Francesco Lepore

Francesco Lepore

A seguito d'un articolo in lingua inglese postato l'8 agosto sulla pagina Fb di ArciLesbica nazionale si è scatenata una grande polemica nella collettività Lgbti e non. Polemica che è stata accompagnata da un'ondata di violenza verbale sui social network nei riguardi delle donne transgender.

Abbiamo contattato Mirella Izzo, scrittrice, femminista translesbica e presidente onoraria dell'associazione Rainbow Pangender Pansessuale, per raccoglierne l'opinione in merito a quanto sta succedendo.

L'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matterspostato l'8 agosto sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, ha suscitato un'ondata di reazione nella collettività Lgbti e, soprattutto, tra le persone trans. Perché a tuo parere?

Vero ma non soprattutto trans. Sono rimasta piacevolmente sorpresa nel vedere moltissime donne della stessa ArciLesbica o anche non lesbiche inorridire di fronte a quel post il cui succo essenziale è che le donne transgender non sono veramente donne. Altrimenti perché chiedere spazi separati e persino bagni separati a causa soprattutto della “differenza che conta”, cioè il pene.

Poi hanno un po’ corretto il tiro parlando di vissuti diversi infantili e di argomenti cui noi non avremmo diritto di parola come, ad esempio, le mestruazioni, la gravidanza e persino lo stupro. Non so se hanno idea di quante ragazze transgender vengono stuprate già in famiglia e non possono denunciare o non ne hanno la forza. Mi chiedo se le donne che hanno uteri “non funzionanti”, che soffrono di amenorrea e non possono avere figli sarebbero accolte da queste lesbofemministe Terf, che in italiano suona come lesbiche radicali trans-escludenti. Per loro le donne trans sono delle imitazioni delle donne “cis”. Sì, cis: ora posso dirlo dopo che il Dizionario di Oxford ha incluso questo prefisso nell’indicazione di genere delle persone, considerandolo giusto. Basterà darci un'occhiata.

Cosa è sotteso, a tuo parere, alla difesa di ArciLesbica nazionale da parte di alcune femministe?

La risposta sarebbe: Non lo so. Poi è evidente che ci si fa delle opinioni proprie, specie se si è tentato di dialogare sia con queste femministe Terf sia con la direzione di ArciLesbica. La mia, di opinione, è che la domanda andrebbe rovesciata. Siamo in presenza, a mio parere, di un'opa (ostile? Sicuramente per molta base sì) da parte di questo micropezzo di femminismo,  ma che ora ha trovato, in Italia, una visibilità inaudita attraverso la “conquista” di ArciLesbica Nazionale. C’è una bella differenza se una cosa la dice una femminista non lesbica o un’associazione che fa parte del movimento cui partecipano anche le associazioni rransgender. A questo punto deflagra il movimento Lgbt.

Sia chiaro. La mia è un’opinione e non ha prove: solo interpretazioni mie di comportamenti che mi fanno pensare a degli indizi. Anche il fatto che, ora che è scoppiato il casino, qualche femminista prende le distanze da quel che accade in ArciLesbica con “io non c’entro” ecc. sa di excusatio non petita. Ma resta una mia sensazione. Quella in ogni caso d'una persona che fa attività politica dall'età di 14 anni.

Comunque, che qualcosa del genere sarebbe prima o poi accaduta, io l’avevo capito anni fa quando ero ancora presidente di Crisalide AzioneTrans e decisi di uscire dalla lista del “movimento”, motivandone le ragioni che poi ho raccolto e ampliato, con una nuova proposta di forma associativa, nel libro Oltre le gabbie dei generi. Ora il movimento si ricompatta contro ArciLesbica ma esistono altre contraddizioni interne che prima o poi scoppieranno e provo a spiegarlo nei dettagli nel libro.

Una precisazione: quando dico che queste femministe sono un'estrema minoranza, mi si potrebbe obiettare che anche le donne transgender sono poche. Ma c’è una bella differenza tra condizione e pensiero. Le persone intersessuali sono poche ma hanno importanza. Un “partito” dello 0,0001% decisamente meno, tanto per esemplificare.

Hai tentato ultimamente un dialogo con le femministe Terf. Qual è stato il risultato del tuo impegno?

Devo dire che quando, parlando con loro, ho espresso i miei dubbi sulla gpa (gestazione per altri), subito ho avuto post, numeri di telefono e disponibilità estrema. Quando però qualcuna di loro, cui è riconosciuta anche una certa leadership, ha visto che non cedevo sulla questione delle donne trans, ha immediatamente cambiato toni. Al che mi sono chiesta e le ho chiesto se quei toni accondiscendenti nascondessero un tentativo di opa verso una persona nota (seppur in pensione) nel movimento Lgbt. Avere un’intellettuale trans dalla loro parte sarebbe stato un bel colpo.

Ovviamente in risposta ho ricevuto toni scandalizzati e aggressivi alla mia domanda. Ho tentato la via del dialogo - è un caposaldo del pensiero pangender - ma la questione poi è stata posta con un “o stai di qui o di là”. E come potevo stare con chi non riconosce il mio essere donna e vorrebbe obbligarmi ad andare a fare pipì nei vespasiani a pochi centimetri dagli uomini? E poi io non riesco più a farla in piedi. Detto francamente, mi piscerei sulle cosce proprio come le cis. 

Perché secondo te le persone trans sono oggetto in questi ultimi giorni d'una violenta campagna offensiva sui social da parte di tali femministe? Donne che odiano le donne?

No, donne che odiano le donne non mi piace. Le donne sono sempre state accoglienti nei confronti di noi transizionanti da maschio a femmina. A volte persino materne con le più giovani o all’inizio del percorso. Soprattutto, finita la transizione, si dimenticano che siamo trans. Più di una volta mi è capitato di donne, ex colleghe, che mi parlassero nei dettagli di tamponi e mestruazioni. Fui io a ricordar loro che sulla specifica cosa non avevo grandi competenze. Proprio ieri una donna etero ha voluto il mio pensiero di donna, che conosce meglio il “maschile”, su un suo dubbio rispetto a un uomo che temeva avesse comportamenti “pericolosi”.

Noi siamo donne con specifici diversi ma possiamo essere molto utili alle donne cis proprio sulle questioni del “maschilismo” e le sue peggiori conseguenze.  Le donne, rispetto agli uomini, sono  nove volte su dieci contente di noi. Capiscono perfettamente le sofferenze che subiamo per poi passare dal privilegio alla doppia discriminazione (donna e transgender). Diamo troppa importanza a questo genere di femminismo. Non è un caso se la maggioranza dei circoli di ArciLesbica ha lanciato la campagna Un'altra ArciLesbica per dissociarsi nettamente dalla dirigenza.

Qualche giorno fa hai scritto una bellissima e articolata riflessione dal titolo Fallocentrismo e vaginocentrismo: l'altro verso della stessa "medaglia". Che cosa intendi per vaginocentrismo e quali sono i pericoli di questa posizione?

L’ho scritto e lo ripeto: non è tanto importante il vaginocentrismo ma il “centrismo”, il mettere una condizione sopra le altre e con il diritto di giudicarle e classificarle. Sono contro tutti gli integralismi identitari: dall’Isis alle Terf. Sono la morte del movimento Lgbt, che io chiamo, volutamente, L+G+B+T per la quasi assenza di integrazione delle diverse identità che invece, sotterraneamente, in parte, si disprezzano. Molti esempi li ho fatti nel libro Così non si va da nessuna parte. Il vaginocentrismo è equivalente a ginocentrismo ma più chiaramente esplicito rispetto alle motivazioni date dalle Terf per non riconoscere le donne trans.

C'è chi ha tentato di collegare gli attacchi ricevuti ultimamente dalla presidente Boldrini con quelli che avrebbe ricevuto la segreteria nazionale di ArciLesbica. Che cosa ne pensi?

Penso che un qualsiasi giudice saprebbe distinguere le offese gratuite alla presidente Boldrini rispetto al loro attacco contro le donne transgender e contro i gay per la questione gpa, per il quale hanno ricevuto adeguate risposte nel 90% dei casi. Poi c’è sempre chi sbrocca: ma da una parte e dall’altra. L’uomo che ha proposto di andare a pisciare sotto la sede di ArciLesbica ha scelto un pessimo modo di esporre il suo dissenso. Purtroppo gli uomini sono stati educati fin da neonati a considerare il pene una sorta di arma. D’altra parte gli stessi genitori lo chiamano pistolino… Ma dall’altra parte c’è stata l’affannosa ricerca di immagini o dichiarazioni di transgender che, secondo loro, dimostravano che non erano donne a denominazione d’origina controllata (da chi?) e garantita (da chi?).

Secondo Mirella Izzo la visione pansessuale potrebbe essere d'aiuto al superamento di tali contrapposizioni e, soprattutto, a una rinnovata riflessione coesa all'interno della collettività Lgbt?

Io preferisco il termine pangender perché, senza sapere di che gender sei, non puoi definire neppure il tuo orientamento sessuale. Quindi il termine include pansessuale. Ma andrebbe beinssimo un “Pride Pangender e Pansessuale” che sia aperto anche alle donne e agli uomini etero che rifiutano di essere catalogati come “giusti” per qualcosa che non hanno scelto, ma che hanno ereditato dalla nascita e non vogliono pensare che un loro eventuale figlio gay, lesbica o transgender, debba fare una vita di discriminazioni anche pesanti. E ce ne sono di etero consapevoli.

Tutti dentro ma con una discriminante: le condizioni sono infinite sia di identità sia di orientamento ma nessuna è superiore o comunque “distaccata” dalle altre. Ha degli specifici ma siamo fondamentalmente esseri umani sessuati. Punto. L’unico discrimine è ovvio, cioè che ogni genere di orientamento sia tra adulti e consenzienti. E dovremmo anche iniziare a studiare la differenza tra orientamento sessuale e orientamento amoroso o affettivo. Anche questi, non sempre combaciano perfettamente! 

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Uomini volete consumazioni gratis? Vestitevi da gay. Questa l’ultima trovata del ristorante – lounge bar procidano Il Ciracciolo, i cui gestori hanno organizzato dalle 21.00 in poi la serata Miss Gay con l’organizzazione di Butterfly Effect.

Ma che significa abbigliarsi da gay? Raggiunto telefonicamente, uno dei pr di Miss Gay ha spiegato le modalità vestiarie della kermesse: «Il biglietto d'ingresso pari a 15 euro è inclusivo d'una consumazione. Ma chi verrà vestito da gay, cioè da donna, parteciperà all'estrazione finale di premi e avrà altre cue consumazioni in omaggio».

Immediata la reazione di Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che in un duro comunicato ha denunciato fermamente il contenuto omofobico dell'iniziativa sull'isola di Procida (Na): «La serata ha il sapore di un orribile balzo culturale indietro di almeno 30 anni in un'Italietta provinciale e volgare, dove ancora oggi l’omosessualità maschile è vista come una diminutio della virilità, come uno sfortunato status sul quale nella migliore, o forse peggiore, delle ipotesi, ironizzare. Ed è proprio qui che invece nasce la più odiosa discriminazione, il seme da cui nasce il bullismo e la violenza di cui sono vittime quotidiane le persone omosessuali».

Sannino ha altresì rilevato come «l’autoironia e la destrutturazione culturale del dualismo maschio/ femmina siano alla base della grande rivoluzione culturale portata avanti dal nostro movimento di liberazione sessuale. Ma qui non riscontriamo né ironia né alcun valore politico attribuibile alla femminilità. La serata Miss Gay del Ciracciolo è solo un insopportabile e volgare affronto alla vita e alla dignità delle persone Lgbti».

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«Forza Italia Bologna denuncia la convenzione per il Cassero con il circolo Arcigay perché non si sarebbe fatto il bando. Ma la storia non si mette al bando». Con queste parole il direttore Franco Grillini ha commentato il duplice esposto presentato dai consiglieri forzisti comunale e regionale (rispettivamente Marco Lisei e Galeazzo Bignami) contro la riassegnazione della Salara al Cassero in via Don Minzoni al locale comitato di Arcigay. Il primo all’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) per la violazione del codice degli appalti, il secondo alla Procura per abuso d’ufficio in nome d’una «affinità politica» tra il sindaco Virginio Merola e l’associazione Lgbti.

Ma Franco Grillini, memoria storica del movimento, sa bene che la realtà è diversa. Egli era presente quel 28 giugno 1982 quando in via Don Minzoni, nei pressi di Porta Saragozza, fu inaugurato il primo circolo omosessuale italiano.

Da allora l’assegnazione degli spazi della Salara al Cassero ad Arcigay è stata sempre riconfermata, senza bando alcuno, dalle varie amministrazioni che si sono succedute. Cosa che è nuovamente avvenuta nei giorni scorsi quando il Comune ha rinnovato per quattro anni (rinnovabili per un altro quadriennio) la convenzione con Arcigay. L’associazione dovrà pagare il 20% di affitto e utenze in cambio di quel riconosciuto e ampio servizio pubblico sempre offerto nel corso di ben 35 anni. Servizio che va dall’assistenza ai disagiati alla consulenza legale per le persone Lgbti. Senza contare l’importantissimo archivio storico, che si compone di oltre 120mila unità tra opere a stampa e faldoni manoscritti.

Sereno relativamente ai due eposti è soprattutto Vincenzo Branà, presidente del circolo Arcigay Il Cassero. Raggiunto telefonicamente, ha così commentato l’accaduto: «Gli esposti che Forza Italia ha presentato sulla convenzione, con la quale il Comune affida al Cassero la sua sede, fanno evidentemente parte di una strategia di radicalizzazione della destra di cui da tempo cogliamo numerosi sintomi.

Le persone Lgbti, proprio come i migranti, diventano bersaglio di quella classe politica che vuole assicurarsi il voto degli omofobi e dei razzisti. Una classe politica che purtroppo va perfino oltre i confini di Forza Italia e del centrodestra italiano, trovando pericolose sponde a sinistra.

Nel merito, gli esposti, oltre a puntare il dito sullo strumento amministrativo utilizzato per l'assegnazione della sede, stigmatizzano la libertà del Cassero di intervenire nel dibattito pubblico della città. Argomentazione assurda che va contro non solo ai fondamenti della nostra Repubblica ma perfino al buonsenso.

Così la politica oggi sistema i conti con il dissenso, così si aggira il confronto e si cerca di reprimerlo con lo spauracchio dei procedimenti legali. Infine: la polemica sull'assegnazione della Salara è ormai un romanzo a puntate in cui troviamo capitoli amari scritti da molte forze politiche. E soprattutto questo dibattito sta dentro una dimensione più ampia che è quella che riguarda la politica degli spazi nelle città.

A Bologna questo è il grande nodo irrisolto e il vuoto politico è terreno facile per chi, come Forza Italia, vuole usare queste vicende per fare campagna elettorale»

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Classe 1968, il barcellonese Carles Rodriguez Reverter dirige da vent’anni lo storico sex-shop Zeus, la cui apertura nel barri di El Raval risale al 1983. Carles, che è intervenuto più volte su questioni afferenti alla sessualità delle persone Lgbti rilasciando interviste a media locali e a un magazine gay svedese, ha avuto in passato un ruolo di primo piano nell’ambito della collettività omosessuale catalana.

«Oggi ci sono molte associazioni Lgbti – così ha dichiarato ai nostri microfoni – che soddisfano alle esigenze dei suoi vari componenti. Ma durante gli anni '80 e '90 del secolo scorso abbiamo lavorato duramente per realizzare la prima “mappa gay” di Barcellona e collaborare con le poche realtà Lgbti esistenti. Collaborazione finalizzata a promuovere campagne in difesa della collettività e favorire l'accettazione sociale delle persone Hiv positive in particolare nel quartiere di Raval, che era all’epoca il più povero della città».

A lui abbiamo rivolto alcune domande sull’attentato della Rambla – a pochi passi da El Raval –  che nel pomeriggio di giovedì 17 agosto ha fatto 14 vittime e 120 feriti.

Carles, come hai vissuto quelle ore drammatiche?

Quando si è verificato l'attentato intorno alle 17:00, ero a casa mia che è a meno di 500 metri dal luogo della strage. All’inizio non riuscivo a  capacitarmi dell’accaduto. Poi sono subentrati indignazione e dolore.

Come ha reagito la collettività Lgbti?

Come hanno reagito tutte le altre persone. Non posso però non ricordare la manifestazione fascista e anti-islamica, che si è tenuta nella giornata d’ieri. Protetti da cordoni di polizia, i partecipanti sono stati alla fine ricacciati da numerosi contromanifestanti con le nostre bandiere raimbow e altre. Si sono uniti a noi anche tantissimi passanti.

Quest’anno si sta celebrando il decennale del Barcelona Circuit Festival che, iniziato il 5 agosto, terminerà domani. La sera di giovedì 17, per rispetto alle vittime dell’attentato, è stato sospeso il party al Razzmatazz mentre ieri il programma è ripreso come di consueto. È un segnale importante: non credi?

Assolutamente, sì. Sono d’accordo con il gruppo organizzatore Matinée. Non dobbiamo permettere a nessuno di farci intimorire né manipolare. Ieri mattina ne abbiamo dato prova insieme coi tantissimi barcellonesi e turisti in Plaça de Catalunya gridando nella nostra lingua: No tinc por (Non ho paura). E poi con lo stesso stato d’animo abbiamo invaso la Rambla. Solo così si potrà veramente enervare il terrorismo e ridurne la portata.

Jorge Moruno, sociologo e componente di Podemos, ha twittato: Alcuni utilizzano il dolore per rinfocolare la xenofobia, altri per attaccare l'indipendentismo e altri per mescolarlo con la turismofobia. Che ne pensi?

Sottoscrivo ogni parola. In primo luogo la strage della Rambla sta alimentando la mai sopita ondata xenofoba e, in particolare, islamofoba. In generale tutti i fascisti sono contro i musulmani. C’è poi da dire che non pochi giornali ed emittenti tv madrilene stanno parlando in queste ore dell’attentato anche con riferimenti negativi alle posizioni indipendentiste catalane. Che poi tutto questo si concreti in forme di turismofobia è inevitabile. Ma, come ho detto, non ci lasceremo sopraffare. Perché l’amore e il coraggio vincono sempre su l’odio e la paura.

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Alla viglia del Salento Pride il sindaco di Gallipoli Stefano Minerva ha rilasciato un comunicato di condanna di quanto accaduto nella serata di ferragosto presso il G Beach e riportato da Gaynews. Come noto, due giovani, Luca e Marco, si stava baciando presso lo stabilimento quando sono stati invitati da un cameriere a evitare pubbliche effusioni. Il proprietario - un imprenditore milanese - ha tentato poi di scusarsi con una bottiglia di spumante e una motivazione a dir poco singolare. Il calo progressivo, cioè, di clienti facoltosi per la segnalazione del G Beach sulle guide rivolte a persone Lgbti

Segnalato dal docente romano Ivan Valcerca, amico della coppia e attivista dem, l'accaduto è stato subito riferito al governatore della Puglia Michele Emiliano. È stato lui a intervenire telefonicamente presso il primo cittadino di Gallipoli che ha stigmatizzato quanto avvenuto al G Beach con una nota che, recante la data del 17 agosto, è stata però diffusa da qualche ora.

Mentre giunge la notizia d'un altro atto omofobico presso lo stabilimento di Punta della Suina (un ragazzo in pareo rainbow sarebbe stato fermato, sempre nella giornata d'ieri, da un altro cliente che gli ha chiesto: Ma questa è la bandiera di quelli che lo prendono ar c..."), le parole del sindaco Minerva assumono perciò un rilievo del tutto particolare. Eccole:

Quanto accaduto ieri in una spiaggia gallipolina mi lascia perplesso: una coppia è stata allontanata solo per alcune dimostrazioni d'affetto. In una città come la nostra, l'amore gay non può essere condannato: ci avviciniamo al Salento Pride e non posso tollerare attegiamenti discriminatori come questi. Nella città che immagino per il futuro non ci dovranno essere differenze dettate dagli orientamenti sessuali.

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Un’estate rovente quella del 2017 e non solo per le temperarature canicolari. Mai come quest’anno, infatti, si stanno registrando episodi d’omotransfobia in località turistiche. E così, dopo l’allontanamento di Massimina e Sandra, due donne transgender, da una trattoria del litorale di di Latina, l’ultimo caso si è verificato nella giornata di ferragosto.

Questa volta però in una delle maggiori mete gay-friendly italiane quale Gallipoli e, addirittura, in un punto centrale della movida rainbow estiva della città salentina: il G Beach. Una struttura balneare situata in quell'incantevole Parco naturale di Punta della Suina in cui, non a caso, Ferzan Ozpetek ha ambientato l'unica scena di mare di Mine Vaganti

A riportare l’accaduto Daniele Sorrentino, amministratore della pagina fb In piazza per il family gay, che ha raccolto la testimonianza di Ivan Valcerca. Il docente romano era ieri presso il noto stabilimento con amici, una coppia dei quali (Luca e Marco) si stava baciando quando un cameriere si è avvicinato invitando gentilmente a evitare effusioni in pubblico. Alla richiesta di spiegazioni sono giunte le scuse del proprietario, porte con una bottiglia di spumante e una motivazione a dir poco singolare. Il calo progressivo, cioè, di clienti facoltosi per la segnalazione del G Beach sulle guide rivolte a persone Lgbti

Ma in realtà lo stabilimento gallipolitano avrebbe da tempo imboccato un percorso di "riconversione" come raccontato da Alex Mari sempre sulla pagina In piazza per il family gay. 

«Sono stato a Gallipoli - così Alex - il mese scorso e ho alloggiato in un B&B gay-friendly. La proprietaria mi ha raccontato che hanno proposto a molte strutture balneari e della movida di fare convenzioni per i clienti del B&B. Il G Beach ha inizialmente accettato inviando subito il listino delle convenzioni. Dopo una mezz'ora la chiama il proprietario dicendo che avevano visto sul sito del B&B che era dichiaratamente gay-friendly e quindi non avrebbero fatto la convenzione perché non si vogliono legare ad alcun tipo di categoria specifica. Lei sconvolta. I fatti sono questi: lo stabilimento fino a tre anni fa si chiamava Makò Beach ed era uno stabilimento gay, con le bandiere rainbow, il personale gay e la clientela gay.

Poi hanno venduto a questo signore di Milano che si chiama "Gabon", uno storico organizzatore di grandi eventi dance degli anni '90 e negli ultimi anni gestore di alcuni luoghi vip/chic della movida milanese. Gabon ha scelto di "rilanciare" un posto già lanciato per trasformarlo in un ambiente chic, elegante, esclusivo, per clienti benestanti. Una cosa molto figa, ma sicuramente lontana dal concetto di "spiaggia gay". Quindi prezzi più alti della media, bianco come colore dominante, dipendenti quasi tutte donne giovani bellissime zinnone che sembra un set di baywatch.. La g di G Beach non sta per "Gay Beach" ma significa "Gabon Beach". Ovviamente non può dire apertamente che i gay non ce li vuole, finirebbe nella bufera. Ma daje oggi, daje domani, sono tre anni che gli omosessuali vengono umiliati in ogni modo in quel posto ma continuano ad andarci in virtù dei tempi che furono quando era gestito da un imprenditore che aveva scelto il turismo Lgbti». 

Ivan Valcerca, intanto, ha già denunciato l'accaduto al governatore della Puglia Michele Emiliano, della cui corrente dem è anche componente. La vicenda, in ogni caso, assume un particolare rilievo a pochi giorni dal Salento Pride, che si terrà sabato 19 agosto proprio a Gallipoli.

 

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Sei pagine introduttive e 154 di testo. Questo in cifre il volume Città arcobaleno. Una mappa della vita omosessuale nell’Italia di oggi che, scritto da Fabio Corbisiero e Salvatore Monaco, è stato recentemente edito per i tipi romani della Donzelli e inserito nella collana Virgola.

L’opera si pone a coronamento d’una dettagliata ricerca che, condotta nell’arco degli ultimi cinque anni, offre una pioneristica sinossi della geografia urbana Lgbti sulla base d’una specifica campionatura delle città italiane. Esse risultano catalogate con relativo punteggio (da 0 a 100) sulla base di sei elementi di inclusione/esclusione sociale rilevanti: 1) servizi, 2) sicurezza urbana, 3) occupazione, 4) cultura e vita sociale, 5) turismo, 6) reti e associazionismo.

Lo studio punta così l’attenzione sul ruolo protagonistico dei centri urbani sia ad ampia apertura civica verso le persone Lgbti – e quindi classificabili come gay-friendly – sia a caratura arcobaleno. Qualifica, quest’ultima, che sta a indicare la nuova frontiera per le rivendicazioni del movimento, che in tali città vede efficacemente istituzionalizzati servizi e dispositivi di politica sociale gay. Di contro sono da registrare non pochi centri urbani, le cui relative amministrazioni sono mosse da un disinteresse istituzionale per le aspettative delle persone Lgbti. A tal riguardo il Bel Paese di stoppaniana memoria si presenta piuttosto come un Paese a macchie, dove coesistono e si contrappongono aree arcobaleno e aree grigie, rispettivamente identificabili nelle accennate politiche di promozione o disinteresse nei riguardi delle persone Lgbti.

Il quadro valutativo si arricchisce di interviste in esclusiva e dichiarazioni – riportate dai media – di alcuni sindaci attualmente in carica o decaduti, alcuni dei quali (Leoluca Orlando per Palermo, Luigi De Magistris per Napoli, Ignazio Marino per Roma, Virginio Merola per Bologna, Piero Fassino per Torino, Giuliano Pisapia per Milano) hanno avviato con politiche indirizzate ai cittadini Lgbti un cambiamento che, per quanto in divenire, può a buon diritto essere definito epocale. In tale scenario a fare la differenza è proprio la sinergia tra società civile, associazionismo e mandato dei sindaci più attenti alle questioni arcobalenoAlle associazioni gli autori dedicano ampio spazio in ragione di quell’imprescindibile spinta propulsora data dai singoli raggruppamenti attivistici all’accensione e al mantenimento della pubblica attenzione alle tematiche dei diritti di cittadinanza arcobaleno.

In conclusione, se è vero quanto scriveva Marziale sulle modalità compositive delle opere (in cui si trovano mescolate alcune cose buone, altre mediocri, moltissime cattive), si può dire con sicurezza che tale ordine risulta invertito nel volume in questione. Volume la cui firma principale – il coautore Salvatore Monaco è dottorando in sociologia presso l'Università Federico II di Napoli – è, come accennato, di Fabio Corbisiero che, oltre a essere ordinario di sociologia presso l’ateneo partenopeo, è anima e coordinatore scientifico del prestigioso Osservatorio Lgbt istituto presso il dipartimento federiciano di Scienze Sociali.

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Classe 1972 e fidanzato con Lucio De Tommaso, Giovanni Mineccia coniuga da sempre l'attivismo Lgbti con l'amore per gli animali. Molto conosciuto sui social nell'ambito della collettività Lgbti e, in particolare, quella romana, La TalebanaH - come ama definirsi - dosa con saggezza nei post su Facebook ironia, schiettezza, lucidità di vedute e utilizza un italiano infarcito di baresismi che rende il suo dettato piacevole alla lettura. Per dare voce all'esperienza molteplice di una persona gay di provincia ma attentissima a quanto accade nel movimento italiano e non, Gaynews ha deciso d'intervistarlo.

Giovanni, sei una persona molto amata sui social per i tuoi post scanzonati ma improntati all'attivismo Lgbti e all'animalismo. Come coniughi i due interessi?

Molto amato? Non quanto realmente io possa essere amato. Le persone, in realtà, hanno più voglia di farsi i c...i miei. Forse sbaglierò ma uso Fb come se fosse un diario. Da piccolo ne avevo sempre uno segreto. Ora uguale ma non è più segreto. Mi piace raccontare eventi della mia vita o considerazioni che magari possono essere di aiuto ad altri. Mio padre mi diceva sempre che fin quando non hai rubato o fatto male a qualcuno non hai nulla di cui vergognarti. Ho cambiato idea su tante cose  grazie a post di amici o commenti che mi hanno fatto riflettere. Molte volte, in passato, mi sono ritrovato a essere più moralista e babbione di quanto pensassi. Il confronto verbale, specialmente dalle mie parti, diventa un gridarsi sopra e un interrompere l'altro traendo conclusioni sbagliate. Su Facebook leggi e rileggi. Hai tempo di elaborare una risposta e pensarci.

Per quanto riguarda gli animali, essi hanno sempre fatto parte della mia vita: una passione ereditata da mio padre e mia madre. Però ho preso il meglio dei due: mio padre uomo di campagna è un animalista più pragmatico e di cervello; mia madre, invece, è una donna di città che tende eccessivamente a umanizzare. Insomma un'animalista troppo di cuore. Ho lanciato delle cat promotion: si tratta di video allegri, dove a quei poveri gattini gliene dico di tutti i colori, facendo incazzare le animaliste del "Kuore" di turno. Ma sono sempre riuscito a trovare lotro delle ottime famiglie ed è quello che conta.

Ho da 17 anni un Pet shop ad Adelfia, un paesino in provincia di Bari, con la mia bella rainbow flag all'esterno (che tutti scambiano però per quella della pace) e che sono gay lo sanno pure i vigneti. Mi capita spesso che qualche cliente - scegliendo un collare o un cappottino - mi dica: "Questo è da frocio". Ogni volta gli indico i capi che indosso al momento (non ho molta fantasia: ho un numero imprecisato di camicie a quadri) e dico: "Io sono gay. Porto strass e brillantini? No, e allora il tuo cane può portare un collare di vernice senza essere frocio". Rimangono sempre basiti e io rido molto. La maggior parte dei miei clienti sono anche amici su Fb.

Spesso utilizzi termini dialettali baresi. Una volontà di riaffermare le tue origini o un modo come un altro per ironizzare?

Sì, è vero. Uso spesso termini dialettali su Fb. I dialetti sono una cosa stupenda: non vanno usati come codici per non farsi capire dal resto del mondo. Ma alcune parole rendono bene l'idea solo in dialetto. Ad esempio l'Angoooorr e il Maisia le ho esportate in mezza Italia .

Il tuo profilo Fb è stato spesso bloccato. Perché a tuo parere?

Vabbè. Una volta mi sono cacato sotto perché su Fb alcune mie foto sono state viste su una pagina di talebani veri in mezzo a scatti di lapidazioni di donne. Per fortuna tutti i miei amici hanno segnalato la pagina, che è stata oscurata. Vengo spesso bloccato perché - sì, lo ammetto -, protetto dallo schermo, sono un po' leone da tastiera anche io. Dal vivo sono meno aggressivo ma ci sono cose che mi fanno proprio girare le scatole: gli hater, i gay perbenisti, gli omofobi e i razzisti. Di fronte a tali persone sbrocco e puntualmente esse mi segnalano: allora vengo messo in castigo .

In che senso ami definirti la TalebanaH?

Mi chiamano la talebana perché tanti anni fa - a ridosso del fatidico 11 settembre - passeggiavo con amici per la città vecchia di Bari. Avevo un barbone allora nerissimo ed ero abbronzato. Un gruppo di ragazzini mi urlò "Mooo e ci è u talebban". Chiaramente le amiche me lo hanno trasformato al femminile e quando mi sono iscritto sulle chat ho deciso di usarlo come nick . Molti mi hanno contattato per rimproverarmi, sapendo cosa fanno i talebani ai gay. Ma io lo uso proprio per questo.

Hai una storia intensa ma a distanza con Lucio. Dopo anni credi che sia vera e cosa rispondi a quelli che obiettano il contrario?

Qualsiasi cosa vissuta con Lucio mi fa star bene. Ogni coppia è un universo a sé e ha i suoi equilibri. Non penso al futuro: mi godo solo i momenti in cui ci è concesso stare insieme.

Quale messaggio lancia la TalebanaH alla collettività Lgbti e soprattutto ai moralisti all'interno?

Ti sto rispondendo mentre sono in aereo verso Bari e ho detto tutto. Che messaggi lanciare? Non saprei. Non sono uno che ha letto molti libri e sono di base un ignorantone che non ha fatto le "scuole alte". Da bambino, però, ho letto un libro che dovrebbero leggere tutti quelli che fanno parte di minoranze e si fanno la guerra fra di loro limitando le altrui libertà e necessità in nome di falsi moralismi e verità assolute. Si tratta de La fattoria degli animali. Ha molto da insegnare.

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Ancora un atto discriminatorio all’interno d’un locale pubblico. È successo presso il ristorante Da Vittorio e Maria ubicato sul litorale di Latina in zona Foce Verde. A essere aggredite verbalmente e allontanate dalla trattoria due donne transgender Massimina Lizzeri e Sandra De Paola.

Il 9 agosto, dopo una mattinata trascorsa al mare, Massimina e Sandra si sono recate verso le 13.00 al ristorante per pranzare. Indossavano pantaloncini e pareo. Nonostante ciò sono state accolte in malo modo da una cameriera che ha detto alle due donne di non essere vestite decentemente e, «data la loro natura», di essere inadatte per il locale.

Ma come se non bastasse è sopraggiunta la titolare del ristorante, la quale ha detto a Massimina e a Sandra di non essere gradite perché «poco di buono e froci». Ha poi aggiunto categoricamente: «Voi trans non vi vogliamo» con un seguito di offese e parolacce. Ha anche spintonato le due donne, cui ha procurato lividi e altri segni sul braccio e sul fianco destro

Massimina, che era alla vigilia del suo 49° compleanno, è rimasta fortemente sconvolta dall’accaduto. Ma ha avuto il coraggio di sporgere denuncia ai carabinieri della stazione di Nettuno.

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Di origini taorminesi ma da tempo vivente a Firenze, Elena Sofia Trimarchi è un'attivista transgender molto conosciuta sui social per i post ironici e talora caustici dedicati ai temi politici, sociali, culturali nonché, ovviamente, a quelli del mondo Lgbti. Il 24 luglio è stata pubblicata su L'Espresso una lettera aperta che, cofirmata con Sabrina Ancarola e recante il titolo Noi transessuali, uccise due volte, prendeva spunto dalla reazione esultante d'un giovane cagliaritano all'uccisione a martellate d'una donna trans

Nella giornata d'ieri Elena è stata indondata «da messaggi - come lei stessa ha scritto sul suo profilo fb - degli amici di questo signore. Il più carino dice: Muori». Per saperne di più l'abbiamo raggiunta telefonicamente.

Elena, hai ricevuto nelle ultime ore insulti e messaggi di morte sui social. Perché?

Mi sono accorta degli insulti e dell' augurio di morte perché sono andata a guardare su Facebook i messaggi con filtri. Cosa che ogni tanto faccio. Perché tutto ciò? Ho una sola spiegazione: la lettera che io e Sabrina abbiamo scritto al direttore de L' Espresso sulla presenza massiccia di transfobia sui social. 

 

C'è secondo te un legame tra l'uomo sardo che inneggiava a uccidere le persone trans e la tua lettera aperta?

Nessun legame col tipo sardo - scusa, ma chiamarlo uomo mi pare troppo, perché offenderei la categoria degli uomini - se non la mia leggerezza nel postargli l'articolo in bacheca augurandogli di imparare qualcosa dallo stesso. D' altronde lui si diceva orgoglioso di essere finito sui giornali. Però l'ha rimosso.

Un certo Luca Zanet ha poi pubblicato una tua foto su un gruppo Fb chiamato 69 sfumature di sesso. Che cosa è succeso di preciso?

Zanet - che credo sia la stessa persona o un amico - ha rubato una mia foto pubblica e l' ha postata nel gruppo 69 sfumature di sesso con questa introduzione: Salve..... Sono entrato a far parte di questo gruppo da poco tempo ed è giunto il momento che anche io pubblichi una fotografia....Vi presento mia moglie Giorgia. Ditemi cosa ne pensate di lei, accetto critiche. Buona serata a tutti.

Ho avuto un calo di pressione e ho dovuto far venire il medico a casa. Sono stata davvero male.

Intendi denunciare tali persone?

Sì, stavolta denuncio dal primo all' ultimo. Credo che essere stata la prima donna transgender candidata al Comune di Firenze, la città di Renzi, abbia fatto di me, nel suo piccolo, un personaggio pubblico. Il danno di immagine è enorme 

Pensi che la tua vicenda lanci un allarme? 

Certo. Si tratta di un allarme lanciato da tempo e da persone molto più autorevoli di me. Facebook censura una vignetta ma non chiude, ad esempio, pagine inneggianti al Duce. Comunque dopo ieri io non so più se rimanere su Facebook o meno.

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