Claudio Finelli

Claudio Finelli

Sabato 24 novembre si è conclusa a L’Aquila la 17esima edizione del Premio internazionale di Letteratura dedicato a Laudomia Bonanni, sezione Poesia edita. Il giorno prima, presso il carcere di Preturo, erano stati proclamati i vincitori della Sezione riservata ai detenuti di tutta Italia. 

Presidente del premio Raffaele Marola, in giuria l'onorevole del Partito Democratico Stefania Pezzopane, la docente dell'Università degli Studi dell'Aquila Liliana Biondi, il professore di letteratura italiana all'Università degli Studi di Pisa Marco Santagata, la poetessa aquilana Anna Maria Giancarli.

Ospite dell'evento il grande poeta cinese Yang Lian, costretto a vivere a Londra da molti anni per aver coraggiosamente denunciato la matrice liberticida del governo cinese. 

Il primo premio è andato a Elio Pecora, esponente di prestigio della poesia italiana, per il libro Rifrazioni, in cui è centrale il tema della memoria e dei ricordi, degli amici che non ci sono più, come Moravia e la Morante, di persone che non ci sono più guardando queste cose dal giardino della sua casa a Sant'Arsenio (Salerno), dove trascorre le vacanze estive.
Tra le pagine di Rifrazioni ci sono i ricordi di una vita, tra personaggi immaginari e amici cari all'autore che oggi non ci sono più come Elsa Morante o Alberto Moravia.

Nella rosa dei finalisti, oltre a Solitude, lavoro poetico di Daniele Pieroni, anche Dolore Minimo, il testo di Giovanna Cristina Vivinetto, una giovane poetessa trans di 24 anni, di origini siciliane, che ha raccontato in versi la transizione, investigandone le ragioni profonde e restituendo al lettore il senso stesso della necessità di diventare “madre di se stessa”. 

La presenza di Giovanna Cristina Vivinetto tra i tre vincitori finalisti è un evento di grande rilievo non solo per la tematica certamente originale del suo libro ma anche perché si tratta della poetessa più giovane che abbia mai partecipato al prestigioso premio aquilano in tutte le diciassette edizioni. 


Giovanna Cristina Vivinetto oggi vive e studia a Roma e ha sempre sottolineato, nelle interviste rilasciate a diverse testate nazionali, quanto sia stato importante il sostegno della sua famiglia nel suo percorso di cambio di genere. La sua è certamente l’esperienza poetica più “innovativa” degli ultimi anni nel panorama della poesia italiana contemporanea .

e-max.it: your social media marketing partner

Sarà ancora aperta al pubblico fino al 7 dicembre, presso Officine Fotografiche a Roma, la retrospettiva fotografica che Lina Pallotta, da sempre attratta dalla cultura underground e dalle storie di rivalsa e riscatto, ha dedicato all’amica e attivista Porpora Marcasciano, figura di spicco del transfemminismo internazionale e presidente onoraria del Movimento Identità Trans (Mit).

La mostra, che intreccia evocazioni biografico-affettive con le trasformazioni socio-culturali della società contemporanea, è un’occasione importante per riflettere sulla potenza dell’immagine e sul valore dell’esperienza, ora umana e ora artistica, che si realizza nel sodalizio tra due sguardi profondi: quello di Lina Pallotta e quello di Porpora Marcasciano.

Incontriamo Lina Pallotta per avere qualche notizia in più sulla mostra.

Lina, se dovessi restituire, in maniera sintetica, il senso  della mostra fotografica su Porpora, cosa ti sentiresti di dire?

È un viaggio personale nella vita di Porpora: una visione, intima, personale e soggettiva. Un tentativo di restituire attraverso questo approccio una visione che restituisca una dimensione umana e complessa a una figura e a un mondo, marginalizzato e stereotipato dalla maggior parte delle immagini che lo rappresentano. 

Quanto deve, a tuo parere, l’emancipazione sociale e culturale di questo Paese a Porpora  Marcasciano? 

Questa è una domanda difficile per me, perché non voglio dire cose imprecise. Le figure che rappresentano il variegato paesaggio dei movimenti possono rispondere in maniera adeguata meglio di me. Personalmente penso che Porpora e tante altre figure e associazioni, hanno determinato un cambiamento profondo e positivo del panorama socio-culturale del nostro Paese. L'attivismo, le lotte hanno cambiato leggi che penalizzavano e ghettizzavano queste categorie. Nonostante ci sia ancora tanto lavoro da fare, il muro di segretezza e paura della mia infanzia è crollato.

Porpora, oltre al suo lavoro di attivismo attraverso il Mit e altre situazioni, ha contribuito con i suoi libri a diffondere verità sul tema e a dare voce e dignità a tante persone che hanno fatto la storia e l'hanno cambiata. Le narrative dal basso sono la fonte a cui Porpora attinge e anche il mio approccio al tema. 

Tra gli scatti che sono presenti nell’allestimento, quale credi sia più rappresentativo o a quale sei più affezionata umanamente e artisticamente? 

Non ho scatti preferiti e ho difficoltà a scegliere un singolo scatto. Anche la selezione delle immagini presenti nella mostra è stato un processo complicato per me. Lavoro su storie e quindi l'insieme per me è sempre più importante del singolo scatto. Credo nella costruzione di uno spazio visivo dove le persone possano usufruire di una visione ampia e libera di mondi che non sempre conoscono.  

Infine, come definiresti la tua fotografia? Che valore credi di poterle attribuire? 

La mia fotografia si inserisce all'interno della tradizione documentaristica, personale, soggettiva e intima. Credo che solo la vicinanza e i momenti di intimità possano restituire brandelli di verità difficili da cogliere data la sovraesposizione mediatica del nostro momento storico. Ovviamente è complicato attribuire alla mia fotografia del valori, preferisco lasciare agli altri questo compito. Siamo in tanti ad attribuire al nostro lavoro concetti e virtù che sono solo nella nostra testa! Posso solo sperare che attraverso le mie immagini, le persone sentano il bisogno di rivalutare i loro pregiudizi, di avvicinarsi  e cercare informazioni approfondite e specifiche sul tema.

Guarda la GALLERY

e-max.it: your social media marketing partner

Quarant’anni fa veniva assassinato Harvey Milk, consigliere comunale della città di San Francisco, freddato nello stesso municipio in cui era supervisor da Dan White, ex consigliere comunale (apertamente contrario all’emancipazione della comunità Lgbti), che uccise anche il sindaco George Moscone

White fu riconosciuto colpevole di omicidio volontario con l'attenuante della seminfermità mentale e fu condannato a sette anni e otto mesi di prigione. Sentenza da più parti ritenuta troppo lieve e motivata dall'omofobia.

La centralità della figura di Milk nel panorama dell’evoluzione culturale e civile della nostra società, risiede nel fatto che egli è stato il primo componente delle istituzioni statunitensi apertamente gay. Consapevole dei rischi a cui andava incontro – poavendo ricevuto numerose minacce di morte –,m decise di perseverare nella propria lotta politica e culturale per i diritti delle persone omosessuali. 

La sua figura di vero e proprio “martire” dei diritti Lgbti è stat riconosciuta anche da Barak Obama che, nel 2009, ha insignito la sua memoria della massima decorazione degli Stati Uniti, cioè la Presidential Medal of Freedom, per l’enorme apporto alla lotta per i diritti e la libertà della comunità LGBT. 

Laura Pesce, Presidente di Pianeta Milk, circolo Arcigay di Verona, a proposito della centralità della figura del personaggio a cui hanno dedicato il proprio circolo, ha rilasciato a Gaynews la seguente dichiarazione: «Abbiamo voluto intitolare il circolo Arcigay di Verona ad Harvey Milk per tenere vivo il ricordo di questa figura fondamentale per le rivendicazioni del movimento Glbtq+ mondiale. Quando i e le giovani (e anche meno giovani) si avvicinano alla nostra associazione spesso non sanno chi sia stato Milk e nel raccontare la sua storia ed il suo coraggio teniamo sempre viva la sua memoria.

Nel 2015, in occasione del Verona Pride siamo stati onorat* dalla presenza di Stuart Milk (all'epoca consigliere di Obama per le politiche LGBTI ed ambasciatore nel mondo della Harvey Milk Foundation): Stuart ha voluto sfilare con noi nelle strade veronesi portando la testimonianza della forza delle scelte dello zio Harvey e rinforzando il legame tra il nostro circolo Arcigay Pianeta Milk e la Fondazione che rappresenta».

e-max.it: your social media marketing partner

Da mercoledì 28 novembre a domenica 9 dicembre, l’Off/Off Theatre, il nuovo spazio teatrale romano di via Giulia con la direzione artistica di Silvano Spada, ospiterà Carta Straccia di Mario Gelardi: unas storia romantica, ambientata nella Roma del 1968, con Pino Strabioli, Sabrina Knaflitz e Barnaba Bonafaccia e le musiche di Carlo Vannini.

I protagonisti di Carta Straccia sono Teresa e Agostino, due fratelli immersi nel loro laboratorio di carta artigianale, molto lontani dagli accadimenti rivoluzionari del ‘68 che cambieranno nel profondo il volto del mondo. Teresa e Agostino saranno sorpresi dall’inatteso arrivo del giovane e bellissimo Remo, un nipote che rivoluziona le loro vite ma cela un terribile segreto, destabilizzante come la rivoluzione che avanza.

Per sapere qualcosa in più sullo spettacolo, abbiamo incontrato Pino Strabioli che porta in scena il personaggio di Agostino, un omosessuale che ama Patty Pravo e vive con la sorella, vivendo ora con timidezza, ora con disinvoltura, il proprio orientamento sessuale.

Il protagonista di Carta Straccia è Agostino, omosessuale che vive la propria sessualità alla fine degli anni 60 e tu ne sei l’interprete. Come descriveresti il tuo personaggio? Cosa ti sentiresti di dire a quanti, come Agostino, hanno vissuto la propria omosessualità in una società certamente più omofoba di quella attuale?

Mario gelardi mi ha fatto un altro regalo, dopo il sartino del nostro fortunato precedente spettacolo (L’abito della sposa) questa volta ha creato per me Agostino, un operaio della carta nato negli anni ‘20 che alle soglie dei cinquant’anni si trova a fare i conti con lo scorrere di un’esistenza fatta di lavoro, famiglia e fughe notturne alla ricerca di emozioni erotiche. Siamo nel 1968 e per lui non era certo facile vivere appieno la propria omosessualità. Ha un rapporto morboso con una sorella e nutre un amore smodato per Patty Pravo che in quell’anno infilava un successo dietro l’altro.

Erano anni di rivoluzione per alcuni, di fatica per altri. Era un’Italia sicuramente più omofoba sotto certi aspetti ma forse più rilassata sotto altri. Anche oggi, in alcuni angoli del Paese, purtroppo, continuano ad esistere situazioni faticose, a volte addirittura inaccettabili da vivere.

La nostra è una commedia che mischia la tenerezza alla risata, la solitudine all’evasione, attraverso la musica.

La pièce tocca in maniera brillante le dinamiche “insane” ed esasperate che si manifestano all’interno dell’ambiente domestico. Insomma, è giusto pensare che Carta Straccia, col sorriso sulle labbra, voglia anche suggerirci che tutte le famiglie, pure quelle tradizionali, possono diventare luogo di recriminazioni ed egoismo? 

Assolutamente sì, in quella casa-laboratorio si consumano dinamiche insane e prepotenti, come spesso accade nella tipica famiglia italiana, quella tradizionale, quella “perfetta”.

Lo spettacolo ci racconta anche la “potenza” della bellezza fisica che seduce e conquista tutti, rivelandosi poi in tutta la sua natura violenta. Quanto conta, secondo te, la bellezza nel successo personale di un individuo?

Il tema della bellezza vuole essere e un omaggio al grande Palazzeschi: il giovane Remo che irrompe nella vita delle mitiche Sorelle Materassi. Ma anche l’illusione di poter possedere la bellezza, in qualche maniera comprarla, è un gioco teatrale toccante, violento e comico. Comunque sì, oggi sembra che la bellezza conti molto, ma per fortuna contando contando non si arriva mai a cento....passata una bellezza ecco che ne arriva un’altra. Come diceva l’indimenticabile Bette Davis, la bruttezza ha un vantaggio sulla bellezza: dura.

e-max.it: your social media marketing partner

Venerdì 23 novembre a Napoli, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo (sede del Comune), si è svolto il Convegno nazionale della Rete Lenford dal titolo Crimini e discorsi d'odio: limiti e prospettive del sistema penale a partire dalla condizione delle persone LGBTI+. A fare gli onori di casa il sindaco Luigi De Magistris e Simona Marino, consigliera comunale con delega alle Pari Opportunità.

Rivolto ad avvocati e giuristi, l'assise congressuale ha offerto un’importante occasione di approfondimento e discussione relativamente alla normativa in vigore nel nostro Paese, puntando l’attenzione sulla necessit di tutelare le numerose vittime di odio omotransfobico in primis attraverso l’intervento legislativo e, poi, anche attraverso interventi di altro tipo, in ambito culturale, educativo e scolastico.

La prima sessione è stata dedicata alla definizione dei crimini e discorsi d’odio nel sistema penalistico italiano, proponendo un confronto stringente con quanto emerge dalla letteratura giuridica non italiana, con particolare attenzione alla normativa anglosassone. Relatori sono stati Paola Di Nicola, gip presso il Tribunale di Roma, Matteo Winkler, (Law Department, Hec Paris) e Mark Walters (School of Law, University of Sussex).

La seconda sessione del convegno ha focalizzato la propria attenzione su il tema dei discorsi d’odio e il loro bilanciamento con il diritto alla libertà di manifestazione del pensiero. L’argomento è stato analizzato alla luce della nostra Costituzione e, come nella precedente sessione, anche nella prospettiva degli studi comparati. Ne hanno discusso Michela Manetti (Università degli studi di Siena) e Francesco Deana (Università degli studi di Udine).

Infine, l’ ultima sessione è stata dedicata ad alcune questioni specifiche: la sanzionabilità dei discorsi d’odio attraverso il reato di diffamazione; gli ostacoli che si frappongono all'effettiva tutela delle vittime di reati commessi per motivi di omofobia e transfobia; la funzione della pena nel nostro ordinamento. A parlarne Carlotta Campeis (avvocata del foro di Udine), Giacomo Viggiani (Università degli studi di Brescia), Valentina Masarone (Università degli studi di Napoli Federico II).

L'evento è stato patrocinato dal Comune di Napoli, dal Consiglio Nazionale Forense, dal Consiglio degli Avvocati di Napoli, dal Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, dalla Camera Penale di Napoli e dall’Ente Biblioteca di Castelcapuano Alfredo De Marisco.

Guarda la GALLERY

e-max.it: your social media marketing partner

«Una giornata che rianima le coscienze addormentate. Napoli non sarà mai una città fascista e razzista».

Con queste parole il sindaco Luigi De Magistris ha ricevuto ieri, nella Sala Giunta del Comune, dall’ex partigiano Antonio Amoretti, presidente provinciale dell’Anpi, una pergamena in riconoscimento dell’impegno a diffusione dei valori della Resistenza e dell’antifascismo.

Lo stesso attestato è stato assegnato ad altri cittadini napoletani e alle associazioni che da sempre si distinguono nella divulgazione degli ideali antifascisti.

Svoltasi nell’ambito delle celebrazioni del 75° anniversario delle Quattro Giornate di Napoli (28 settembre – 1 ottobre 1943), la kermesse ha visto, tra i premiati, anche l’assessore comunale alla Cultura e al Turismo, Gaetano Daniele, che ha ricordato quanto sia importante restare antifascista in tempi bui come i nostri. Ma anche il regista e drammaturgo Mario Gelardi, direttore artistico del Nuovo Teatro Sanità, da sempre in prima linea nella difesa dei diritti umani (con un’attenzione particolare per i diritti delle persone Lgbti), e Vincenzo Capuano, direttore del Museo del Giocattolo e leader storico dell’Arcigay di Napoli.

È stato proprio Capuano a consegnare ad Amoretti l’immagine di Ernst Lossa, il 14enne di origini rom (alla cui memoria è dedicato il museo), ucciso nella fase selvaggia dell’eutanasia sistematica nazista.

Tra le associazioni premiate anche il Comitato provinciale Arcigay Antinoo di Napoli. A ritirare la pergamena Corrado Curato, responsabile del gruppo Over The Rainbow, militante da anni impegnato nella lotta alle discriminazioni con un’attenzione specifica allo stigma che colpisce le persone over 50. Corrado, fra l'altro, è figlio del partigiano combattente Giorgio Curato, da cui ha ereditato con orgoglio l’amore per la libertà e l’insofferenza verso qualsiasi forma di fascismo e razzismo.

e-max.it: your social media marketing partner

Questa notte TvBoy ha “invaso” Milano con una nuova ondata di opere al vetriolo.

Questa volta, obiettivi del sarcasmo graffiante dell’artista autore del celebre bacio tra Salvini e Di Maio, sono stati Chiara Ferragni, ritratta con il figlio in braccio e una bottiglia d’acqua (chiaro riferimento all'edizione limitata dell'Evian firmata dalla celebre fashion blogger) nelle vesti di una Madonna Ausiliatrice dei nostri giorni; Rino Gattuso e Luciano Spalletti, rispettivamente nelle vesti di un americano e di un cinese (con riferimento alla perdita d’identità tipica dell’universo globalizzato).

E ancora Salvini e Di Maio, ripresi in un’emblematica e amara immagine da “guerra dei social”. 

Un’immagine è poi apparsa in costume rainbow ed è quella del fuoriclasse Cristiano Ronaldo

Il graffito ritrae Ronaldo in una posa che vuole ricordare i Bronzi di Riace e rimandare ai canoni di bellezza della tradizione classica greca e romana. Lo street artist gioca sull’ambivalenza del segreto e l’opera allude, palesemente, sia alla presunta omosessualità di Ronaldo sia al fatto che il calciatore dà l’impressione di essere innamorato di se stesso.

Mentre Il Segreto di Ronaldo La Guerra dei social sono comparsi in corso di Porta Ticinese, Santa Chiara con acqua benedetta in via TorinoLa Guerra fredda (ossia il poster con Gattuso e Spalletti) in via Sant'Eustorgio.

ronaldo

e-max.it: your social media marketing partner

È stato il fotografo Lorenzo Zambello, che qualche mese fa aveva avuto l’onore di fotografarla, e il giornalista Luca Fregona di Alto Adige a dare l’annuncio della morte di Mariasilvia Spolato, avvenuta il 31 ottobre presso Villa Armonia di Bolzano

Antesignana del movimento di liberazione omosessuale italiano, Mariasilvia aveva 83 anni. Fu la prima donna a fare coming out in Italia e a scendere in piazza per i diritti delle persone Lgbti.

La storia di questa donna, che, in seguito alla coraggiosa scelta di dichiarare il proprio orientamento sessuale nel 1972, fu rimossa dall’insegnamento universitario e costretta a una vita da clochard, è certamente paradigmatica di un periodo storico in cui fare coming out era rischioso, da tutti i punti di vista.

Mariasilvia Spolato, insigne matematica che sembrava destinata a una brillante carriera accademica, pagò a caro prezzo il gesto di dignità con cui dichiarò il proprio amore per un’altra donna. Fu tra le fondatrici del FUORI! con Angelo Pezzana e collaborò anche con Massimo Consoli

Negli ultimi anni della sua vita, stando a quanto racconta lo studioso e presidente di GayLib Enrico Oliari, le responsabili dell’Istituto religioso, in cui Mariasilvia era stata accolta, resero impossibile il tentativo dello stesso di mettersi in contatto con l'ex matemarica per raccoglierne la memoria. 

A proposito di questa tragica scomparsa, Riccardo Lo Monaco di +Europa ha dichiarato: «Mariasilvia Spolato ci ha insegnato ad essere liberi e ci ha insegnato che i diritti, una volta conquistati, bisogna difenderli perché sempre minacciati. Come sta accadendo oggi».

A ricordare Mariasilvia anche il deputato dem Alessandro Zan che su Facebook ha scritto: « Una padovana, Mariasilvia Spolato, scese in piazza a Roma in occasione della Festa della Donna con il cartello LIBERAZIONE OMOSESSUALE. Era la prima donna in Italia a manifestare dichiarando pubblicamente di essere lesbica

In quell’occasione fu fotografata e l’immagine pubblicata su Panorama: questo le costò il posto di lavoro di insegnante e l’allontanamento da parte della famiglia. Sola e senza lavoro per aver rivendicato diritti per cui oggi ancora lottiamo. 

Mariasilvia se ne è andata a 83 anni lo scorso 31 ottobre, in una casa di riposo di Bolzano.

Ricordiamo la sua storia: il suo coraggio non ci deve far arretrare di un millimetro nella lotta per la parità di genere e dei diritti civili».

e-max.it: your social media marketing partner

A metà novembre arriverà nelle sale italiane il documentario di Alessandra Celesia Anatomia del Miracolo.

Suggestioni, ferite, credenze e miracoli si intrecciano nella vita di tre protagoniste femminili: Sue, una pianista di fama mondiale; Giusy, un'antropologa atea nata con una grave disabilità; Fabiana, una donna transessuale molto devota. Il fil rouge di queste tre donne, che non si incontreranno mai, è la Madonna dell'Arco.

Vincitore del prestigioso riconoscimento Les Ètoile de la Scam, il docufilm ha avuto la sua première al prestigioso Festival di Locarno. In Italia è stato presentato al Festival dei Popoli, festival di rilievo dedicato al cinema documentario, che nella sua 54edizione ha visto proprio Alessandra Celesia, con Il libraio di Belfast, aggiudicarsi il Premio Miglior Film e Premio del Pubblico.

Per saperne di più, abbiamo contattato la regista, italiana di nascita e parigina d’adozione, che da sempre investiga la fragilità e l’umanità nella società contemporanea.

Come è nata l’idea di Anatomia del Miracolo e quale “messaggio” ti interesserebbe esprimere con questo docufilm?

L’idea è nata per caso. Un mio amico mi fece conoscere il rito della Madonna dell’Arco, di cui il nonno era fedele. Io mi ci avvicinai da turista ma rimasi colpita dal fatto che questa madonna avesse un livido e che proprio questo livido, questa ferita, le conferisse un potere miracoloso. Questa circostanza mi ha interessato non per motivi religiosi ma perché ci ho letto qualcosa che riguarda tutti noi, cioè le nostre ferite sono in qualche modo miracolose perché ci insegnano come fare a rimettersi in piedi dopo un grande trauma. Ecco perché ho cercato poi dei personaggi che avessero una propria ferita interna ma che manifestano apertamente la propria volontà di essere vivi e stare al mondo.

Il film affronta in vario modo anche il rapporto di relazione tra gli individui e la fede. C’è qualcosa di veramente sorprendente che hai scoperto perlustrando il “corpo” del miracolo? Come definiresti, da artista e filmaker, la natura del miracolo?

Ho lavorato al film avvicinandomi al concetto di miracolo in maniera laica e non religiosa. Ho però constatato che, comunque tu lo inquadri, io miracolo ha sempre qualcosa che ha a che fare con il mistero e il soprannaturale. Alcuni lo chiamano Dio, altri lo chiamano il mistero della vita. Per me il mistero della vita è fatto di tanti piccoli miracoli quotidiani. Come quello verificatosi durante le riprese del film, quando abbiamo scoperto che il nipotino di Fabiana ha una passione e un talento innato per la musica. Da dove nasca questa propensione non lo sappiamo ma intanto se il ragazzino continuerà a studiare musica forse potrà davvero diventare un bravissimo musicista. Il miracolo è quotidiano se lo sai vedere nelle piccole cose ed è sempre legato a un senso di mistero. Per quanto riguarda la Madonna dell’Arco, il miracolo è atteso durante la processione tra i corpi che si genuflettono. A Napoli il miracolo ha un significato che è decisamente fisico, non si tratta di preghiere bisbigliate. A Napoli è come se ci fosse proprio un legame tra il corpo degli esseri umani e l’Altissimo. C’è bisogno del corpo per far passare il grumo di emozioni e sensazioni che possono generare il miracolo. Per chi crede, è la madonna che genera il miracolo. Per chi, come me, guarda con un occhio esterno, è proprio la fitta convergenza di energie che si verifica in situazioni come quella della processione della Madonna dell’Arco che genera miracoli. C’è una forza e un’energia nello spazio che è davvero impressionante e colpisce anche una persona laica come me.

Ricordo di aver chiesto ad alcuni medici napoletani se erano stufi di sentire dai pazienti che le loro guarigioni erano frutto di intercessioni miracolose e non del loro impegno professionale e questi medici mi hanno risposto che, se credere in un miracolo aiuta chi soffre, a loro sta bene perché loro sono ogni giorno davanti al mistero della vita e della morte e non si sentono di escludere a priori nessun campo di indagine. È stata una bella lezione per me, perché mi ha ricordato che le nostre pretese razionali non possono molto davanti al mistero di qualcosa che razionale non è, come la vita.

Il docufilm ha tra le sue protagoniste una donna trans. A pochi giorni dall’uscita nelle sale della pellicola e dal Transgender Day of Remebrance, la società in cui viviamo ti sembra cambiata o la transfobia resta un grande problema della realtà contemporanea? 

Fabiana è un personaggio che ho trattato con grande attenzione e delicatezza e ho capito che nella comunità trans napoletana c’è una grande commistione tra sacro e profano. E la grande lezione che ne ho tratto è che a Napoli c’è un’inimmaginabile inclusione delle differenti identità esistenziali. Fabiana, cresciuta nel suo quartiere come ragazzino, oggi da donna transessuale è a capo dell’associazione di fedeli della Madonna dell’Arco ed è anche una leader del suo quartiere perché le viene riconosciuta una grande finezza intellettiva. Abituata a vivere al nord, abituata ad osservare la grande reticenza che c’è al nord rispetto a queste tematiche, sono rimasta positivamente sorpresa dalla realtà napoletana. Mi ha poi colpito come a Napoli sia molto più difficile accettare la realtà di una ragazza disabile, cioè Giusy, che vive su una sedia a rotelle, che è atea e non crede nei miracoli piuttosto che la realtà di Fabiana, in quanto quella di Fabiana è una condizione totalmente verificata nella stessa tradizione antropologica e culturale della società napoletana.

Si può dire che la città di Napoli è una delle protagoniste del film? 

Certo, Napoli da questo punto di vista è stata una vera scoperta per una nordica come me. A Napoli è normale che una donna transessuale porti a messa i suoi nipotini con il beneplacito del sacerdote e di tutta la comunità. Al nord non sarebbe ipotizzabile. Da questo punto di vista la grandiosità di Napoli sta proprio nelle contraddizioni interne che permettono la convivenza di dimensioni estremamente differenti tra loro. Napoli è un caotico spazio per la libertà.

e-max.it: your social media marketing partner

Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 veniva ucciso, in circostanze che sono ancora poco chiare, uno dei più grandi poeti del '900 italiano, Pier Paolo Pasolini

Intellettuale eretico e profetico – tanto profetico da riuscire a predire perfino la propria stessa morte –, Pasolini fu anche il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale. Circostanza, questa, che visse con grande coraggio sia nel modo in cui affrontò la società del tempo sia nell’umiltà gnostica con cui seppe trovare, nelle sue stesse conflittualità emotive, chiavi d’accesso per un’humanitas scevra da qualsiasi dogmatica adesione ideologica.

Per ricordare Pasolini, abbiamo scelto di intervistare Giovanna Cristina Vivinetto, giovanissima poetessa transessuale, che, con il suo lavoro Dolore Minimo (Interlinea), premiato qualche giorno fa con il Premio Lord Byron Porto Venere Golfo dei Poeti, ha raccontato in versi già maturi l’esperienza della sua transizione. 

Giovanna, Pier Paolo Pasolini è stato il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale, circostanza che all’epoca risultava decisamente scandalosa. Tu sei una poetessa che racconta in versi la propria transessualità: hai mai percepito fastidio o riprovazione nel pubblico a cui ti rivolgi?

Se 40 anni fa Pasolini destava clamore e disapprovazione in quanto intellettuale omosessuale, oggi una scrittrice transessuale, grazie anche al mutato scenario socioculturale e ai diritti ottenuti dopo immani fatiche, può professarsi tale senza troppi problemi. Eppure, a ben vedere, forme di resistenza, opposizione e sottile discriminazione ancora purtroppo esistono, anche se in forma minore e certamente più subdola perché sottile, ben camuffata. Ad esempio, a parte i beceri attacchi dei sostenitori di ProVita, ho notato una qualche forma di resistenza soprattutto nei miei colleghi coetanei: se, infatti, i poeti maturi hanno apprezzato all'unisono la mia poesia, le critiche sono piombate, e provengono, soltanto dai giovani, che mi accusano soprattutto di aver fatto leva sulla tematica "forte" per ottenere il successo e la visibilità che posseggo.

Mi sembra un tentativo di detrimento, di silenziamento che passa attraverso la forma lecita della "critica al libro", quando invece sottintende una certa svalutazione di una tematica fondamentale, necessaria oggi più che mai. E questo voler sottolineare a più riprese la "trovata furba" ci testimonia come, anche nel mondo illuminato della letteratura, siamo ancora lontani dalla piena accettazione delle minoranze e delle diversità.

Pasolini, in maniera profetica, prefigurò già negli Scritti Corsari la progressiva massificazione delle nuove generazioni. Tu sei una poetessa e sei molto giovane. Come ti sei rapportata e come ti rapporti, in virtù della tua giovane età, con la costante omologazione culturale dei nostri tempi? 

La risposta a questa domanda si riallaccia a quanto detto sopra. Certamente Pasolini aveva ragione nella sua chiarissima profezia: oggi l'omologazione è un dato di fatto. La poesia italiana contemporanea soffre di un grave morbo: l'attaccamento spasmodico alla forma, il vezzo della rima, la passione feticista per la metafora e l'immagine ad effetto, tutto a detrimento, invece, del contenuto, ossia della narrazione dei fatti. Ecco, questo è un male che colpisce soprattutto i poeti più giovani, attirati, come falene alla luce piena (ma artificiale) di un lampione: l'abbaglio della perfetta forma metrica, il dover trovare a tutti i costi una struttura, imporre ai versi una gabbia dorata ma priva di qualsiasi efficacia nei contenuti, incapace di reggersi in piedi tolta la "struttura". Aveva ragione Pasolini: andiamo in brodo di giuggiole davanti a una rima baciata.

Pasolini è stato anche un poeta antifascista, un cultore della libertà. Cosa è per te l’antifascismo? Cosa la libertà?

Per me antifascismo significa resistere e persistere nel valore della verità e perseguirla ad ogni costo con le proprie forze intellettuali. Solo con l'esercizio disinteressato della verità si può cogliere appieno il significato di ogni libertà, che altro non è che agire con coerenza, dare alla propria esistenza un concreto sostrato etico e morale.

 

e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video