Le candidate e i candidati democratici alle prossime elezioni presidenziali statunitesi del 2020 prenderanno parte, il 10 ottobre, un forum incentrato sulle questioni della collettività Lgbti

Organizzato da Human Rights Campaign Foundation (Hrc) e dalla Luskin School of Public Affairs dell’Università della California (Ucla) di Los Angeles, il meeting si svolgerà presso lo storico edificio accademico della Royce Hall. La data è stata scelta per la sua portata significativa, essendo il 10 ottobre la Giornata Nazionale del Coming Out.

Tra gli argomenti in agenda la prevenzione e il contrasto ai crimini d'odio, le restrizioni alle terapie di conversione e diritti delle persone transgender. Tutti temi caldi su cui nell'era Trump si discute moltissimo negli Stati Uniti. 

«I diritti di milioni di componenti della comunità Lgbti - ha spiegato il presidente di Hrc Chad Griffin -  sono la posta in gioco nelle presidenziali del 2020. Ma siamo anche un potente blocco di elettori, che aiuterà a determinare il risultato». 

Gary Segura, decano della Luskin School, ha invece affermato: «Siamo entusiasti di collaborare con Human Rights Campaign per portare a una maggiore attenzione del pubblico le questioni Lgbti e le posizioni politiche dei candidati». 

Per essere invitati, i partecipanti dovranni avere almeno conseguito l'1% delle preferenze in tre sondaggi nazionali o ricevuto 65.000 donazioni da persone di 20 stati Usa.

e-max.it: your social media marketing partner

«Oggi Olimpia ha ricevuto un messaggio per un casting di un concorso. Il messaggio recita: “Gentilissima Olimpia, tra le tante ragazze che abbiamo visionato attraverso le foto del profilo Facebook, nel complimentarci per il suo bell’aspetto fisico, abbiamo il piacere di comunicarle che è stata selezionata per poter essere scelta e fare parte delle 60 finaliste del concorso per aspiranti modelle e fotomodelle Miss International Model 2019”. 

Purtroppo scopriamo che non può, perché da regolamento le partecipanti devono essere di sesso femminile dalla nascitaLa conferma mi è stata data dall'organizzatore del concorso, il quale ha asserito che, pur non avendo egli stilato il regolamento, capisce che la presenza di una donna trans potrebbe creare risentimento e preoccupazione nei genitori delle altre partecipanti. Premesso che sono stati loro a contattare Olimpia dopo averne apprezzato la bellezza in foto, hanno idea della mortificazione e umiliazione che potrebbe aver causato una tale forma di discriminazione?

Una donna trans ha il diritto di partecipare a qualunque concorso o sfilare  come modella, perché si parla di bellezza esteriore e non di cromosomi o corredo genetico. In alternativa, tutte le donne biologiche che abbiano subito interventi di chirurgia estetica dovrebbero essere eliminate. Con l'appoggio degli avvocati Tito Flagella e Giovanni Guercio porteremo avanti questa causa, per difendere il diritto di tutte le donne trans ad essere riconosciute donne a tutti gli effetti e in tutti gli ambiti».

Con queste parole, Mariella Fanfarillo, madre di Olimpia e autrice del libro Senza rosa né celeste (Villaggio Maori, Catania 2018), in cui racconta la storia sua e della figlia che ha ottenuto dal Tribunale di Frosinone l'autorizzazione al cambio anagrafico di sesso senza previo intervento di riattribuzione chirurgica del sesso quando era ancora minorenne, ha denunciato sui social, il 14 marzo, la grave esclusione della giovane dal concorso di bellezza perché transessuale.

Alla luce di tali parole abbiamo contattato Giovanni Guercio, il cui nome resta legato alla storica sentenza della Corte di Strasburgo a tutela di una donna trans italiana, che ha dichiarato: «Olimpia  non aveva nemmeno richiesto di partecipare al concorso. È stata invitata a farlo dagli organizzatori, per poi vedersi sbattere in faccia l’ennesima discriminazione: non puoi aderire perché la competizione è riservata a chi è nata donna ..

Nella mia posizione di avvocato, nonché attivista nelle tematiche Lgbt+, devo ancora una volta, amaramente, constatare come l’Italia sia lontana da quella “rivoluzione politicamente corretta” che tanti Paesi, europei e non, hanno posto in essere ormai da tempo.

Ne è esempio la canadese Jenna Talackova, la quale vinse il titolo di Miss Vancouver nel 2012, ma venne squalificata perché scoperta transgender, la cui battaglia ha cambiato il mondo dei concorsi, conducendoli all’apertura completa senza pregiudizi.

Ma senza doverci allontanare così tanto, Angela Ponce, già Miss Cadiz 2015 e Miss Spagna 2018, è stata la prima concorrente transgender a partecipare a Miss Universo, eppure anche lei, come Olimpia, si era sentita dire che non avrebbe mai potuto partecipare. Angela non si è mai arresa e, forte di una famiglia che non la ha mai ostacolata, favolosamente riferiva: A scuola se qualcuno rideva perché mettevo il cerchietto, il giorno dopo mi presentavo con una corona. L’unica differenza tra Angela ed Olimpia è che la prima è stata fortunata a nascere in Spagna, un esempio di inclusione, rispetto e diversità per tutto il mondo».

Per Guercio è totalmente diversa la situazione italiana, «dove, a tutt’oggi, all’art.8) comma b) ove vengono indicati i requisiti per l’ammissione al Concorso di Miss Italia, ancora si legge “essere di sesso femminile sin dalla nascita”, malgrado già dal 2014 l’organizzazione avesse anticipato un’apertura per l’anno successivo anche alle ragazze transessuali. D’altronde la legge, così come interpretata dalla giurisprudenza corrente, riconosce la rettifica del sesso e del nome alle ragazze transessuali sulla base di documentazione scientifica inequivocabile che accerta la natura femminile del soggetto.

La normativa regolamentare relativa ai concorsi di bellezza nel nostro paese sembra invece non avere ancora compreso che, come la stessa Angela ha affermato, non è avere una vagina che “trasforma” una ragazza transessuale in una donna: lei è già una donna, ben prima della nascita, perché quella è la sua identità.

Miss Mondo è addirittura aperto alle candidate transgender e transessuali già dal 2012. Non sono quindi sogni o pretese, bensì sacrosanti diritti, riconosciuti da tempo a tutte le ragazze, indipendentemente dalla loro nascita biologica. 

Personalmente, sogno di svegliarmi un giorno in un Paese dove una donna trans può essere tutto ciò che desidera: un’insegnante, una madre, una dottoressa e, perché no, perfino una miss».

e-max.it: your social media marketing partner

«Sostegno a un’organizzazione terroristica», ossia ai Fratelli Musulmani. Questa l'accusa che si è sentita rivolgere dal pubblico ministero Malak al-Kashif, la 19enne donna transgender, arrestata lo scorso 7 marzo nella sua casa di Giza e detenuta in isolamento per tre giorni nella stazione di polizia di Al Haram. Qui secondo la Commissione per i Diritti e le Libertà Malak sarebbe stata oggetto di molestie e abusi, compreso il test anale forzato

In Egitto i rapporti omosessuali, pur non condannati formalmente, sono perseguiti sulla base della legge 10/1961 contro la «dissolutezza e la perversione» direttamente finalizzata al contrasto della prostituzione. Una normativa anfibola, grazie alla cui elastica interpretazione le forze di sicurezza procedono con facilità soprattutto all’arresto di donne transgender, in quanto accusate di licenziosità o prostituzione, e alle connesse ispezioni corporee.

Ma la traduzione in carcere di Malak al-Kashif è formalmemte da correlarsi a diverse motivazioni come indicato dall'organizzazione Front Line Defenders, per la quale l’arresto è avvenuto in un'operazione della polizia condotta con il coinvolgimento della madre della giovane attivista. L'anziana donna sarebbe stata costretta a telefonarle e chiederle di venirla a trovare, motivando la richiesta con un peggioramento delle personali condizioni di salute. All'arrivo nell'abitazione materna la 19enne ha trovato la polizia, che l'ha immediatamente arrestata. 

Come messo in luce da Lorenzo Forlani, inviato dell’Agi a Beirut ed esperto della situazione mediorientale, «l'aspetto quasi surreale è l'accusa che si è sentita rivolgere dal pubblico ministero: "sostegno a una organizzazione terroristica". Il riferimento implicito è ai Fratelli musulmani, che usando un eufemismo non certo noti per la loro solidarietà verso la causa Lgbt. Malak al-Kashif non ha mai ottenuto, in questi anni, i documenti che attestano il cambiamento di genere, motivo per cui c'è la concreta possibilità che venga incarcerata in una prigione maschile.

La donna è nota per essere una promotrice dei diritti umani e attivista per la comunità Lghbt, ma non solo: dopo il deragliamento di un treno al Cairo lo scorso 27 febbraio, nel quale sono rimaste uccise 22 persone, al-Kashif è stata una delle più attive nel richiedere sui social media che i responsabili fossero puniti dalla legge, partecipando anche ad alcune proteste in solidarietà coi familiari delle vittime. 

Negli ultimi anni in Egitto sono stati arrestati migliaia di attivisti di diversa affiliazione e orientamento, spesso con accuse vaghe. Per "legittimare" in qualche modo la repressione del dissenso le autorità egiziane tendono ad attribuire con estrema facilità agli accusati l'appartenenza o il sostegno alla Fratellanza musulmana, designata come organizzazione terroristica dal regime di Abdel Fattah Al Sisi, in gran parte dei casi senza alcuna prova».

e-max.it: your social media marketing partner

Andare oltre l’invisibile, il pregiudizio e lo stigma per la realizzazione di ciò che si è nella vita e nel lavoro. Squarciare il velo dell’ignoranza per riflettere con dati edinformazioni concrete sul diritto di essere se stessi e se stesse in tutti i luoghi della comunità sociale e del lavoro. 

Abbiamo perciò raggiunto Federico Polidoro, dirigente del Servizio Sistema integrato sulle condizioni economiche e i prezzi al consumo dell'Istituto Nazionale di Statistica, per parlare della prossima indagine che, oggetto di un comune impegno fra Istat e Unar con la forte sollecitazione di Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari Opportunità e ai Giovani, verterà sui temi della discriminazione lavorativa per orientamento sessuale e identità di genere e politiche di diversity management.

Il progetto è finalizzato alla realizzazione di “un quadro informativo statistico su accesso al lavoro, condizioni lavorative e discriminazioni sul lavoro delle persone Lgbt e sulle diversity policies attuate presso le imprese”. Può raccontarci di cosa si tratta nello specifico? 

Si tratta di un progetto che nasce dall’esigenza di colmare un gap informativo rilevante qual è quello relativo alla discriminazione nei confronti delle persone Lgbt con specifico riferimento al mondo del lavoro. A marzo del 2018, dopo una serie di incontri nei quali sono stati messi a punto obiettivi e strumenti del progetto, Unar e Istat hanno siglato un Accordo di collaborazione che ne ha definito la cornice formale.

Il progetto, finanziato grazie ai fondi del Programma operativo nazionale (Pon) Inclusione 2014-2020, si concretizzerà nella realizzazione di più indagini rivolte a tre differenti destinatari: le persone Lgbt, con un focus dedicato alle persone transgender e transessuali, le imprese e gli stakeholder. L’obiettivo è di avere finalmente un quadro di informazioni articolato che permetta di fotografare le discriminazioni delle persone Lgbt nel mondo del lavoro, operando su diverse prospettive (di coloro che sperimentano tali discriminazioni, dei datori di lavoro e dei principali stakeholder nazionali sul tema) e con l’intento di cogliere la specificità dell’esperienza delle diverse soggettività che si riconoscono nell’acronimo Lgbt. 

Su quali azioni punterete per rilevare e analizzare tali aspetti su una popolazione che, soprattutto nel mercato del lavoro, appare come nascosta, invisibile e quindi sfuggente ai vincoli di rappresentatività statistica? 

Per quanto riguarda la raccolta diretta di informazioni presso gli individui che si autodefiniscono Lgbt, intendiamo sottoporre un questionario, in primo luogo, alle persone in unione civile, popolazione la cui numerosità è nota. Saranno successivamente coinvolti nella rilevazione gli iscritti ad associazioni Lgbt per poi ampliare il campione anche ai non iscritti tramite tecniche statistiche specifiche finalizzate proprio a raggiungere la popolazione nascosta e invisibile di cui parli. Per quanto riguarda le imprese, verrà somministrato un questionario al responsabile delle risorse umane per raccogliere informazioni sulle politiche di diversity management attuate dalle aziende con specifico riferimento ai lavoratori Lgbt. Gli stakeholder saranno invece destinatari di interviste semi-strutturate.

È del tutto evidente che per conseguire gli obiettivi che ci prefiggiamo la collaborazione delle associazioni Lgbt è cruciale e siamo convinti che l’incontro dell’8 febbraio del Tavolo Lgbt costituito dal sottosegretario Spadafora, nel corso del quale l’Istat ha presentato il progetto, rappresenta il punto di partenza di un percorso che va in questa direzione.

Il rapporto con il mondo del lavoro e la popolazione Lgbt è caratterizzato da marcati aspetti discriminatori soprattutto in riferimento alle persone trans. Come pensate di affrontare questo tema specifico? 

Un’attenzione specifica sarà dedicata alle persone transessuali e transgender più in generale, tramite un focus sugli utenti dei servizi dedicati a persone trans. Con la collaborazione delle associazioni e dei diversi sportelli dedicati, si individuerà una lista di servizi (quali ad esempio quelli di assistenza, di consulenza legale) dalla quale partire per raggiungere gli individui a cui sottoporre il questionario. 

Il mondo delle grandi imprese sembra aver compreso il significato e l’opportunità produttiva che esiste nella valorizzazione delle differenze. Quello, invece, delle piccole e medie imprese fa ancora molto fatica a comprenderne il valore aggiunto. Quali strumenti adotterete per intercettarle?

L’idea è quella di somministrare il questionario sul management della diversità Lgbt mediante un modulo tematico ad hoc all’interno di due indagini Istat sulle imprese già finalizzate a raccogliere informazioni sul lavoro. L’obiettivo è quello di intervistare tutte le imprese con 500 addetti e più e un campione di imprese tra quelle tra 50 addetti e 500 addetti. Non andremo ancora sulle piccole imprese ma inizieremo a portare luce su quanto le strategie di diversity management nei confronti dei lavoratori Lgbt sono praticate almeno in una parte delle imprese di medie dimensioni. L’obiettivo è quello restituire un quadro dell’esistenza di queste strategie, della loro diffusione e tipologia cercando anche di capire quanto e che cosa è cambiato dopo l’entrata in vigore della legge del 20 maggio 2016, n. 76 (cosiddetta legge Cirinnà).

Spesso si leggono dati e informazioni sulle discriminazioni verso le persone Lgbt che non sono frutto di analisi accurate e metodologie appropriate. Quali sono i suggerimenti che si possono dare a chi desidera avvicinarsi a queste informazioni con una maggiore attenzione alla qualità delle stesse? 

La trasparenza sulle metodologie adottate per raccogliere i dati ed elaborarli è un aspetto chiave per connotare l’accuratezza, l’affidabilità e il significato dei risultati di qualunque indagine statistica. A maggior ragione ciò è vero per indagini e ricerche che intendono conseguire avanzamenti di conoscenza su un tema delicato e con scarsi riferimenti qual è quello delle discriminazioni verso le persone Lgbt in particolare nel mondo del lavoro. Ovviamente la trasparenza non basta perché è poi indispensabile la qualità della metodologia e degli strumenti adottati per poter valutare la robustezza e l’affidabilità di un’informazione. Ma senza la prima è impossibile procedere con la seconda.

Via via che diffonderemo insieme con Unar i risultati del progetto, sarà quindi premura dell’Istat corredarli delle informazioni necessarie relative alle metodologie e alle tecniche adottate. Anche perché il nostro auspicio è che questo progetto, dopo l’esperienza già condotta dall’Istat nel 2011 sulle discriminazioni in generale (che l’Istat riproporrà probabilmente il prossimo anno), rappresenti il punto di partenza di un impegno permanente della statistica ufficiale sui temi della discriminazione e delle politiche di inclusione delle persone Lgbt.

e-max.it: your social media marketing partner

Malak al-Kashif, donna transgender, è stata arrestata all’alba d’ieri nella sua casa a Giza e tradotta in una prigione maschile. Prossima a sottoporsi a intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, Malak non ha ancora ottenuto la rettifica dei dati anagrafici ed «è perciò registrata come uomo».

A denunciare l’accaduto Amnesty International, che informa come Malak sia stata incarcerata per aver pubblicato appelli a manifestare pacificamente in seguito al recente disastro ferroviario presso la stazione centrale del Cairo.

Non è chiaro dove sia detenuta ma, come rilevato da Magdalena Mughrabi, responsabile di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, «ci sono reali timori per l'integrità fisica e il benessere psicologico di Malak al-Kashif. A causa della sua identità di genere Malak è ad alto rischio di tortura da parte della polizia, incluso lo stupro e la violenza sessuale, come anche di aggressioni da parte di altri detenuti.

Le autorità egiziane sono responsabili della sua sicurezza fisica e psicologica. Devono immediatamente rivelare dove si trova e, in attesa della sua liberazione immediata e incondizionata, assicurarsi che sia protetta dalla tortura e da altri abusi». Torture che, come denunciato dalla stessa Magdalena Mughrabi, includono il test anale forzato.

Come ricordato dal sito Egyptian Streets, la giovane transgender, che ha oggi 19 anni, aveva già fatto parlare di sé nel 2017, quando postò su Facebook foto relative al suo percorso di transizione, nonché lo scorso anno quando, dopo aver tentato il suicidio, ebba a denunciare: «La società mi ha ucciso». 

La condizione delle persone Lgbti in Egitto s'è progressivamente aggravata a partire dal 2017 quando un giovane, che aveva sventolato una bandiera arcobaleno nel corso del concerto della band libanese Mashrou' Leila, fu arrestato. Ne seguì, all'epoca, una vasta campagna di repressione contro persone sospettate di essere omosessuali.

Solo poco più d'un mese fa il noto conduttore tv Mohammed al-Gheiti è stato invece condannato a un anno di carcere da un tribunale di Giza per aver intervistato, nel 2018, una persona omosessuale.

Benché in Egitto i rapporti omosessuali non siano formalmente vietati dal Codice penale, un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi «incita alla dissolutezza e all'immoralità»: una normativa anfibola che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti. 

e-max.it: your social media marketing partner

Nella splendida cornice di Via Baltea 3 – Laboratori di Barriera, nella periferia più controversa e stimolante di Torino, dal 1° al 3 marzo si è svolta la quarta edizione del Divine Queer Film Festival, la rassegna di cinema internazionale organizzata dall’associazione Taksim, che infrange stereotipi, pregiudizi, tabù e paure sulle persone trans, con diversabilità e migranti, raccontando in modo ironico e positivo le storie di chi, quotidianamente, continua a lottare per cambiare il mondo.

Madrina dell’evento Valérie Taccarelli, storica attivista del Mit – Movimento Identità Trans di Bologna e musa ispiratrice di Alfredo Cohen, tra i primi attivisti del F.U.O.R.I., che a lei dedicò l’omonima canzone.

Dei 450 film e documentari proposti, la direzione artistica, composta da Achille Schiavone, Sandeh Veet e Murat Cinar, ha selezionato 36 film di produzione indipendente provenienti da 22 Paesi, dall’Armenia al Venezuela, dalla Cina alla Turchia passando per l’Iran. Tutti i film sono stati concessi a titolo gratuito.

Il festival, totalmente autofinanziato, si è avvalso della collaborazione gratuita delle figure professionali, del supporto economico della Città di Torino, che ha fornito gli interpreti Lis, della Circoscrizione 6 e delle donazioni di privati attraverso la piattaforma di crowdfunding promossa su Facebook.

Quest’anno, il Divine Queer Film Festival è stato dedicato a un attore che si è saputo distinguere per la sua incredibile capacità di catturare l’attenzione del pubblico: Paolo Poli, omaggiato durante la serata inaugurale dai racconti di Alberto Jona e Daniel Pastorino e dalla voce della cantante Natalie Lithwick.

Poli fu eclettico artista e regista teatrale, famoso per le sue esibizioni en travesti; celebrava il teatro che fluisce oltre i confini classici ispirandosi a grandi e brillanti commedie del passato per comporre i suoi spettacoli. Memorabile l’esibizione a Milleluci, trasmissione in onda sul Programma Nazionale nel 1974, con Mina e Raffaella Carrà, in cui si esibirono scambiandosi gli abiti tipici del genere di appartenenza.

Il Divine ha deciso di celebrare l’artista a partire dalla grafica, che raffigura Paolo Poli con un vestito vittoriano dai colori tipici della bandiera per i diritti delle persone transgender.

Per questa 4° edizione, il Festival non è stato solo cinema, ma anche fotografia. Durante i pomeriggi della rassegna, la fotografa Chiara Dalmaviva ha allestito un set fotografico chiamato Ritratto Divine, immortalando l’essenza queerdivine e beyond queer delle persone partecipanti, che hanno preso parte all’esperimento sfoggiando pose, indumenti e sguardi che sentivano più spontanee. Le fotografie diventeranno parte di una mostra.

Per la rassegna di quest’anno si è voluto dedicare un ricordo a una persona, attivista queer, transfemminista e intersezionale, scomparsa di recente, che ha creduto nel progetto e che ha sempre sostenuto i temi e le rivendicazioni del Festival: Marti. In arte Marti Bas, poeta e volontario, il Divine ha celebrato la sua grandissima vitalità e profondità con la proiezione di due cortometraggi e il party ufficiale chiamato PartyMarti, allestito con i versi più queer delle poesie del suo ultimo libro FrasiDiVersi/RaccontiInVersi.

Al termine della tre giorni sono stati assegnati tre premi ai film in concorso. La giuria, composta da Indrit Aliu, Irene Dionisio, Mara Signori, Monica Affatato e Silvia Nugara, ha premiato due film ex equo: Off Broom, un film olandese del 2018 del regista Roald Zom, racconta la storia di Rein, portiere transgender di una squadra di Quidditch, che ha trovato la forza di autodeterminarsi con il supporto della sua squadra; Sunken Plum, film cinese del 2018 dei registi Xu Xiaoxi e Roberto Canuto, narra la storia di una ragazza transgender alle prese con le relazioni famigliari dopo la morte della madre, in una Cina rurale e complessa.

La menzione speciale della giuria è coincisa con il premio del pubblico, che è andato al film Transit, della regista Mariam El Marakeshy, girato tra la Grecia e la Turchia per raccontare le storie delle persone migranti che hanno rischiato la vita attraversando il mare Egeo per raggiungere l’Europa. Ultimo ma non ultimo, la Direzione artistica ha premiato Khilauna, il cortometraggio indiano del 2018 di Prashant Ingole, che racconta la dolce e delicata storia di un ragazzino musulmano che subisce la fascinazione di Ganesh, la divinità induista, in uno scontro tra culture religiose e la delicatezza poetica della fanciullezza.

I premi sono stati realizzati dalle ragazze e i ragazzi del progetto Artemista, rivolto a persone disabili dichiarate non idonee a una collocazione lavorativa nell’odierno mercato del lavoro. Durante la cerimonia di chiusura, la madrina Valérie Taccarelli ha consegnato i premi ai registi presenti in sala e ha ricordato i moti di Stonewall a cinquant’anni da quella fatidica notte che cambiò la percezione delle persone Lgbtqi+, prima di lasciare spazio all’esibizione di Atma Lucia Casoni, prima persona transgender a praticare la danza dei dervishi roteanti, solitamente riservata a persone di genere maschile.

Il Festival è stato patrocinato dalla Regione Piemonte, dalla Città Metropolitana, dalla Città di Torino, dalla Circoscrizione 6 e daAmnesty International.

Guarda la GALLERY

e-max.it: your social media marketing partner

Loredana Rossi, vicepresidente di Atn (Associazione Transessuale Napoli) e storica voce dell’attivismo trans a Napoli, ha ieri ottenuto dal Tribunale civile partenopeo la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico di riassegnazione del sesso. Ad assisterla legalemente l’avvocata Ilena Capurro, presidente di Atn, che ne ha sostenuto le parti presso il giudice Stefano Celentano.

A darne notizia la diretta interessata in un post su Facebook: «Finalmente è giunto anche il mio momento. Oggi in tribunale con l'avvocata Ileana Capurro mi è stato riconosciuto il mio diritto ad avere il nome Loredana anche sui documenti. Voglio ringraziare il giudice Stefano Celentano per l'umanità nella gestione della causa». E poi con quel tocco di veracità e ironia, che la contraddistingue, ha scritto: «Ue' ue' so femmena».

Un passo che la 58enne Loredana Rossi non considera primario ma bensì altamente significativo e simbolico. 

«Mi si chiede – così a Gaynews – perché ho deciso solo ora per il cambio anagrafico del nome. Ti dirò che non era per me un bisogno primario ma una, seppur necessaria, formalità. Dentro sono Loredana da sempe e il mio percorso di transizione  esteriore è compiuto da anni.

Ma da quando la Cassazione ha emesso una storica sentenza sul cambio del nome anche senza intervento chirurgico, mi sono data molto da fare. Ma non per me. Ho aiutato tantissime ragazze.

Non bisogna dimenticare che, oltre a essere e sentirmi favolosa, sono un'operatrice sociale. L'ho fatto ora perchè ho avuto tempo da dedicare a me. Sono ovviamente orgogliosa che anche sulla carta d’identità compaia finalmente il mio vero nome: Loredana.  Insomma, anche per lo Stato adesso so femmena». 

Non ha mancato, infine, d’auspicare una legge specifica sulla questione della rettifica dei dati anagrafici per le persone trans nonché quella contro l’omotransfobia, «perché assistiamo a un’escalation di aggressioni fisiche e verbali, di fronte alle quali non è più possibile volgersi dall’altra parte. Le più vulnerabili restano al solito le persone trans, che sono oggetto di maggiori discriminazioni in tutti gli ambiti. Maggiormente maltrattate anche dai media attraverso una narrazione spesso insultante».

Una mattinata d'emozioni quella di ieri anche per Ileana Capurro, che ha dichiarato: «Loredana si è inserita in un percorso oramai standardizzato a Napoli e, in particolare, presso il Tribunale di Napoli Nord, i cui giudici hanno una grande sensibilità al riguardo.

Bisogna ricordare come in virtù di un protocollo, che Atn ha attivato col Policlinico di Napoli grazie all'interessamento del prof. Paolo Valerio, vengano redatte delle perizie psicologiche con valenza legale. Ciò permette una velocizzazione del processo, il che evita il passaggio attraverso i Ctu.

Ci tengo a dire che Loredana è un pezzo della mia vita e una maestra di vita. Devo confessare che ho dovuto insistere molto con lei per presentare il ricorso presso il Tribunale, perché lei pensa sempre prima agli altri e poi a sé stessa».

e-max.it: your social media marketing partner

È morta nella sua casa di Nashville, venerdì 22 febbraio, la cantante soul Jackie Shane: aveva 78 anni. A darne notizia la sua etichetta discografica Numero Group

Principale interprete del genere Rhythm and Blues nella Toronto degli anni ’60 del secolo scorso, l’artista è ricordata come una delle icone transgender di quel periodo.

Nata a Nashville, nel Tennessee, il 15 maggio 1940, Jackie afferma con coraggio la propria identità di genere femminile sin dall’adolescenza.

Nel 1960 si trasferisce nella città canadese di Montreal, dove, nel corso di un concerto del gruppo Frank Motley and his Motley Crew presso l’Esquire Show Bar, attira l’attenzione del frontman Frank Motley per il suo abito rosso fuoco. Invitata a salire sul palco, stupisce tutti per l'esecuzione di brani di Ray Charles e della Bobby Blue Bland. 

Diventa così la cantante principale del gruppo e nel 1961 si stabilisce a Toronto. Nel 1963 s’impone alla generale attenzione per la cover di Any Other Way che, registrata per la Sue Music nell’autunno del ’62, presenta, rispetto all’originale di William Bell, la trasformazione delle parole Tell her that I'm happy in Tell her that I'm gay.

Una maniera, questa, non solo di giocare sull’originaria sinonimia tra happy e gay ma anche di affermare esplicitamemte, attraverso lo sdoganamento di una parola all’epoca poco usata e onnicomprensiva in riferimento alle persone Lgbti, la propria identità trans. Jackie appare così l’unica donna afroamericana transgender impegnata nella musica soul, in anni in cui la transessualità non è stata ancora definita e gli atti omosessuali, in Canada, sono ancora perseguiti penalmente (lo saranno fino al ’69).

Poi, nel 1971, il ritiro dalle scene per prendersi cura della madre a Los Angeles.

I riflettori tornano a riaccendersi su di lei nel 2010, quando la CBC Radio trasmette il documentario I Got Mine: The Story of Jackie Shane. Nel 2017 l’artista pubblica il boxset Any Other Way, che è stato candidato ai Grammy 2019, svoltisi nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, per la categoria Best Historical Album.

La sua vita, la sua arte, la sua eredità sono sintetizzate nelle parole pronunciate nel corso d’un’intervista al Guardian nel 2017: «Non m'inchino. Non m’inginocchio. Il punto più basso, cui arrivo, è la parte superiore della mia testa. Questa è Jackie». 

 

e-max.it: your social media marketing partner

All’indomani della vandalizzazione del murale raffigurante la Tarantina si è tenuto a Napoli in via Concezione 26 (a Montecalvario) un presidio di solidarietà e denuncia.

La manifestazione ha avuto luogo, dalle 16:00 alle 18:00, davanti a Palazzetto Urban, su un cui muro lo street artist Vittorio Valiante ha realizzato la grandiosa opera muraria dedicata all’ultimo femminiello di Napoli nonché figura iconica dei Quartieri Spagnoli.

Un gesto transfobico, che la Giunta comunale non ha esitato a definire «vile e di profonda ignoranza della nostra storia e della nostra cultura, al quale occorre dare subito una risposta concreta, con una condanna formale, il ripristino in tempi brevi dell’opera stessa e soprattutto una mobilitazione popolare per affermare che Napoli è amore e non odio e sopraffazione».

In prima linea, davanti a Palazzetto Urban, proprio la Tarantina, che ha dichiarato: «Quello che hanno fatto non è un gesto diretto solo a me, ma a tutti. Hanno fatto sembrare una cosa di cui vergognarsi qualcosa che invece non lo è. Io ho girato tutto il mondo. Ma la città più bella, più calda, più umana, è Napoli. Napoli ti dà tutto: è una città dove si può sognare. Napoli è come una famiglia, quello di cui una persona ha bisogno».

Al presidio hanno preso parte la delegata comunale alle Pari Opportunità Simonetta Marino, l'assessore Gaetano Daniele (Cultura), le assessore Laura Marmorale (Diritti di citadinanza) e Monica Buonanno (Lavoro), le/i componenti del Tavolo Interassessorile per la Creatività Urbana, l’artista Vittorio Valiante nonché il conduttore televisivo Diego Bianchi.

In gran numero componenti delle associazioni Lgbti a partire da Atn (Associazione Transessuale Napoli) e Arcigay Napoli.

Nel corso della manifestazione Loredana Rossi, vicepresidente di Atn, ha  detto: «La cancellazione del viso della Tarantina è come la cancellazione dei nostri volti. Forse quanti l’hanno fatto vorrebbero cancellare le nostre esistenze.

Voglio dire a queste persone: Noi ci siamo. Noi esistiamo. Abbiamo fatto le Quattro Giornate, la Resistenza a Napoli. Abbiamo dato il sangue per questa città e non ci cancellerete mai».

GUARDA LA GALLERY

e-max.it: your social media marketing partner

Simbolo non solo dei Quartieri Spagnoli, dove abita da oltre 60 anni, ma dell’intera città di Napoli, la Tarantina è stata recentemente raffigurata in un ampio murale di Vittorio Valiante

Realizzata in via Concezione (lungo un muro di Palazzetto Urban) e inaugurata dal sindaco Luigi De Magistris il 18 febbraio, l’opera è un omaggio non solo a una delle più note figure iconiche dei Quartieri ma anche a colei che è considerata l’ultimo femminiello napoletano.

Ma ieri pomeriggio il murale è stato vandalizzato da ignoti: imbrattato di nero il viso di Tarantina, alla cui sinistra una mano anonima ha vergato con vernice dello stesso colore la scritta: Non e (sic!) Napoli

A darne per primi la notizia è stata l’organizzazione artistico-sociale Miniera, con un post comparso sulla relativa pagina Fb: «Vandalizzato il #murale raffigurante la Tarantina. Un gesto ignobile e meschino che rappresenta non una parte di #Napoli ma, purtroppo, una parte di umanità ottusa e retrograda dalle vedute troppo ristrette.

"Non è Napoli" lo rivolgiamo a chi compie gesti come questi. Lo schifo è un sentimento troppo intenso per essere riservato a gente come voi. Neanche questo meritate».

Tantissimi i post che si sono susseguiti nelle ore successive a condanna dell’accaduto e in solidarietà tanto alla Tarantina quanto a Vittorio Valiante. Tra questi quello dello street artist Carlo Oneto, che ha scritto: «La stupidità è rapida, violenta ed esteticamente sgradevole. Essere costruttivi richiede tempo dedizione e fa avvicinare al bello. Vandalizzato il murale di Tarantina Taran appena fatto».

La deturpazione del murale ha suscitato soprattutto lo sdegno di Atn (Associazione Transessuale Napoli), per la cui vicepresidente Loredana Rossi essa è da leggersi quale offesa a tutte le persone trans.

«Quel nero – così la storica attivista - sul viso di Tarantina Taran è la cancellazione delle nostre facce e la negazione della nostra esistenza: è un attacco a tutte noi. Quindi, scetateve». Atn ha annunciato per lunedì, alle 16:00, un presidio di denuncia all’esterno di Palazzetto Urban.

Ferma condanna è stata anche espressa dall’intero direttivo di Arcigay Napoli, la cui presidente Daniela Lourdes Falanga ha dichiarato: «Napoli resiste anche oggi a un clima ostile in virtù di differenze che sono la ricchezza politica ed umana di questa città. A 50 anni da Stonewall, 50 anni di Resistenza del mondo Lgbt, molti di più, invece, da quelle Quattro Giornate che liberarono la città e iniziarono uno straordinario riscatto, Napoli resiste ancora.

Prima un vuoto storico, una distinzione intellettuale che definiva tutto secondo le ragioni del potere maschile. Poi la rielaborazione dei fatti, la verità di un orgoglio che fa parte da sempre del tessuto sociale di una delle più ricche metropoli del mondo. Oggi assistiamo sgomenti alla vandalizzazione dell’opera che rappresenta la Tarantina a pochissimi giorni dall’inaugurazione».

Ha invece annunciato il ripristino dell’opera il sindaco De Magistris, che ha affermato: «Lo sfregio all’opera di street art, compiuta da Vittorio Valiante ai Quartieri Spagnoli, raffigurante Tarantina, è un fatto indegno e barbaro commesso da mani sporche di inciviltà ed antinapoletanità. L’opera verrà ripristinata, sperando che l’autore del danneggiamento venga individuato e si penta della sua squallida ignoranza».

Guarda la GALLERY

e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video