In Armenia è stato avviato un procedimento giudiziario a carico di attivisti gay, accusati di aver aggredito e ferito agenti di polizia.

La colluttazione è avvenuta nella serata d’ieri a Erevan, presso una cui locale stazione di polizia era stato poco prima condotto un uomo per aver attaccato un gruppo di persone Lgbti nel centro della capitale.

In seguito all’arresto gli attivisti si sono recati presso la stazione di polizia nel tentativo di vendicare l'aggressione. A seguito dell’irruzione due poliziotti sono rimasti feriti e uno di loro è stato ricoverato in ospedale.

Se dovessero essere giudicati colpevoli, gli attivisti rischiano fino a cinque anni di prigione.

Nonostante i rapporti omosessuali siano stati depenalizzati nel 2003, in Armenia si registra una situazione di diffusa intolleranza e discriminazione verso le persone Lgbti.

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Una manifestazione per ribadire con fermezza la necessità di reagire a ogni forma di violenza omotransfobica.

Questo il senso del presidio di solidarietà che, organizzato da Arcigay Torino, Città di Torino e Circoscrizione 8, ha avuto luogo, nel pomeriggio d’ieri, presso la Casa del Quartiere di San Salvario nel capoluogo piemontese. A pochi passi, dunque, dall’uscita della metropolitana dove, sabato 21 luglio, è avvenuto il pestaggio del 19enne Marco, accusato di «essere troppo frocio».

Presente all’incontro proprio la vittima, che ha deciso di uscire allo scoperto. «È una guerra lunga – ha dichiarato il giovane –. Non siamo riusciti a combatterla in tanti anni. Non sarà questo a sconfiggere il pregiudizio ma aiuta a sensibilizzare».

Accolto da un lungo applauso, Marco ha ringraziato «tutti per la solidarietà. Solidarietà che allevia il dolore fisico e non solo». Mostrando i segni dell’aggressione, a seguito della quale ha riportato la frattura di una clavicola e di un piede, ha aggiunto: «Quanto mi è accaduto è purtroppo soltanto uno dei tanti episodi che dobbiamo sentire. Sarebbe bello non sentirli, perché vorrebbe dire vivere in un mondo migliore. Raccontarli serve ad aiutare, spero, a non farli più capitare».

Per Francesca Puopolo, presidente di Arcigay Torino, «troppo spesso la violenza omotransfobica passa in silenzio. Le persone hanno paura. Noi invece vogliamo invitare le persone a vivere la loro unicità in maniera serena, a denunciare qualunque prevaricazione».

Al presidio hanno partecipato anche vari esponenti del mondo delle istituzioni, tra cui gli assessori comunali pentastellati Alberto Unia e Federica Patti, il deputato Andrea Giorgis (Pd) e la vicepresidente del Senato Anna Rossomando (Pd).

«Non lasceremo spazio all'odio, alla violenza e all'intollenza – così Rossomando –. Sappiamo che le buone leggi, sempre perfettibili, non bastano. Bisogna tenere viva una cultura civica. Bisogna coltivare i valori ogni giorno, perché la violenza nasce dalla solitudine. Bisogna fare capire che chi è vittima di violenza non è solo. Oltre al dolore fisico c'è il dolore psicologico. Torino non ha solo una tradizione di diritti, ma anche un futuro che vuole continuare ad avere».

Tra i presenti anche Gianni Reinetti, la cui unione civile con Franco Perrello (scomparso a 83 anni il 25 gennaio 2017) è stata la prima celebrata a Torino nell’agosto 2016.

«Capita anche a me – ha dichiarato l’uomo, protagonista di una storia d’amore durata 53 anni –: ci sono persone che mi vedono per strada, mi riconoscono e sputano per terraA Torino c'è un aumento di omofobia che non mi aspettavo. Viviamo in un'epoca in cui dovremmo essere tutti liberi, ma non è così. Manca la cultura e si sta tornando indietro».

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Si riapre lo scontro sulle famiglie arcobaleno. A dare nuovamente fuoco alle polveri i ministri Salvini e Fontana.

Il titolare del Viminale si è espresso, nel corso del Question Time pomeridiano alla Camera, a seguito d’una specifica interrogazione parlamentare del senatore leghista Simone Pillon.

Interrogazione parlamentare che si è aperta con un gustoso siparietto. «Senatore Pillon, prego. Ci tengo alla differenza di genere»: questa la risposta piccata dell’avvocato di Gandolfini a Maria Elisabetta Alberti Casellati, che l’aveva presentato erroneamente quale senatrice.

Rivolgendosi al sodale leghista, Salvini ha dichiarato: «L'articolo 12 della legge n. 40 del 2004 considera le pratiche dell'utero in affitto e della compravendita di gameti umani e di bambini quali fattispecie delittuose. Sono dei reati.

Finché campo e finché sarò membro di questo Governo, l'utero in affitto e i bambini in vendita non esisteranno in Italia, come pratica che lede il diritto del bambino, della mamma e del papà.

Quindi attendiamo la sentenza dell'Avvocatura dello Stato. Nell'interesse collettivo e in particolare dei bambini, il diritto ad avere una mamma e un papà è un diritto a cui io e il Governo daremo fiato, voce e difesa in ogni sede possibile e immaginabile».

Simile posizione anche da parte  del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana che, in audizione presso la Commissione Affari sociali della Camera sulle linee programmatiche del suo dicastero, ha dichiarato: «Rilevo come l'attuale assetto del diritto di famiglia non possa non tenere in conto di cosa sta accadendo in questi ultimi mesi in materia di riconoscimento della genitorialità, ai fini dell'iscrizione dei registri dello stato civile di bambini concepiti all'estero da parte di coppie dello stesso sesso facendo ricorso a pratiche vietate dal nostro ordinamento e che tali dovrebbero rimanere».

La gpa, ha aggiunto, è vietata in Italia «anche penalmente» perché non si possono «mercificare bambini e donne». Ed è vietato, «e tale dovrebbe rimanere», riconoscere «i bambini concepiti all'estero da parte di coppie dello stesso sesso».

Immediata la reazione della presidente di Famiglie Arcobaleno Marilena Grassadonia: «La fecondazione eterologa, oggi non prevista nella legge 40 per le coppie omosessuali, prevede però che lo status dei figli debba essere riconosciuto e tutelato, qualunque sia il sesso dei genitori. Se la società va più avanti della politica, allora vuol dire che la politica è un problema. Rimandiamo le parole del ministro, piene di pregiudizi, ideologie e convinzioni personali, al mittente perché non si muovono nell'interesse del minore».

E, poco fa, è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, che ha dichiarato: «Su questi temi è necessario andare al di là delle battaglie identitarie, perché tutto questo incide realmente nella nostra società e coinvolge i più indifesi, i bambini.

Non esistono infatti, bambini di serie A o di serie B, tutti devono essere tutelati. Per questo la Corte Costituzionale, con la sentenza 162 del 2014, ha superato il principio espresso dalla legge 40 del 2004, per il quale vi doveva essere coincidenza fra genitorialità biologica e genitorialità sociale. Secondo la Corte Costituzionale infatti, questo principio è illegittimo sul piano costituzionale e non costituisce un bene giuridico meritevole di protezione».

Ha poi aggiunto: «Il preminente interesse del minore è l'unico principio che deve guidare tutte le scelte nella materia dello status familiare. Proprio per questo, secondo la giurisprudenza, è illegittimo il rifiuto dell'Ufficio di Stato Civile di iscrivere nei registri i bambini concepiti con tecniche di procreazione medicalmente assistita da coppie dello stesso sesso.

Invito il ministro Fontana a fermare la propaganda ed aprire un dialogo culturalmente serio, di riflessione e di discussione, per evitare che il nostro Paese torni 10 anni indietro, contravvenendo anche alle indicazioni della Corte Costituzionale».

Propaganda che sembra anche fatta per accontentare quella fetta d’elettorato cattolico leghista, di cui Pillon è punto di riferimento in Senato. Un Pillon, fra l’altro, che nel suo intervento a difesa d’una concezione biologistica di genitorialità è arrivato oggi ad affermare: «Madre è solo colei che partorisce, padre è colui che concepisce».

Cassando così secoli di riflessione teologica su Giuseppe di Nazareth, che per Agostino, Beda, Tommaso d’Aquino fu verus Christus pater, pur non avendolo concepito

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«Ieri è stato un susseguirsi di telefonate violente e volgari e non poche minacce di morte e di danni al locale, che pertanto oggi resterà chiuso. Per non parlare della violenza sui social».

È quanto riferisce in una nota la direzione della Locanda Rigatoni, il ristorante romano in cui, giovedì 19 luglio, una coppia di due giovani si è vista consegnare da un cameriere uno scontrino con la dicitura: No pecorino, Si frocio.

Vicenda che, rimbalzata sui media nazionali, ha spinto i gestori a licenziare il cameriere, su cui è stata scaricata la piena responsabilità del gesto, mentre il Campidoglio annunciava verifiche e si susseguivano sui social commenti a valanga.

«Stamattina - riportano ancora i gestori del ristorante in via Domenico Fontana - ci siamo ritrovati uno striscione omofobo e razzista di Forza Nuova di fronte il nostro locale, che è stato poi rimosso da noi stessi.

La vicenda dello scontrino ci offende come imprenditori, come lavoratori e come cittadini. Le conseguenze di un atto inqualificabile di una persona che è stata prontamente allontanata, stanno coinvolgendo le famiglie nostre e dei nostri lavoratori.

Rinnoviamo la nostre scuse alla coppia coinvolta in questa spiacevolissima vicenda e la richiesta di un confronto e di un percorso condiviso con la comunità Lgbt, in modo tale che episodi vergognosi come quello capitato non possano e non debbano più ripetersi».

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«Un atto inqualificabile dal quale prendiamo le più decise e convinte distanze. Il cameriere è stato licenziato». Questa la decisione presa dalle direzione della Locanda Rigatoni, dove ieri è stato emesso a una coppia di due giovani clienti uno scontrino con la dicitura No pecorino, Si frocio

In una nota lo staff del ristorante romano sito in Via Domenica Fontana (zona San Giovanni) hanno ripercorso la vicenda che, denuncita dal sito Bytchif, è rimbalzata velocemente sui media nazionali: «Giovedì 19 luglio è accaduto un fatto grave - si legge -. Nel nostro locale, un cameriere ha compiuto un atto inqualificabile nei confronti di due clienti stampando sulla comanda un insulto omofobo, da cui tutta la direzione e il personale della Locanda Rigatoni prende le più decise e convinte distanze».

Quindi la dichiarazione centrale: «Ci teniamo a precisare che, fermo restando la gravità dei fatti, la direttrice del locale ha immediatamente condannato l'atto del cameriere e si è scusata con i clienti, inorridita dal fatto incriminato come e, se possibile, più di loro.

Coerentemente con tale comportamento comunichiamo che il cameriere è stato licenziato in tronco, non rappresentando in alcun modo la filosofia e lo stile della Locanda Rigatoni. Ovviamente il cameriere responsabile di questa spiacevole vicenda ne risponderà in prima persona.

La proprietà, lo staff del locale e la direttrice da sempre considerano la Locanda Rigatoni la casa di tutti. Siamo da tempo impegnati in programmi per l'integrazione di rifugiati nel nostro locale e chiediamo ufficialmente alla comunità Lgbt di costruire insieme un percorso per riaffermare i valori di tolleranza, rispetto e apertura, -che sono da sempre gli elementi fondanti del nostro modo di fare ristorazione».

Il comunicato è stato reso noto dopo che la pagina Fb della Locanda Rigatoni è stata inondata da recensioni negative e dopo che da più parti, a partire dal Codacons, si era chiesta la chiusura del ristorante e la revoca della licenza ai gestoriLa Confesercenti di Roma ha invece chiesto che venga istituito un bollino di qualità per i pubblici esercizi, che possa garantire ai clienti e ai turisti un galateo dell'accoglienza.

Ferma condanna da parte del Campidoglio a iniziare dalla sindaca Virginia Raggi

L’assessore allo Sviluppo economico, Turismo e Lavoro al Comune di Roma Carlo Cafarotti, ribadendo che «Roma è, e rimarrà, capitale dell'inclusione e dell'accoglienza, tanto da aver istituito proprio per i professionisti che lavorano con il pubblico, ristoratori, albergatori, tassisti, corsi formativi incentrati sul galateo dell'accoglienza», ha poi aggiunto: «Saranno avviate in ogni caso le opportune verifiche, anche a seguito dell'eventuale denuncia. Solidarietà ai due ragazzi vittime dell'ignoranza. Episodi simili offendono tutta la città».

Mentre per la senatrice pentastellata Alessandra Maiorino è necessario revocare la licenza ai gestori, la vicepresidente forzista della Camera Mara Carfagna ha ricordato con un tweet che «l'omofobia non è uno scherzo. E con l'intolleranza non si gioca mai».

 

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Uomini single e coppie gay non potranno avvalersi della gpa in Israele. Lo ha deciso la Knesset respingendo un emendamento, a firma Ohana (Likud), alla legge, approvata ieri, che estende alle donne single la possibilità di accedere ai programmi di surrogacy supervisionati dallo Stato.

La precedente norma del 1996 consentiva la gpa solo alle coppie eterosessuali sposate, e fissava ulteriori, stringenti paletti. Troppi, se è vero che moltissimi israeliani hanno preferito in questi due decenni utilizzare agenzie in Paesi stranieri (fra cui il Nepal).

Gioiscono i partiti religiosi indispensabili alla maggioranza di governo, si infuriano le associazioni Lgbti e i loro sostenitori, specialmente presenti nei partiti laici e di sinistra, da Meretz al Labour al centrista Yesh Atid, che ne hanno approfittato per attaccare Netanyahu, bollato come banderuola per aver prima appoggiato le rivendicazioni gay e poi votato contro l’emendamento di Amir Ohana, suo compagno di partito ora accusato di fare da foglia di fico in un Likud sempre più prono ai diktat dell’estrema destra.

Andò così anche sul compromesso del Kotel, ovvero il piano di apertura di un terzo settore, non ortodosso, al Muro del Pianto: accordo sponsorizzato da Netanyahu e senza preavviso cestinato quando i partiti religiosi minacciarono di far cadere il governo.

Adesso Bibi promette su Facebook di sostenere un eventuale progetto di legge che estenda la surrogacy “ai padri”. Legge che non potrebbe mai passare senza provocare una crisi di governo e che, quindi, non giungerà mai in aula.

Mentre il movimento Lgbti chiama per Tisha BeAv, il giorno di lutto per eccellenza del calendario ebraico, cioè dopodomani, quando tutti digiunano in ricordo della distruzione del Tempio e varie altre tragedie nazionali, una giornata di sciopero simbolico. Ma già ieri centinaia di attivisti hanno inscenato a Tel Aviv una prima manifestazione. Nell'ora di punta serale un corteo di dimostranti ha bloccato il traffico automobilistico nel centrale incrocio stradale delle Torri Azrieli, dove si trovano diversi uffici governativi.

Più che piangere su Echà, il Libro delle Lamentazioni, si rifletterà sull’appannarsi dei record “civili” di Israele, che su questi temi campa di rendita dagli anni '90, mentre nell’ultimo decennio è stato superato da gran parte del mondo occidentale e non solo, dove il matrimonio same-sex è realtà e anche le adozioni sono diritti acquisiti. Italia esclusa naturalmente.

In Israele per le coppie gay adottare è teoricamente possibile, ma quasi impossibile nella pratica. Grave discriminazione per una società in cui quasi tutti, gay o etero che siano, vogliono avere figli, come si vede osservando per le strade di Tel Aviv decine di coppie gay con passeggino: per la maggior parte figli avuti all’estero. E così continuerà ad essere per il prevedibile futuro.

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Ha fatto molto discutere, nei giorni scorsi, la vicenda delle cinque educatrici della Coop Dolce, che a Casalecchio di Reno (Bo) gestisce il centro estivo della scuola d’infanzia Meridiana. Come noto, esse hanno coinvolto i bambini d’età prescolare in attività ludiche ispirate al Pride di Bologna.

Guidati dalle educatrici, i piccoli hanno infatti realizzato disegni con cuori, scritte del tipo Viva l’amore e, dopo essersi colorati il viso coi colori dell’arcobaleno, hanno prodotto un cartellone con la didascalia Oggi ci siamo dipinti la faccia per festeggiare insieme il Gay Pride!!!.

Riportata dal nostro quotidiano e dalle maggiori testate giornalistiche italiane, la vicenda ha sollevato un polverone di critiche e condanne, tra cui quelle del ministro Lorenzo Fontana, del deputato forzista Galeazzo Bignami, del senatore centrista  Pier Ferdinando Casini e di Generazione Famiglia, che è ricorsa al tema bergogliano della colonizzazione ideologica con riferimento alla gender theory.

Proprio per questo, abbiamo deciso di chiedere un parere scientifico al prof. Paolo Valerio, docente ordinario di Psicologia clinica presso l'Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi e presidente della Fondazione Genere Identità Cultura.

Prof. Valerio, le attività ludiche ispirate al Gay Pride, proposte dalle educatrici della Coop Dolce, sono davvero un gioco che può definirsi “inadatto” o “pericoloso” per i bambini?

Direi di no. La cosa veramente importante è veicolare ai bambini informazioni corrette affinché possano comprendere il mondo in cui vivono. È giusto che queste informazioni siano trasmesse con un linguaggio idoneo e con le giuste modalità.

Anche il Gay Pride è un fenomeno che esiste nel mondo in cui i bambini vivono e, dunque, è giusto spiegarne ai bambini il significato. Ai bambini non bisogna nascondere nulla.

Il gioco, dunque, può essere un canale per comunicare questi significati ai bambini?

Ovviamente sì. Ricordo che, durante uno dei miei ultimi viaggi, ho trovato in una libreria inglese un volume dal titolo Come spiegare il Gay Pride ai bambini. Il gioco è un buon mezzo per formare i più piccoli alla cultura della differenza e al rispetto per l’altro.

Dunque, sbaglia chi giudica questi metodi pericolosi per l’equilibrio dei bambini?

Non sono certo questi giochi che influenzano il nostro orientamento sessuale. Se è questo il timore di chi ha mosso le critiche alla scuola di Casalecchio, allora esso è del tutto infondato. L’orientamento sessuale degli individui non è influenzato dall’esterno: è una caratteristica del nostro essere.

Del resto, mi piace ricordare che all’ultimo Pride svoltosi a Napoli, sabato 14 luglio, c’era il coloratissimo trenino delle Famiglie Arcobaleno ed era pieno di bambini felici, che erano perfettamente a proprio agio nella folla arcobaleno della parata!

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Il 3 luglio a Venezia, durante la 178° seduta pubblica del Consiglio regionale veneto, è stata posta ai vosti e approvata la mozione n. 340 che, avente come prima firmataria Giovanna Negro (Veneto del Fare – Flavio Tosi – Allenza per il Veneto), prevede l’appoggio della Regione a «quanti si battono in difesa della famiglia naturale» ed «efficaci politiche di sostegno alla natalità».

Nel testo, dopo il riferimento all’art. 29 della Costituzione che definirebbe chiaramente – secondo i firmatari – «i contenuti e la valenza» dell’istituto familiare, viene affermato: «Purtroppo assistiamo quotidianamente alla messa in discussione di questo principio. L’azione distruttoria di questo articolo portata avanti da certi ambienti politici e sociali ha, ormai da tempo, subito una forte accelerazione, anche per effetto della cosiddetta Legge Cirinnà.

Sul tema si vivono ormai, di continuo, paradossi come per esempio attaccare brutalmente una madre perché allatta con discrezione il suo bambino o il tentativo di abolire le feste della Mamma o del Papà».

Ma, nel corso della discussione previa alla votazione, gli invocati paradossi a riprova sono stati estesi da non pochi consiglieri ai Pride (con particolare riferimento a quello di Padova del 30 giugno) e all’ipotetica legittimazione di unioni tra animali con un costante richiamo elogiativo e difensivo delle posizioni di un “ministro veneto” come Lorenzo Fontana.

Argomenti, questi, che hanno dato luogo, nell'aula di Palazzo Ferro-Fini, a una vivace polemica anche per gli interventi contrari dei consiglieri di LeU, Pd, M5s.

Ad accendere la discussione è stato Nicola Ignazio Finco (Liga Veneta – Lega Nord) che ha affermato: «Dobbiamo anche essere onesti e dire che nessuno può imporre il suo modello di vita all'interno di questa società, perché penso che oggi nessuno ormai è discriminato. Penso che ognuno è libero di vivere la propria sessualità all'interno della comunità veneta ed italiana.

La cosa che più invece fa rabbrividire e sinceramente mi fa anche un po' schifo è vedere le carnevalate che abbiamo visto nell'ultimo fine settimana in quel di Padova. Quello non significa tutelare dei diritti, quello non significa difendere dei principi e dei valori, ma quello significa solamente ostentare un modello di vita, un modello di sessualità, che a mio parere rappresenta tutto fuorché la normalità.

Il mondo va avanti perché c'è un uomo ed una donna che decidono di instaurare un rapporto e mettere al mondo dei figli e creare un futuro ad una società».

Nazzareno Gerolimetto (Zaia Presidente) si è invece augurato che «questo Parlamento metta le mani alla legge Cirinnà, per invertire quella tendenza che si è voluta portare avanti contro tutti e contro tutto, e l'elettorato ha dato il suo responso il 4 marzo». Per poi sostenere: «La famiglia è solo quella tra un maschio e una femmina e figli: quella è la famiglia.

Le altre sono unioni che a me non fanno né caldo né freddo. I diritti li hanno come qualsiasi individuo: non c'è bisogno di dare ulteriori diritti, e fondiamo tutto sull'amore. Poi va a finire le distorsioni che sono emerse anche in quest'Aula: l'amore tra una persona ed un animale e il gatto. Daremo la pensione di reversibilità anche al gatto allora, se è normale questo. Dobbiamo dare la pensione di reversibilità anche al gatto?

Oppure dobbiamo aprire la strada alle adozioni o all'utero in affitto? Questa è poi è la strada per dire “utero in affitto, ma perché devo prendere l'utero in affitto? Aspetto un attimo che nasca, poi vediamo com'è: così poi si apre la strada di far nascere i figli e metterli all'asta, al mercato? Vogliamo questo? Vogliamo portare la nostra società verso questa direzione?».

Andrea Bassi (Centro Destra Veneto – Autonomia e Libertà) si è invece definito come «una persona che - lo dico tranquillamente qui in Aula –, nella legge Cirinnà ha visto moltissimi aspetti positivi, perché ha dato anche riconoscimento (distinguendo la famiglia: la famiglia è una sola ed è quella prevista dalla Costituzione), ma dando anche dei diritti a delle situazioni che prima non erano normate e che, a mio modo di vedere, dovevano essere riconosciute e appunto normate.

A me non frega niente della scelta sessuale dell'individuo, non me ne frega niente.

Ho tanti amici omosessuali, ho tante amiche omosessuali e non mi hanno mai turbato. Anzi però che abbiano la possibilità di essere riconosciuti, penso in un Paese civile, in una visione laica di un Paese civile come dovrebbe essere l'Italia, possa anche essere assolutamente degno di considerazione e degno anche di approvazione. Per fortuna ci si è fermati quando si cominciava a parlare di argomenti molto più scivolosi, come la stepchild adoption, ma qui mi fermo».

L'omologo Fabiano Barbisan si è chiesto: «Perché andiamo a perderci sulle disquisizioni di una famiglia tra due persone dello stesso sesso? Non è una famiglia e sono le carnevalate alle quali assistiamo, dove questa gente e si divertirà a fare la carnevalata: cosa volete che vi dica?

Si divertono? Bene: battiamogli le mani, perché in mezzo a tante difficoltà economiche, in mezzo a tante problematiche c'è ancora chi si diverte e sono questi che non sono la famiglia».

Alessandro Montagnoli (Liga Nord – Lega Veneta) ha affermato: «Siamo evidentemente di fronte a un passaggio storico culturale. Da chi vede le cose normali come la famiglia fatta di un uomo e una donna - e da qui la mia personale -, ma penso di tanti. L'invito al Ministro Fontana di andare avanti, perché lì ci sia un cambio di passo. C'è chi pensa a una mamma, un papà e un bambino, e chi pensa il numero, genitore 1, genitore 2, sono due mondi diversi e noi siamo ancora quelli normali.

Tra l'altro l'anno prossimo a Verona ci sarà la Giornata mondiale della famiglia e mi auguro che questo Consiglio dia il massimo supporto. Per cui, finalmente, abbiamo un Governo chiaro, serio e ribadiamo una cosa che ormai è diventata difficilissima: la normalità».

Concetto, questo, su cui si è soffermata la consigliera pentastellata Patrizia Bartelle ma per dire: «Io vi invito veramente a ragionare in maniera complessiva su quello che stiamo dicendo e soprattutto non vorrei più sentire esprimere da nessuno e in nessuna sede istituzionale il concetto di normalità.

Che cos'è la normalità? Io vi guardo in faccia e vi chiedo: è normale il collega che porta gli occhiali trasparenti o è normale il collega che ha la montatura di colore nero? Qual è la normalità? Per cortesia, noi di normalità abbiamo soltanto il rispetto delle leggi».

Il consigliere di Leu Pietro Ruzzante, dopo un primo forte intervento contrario, in quello per la dichiarazione di voto ha invece affermato: «Le manifestazioni in questi giorni si sono espresse con così forza contro il ministro Fontana, perché il ministro Fontana, la prima dichiarazione che ha fatto, è stata quella di voler cancellare una legge che nulla c'entra con le famiglie naturali. Ma che va ad impedire il diritto di tantissime coppie omosessuali, che in questi mesi, in questo anno, da quando c'è la legge Cirinnà, hanno deciso di unirsi, volete cancellare quel diritto, quindi mettete le mani in tasca agli amori altrui.

La stessa cosa avete tentato di fare con i sindaci. Per fortuna la società è più avanti della politica, vedete, non è più tempo delle disgregazioni.

Una famiglia - il concetto è semplice, semplicissimo - è dove c'è amore. Una famiglia non può esserci dove c'è violenza, per esempio, anche se è eterosessuale, anche se risponde all'articolo 29 della Costituzione, quella per me non è una famiglia».

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Si è conclusa ieri a Roma la 5a edizione degli Italian Gaymes, l'appuntamento multisportivo contro l'omotransfobia promosso da Gaycs. 

Tra le discipline, svoltesi nella zona dell'Eur, paddle tennis, basket, pallavolo, beach volley, calcio a 5, burraco. Ad arricchire l'evento anche la 4a edizione della Partita dei diritti, promossa e organizzata dalla Nazionale italiana calcio gay Friendly. Per gli amici a quattro zampe, invece, quest'anno si è tenuto, per la seconda volta, il Dog Day - Senza frontiere.

Durante la tre giorni al Gay Village, tra giovedì 12 e sabato 14 luglio, insieme alla madrina Eva Grimaldi si sono alternati gli artisti Andrea Casta (con il suo "violino elettronico"), le cantanti Giorgia Acchioni, Sara Galimberti e Micaela Giovani, gli artisti di Pole Dance con Andy Candy e  Aphrodite.

Tra gli eventi anche la presentazione del libro di Rosario Coco  Storie Fuorigioco, che ha dato vita, venerdì sera, a un dibattito cui hanno preso parte Adriano Bartolucci Proietti (presidente di Gaycs), Imma Battaglia (presidente onoraria Dgp), Sebastiano Secci (presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli), Marilena Grassadonia (presidente Famiglie Arcobaleno), Antonello Sannino (responsabile Sport Arcigay), Roberta Mesiti (presidente Agedo Roma), Francesco Lepore (caporedattore di Gaynews.it). I presenti, insieme ad altre personalità dell'attivismo e dello spettacolo, sono stati nominati "Ambasciatori" dei prossimi Roma EuroGames 2019.

Secondo l'annuncio ufficiale degli organizzatori, infatti, il prossimo anno Roma ospiterà gli EuroGames normati dalla European Gay and Lesbian Sport Federation, la rassegna europea dello sport gay friendly nata nel 1992 che approda per la prima volta in Italia con oltre 4000 atleti e atlete attesi da tutta Europa. 

Tra gli Ambasciatori dei giochi anche la scrittrice Delia Vaccarello, la calciatrice Gaia Ciccarelli, l'allenatrice di serie B Licia Arzilli, il portavoce dei Liberinantes Alberto Urbinati (squadra di rifugiati promossa da Unhcr), l'attivista per i diritti bisex Tom Dacre. 

Sul finale della cerimonia conclusiva, l'importante presenza degli attivisti e delle attiviste transgender e intersex del gruppo It, nato all'interno dell'organizzazione degli EuroGames per lavorare sull'inclusione delle persone "I" e "T" nei giochi. Tra di loro i nomi di Cristina Leo, portavoce di Colt (Coordinamento Lazio Trans), Giovanni Guercio, avvocato esperto in materia che ha seguito la sentenza della Corte Costituzionale del 2015 sul cambio anagrafico del nome, Alessandro Carollo, attivista, ex-atleta e genitore transgender.   

"L'organizzazione dei prossimi giochi - hanno dichiarato gli organizzatori - partirà proprio dai temi dell'inclusione di chi ancora è marginalizzato anche nella stessa collettività lgbti, nonché dalle tematiche della doppia discriminazione".

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Una coppia di uomini gay è stata pubblicamente punita davanti alla moschea di Banda Aceh nel territorio speciale di Aceh (quasi 5.000.000 di abitanti), l'unica provincia in Indonesia (il Paese col più alto numero di musulmani) ad applicare la shari'a.

Per più di 80 volte i due uomini sono stati fustigati al dorso con un bastone di malacca di fronte a un migliaio di persone entusiaste che gridavano: Colpisci più forte. Presenti anche alcuni turisti della Malaysia, che hanno scattatato foto coi loro smartphone. 

Muhammad Hidayat, capo della locale polizia religiosa, ha commentato: «Siamo preoccupati per la diffusione dell'omosessualità a Banda Aceh. Peccati simili si commettono molto spesso, soprattutto in materia di omosessualità.

Avete visto quanta gente è venuta per la fustigazione? Perché odiano questi peccati. Dio ci ha creato eterosessuali: perché volete essere omosessuali?».

Si tratta del secondo caso nell’anno di pubblica fustigazione di coppie di soggetti omosessuali in questa provincia ad autonomia speciale che, situata sull’estremità settentrionale dell'isola di Sumatra, ha adottato nel 1999 la shari’a e ne ha promulgato la codificazione nel 2014.

Le organizzazioni per i diritti umani sono tornate a criticare come barbarie una tale pratica, sulla quale si era espresso lo scorso anno anche il presidente indonesiano Joko Widodo col chiedere che almeno le fustigazioni non avvenissero in pubblico

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