Diciamolo subito: Nome di donna di Marco Tullio Giordana è un film bello e intelligente ma è, soprattutto, un film attuale. Un film che unisce una sapiente costruzione cinematografica con un misurato taglio narrativo di tipo“giornalistico”. Taglio che fa di questo film un prodotto “democratico” e di grande qualità, in grado di affrontare una tematica importante, come quella della violenza di genere, mescolando realtà e finzione, denuncia e capacità di introspezione.

Nome di donna è un perfetto women’s movie che racconta  in maniera asciutta e lineare la storia di una giovane madre che rivendica i propri diritti e la propria dignità, Nina, ben interpretata da Cristiana Capotondi. E di donne come Nina è piena l’Italia: donne molestate, subdolamente condizionate da maschi che non sono fisicamente violenti ma la cui autorità sociale diventa leva psicologica grazie alla quale subordinare e influenzare la volontà e la vita altrui. 

Una risposta chiara e intellettualmente onesta a chi, come Catherine Denevue, confonde ancora le molestie con i complimenti e a quanti come Kevin Spacey credono di potersela cavare con delle scuse pubbliche e una superficiale ammissione di responsabilità. 

Nina è una donna che decide di autodeterminarsi come madre e come lavoratrice e non accetta perciò alcun tipo di condizionamento. È una donna che ha paura di ribellarsi a un sistema sessista ed eteropatriarcale ma è, altresì, disposta ad andare fino in fondo per tutelare ciò che è suo e che nessuno può, in alcun modo, compromettere: la sua libertà e le sue scelte.

Questo film di Marco Tullio Giordana ha il pregio di spiegare, chiarire, esemplificare come sia giusto e doveroso parlare di molestie non solo in presenza di evidenti e manifesti atti di violenza fisica ma anche davanti a complesse dinamiche di soggezione all’autorità di turno, allorché la pressione, ancor prima che fisica, è dissimulatamente psicologica e limita e mortifica l’altrui modo di agire.

Nel cast del film, è necessario segnalare la presenza di grandi interpreti come Valerio Binasco, nel ruolo del direttore e molestatore seriale, Bebo Storti, avido prelato corrotto, e una grande Adriana Asti, attrice “sul viale del tramonto”, arguta confidente della giovane e smarrita protagonista.

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Le offese e le molestie sessuali subite da Viola F. durante una visita ginecologica, di cui la giovane 23enne aveva parlato su Fb in occasione dell’8 marzo e ieri su Gaynews in una lunga intervista, sono un’ennesima riprova di come le donne lesbiche siano troppo spesso doppiamente vittime. Vittime della violenza di genere e dell’omofobia.

Ma può anche succedere che alle storie da incubo, come è la vicenda di Viola e come la stessa Viola l’ha definita, se ne accompagnino altre. Storie belle, storie positive, storie in cui la parità di genere e il rispetto della persona a prescindere dal proprio orientamento sessuale sono non solo chiavi di lettura dell’accaduto ma realtà regolanti ogni rapporto umano.

Tale è la storia di Valentina, un’impiegata che vive alle porte di Roma. Una giovane donna come Viola. Una giovane donna che, come Viola, si è dovuta sottoporre a visita medica. Ma con esiti ben diversi.

Ecco come l’ha raccontata a Gaynews:

La mattina di mercoledì 14 non sono stata bene. Sono finita al pronto soccorso. Cosa, questa, che, nel rifletterci ora, mi appare solo particolare. Mentre il medico mi visitava, mi ha chiesto se poteva esserci possibilità di una gravidanza. Molto spontaneamente, quasi ridendo, data la situazione, gli ho risposto di no. Lui mi ha sorriso e mi ha chiesto: Come mai tutta questa convinzione? E io, molto serenamente: Perché sono lesbica. Mi ha sorriso di nuovo e mi fa: Anche le lesbiche possono essere incinta. E io, di rimando: Sì, ma lo saprei dato che non è tanto semplice. Lui allora ha commentato con un semplice: Purtroppo.

Quando mi ha consegnato la cartella clinica, senza neanche guardarmi in faccia e continuando a scrivere sul pc, mi fa: Lo sai che sei la prima persona che non si è fatta problemi nel dirmelo? Grazie, davvero. Complimenti, sei in gamba. In bocca al lupo per tutto a te e alla tua compagna.

Mi sono sentita così tremendamente orgogliosa di me e soprattutto del medico che avevo davanti. Sono orgogliosa degli uomini e delle donne che, come me, non trovano stranezze e diversità nell'amore.

Poi, a casa, ho letto prima della storia del 13enne di Scafati. Poi quella di Viola. Posso solo immaginare il trauma subito per quella visita ginecologica. Per la violenza usatale da quel medico. La mia è stata fortunatamente un’esperienza diversa grazie a un medico, di cui non dimenticherò mai il sorriso e le poche ma quanto importanti parole.

Le dichiarazioni di Valentina sono state così commentate dalla senatrice Monica Cirinnà: «Conosco Valentina come una donna sincera, forte, determinata e tale si è dimostrata anche durante la visita medica al pronto soccorso.

Quello che, dato lo stato di salute, poteva essere un episodio non piacevole si è rivelato un momento positivamente significativo per lei. La soddisfazione di essere in ogni circostanza sé stessa, di vivere in maniera pienamente risolta, di sapere d’amare al pari di altre senza differenze, perché l’amore è sempre tale al di là dell’orientamento sessuale, è emersa nel corso di quella visita. Grazie anche all’atteggiamento professionale e alla squisita sensibilità del medico, al quale va il mio plauso.

Un bell’esempio, e fortunatamente non sono pochi, nel mondo sanitario. Uno spaccato anche positivo di società italiana che, nonostante tutto, avanza nel cammino dell’altrui sentire, del sincero rispetto per tutti, della piena parità dei diritti».

 

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Circa una settimana fa, in occasione della Giornata internazionale della donna, l’attenzione della cronaca si è focalizzata nuovamente su un caso di omofobia e molestie in ambito sanitario.

Viola F., 23enne d’origine ischitana ma vivente a Roma per studi universitari, ha infatti denuncito quale incubo la visita ginecologica, cui si era sottoposta a fine gennaio nella capitale. Il medico, avendo appreso dalla paziente il suo orientamento sessuale, nel sottoporla a ecografia transvaginale, era arrivato a usare parole allusive, offensive e umilianti per la stessa.

«Ancora una volta registriamo un caso di discriminazione in ambito sanitario – ha così dichiarato Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli –. Poco più di un mese fa, infatti, un attivista di Arcigay è stato schernito e deriso in quanto omosessuale durante una visita da un medico in servizio in una struttura ospedaliera campana. Oggi tocca a Viola essere discriminata da un ginecologo in quanto lesbica. Queste circostanze gravissime ci fanno riflettere, ancora una volta, sulla scarsa formazione e sulla scarsa sensibilità dei medici e del personale sanitario. Non è tutto così, ovviamente, ma c’è ancora tanto da fare perché un pezzo del nostro Paese è ancora drammaticamente resistente al cambiamento».

Per Gaynews, abbiamo deciso di raggiungere telefonicamente Viola per capire meglio come sono andate le cose.

Viola, ti era mai capitato di trovarti in situazioni simili, cioè di essere stigmatizzata o molestata perché lesbica ?

Sì, mi era già capitato, purtroppo, in due distinte occasioni. La prima volta avevo 17 anni. Mi trovavo a Ischia, dove sono nata, a una festa con la mia compagna di allora. Alcuni ragazzi hanno approfittato di un momento, in cui mi ero allontanata da sola, per andare a prendere da bere e mi hanno accerchiata. Uno di loro mi ha parlato per chiedermi: Perché baci una donna? Io ricordo che risposi: Anche tu baci le donne, no? Dovresti capirmi.

Gli altri allora hanno iniziato a darmi botte sulla testa e sulla schiena. Sono riuscita a uscire da quel cerchio umiliante e violento mettendomi in ginocchio e facendomi spazio tra le loro gambe, tutta bagnata dei drink che mi ero rovesciata addosso. Ricordo che ebbi bisogno di appartarmi per piangere, perché ero sopraffatta dal senso di impotenza e umiliazione. Non so ancora chi fossero quei ragazzi.

La seconda volta avevo 18 anni: entrai in classe una mattina e trovai tutti i miei compagni in piedi davanti al muro, dietro la cattedra. Mi avvicinai e lessi una grande scritta fatta col pennarello: Viola lesbica malata. I miei amici erano riusciti a coprire solo parzialmente quella scritta. Qualche tempo dopo fecero imbiancare l'aula.

Quando hai raccontato la visita che hai subito, quali reazioni hai raccolto nella tua cerchia di conoscenze? Hai ricevuto solidarietà o ti sei confrontata con atteggiamenti di chiusura?

Questa è una domanda fondamentale, la cui risposta chiarisce anche il perché io abbia deciso di raccontare la vicenda proprio in occasione della Giornata della donna.

Come ho già detto, ho raccolto dalle mie conoscenze e amicizie molto sostegno, comprensione e incoraggiamento, ma non da tutti.

La prima cosa che va precisata è che, quando sono uscita da quella visita, mi era venuta a prendere in auto la mia ragazza. Ero molto turbata e soprattutto nervosa, però ancora non avevo metabolizzato l’accaduto a causa dello shock. La mia ragazza mi ha fatto notare quanto assurdo fosse quello che il ginecologo avesse detto e fatto, quanto fosse fuori luogo e inaccettabile. E mi ha scossa da quell'apatia passiva in cui ero precipitata subito dopo.

In seguito, sono state proprio le reazioni di altre persone che mi hanno aiutata a raccogliere le forze: chi ha pianto per il nervosismo e l'ingiustizia, chi mi ha versato del vino e mi ha offerto il suo ascolto per tutta la notte, chi con gli occhi sgranati non sapeva come esprimermi quanto le dispiacesse, chi con le vene delle tempie ingrossate mi diceva che avrei dovuto denunciare. Tutte reazioni che hanno riempito il mio cuore, che mi hanno fatta sentire meno sola davanti a quell'evento che mi aveva profondamente segnata.

Tutti mi sono state accanto, tutti tranne una persona: la mia migliore amica. Era stata lei a consigliarmi il ginecologo, suo medico e amico di famiglia. E questo chiarisce come mai io abbia deciso di raccontare la vicenda l'8 marzo: perché quel giorno di celebrazione della donna, l'unica cosa che riuscivo a pensare era quanto fossi delusa dal mancato sostegno femminile che ritenevo il più importante.

Lei ha dubitato delle mie parole, forse per la sua natura intimamente subordinata al genere maschile, forse per la sua provenienza piccolo borghese, per la sua famiglia molto cattolica. La mia migliore amica ha messo in dubbio le mie parole per paura, per non vedere le cose che non le piacciono. Ecco perché ho invitato le donne, come lei, ad alzare la testa e amare di più sé stesse e le altre. Ma nel resto del mio mondo, per fortuna, ho trovato grande solidarietà.

Hai denunciato l’accaduto all’ordine dei medici? E alle forze dell’ordine?

Ho denunciato solo ai carabinieri, che hanno accolto con grande indignazione il mio racconto. Proprio i carabinieri mi hanno spinto a presentare il caso alla procura sotto la dicitura di "violenza sessuale" invece che come semplice molestia. Hanno detto che il mio caso si trova sulla linea di confine tra violenza e molestia dacché, mentre il ginecologo mi diceva che avrebbe voluto farmi cambiare idea sulla mia omosessualità, stava comunque usando i suoi strumenti su di me e dentro di me. E, inoltre, mentre mi diceva che ero una monella, riferendosi ai miei tatuaggi, aveva le mani sul mio seno. Cose che dovrebbero essere normali durante una visita ginecologica, ma che acquistano un altro colore se accompagnate da quel tipo di frasi.

All'Ordine dei medici non l’ho segnalato, ma spero vengano presto informati. Non vorrei correre il paradossale rischio di essere anche contro-querelata per diffamazione. Sarebbe il colmo.

Tra la visita e la denuncia pubblica della violenza è trascorso un po’ di tempo. Credi ti sia servito a metabolizzare e raccontare l’accaduto o avevi timore di scontrarti con il pregiudizio altrui?

La cosa strana è che ho provato per settimane a scrivere dell'accaduto. All'inizio non avevo la serenità mentale per rivivere tutto nel raccontarlo agli altri, pensavo che le parole avrebbero sminuito la frustrazione, il disgusto, l'umiliazione che avevo provato. Non avevo la forza adeguata per farmi capire. Ma l'8 Marzo è stata la delusione nei confronti della mia migliore amica che mi ha spinta a farmi portavoce della forza femminile. Per esortare le donne a lottare ancora, perché il mondo può migliorare sempre più nei nostri confronti, e per dire a tutte di avere coraggio, denunciare, alzare la testa.

Ci vuole forza perché ci si può ancora imbattere in ignoranza, menti ottuse e pregiudizi. Bisogna far capire a tutte le donne che non si guadagna niente nel denunciare una molestia, né soldi né fama né potere, ma è necessario farlo. Anzi, io ho dovuto affrontare molte difficoltà per esprimere cosa avessi subìto, e ho perso anche un'amica. Ma il torto subito ti dà la forza di gettarti anche in una vasca di squali.

Secondo te, personaggi come il medico che ti ha visitato, poggiano il proprio senso di impunità sulla consapevolezza di essere parte di una società maschilista e omofoba o sul senso di paura e vergogna che suggeriscono alla “vittima”?

Il ginecologo era il tipico maschio alfa, borghese, educato ma dagli atteggiamenti tipici dell’impunito. Sapeva di essere in una situazione di potere, sia come uomo bianco ed eterosessuale, sia come medico affermato, col camice addosso e la possibilità di dire qualsiasi cosa volesse a qualunque giovane e bella ragazza, nel suo intoccabile studio arredato in modo elegante, dove lavora da solo. Di certo, per le libertà che si è preso e la sua nonchalance nel biasimarmi apertamente fin dal primo momento perché omosessuale (con parole crude e dirette), credo abbia puntato anche sul mio senso di disagio, sulla mia inferiorità in quel momento. Lui medico, io paziente. Io mortale, lui Dio.

Giocava con la mia psiche con bastone e carota, alternando frasi di biasimo per la mia omosessualità (fino a dirmi anche: Non dirlo a nessuno perché penserebbero male di te, in ogni ambito della tua vita) a frasi viscide e moleste: dal Come sei bella al Ti avrei fatto cambiare idee, che mi hanno messo a disagio e mi hanno bloccata. Tanto era lui a dirmi di aprire le gambe, di togliere la maglietta, di rispondere a domande indiscrete, ed io lo facevo. Questo era per lui palesemente galvanizzante.

Come ti sentirai, la prossima volta che dovrai sottoporti a visita ginecologica? Pur cambiando medico, riuscirai a essere serena o credi che quest’esperienza comprometterà la tua fiducia nei confronti dei medici che incontrerai?

Per rispondere a questa domanda, devo precisare che sono una studentessa di medicina e che, in generale, non sono propensa a perdere la fiducia nei confronti della classe medica. Ma credo proprio che, nel momento in cui dovrò spogliarmi nuovamente davanti ad un dottore e farmi toccare in una situazione di vulnerabilità, sarà diverso. Se solo ci penso, mi viene la nausea. Purtroppo non solo in questo ambito ha influito la vicenda, non solo nei riguardi dei medici avrò problematiche.

Ma quel che è successo ha avuto riverbero per qualche tempo anche nella mia vita sessuale, nella fiducia nei confronti del genere maschile e ha anche peggiorato i sintomi dell'ansia, di cui già soffrivo in modo blando. Le sue parole, le sue mani, il suo sguardo viscido sul mio corpo giovane non mi condizioneranno solo nel momento in cui dovrò spogliarmi di fronte a un altro medico (che d'ora in poi sarà donna) ma hanno già leso molti aspetti della mia vita, tra cui la mia dignità. Spero davvero che sia condannato, radiato dall'Ordine dei medici e che non possa più traumatizzare nessuna ragazza.

Ormai io quest'orrore l'ho vissuto e niente me lo farà dimenticare… Ma spero almeno che questa brutta vicenda possa essere d'aiuto per le altre, per salvaguardarle, per incoraggiarle a denunciare. Magari stavolta la legge farà qualcosa di buono. E avremo un orco in meno di cui preoccuparci.

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Impegno politico e sociale a 360 gradi, arrivando perfino a traguardi importanti nella guida delle istituzioni locali. Il tutto con passione, dedizione e onestà in anni e luoghi “caldi” in cui la violenza non temeva la legge e la sfidava perfino alla luce del giorno, in pieno centro e aveva il colore rosso del sangue delle vittime che faceva.

José Calabrò è una delle politiche più rappresentative della sinistra siciliana, una comunista che nell'agosto 1985 è perfino riuscita a essere eletta tra le file del Pci a sindaca del proprio paese, Misterbianco un comune alle porte di Catania. Prima donna a ricoprire questa carica nella Sicilia Orientale

JOSE CALABRO

La sua però sarà un'esperienza destinata a durare poco. A deciderne le sorti non è la qualità della sua attività amministrativa, ma il clima politico e sociale di quegli anni. La sua sindacatura finisce a novembre dello stesso anno, quando viene fatta decadere. “Pochi mesi, forse troppi” commenta la Calabrò. “Dopo la mia lezione sono diventata uno degli epicentri di una stagione spaventosa – continua –. Ero alternativa, disinteressata ad accordi e interessi economici e quindi non conciliabile con i poteri oscuri che stavano entrando nella gestione di un comune che si macchiò presto di sangue. Furono uccisi un imprenditore, un dipendente comunale, il segretario di un partito e un ragazzo che fu bruciato”.

Gli anni di sindacatura al femminile di Misterbianco coincisero con quelli in cui la mafia dettava legge a colpi di proiettile per strada, in centro, in pieno giorno ma anche all'interno dei consigli comunali dove progetti urbanistici e di sviluppo economico non riuscivano mai a vedere la luce e diventare legge. Conclusa l’esperienza da sindaca e dopo essere uscita dai Ds, l’impegno politico di José Calabrò non smette, ma continua nella vita sociale e civile di Misterbianco con le associazioni femminili e il movimento cittadino No discaricaPiù di recente la pubblicazione di un volume del quale è la curatrice e nel quale ha fatto confluire diversi lavori di uomini e donne della cittadina alle porte di Catania: “Le case dei gelsi. Misterbianco, una storia di donne e di uomini lungo un millennio”, pubblicato dalla casa editrice Maimone. 

In occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, José Calabrò dà una sua personale lettura della presenza femminile nella tornata elettorale appena conclusa e nella società in generale.

Come sono andate, secondo lei, le elezioni 2018 dal punto di vista delle donne?

Secondo me si è andati indietro rispetto alle precedenti elezioni, nelle quali c’erano state una visibilità e una forza delle donne maggiori. Credo che in questo caso siano state messe a fuoco altre cose e quindi questa forza femminile sia stata meno rappresentata che nell’ultima campagna elettorale. Tutto ciò malgrado in questo momento le donne stiano riprendendo la parola, dopo che per tanto tempo sono state invece afone. Negli ultimi tempi si assiste a un non ritorno della visibilità delle donne, soprattutto sulla questione della violenza. Però ripeto in questa campagna elettorale non mi è sembrato che abbiano rappresentato un nodo importante.

In tema di violenza il caso Weinstein, ad esempio, ha suscitato diverse reazioni…

Il ritorno alla parola da parte delle donne non è stato soltanto rispetto al caso Weinstein, ma anche ai grandi casi di cronaca. Tutto questo ha dato centralità al tema della violenza. Io però sono sempre dell’idea che le donne debbano riprendere la parola su tanti temi, ad esempio quello del lavoro, e che non ci si può solo focalizzare su questa vicenda. Devono lanciare parole in positivo, con proposte per il mondo. Questo in effetti mi sembra un po’ un limite degli ultimi anni, mentre in quelli precedenti si è parlato più a 360 gradi. In ogni caso si può parlare di una ripresa di iniziative e questo per me è un fatto importante.

Una donna, che in politica è riuscita a ottenere recentemente risultati positivi, è stata la senatrice Monica Cirinnà, appena rieletta. Il suo nome è associato soprattutto alla legge sulle unioni civili. Lei cosa ne pensa di questa norma?

Credo che sia stato importante averla fatta. Durante l’ultimo periodo di governo sono stati fatti dei passi in avanti sulla questione dei diritti civili. Sicuramente però non ci sono stati sul piano dei diritti sociali. Questo è stato un limite forte che ha condizionato molto probabilmente le elezioni e il voto. Occorre riconoscere tuttavia che è stata una legislatura che ha varato dei provvedimenti che possono essere condivisi nel dettaglio o no, ma con la quale tutto sommato si è andati avanti. Su questo non c’è dubbio. Quella delle unioni civili è stata una legge di mediazione È chiaro. Di sicuro non è stata la legge che volevano i soggetti più consapevoli su queste vicende. Però, ripeto, si tratta pur sempre di un passo in avanti rispetto a prima, anche se una mediazione. Onestamente non mi sentirei di dire parole del tutto negative, questo assolutamente no.

 

 

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Organizzato da Gaynet e dall’Odg della Campania in collaborazione con Arcigay Napoli, il corso di formazione La collettività Lgbti e i media resta – come dichiarato da Franco Grillini – «una tappa importante nella pianificazione d’un “tour” formativo su tutto il territorio nazionale». Tappa importante anche per la presenza di Carlo Verna, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti.

È stato lui che, oltre a mostrare vivo interesse per le quattro relazioni succedutesi nella mattina del 20 febbraio presso l’Emeroteca Tucci a Napoli, ha aperto i lavori con un significativo saluto. «Il primo valore – così ha dichiarato – che noi sentiamo di portare all’interesse della comunità civile e sociale è l’attenzione che si deve alle persone oggetto di notizia. Noi siamo dei mediatori tra la fonte e il pubblico. Raccontiamo fatti, raccontiamo storie. E le storie hanno sempre al centro persone. Ragion per cui è a quei soggetti che si deve la maggiore attenzione. Soprattutto quando tali soggetti sono per così dire posti in una condizione di svantaggio dalla cultura dominante nel Paese».

Ha poi ricordato il valore fondante della parola per il lavoro giornalistico. «Qualche mese fa – ha sottolinetao – sono stato a Venezia al Teatro La Fenice, dove è stato siglato il manifesto per una corretta informazione contro la violenza di genere. Un manifesto, quindi, sui termini che devono essere usati, sulle cautele che devono essere prese per non far male con le parole.

Ma io vado oltre. Io dico che le parole non solo bisogna usarle con cautela ma bisogna usarle con valore. Perché le parole usate con valore danno un contributo al progresso sociale e civile di questo Paese. È soprattutto questo la ragione per la quale m’interesserà ascoltare le relazioni della giornata per capire se c’è un percorso da definire per giungere a un risultato come quello realizzato a Venezia».

Verna ha espresso la sua contrarietà a una nuova specifica norma deontologica ma non certamente a un documento che possa promuovere un indirizzo culturala attento alle persone Lgbti.

«Resto del parere – ha infatti dichiarato – che in questo Paese già esistono troppe leggi e sono contrario a normare più del dovuto. Io, che vengo dal mondo sindacale, mi sono trovato a gestire un ente pubblico non economico ma associativo come l’Odg.

Ora attraverso la formazione continua noi possiamo costruire un sistema valoriale che va al di là delle norme tout court. Che sono ridondanti e spesso troppe per cui basta interpretare quelle che già ci sono per capire cosa fare per contrastare un linguaggio d’odio e, nel caso specifico, un linguaggio omofobo. Per il quale non c’è bisogno di una nuova norma ad hoc.

Come dicevo al Teatro La Fenice alle colleghe, che hanno redatto il Manifesto di Venezia, se si deve ragionare in termini di ritocco del Testo unico Deontologico – che ha messo insieme varie carte –, questo si può fare tranquillamente.

Intanto iniziamo con un’attenzione culturale da rivolgere soprattutto ai soggetti che hanno più subito da una cultura dominante in questo Paese. Reputo dunque molto importante il corso odierno che non solo si pone come tappa di un percorso da definire ma si salda anche con altre carte di tipo culturale.

Ad esempio, nei mesi precedenti è stato varato ad Asssisi un manifesto sull’informazione attenta alle persone. Il cui primo punto è non scrivere degli altri quello che non vorresti che gli altri scrivano di te. È un decalogo che non può diventare norma deontologica ma sicuramente dà un indirizzo culturale di una realtà che noi cerchiamo di promuovere.

Ecco perché mi fa particolarmente piacere essere qui oggi a Napoli. Proprio per vedere i percorsi da fare insime al fine d’esaltare la nostra attenzione civile e sociale impegnata sulla parola».

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Prevenzione delle malattie che colpiscono le donne. Patrocinio di progetti riguardanti la parità di genere. Opera di sensibilizzazione e controllo per l’utilizzo d’un linguaggio non sessista nel lavoro giornalistico. Questi i fini della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei giornalisti della Campania, ufficialmente costituita il 30 novembre scorso.

A comporla 15 donne e giornaliste: Titti Improta (presidente), Concita De Luca (vicepresidente), Fiorella Anzano, Gabriella Bellini, Valeria Bellocchio, Trisha Calandrelli, Titti Festa, Nicoletta Lanzano, Marilù Musto, Monica Nardone, Annamaria Riccio, Francesca Salemme, Monica Scozzafava, Filomena Varvo, Cristina Zagaria.

Per raggiungere gli obiettivi prefissisi, la Commissione lavorerà in sinergia con la Cpo del Sindacato unitario dei giornalisti della Campania e con Arcigay Napoli. Tra le iniziative in programma, inoltre, anche un corso di formazione giornalistica organizzato con Gaynet e dedicato a temi Lgbti e media.

Abbiamo percià rivolto qualche domanda a Titti Improta.

Presidente, qual è l’importanza della Commissione Pari Opportunità?

La Commissione punta molto a sensibilizzare il mondo della scuola. Riteniamo che sia proprio lì, dove inizia il percorso formativo dei giovani, che si debba lavorare per dialogare con gli studenti e offrire loro la giusta percezione dell’utilizzo delle parole e della forza discriminatoria che la comunicazione può avere. Oggi attraverso i social network assistiamo quotidianamente allo sciacallaggio comunicativo. Lasciando impunite queste azioni c’è il rischio che i giovani perdano di vista il valore e il peso emotivo che le parole possono avere.

Nel comunicato ufficiale d’insediamento della Commissione è stata messa in luce l'importanza d’un lavoro sinergico con la collettività Lgbti. Può spiegarcene i motivi?

L’intenzione della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti è quella di iniziare un dialogo oltre che una collaborazione con la comunità Lgbti. La Commissione si avvale del lavoro di colleghe di grande professionalità e sensibilità umana.

Per questo motivo abbiamo ritenuto doveroso intraprendere questo percorso. Affinché si inizi a parlare non solo di violenza sulle donne ma di violenza di genere. Riteniamo intollerante ogni forma di violenza e discriminazione, anche verbale. Per questo motivo iniziare un percorso, attraverso iniziative e corsi di formazione, insieme alla comunità Lgbti, può rappresentare un piccolo,ma importante passo verso l’abbattimento di pregiudizi, violenze e discriminazioni. 

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150mila persone alla manifestazione nazionale organizzata a Roma da Non una di meno per dire no alla violenza contro le donne. E le donne sono state le assolute protagoniste di questa fiumana che ha scandito non di rado slogan di attacco al governo e alle religioni.

Unite con loro anche tanti uomini, famiglie ed esponenti di associazioni, comprese quelle Lgbti. Significativa la presenza d’un’enorme bandiera arcobaleno che, sorretta da attiviste e attivisti, è stata voluta da un sempre più dinamico Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli grazie al nuovo team Secci-Praitano.

Sì, perché la violenza contro le donne è una drammatica realtà che chiama in causa tutti. È quanto ribadito stamani anche dalla presidente della Camera Laura Boldrini che, accogliendo per uno specifico evento a Montecitorio 1300 donne, ha dichiarato: «Sbaglia chi pensa che la violenza sia una questione che riguarda esclusivamente le donne. No, riguarda tutto il Paese e sfregia la nostra comunità». E dal Parlamento è arrivato proprio oggoi un segnale concreto: il via libera unanime al fondo per gli orfani di femminicidio, con una dotazione di due milioni e mezzo l'anno per il triennio 2018-2020.

Su cosa necessiti fare per contastare la violenza di genere così si è epressa ai nostri microfoni la giurista Andrea Catizone, presidente di Family Smile ed esperta di diritti dei minori: «La violenza oggi è un fenomeno che attraversa tutte le generazioni e tutti gli ambiti sociali. È nella concezione del rapporto sentimentale che si è innestato un meccanismo di prevaricazione sempre più incontrollato. Serve prima di tutto imparare a riconoscere la violenza e poi imparare a reagire e a non tollerarla come qualche cosa che poi passa. I gesti violenti lasciano sempre delle tracce e pertanto è fondamentale che le donne sentano una rete di protezione che le affianchi sin dalla denuncia. Ecco perché servono dei meccanismi che si attivino immediatamente ed ecco perché servono investimenti da parte dello Stato e delle istituzioni».

Ma manifestazioni, spettacoli, eventi, si sono tenuti in tutta Italia che sembra aver oggi ritrovato una sostanziale concordia su un tema – almeno così sembrerebbe – non divisivo. A Palermo, fra l’altro, il Palazzo delle Aquile, sede del Comune, si è colorato di arancione.

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Tanti passi in avanti, tante conquiste ottenute nella lotta contro le disuguaglianze, le discriminazioni e le violenze contro le donne. Eppure ancora oggi, nel 2017, le donne sono costrette a scendere unite in piazza in tutti gli Stati per reclamare diritti fondamentali. Tra questi il rispetto alla propria persona e individualità, la libertà di essere se stesse e di autodeterminarsi senza essere colpevolizzate né tantomeno subire costrizioni di alcun tipo.

Una strada ancora lunga da percorrere che va fatta unite, anche con gli uomini. Attorno alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne sono state tantissime le iniziative organizzate e che hanno visto in prima linea professioniste impegnate in diversi ambiti della società: avvocate, giornaliste, attrici, cantanti, attiviste, politiche. Denominatore comune la necessità di ripensare a una società diversa che ripudia la violenza, che non consideri la donna come un oggetto e con la quale ci si relaziona di conseguenza, ovvero elargendo al massimo qualche concessione.

Di quello che occorre ancora fare se n’è parlato a Roma nel corso dell’incontro – confronto dal titolo La via delle Donne: un percorso comune per contrastare le discriminazioni e la violenza di genere cui hanno partecipato anche l’avvocata Andrea Catizone, presidente dell’associazione Family Smile, Anna Maria Bernini, vicepresidente vicaria al Senato del gruppo Forza Italia, Vittoria Doretti, responsabile della Rete regionale Codice rosa della Regione Toscana, Donatella Ferranti, presidente della Commissione Giustizia alla Camera, e il procuratore del Pool antiviolenza alla Procura di Roma Pantaleo Polifemo.

«Serve una nuova cultura delle relazioni tra le persone che superi le disparità e bandisca l’aspetto della violenza – ha detto l’avvocata Andrea Catizone, prima organizzatrice del convegno  -. Oggi siamo di fronte a una recrudescenza del conflitto che si risolve in una dinamica continuativa di atti e comportamenti violenti a danno della parte più fragile della coppia.

Dobbiamo lavorare per attenuare quelle disparità che sono inattuali e contrarie ai diritti fondamentali di ogni essere umano e promuovere una grammatica educativa che faccia recuperare la funzione educativa della società anche a favore delle giovani generazioni».

Dalla voce di una realtà sociale che si occupa di diritti e di tutela di chi è più fragile a un’altra altrettanto concreta come quella proveniente dalla dottoressa Doretti, ideatrice del protocollo Codice rosa, che rappresenta uno strumento fondamentale per la tutela delle donne che hanno subito violenza e grazie al quale possono così sentirsi sicure, rispettate e curate, e magari trovare il coraggio di denunciare. Da parte loro, gli operatori, possono intervenire in un ambiente che preserva la privacy e consente un intervento tempestivo.

«Credo che per aiutare la parte offesa in un Paese obiettivamente maschilista nonché omofobico come il nostro – ha spiegato la senatrice Bernini – occorra essere innanzitutto sensibili e poi essere formati con la cultura e l’educazione che deve venire dalla scuola, dalle famiglie, dalle parrocchie ed evitare così la violenza e non dover arrivare a punire un uomo». La necessità quindi di un cambio di passo che possa portare a cambiamenti significativi, così com’è stato anche nel recente passato nelle legislature di pochi governi fa, quando si sono ottenuti dei risultati importanti perché ci si è creduto.

«Ricordo, ad esempio, la legge contro lo stalking nata da un governo di centro destra» ha continuato la capogruppo dei senatori di Forza Italia che ha quindi aggiunto: «C’è un humus culturale che oggi rende ostile la denuncia e anche il background normativo non ci aiuta. Occorre smetterla con l’ipocrisia.

Il lavoro con le associazioni è fondamentale perché chi denuncia poi è costretta a tornare a casa con il proprio orco. Non esiste una cura senza una corretta diagnosi e ribadisco che occorre una giusta mentalità di cosa debba intendersi per violenza: ogni atto sessuale compiuto o parziale deve essere il frutto di una libera scelta».

 

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15 città. Momenti di tensione a Napoli dove il sindaco De Magistris ha revocato l’autorizzazione a sostare in Piazza Trieste e Trento. Una manifestazione finale il 30 settembre a Roma in Piazza Bocca della Verità. Questo in sintesi il tour del Bus delle libertà che, organizzato da CitizenGo e Generazione Famiglia, ha percorso lo Stivale per dire no all’”ideologia del gender” nelle scuole. Fortemente avversata da associazioni Lgbti e non, la campagna è stata recentemente al centro di un’interrogazione parlamentare.

Per saperne di più abbiamo raggiunto telefonicamente il deputato dem Alessandro Zan, che ha presentato l’accennata domanda al Governo.

Onorevole Zan, perché un’interrogazione parlamentare sul bus no-gender?

Quanto accaduto è un fatto gravissimo: una campagna di odio omotransfobico itinerante per tutte le maggiori città italiane, travestita da campagna contro la violenza di genere. Il titolo della campagna recitava testualmente “Stop alla violenza di genere” e poi continuava “I bambini sono maschi. Le bambine sono femmine. La natura non si sceglie. Stop gender nelle scuole!”.

Quindi a fianco del solito principio farsesco della lotta al gender, della tutela dei più piccoli e dell’innaturalità della condizione omosessuale e trans, questa volta le associazioni Generazione Famiglia e CitizenGo hanno subdolamente strumentalizzato nominalmente la piaga della violenza sulle donne (di cui in questo periodo si è molto parlato sui media per i recenti e terribili fatti di cronaca) per alimentare la loro campagna d’odio. Il Governo doveva quindi essere informato sui fatti e ho presentato, insieme alla collega Ileana Piazzoni, un’interrogazione al ministro dell’Interno Minniti, perché valuti la correttezza legale della manifestazione, e alla ministra dell’Istruzione Fedeli, perché dia certezze sulla irricevibilità delle proposte di queste associazioni nelle scuole italiane.

Quando è stata formulata e quale la risposta in merito?

L’interrogazione è a risposta scritta: è stata depositata nei giorni scorsi e questa settimana solleciterò i ministri interessati per ottenere una risposta celere, che sono certo arriverà a breve data anche la sensibilità sulla questione che hanno sempre dimostrato.

Non crede che manifestazioni del genere pongano maggiormente in luce la necessità di una legge contro l’omotransfobia?

Come ho già detto in più occasioni, la legge sull’omotransfobia è prioritaria: con la legge sulle unioni civili abbiamo aperto una fase, non possiamo permetterci di essere ancora il fanalino di coda in Europa nella tutela ai cittadini Lgbti. Va predisposta una legge moderna, che superi l’emendamento Gitti alla legge Scalfarotto bloccata ancora al Senato, e questo sarà possibile se alle elezioni politiche della prossima primavera il Partito Democratico riuscirà a imporsi sui vari populismi. La destra e il Movimento 5 Stelle hanno dimostrato in più occasioni di essere nemici dei diritti. Con una loro vittoria la legge sull’omotransfobia tramonterebbe definitivamente, bloccando tutto il lavoro fatto in questi anni.

Pur trattandosi di normative diverse, come haa accolto l’impegno della consigliera Moretti per un pdl regionale in Veneto al riguardo?

Alessandra è una carissima amica, che ha da sempre dimostrato una grandissima attenzione ai diritti civili. La sua proposta di allineare il Veneto a molte altre regioni che hanno adottato norme contro l’omotransfobia è̀ un atto coraggioso e in linea con quanto il Partito Democratico intende fare a livello nazionale. Purtroppo però sono certo che la maggioranza di destra in Consiglio Regionale si opporrà fortemente alla proposta. La lotta a tutte le discriminazioni non dovrebbe avere un colore politico, e mentre l’Italia e altre regioni cambiano, la Lega e Forza Italia incatenano il Veneto in una posizione anacronistica e retrograda.

Un bus come quello italiano sta adesso attraversando la Francia su iniziativa di gruppi cattolici preoccupati dell’insegnamento "gender" nelle scuole. Come valuta ciò?

Ora in Francia, ma prima anche in Spagna, Germania e in diversi Stati americani. Viviamo in un’epoca storica in cui i diritti vengono attaccati proprio in tutti quei Paesi in cui hanno trovato affermazione e applicazione: questo fa emergere, pur in diverse situazioni sociali e politiche, le frange più omofobe e reazionarie della società, che alzano la testa in modo anche violento, non accettando il cambiamento. Ma in questo caso mi piace usare le parole di Fabrizio De Andrè: “Voi non potete fermare il vento: gli fate solo perdere tempo”.

Che risposta darebbe a genitori che sono preoccupati che s’impartisca un tale insegnamento nelle scuole?

Vorrei ribadire ancora una volta come quella del “gender” sia una invenzione delle solite associazioni a tutela della “famiglia tradizionale”, che utilizzano proprio i più piccoli per alimentare lotte vergognose contro i diritti di tutti. E a questi genitori preoccupati vorrei dire che il vero pericolo per i loro figli è farli crescere in una società discriminatoria, che odia e non accetta le diversità e le varie sfumature che la compongono. Faccio un esempio: il bullismo nelle scuole, problema sociale gravissimo, deriva da preconcetti omofobi, sessisti e razzisti che i bambini assorbono dai più grandi. Non fomentino quindi una caccia alle streghe inutile e dannosa in primis proprio per i loro figli, e si preoccupino piuttosto di consegnare loro una società più giusta e aperta rispetto a quella dove loro sono cresciuti.

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