È morto nella sua casa di Manhattan all’età di 83 anni Richard Valentine (detto Dick) Leitsch, uno dei pionieri e dei primi paladini del movimento Lgbti statunitense. A stroncarlo nella notte un cancro al fegato, con cui lottava da febbraio.

Nato a Louisville l’11 maggio 1935, si trasferì nel 1959 a New York dove mosse i primi passi da giornalista. Qui entrò in contatto con la Mattachine Society che, fondata nel 1950 da Harry Hay, fu la prima organizzazione per i diritti delle persone omosessuali negli Usa.

Divenutone presidente, Leitsch teorizzò e attuò il 21 aprile 1966 presso il Julius’ Bar il Sip-In, che è considerato uno dei primi atti di disobbedienza civile gay.

Accompagnato da Craig RodwellJohn Timmons Randy Wicker, il presidente della Mattachine richiamò pubblicamente l’attenzione sul fatto d’essere omosessuale e chiese di essere servito in quanto tale in un pubblico locale. Fu il primo di atti consimili, che avrebbero assicurato alle persone omosessuali il diritto di poter ordinare liberamente in bar e ristoranti senza esserne allontanati.

Presente ai moti di Stonewall del 28 giugno 1969, Leitsch fu il primo giornalista gay a scriverne e il suo report, stilato in un primo tempo come newsletter speciale della Mattachine Society, fu ripubblicato nel settembre di quell’anno su The Advocate.

Tra i tanti primati conseguiti dall'attivista di Louisville anche quello d'aver intervistato per il giornale Gay un'allora sconosciuta Bette Middler. Pubblicata il 26 ottobre 1970 col titolo The Whole World's a Bath!, è infatti la prima intervista in assoluto rilasciata dalla pluripremiata attrice e cantante.

Negli ultimi mesi di vita Leitsch aveva ricevuto numerose lettere di vicinanza, tra cui anche una di Barack Obama.

«Grazie per i decenni di lavoro che hanno aiutato il Paese a muoversi sulla strada dell'uguaglianza Lgbt - gli aveva scritto l'ex presidente Usa -. Il nostro viaggio come Paese dipende, come è sempre stato, dagli sforzi collettivi e persistenti di gente come te». 

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Se n’è andata a 88 anni Edith Windsor, paladina delle battaglie per i diritti Lgbti e icona del movimento rainbow. Ad annunciarne la morte la consorte Judith Kasen, che Edie, com’era affettuosamente chiamata, aveva sposato in seconde nozze a New York nell’ottobre 2016. Un atto quasi a suggello del contributo fondamentale dell’ex tecnica della società Ibm alla legalizzazione del same-sex marriage negli Usa.

Nel 2009, infatti, Edith, rimasta vedova di Thea Spyer con cui, dopo una lunga relazione iniziata nel 1963, aveva contratto matrimonio nel 2007 a Toronto (non essendo ciò consentito nello Stato di New York), era stata costretta, quale erede designata, a pagare 360mila dollari di tasse federali per la successione. Somma che non avrebbe versato se fosse stata sposata a un uomo secondo quanto stabilito dalla Sezione 3 del Defense of Marriage Act (Doma). Edie fece allora causa al Governo federale e il 26 giugno 2013 la Corte Suprema le diede ragione con la storica sentenza United States v. Windsor, che stabilì l’inconstituzionalità della sezione terza del Doma sul diverso trattamento in materia matrimoniale tra persone di sesso opposto e dello stesso sesso.

Pur permettendo il same-sex marriage a livello federale e limitatamente a 13 Stati insieme col distretto di Columbia, il verdetto spalancò la strada all’Obergfell v. Hodges con cui, in data 26 giugno 2015, la Corte Suprema riconobbe quale diritto costituzionale il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la conseguente impossibilità di limitazione nei singoli Stati.

Con Edie Windsor se ne va oggi una delle più belle pagine di storia statunitense e del movimento Lgbti. A ricordarne l'imperitura lezione sociale anche l'ex presidente Barack Obama che in lungo post su Fb ha fra l'altro scritto: «Il lungo viaggio dell'America verso l'uguaglianza è stato guidato da innumerevoli atti di perseveranza e alimentato dall'ostinata volontà di eroi tranquilli che difendono a voce alta quello che ritengono giusto. Pochi sono stati piccoli in altezza come Edie e pochi hanno fatto una differenza tanto grande in America».

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