Se si digita il nome di Beppe Ramina sul sito di Radio Città del Capo, della quale è stato uno dei fondatori, si legge: «Giornalista che nel 1977 era un dirigente di Lotta Continua e da militante del movimento gay prese le chiavi del Cassero nell'82».

Ma chi lo conosce aggiungerebbe che è da sempre una persona molto attenta al tema dei diritti con uno guardo un po’ ironico e un po’ serio. Tra i suoi scritti non è possibile non ricordare Ha più diritti Sodoma di Marx - Il Cassero 1977/1982, pubblicato nella collana Quaderni di critica omosessuale

Beppe, a tuo parere, quanto le unioni civili hanno portato avanti il Paese sul­ piano dei diritti?

Le unioni civili costituiscono il parziale riconoscimento del diritto, assicurato dalla Carta Costituzionale, all’uguaglianza di ogni cittadino nelle leggi. Quel diritto, dunque, c’era già, tanto che la Corte Costituzionale era intervenuta più volte sul punto, ma non era riconosciuto dalle leggi. È un'affermazione parziale, ma significativa, dei movimenti per i diritti civili e del movimento Lgbtqi. In quanto tale, rientra tra quei provvedimenti (dal divorzio all’aborto, dall’abolizione dei manicomi al diritto al fine vita) che affermano il diritto alla libera scelta di ogni individuo e che hanno costituito un punto di svolta nella cultura e nella vita sociale del Paese.

Eppure, secondo molti la cosiddetta legge Cirinnà rappresenterebbe anche un passo indietro marcando la differenze tra unione o matrimonio?

Nessun passo indietro: è un riconoscimento di uguaglianza (per quanto parziale) e, come tale, andrebbe valorizzato. Chi non desidera utilizzarla - per esempio, io e il mio attuale compagno - fa ciò che vuole. Trovo stucchevoli i commenti su un presunto arretramento culturale indotto da questa legge: chi la pensa diversamente ha lo stesso spazio di prima per sviluppare le proprie posizioni culturali e politiche.

Non mi convince chi denigra il lavoro di altri per affermare il proprio punto di vista. Purtroppo, in Italia, questa tendenza ad accentuare gli aspetti che dividono è forte. Al primo congresso mondiale sull’Aids che si tenne a Stoccolma (1988), nell’assemblea delle organizzazioni non governative alla quale partecipavo come presidente della Lila, venne fatto un elenco di temi. Scartati quelli su cui c’era disaccordo, ci si concentrò su quelli sui quali si era d’accordo. In Italia avremmo fatto l’opposto, trascorrendo ore a litigare.

Nel 1982, anno della presa del Cassero a Bologna, essere gay era sicuramente diverso rispetto a oggi e diverse erano le modalità d’approccio. Oggi ci sono Grindr e i social. Cosa ne pensi?

Mio figlio, che ha 14 anni, conosce internet da quando è nato: le sue manine hanno afferrato un mouse quando aveva pochi mesi e ancora non parlava, ma già sapeva dove trovare dei giochi. Il supporto carteceo per lui è confinato in parte all’area scolastica e in pochi libri. Ciò non significa che non conosca le cose del mondo e che non abbia sue opinioni anche su questioni complesse: ha una mente aperta e vivace, creativa. Tuttavia, è evidente che il suo modo di relazionarsi sia diverso dal mio. Non si deve essere diffidenti verso ciò che non conosciamo e che non capiamo. Il mondo di oggi è abbastanza diverso – per alcuni tratti radicalmente diverso –  da quello che ho conosciuto io. Ma restano e, anzi, si ampliano le ingiustizie sociali, i conflitti armati, la crisi ecologica.

I temi di fondo sono gli stessi di un tempo, ma nelle generazioni più giovani è diverso il modo di relazionarsi ad essi. Sono un uomo del Novecento: per me Marx, Bakunin, Rosa Luxemburg, Gramsci sono figure famigliari. Per molte persone giovani, anche attive nelle parti più radicali del movimento Lgbtqi, si tratta di sconosciuti, mentre sono più famigliari Foucault o Judith Butler. Per molti giovani gay ad essere popolari sono certe figure di serie televisive o di videogiochi o degli anime giapponesi. Questa differenza toglie valore alle esperienze delle generazioni più giovani? Sono convinto di no.

Oltre alle rivendicazioni della parità dei diritti su quali altri temi dovrebbe rivolgere la sua attenzione il movimento Lgbti?

Ogni movimento è fatto dalle persone che lo compongono. Nei movimenti Lgbtqi ci sono persone dalle sensibilità e dalle storie culturali e politiche diverse: ogni organismo associativo e politico al quale danno vita ha una propria specificità. Più che di obiettivi dei movimenti, posso dire il mio punto di vista, peraltro per nulla originale. Ritengo che non vi possa essere liberazione dai ruoli e dai generi se non ci sarà giustizia sociale, se le disuguaglianze economiche terranno prigioniera la gran parte delle popolazioni, se non ci si batte per contrastare le guerre e i terrorisimi.

Per dirla con parole novecentesche, non ci sarà liberazione della persona se non ci sarà liberazione dal bisogno e non ci sarà liberazione dal bisogno se non ci sarà libertà piena per ogni individuo. Per dirla ancora più semplice, i movimenti Lgbtqi dovrebbero essere in relazione stretta con quanti si ribellano a questa società dove il capitale finanziario spadroneggia e accentua le diseguaglianze, conduce al disastro ecologico, calpesta con guerre disumane e col terrore la vita di milioni di persone.

Qual è secondo te il punto di maggiore forza e maggiore debolezza dell’associazionismo italiano Lgbti?

I punti di forza e di debolezza, a mio parere, hanno la stessa radice: la grande frammentazione che, se permette a tante soggettivtà diverse di esprimersi arricchendo le noste vite, altrettano spesso non consente di unirci su alcuni punti cruciali per il buon vivere, qui e ora, delle persone Lgbtqi.

Negli anni ’70 si diceva: La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà. Oggi ci sono ancora nascoste da qualche parte una fantasia e una risata?

C’è sempre. Nel 1968 si diceva che “sotto il cemento cresce l’erba”. Fa parte dell’umanità il desiderio di non essere oppressi.

Omogenitorialità. Cosa significa per te essere padre?

Premetto che mio figlio non fa parte di una famiglia omogenitoriale: ha un padre e una madre oltre ad altre figure adulte di riferimento, come i miei compagni che ha conosciuto nel tempo e ai quali è molto affezionato. Non so definire cosa sia la paternità. So cosa è per me essere padre di una persona di grande forza interiore, amabile, simpaticissima qual è mio figlio: una grande gioia, frequenti sorprese.

Non hai nascosto di aver votato alle ultime elezioni Potere al Popolo: c’è in te il ragazzo “rivoluzionario” di sempre?

Votare Potere al Popolo non è un gesto rivoluzionario: mi sono recato al seggio e ho fatto due croci sulle schede elettorali. Poi sono tornato a casa senza avere rischiato nulla. Più che altro è una presa di posizione. Dei razzisti del centrodestra neppure vale la pena parlare. Dei restauratori di un capitalismo più efficiente a targa 5 Stelle mi importa ben poco. Il Pd ha da tempo smarrito quel poco di consapevolezza che restava sulle condizioni di vita di milioni di persone. Liberi e Uguali ha fatto la scelta di preservare alcuni gruppi dirigenti in sintonia con quanto fatto da Sel alle politiche del 2013.

Ho votato PaP senza farmi illusioni (consapevole che a fatica avrebbe raggiunto l’1%) perché potrebbe essere uno strumento per raccordare realtà di base che esistono in tutta Italia ma che sono frammentate, senza una voce comune. Non mi aspetto che questo accada. Ma il progetto aveva e ha un suo valore.

Arcigay 1984-2018. Sono trascorsi più di 30 anni e sono oltre 50 i comitati sparsi in tutta Italia. C’è qualcosa che vorresti suggerire alle nuove generazioni di attiviste e attivisti?

Ad Arcigay sono inevitabilmente affezionato: con Franco Grillini ho contribuito a rifondarla e ne sono stato presidente nazionale. Successivamente, pur riconoscendone aspetti di utilità sociale, sono spesso stato molto critico nei confronti dell’associazione e per alcuni anni non mi sono iscritto. Mi considero un socio del Cassero: mi trovo spesso in sintonia con le sue prese di posizione politiche e apprezzo le tante attività culturali e sociali che si svolgono al suo interno e all’esterno, ad esempio con i migranti e i senza fissa dimora.

Non ho messaggi o suggerimenti, se non che la vita è migliore se vissuta a testa alta, godendola e sentendosi a proprio agio in ogni luogo e in ogni circostanza.

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Dei 355 omicidi commessi nel 2017 140 sono femminicidi, a fronte di un calo del numero totale degli omicidi commessi (355, -11% rispetto al 2016). Un ragazzo o una ragazza su 2, tra gli 11 e i 17 anni, ha subito episodi di bullismo e circa il 20% ne è vittima assidua, cioè subisce prepotenze più volte al mese. Il 40,3% delle persone Lgbti afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro.

Alla luce di questi dati – rispettivamente forniti dal ministero degli Interni, dall’Istat e dalla Commissione parlamentare Jo CoxAmnesty International Italia ha realizzato in collaborazione con Doxa l’indagine Gli Italiani e le discriminazioni.

Un’indagine che, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta (18-70 anni) e incentrata su cosa essa pensi dell’incidenza di tali fenomeni nel Paese, è stata presentata ieri – in occasione del lancio della campagna di raccolta fondi pro 5x1000 – presso la sede nazionale di Amnesty International Italia con il portavoce Riccardo Noury, Paolo Colombo, research manager Doxa e Chef Rubio nelle vesti di testimonial Amnesty International Italia.

Lo studio ha messo in luce come valutazioni e sensazioni delle persone intervistate trovino conferma nei dati ufficiali.

Violenza contro le donne

La violenza sulle donne per 6 italiani su 10 (59%) è un fenomeno in aumento in questi ultimi anni. Ma se a parlare sono le donne la percentuale si alza e raggiunge il 68% (quasi 7 donne su 10), mentre scende al 50% quando a essere interpellati sono gli uomini.

C’è poi un restante 40% d’italiani per i quali il fenomeno è rimasto invariato, ma che credono che se ne parli di più su media e social media (anche in questo caso, a minimizzare il problema sono gli uomini: risponde così il 47% contro il 30% delle donne).

Bullismo

Per 7 italiani su 10 il fenomeno del bullismo è in crescita. Ma secondo quasi la metà delle persone intervistate (45%) a un tale incremento avrebbero contribuito i social media facendo da cassa di risonanza.

Il 26% ritiene che la crescita del fenomeno sia dovuta al costante clima di incitamento all'odio e alla discriminazione presente sui media. Per 1 italiano su 4, invece, il bullismo è sempre stato presente e non ci sono differenze sostanziali rispetto al passato, se non un incremento delle denunce.

Discriminazioni contro le persone Lgbti

La legge sulle unioni civili, approvata dal Parlamento l’11 maggio 2016, è considerata un passo di civiltà importante dal 43% degli italiani. Mentre per il 13% "non è ancora abbastanza, perché, ad esempio, non possono adottare bambini".

L’86% degli italiani pensa che le persone omosessuali debbano avere gli stessi diritti degli altri. Nonostante i progressi, per 1 italiano su 5 (22%) le coppie omosessuali sono ancora vittime di omofobia.

Le valutazioni di Riccardo Noury e Chef Rubio

«È un sondaggio – come dichiarato da Riccardo Noury – in cui si esprime la preoccupazione per questi temi e al tempo stesso c'è l'esigenza che qualcuno se ne occupi. Le leggi che sono state fatte in questi anni non bastano, serve una solida cultura dei diritti umani a partire dal lavoro nella scuola per creare una società senza discriminazioni».

Testimonial del lancio dell’indagine e della campagna di raccolta fondi per il secondo anno consecutivo, Chef Rubio ha dichiarato: «È vero che alcuni passi avanti sono stati fatti, ma non basta. Bisogna lottare ogni giorno, combattere le ingiustizie e proteggere chi ne è vittima. Tutti possiamo fare qualcosa per un mondo più giusto e senza discriminazioni. A cominciare da me, dal mio impegno personale da semplice individuo e poi da personaggio pubblico per promuovere e difendere i diritti e le libertà civili: donare il 5x1000 ad Amnesty International è un primo passo che, tra le altre cose, non ci costa niente ma può fare tanto».

Per sostenere il lavoro dell’organizzazione e contrastare i fenomeni discriminatori grazie alla creazione di progetti specifici, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni, si può contribuire destinando il proprio 5×1000: basta inserire il codice fiscale 03 03 11 10 582 e la propria firma nella dichiarazione dei redditi.

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Orgoglio oltre i confini. Questo lo slogan del Dolomiti Pride che avrà luogo a Trento il 9 giugno.

Un evento di portata storica – sarà infatti la prima volta in assoluto d’una marcia dell’orgoglio Lgbti in Trentino-Alto Adige – che, pur superando gli orizzonti spaziali e sociali della regione norditaliana, si è visto negare il patrocinio della Provincia autonoma di Trento. Per il presidente Ugo Rossi (di centrosinistra) si tratterebbe di mero esibizionismo e folclore.

Motivazioni, queste, che, addotte per motivare la non concessione del patrocinio, sono state duramente criticate dalla senatrice Monica Cirinnà sulle colonne de Il Dolomiti. «Dove sta il folclore - si è chiesta la madrina della legge sulle unioni civili -: quello di una bandiera rainbow? Di un carro festoso e ironico? Non mi pare che tutto questo possa offendere qualcuno. Io sono pienamente convinta che se all'inizio della loro storia i Pride non avessero osato anche con l'ostentazione, del tema dei diritti per le persone omosessuali non si sarebbe mai parlato e la discriminazione sarebbe rimasta così com'era».

Per non parlare dell’uscita di Alessandro Savoi, presidente della Lega Nord Trentino, che ha dichiarato con riferimento all’adunata degli alpini e al Dolomiti Pride: «Io sono alpino e paragoni come questo sono inaccetabili. Non confondiamo la merda con la cioccolata».

Per sapere di più su tali polemiche e sull’organizzazione del Pride del 9 giugno, abbiamo intervistato Paolo Zanella, presidente di Arcigay del Trentino e figura di spicco dell’attivismo Lgbti trentino.

Dolomiti Pride in arrivo. Ci puoi raccontare come nasce questo evento?

Il Dolomiti Pride nasce da un sogno: portare anche in una terra di periferia come la nostra una manifestazione di grande valore e impatto che restituisca visibilità alle tante persone che ancora vivono nell'ombra. Il Pride per Trento rappresenta una novità e l'idea di realizzarlo è frutto del lavoro delle associazioni sul territorio degli ultimi cinque anni. Un lavoro politico e culturale continuo per il benessere della comunità LGBTQI*, per promuoverne i diritti e contrastare l'omotransfobia. Un lavoro in un territorio non semplice, che spesso tollera la diversità, ma che ancora fatica a includerla.

Il Pride rappresenta il coronamento di questi anni di lavoro, ma soprattutto getta le basi per il tanto lavoro che ancora c'è da fare. In questo senso, il lungo documento politico, che si trova sul sito, traccia la strade e l'orizzonte del nostro agire futuro.

Quali sono i temi più importanti che affronterete durante il periodo del Pride? E quali le iniziative in programma?

Sono già in corso e lo saranno fino al giorno prima del Dolomiti Pride i tantissimi eventi che ci accompagneranno verso il 9 giugno. Affronteremo tanti temi di interesse per la comunità LGBTQI* e lo faremo con tante modalità diverse tra Trento, Bolzano e le periferie. Gli eventi sono organizzati solo in parte da noi. Mentre molti sono organizzati direttamente dalle realtà con le quali in questi anni abbiamo lavorato in rete.

Affronteremo con Amnesty International e Il grande Colibrì la questione che interseziona le identità LGBT* e i migranti. Parleremo di varianza di genere con Camilla Vivian e il suo libro Mio figlio in rosa nonché con la mostra Ella(She) di Marika Puicher. Proporremo una mostra fotografica unica, distribuita tra gli esercizi commerciali del centro, con a tema il travestitismo artistico di un collettivo di drag queen brasiliane Las monxtras. L'arte attraversa il genere. Parleremo del movimento trans con Porpora Marcasciano.

Incroceremo due eventi che hanno interessato la nostra città: il Sessantotto con una conferenza di Massimo Prearo e Elisa Bellè su Corpi, generi, sessualità in movimento - Le politiche dell'autodeterminazione e dell'orgoglio tra '68, movimento delle donne e attuale esperienza dei Pride e il Concilio di Trento con l'incontro Chiese e omosessualità. Esperienza anglicana, prospettive cristiane con Jonathan Boardman e Pierluigi Consorti. Parleremo di intersessualità con il reading Middlesex con la compagnia EmitFlesti.

Rideremo con le Salamandra Sisters, le drag queen di Mantova e il loro spettacolo Con gli occhi di una drag. Agedo presenterà in alcune località della provincia Due volte genitori e parleremo di omogenitorialità con Andrea Simone e il suo Due uomini e una culla e la mostra Famiglie, proposta dalla rete READY e realizzata da Comune di Trento e Provincia di Trento. E poi un cineforum con qualche proiezione anche nelle località periferiche, aperitivi e feste.

Avete costituto un coordinamento di associazioni territoriali?

Generalmemte parlando sul territorion esiste un'associazione di secondo livello, nata cinque anni fa, la Rete ELGBTQI del Trentino Alto Adige - Suedtirol, che racchiude, non solo le associazioni Lgbt*, ma anche quelle interessate ad occuparsi di questi temi. Vi fanno parte Arcigay del Trentino, Centaurus - Arcigay Bolzano, Agedo del Trentino, il Gruppo Rainbow, l'associazione culturale Te@, che si occupa in senso ampio di tematiche di genere, il Centro studi interdisciplinari di genere dell'Università di Trento, la Lila del Trentino e Propositv, entrambe occupate a contrastare Hiv e Aids e tante altre.

Per il Pride è stato messo in piedi un coordinamento informale tra Arcigay del Trentino, che è capofila, Rete ELGBTQI*, Centaurus - Arcigay Bolzano, Agedo del Trentino e Famiglie Arcobaleno.

La questione del mancato patrocinio da parte della Provincia di Trento è divenuta di rilievo nazionale. Ma la città di Trento è pronta per il Pride delle Dolomiti?

Credo che i cittadini, per lo meno la maggioranza, siano pronti a far invadere le strade dall'allegria, dalla musica e dai colori del Dolomiti Pride, perché vivono comunque il nostro tempo come straordinario momento di apertura all'altro. Spesso sono un passo avanti rispetto ai politici che li rappresentano. Anche se devo dire che dal Comune di Trento, in particolare nella figura dell'assessore alle Pari Opportunità Andrea Robol, abbiamo trovato sin da subito apertura e sostegno al Pride come manifestazione di valore culturale e sociale.

Lo stesso non possiamo dire della nostra Provincia Autonoma, che, nonostante abbia un governo di centrosinistra, ha negato il patrocinio alla parata con parole offensive non solo per le persone Lgbt* ma anche per tutta la cittadinanza che crede nei valori di libertà, uguaglianza e inclusione. Ritengo che il presidente Rossi non si sia reso conto dello scivolone che stava facendo oppure, dopo la batosta elettorale del 4 marzo, in vista delle elezioni di ottobre, sta solo riposizionandosi a destra. Peccato che lo faccia sulla pelle delle persone Lgbt*. Abbiamo comunque il sostegno anche del Comune di Bolzano, del Forum trentino per la pace e i diritti umani e della Commissione provinciale Pari Opportunità.

Omofobia, transfobia, lesbofobia, razzismo, xenofobia… Secondo te, sulla base dell'esperienza accumulata, come se ne parla nella Provincia di Trento?

Nella nostra provincia esiste un forte tessuto sociale e associativo con una proposta culturale ancora ricca e variegata. Dei temi dell'omo-lesbo-transfobia sul territorio ce ne facciamo carico prevalentemente noi, come associazioni, con azioni nelle scuole e con eventi culturali diversificati durante l'anno. Esistono diverse associazioni e realtà che si occupano di razzismo e che oggi si trovano con un sovraccarico di lavoro in seguito ai rigurgiti xenofobi che stanno tornando ad avere presa anche in un’isola felice come la nostra. E ciò grazie alle abili stumentalizzazioni di chi utilizza i migranti come capro espiatorio del malessere socio-culturale-economico che stiamo vivendo.

Quello che manca, forse, e che proponiamo nel nostro documento è un approccio più intersezionale alle diverse questioni, per coglierne la complessità e per unire le forze in un momento in cui ve ne è estremo bisogno.

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Se l’elezione del pentastrale napoletano Roberto Fico (considerato dell’ala sinistrorsa del M5s) a presidente della Camera non ha suscitato reazioni di rilievo ma è stata anzi accolta pressoché positivamente, non può dirsi lo stesso per quella della forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati alla seconda carica dello Stato.

Eletta al terzo scrutinio con 240 voti, la 71enne avvocata matrimonialista d’origine rodigiana (ma vivente da decenni a Padova) è la prima donna a sedere sullo scranno più alto di Palazzo Madama.

Un primato indubbiamente importante nella storia della Repubblica italiana ma non tale da far dimenticare i numerosi aspetti critici della sua lunga carriera politica.

«Sono entrata per la prima volta in questa aula nel 1994, ai tempi dell’ingresso in politica di Silvio Berlusconi», ha ricordato lei stessa nell’odierno discorso d’insediamento. Ed è appunto l'assoluta fedeltà all’ex presidente del Consiglio a essere contestata alla neopresidente del Senato. La successora di Piero Grasso è colei che Guido Quaranta non esitò a definire «la berlusconiana più berlusconiana di tutte, una berlusconiana ‘senza se e senza ma’».

Sostenitrice di tutte le leggi ad personam volute dal fondatore di Mediaset, gridò al golpe quando lo stesso decadde da senatore e fu tra quanti manifestarono contro le "toghe rosse" sui gradini del Palazzo di Giustizia di Milano. In tv sono noti i suoi interventi in cui si rifaceva costantemente ai concetti di giustizia a orologeria,  dittatura mediatica o persecuzione giudiziaria con riferimento sempre a Berlusconi.

Due volte sottosegretaria alla Sanità (30 dicembre 2004 – 16 maggio 2006) - durante il cui mandato fu accusata d'aver fatto assumere proprio al ministero di Lungotevere Ripa la figlia Ludovica (tornata poi a lavorare in una delle aziende berlusconiane) - e alla Giustizia (12 maggio 2008 – 16 novembre 2011), è stata da ultimo componente laica del Csm in quota Forza Italia (15 settembre 2014 – 23 marzo 2018). Celebre il confronto tv con Marco Travaglio del 9 settembre 2013 sul processo Mediatrade e la condanna di Berlusconi.

Laureata in giurisprudenza presso l’Università di Ferrara e in utroque iure presso la Pontificia Università Lateranense (quella che nel gergo ecclesiastico è indicata come l’Università del Papa), Maria Elisabetta Alberti Casellati è anche nota per le sue posizioni conservatrici in materia matrimoniale e giusfamiliare.

Il 28 gennaio 2016, a pochi giorni dall’inizio del dibattito parlamentare dell’allora ddl Cirinnà, partecipò a Roma al convegno La famiglia è una. I diritti sono per tutti, nel corso del quale ebbe a dire: «La famiglia non è un concetto estensibile. Lo Stato non può equiparare matrimonio e unioni civili, né far crescere un minore in una coppia che non sia famiglia. Le diversità vanno tutelate ma non possono diventare identità, se identità non sono». Per poi ammonire: «Non si può fare confusione, parola usata dal Papa pochi giorni fa: ogni omologazione sarebbe un’improvvida sovrapposizione e un offuscamento di modelli non sovrapponibili».

Approvata alla Camera la legge sulle unioni civili e le convivenze di fatto, andò all’attacco della normativa in un’intervista rilasciata a Il Giornale il 13 maggio del medesimo anno.

La sua elezione è stata perciò salutata con entusiasmo da molte aree del cattolicesimo. Non è un caso se tra le prime a plaudire a una tale elezione sia stata la deputata opusdeiana Paola Binetti che fra l’altro ha affermato: «Apprezzo le idee di Maria Elisabetta Alberti Casellati sulla famiglia».

Raggiunto telefonicamente, ecco cosa ha invece detto a Gaynews il deputato dem Alessandro Zan: «Rivolgo i miei auguri di buon lavoro a Maria Elisabetta Alberti Casellati, eletta presidente del Senato: da padovano sono felice che una mia concittadina ricopra la seconda carica dello Stato.

Ma auspico anche che sappia rappresentare tutti gli italiani e le italiane, date le sue precedenti posizioni sulle unioni civili, senza fare differenze retrograde e anacronistiche, che andrebbero a ledere il lavoro di civiltà fatto in questi anni. Dallo scranno più alto di Palazzo Madama si dovranno garantire quei diritti costituzionali che vogliono una piena equiparazione dei diritti delle persone. Mi aspetto quindi collaborazione piena sulle nostre proposte di legge per garantire i diritti di tutti».

Auguri di buon lavoro anche al «neopresidente della Camera Roberto Fico, di cui ho apprezzato il contenuto antifascista del discorso e il richiamo all’autonomia del lavoro della Camera dei deputati, che mi auguro valga anche nei confronti della Casaleggio Associati».

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Sabato 10 marzo a Marino Laziale (Roma) nella suggestiva cornice di Palazzo Colonna, sede del Comune, si sono uniti civilmente il 36enne Daniele Priori e il 35enne Francesco Di Rosalia. A celebrare il rito Enrico Oliari, presidente e fondatore di GayLib, di cui Priori è segretario nazionale.

Al termine della celebrazione è stato letto il messaggio augurale inviato alla coppia dalla deputata di Forza Italia Mara Carfagna. «Sono accanto a voi con il cuore – ha scritto l’ex ministra delle Pari opportunità –. Sono felicissima. Godetevi questo momento e siate felici ora e per tutta la vita».

A pochi giorni dall’evento Gaynews ha raggiunto Daniele Priori per saperne qualcosa di più.

Daniele, ti sei unito civilmente. Cosa ti ha portato a una tale decisione e quali l’emozioni provate?

È stato anzitutto, ci tengo a dirlo, un giorno fantastico. Bello, anzi, anche tutto il periodo precedente. Poi quando si ha un compagno che per cinque anni ha fatto il fiorista, quindi del settore se ne intende pure, tutto diventa, come dire, apparentemente più facile. A parte ciò, i motivi che ci hanno portato a compiere questo importante passo sono stati quelli che, credo, accomunino un po' tutti. In primis, dopo quattro anni e mezzo di convivenza e quattro da "famiglia anagrafica" già registrata nel nostro comune di residenza, abbiamo voluto ufficializzare anche con una bella festa la nostra unione con tutto quello che ne consegue. Compresa la comunione dei beni che per ora, in realtà, è più una divisione di debiti ma, scherzi a parte, vivaddio che è così!

L'unione civile, infatti, mi piace leggerla anzitutto, al di là della dimensione più strettamente romantica, come un bel contratto sociale che prevede riconoscimento e diritti pubblici ma soprattutto mutua assistenza privata per la quale, però, ci tengo a dirlo, tra me e Francesco non sarebbe nemmeno servita una legge. Se non avessi avuto la certezza di sposare una persona fantastica, del resto non l'avrei certo sposato!

La celebrazione è la prima nel Comune di Marino. Qual è stata la reazione della cittadinanza?

È stata una festa per tutti. Fuori dal palazzo c'erano gli spettatori a salutarci. Nei giorni precedenti già ricevevamo felicitazioni dai miei concittadini. Io, del resto, sono abbastanza conosciuto in città essendo stato nel gabinetto di due sindaci per più di un decennio. Diciamo che con i miei concittadini abbiamo compiuto un percorso insieme che ha assolutamente ricompreso anche il mio impegno civile e il mio conseguente coming out.

Hai definito il rito “verdimonio”. Puoi spiegare ai lettori perché?

Anzitutto perché sono uno scemo che si diverte a coniare neologismi per tutto. Poi perché abbiamo deciso di fare un omaggio a Massimo Consoli, padre del movimento Lgbti italiano, indossatore seriale di cravatte verdi. Le quali, a loro volta, erano un omaggio alla storia anche precedente alla nascita dei moderni movimenti gay nei vari Paesi. Perciò è stato un trionfo di questo colore molto più che simbolico per la storia e la cultura gay. Il verde ci ha ricongiunti alla natura, all'antica Società delle Cravatte verdi francesi, forse il primo segretissimo gruppo omofilo organizzato nell'Europa ottocentesca, quindi a Oscar Wilde e al suo garofano verde.

Il tema era proprio "50 sfumature di verde". E coi nomi dei tavoli poi ci siamo sbizzarriti andando anche volutamente fuori tema ma non fuori tono. Il tavolo dei musicisti, per dire, si chiamava Giuseppe Verdi. Quello della mia famiglia "Speranza" che dicono sia verde. Quello della famiglia siciliana di Francesco "Pistacchio". Insomma, decisamente un "verdimonio": non trovi?"

A officiare il rito è stato Enrico Oliari, presidente di GayLib. Associazione, di cui sei segretario. Qual è il suo ruolo all’interno della collettività Lgbti?

Siamo dei sani e spesso non riconosciuti provocatori dell'intelletto. Nonostante un certo ostracismo politico ad opera soprattutto della maggioranza del movimento Lgbti, non abbiamo mai smesso di remare dalla stessa parte, quella della tutela dei diritti e dei doveri dei cittadini che compongono quella che proprio Consoli definiva 'comunità varia', portando a casa risultati fondamentali.

Penso alla nascita dell'Oscad, nato dopo una nostra lettera aperta a Manganelli che ci ha subito ricevuti e ascoltato per due ore nel giugno del 2010. Penso soprattutto alla storica sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani del luglio 2015 "Oliari contro Italia". Enrico, il fondatore e presidente di GayLib, è stato un pioniere coraggioso che, investendo solo soldi di tasca sua, ha ottenuto una vittoria storica con la condanna dell'Italia a un risarcimento. Con il quale - ci tengo a dirlo - Enrico ha pagato l'avvocato che l'aveva accompagnato fin lì. Questa condanna dagli effetti potenzialmente devastanti per l'economia nazionale ha in qualche modo velocizzato l'iter della legge sulle unioni civili. Non siamo solo noi a dirlo – che potremmo essere accusati di faziosità e manie di protagonismo – ma l'hanno riconosciuto fior fiore di analisti in ambito giuridico.

Da ultimo mi prendo il merito di aver stretto amicizia e sensibilizzato due donne speciali nel mondo del centrodestra: Francesca Pascale, compagna del presidente Berlusconi, e Mara Carfagna, che ci segue passo passo nella nostra lotta da ormai dieci anni. Mara è un gioiello per l'Italia, capace di coraggio, emozioni autentiche e profonda mediazione, anche nelle situazioni a volte non facili che una donna in lotta per i diritti civili nel centrodestra è costretta a vivere. Posso dire che il giorno dell'approvazione della legge sulle unioni civili mi ha chiamato lei e ci siamo commossi insieme. 

Da giornalista libertario, come ami definirti, e attivista come giudichi l’attuale collettività Lgbti italiana?

Cito uno scrittore gay decisamente più autorevole di me che nel 2000, arrivando a Roma in occasione del World Pride, di fronte a una platea di persone omosessuali, da attento conoscitore del nostro Paese, disse che il problema più grande dei gay italiani era quello di non esser mai riusciti a trasformarsi in una vera comunità. Lo scrittore era David Leavitt. La situazione, diciotto anni dopo, non è cambiata.

Anzi, forse per colpa dei social che hanno agito su tutta la società e non di meno sulla popolazione Lgbti, è diventata ancora più arida e vuota. Un triste guaio al quale purtroppo le associazioni, compresa la nostra, non riescono a trovare barlumi di soluzione.

Che cosa significa oggi essere gay e di destra anche alla luce degli ultimi risultati elettorali?

Oggi paradossalmente, ancor più di dieci o quindici anni fa, è un disastro totale. Si deve ricominciare daccapo, come vent'anni fa. Con le unioni civili approvate, però, che non è davvero poco. Si può ripartire da Forza Italia che, nonostante qualche sparata più che altro ironica del presidente Berlusconi, sul tema, resta oggi un partito liberale. E questo grazie anche a GayLib e al coraggio delle due donne di cui parlavamo poco fa.

Vorrei ricordare che Forza Italia ha un dipartimento Libertà civili e Diritti umani che fu presentato alla stampa nell'ottobre del 2014 proprio dal presidente Berlusconi. La strada in tal senso mi pare obbligata. Sono certo che i ragazzi gay militanti in Fratelli d'Italia e Lega vorranno seguirci in questo percorso.

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Impegno politico e sociale a 360 gradi, arrivando perfino a traguardi importanti nella guida delle istituzioni locali. Il tutto con passione, dedizione e onestà in anni e luoghi “caldi” in cui la violenza non temeva la legge e la sfidava perfino alla luce del giorno, in pieno centro e aveva il colore rosso del sangue delle vittime che faceva.

José Calabrò è una delle politiche più rappresentative della sinistra siciliana, una comunista che nell'agosto 1985 è perfino riuscita a essere eletta tra le file del Pci a sindaca del proprio paese, Misterbianco un comune alle porte di Catania. Prima donna a ricoprire questa carica nella Sicilia Orientale

JOSE CALABRO

La sua però sarà un'esperienza destinata a durare poco. A deciderne le sorti non è la qualità della sua attività amministrativa, ma il clima politico e sociale di quegli anni. La sua sindacatura finisce a novembre dello stesso anno, quando viene fatta decadere. “Pochi mesi, forse troppi” commenta la Calabrò. “Dopo la mia lezione sono diventata uno degli epicentri di una stagione spaventosa – continua –. Ero alternativa, disinteressata ad accordi e interessi economici e quindi non conciliabile con i poteri oscuri che stavano entrando nella gestione di un comune che si macchiò presto di sangue. Furono uccisi un imprenditore, un dipendente comunale, il segretario di un partito e un ragazzo che fu bruciato”.

Gli anni di sindacatura al femminile di Misterbianco coincisero con quelli in cui la mafia dettava legge a colpi di proiettile per strada, in centro, in pieno giorno ma anche all'interno dei consigli comunali dove progetti urbanistici e di sviluppo economico non riuscivano mai a vedere la luce e diventare legge. Conclusa l’esperienza da sindaca e dopo essere uscita dai Ds, l’impegno politico di José Calabrò non smette, ma continua nella vita sociale e civile di Misterbianco con le associazioni femminili e il movimento cittadino No discaricaPiù di recente la pubblicazione di un volume del quale è la curatrice e nel quale ha fatto confluire diversi lavori di uomini e donne della cittadina alle porte di Catania: “Le case dei gelsi. Misterbianco, una storia di donne e di uomini lungo un millennio”, pubblicato dalla casa editrice Maimone. 

In occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, José Calabrò dà una sua personale lettura della presenza femminile nella tornata elettorale appena conclusa e nella società in generale.

Come sono andate, secondo lei, le elezioni 2018 dal punto di vista delle donne?

Secondo me si è andati indietro rispetto alle precedenti elezioni, nelle quali c’erano state una visibilità e una forza delle donne maggiori. Credo che in questo caso siano state messe a fuoco altre cose e quindi questa forza femminile sia stata meno rappresentata che nell’ultima campagna elettorale. Tutto ciò malgrado in questo momento le donne stiano riprendendo la parola, dopo che per tanto tempo sono state invece afone. Negli ultimi tempi si assiste a un non ritorno della visibilità delle donne, soprattutto sulla questione della violenza. Però ripeto in questa campagna elettorale non mi è sembrato che abbiano rappresentato un nodo importante.

In tema di violenza il caso Weinstein, ad esempio, ha suscitato diverse reazioni…

Il ritorno alla parola da parte delle donne non è stato soltanto rispetto al caso Weinstein, ma anche ai grandi casi di cronaca. Tutto questo ha dato centralità al tema della violenza. Io però sono sempre dell’idea che le donne debbano riprendere la parola su tanti temi, ad esempio quello del lavoro, e che non ci si può solo focalizzare su questa vicenda. Devono lanciare parole in positivo, con proposte per il mondo. Questo in effetti mi sembra un po’ un limite degli ultimi anni, mentre in quelli precedenti si è parlato più a 360 gradi. In ogni caso si può parlare di una ripresa di iniziative e questo per me è un fatto importante.

Una donna, che in politica è riuscita a ottenere recentemente risultati positivi, è stata la senatrice Monica Cirinnà, appena rieletta. Il suo nome è associato soprattutto alla legge sulle unioni civili. Lei cosa ne pensa di questa norma?

Credo che sia stato importante averla fatta. Durante l’ultimo periodo di governo sono stati fatti dei passi in avanti sulla questione dei diritti civili. Sicuramente però non ci sono stati sul piano dei diritti sociali. Questo è stato un limite forte che ha condizionato molto probabilmente le elezioni e il voto. Occorre riconoscere tuttavia che è stata una legislatura che ha varato dei provvedimenti che possono essere condivisi nel dettaglio o no, ma con la quale tutto sommato si è andati avanti. Su questo non c’è dubbio. Quella delle unioni civili è stata una legge di mediazione È chiaro. Di sicuro non è stata la legge che volevano i soggetti più consapevoli su queste vicende. Però, ripeto, si tratta pur sempre di un passo in avanti rispetto a prima, anche se una mediazione. Onestamente non mi sentirei di dire parole del tutto negative, questo assolutamente no.

 

 

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C’è una piccola pattuglia di persone Lgbti e gay-friendly che sono state elette nell’attuale Parlamento. A partire dall’amica Monica Cirinnà, prima firmataria della legge sulle unioni civili e grande alleata nelle battaglie arcobaleno: la sua presenza qualifica un po’ anche questa legislatura perché come tutti sappiamo le celebrazioni delle unioni civili hanno avuto in Italia un grande successo. Era perciò indispensabile che chi rappresenta da un punto di vista parlamentare l’immagine di questa battaglia tornasse sugli scranni di Palazzo Madama. Sia per proseguire il discorso delle unioni civili e tenere accesa la fiaccola del matrimonio egualitario sia per garantire una vigilanza quanto mai indispensabile, data la vittoria elettorale di forze politiche che non possiamo certamente dire amiche della collettività Lgbti.

C’è poi Tommaso Cerno, la cui elezione in un collegio senatoriale di Milano col quasi 42% di preferenze e 100mila voti, rappresenta un dato rilevante di consenso anche personale. Ma, di sicuro, essa costituisce un’indicazione, relativamente all’area di Milano, di una condivisione della battaglia sui diritti. Condivisione, da parte di chi l’ha votato, che ci riempie il cuore di speranza. Tommaso è al suo primo mandato. Tutti noi dobbiamo aiutarlo nella sua attività di neosenatore dal momento che a Palazzo Madama la situazione è persino più difficile in termini numerici rispetto a quella della Camera.

L’elezione di Alessandro Zan rappresenta un dato rilevante perché sarà a Montecitorio, dove centinaia di fascioleghisti e Fratelli d’Italia non sono certamente friendly nei nostri confronti. Sempre alla Camera ci sarà anche Ivan Scalfarotto che ha promesso il suo impegno a difesa dei diritti delle persone Lgbti.

A loro tutti l’intera redazione di Gaynews formula auguri di buon lavoro con l’impegno a sostenere l’attività parlamentare di ognuno attraverso quella corretta informazione che da 20 anni contraddistingue il nostro quotidiano.

Come già scritto nei precedenti editoriali, si chiede a questi amici e amiche di fare i watch dog in un Parlamento fortemente orientato a destra con esponenti che non hanno remora a richiamarsi esplicitamente al Ventennio fascista.

I dati dell’elezioni sono definitivi e il quadro che ci si presenta è quello di un Paese ingovernabile. Nessun partito e nessuna coalizione, infatti, ha i numeri sufficienti per governare. Al riguardo si profila quindi un lungo stallo alla ricerca di una soluzione che, al momento, non pare all’orizzonte. Come sappiamo, è una situazione simile a quella accaduta in diversi altri Paesi come la Grecia, la Spagna, il Belgio e la stessa Germania dove sono stati necessari cinque mesi per definire una maggioranza di governo in termini di Grosse Koalition. In Italia, al momento, è molto difficile pensare a una maggioranza formata da una coalizione che abbia i numeri sufficienti per governare.

Per fortuna il centrodestra, che pure ha preso il 37% alla Camera, ha “solo” 260 parlamentari: gliene mancano quindi oltre 60 per governare. E dico per fortuna perché si tratta di un centrodestra a trazione fascioleghista. E possiamo tutti immaginare – è inutile dirlo – che un governo con Salvini quale presidente del Consiglio sarebbe per la collettività Lgbti un disastro. E lo sarebbe, perché alcune forze politiche in campagna elettorale hanno promesso la cancellazione della legge sulle unioni civili e probabilmente la riscrittura del testamento biologico e di altre norme, riguardanti i diritti, che il centrosinistra ha meritatamente varato.

Qui siamo di fronte a un trumpismo senza Trump, volendosi smantellare quanto di buono ha fatto il centrosinistra. Senza capire però bene che cosa si voglia fare al suo posto perché i programmi sono tutt’altro che chiari.

Certo è che un governo a guida Salvini rappresenterebbe un cambio radicale nella cultura, nel costume, nel modo di pensare il rapporto tra cittadini e Stato. In tal caso è necessario prepararsi a una lunga stagione di resistenza. Dove la parola resistenza rassomiglia molto, tranne che per alcune conseguenze estreme, a quella da opporre a ciò che potrebbe essere un regime autoritario.

L’altra prospettiva è quella di una coalizione tra il M5s – che è il vero vincitore di quest’elezioni in termini di voti conseguiti da un partito –, il Pd e, magari, anche con la pattuglia dei parlamentari di LeU.

Da un punto di vista degli interessi del Pd sarebbe una prospettiva suicida perché l’appoggio a un governo pentastellato significherebbe un ulteriore tracollo alle urne. Dal nostro punto di vista sarebbe una prospettiva un po’ più tranquillizzante perché non ci troveremmo, in questo caso, alla presenza a Palazzo Chigi dei fascioleghisti e dell’estrema destra.

È ovvio che i nostri interessi sono un po’ diversi da quelli del Pd. Di un partito, cioè, che si trova di fronte al risultato peggiore del dopoguerra se intendiamo il Pd quale continuum del Pci e Ds. Di un partito che si trova nella situazione, stante le dimissioni vere o finte di Matteo Renzi, a dovere rinnovare radicalmente la leadership e la propria politica. Cambiando, perciò, l’immagine avuta finora: quella, cioè, del perdente nonostante i successi del governo Gentiloni e nonostante alcune leggi che noi riteniamo fondamentali come quella sulle unioni civili o sul biotestamento.

Se non si troverà una maggioranza parlamentare l’extrema ratio sarà un “governo del Presidente” con tutti dentro, un “governo di scopo” di durata limitata con il compito di rifare la legge elettorale e di approvare la legge di bilancio. Anche in questo caso sarebbe difficile per i fascioleghisti manomettere la legislazione sui diritti.

Personalmente sono tra quanti pensano che non si tornerà al voto tanto presto anche se l’iter per la costituzione di un governo con maggioranza parlamentare potrebbe essere molto lungo. Non c’è dubbio che a questo punto il compito della collettività Lgbti e, nel nostro piccolo, anche dell’informazione Lgbti sarà quello di vigilare con la massima attenzione perché non ci sia nessun passo indietro sui diritti acquisiti. Ma anche di moltiplicare nel Paese e in ogni città iniziative sui temi che ci stanno più a cuore: dal matrimonio egualitario alla legge contro l’omotranfobia fino alla welfare per la collettività Lgbti. In modo tale da rimarcare una presenza diffusa su tutto il territorio nazionale che sia di monito a chiunque voglia tentare dei disastrosi passi indietro in materia di diritti.

Quindi il mio appello è quello di rimboccarsi le maniche e agire con sentimenti di rinnovata e passionale militanza per far sì che la visibilità Lgbti in Italia sia sempre più forte al di là di chi è al governo del Paese, col quale comunque dovremmo misurarci.

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Da quando Zola intitolò La débâcle il romanzo ispirato alla disfatta di Sedan, il termine è invalso ovunque nell’uso per indicare una grave sconfitta in campo politico o sociale. E tale sono state per il Pd le elezioni del 4 marzo.

Nonostante tutto tra i candidati della cosiddetta pattuglia arcobaleno dem è risultata rieletta al Senato Monica Cirinnà, il cui nome è legato alla legge sulle unioni civili. Gaynews l’ha raggiunta telefonicamente per raccogliere le sue prime impressioni.

Senatrice Cirinnà, lei è stata rieletta. Che emozioni ha provato alla notizia?

La certezza della mia rielezione l’ho avuta solo stamani attraverso il sito del ministero dell’Interno. Nella giornata d’ieri avevo già in realtà una solida speranza legata al fatto di essere capolista.

La sensazione è indubbiamente agrodolce: senzazione di gioia perché comunque la fatica è stata tanta, l’impegno è stato tanto, il sostegno ricevuto è stato tanto. Il dolore è legato al crollo del mio partito, che non è altro che il risultato di errori infiniti degli ultimi tempi. Errori pesanti della Segreteria e della classe dirigente del Pd.

È stato anche il risultato orribile della “notte dei lunghi coltelli” in direzione: dalla composizione delle liste al paracadutamento di personaggi improbabili su collegi probabili. E sicuramente del fatto che il Pd non è apparso un partito plurale, inclusivo. Una sensazione dunque di tristezza e di dolore. Fra poco tornerò in Senato e non troverò la maggior parte di quei colleghi meravigliosi e fantastici coi quali ho fatto la legge sulle unioni civili e tante battaglie importanti. Penso ovviamente a Sergio Lo Giudice ma anche a Luigi Manconi.

La sua candidatura è avvenuta in due collegi non facili. A fronte della débâcle del Pd a cosa ascrive la sua vittoria elettorale?

Sono stata candidata in due immensi collegi proporzionali del Lazio. La scelta di non candidarmi nella mia città, Roma, la dice lunga su quanto, in realtà, si volesse mettere alla prova in qualche modo il mio consenso tra i cittadini. Essere capolista a Lazio Nord e a Lazio Sud, in quelle province enormi in cui ha stravinto il populismo dei M5s, è per me una prova difficilissima.

Ascrivo la mia vittoria elettorale all’essere stata capolista. Per cui il crollo del Pd non è andato al di sotto del 15%. È evidente che molti cittadini nel trovare  il mio nome riportato sulla scheda hanno avuto quella speranza che, nel votare una lista da me guidata, ci fosse anche una speranza di ripresa per il Pd. Io ho sempre ragionato in questo modo: per me il partito è una comunità plurale. Una comunità che include diversità e valorizza le diversità. Il partito è però anche un luogo d’ascolto. Un luogo di condivisione. Il partito non è l’insieme di potentati locali. Il partito non è il luogo del mio ma il luogo del noi. Personalmente ho messo in campo questa scelta di essere appunto una che ascolta e tiene le pluralità all’interno delle sue scelte. Atteggiamento da me condiviso con tanti cittadini durante il lavoro sulle unioni civili o sul referendum e anche durante la campagna elettorale. E vedo che, ogniqualvolta il noi viene messo davanti, la comunità viene messa davanti, la valorizzazione di due parole chiave: libertà e uguaglianza viene messa davanti, i cittadini tornano a riconoscere il partito e a premiarti.

Il dopo voto ha causato una bufera in casa Pd. Quali le sue valutazioni in merito?

Come scritto ieri in un post su Fb, si tratta di un crollo annunciato da tempo, causato da varie crepe che piano piano si sono ampliate creando danni irreparabili.

Queste crepe hanno nomi chiari, nomi di persone del gruppo dirigente ben note. Meglio parlare di temi, pochi esempi:

- la buona scuola ha una storia paradossale, abbiamo stabilizzato oltre 100.000 precari, eppure è una delle riforme più invise a studenti, professori, presidi e sindacati, con i quali nessuno ha dialogato;

- la riforma del lavoro, non è stata condivisa e spiegata ai cittadini, è stata percepita solo come un modo per rendere ancora più instabile la vita lavorativa di molti, e di fatto un favore alle grandi imprese;

- non abbiamo dato segnali forti sui diritti e le politiche sociali, e l’obolo degli 80€ non è stato sufficiente perché non strutturale e di servizi, avremmo potuto fare molto di più visti i buoni dati di ripresa dell’economia e del recupero dell’evasione fiscale;

- sulla sicurezza abbiamo solo inseguito sul tema dell’immigrazione e non è bastato fermare gli sbarchi, a fronte per altro dei lager in Libia, quando non abbiamo risposto all’insicurezza sociale, quella che erode giorno per giorno le certezze di vita di persone e famiglie.

Ora servono giustizia, coraggio e coerenza.

Chi ha sbagliato passi la mano, ci consenta di ricostruire la casa comune del centro sinistra.

Quella casa che in tanti abbiamo scelto dando vita al Pd, non la Ditta, non il Partito di Renzi, ma un luogo plurale e inclusivo, che sappia ascoltare, rappresentare e proporre al Paese quella sana opposizione che servirà per sconfiggere il radicamento delle tante destre che si accingono a governare l’Italia.

Servono ora decisioni rapide ed efficaci, che guardino al bene comune e vadano al di là degli interessi e dei destini personali di ognuno di noi.

Quali battaglie porterà in Senato a sostegno dei diritti delle persone Lgbti?

Le battaglie per i diritti sono il fondamento della mia azione politica. Per tutti i diritti e per tutte le comunità.

La comunità Lgbti è quella che sento più vicina alla mia ultima esperienza politica. Quella che mi ha ricambiato con un infinito affetto. Un’infinita stima, facendomi sentire davvero parte di quella comunità. Immediatamente depositerò vari testi. È chiaro che bisogna parlare subito di legge contro l’omotransfobia, adozione per tutti, matrimonio egualitario.

È chiaro che il contesto politico sarà complicatissimo. È chiaro che nulla si può dire adesso senza sapere se ci sarà un governo e come sarà composto questo governo. Io mi auguro che ci sia comunque la possibilità di andare avanti sui diritti e, se non si riesce ad andare avanti, almeno rimanere su quanto guadagnato. Il terrore sparso nella campagna elettorale da persone che dicono: Torniamo indietro sulle unioni civili è qualcosa che spero non si palesi nel prossimo governo. Certo nel prossimo Parlamento sono state elette persone che sostengono di voler fare questo. Il mio ruolo sarà quello di guardiana. Quello di sentinella in difesa di quanto abbiamo conquistato.

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Ivan Scalfarotto è in corsa per il secondo mandato parlamentare. Candidato alla Camera dei deputati nel collegio plurinominale Lombardia 1 - 03 tra le file del Pd, il sottosegretario di Stato allo Sviluppo economico ha accettato di rispondere ad alcune domande nell’imminenza del voto del 4 marzo.

On. Scalfarotto, nel suo video elettorale lei parla di parametrici economici tutti migliorati: in che senso e secondo quali dati?

Sono i dati dell’Istat, quelli che fanno prova quando le cose vanno male e dunque anche quando le cose vanno bene. In questi anni il nostro Paese, che era in recessione, ha ricominciato a crescere: nel 2016 +0,9%, nel 2017 +1,5%, che è il rialzo massimo dal 2010. Il rapporto deficit-Pil nel 2017 è sceso all'1,9%, a fronte del 2,5% dell'anno precedente. Il rapporto debito-Pil si è prima stabilizzato e ha cominciato poi a scendere, sebbene solo lievemente, dal 132% al 131,5%. La pressione fiscale è scesa nel 2017 al 42,4% del Pil, in calo rispetto al 42,7% del 2016. 

Allo stesso modo sono cresciuti gli occupati, da 22 milioni a 23 milioni; la disoccupazione giovanile che era al 44% all’arrivo di Renzi al governo nel 2014, è oggi al 31,5%; l'occupazione femminile ha fatto appena registrare un record storico, salendo al 49,3%. È aumentata la produzione industriale: +3% nel 2017 rispetto al 2016, così come gli ordinativi (+6,6%) e fatturati (+5,1) dell’industria. L’indice complessivo del fatturato è tornato al livello più alto dall’ottobre 2008. Sono dati positivi, il che non significa che non ci sia ancora moltissimo da fare, certo. Ma che indiscutibilmente, oggettivamente, segnala che in questi anni di governo è stato fatto un ottimo lavoro. 

Lei è sottosegretario allo Sviluppo economico e, infatti, come detto nel video, dichiara di essersi occupato di “internazionalizzazione delle imprese”. Può spiegare più dettagliatamente che risultati ha raggiunto?

Quando ho ricevuto la responsabilità del Commercio internazionale e dell’attrazione investimenti, all’inizio del 2016, l’Italia aveva appena realizzato il suo record delle esportazioni con 414 miliardi. Nel 2016 e 2017 abbiamo migliorato questo record, arrivando l’anno scorso a 448 miliardi e con un avanzo della bilancia commerciale di quasi 50 miliardi. Una crescita del nostro export di quasi l’8% rispetto all’anno precedente, meglio di Francia e Germania. Per fornirle un altro dato, quest’anno siamo passati dall’11° all’8° posto tra i più forti esportatori negli Usa, il principale mercato del mondo, superando anche i francesi, nostri storici concorrenti.

Sempre nel 2017, siamo cresciuti più del 20% sia in Cina che in Russia, nonostante il permanere delle sanzioni in quest’ultimo mercato. In questi anni abbiamo quintuplicato i fondi per la promozione del Made in Italy, e abbiamo dato una spinta decisa alla nostra diplomazia economica in sostegno ai nostri esportatori, che sono in realtà i veri detentori del merito di questa straordinaria crescita. Io stesso, in meno di due anni, ho effettuato 45 missioni internazionali, visitando 29 Paesi diversi. 

In tale veste è stato in Iran, dove ha incontrato il presidente Rohani. Qualche attivista Lgbti le contestò d'aver stretto la mano a un Capo di Stato, in cui le persone omosessuali sono mandate a morte. Cosa ne pensa?

Che sono orgoglioso di essere cittadino di un Paese, come l’Italia, che va in visita di Stato in un Paese come l’Iran con una delegazione composta così: un capo del Governo di 40 anni, una ministra donna e un sottosegretario al commercio gay. Vede, in Iran, in casa loro, per poter trattare con l’Italia - com’è nel loro interesse - hanno soprattutto dovuto stringere la mano a me, non il contrario.

Se seguissimo fino in fondo la logica che sta dietro alla sua domanda, dovremmo stabilire due pericolose conseguenze: la prima, visto che il rilievo è stato mosso solo a me e alla ministra Giannini e non al resto della delegazione, è che la discriminazione di donne e gay non è un problema di tutto il governo, ma solo un problema dei membri di governo donne e gay. La seconda, corollario della prima, è che politica estera e quella commerciale possono farla solo gli uomini eterosessuali, perché a membri di governo donne e gay sarebbero preclusi i viaggi in qualche decina di paesi del mondo.

La scelta di andare in Iran non è stata facile neanche per me: sapere che cammini, circondato da uomini armati, per strade nelle quali se non avessi la tua immunità diplomatica saresti arrestato e probabilmente ucciso non è una sensazione confortevole, mi creda. Ma penso che vedere gli onori di Stato riservati a un dignitario gay di un Paese occidentale sia stato anche un messaggio importante per la comunità Lgbti iraniana. 

Diritti civili e programma Pd: è un dato di fatto che esso sia veramente striminzito in riferimento alle persone Lgbti. Qual è il suo parere in merito? 

I programmi elettorali, con una legge proporzionale che costringe necessariamente a un accordo di coalizione, purtroppo valgono fino al giorno delle elezioni. Guardi quello che succede in Germania: è dopo le elezioni, non prima, che si scrive il programma di governo. Per questo posso assicurarle che migliore sarà la performance del Pd, maggiori saranno le speranze di fare passi avanti nell’agenda dei diritti civili. Bene che ci diciamo una cosa con estrema chiarezza: se la destra o M5s avessero da soli la maggioranza per governare l’Italia avremmo il rischio, nel primo caso, di una proposta di legge di abrogazione delle unioni civili e, nel secondo caso, le decisioni sarebbero nelle mani di una forza politica che si è schierata contro la stepchild adoption e contro lo ius soli

Quanto ai partiti alla nostra sinistra, bisogna sapere che il voto per loro è un voto di pura testimonianza: servirà ad avere in aula qualcuno che parla di parità dei diritti, ma che le parole sulla parità non potrà mai trasformare in leggi che cambiano la vita delle persone, perché non hanno i numeri in aula e senza numeri in aula le leggi non si fanno. Aggiungo che sia in Regione Lombardia che nei collegi uninominali il voto a LeU serve a favorire l’elezione di un presidente di regione razzista e di parlamentari leghisti o neofascisti che certamente a Roma non favoriranno leggi di progresso civile. Bisogna dunque che l’elettore ponderi attentamente le conseguenze dirette del proprio voto. 

Passiamo al tema delle misure di contrasto all’omotransfobia. Al riguardo difende ancora il suo ddl o ritiene oggi che andrebbe presentato un nuovo testo come chiesto da più parti della collettività Lgbti?

Difendo certamente il mio disegno di legge contro l’omofobia e la transfobia così come lo presentai nella scorsa legislatura. E, se sarò eletto, lo ripresenterò tale e quale. Quanto invece alla legge così come uscì dal voto della Camera dopo gli emendamenti Verini e Gitti, penso che fosse una legge non perfetta ma di cui avremmo avuto comunque un estremo bisogno.

Il progresso del Paese procede per leggi non perfette: per ottenere il divorzio, all’epoca dell’approvazione della legge, erano necessari ben sette anni di separazione; la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza è appesantita dal meccanismo dell’obiezione di coscienza. Ma lei farebbe a meno di queste due leggi di progresso per questi motivi?  È stato veramente paradossale vedere insieme nelle piazze sia le associazioni Lgbti che le “Sentinelle in piedi” unite, anche se per motivi opposti, contro l’approvazione della legge sull’omofobia. Alla fine hanno entrambe raggiunto il risultato che si prefiggevano: la legge non si è fatta. Ma secondo lei hanno fatto un miglior affare le “Sentinelle in piedi” o le persone Lgbti? Chi ha potuto veramente festeggiare?

Da ultimo... Nel suo video afferma che grazie alla legge sulle unioni civili “tutte le famiglie hanno la stessa dignità”. Non le sembra un po’ esagerato visto che proprio la legge definisce tali unioni una formazione sociale specifica e non riconosce la potestà genitoriale alle coppie di persone dello stesso sesso?

Non è esagerato: è sostanzialmente così. Ci sono ancora dei passi da fare per la piena parità, e vanno assolutamente fatti (lo ripeto: ma si potranno fare rafforzando il Pd, non indebolendolo), ma non si può riconoscere che oggi chi si unisce civilmente ha le stesse protezioni di chi si sposa. Un risultato che nessun governo, né di destra né di sinistra, ha mai portato a casa e che non si può non riconoscere alla ferma volontà, alla testardaggine, mi viene da dire, di Matteo Renzi e del suo governo. Non so se lei ricorda D’Alema che diceva che “Il matrimonio è un sacramento finalizzato alla procreazione”, ma io non l’ho mai dimenticato.

Quello che non va bene nella legge 76 non è certamente la formula di “formazione sociale specifica”, perché anche il matrimonio è una “formazione sociale specifica”. Quello che manca è la parità dei figli. Questa lacuna gravissima la dobbiamo soltanto al fatto che la maggioranza che avrebbe dovuto approvare la legge (Pd+Sel+M5s) si sgretolò per il tradimento in Senato dei grillini, che quella volta mostrarono per la prima volta la propria impronta di partito di destra.

Però io ho sempre in mente Franco e Gianni, la coppia di Torino che si sposò ad agosto 2016 dopo 52 anni insieme. Avessimo fatto quella legge anche soltanto per Gianni e per consentirgli di vivere in dignità e libertà dopo la morte di Franco pochi mesi dopo, avremmo comunque fatto la cosa giusta. 

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Incalzato da settimane, Pierferdinando Casini, candidato del centrosinistra al Senato nel collegio uninominale di Bologna, ha oggi affrontato il tema dei diritti delle persone Lgbti.

Intervenendo a Radio Città del Capo, emittente storica della sinistra, ha dichiarato: «Probabilmente rispetto alla comunità Lgbti ho idee diverse. Probabilmente loro ritengono la legge che si è fatta sulle unioni civili insufficiente. Probabilmente domani chiederanno qualcosa di più. Questa è la democrazia.

Io rispetto questa comunità e dico loro: Non abbiamo le stesse idee, ma senza di me voi le unioni civili non le avreste avute».

Casini ha poi spiegato meglio che nel corso della XVII° legislatura «senza di me e senza le persone come me, senza quei moderati che hanno sostenuto la coalizione di centrosinistra le unioni civili e il testamento biologico non ci sarebbero stati.

Per cui non accetto l'esame del sangue a me perché non voglio farlo a loro. Io rispetto loro, loro rispettino me». 

Sulle adozioni ai single l'ex presidente della Camera non ha chiuso tutte le porte. «Vedremo - ha dichiarato -. Probabilmente se si affrontano le cose senza voler fare delle demagogie ma con serietà si potranno trovare tanti punti di incontro».

Non senza far però notare che «è una cosa singolare: mi si chiedono cose che non si chiedono al Pd, perché molti parlamentari del Pd hanno avuto una posizione ben più restrittiva della mia. Se la gente ritiene che, per danneggiare me sia bene votare Salvini o M5s, lo faccia».

Del resto, su argomenti come questi - ha aggiunto Casini - «a volte correre troppo si strappa anche quello che si può avere in termini realistici». 

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