Storica, importantissima e coraggiosa. Così il Coordinamento Torino Pride ha definito in una nota la decisione della sindaca Chiara Appendino di procedere alla registrazione dell’atto di nascita di Niccolò Pietro quale figlio di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni indicando altresì «che è stato concepito grazie alle tecniche di fecondazione eterologa in Danimarca».

Ma non solo, perché la prima cittadina del capoluogo sabaudo trascriverà anche «tutti gli atti di nascita dei bambini e delle bambine nate all’estero da coppie omogenitoriali».

Una riserva sciolta dopo «molti incontri e giornate di riflessione insieme ai rappresentanti del Coordinamento Torino Pride» dalla stessa sindaca con un lungo post sulla sua pagina Fb.

«L'amore di una famiglia – si legge in esso - è un diritto che va oltre a qualsiasi categoria o definizione socialmente impostaQuesto semplice principio, che da sempre guida la nostra azione politica, vogliamo ribadirlo in questi giorni con rinnovata forza.

Per la prima volta la Città di Torino si trova dinnanzi a casi inediti di nuove forme di genitorialità che richiedono del tutto legittimamente il riconoscimento di quella che per loro è una famiglia, intesa come luogo fisico ed emotivo in cui due o più persone si amano e costruiscono insieme il futuro proprio e dei propri figli.

Oggi l’Italia non è ancora pronta a riconoscere legalmente queste famiglie e ci si trova davanti a ostacoli burocratici tanto fastidiosi nella loro forma quanto difficili da superare. Tuttavia la nostra posizione politica è chiarissima. Lo è sin da quando all'inizio del nostro mandato, insieme all’assessore ai Diritti, Marco Alessandro Giusta, abbiamo dato un segnale scegliendo di cambiare la forma stessa degli atti del Comune, modificando nei dispositivi il termine “famiglia” con il plurale “famiglie"».

Un importante risultato, dunque, al cui raggiungimento ha largamente contribuito l’avvocato Alexander Schuster. Il quale, oltre a essere il legale di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni, lavora da novembre col Comune di Torino su mandato di alcune coppie di mamme, i cui figli sono nati all’estero.

A Gaynews ha espresso la sua soddisfazione dichiarando: «Abbiamo appreso dalla stampa dello scioglimento della riserva della sindaca nel tardo pomeriggio e non tramite fonti dirette. Presumiamo che in queste ore sia stato formato il primo atto di nascita di un bimbo nato in Italia riconosciuto subito con due madri. Finalmente si è fatto breccia grazie al piccolo Niccolò Pietro».

Raggiunto telefonicamente durante un viaggio all’estero, l’assessore Marco Giusta ha dichiarato da parte sua: «Sono felicissimo e orgoglioso di questo risultato. Spero che il volo di ritorno mi consenta di essere presente a questo momento storico. Ringrazio la sindaca per il coraggio, l'assessora Pisano e gli uffici per il lavoro di mesi ma anche il Coordinamento Torino Pride e le singole associazioni impegnate sul territorio».

Il momento storico è chiaramente quello della registrazione dell’atto di nascita di Niccolò Pietro e delle accennate trascrizioni, che dovrebbe cadere agli inizi della prossima settimana.

Ciò renderà davvero speciale la Festa delle famiglie fissata al 6 maggio. Come detto da Alessandro Battaglia, coordinatore del Coordinamento Torino Pride, «l'appuntamento è dalle 11:30, in piazza Carlo Alberto, per la più grande e felice Festa delle Famiglie che mai si sia vista per non dimenticare mai che “i diritti dei bambini vengono prima di tutto”».

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Il 20 aprile 2017 si verificò a Parigi sugli Champs-Élysées un attacco terroristico a seguito del quale, oltre all’attentatore, morì l’agente Xavier Jugelé, componente di Flag!, l'associazione Lgbtq della gendarmeria francese.

A un anno esatto di distanza dall’attentato jihadistico gli organizzatori della 33° edizione del Lovers Film Festival di Torino, accogliendo una felice intuizione del fondatore e presidente Giovanni Minerba, hanno deciso di ricordare il poliziotto di Bourges con il cortometraggio Xavier di Jo Coda.

Ne abbiamo parlato proprio col regista di origine cagliaritana a poche ore dalla proiezione torinese.

Jo, come nasce il corto Xavier?

Il film nasce dalla profonda commozione che ho provato nell’assistere alle esequie di Xavier. Il suo compagno che legge una lettera che non può essere rappresentata da alcun protocollo. La globalizzazione del dolore che amplificato all’ennesima potenza si traduce in profonda intimità.

Quella di Xavier è una vita spezzata. Può considerarsi la sua vicenda una storia che riguarda ognuno di noi?

Quando a seguito del fatto in sé prende vita un atto di mobilitazione globale, commozione globale, che appunto trascende dalla mera notizia di cronaca assumendo un valore universale.

Nel tuo corto c’è un’alternanza tra visibile e invisibile, tra buio e luce, tra amore e violenza, tra eros e morte. È questo che hai voluto raccontare?

Nella tua domanda Rosario, lucida sintesi del mio film, si innesta il mio sì. La quotidianità come risultanza, sintesi, dei gesti più semplici. Con l’eccezione che qui la morte spezza senza poesia una vita, senza alcun motivo.

C’è in Xavier uno svelamento del rimosso?

Anche quando riusciamo parzialmente, a rimuovere, sospingere fuori dall’oscurità dell’inconscio episodi, eventi traumatici e sentimenti, questo “esercizio” non può mai soddisfare pienamente la nostra sete di sapere, poiché sembra connaturata in noi la continua, spasmo di ricerca di una rivelazione impossibile, velata dal tenace sudario dei nostri limiti di conoscenza.

Mostri la quotidianità dell’amore fatta da piccoli gesti. Il preparare la tavola con cura appare come l’attesa di una felicità. È cosi?

I gesti più semplici, le parole più chiare, sono alla base della nostra quotidianità. Ci si prende cura l’uno dell’altro, desiderosi di poter sempre essere ricambiati. E la felicità si manifesta, a tratti, lungo il nostro percorso anche laddove i segni del nostro amare sfumano o si confondono nel costante caos in cui siamo immersi.

Il fanatismo uccide e tu ci racconti lo shock. Oltre a Xavier ne siamo anche noi vittime?

Noi siamo coloro che restano, che sopravvivono, che hanno il dovere di ricordare e fare in modo che nulla venga dimenticato. Chi resta diventa suo malgrado, ma io direi anche per sua fortuna, il custode della memoria, della propria identità e storia. Sottrarsi a questo, sottrarsi al ricordo, è un atto superficiale, irresponsabile e conformista.

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Niccolò Pietro è nato a Torino il 13 aprile presso l’ospedale ostetrico-ginecologico Sant’Anna. Una gioia indescrivibile per Chiara Foglietta, consigliera comunale dem, e per la sua compagna Micaela Ghisleni.

Gioia purtroppo turbata dalla secco rifiuto che l’Ufficio Anagrafe (tanto quello presente presso la struttura ospedaliera quanto quello centrale del capoluogo sabaudo) ha opposto il 16 aprile alle due donne in merito al riconoscimento del neonato quale figlio d’entrambe.

Come se non bastasse, è stata ritenuta irricevibile la dichiarazione di Chiara sul concepimento di Niccolò Pietro a seguito di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo con gamete maschile di donatore anonimo come peraltro indicato in tutta la cartella clinica.

«Oggi a noi – ha dichiarato la consigliera comunale - viene negato il diritto di inserire dichiarazioni veritiere nell’atto di riconoscimento e a nostro figlio il diritto a un’identità corrispondente alla realtà, il diritto a conoscere l’insieme di eventi che hanno determinato la sua esistenza».

Soliderità piena a Chiara e a Micaela è stata subito espressa dal Coordinamento Torino Pride, che in una nota ha affermato: «Oggi più che mai è necessario che la politica si assuma la responsabilità di gesti importanti soprattutto che non costano nulla e che non incidono in nessun modo sui bilanci o sui conti martoriati ma che invece possono risolvere problemi che rendano una Famiglia, come quella di Chiara e Micaela o di Piero e Francesco, più sicura e felice.

Chiediamo quindi alla sindaca, Chiara Appendino, di agire con forza, energia e in coscienza per risolvere questi problemi confermando con i fatti che un Assessorato alle Famiglie è e resta un punto fermo della sua amministrazione e che, dove esiste un vuoto normativo, il coraggio, la tenacia e l’amore lo possono riempire».

Sull’incresciosa vicenda Gaynews ha chiesto il parere all’avvocato Alexander Schuster, che sta seguendo legalmente Chiara e Micaela.

Avvocato Schuster, per l’Ufficio Anagrafe di Torino Niccolò Pietro non può essere registrato come figlio di Chiara e di Micaela: perché?

Gli ufficiali di Stato civile (come peraltro anche alcuni giudici) tendono a seguire di più circolari e regolamenti che principi contenuti nella Costituzione, nelle convenzioni internazionali, ma anche nella stessa legge n. 40/2004 sulla p.m.a. E poiché nessuna norma prevede il riconoscimento di due madri (ma nessuna espressamente lo vieta), si sostiene che solo la partoriente può divenire genitore e poco importa che il bambino avrà solo uno e non due genitori. Ma anche gli ufficiali di Stato civile devono rispettare la Costituzione e realizzare i suoi importanti obiettivi.

La Corte costituzionale ha detto in più occasioni che il bambino deve essere tutelato rispetto all’adulto, a tutti gli adulti che hanno deciso di farlo nascere. Micaela non vuole sottrarsi a questa sua responsabilità, ma il Comune per ora glielo impedisce.

L’Ufficio Anagrafe ignora volutamente che Niccolò Pietro è stato generato mediante pma e lo registra come “nato da un’unione naturale con un uomo”. Come giudica tale situazione?

È assolutamente una situazione ridicola e imbarazzante per un “ordinamento” giuridico. Questo profilo della vicenda testimonia di un disordine più che di un ordine. Da una parte abbiamo diversi reati nel codice penale per chi fa false dichiarazione negli atti dello stato civile. Dall’altra, si chiede a Chiara Foglietta di dichiarare che il bambino è nato da un rapporto sessuale quando non solo è dichiarata una realtà diversa, ma questa è pure documentata.

Ad oggi sono riuscito a convincere solo un Comune toscano ad adeguare la formula con cui scrivere l’atto di nascita alla realtà e a riconoscere che c’è stata una fecondazione assistita con donatore. È la causa del Tribunale di Pisa che recentemente è giunta in Corte costituzionale. Un risultato importante che oggi è diventato pubblico, ma che è l’esito di mesi di lavoro e frutto della fortuna di avere dall’altra parte un funzionario che è fra gli esperti nazionali in materia di stato civile.

Esiste in tale materia una giurisprudenza di legittimità cui adeguarsi?

Attenzione, qui non stiamo parlando di trascrizione, cioè di riconoscere un atto di nascita straniero che già esiste. Qui il bambino è nato in Italia e quindi non c’è ancora nessun atto di nascita. D’altra parte, non è nemmeno concepibile che una donna al nono mese si metta in macchina alla volta della Spagna per ottenere un certificato con due madri da riportare in Italia (e la giurisprudenza è unanime sul fatto che vada integralmente riconosciuto). Un tale risultato deve essere possibile, proprio per i principi richiamati dai giudici italiani, sin dall’inizio, se il bambino nasce in Italia.

Quale responsabilità grava a suo parere sul legislatore in riferimento alla mancanza di tutela piena dei minori nati in coppie omogenitoriali o da single attraverso pma?

Il Ministero dovrebbe innanzitutto adeguare le formule. Un bambino su venti nasce in Italia da tecniche di riproduzione assistita, però per lo Stato civile italiano tutti sono nati da un rapporto sessuale. Questo è un problema di verità che riguarda tanto coppie etero- quanto omosessuali. Poi c’è il problema specifico delle coppie arcobaleno. Il Legislatore ha preferito lasciare che la matteria venisse regolata dai giudici. Chissà, forse è meglio, certo è un percorso più laborioso e lungo.

Comunque a Torino si sta iniziando ad affrontare la questione e speriamo che la sindaca Appendino e l’assessore Pisano diano un segnale importante a tutela del piccolo Niccolò Pietro e delle sue mamme. Noi siamo pronti a difendere davanti ai giudici il passo avanti che stiamo chiedendo ai vertici politici. Da qualche parte occorre pur cominciare.

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Il 20 aprile, giorno di inizio del Lovers Film Festival, ricorre un anniversario importante per la comunità Lgbti e non solo: nel 2017, infatti, gli Champs-Élysées a Parigi sono stati scenario di un terribile attentato terroristico che ha portato alla morte di un agente, Xavier Jugelé, componente da diversi anni di Flag!, l'associazione Lgbtq della polizia e della gendarmeria francese.

Lovers, non senza commozione, ha deciso di ricordare questo triste episodio durante la cerimonia di inaugurazione con il cortometraggio Xavier, a lui ispirato, di Jo Coda.

«I Film che cambiano la vita credo continui a essere il leitmotiv che ci accompagna, caparbiamente voluto non solo da chi dà tutto se stesso per giungere a questi risultati - la squadra di lavoro per esempio che si prodiga con amore - ma anche tutte le istituzioni politiche e culturali che continuano a sostenerci». Con questi pensieri il presidente Giovanni Minerba si appresta a iniziare il 33° Lovers Film Festival, il più antico festival Lgbtqi d’Europa.

Gli fa eco la direttrice Irene Dionisio, visibilmente commossa, con questa parole: «Come ricorda già il nostro nome è l’amore che muove tutto. L'amore che Giovanni Minerba, fondatore con Ottavio della rassegna e ora presidente, ha portato in sala con I film che cambiano la vita e che spinge l’intera squadra a proseguire in questa avventura. Un'avventura a volte dolce ed entusiasmante, a volte aspra e piena di difficoltà, ma con moltissimi compagni di strada che credono nella domanda Da Sodoma a…?.

Con il desiderio di portare avanti un discorso sul cinema e la vita, senza sconti, credendo che la cultura sia un mezzo di elevazione estetica e spirituale ed i festival organismi che vivono di persone e sentimenti e non di algoritmi perfetti». Una sintonia perfetta, dunque, tra Minerba e Dionisio, come s'evince anche dalla bella intervista congiunta concessa oggi a Daniela Lanni de La Stampa.

Il festival si concluderà il 24 aprile presso la Multisala Cinema Massimo: sarà un festival cinefilo, ma anche militante e pop, e si concentrerà sul tema dei diritti Lgbtqi attraverso i concorsi cinematografici, gli eventi speciali e Off.

Madrina d’eccezione del festival sarà Valeria Golino: una delle più amate attrici, registe e produttrici italiane, protagonista, ai più alti livelli, del panorama cinematografico internazionale. Ospite d’onore, invece, Robin Campillo, ultimo vincitore del Gran Prix a Cannes e vincitore della Queer Palm con un omaggio e una masterclass a numero chiuso in collaborazione con Franck Finance-Madureira, presidente e fondatore della Queer Palm di Cannes.

Come da tradizione Lovers non avrà come protagonista solo il grande cinema internazionale ma anche la musica: saranno infatti ospiti della rassegna Francesco Gabbani, Nina Zilli e l’”icona gay” Immanuel Casto.

Infine due grosse novità per il 2018.

Lovers Goes Industry, cioè il primo spazio di incontro e di confronto dedicato all’industria cinematografica Lgbtqi che nasce grazie alla collaborazione con l’Associazione Culturale Drugantis e al supporto di Compagnia di SanPaolo.

E il Focus Pride: un’iniziativa speciale nata in seguito alla collaborazione - avvenuta durante la 32° edizione – con il Coordinamento Torino Pride, che ha portato all’individuazione di quattro parole chiave alle quali sono state abbinate quattro pellicole. Il focus sarà introdotto da un approfondimento dedicato al modo in cui i media rappresentano le persone LgbtqI a cura di Diversity, l'associazione fondata da Francesca Vecchioni.

Madrina della sezione sarà Monica Cirinnà a cui sarà consegnato, lunedì il 23 aprile, il premio Milk.

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Esce oggi in varie città italiane The Constitution – Due insolite storie d’amore di Rajko Grlić. Pellicola distribuita nel nostro Paese da Cineclub Distribuzione.

A Torino l’appuntamento è domani alle 21,15 al Cinema Esedra con il presidente del Lovers Film Festival (Torino, 20/24 aprile) Giovanni Minerba e con il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, che introdurranno la proiezione. Per avere diritto al biglietto ridotto la “parola d’ordine” è Coordinamento.

The constitution

Intolleranza e odio non sono concetti sconosciuti in Europa. Negli ultimi anni è come se si stesse diffondendo una nuova ondata di intolleranza, ideologie accecanti e fanatismo. Un odio aggressivo tra diverse nazioni e religioni, tra nativi e immigrati, tra chi ha e chi non ha...”

“Voglio raccontare cose difficili con un sommesso sorriso sulle labbra, con il calore affettuoso che si può provare anche per i personaggi più negativi. Solo allora potrò raggiungere coloro che la pensano diversamente e vedono le cose in modo differente, coloro che odiano a priori e che non mettono mai in dubbio l’odio che provano.”

Queste dichiarazioni del regista Rajko Grlić potrebbero bastare per andare con fiducia a vedere questo bellissimo film che racconta la Croazia attraverso il personaggio principale, Vjeko, un insegnante di scuola superiore che ha dedicato tutta la sua vita allo studio della lingua e alla storia della nazione.

Vjeko è omosessuale. Vive in un appartamento nel centro di Zagabria con il padre che, durante la seconda guerra mondiale, era un ufficiale dell’esercito fascista croato e ora è costretto a letto da oltre sei anni.

Ma i suoi giorni passano nel ricordo dell’amore della sua vita, il violoncellista Bobo, che lui celebra attraverso un “rito” quasi quotidiano, notturno, nelle passeggiate a notte fonda vagando per le vie di Zagabria vestito da donna.

Una notte un gruppo di uomini lo ferma, lo picchia e lo abbandona in strada privo di sensi. In ospedale incontra Maja, un’infermiera che abita nel seminterrato del suo stesso palazzo. La donna lo riconosce e inizia a prendersi cura di lui e di suo padre. In cambio Vjeko accetta di aiutare il marito di Maja, il poliziotto Ante, a preparare un esame sulla Costituzione croata. La storia di tre persone molto diverse tra loro, e che, inaspettatamente e contro la loro volontà, si ritroveranno unite e dipendenti l’una dall’altra.

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Il 9 aprile si svolgerà la conferenza stampa e verrà svelato l’intero programma della 33° edizione del Lovers Film Festival di Torino (20/24 aprile) - le cui madrine saranno Valeria Golino e la senatrice Monica Cirinnà - ma i due nomi che sono stati annunciati oggi e ieri danno già una chiara fotografia dell’enorme lavoro svolto in questi mesi dal presidente Giovanni Minerba, dalla direttrice Irene Dionisio, dai selezionatori e da tutto lo staff del festival. 

Notizia fresca fresca e che sta agitando gli animi pacati degli abitanti del capoluogo subalpino è la presenza a sorpresa di Rupert Everett il 10 aprile alle 21:00 al Cinema Massimo per l’anteprima nazionale del film The Happy Prince - L’ ultimo ritratto di Oscar Wilde - di cui è interprete e regista -, promossa dal 33° Lovers Film Festival e dal Museo Nazionale del Cinema. La pellicola prodotta da Palomar e distribuita da Vision Distribution sarà nelle sale italiane dal 12 aprile 2018. Biglietto unico di ingresso riservato ai maggiori di 18 anni a 3 euro.

La serata sarà introdotta dal saluto di Rupert Everett, della presidente del Museo Nazionale del Cinema, Laura Milani, e del presidente e della direttrice del Lovers Film Festival, Giovanni Minerba e Irene Dionisio. Il divo sarà anche protagonista di un dibattito dopo la proiezione del film.

Ieri è stata invece annunciata la presenza alla serata di apertura del festival, che si svolgerà il 20 aprile alle 20:30 presso la Sala 1 del Cinema Massimo, Francesco Gabbani che eseguirà un mini set acustico. ll celebre cantautore, molto amato dalla comunità Lgbti, ha vinto il Festival di Sanremo nel 2017 con Occidentali’s Karma che ha ottenuto 5 Dischi di Platino; il video, con più di 185 milioni di visualizzazioni, ha superato molti record ed è stato il video di un artista italiano più visto nel nostro Paese nel 2017. 

Ora non resta cha attendere il 9 per conoscere tutto il resto. Appuntamento a Torino dal 20 al 24 aprile

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Il rinvio a giudizio di Silvana De Mari, disposto il 21 marzo dal gup del Tribunale di Torino Alfredo Toppino, ha suscitato prevedibili polemiche.

A partire dalla diretta interessata che, imputata del reato di diffamazione continuata e aggravata contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, ha continuato a difendere sulle colonne de La Verità la giustezza delle dichiarazioni rilasciate il 13 gennaio 2017: «I pedofili si chiamano ‘map’, persone attratte da minori. Il circolo Lgbt di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia. Capite che cosa sta accadendo oggi nell’indifferenza quasi generale?».

Il 23 marzo a scendere in difesa dell’endoscopista e scrittrice di romanzi fantasy è stato l’ex senatore Carlo Giovanardi che ha affermato: «Il rinvio a giudizio a Torino della dott.ssa Silvana De Mari costituisce un gravissimo attacco alla libertà di pensiero garantita dalla nostra Costituzione.

La De Mari, querelata per diffamazione dal circolo omosessuale Mario Mieli dovrà rispondere di una opinione esattamente coincidente con quella espressa dai senatori Giovanardi, Gasparri, Malan e Formigoni che, nell'atto di sindacato ispettivo n. 2-00295, pubblicato negli atti della seduta 549 del 5 agosto 2015 del Senato della Repubblica, scrivevano: A giudizio degli interpellanti, la pedofilia e la pederastia sono dunque parte essenziale del pensiero di Mario Mieli, all'interno di un quadro dove, così come l'omosessualità e gli altri comportamenti, non costituiscono condotte da tollerare o da comprendere, ma un aspetto indispensabile all'emancipazione dell'individuo e della società; se si tolgono questi assunti dall'opera del 'filosofo' scomparso non resta quasi nulla.

Ricordo che nel Capitolo 1,8 del libro di Mario Mieli Elementi di critica omosessuale l'autore scriveva: Noi, sì, possiamo amare i bambini, Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo accogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l'amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega calando sul suo erotismo la griglia edipica… la pederastia invece è una freccia di libidine scagliata verso il feto». L’esponente di IDeA - Popolo e Libertà ha quindi aggiunto: «È evidente che ormai suona forte l'allarme democratico se chi ha criticato un circolo che ha scelto di intitolarsi questo personaggio si trova addirittura messo sotto processo».

Circa i rilievi giovanardiani l'avvocato Michele Potè di Rete Lenford ha osservato: «La libertà di manifestazione del pensiero è un diritto costituzionale che dev’essere contemperato con altri beni giuridici quali l’onore e la reputazione. 30 anni di giurisprudenza di legittimità hanno stabilito dei limiti che non possono essere travalicati. Tra questi il rispetto della verità e la continenza espositiva.

Ora accostare il pensiero di Mario Mieli – che va fra l’altro contestualizzato nel periodo storico in cui visse – a quello degli attuali soci e socie della storica associazione romana, per dedurne un sostegno alla pedofilia o alla coprofagia, costituisce un travalicamento dei limiti della verità e della continenza. Se in Italia vigessero, come in altri Paesi, norme contro l’hate speech l’imputazione a carico della dottoressa De Mari sarebbe più ben grave».

Raggiunto telefonicamente, il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli Sebastiano Secci ha così commentato le dichiarazioni di Giovanardi: «Sono ormai 35 anni che le socie e i soci del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli lottano per la tutela dei diritti riconosciuti dalla Costituzione, fra i quali anche la libertà di pensiero, spesso scendendo in piazza per combatterne le violazioni ma, tranquillizziamo l’ex senatore Giovanardi, non è questo il caso.

Il discorso sul pensiero di Mario Mieli è affascinante quanto complesso e, pertanto, forse non sempre immediatamente compreso da tutti. Ciò che è immediato comprendere, tuttavia, è che stralciare pezzi di un testo, qualsiasi esso sia, ignorandone spazio, tempo e, più in generale, contesto di stesura, equivale a travisarne coscientemente il senso.

Ad ogni modo, fra “criticare” i fondatori del Circolo per la scelta di intitolare l’associazione a Mario Mieli - scelta che, a scanso di equivoci, tutte e tutti noi soci rivendichiamo con orgoglio - e accusarci di simpatizzare con pedofilia e necrofilia c’è differenza e, secondo la Procura di Torino, questa differenza è penalmente rilevante. Noi non intendiamo più soprassedere, agiremo contro chiunque continui ad infangare la nostra storia».

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Alfredo Toppino, giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Torino, ha disposto il rinvio a giudizio per l'endoscopista e scrittrice di romanzi fantasy Silvana De Mari, imputata del reato di diffamazione continuata e aggravata contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. A sostenerne le parti in aula l’avvocato Michele Potè di Rete Lenford. Mauro Ronco, legale della medica d'origine casertana, aveva poco prima disquisito sul diritto di manifestare il proprio pensiero chiedendo perciò il non luogo a procedere nei riguardi della sua assistita. 

Ma il gup ha disposto diversamente fissando l'udienza dibattimentale al 21 marzo 2019 presso il tribunale monocratico della Sezione terza penale. Raggiunto telefonicamente, l'avvocato Potè si è detto soddisfatto della decisione del magistrato aggiungendo però di essere rimasto un po' sorpreso che il processo inizi a tale distanza di tempo. Un processo che verterà essenzialmente sulla figura e il pensiero di Mario Mieli in materia di pedofilia, coprofagia e necrofilia, sulla cui base Silvana De Mari pretende di «assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche».

La notizia è stata così commentata a Gaynews da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli: «Siamo soddisfatti del rinvio a giudizio e siamo sicuri che, anche nel corso del processo, verrà chiarito che la misura è colma.

Non si può diffamare impunemente la comunità Lgbt+ né, tantomeno, accusare la nostra storica associazione di inneggiare a pedofilia, necrofilia e coprofagia. Abbiamo reagito e continueremo a farlo».

 

 

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Sabato 3 marzo si è tenuto a Roma presso la Casa del Cinema l’evento dal titolo Negli occhi il cinema nelle mani l’amore in ricordo di Ottavio Mario Mai (Roma, 9 dicembre 1946 – Torino, 8 novembre 1992), che fondò ne 1986 a Torino con Giovanni Minerba, suo compagno di vita, la prima rassegna internazionale di cinema Lgbti. Oltre a Giovanni erano presenti quali relatori l’infettivologa Antonella Cingolani (Policlinico Gemelli, Roma), la psicoterapeuta Antonella Palmitesta, la presidente di Nps Italia Margherita Errico, il presidente di TGenus Magna Graecia Miki Formisano e il presidente di Senes Angelo M. Fioredda.

L’evento si è aperto con la proiezione del docufilm Ottavio Mario Mai. Un docufilm che, dedicato appunto a Ottavio, ne mette in luce la sensibilità sia come regista e  sceneggiatore sia come interprete di una collettività Lgbti che, proprio negli anni ’80 del secolo scorso, iniziava a essere sempre più visibile nel Paese.

Molti nel documentario gli aspetti che hanno un valore forte e significativamente attuale. Dal coming out in famiglia e nella società civile alla quotidianità di una coppia di due persone dello stesso sesso fino alla sessualità nella sua dimensione rivoluzionaria. Il tutto espresso attraverso l’esperienza di Ottavio Maria Mai, un uomo dai molti pudori e al contempo senza pudori. Quella che viene narrata è una vita vissuta giorno per giorno in un gioco di ombre e di luci, vissuta a piena mani anche tra i dolori e le contraddizioni sia familiari sia sociali.

Ricordare Ottavio ha anche significato parlare di cinema, di comunicazione, di amore e, in particolare, di Hiv. E come, a più di 35 anni dalla relativa scoperta, si siano fatti grandi passi in avanti nel campo terapeutico e nel conseguente miglioramento della qualità di vita delle persone sieropositive.

Tutti gli esperti presenti hanno anche posto l’accento su, come a fronte di tali traguardi, resti ancora deficitaria l’opera di sensibilizzazione alla prevenzione dell’Hiv, le cui nuove diagnosi in Italia sono state 3.451 per l’anno 2016. È stato sottolineato lo scarso interessamento dello Stato in tale ambito e il duro lavoro, al contempo, condotto dalle associazioni – soprattutto quelle di persone sieropositive –, che spesso si trovano a operare con mezzi e risorse inadeguate.

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Il 3 marzo 2018 a Roma (ore 18:40) presso la Casa del Cinema sarà proiettato il docufilm Ottavio Mario Mai, scomparso nel 1992. Occasione, questa, per fare anche il punto della situazione su Aids/Hiv a oltre 30 anni dalla scoperta. Un evento, questo, che è patrocinato, fra l'altro, anche da Gaynet.

Per saperne di più abbiamo intervistato Giovanni Minerba, compagno d’una vita di Ottavio Mai e fondatore  con lui della rassegna cinematografica Lgbti Da Sodoma a Hollywood, oggi Lovers Film Festival – Torino LGBTQI Visions

Giovanni, com’è nata l’iniziativa romana del 3 marzo?

Le cose belle di solito nascono per caso, quelle coincidenze che fanno bene al cuore.

Lo scorso settembre fui invitato al convegno calabrese Omofobi del mio stivale. In quella occasione ho incontrato delle persone speciali: fra queste Miki Formisano e Antonella Palmitesta, che conoscevo solo attraverso i social. Devo dire però che Miki era come l’avessi già conosciuto, perché un’amica comune, Alessandra Berni, qualche anno fa pubblicava spesso su facebook stralci di un libro, molto belli, interessanti, importanti, che poi venni a scoprire si trattava della storia di Miki.

Quell’incontro in Calabria fece scoccare la scintilla: donai a loro i due libri di e su Ottavio, di cui avevano sentito parlare ma che non conoscevano. Affascinati, dopo pochi giorni mi parlarono dell’idea di questo evento insieme ad Angelo Fioredda, dando addirittura all’iniziativa il titolo del libro su Ottavio, appunto Negli occhi il cinema nelle mani l'amore, scritto con Elsi Perino e disegnato da Mattia Surroz. Ovviamente ho accettato la proposta. Quando poi riguarda anche Ottavio, a Roma, la sua città, ancora meglio.

Com’è strutturato il docufilm su Ottavio?

Il docufilm su Ottavio, girato con Alessandro Golinelli, racconta parte della sua vita anche attraverso le testimonianze di Leo Gullotta, Gianni Vattimo, Ida Di Benedetto, Angelo Pezzana e tanti altri amici e compagni di lotte.

Ci puoi raccontare com’è nata l’idea d’una rassegna cinematografica Lgbti?

L’idea del Festival nacque per una nostra esigenza primaria. All’epoca a Torino eravamo “attivisti” nel F.U.O.R.I. e nel Partito Radicale. Amavamo il cinema: nel Fuori avevamo partecipato all’organizzazione delle prime rassegne e ovviamente quei pochi film con tematiche “froce” che si affacciavano nelle sale italiane andavamo a vederli.

Raramente ne uscivamo sodisfatti, anzi, quasi sempre delusi: ci accompagnavano forti discussioni sino a quando Ottavio non prese alla lettera una mia provocazione: Fatteli tu i film che vorresti, che ti rappresentino”.

Comprammo una telecamera Vhs e da magnifici autodidatti iniziammo a fare i nostri film: Dalla vita di Piero, girato nel 1982, fu il nostro primo, che poi ci portò in giro per vari Festival. Capimmo così che tanto cinema importante non arrivava nelle nostre sale, alla visione di tutti. Nasce perciò l’idea di proporre a Torino un Festival. Ovviamente non fu semplice: aspettammo un paio d’anni prima che arrivasse una risposta positiva. Poi arrivò un assessore “illuminato”, Marziano Marzano, che prese a cuore l’idea e partì quella magnifica avventura chiamata Da Sodoma a Hollywood, ora Lovers.

Siamo ad oltre 30 anni dalla scoperta dell’Hiv. A Roma se ne parlerà con esperti. Ma cosa significa ancor oggi, soprattutto, per le nuove generazioni: informarsi, documentare e parlare di Hiv?

Noi “vecchie ciabatte” abbiamo vissuto in maniera drammatica sotto tutti gli aspetti l’Hiv sia con la perdita di compagni, amici sia con momenti molto difficili anche nel poter parlare di questi temi: censure e autocensure hanno segnato terribilmente quei momenti iniziali. Poi abbiamo deciso di prenderla di petto ed affrontarla. L’anno scorso a quelle lotte ha dato vita il bellissimo film 120 battiti al minuto di Robin Campillo, che fra l’altro sarà ospite al prossimo Lovers.

Quel periodo, quella “passione attivista” non c’è più. Sono cambiati i tempi, le modalità per informarsi: oggi basta un click, allora era necessario il tempo, tanto tempo, per capire quello che volevano farci vivere. Voglio credere che le nuove generazioni sappiano approfittare delle opzioni che le sono state concesse per potersi vivere serenamente.

Questa iniziativa di Roma serve anche e soprattutto a loro, per sentirsi raccontare quelle che adesso sono storie di vita, la nostra passata e presente, la loro, presente e futuro.

Cosa è mutato secondo te nel cinema italiano  rispetto ai vostri inizi? 

Bisogna dire che il cinema che abbiamo fatto io e Ottavio, per vari e ovvi motivi, non ha avuto la possibilità di affacciarsi al grande pubblico. A parte Giovanni, un remake del nostro primo lavoro, che la Rai ci chiese di rifare nel 1987. Remake che vollero titolare appunto Giovanni perché ispirato alla mia storia, mandandolo poi in onda alle 19:30 e in replica per ben due volte alle 11:00 del mattino. Anche in quella occasione incontrammo a Torino un direttore Rai “illuminato”. Il nostro era un cinema di “nicchia”, per i festival, ma credo, forse posso affermarlo, che sia servito a molti, anche a registi.

Sono passati trentacinque anni da allora. È chiaro che molto è cambiato, per fortuna. Adesso ci sono autori, produttori e distributori che sui temi Lgbti ci investono volentieri. Negli anni l’esperienza di distributori come Lucky Red, Teodora, Mikado è stata importantissima. Poi, se penso a quanti no abbiamo ricevuto su progetti che avevamo scritto con Ottavio, adesso sorrido nel rivedere in altri film quello che avevamo scritto una vita fa.

Tutto questo serve ancora. Anzi, forse serve più di allora, anche perché se andiamo a guardare cosa succede in altri Paesi comunque l’Italia è sempre fra i fanalini di coda rispetto alla produzione di film su questi temi. Ad esempio, visionando i film arrivati per la selezione del prossimo Lovers Film Festival ne ho visti parecchi dal Messico, Brasile, Argentina, Israele; Italia quasi zero. Aspettando che qualcosa di più importante possa ancora succedere, romanticamente penso che, una vita fa appunto, abbiamo anche scritto la favola Da Sodoma a Hollywood.

LOCANDINA ROMA OK 

 

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