticate della transfobia e della transmisoginia».

All’evento sarà presente Valeria Catania, che presenterà l'installazione Le pagine che non ho scrittoSecondo l’artista «la battaglia contro la transfobia e l’omofobia deve partire dal mondo dell’arte. È una strage continua, in Italia e a Roma, quella che registriamo ogni giorno: e chi sopravvive alle violenze subisce per tutta la vita le conseguenze di atti che mortificano la sensibilità di ogni essere umano.

La lotta della cultura contro l’ignoranza della sopraffazione e del disprezzo, e anche del bene contro il male, deve avere come protagonisti coloro che ogni giorno creano grazie alla loro mente quadri, sculture, danze, musiche, spettacoli, film. Lo scrittore sudcoreano ha detto che “la bellezza dell'arte salva dalla crudeltà della vita". Facciamoci tutti promotori di questo messaggio, non lasciamo altro spazio alla violenza. L’arte ci salverà: può salvare l’umanità. Dobbiamo volerlo, con tutte le nostre forze».

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Un sacco, di quelli in plastica nera per l’immondizia, carico di letame. E poi un grande striscione con la scritta a lettere capitali, anch’esse nere, distribuita su due bande parallele: Lgbt = Abominio perverso! Famiglia è Tradizione. Accanto, a mo’ di firma, la lettera R e un’ascia littoria, che riconducono al movimento d’ultradestra romana Rivolta Nazionale.

È quanto in queste ore è stato trovato dal direttivo del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli davanti alla sede dell’associazione in via Efeso, 2, a pochi passi dalla fermata metro Basilica di San Paolo.

Un attacco, questo, che viene a cadere nello stesso giorno in cui socie e soci della storica associazione romana hanno aderito alle due grandi mobilitazioni pomeridiane: quella No Pillon! Contro la modifica di separazione e affido e l'altra Uniti e solidali contro il razzismo e il decreto Salvini.

Il direttivo del Mieli ha così commentato l’accaduto sulla pagina ufficiale FB: «I FASCISTI ATTACCANO IL MIELI.

Oggi siamo scesi in piazza due volte, contro il ddl Pillon che vuole riportare il nostro Paese al Medioevo e contro tutti i fascismi. A poche ore di distanza i fascisti hanno risposto attaccandoci qui a casa nostra. I vostri insulti sono medaglie, non ci fermerete!».

L'attacco viena fra l’altro a cadere nel 28° anniversario della morte di Marco Sanna, storica figura del Circolo, che come tanti militanti dei decenni addietro subì sulla propria pelle le rimostranze dei neofascisti della seconda metà del XX° secolo.

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Il coming out, fatto ieri da Marco Carta nel corso della trasmissione Domenica Live condotta da Barbara D’Urso, è apparso a tanti tardivo e quasi una trovata di marketing alla vigilia dell'uscita del suo nuovo single Una foto di me e di te.

Marco lo conoscevano in tanti a Roma e più di una volta è stato visto in party gay-friendly della capitale. Premesso che frequentare le meravigliose feste arcobaleno non vuol dire essere gay, di fronte a un coming out c'è comunque un'importante positività: una persona in più è finalmente libera e, in questo caso, si tratta di qualcuno che lo ha detto di fronte al grande pubblico.

Ciò premesso, caro Marco, è proprio vero che avresti potuto darci una mano molto tempo prima. Pensiamo alla battaglia per le unioni civili o ai tanti e tante teenager Lgbti che, ascoltandoti negli anni addietro, si sarebbero potuti sentire più forti a fronte di un clima diffusamente discriminatorio.

Di fronte all’ondata di critiche sollevatasi dai social, una considerazione è però d'obbligo: è solo Marco il problema? 

Esiste una generazione di artisti che è nata per un pubblico ben preciso con un dettagliato studio del target alle spalle. Ma questi artisti non sono soli: ci sono le produzioni, i manager, le case discografiche. Che altro non fanno se non prendere spunto da noi, noi società, che siamo i destinatari finali di quei prodotti. 

Intendiamoci: nessuno può dire che qualcuno abbia costretto Marco a non dichiararsi. Ma quel «ho vissuto questo processo – come dichiarato ieri – dando dei pesi alla mia carriera» vuol dire molte cose. Sono scelte di immagine, di opportunità, compiute volontariamente ma a denti stretti. 

Forse è sul nostro immaginario che dobbiamo riflettere. Ragionando sul perchè non abbiamo ancora avuto artisti dichiaratamente omosessuali fin dalla più tenera età, almeno in Italia.

Detto questo, tra l'Italia del 2008 e quella del 2018 ci sono delle differenze. Forse i tempi sono maturi. Ma per tutti quelli "arrivati prima", come Marco, avremo tanti altri infiniti coming out "tardivi". A loro non chiederemo mai di essere stati coraggiosi, semplicemente perchè non sono personaggi noti.

Forse allora tutta questa vicenda andrebbe semplicemente presa per quello che è: una persona, con i suoi tempi, ha trovato il coraggio di fare coming out. Tocca far sì che ai prossimi il coraggio non serva più. 

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Una piazza del Campidoglio gremita stamani all’inverosimile per il sit-in Roma dice basta contro il degrado urbano.

Tantissime le persone che hanno accolto l’appello lanciato giorni fa sui social da sei cittadine, che avevano fra l’altro scritto: «Dopo 28 mesi di giunta Raggi questa è la prima occasione per i cittadini romani esasperati dal progressivo imbarbarimento della città di dire che non sono d'accordo, che non è vero niente che siamo solo dei brontoloni che tutto va bene, che sono stufi di sentirsi ripetere che tutta la colpa è delle amministrazioni precedenti».

La 65enne Silvia Mauro, una delle promotrici dell’iniziativa, ha dichiarato in piazza: «A maggio, quando eravamo soffocati dalla spazzatura e dalle buche, con un gruppo di amiche ci siamo viste di domenica, ci siamo sfogate e poi abbiamo deciso di mobilitarci. È nato un gruppo Facebook e in un giorno siamo diventati 2mila, oggi siamo 22mila».

Raggi dimettitiOra basta!, Dignità per Roma: questi solo alcuni degli slogan riportati su decine di cartelli e striscioni con i quali i partecipanti hanno riempito, a partire dalle 10:00, la piazza antistante il Palazzo Senatorio.

Ma anche tante scritte in inglese e in latino, come quella dei liceali del Lucrezio Caro che hanno puntato su una rivisitazione della celebre frase ciceroniana della Prima Catilinaria: Quousque tandem abutere, Virginia, patientia nostra?. Mentre sono stati fotografati e intervistati, hanno ripetuto sorridenti la traduzione a tutti: Fino a quando, Virginia, abuserai della nostra pazienza?

Presenti anche attivisti e attiviste Lgbti con striscioni e bandiere come quelle del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, la cui ex presidente Rossana Praitano ha scritto su Facebook: «Piazza gremita! Roma dice basta.... Inizia la riscossa dei cittadini!».

Ma per i vertici pentastellati Raggi non deve affatto dimettersi, anzi le andrebbero «dati più poteri per contrastare il degrado – come dichiarato in Sicilia dal vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio -; pieni poteri per poter effettuare gli sgomberi degli edifici occupati senza aspettare il ministero, o gestire pienamente i rifiuti. E non lo dico perché il sindaco è dei 5 Stelle».

Persone Lgbti mescolate alla folla anche a piazza dell’Immacolata per il sit-in organizzato da Anpi, Cgil, Arci, Non una di meno in ricordo di Desirée Mariottini, la 16enne morta, il 19 ottobre, dopo essere stata drogata e stuprata in uno stabile diventato covo degli spacciatori nel quartiere San Lorenzo.

«Questa è la Roma migliore», ha detto al microfono il presidente provinciale dell'Anpi ‎Fabrizio De Sanctis, che ha aggiunto: «Stiamo vivendo giornate terribili bisogna assicurare i responsabili alla giustizia senza sconti. Ma non si possono tollerare le strumentalizzazioni: le donne sono tutte uguali e gli aggressori sono tutti uguali e tutti vanno condannati e assicurati alla giustizia».

A De Sanctis ha fatto eco Tina Costa, partigiana 90enne, che ha affermato di non essere contro «chi viene in Italia e non mi interessa il colore della pelle. Ma chi governa ha il dovere di controllare che chi sta nel nostro Paese sia un cittadino onesto. Un altro che hanno preso aveva con sé 11 chili di cocaina. Per i disonesti, le patrie galere sono là.

Di fronte ai ragazzi che oggi si richiamano al fascismo io provo sgomento: credo che questi ragazzi non vengono educati come dovrebbero. Se nelle nostre scuole non si studiano le nostre radici, come posso prendermela con i ragazzi? Me la prendo con chi ha il dovere di crescerli ed educarli. Devono conoscere e studiare le nostre radici».

Per la rappresentante di Non una di meno «non c’è nessun bisogno di uomini forti che ci difendano Noi ci difendiamo da soli con le nostre idee e i nostri progetti. Noi costruiamo reti e spazi e agibilità politica. La speculazione sul corpo di Desirée ci disgusta. Noi con San Lorenzo solidale stiamo lavorando per migliorare questo quartiere.

Dobbiamo fermare lo sciacallaggio mascherato da difesa delle donne. Forza Nuova minaccia di attraversare le strade del quartiere antifascista, perché i padri devono difendere le loro figlie bianche. Questo ci fa schifo. Noi non siamo merce di nessun mercato e di nessun fascismo dentro e fuori il Governo». 

Nella manifestazione antifascista è confluito il presidio Con i migranti per fermare la barbarie che, previsto alle 16:00 in piazza SS. Apostoli, è stata dirottato dagli organizzatori in piazza dell’Immacolata dopo che si è appreso della della minaccia di Forza Nuova di marciare verso San Lorenzo.

Il corteo dei forzanovisti, guidato da Roberto Fiore, è partito da Porta Maggiore e ha raggiunto via dello Scalo di San Lorenzo, fronteggiato da forze dell'ordine e militanti delle associazioni del quartiere.

Un gruppo di manifestanti, per lo più ragazze, si è a un tratto staccato. Ma è stato intercettato e bloccato, mentre brandiva due bandiere di Forza Nuova, all'inizio di via dei Lucani da un nucleo di militanti e, subito dopo, dalla Digos, mentre correvano in direzione del piccolo memoriale che con fiori, foto e scritte riveste il portone di ferro del 22, da cui si accede all'area in cui è stata trucidata Desirée.

Gli agenti hanno identificato le forzanoviste, che avevano nascosto le bandiere sotto ai giubbotti neri, e li hanno scortati via dalla zona. Successivamente anche il presidio di Forza Nuova allo Scalo di San Lorenzo è stato sciolto e il cordone dei residenti è così risalito lungo le mura della ferrovia verso piazza dell'Immacolata.

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«Salvini? È un razzista. Lo so che la situazione in Italia è difficile perché siete un Paese che affaccia sul Mediterraneo. Mi dispiace anche che il mio Paese non possa aiutare e accogliere persone da altri Paesi: anche noi abbiamo un razzista come presidente, che non capisce che noi siamo quello che siamo anche grazie a tutti quelli che sono venuti nel nostro Paese.

Sono sicuro che ci siano molte persone intelligenti in Italia che sappiano come affrontare il problema dell'immigrazione e risolverlo e penso anche che gli italiani debbano iniziare a chiamare Salvini per quello che è: una persona bigotta che ha un atteggiamento bigotto».

Non ha usato mezzi termini Michael Moore nell’incontro d’ieri col pubblico in occasione della Festa del Cinema di Roma, dove alle 19:30 è stato presentato Fahrenheit 11/9, nuovo documentario politico del regista statunitense questa volta dedicato a Donald Trump.

E, dopo aver definito il ministro dell’Interno bigotto, oltre che razzista, Moore ne ha dato le seguenti motivazioni: «È contro i gay e i matrimoni tra gay: bisognerebbe invece che cercasse di capire che l'amore è amore a prescindere dal sesso dell'altro. Il consiglio che posso dargli è questo: Salvini, non sposare un gay se li odi, ma lascia che loro si amino e si sposino e i tuoi affari tieniteli per te».

Il regista ha anche aggiunto: «Sono cinque giorni che guardo la vostra tv e non mi piace. Quando i ricchi hanno in mano i media vogliono solo fare programmi che rincretiniscano la gente, si creano grossi problemi. In Usa Trump è bravissimo a cavalcare questo, le persone lo amano per questo. E questo l'ho visto anche in Italia. Credo che le persone sbaglino nel vedere Salvini e Di Maio come persone divertenti, perché non si tratta di intrattenimento, ma di politica». 

Infine da parte del regista e documentarista americano un appello all'Italia: «Siete stati grandi, dovete ritornare ad esserlo». E poi un nuovo affondo a Salvini: «Io non direi Prima gli italiani ma Prima l'Italia».

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Un libro denso di spunti di riflessione e di interessanti considerazioni sulle diverse possibilità di essere e di relazionarsi, che affronta il nodo esistenziale dell’identità in maniera antidogmatica e ironica. Potremmo presentare così in sintesi il libro 100 Punti di ebraicità (secondo me) di Anna Segre, pubblicato dalla casa editrice romana Elliot.

Per la precisione si tratta di un campionario di voci legate a una forma di ebraismo laico e dissacrante, restituite ai lettori da Anna Segre, cattolica per gli ebrei, ebrea per i cattolici, medico per gli psicoterapeuti, psicoterapeuta per i medici, non proprio connotata come omosessuale, ma abbastanza lesbica per gli eterosessuali. In equilibrio instabile, comunque, sulle etichette sociali.

Un libro, in ogni caso, che non può essere compreso appieno senza la lettura di 100 Punti di lesbicità (secondo me), pubblicato anch’esso, in contemporanea, dalla Elliot. 

Contattiamo Anna Segre e proviamo a capire con lei qualcosa in più di queste opere gemelle.

Dottoressa Segre, che cosa significa per una persona laica come lei questo sentimento di ebraicità e com’è nata l’esigenza di scrivere un tale libro?

L’ebraismo, per come lo vedo io (c’è anche nel sottotitolo), più che una religione, è un sistema: etico, morale, comportamentale, sociale, cognitivo. Anche senza fede, se sei nata da madre ebrea e sei stato educata in una famiglia ebraica, potresti, sì (o anche non), sapere le preghiere, ma di certo hai un senso di ebraicità, di differenza, di letterarietà, di eventualità di persecuzione. Hai una memoria collettiva di strage, una memoria familiare di leggi razziali tali da rendere l'‘essere ebrea’ un’identità a tutto spessore che coinvolge ogni sistema motivazionale. L’ebraismo non chiede fede, chiede di attenersi alla legge. Il tuo rapporto con Dio è personale; il tuo rapporto con la comunità, invece, ci riguarda ed è normato da regole condivise e non baipassabili. Ecco perché, sempre nel mio specifico caso, essere ebrea filtra l’essere cittadina, condomina, professionista, amica, donna, essere umano. 

L’esigenza di scriverlo? Mi sono accorta che questi aspetti, forse, di origine ebraica del mio comportamento sono talmente intrinseci da diventare identitari. Salvo che il discorso dell’identità è proprio quello su cui sono ambivalente, critica e nevrotica.

Tra i 100 Punti di ebraicità ce n’è uno che riporta al senso della precarietà e all’idea dei confini. Oggi, in epoca di migrazioni, il tema sembra riguardare più popoli. Cosa è per lei il senso della precarietà? Cosa ne pensa dei confini?

I confini sono appannaggio degli Stati e dei governi. I governi, per quanto necessari, sono spaventosi nella loro possibilità di chiudere o aprire, di legiferare pro o contro. Con questa questione gli ebrei della diaspora si confrontano da millenni (le migrazioni ci sono da sempre); c’è una quantità di letteratura e di testimonianze sull’essere respinti al confine o buttati fuori confine. Una brava mamma ebrea ti educa a viaggiare leggera, a essere pronta a cambiare casa, paese, lingua, scuola, moneta, vita. Per rimanere viva. La condizione di migrante mi riguarda, suscita in me una forte empatia, un neurone specchio forse anche più identitario dell’ebraismo, anche se sono nata e vissuta in Italia a Roma e il mio massimo spostamento è stato da Cassia a Ostiense.

Se dovesse individuare il punto di ebraicità più importante, in questa sua campionatura, quale individuerebbe?

L’ebraismo come nevrosi minoritaria.

Un altro punto, che in realtà poi tratta ampiamente nell’altro libro, è relativo al lesbismo. C’è un conflitto tra la propria condizione omosessuale e il senso d’appartenenza alla cultura ebraica, sia pure laica? Le è capitato di vivere più lo stigma omofobico o quello antisemita?

Essere lesbica mi ha portato innanzitutto un conflitto interno, rispetto a quanto io ritenevo che la mia famiglia, il mio mondo si aspettassero da me e che io stessa mi aspettavo da me. Ma che il mio desiderio e naturale propensione contraddicevano nettamente.

La domanda sospesa era: Potrò ancora far parte di voi (famiglia, comunità, mondo) anche se amo solo donne? O dovrò rinunciare a quell’amore, per conservare il vostro?

Ed è probabile che io fossi così impegnata a cercare una mediazione (che allora mi pareva impossibile) da non accorgermi forse degli sguardi maliziosi e di quanto l’essere lesbica condizionasse la mia carriera o la mia socialità. Ma, ecco, cercavo di tagliare la testa al toro presentandomi così: Piacere, Anna Segre, ebrea, lesbica. A chi non fosse piaciuto, si sarebbe allontanato subito: una sorta di selezione.

Essere lesbica condiziona fortemente ogni tuo movimento interpersonale, anche se sembra di no. Non è una condizione agile, non è prevista, non è agevolata dalle banche, dalle leggi notarili, dalle offerte di viaggio, dalle logiche sociali. È una salita. Non serve violenza, vengono ‘solo’ frapposti innumerevoli piccoli ostacoli da niente che rendono la vita degli altri un percorso, la tua giochi senza frontiere. Gli ebrei hanno tutti i diritti civili, gli omosessuali no.

Sull’antisemitismo, che è arrivato negli ultimi anni travestito da antisionismo, invece, sfuggo come un’anguilla. Io, in quanto ebrea, dovrei rispondere degli atti di un governo di uno Stato in cui non abito e che non ho votato. Come se i cittadini di uno Stato fossero tutti responsabili e dovessero dare ragione degli atti del loro governo, oltretutto. E sono considerata, in quanto ebrea, sostenitrice di governo, esercito, guerra e, presuntivamente, atti politici. Beh, mi ribello: non mi farò mettere addosso etichette e non credo di dover dare ragione delle mie idee in proposito poiché sono ebrea. È un ring da rifiutare.

D’altra parte, dopo la Shoà, in quanto ebrea, mai nessuno mi ha apostrofato malamente. E credo che sia nodale, la Shoà, per questa mia vita fortunata. 

(Mi chiedo inoltre: Le librerie ebraiche compreranno anche 100 punti di lesbicità? Le librerie femministe Lgbt vorranno leggere anche 100 punti di ebraicità? E tu come mai ti riferisci solo a ebraicità? In fondo, in ebraicità si parla di omosessualità e in lesbicità di ebraismo: come mai si decide per l’uno o l’altro?)

Alla luce di quanto ha appena dichiarato, come si integrano i 100 punti di ebraicità coi 100 punti di lesbicità

Vorrei dire con questo lavoro: Ti rendi conto di quanto siamo simili, anche se sto parlando di ebraismo e tu non sei ebreo? Ti rendi conto che l’omosessualità è una delle possibili sessualità ed è analoga alla tua? Vorrei chiamare i lettori a una coralità, che non significa intonare una sola nota, ma capire che cantiamo la stessa canzone.

I due libri sono connessi poiché esprimono lo stesso concetto sovraordinato. Ebraismo e omosessualità in copertina negano nel testo le parole stesse della stigmatizzazione: vogliono usare l’etichetta per sovvertirla in quanto tale. Siamo tutti gli ebrei di qualcuno, siamo tutti froci perseguitati in quanto innamorati della persona ‘sbagliata’. Nulla è più scespiriano di un amore osteggiato e noi siamo tutti figli di Romeo e Giulietta. Tu, cattolico eterosessuale, sai perfettamente cosa vuol dire, malgrado le tue facilitazioni sociali. Eppure (o forse di conseguenza), le parole lesbicità e ebraicità in copertina hanno  un effetto identitario: i libri sono spesso acquistati separatamente con logiche di appartenenza.

Sarebbe stato meraviglioso, un goal da cannoniere, se i miei amici maschi ebrei eterosessuali si fossero fotografati con il libro 100 punti di lesbicità in libreria. Ma l’hanno fatto con 100 punti d'ebraicità, affettuosi e sostenitori della mia pubblicazione. Capisco perché e so aspettare la loro lettura: forse, dopo, la penseranno diversamente. Se così non fosse, posso comunque dire che ci ho provato: ci ho provato fino all’ultimo, fino a dire una parola così difficile - lesbica, ebrea - in copertina. 

Come giudica, da donna lesbica, l’attuale frattura esistente tra le donne lesbiche italiane relativamente a temi come la gpa e l’inclusione d'istanze specifiche nel quadro dei quelle dell’intero movimento Lgbti?

Le dico cosa pensodi questa questione, anche se, leggendomi, l’avrà già capito. In una società patriarcale, l’utilizzo dell’utero è normato da leggi che garantiscono, appunto, i padri. Per essere certi della paternità, la società umana è basata sul matrimonio. Lo sa che il contratto di matrimonio ebraico è un contratto di acquisto della sposa? Si chiama Ketubà. Sulla compravendita sarei interlocutoria, se permetti, visto che la mercificazione del corpo della donna è di legge da 5.000 e rotti anni.

Ecco. Io credo che, se mai avessi voluto usare il mio utero per fare figli (e non è stato così per scelta), l’avrei fatto partendo dall’assunto che si trattava del mio corpo. E, metti che io volessi portare avanti una gravidanza per dare un figlio a una coppia sterile, di qualsiasi coppia si trattasse, sarebbe stata una mia insindacabile scelta. Perché? Perché l’utero è mio e me lo gestisco io, anche se non vorrei sembrarle troppo anni ‘70.

La frattura c’è perché la chiesa, tutte le chiese, patriarcali e garantiste del sistema così com’è, imbeve le nostre coscienze con etica e morale tuonanti sulla sacralità e unica possibilità della maternità. Io sono per la gpa, ovviamente.

Infine, quale tra i 100 punti di lesbicità le sta più a cuore?

Mi permetto di rispondere con la poesia Fuori che è nel libro:

Fuori.

All'addiaccio dell'altrui sguardo.

Rivèlati. Dì la verità.

Che non è la vera verità,

Ma l'acqua in cui tutti hanno sciacquato i piatti sporchi del loro pregiudizio,

E poi il laido sei tu.

Dillo a mamma, dillo a Dio, dillo agli amici.

Fai un atto politico,

Véndicati dell'esilio nella discrezione

Con una postura scandalosa: a testa alta.

Fai un atto di coraggio,

Porgi la faccia agli schiaffi,

Che l'ha già fatto un maestro del contropiede:

Il prezzo è alto,

Ma sappiamo che il messaggio potrebbe passare.

A un metro da te quell'ultimo confine

Di ombra:

Fai il passo.

Non lasciargli la scusa dell'ignoranza,

Non lasciargli la manovra del 'non sapevo',

Trascinalo nella piena luce di te,

In fondo cosa è la co-scienza,

Se non il sapere insieme?

Il coraggio è contagioso

Quanto la paura.

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Il Teatro Off/Off in via Giulia a Roma apre questa sera la seconda stagione di programmazione con Roma caput mundi, il nuovo lavoro scritto e diretto da Giovanni Franci, già noto per L’Effetto che fa sull’omicidio di Luca Varani. 

I protagonisti della pièce sono tre 20enni (interpretati da Valerio Di Benedetto, Riccardo Pieretti e Fabio Vasco) che vivono in una periferia senza regole: un luogo caratterizzato dalla presenza della criminalità organizzata, in cui vige la legge del più forte.

A questi giovani è stato inculcato il mito del machismo: ogni orientamento sessuale non conforme è da condannare e da ciò nasce tanto loro violenza omofoba quanto l’odio per le minoranze e gli immigrati.

A poche ore dalla prima abbiamo contattato il regista e drammaturgo Giovanni Franci per saperne qualcosa di più.

Maestro, il suo nuovo spettacolo focalizza l’attenzione sull’emergenza violenza giovanile nelle periferie romane. Secondo lei, la capitale è una città razzista e omofoba? E com’è cambiata negli ultimi anni? 

Roma è una città amministrata da gente impreparata, in cui le periferie sono ostaggio della criminalità organizzata.  Una sorta di far west in cui l'unica legge vincente è quella del più forte. Tutto ciò che non è conforme, tutte le minoranze, ogni tipo di diversità sono viste come minaccia. Qualcosa da cui difendersi per affermare un io spaventato.

Il machismo raccontato in Roma caput mundi è, a suo parere, un fenomeno tipicamente italiano? Come si destruttura il machismo “culturale” nell’immaginario delle giovani generazioni? 

Il machismo è tipico di ogni Paese, in cui germina  un'ideologia di stampo fascista. È una maschera rudimentale per celare le proprie paure sottraendosi allo sforzo di provare ad affrontarle. Paradossalmente è un atteggiamento che denuncia una grande fragilità

Quali sono, secondo lei, i modelli “responsabili” dei violenti 3.0? 

I poteri forti che sono vigliacchi e da sempre sfruttano i momenti di crisi. Chi non si trova da solo strumenti per immunizzarsi e difendersi è ostaggio del modello prestabilito, che è vuoto, acritico e deve sentirsi costantemente minacciato.

Il clima politico attuale a livello nazionale incentiva, secondo lei, comportamenti violenti e aggressivi? 

Certo. Non solo li incentiva, ma li sfrutta.  Anche il fascismo salì al potere sfruttando la crisi le amarezze successive alla prima guerra mondiale. È spaventoso pensare che stia accadendo un'altra volta esattamente con le stesse modalità.

Il giorno prima del debutto del suo spettacolo, cioè ieri, è stata la Giornata mondiale del Coming Out. Cosa si sentirebbe di consigliare a un ragazzo che vuole fare coming out?

Gli direi di non avere paura. Non c'è niente di cui avere paura. Quelli che dovrebbero provare ad analizzarsi un po', perché evidentemente hanno un problema, sono gli omofobi. Loro dovrebbero risolvere la paura che provano, quantomeno per crescere un po' come uomini.

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È ancora polemica per la partecipazione del rapper romano Pretty Solero (nome d’arte di Sean Michael Loria) al Lovefest, la maratona di musica rap/trap, in programma il 12 ottobre presso l'Ex Dogana di Roma.

Giorni fa l’artista aveva infatti annunciato su Instagram che, durante la serata, avrebbe apostrofato come frocio il giornalista de Il Messaggero Marco Pasqua, reo di essere nemico di Roma

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Ieri è arrivata la ferma condanna da parte di Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, che ha auspicato una «netta presa di posizione e conseguente dissociazione da parte degli organizzatori dell'Ex Dogana»» e il conseguente «allontanamento dall'evento di Pretty Solero, perché Roma tra i suoi nemici non ha di certo i froci ma i bulli come Pretty Solero».

Nel pomeriggio di oggi è anche intervenuta l’attivista Imma Battaglia, che in un post su Facebook ha scritto: «Sta accadendo qualcosa di improbabile e succede proprio nelle ore in cui tutti noi celebriamo il #ComingOutDay.

L'Ex Dogana è la location che si prepara ad organizzare una #kermessefondamentale per la rinascita della #Sinistra. La grande piazza pubblica scelta da Nicola Zingaretti per quest'occasione, non può e non deve poter ospitare artisti che inneggiano all'odio, alla violenza e all'omofobia.

Per tanto chiediamo a gran voce l'annullamento di questa data e chiediamo l'intervento di #NicolaZingaretti contro questo vergognoso #attaccoomofobo di cui è vittima il giornalista e amico Marco Pasqua, da sempre impegnato nelle lotte a favore dei #dirittiLGBT.

La mia #solidarietà a #MarcoPasqua e tutto il mio sdegno per questi artisti (se così possiamo definirli). Trap, rap, dj. Qualsiasi sia la vostra identità artistica, poco importa d'innanzi all' #omofobia di cui vi siete macchiati».

Ma dai responsabili dell’Ex Dogana nessuna risposta, mentre Pretty Solero su Instagram ha rincarato la dose: «Domani è il giorno. Sono il creatore, l'inventore dell'amore. Mi danno dell'omofobo sui giornali, del fascista, del violentoCavolate. Domani penseremo solo a divertirci, a ballare, a sognare».

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C’è chi lo demonizza giudicandolo quale conservatore nemico delle donne e dei diritti tout court. Il tutto in nome d'una idea monolitica di famiglia ormai superata.

C’è poi, invece, chi lo considera elemento di svolta per un nuovo diritto di famiglia: l’inizio di un nuovo corso, insomma, in difesa del diritto dei padri a ricoprire il ruolo genitoriale dopo la fine del matrimonio e a non versare più alcun contributo economico all’ex moglie.

Il disegno di legge a firma del senatore gandolfiniano Simone Pillon, che intende rivedere le norme sull’affido condivido dei figli in caso di divorzio e il loro mantenimento, fa già scaldare e dividere gli animi da una parte e dall'altra.

Per capire cosa dice esattamente il ddl, prima di essere pro o contra, abbiamo raggiunto l'avvocato civilista-matrimonialista Mario Melillo, dello studio legale romano Lana-Lagostena Bassi.

Avvocato Melillo, cosa introduce di nuovo il disegno di legge Pillon?

Il ddl Pillon si vorrebbe ispirare alla necessità di preservare un ruolo paritario tra i genitori, in caso di separazione e scioglimento del matrimonio, nell’esercizio attivo della responsabilità genitoriale, stimolando un impegno e valorizzando l’apporto comune, sia in termini di frequentazione che in termini economici, alla conservazione, a beneficio del minore, di una “bigenitorialità attiva”.

Come ben saprà, dal momento della presentazione del ddl, il senatore Pillon è stato duramente attaccato soprattutto dalle associazioni femministe perché vedono nella norma (qualora fosse approvata) un attacco alle donne/madri con forti traumi per i figli. Da parte sua, secondo lo stesso relatore proponente, la nuova norma sarebbe tutta a tutela dei figli.

Data la sua esperienza in cause di divorzi, cosa c’è di vero?

In effetti, è proprio il caso di dire “sarebbe”. Ma in realtà, pur non volendo aprioristicamente criticare l’intento della proposta di legge, le nuove norme prospettate sono ben lontane dal tutelare i figli. Anzi, questi ultimi diventano un mero strumento del conflitto genitoriale che, a ben vedere, appare più improntato a un’artificiosa parificazione dei ruoli genitoriali, anziché affrontare e realizzare nel modo meno traumatico possibile la salvaguardia della serenità dei minori, vale a dire delle vere “vittime” del trauma della separazione genitoriale.

Quali sono, a suo avviso, gli aspetti negativi?

Gli aspetti critici, a mio avviso, consistono nell’errore di fondo di voler parificare a tutti i costi ruoli, posizioni e funzioni dei genitori separati, quando la realtà dimostra che essi sono fortemente influenzati dalle condizioni economiche di ciascuno di essi. Esemplificando: si pretende che entrambi i genitori contribuiscano economicamente ciascuno per suo conto al mantenimento dei figli.

Si dimentica che le famiglie sono spesso composte da persone tra i quali vi è una forte, se non incolmabile, differenza di condizione economica. Si pensi al caso tipico di un padre - uomo in carriera, con alta redditività e capacità patrimoniale - e di una madre – casalinga -, che ha dedicato tutta la vita alla famiglia e ai figli, la cui reddituali immediata è pari allo zero. Quale contributo al mantenimento per i figli potrà mai essere assicurato da quest’ultima? Ciò significa che nei periodi di frequentazione materna i figli dovranno vivere di stenti e privazioni, magari costretti a soggiornare in un ambiente domestico ai limiti della decenza?

C’è poi la questione delle due residenze e due abitazioni dei figli…

Quanto poi a questo aspetto, la proposta prevede che i figli convivano, a cadenze regolari, alcuni giorni con il padre, altri con la madre: i figli, in sostanza, diventano fagotti viaggianti al servizio della riaffermazione personale dei genitori. E inoltre: nei periodi in cui i figli soggiornano presso il padre in carriera (si pensi ad un manager tipo Marchionne) quanto in effetti il padre si occuperà di loro? Ogni commento mi pare superfluo.

Cos’altro le sembra discutibile?

Altro aspetto non condivisibile è la mediazione familiare obbligatoria e a pagamento. A parte il fatto che gli strumenti di negoziazione assistita previsti dalla legge vigente ben si inseriscono in un contesto di crisi genitoriale, e sono funzionale ad attenuarne - grazie all’ausilio degli avvocati (nell’ovvio presupposto di professionisti esperti della materia e sensibili alla salvaguardia del supremo interesse della prole minorenne) - derive irragionevoli perché ispirate a intenti vendicativi, anziché collaborativi; a parte ciò, dicevo, prevedere una mediazione obbligatoria laddove al 90% dei casi la crisi è irreversibile si traduce in un’inaccettabile pretesa dello Stato di vessare la parte economicamente più debole, obbligandola a sforzi onerosi ed il più delle volte inutili. A beneficio di chi, poi?

Potendo essere corretto, in quali aspetti dovrebbe essere rivisto il disegno di legge?

Un correttivo all’attuale normativa, a mio avviso, dovrebbe concentrarsi su una maggiore concentrazione dei tempi dei processi di separazione e divorzio, anziché intervenire su una disciplina sostanziale che deve essere giocoforza adattata caso per caso con criteri chiari, sufficientemente elastici, ma in tempi più rapidi di quelli attuali. Ma questa è un’altra storia.

Che nuovo tipo di famiglia e di responsabilità genitoriale si concretizzerebbe se questo disegno di legge venisse approvato? Migliore o peggiore dell’attuale?

La proposta, a mio avviso, non guarda all’interesse dei minori ma esclusivamente a quello dei genitori. Forse in modo troppo condiscendente rispetto agli input di lobby le cui istanze vanno sì ascoltate, ma nelle sedi opportune. E qui mi appello alla sensibilità, alla professionalità e alla competenza della magistratura. Il quadro che si prospetta dalla proposta, pertanto, è quello di una responsabilità solo apparentemente paritaria, ma in pratica condizionata alle rispettive capacità economiche e gestionali dei genitori. Quanto ai figli, vedo solo grande confusione e sofferenze ulteriori.

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Ieri elezioni alle cariche sociali del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli con un cambio significativo. Il mandato avrà una durata triennale (fino al 2021) anziché annuale com’è stato finora.

Riconfermato quale presidente della storica associazione della capitale Sebastiano Secci, che fra l’altro è da anni portavoce del Roma Pride. Ad affiancarlo nel ruolo di vice sarà Valerio Colomasi Battaglia, già tesoriere. Ruolo, questo, che sarà ricoperto da Daniele Di Girolamo. Eletti, invece, consiglieri Claudio Mazzella e Massimo Marra mentre il Comitato di controllo sarà composto da Antonello Sollo, Luca Lobuono, Marco Mancini.

Secci ne ha dato così notizia in un post su Facebook.

«Continua l’avventura alla presidenza del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli fino al 2021 – si legge – con l’insostituibile compagno di lotta Valerio e i nuovi compagni d’avventura Daniele, Claudio e Massimo. I miei complimenti anche ai tre nuovi membri del Comitato di Controllo Antonello, Luca e Marco.

Un pensiero speciale a chi questo progetto politico l’ha sostenuto dall’inizio, condividendone con me e Valerio la responsabilità politica Rossana Praitano. È stato fondamentale iniziare questa esperienza con la ‘’scuola Praitano’’ ma ancora più importante è sapere che continuerà ad essere un punto di riferimento per me e per tutta l’associazione.

Grazie a tutte le socie e i soci del Circolo, ci aspettano tre anni difficili di grandi lotte e conquiste, che il potere della favolosità sia con noi!».

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