Francesco Lepore

Francesco Lepore

Il 17 aprile Nicole García Aguilar, donna transgender honduregna, è tornata finalmente libera dopo sei mei di detenzione presso il reparto maschile del Cibola County Correctional Center nel New Mexico.

Sopravvissuta a stupro, tentato omicidio e abusi da parte della polizia honduregna, Nicole era fuggita dal suo Paese nell'aprile 2018 verso gli Stati Uniti, per esservi arrestata da componenti dell’Agenzia federale per la Sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione (Ice).

Nell’ottobre un giudice le aveva riconosciuto il diritto di asilo e lo status di rifugiata. Decisione perà subito impugnata dall’Ice, che, come noto, è un’agenzia dipendente dal Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti d'America.

Trasferita presso il Centro di detenzione per migranti della Contea di Cibola, Nicole ha trascorso tre mesi in isolamento e gli altri tre presso un’unità abitativa maschile. Un calvario che, come denunciato dall'American Civil Liberties Union (Aclu), le ha fatto perdere un terzo del suo peso corporeo.

Dopo la chiusura di una struttura specifica per migranti Lgbti nella città di Santa Ana (24 maggio 2017), il Cebola County Center è divenuto luogo di detenzione per migranti transgender senza, però, alcuna considerazione della loro identità di genere. Il 25 maggio 2013 un’altra donna trans honduregna, la 33enne Roxsana Hernández Rodriguez, vi ha perso la vita mentre era sotto custodia dell’Ice. Un’autopsia, condotta nel novembre 2018, ha rivelato come Roxsana fosse stata vittima di violenze e maltrattamenti.

Come noto, l’Honduras, al pari dei confinanti El Salvador e Guatemala, è tra i Paesi coi più alti tassi di omicidio al mondo: su ogni 100mila abitanti 81,2 in El Salvador, 59,8 in Honduras e 27,3 in Guatemala.

Di fronte a tali livelli di violenza (comprendenti anche aggressioni ed estorsioni) e alla costante discriminazione la maggior parte dei richiedenti asilo e dei rifugiati Lgbti negli Usa, incontrati due anni fa da Amnesty International, aveva raccontato di non aver avuto altra scelta che fuggire. L'alto livello d'impunità e la corruzione nei loro Paesi rendono improbabile che gli autori di reati contro le persone Lgbti siano puniti, soprattutto quando a compierli sono stati agenti delle forze dell’ordine. 

Secondo la rete lesbica femminista Cattrachas proprio in Honduras, tra il 2009 e il 2019, sono state uccise 307 persone Lgbti. Di esse 98 erano transgender.

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A poco più di due settimane dalle amministrative in Turchia, che hanno segnato la débâcle dell’Akp (il partito di Recep Tayyip Erdoğan) ad Ankara e Istanbul, passate rispettivamente a guida socialdemocratica e repubblicana, le associazioni locali Lgbti hanno conseguito un significativo traguardo.

Accogliendo il ricorso in appello di Kaos Gl, il 12° Tribunale amministrativo regionale di Ankara ha definito illegale il divieto a tempo indeterminato di pubblici eventi Lgbti, che l’allora governatore Ercan Topaka aveva imposto, il 18 novembre 2017, in nome del decreto legge sullo stato di emergenza. 

Definendo una tale  disposizione «indefinita e ambigua. È necessario garantire sicurezza ai pubblici eventi anziché non permetterli», la Corte ha pertanto revocato il divieto

Viva soddisfazione è stata espressa dai due avvocati di Kaos Gl Hayriye Kara e Kerem Dikmen. Affermando che è obbligo dello Stato riconoscere e proteggere i diritti e le libertà fondamentali delle persone Lgbti, Kara ha dichiarato: «Possiamo dire che la corte ha accettato le nostre motivazioni. Invece di limitare i diritti e le libertà fondamentali per proteggere la pace sociale, è stato affermato che una minoranza vulnerabile deve essere protetta da ogni attacco. Hanno inoltre sottolineato come le forze dell'ordine dovrebbero adottare le necessarie misure di sicurezza anziché divieti».

Plauso è stato espresso da Fotis Filippou, direttore delle campagne di Amnesty International per l'Europa, che ha dichiarato: «Questa è una giornata importante per le persone Lgbti in Turchia e un'enorme vittoria per gli attivisti per i diritti Lgbti. L'amore ha vinto ancora una volta».

Intanto Kaos Gl ha annunciato che il 10 maggio si terrà ad Ankara il Pride. «Invitiamo – così su Fb – tutti coloro, che condividono le nostre richieste di uguaglianza e libertà, di ritrovarsi qui il 10 maggio per stare insieme, dare prova di amore e solidarietà, far crescere la gioia e la speranza».

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La notte del 6 aprile Forza Nuova Perugia affiggeva uno striscione con la scritta No al festival dell’infamia e della perversione nel capoluogo umbro, dove era in corso il Festival del Giornalismo. A finire nel mirino il giornalista sotto scorta de La Repubblica Paolo Berizzi (minacciato di morte per le sue inchieste sul neofascismo e per il libro NazItalia - Viaggio in un Paese che si è riscoperto fascista, che ieri ha compiuto un anno dalla sua pubblicazione), Vladimir Luxuria e padre Alex Zanotelli.

A pochi giorni dal 25 aprile, alle cui celebrazioni il ministro dell’Interno Matteo Salvini non parteciperà per sua pubblica ammissione, abbiamo raggiunto Paolo Berizzi.

Paolo, quello del 6 aprile è stato uno degli ennesimi attacchi dei forzanovisti alla tua persona. Noti qualcosa di nuovo rispetto al passato?

Null'affatto. Sono i classici attacchi fascisti di Forza Nuova. Per loro tutto ciò che si discosta dal modello di famiglia tradizionale è infamia e perversione. Se si raccontano e si denuncia la loro matrice violenta, per loro - come per altri gruppi neofascisti (CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads) - sei un infame. Oggetto di quello striscione eravamo io, Vladimir Laxuria e padre Zanotelli.

In quello striscione c’è tutta la retorica patetica e la propaganda fascista, che Forza Nuova porta avanti da anni. È un classico loro. Come è un classico loro, l’uscire di notte e attaccare uno striscione nel nascondimento: una modalità vigliacca.

C’è stato, secondo te, in questi anni un crescente interesse da parte della galassia neofascista e neonazista per i temi della famiglia e delle persone Lgbti? Oppure si può parlare di mera continuità?

Bisogna tenere in conto che il loro dogma principale è Dio, patria e famiglia. Dove per famiglia loro intendono quella composta da uomo, donna e figli. Uomo e donna, nello specifico, sono considerati totalmente diversi, ognuno coi propri ruoli. Un ruolo che per la donna, tanto nella società quanto nella famiglia, è subordinato.

È chiaro che c’è stata una brusca accelerazione su questo tema negli ultimi anni. Il Congresso di Verona ha dimostrato come esso sia il cavallo di battaglia dei gruppi neofascisti ma anche dalla Lega, che di fatto è ascrivibile alla galassia dell’estrema destra europea. Non è un caso che tutti gli elementi della suddetta triade siano stati fortemente accentuati. Dio è quello delle associazioni cattoliche ultrareazionarie – si pensi, ad esempio, a Laboratorio Verona –, che si saldano con l’estrema destra e trovano nella Lega una formidabile cerniera. La patria è quella del Prima gli italiani. La famiglia è quella di cui parlavo prima.

Su questi tre temi tali gruppi hanno costruito tutta la loro narrazione e propaganda. Ovviamente chi dissente ed esce da tali binari è considerato una persona pervertita e malata. E questo è tipico del fascista: chiunque la pensi diversamente da loro è un nemico da combattere, un diverso, un malato.

Alla luce della tua esperienza ultraventennale, si registrano in tali gruppi fenomeni di “cameratismo omosessuale” come, ad esempio, avvenne nelle file della Sturmabteilung nazista?

Certo che ci sono: c’erano ai tempi del nazismo e ci sono oggi. Laddove c’è omofobia, ci sono delle identità nascoste e represse. La reazione di conseguenza è un attacco violento e scomposto verso quella che loro considerano una minoranza. Come politici eccellenti di destra, violentemente omofobi eppure omosessuali, so di soggetti militanti in questi gruppi che fuggono dal proprio orientamento sessuale, lo nascondono, lo reprimono (ma non sempre) e poi attaccano violentemente le persone omosessuali.

A fronte d’un numero crescente di raid, spesso anche violenti, di formazioni d’estrema destra e di manifestazioni inneggianti al fascismo credi che si possa parlare di sottovalutazione del fenomeno da parte della magistratura?

Lo noto purtroppo e lo denuncio da tempo. Io credo, e lo dico anche, che oggi l’estrema destra è alla guida di questo Paese. Non lo è ufficialmente ma ufficiosamente grazie anche ad autorevoli esponenti di questo governo, che hanno sdoganato e legittimato i gruppi neofascisti. E, per giunta, usano le stesse parole di questi gruppi a partire dal ministro Salvini. Prima gli italiani è uno slogan di CasaPound. È stato scippato a CasaPound ed è stato fatto diventare una parola d’ordine di questo governo, che è quello più a destra degli ultimi 50 anni.  Per non parlare poi di slogan tipici del Ventennio come Me ne frego, Chi si ferma è perduto, Tanti nemici tanto onore.

Tali gruppi non sono stati solo sdoganati e legittimati ma sono stati dati loro spazi di agibilità politica. È caduta, di fatto, la pregiudiziale rispetto al fascismo. Purtroppo anche pezzi delle istituzioni, come la magistratura ma anche la politica e gli amministratori locali, hanno assunto posizioni blande quando non giustificatorie rispetto a questi fascismi di ritorno. Fortunatamente non tutti. Sono tanti i magistrati che fanno il loro dovere. Penso, ad esempio, al caso di Bari, dove CasaPound è sotto inchiesta per tentata ricostruzione del Partito Fascista.

Per formazione e convinzione io sono uno di quelli che non commenta le sentenze dei magistrati. Ma alcune di esse lasciano non poco perplessi. Non si può, ad esempio, non citare il caso del 29 aprile 2017, quando al Campo X del Cimitero Maggiore di Milano CasaPound e Lealtà e Azione fecero 1000 saluti romani. Ebbene, il Tribunale di Milano ha sentenziato che quella parata neofascista era stata una mera commemorazione funebre.

Oppure il caso dello stabilimento balneare di Chioggia – da me portato alla pubblica attenzione –, tappezzato di simboli fascisti e di cartelli anche inneggianti alle camere a gas, dove, nel luglio di due anni fa, si tenne davanti a 650 persone un comizio d’esaltazione del Duce e di attacco la democrazia. Per la Procura di Venezia quel comizio era stata un’espressione del libero pensiero. Anche la magistratura ha dunque le sue responsabilità.

Vorrei ricordare che l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando – e lo ha ribadito ultimamente anche un costituzionalista di fama come Gaetano Azzariti – disse che questi gruppi possono essere sciolti. Io ritengo che gruppi come Forza Nuova, CasaPound, Lealtà e Azione, Veneto Fronte Skinheads vadano sciolti. Gli strumenti ci sono, le leggi ci sono: occorre solo applicarle.

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«Siamo oltre cento. Le voci girano, ne parlano tutti, insomma se ne parla spesso». E poi ancora: «Mi fa schifo. Sei ridicola. Te la vai a cercare. Al posto tuo mi vergognerei». E infine: «Le persone sono autorizzate a prendervi in giro. La gente non viene a dirvelo per questione di pudore ed io mi sento nel giusto se sparlo di voi».

Queste le parole che sono piovute addosso, domenica scorsa, alla 21enne Luana Strada e alla 27enne Giulia Bellomia, fidanzate ed entrambe dimoranti a Padova presso la residenza universitaria Copernico. A pronunciarle una ragazza, che si è fatta portavoce di oltre centro ragazze, anche loro ospiti della struttura, sdegnate dallo loro storia d’amore

Lo shock per Giulia e Luana è enorme. Ed è Luana a raccontare, tra l’amarezza e la rabbia, l’accaduto su Facebook. 

«Al momento – scrive alla fine del lungo post pubblicato il 17 aprile – non so neanche più per cosa valga la pena vergognarsi, non so più cosa sia la vergogna. Ma non riesco a capire come ci si possa vergognare di mostrarsi senza filtri alla persona amata, come ci si possa vergognare se ogni tanto si scelga di scivolare in un mondo puro, vero, privo di filtri, pieno di bellezza.

Non riesco a capire, fatto sta che il mio corpo si sente sbagliato, in qualsiasi movimento, ed io la mia ragazza proprio non riesco ad accarezzarla. Mi chiedo quanto durerà tutto ciò. Forse chi deve vergognarsi è chi non diffonde l’amore».

A dare ieri ulteriore notizia della vicenda Noemi Fantinato, rappresentante di Udu - Unione degli universitari, presente in mattinata a Palazzo Moroni per la conferenza stampa di presentazione del Padova Pride.

E oggi il deputato Alessandro Zan (Pd) ha così commentato quanto successo: «Fa male leggere questa notizia, di un fatto accaduto nella mia città e per di più in ambiente universitario, che si crede libero e aperto. È solo l’ennesima dimostrazione che l’omofobia è un fenomeno più o meno manifesto, ma ancora diffusissimo. Una legge è urgente, non possiamo più aspettare».

 
 
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Un’«esperienza da incubo» quella vissuta in Egitto. La definisce così a telefono Valentina Viglione, donna transgender napoletana, che dopo 22 anni di vacanze tranquille trascorse a Sharm el-Sheikh ha deciso di non metterci mai più piede.

L’11 aprile Valentina, che, laureata in giurisprudenza nel 1997, ha alle spalle un’esperienza triennale d’avvocatura, si è imbarcata in serata a Capodichino con un amico gioielliere per raggiungere la nota località marina egiziana. Ma, giunta all’aeroporto internazionale di Sharm con tre ore e mezza di ritardo, è successo quanto mai avrebbe immaginato

«Siamo arrivati a mezzanotte e un quarto - racconta al telefono -. Al momento di fare in aeroporto i consueti controlli presso le autorità egiziane di frontiera un addetto ha preso il mio passaporto, sul quale sono registrata col nome maschile e con la mia foto di donna, e si è allontanato. La cosa mi ha fatto subito impensierire, perché in 22 anni non mi era mai capitato. Dopo 20 minuti di attesa ho cercato di chiedere a un poliziotto che cosa succedesse. Ma sono stata allontanata in malo modo con un gesto di mano, mentre mi veniva intimato di aspettare. Io e il mio amico abbiamo atteso un’ora e dieci».

A quel punto è sopraggiunto l’autista del resort Domina Coral Bay, dove Valentina e il suo compagno di viaggio avevano prenotato il soggiorno. 

«Gli ho detto d’informarsi - mi spiega - che cosa stesse succedendo. Lui stesso era meravigliato: mi conosce infatti bene poiché sono anni che vado al Domina. Ha bussato alla porta dell’ufficio preposto. Ma è stato prima allontanato in malo modo, poi richiamato. A quel punto i poliziotti gli hanno fatto alcune domande: se ero operata e se ero fidanzata o sposata con l’uomo che mi accompagnava».

All’uscita l’autista ha cercato di tranquillare Valentina col dirle che era una mera questione burocratica. Ma, quando l’agente le ha riconsegnato il passaporto, per comunicare che il permesso di soggiorno era stato accettato, la donna, stremata anche dall’attesa prolungata e dalla paura, ha gridato che non voleva restare ma rientrare in Italia.

«So di aver agito d’impulso ma a quel punto è iniziato l’incubo. L’agente mi ha strappato di mano il passaporto e ci ha fatto ripassare la dogana. A quel punto è sopraggiunta una camionetta con quattro poliziotti, che ci ha caricato a bordo. Ho cercato di chiedere dove ci stessero portando ma un agente mi ha intimato di stare zitta. Abbiamo fatto circa un km di strada al buio e siamo arrivati al terminal 2: un terminal dismesso, corrispondente alla vecchia area aeroportuale, trasformato in uffici della polizia.

Giunti sul luogo, i poliziotti ci hanno entrare nella struttura: abbiamo fatto una rampa di scale e siamo stati rinchiusi in mezzo quadrato di stanza, divisi l’una dall’altro da un separé. Siamo rimasti lì fino alle 9:30 del mattino. Non potevamo andare in bagno o fumare se non dopo aver chiesto il permesso. Abbiamo temuto il peggio».

Poi alle 9:30 l’annuncio che sarebbero stati rimpatriati col primo volo disponibile per Napoli, quello delle 14:40.

«Ci sono venuti a riprendere - continua Valentina - con la camionetta. In aeroporto hanno voluto rifare i controlli e abbiamo dovuto subire l’umiliazione di essere scortati da un agente armato fino al gate sotto gli occhi di tutti, soprattutto di passeggeri napoletani. E, per giunta, senza neppure la possibilità di poter andare in bagno».

Quel giorno stesso la sorella di Valentina, anche lei di casa a Sharm el-Sheik («ci va da 39 anni – spiega a telefono – e per alcuni ha posseduto anche una casa in loco, prima di venderla»), aveva un volo prenotato per la località egiziana. Ma alla luce di quanto successo non voleva più partire.

«L’ho tranquillizzata e le ho detto di andare, avendo lei speso un’enorme somma di denaro. Ho anche aggiunto che mi sarei informata presso l’ambasciata se ci fosse qualcosa a mio carico e, in caso contrario, l’avrei raggiunta».

Avute rassicurazioni al riguardo tramite il suo avvocato e un amico egiziano Samer, che, sposato con una napoletana, gestisce a Sharm il ristorante Made in Sud, l’altroieri Valentina ha deciso di ripartireMa, giunta in aeroporto, ha rivissuto, questa volta da sola, la stessa drammatica esperienza, benché non avesse minimamente reagito.

È stata nuovamente fatta salire sulla camionetta tra gli sberleffi e le risate degli agenti, che si toccavano ripetutamente le parti intime. Quindi condotta al terminal 2, dove è stata costretta a portare da sola lungo una rampa di scala le sue valigie. Cosa che le ha procurato la frattura di un dito. Ma, poi, alle 04:00 del mattino, rimpatriata in tutta fretta con un volo per Bologna mentre in aeroporto era sopraggiunto il console italiano dietro segnalazione della Domina.

Quanto successo a Valentina è da inquadrarsi nel quadro più ampio delle vessazioni che le persone Lgbti subiscono da alcuni anni in Egitto, dove, ad esempio, il 7 marzo la 19enne transgender Malak al-Kashif è stata arrestata, condotta in un carcere maschile e sottoposta a test anale forzato.

Dura condanna dell’accaduto è stato espresso da Loredana Rossi, fondatrice e vicepresidente di Atn, di cui Valentina è socia: «È inaccettabile quello che è successo. A nome di tutta Atn esprimo solidarietà e vicinanza a Valentina.

Voglio ricordare, come ha rilevato ultimamente l’Ilga, che, pur non essendoci delle chiare leggi al riguardo, l’Egitto è un Paese dove di fatto l’omosessualità e la transessualità sono punite come reato. Chiediamo pertanto al Governo di mobilitarsi seriamente presso le autorità locali perché facciano chiarezza.

Nel frattempo invitiamo le agenzie di viaggio a informare debitamente le persone Lgbti, che si recano in Paesi dove corrono seri pericoli per leggi omotransfobiche. Perché quello che è successo a Valentina non si ripeta per altre».

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Si è tenuta ieri pomeriggio a Roma presso la sede della Rappresentanza in Italia della Commissione europea la conferenza stampa di presentazione del progetto Accept sulle strategie di contrasto all’odio on line. Realizzato da Arcigay in collaborazione con la Fondazione Bruno Kessler, il progetto è stato coordinato da Shamar Droghetti e Fabrizio Sorbara. 

L’intervento prolusorio alla conferenza stampa, che ha visto, fra gli altri, la partecipazione del segretario generale d’Arcigay Gabriele Piazzoni, è stato tenuto dall’ex presidente della Camera e attuale deputata di LeU Laura Boldrini, che ha sperimentato personalmente il dramma dell’essere vittima di fake news e discorsi d’odio sui social network.

Di questo come anche del revenge porn, circa il quale la deputata aveva presentato un emendamento al cosiddetto ddl Codice Rosso che avrebbe introdotto il reato di pornografia non consensuale, si è parlato nel corso della videointervista a Gaynews.

Boldrini è anche intervenuta sul ddl contro l’omofobia e la transfobia, presentato la scorsa settimana da 36 senatori del M5s.

Al riguardo ha dichiarato: «Le opposizioni sono sempre pronte a collaborare su questi temiPerò mi lasci dire che qualche dubbio ce l’ho. Il Movimento 5 Stelle ha anche firmato il ddl Pillon, che è un disegno di legge oscurantista, che distrugge anni di battaglie civili e che rimette in discussione uno dei più evoluti diritti di famiglia, che è il nostro.

Quindi sinceramente ho qualche riserva. Ma se dovessero mai arrivare a essere seri su questo punto e volere una legge – io l’ho presentata il primo giorno della legislatura – da parte mia ci sarà sempre collaborazione».

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Resi noti nella mattinata i 72 nomi dei candidati e delle candidate della Lega alle europee del 26 maggio. Sarebbero dovuti essere 76 come da regolamento e in realtà lo sono, perché Matteo Salvini è capolista in tutte e cinque le circoscrizioni.

Tra i nomi presentati spiccano quelli di Susanna Ceccardi, sindaca di Cascina e coordinatrice regionale del Carroccio per la Toscana, e di Giancarlo Cerrelli, segretario provinciale della Lega di Crotone.

Se la prima cittadina del Comune del Pisano si è imposta in passato alla pubblica attenzione non tanto per aver voluto conferire la cittadinanza onoraria a Magdi Allam quanto per aver dichiarato che non avrebbe mai registrato le unioni civili nel suo paese, il secondo è tornato a far parlare di sé in occasione dell’8 marzo scorso

Quando, cioè, in preparazione della Giornata internazionale della donna ha fatto preparare un volantino in forma di esacalogo, in cui si affermava, fra l’altro, che a offendere la dignità della donna sarebbe «chi sostiene una cultura politica che rivendica una sempre più marcata autodeterminazione della donna che suscita un atteggiamento rancoroso e di lotta nei confronti dell’uomo» o «chi contrasta culturalmente il ruolo naturale della donna volto alla promozione e al sostegno della vita e della famiglia».

Già candidato della Lega alla Camera nel collegio uninominale di Crotone (Calabria 04) in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, il cassazionista e canonista Cerrelli è stato vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici italiani dal 23 settembre 2011 al 27 settembre 2015 ed è attualmente Segretario nazionale del comitato Sì alla famiglia, dirigente nazionale di Alleanza Cattolica e articolista di giornali quali Cristianità, La Nuova Bussola Quotidiana, La Croce Quotidiano, La Roccia, Sì alla Vita. 

L’avvocato, che organizzò a Crotone in accordo con l’allora arcivescovo locale Domenico Graziani i Family Day del 15 marzo e 11 maggio 2007 (manifestazioni antesignane del primo Family Day nazionale, quello cioè del 12 maggio 2007), è autore di libri volti a combattere la fantomatica ideologia gender. Ma è soprattutto noto per i violenti attacchi contro le unioni civili e il matrimonio egualitario.

Le sue posizioni in tema di omofobia rimbalzarono sui media nazionali  quando ospite di Unomattina Estate, il 20 agosto 2013, si disse contrario a un’eventuale approvazione del ddl Scalfarotto con motivazioni dal seguente tenore: «L'omosessualità è un disagio e un disordine», «è stata depennata dal manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali non per motivi scientifici», «come si sa, vi sono anche delle terapie, le terapie dette riparative per gli omosessuali»

Le dichiarazioni di Cerrelli indussero l'allora presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi Giuseppe Luigi Palma a intervenire con una dura nota di condanna.

Nota che fu accolta positivamente dal direttore di Gaynews Franco Grillini, che all’epoca così scrisse: «Il vizietto di confondere scienza e fede o, peggio, di far passare come scientifici pregiudizi sociali o religiosi costituisce un atto di indiscutibile disonestà che se compiuto da professionisti persino iscritti all'albo vanno segnalati come abuso e perseguiti come tali. Piuttosto c'è da chiedersi se non ci sia qualcosa di malato in tutte quelle persone che dedicano il loro tempo a insultare milioni di cittadini che chiedono solo dignità e uguaglianza nel diritto e nei diritti».

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In Corea del Sud i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso non sono mai stati considerati illegali. Anzi l’articolo 31 della legge della Commissione nazionale per i diritti umani, promulgata nel 2001, stabilisce che "nessun individuo può essere discriminato sulla base del proprio orientamento sessuale". 

Ma i rapporti omosessuali, sotto la generica voce di “molestie sessuali”, continuano a essere perseguiti come atti delittuosi sulla base del paragrafo 6 dell’art. 92 (anche conosciuto come Legge militare sulla sodomia) del Codice penale militare, che prevede il congedo con disonore e la carcerazione con lavori forzati fino a un massimo di due anni

Il servizio militare obbligatorio dalla durata biennale è considerato un dovere patriottico in Corea del Sud. Non esistendo obiezione di coscienza, il sottrarvisi può portare a uno stigma duraturo con ripercussioni sullo stato sociale, lavorativo e familiare. Ciò induce persone gay a tacere la propria omosessualità al momento della visita medica previa all’arruolamento. Ma ciò non le mette al riparo dall’occhiuta sorveglianza dopo che hanno iniziato a prestare servizio tra le forze armate.

Nel 2017 è toccato a un ufficiale, oggi 27enne, essere scoperto e accusato di aver avuto, fuori dalla base militare, un rapporto sessuale con un commilitone. Poteva andare incontro a una triplice umiliazione: la condanna penale, il congedo militare con disonore e un coming out forzato presso i genitori, che lo stesso giovane, coperto dall’anonimato, definisce ad Afp "cristiani conservatori e pii".

L'ufficiale, all'epoca un coscritto, è stato arrestato con altri 21 soldati a seguito di una retata. Come denunciato dal Centro per i diritti umani nell'esercito (Cdha) - un'organizzazione militante di Seoul che accusa l'esercito di impegnarsi in "caccia alle streghe" -,  gli inquirenti hanno costretto i "sospettati" a inviare messaggi, in loro presenza, a utenti di app per incontri per stanare altri soldati gay.

12 dei 21 soldati arrestati hanno impugnato il paragrafo 6 dell’art. 92 davanti alla Corte Costituzionale, che, dall’entrata in vigore del Codice penale militare (1962), si è già pronunciata al riguardo tre volte. L’ultima è stata nel 2016 con un verdetto di mantenimento del paragrafo (cinque voti favorevoli e quattro contrari).

Tale sentenza è stata fortemente criticata dalle organizzazioni umanitarie. Mentre Human Rights Watch ha definito il paragrafo "una macchia sul registro dei diritti umani del Paese", per Amnesty International si tratta di testo "arcaico e discriminatorio". 

L'ex ufficiale anonimo non è tra i 12 soldati che hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale. Ma nel 2018, terminato il biennio di servizio militare, il suo processo è stato trasferito, per ragioni di competenza, a un tribunale civile, che lo ha assolto. È la prima volta che accade in riferimento all’accusa di un soldato ai sensi del paragrafo 6 dell’art. 92. Ovviamente l’Esercito ha fatto appello e ora il giovane sta affrontando il secondo processo, il cui verdetto dovrebbe giungere in contemporanea con quello della Corte Costituzionale.

Continua intanto a nascondere il suo orientamento sessuale a tutti, soprattutto ai genitori e agli amici più cari. "È come – ha dichiarato sempre ad Afp – se la mia intera esistenza fosse negata".

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Noi con te. Contro il liberismo, contro il razzismo.  Questo lo slogan de La Sinistra, che, composta soprattutto da Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista, correrà alle prossime elezioni europee. I lavori per la composizione delle liste sono agli sgoccioli ma a essere certa è la volontà di restituire il senso delle lotte per i diritti portati avanti in questi anni dalla galassia della sinistra: dal lavoro ai migranti, dalle donne al mondo Lgbti. Marcata inoltre l’impronta femminile soprattutto tra i nomi capilista nelle cinque circoscrizioni.

Le candidature saranno ufficializzate domani nel corso d’un evento elettorale al Teatro Quirino di Roma ma circolano già alcuni nomi.

Oltre allo Spitzenkandidat Nico Cuè, leader del sindacato dei metalmeccanici in Belgio, ci sarà Argyris Panagopulos, rappresentante di Siryza in Italia. Ci sarà lo storico Piero Bevilacqua mentre sarà candidata l’europarlamentare uscente Eleonora Forenza.

Il mondo Lgbt sarà rappresentato da Marilena Grassadonia, che, dimessasi in mattinata da presidente delle Famiglie Arcobaleno (le subentra nell’incarico Gianfranco Goretti), correrà come capolista per la Circoscrizione Centro. Contattata telefonicamente da Gaynews, la pasionaria rainbow d’origine palermitana ha dichiarato: «Sono contenta e onorata di tale candidatura in piena continuità con 15 anni di lotte a sostegno soprattutto dei diritti delle persone Lgbti e delle famiglie arcobaleno. Le battaglie sono sempre le stesse al di là di dove si combattano. Altri particolari saranno resi noti domani al Teatro Quirino».

Spazio inoltre ai territori con la giornalista ed ex sindaca di Molfetta, Paola Natalicchio, e il presidente del consiglio comunale di Napoli, Sandro Fucito.

Scrittrice, editrice, traduttrice e saggista e insegnante italiana è Ginevra Bompiani, figlia del fondatore della nota casa editrice. Infine, dal mondo associazionistico a favore dei migranti proviene Paolo Narcisi, medico e presidente di Rainbow for Africa, che a Bardonecchia ha soccorso in questi anni migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, che hanno tentato di passare il confine con la Francia.

Sicura anche la candidatura di Nicola Fratoianni, segretario di Si, che nel presentare il simbolo ha dichiarato: «Siamo l'unica lista di sinistra alle prossime elezioni europee».

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La condanna del senatore leghista Simone Pillon per diffamazione nei riguardi dell’associazione perugina Omphalos Lgbti ha catalizzato nel pomeriggio-serata d’ieri la pubblica attenzione tanto sui media quanto sui social.

È un dato di fatto come il braccio destro di Massimo Gandolfini dall’inseparabile papillon e dal sembiante a metà tra Tomás de Torquemada ed Enzo Miccio sia divenuto una delle figure più controverse dell’attuale legislatura. Con le dichiarazioni ossessive sulle persone Lgbti, le partecipazioni protagonistiche a eventi quali il World Congress of Families di Verona, gli atti parlamentari come il ddl sulla riforma condivisa dell’affido condiviso Pillon si è attirato strali da più parti ma ha contribuito anche a fare di sé un personaggio caricaturale.

E come tale è visto soprattutto da ieri sui social, dove la notizia della condanna continua a essere commentata con lepida ironia. Su Twitter, in particolare, è trending topic l’hastag #CinePillon, che sta accompagnando i tweet contrassegnati da fotomontaggi di locandine cinematografiche e rivisitazioni dei titoli dei film più celebri.

Si va così da Un omofobo piccolo, piccolo a Diffamazione e pregiudizio, da Bigotti verdi fritti Io speriamo che me la pago.

Eccone una carrellata dei più significativi.

 

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