Promosso da Gaynet e dall’Ordine dei giornalisti del Lazio in collaborazione con Link Sapienza, si è tenuto il 23 novembre a Roma il corso di formazione Orientamenti sessuali e web

87 i giornalisti partecipanti e tante le persone che, presenti nell’Aula Congressi della Facoltà di Scienze politiche de La Sapienza o collegate con la diretta streaming, hanno seguito le otto relazioni.

Pubblichiamo oggi il video intervento Un inferno di torture. La questione Cecenia tra disinteresse e "fake news" di Simone Alliva, giornalista di Huffington Post L'Espresso.

 

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Mirco Nese è un giovane cantautore salernitano ed è stato un protagonista inatteso del Napoli Pride 2017Infatti Mirco ha scritto e cantato per quell'occasione Fateli amare, un brano arrangiato dai compositori Dual Sound (Gianluca, Angelantonio, Alma) che ricorda la condizione delle persone omosessuali in CeceniaIl brano di Mirco ha riscosso un grande successo ed è disponibile in tutti gli store online già dal mese di luglio. Da pochi giorni, è possibile vedere anche il video.

Incontriamo Mirco Nese per sapere qualcosa in più sul suo brano.

Mirco, qual è stata la tua prima reazione quando hai appreso della persecuzione delle persone omosessuali in Cecenia?

Mentre leggevo quelle notizie, ricordo che mi ripetevo in continuazione: Non è possibile.

Pensi che canzoni come la tua possano aiutare a sensibilizzare anche i più giovani, e non solo quelli Lgbti, sul problema dell’omofobia?

Questa canzone riguarda il carcere di prigionia per gay situato ad Argun in Cecenia, ma è rivolto a tutte e tutti: i diritti umani sono diritti umani ancor prima che diritti dei gay, ogni essere vivente è sacro e non dovrebbe essere leso. Poi questa canzone più che sensibilizzare, vuole spingere chi crede nell'umanità ad imporsi perché la verità è che bisogna imporsi, prima che come gay, come esseri umani che esigono uguaglianza e parità di diritti per tutte e tutti.

Che reazioni stai raccogliendo da chi ascolta il tuo brano o vede il video di Fateli Amare?

La verità è che molti ragazzi, soprattutto quelli gay, mi hanno sconsigliato di scegliere un argomento del genere perché  sarei stato “ghettizzato” o visto come un opportunista. Io, invece, ho fatto quello che mi sentivo di fare e devo dire che in molti mi fanno complimenti per il testo e per la vocalità, alcuni anche per l'aspetto ma questo poco mi importa. La cosa che mi ha colpito però è che I complimenti me li fanno in privato e non pubblicamente, come se si vergognassero.

Comunque questa canzone l'ho sentita e l'ho scritta come dedica a chi purtroppo vive il terrore delle persecuzioni e vive sulla propria pelle l'ignoranza di chi discrimina e condanna. Con Fateli Amare mi interessa urlare il mio sdegno perché di fronte a queste tragedie mi viene da pensare che non siamo tanto lontani dall'epoca di Hitler. Infine, ho notato che quando si parla di diritti gay in Italia è come quando si  parla di politica: a chiacchiere tutti vogliono che le cose cambino, ma nei fatti pochi agiscono sul serio.

Hai partecipato al Pride di Napoli: cosa ti piace del Pride e perché, secondo te, è importante parteciparvi?

Del Pride mi piacciono molte cose. La partecipazione è certamente importantissima e io vorrei che tutti scendessero in strada durante il Pride, anche gli eterosessuali.. Poliziotti in divisa, politici, calciatori, preti e non tanto per dimostrare che esistono anche poliziotti gay, politici gay, calciatori gay e preti gay - questa cosa già la sappiamo - ma per dimostrare in mondo più consapevole e più libero l’importanza di rivendicare diritti, perché non rivendicare i diritti delle persone Lgbti, anche se sei eterosessuale, significa non riconoscere i diritti di un cugino, di un amico, di un figlio o di un nipote futuro. Significa non riconoscere i diritti di un altro essere umano.

Ti è mai capitato di essere presente (o di essere vittima) di un gesto o un'offesa omofobica?

No, non mi è mai accaduto di assistere a un gesto di omofobia. Però avendo lavorato nei bar  ho sentito spesso giudizi sgradevoli su ragazzi più effeminati o gay da parte di ragazzi che si sentivano più fieri e più “maschi” e poi mi accorgevo che erano incapaci di reggere una discussione con la loro compagna. Mentre mi è altresì successo di parlare con ragazzi  eterosessuali molto gay-friendly, che appoggiavano la rivendicazione di diritti da parte delle persone Lgbti, e la loro umanità e la loro intelligenza mi è sempre sembrata molto più “forte”, più “maschia”.

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Sono stati auditi ieri e oggi in Commissione Giustizia di Senato e Camera Yuri Guaiana, componente di All Out, e Igor Kochetkov, presidente di Russian Lgbt Network, sulla condizione delle persone omosessuali cecene. Quello italiano è così il primo Parlamento ad aver ascoltato un attivista locale sulle persecuzioni anti-gay messe in atto dal presidente Ramzan Kadyrov nel totale silenzio di Mosca. Risultato, questo, raggiunto grazie anche all’iniziativa di crowdfunding che, lanciata dall’associazione Certi Diritti, ha permesso al presidente di Russian Lgbt Network di giungere a Roma.

Gaynews ha potuto intervistarlo al termine dell’audizione odierna alla Camera.

Igor, dal 2007 Ramzan Kadyrov è alla guida della Cecenia, una delle Repubbliche della Federazione Russa. Come si è evoluta in questi dieci anni la posizione delle persone omosessuali?

Gli omosessuali sono sempre stati in Cecenia persone di cui si sapeva ma non se ne parlava. Ognuno teneva accuratamente nascosta la propria condizione a parenti, amici e colleghi. Qualsivoglia comunicazione tra persone gay poteva avvenire solo in segreto. Una situazione in realtà non dissimile a quella vigente in Europa nella metà del secolo scorso. Tuttavia, nel corso degli ultimi dieci anni, la situazione per i gay in Cecenia è cambiata significativamente in peggio. Il regime totalitario di Kadyrov si è posto l'obiettivo di combattere con qualsiasi mezzo chiunque non corrisponda all’idea di uomo perfetto ceceno. Fino all’annientamento fisico di queste persone.

Qualcuno ha parlato di nuovi lager per i gay ceceni. È corretto ricorrere a un tale paragone?

Pur comprendendone l’utilizzo, si tratta però di un raffronto improprio. Le persone omosessuali sono arrestate e recluse in carceri illegali. Si tratta di prigioni stabilite da tempo ma non riservate esclusivamente ai gay. Anche se è necessario aggiungere che sono soprattutto i gay a subire maltrattamenti da parte degli agenti di polizia e degli altri detenuti.

Qual è la posizione della gerarchia ortodossa su quanto sta accadendo?

Silenzio assoluto. La Chiesa ortodossa non commenta nulla al riguardo.

Quali sono secondo te le azioni che possono essere messe subito in campo dalla comunità internazionale per aiutare i gay ceceni?

La comunità internazionale deve in primo luogo esigere un’indagine vera ed efficace da parte delle autorità russe su quanto sta accadendo in Cecenia. I governi occidentali e gli organismi umanitari potrebbero e dovrebbero poi avviare indagini proprie. È chiaro: avranno molto da fare perché non c'è abbastanza informazione al riguardo. Ma le vittime, che sono riuscite a fuggire in Paesi Ue o in America, hanno già fornito testimonianze dettagliate in merito. Inoltre, non basta accogliere semplicemente le vittime di quest’aberrante sistema criminale. Bisogna fornire loro anche protezione. Solo in questo modo si potrà avere giustizia.

Sulle uccisioni e torture delle persone omosessuali cecene nessuna parola da parte del Vaticano. Come giudichi un tale silenzio?

È inaccettabile. Il Vaticano non può rimanere in silenzio. Non può ripetere gli errori compiuti nel XX secolo, quando il Papa tacque sui crimini nazisti.

Ieri e oggi sei stato audito in Senato e alla Camera. Che impressione ne hai avuto? 

Sono molto grato ai senatori e ai deputati che hanno accettato di incontrarmi. Ma, ancor più, sono grato agli attivisti italiani – in particolare a quelli di All Out e di Certi Diritti – che hanno reso possibili tali audizioni. A quegli attivisti italiani, che ogni giorno ricordano ai propri connazionali che la tragedia cecena riguarda tutti. Ognuno ha il dovere d’intervenire. Perché siamo europei, perché siamo esseri umani. La storia non conosce barriere spaziali e ci accomuna tutti. La storia a noi tutti comune c’insegna che i crimini compiuti dai regimi totalitari, affermatisi in un unico luogo, possono dilagare in un intero continente e in tutto il mondo, se non fermati in tempo.

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Enzo Cucco è il presidente  dell’Associazione Certi Diritti. Associazione che ha al centro la laicità, la libertà, la democrazia ed è da da sempre impegnata per i diritti di tutti  coloro che hanno sofferto abusi, discriminazioni e violenze a causa della propria sessualità. 

Enzo, credi che tra ciò che accade in Cecenia alle persone Lgbti e ciò che accade nel nostro Paese sulla grande questione dello ius soli ci sia un filo rosso preoccupante?

Il filo rosso lo vedo soprattutto nell’atteggiamento che hanno i rappresentanti istituzionali del nostro Paese. Presidente della Repubblica, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri hanno avuto modo di vedere Putin in questo periodo e nessuna parola è stata pronunciata sui diritti umani calpestati dalla Russia o sulla situazione dei gay in Cecenia. Macron, Merkel e la stessa Mogherini si sono comportati in modo diverso: almeno glielo hanno ricordato a Putin. O, almeno, così hanno affermato pubblicamente in conferenza stampa pubblicamente. I nostri no. Ed è facile immaginare che dietro le grandi questioni politiche, che di solito si sollevano in queste situazioni, si celano interessi economici precisi. Come se i diritti umani possano essere barattati con un po’ di petrolio. Sono scandalizzato da questo atteggiamento ma non stupito. È la politica estera italiana in generale che usa il doppio registro: voce grossa con i deboli (vedasi il Messico) ed afonia nei confronti dei potenti. Eccolo il filo rosso più pericoloso.

Ogni anno si apre il dibattito sui Pride. C’è chi afferma che soni finiti i tempi  dei Pride colorati e delle piume al vento. Che cosa ne pensi?

Si tratta d'un'enorme falsità. Sono le stesse persone che dicevano che il Pride fosse superato anche allora. Anche, quando lo facevano in splendida solitudine alla fine degli anni ‘70 e all’inizio degli anni ’80. Falso, perché è ancora essenziale il tema che era ed è al centro dei Pride: l’orgoglio ovvero la possibilità di vivere apertamente la propria sessualità senza che venga considerata peccato o malattia. O, peggio ancora, un “costume diverso che non ha bisogno di ostentazione”. Contro tutti i conformismi. Ma tutti tutti, compresi quelli dei gay e delle lesbiche.

Son  passati  molti anni dalle prime  manifestazioni degli anni ’70 per i diritti delle persone Lgbti. Oggi quei messaggi hanno ancora  un  valore o sono superati dalla storia, soprattutto, con l’emanazione della legge sulle unioni civili? 

Lo abbiamo detto sempre. La legge sulle unioni civili è solo un passo avanti verso la piena uguaglianza che è, e non può che essere, il nostro obiettivo finale. Uguali di fronte alla legge, perché le differenze di fronte alla legge su questi temi non sono giustificate dalla scienza, dalla società, dalla cultura. E non parliamo sulla morale che in quanto tale, per chi è liberale, è sempre e soltanto individuale e non può essere imposta per legge. Ogni posizione contraria giustifica, consapevolmente o no, la discriminazione. Sembra un controsenso ma questa legge, pur essendo un passo avanti, sancisce una differenza di trattamento, una discriminazione. Meno sensibile per le coppie omosessuali senza figli, più grave per quelle che li hanno. Ma sempre di differenza immotivata, quindi di discriminazione, stiamo parlando.

Negli ultimi mesi c’è stata una grande polemica sollevata dalla trasmissione Le Iene per un progetto approvato dall’Unar in tema di lotta alle discriminazioni a causa dell’orientamento sessuale. Insomma, il caso Andoss. È per te solo una questione scandalistica o ci racconta altro?

Non voglio tornare sulle questioni relative al tipo di comunicazione che fanno Le Iene. Mi sembrano gravi due cose, però, di cui quasi nessuno parla apertamente: il perché ci siano associazioni che ritengono che Anddos non abbia diritto ad accedere ai finanziamenti di Unar e il futuro di Unar stesso.

Del primo nessuno ha mai spiegato perché gestire saune sia disdicevole per chi chiede di accedere ai fondi Unar. Ma vale solo per le saune affiliate ad Anddos? La stesso Anddos, comunque, sembra aver fatto un passo indietro, avendo scelto di ritirare il progetto a suo tempo finanziato per togliere dall’imbarazzo l’Unar che non aveva motivi formali per ricusarlo, se non ritirando tutto il bando nazionale e facendo incavolare (con qualche ragione in verità) tutte le altre associazioni.

Sul secondo: nessuno più parla realmente dei compiti dell’Unar, dei suoi mezzi e delle sue potenzialità. Nessuno è realmente preoccupato da questo immobilismo che ormai dura da mesi, ben da prima delle dimissioni dell’ultimo direttore. Nessuno dice più che la Rete nazionale antidiscriminazioni è paralizzata da un Governo che dopo il caso Meloni e quell’insulto all’intelligenza che è la guerra al gender, si è talmente impaurito che ha bloccato tutto. Ho sentito poche voci e, anche molto generiche, su questo tema. Insomma, le solite generiche dichiarazioni. Mentre invece le associazioni mi sembrano molto interessate a sapere chi siederà su quella poltrona.

Se dovessi  fare una critica al mondo dell’associazionismo Lgbti, quale  approccio ne rappresenta la maggior debolezza sul piano della lotta alle discriminazioni?

Credo che la cosa più significativa che stia capitando è il sostanziale abbandono della politica di qualche anno fa che metteva insieme le associazioni che, a diverso titolo, si occupano di diritti umani in Italia. Cild è un esempio molto positivo e interessante su questo terreno o su specifiche questioni (il Rapporto Italia per l’Onu) ma vedo grande timidezza e autoreferenzialità delle associazioni. Potrei sbagliare, e spero di farlo, ma vedo che alla prova dei fatti le associazioni sono riluttanti nel delegare interamente a Cild quei poteri di cui ha bisogno. Faccio un esempio per farmi capire: per discutere del futuro di Unar, per esempio, al ministero sono stati molto più sensibili alle posizioni espresse da alcune associazioni. Che senso ha? Che conseguenze ha questa frammentazione per un Paese che fa un sacco di difficoltà a costituire e rispettare realtà di secondo livello? Posso anche essere più esplicito, giusto per farmi capire: se il ministro chiedesse alle associazioni cosa ne pensano del futuro di Unar, chi delle associazioni italiane è in grado di rispondere che esiste una posizione comune nella quale ci si riconosce, che è quella di Cild? E, incontrando Cild, al ministero hanno incontrato tutti?

Questo Paese sembra aver messo da parte da tempo l’idea della costituzione di un’agenzia indipendente per la lotta alle discriminazioni. Secondo te è problema  più culturale o una  scelta  dei policy makers, che su  questi  temi preferiscono avere campo  libero ?

Esiste una situazione italiana specifica su questo tema: la sostanziale non volontà di costituire un’agenzia indipendente per i problemi che essa può creare. E l’interesse personale di alcuni dei nomi più noti nell’ambito dei diritti umani, che ritiene di dover disegnare sui propri destini personali il Progetto di agenzia indipendente. Ovviamente la prima causa è di gran lunga la più pesante sulla nostra situazione, ma non sottovaluterei la seconda. Io che sono un inguaribile ottimista penso che dalle crisi possa sempre nascere un guizzo di novità positiva. E quindi non ho smesso di sperare che dalla crisi dell’Unar, che stiamo tutti vivendo, possa nascere qualcosa di nuovo. Ma non vedo segnali. O gli stessi sono talmente impalpabili e poco verificabili che non me ne sono accorto.

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Sabato 5 giugno si è svolto a Roma, a poca distanza dall'Ambasciata russa, il sit-in di protesta contro le persecuzioni, cui sono soggette le persone omosessuali in Cecenia. All'incontro, organizzato da Amnesty International Italia, hanno partecipato alcune associazioni Lgbti romane, componenti di All Out e il segretario di Certi Diritti Leonardo Monaco

Si sarebbero dovute consegnare le scatole contenti le firme, raccolte tramite la petizione online di Amnesty, ma non si è consentito agli attivisti neppure di avvicinarsi ai cencelli dell'Ambasciata. Al termine della manifestazione Gaynews ha intervistato Yuri Guaiana che, l'11 maggio scorso, era stato arrestato a Mosca mentre cercava di consegnare le oltre 2.000.000 di firme raccolte sulla piattaforma All Out per chiedere giustizia e verità sui gay ceceni.

 

 

 

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Arrestati, privati della loro libertà e torturati per il solo fatto di essere omosessuali e costretti a fare i nomi di altre persone. Accade in Cecenia, in realtà un Paese non molto lontano dal nostro eppure nella quasi totalità di assenza di informazione. Quello che succede lì, come in altre parti del mondo anche se per motivazioni e a volte con modalità differenti, non si può classificare come “semplice” violenza: siamo di fronte a casi concreti di tortura. A confermarlo è una voce autorevole, quella di Riccardo Noury di Amnesty International Italia a cui abbiamo chiesto quali sono le iniziative che sta promuovendo l'ong e anche di spiegarci perché in Italia ancora non esista il reato di tortura.

Come si pone Amnesty international Italia nei confronti dei fatti della Cecenia, dove le persone omosessuali vengono arrestate e torturate?

Qui siamo in pieno di reato di tortura: persone private della loro libertà, nelle mani dei rappresentanti o funzionari dello Stato vengono picchiate brutalmente. Questa è la tortura nella sua accezione più classica.

Quali sono le vostre iniziative a riguardo?

Lunedì 5 giugno faremo un sit-in a Roma, alle 12.00, in piazza Castro Pretorio. Inoltre sul nostro sito amnesty.it c'è anche un appello da firmare in cui chiediamo alle autorità russe di fare un'inchiesta seria, non l'indagine preliminare che hanno avviato, per individuare i responsabili e soprattutto garantire protezione alle persone omosessuali.

Nel nostro Paese per fortuna casi così eclatanti e gravi, sistematici, non avvengono: eppure non sono mancati e non mancano fatti di cronaca che dimostrano che anche nel Belpaese la tortura è una pratica che viene attuata. Si pensi per esempio a quanto accaduto alla Diaz, a Bolzaneto, in occasione del G8 di Genova del 2001, oppure all'arresto e alla morte di Stefano Cucchi o a quella di Riccardo Magherini e, sebbene al di fuori del nostro territorio, l'omicidio di Giulio Regeni in Egitto per il quale si chiede ancora verità e giustizia.

Eppure sulla tortura e sulla sua introduzione come reato nel nostro codice, della quale si dibatte da circa trent'anni, si è ancora su di un binario morto. Uno stallo che non è solo della politica, dato che anche i nostri connazionali sembrano non avere le idee chiare o quantomeno univoche.

Lo dimostra, per esempio, un sondaggio Doxa per Amnesty International che ha interpellato un campione rappresentativo di ben 43,2 milioni di italiani over trenta. I dati che vengono fuori dall'indagine sono discordanti e pongono il dovere alla riflessione. Solo per il 33% degli intervistati, infatti, sa che anche in Italia ci sono casi di tortura, mentre per un numero elevato di connazionali, il 50%, questo fenomeno non riguarda il nostro Paese. Infine il 17% dichiara di non sapere.

A questo dato si oppone invece un altro, quello relativo all'introduzione del reato di tortura. Qui le cose cambiano, anzi si ribaltano nelle percentuali e nella portata. Sempre lo stesso sondaggio Doxa dice infatti che 6 italiani su 10 vorrebbero l'introduzione del reato di tortura.

Perché gli italiani non riconoscono la tortura in Italia, ma solo in alcuni Paesi?

C'è una sensazione di fondo che però è infondata, che la tortura così come a volte altre violazioni dei diritti umani, riguardino Paesi lontani o comunque parzialmente l'Europa, ma soprattuttoaltri continenti. Come se non fosse accettabile o possibile l'idea stessa che in un Paese occidentale, come l'Italia, si possa torturare. Di conseguenza si allontana geograficamente, ma non solo, la preoccupazione che da noi si possa essere in presenza di atti di tortura.

Cos'è la tortura per gli italiani?

Il sondaggio è stato fatto su un campione con più di 30 anni, quindi con una memoria, anche se vaga, dei fatti di Genova del 2001 tanto da essere citati, assieme a quelli più recenti di Stefano Cucchi e Giulio Regeni, sebbene avvenuti in due Paesi e contesti diversi. Tuttavia sono eventi che richiamano l'idea della tortura sistematica e prolungata.

È come se si percepisse, da parte degli intervistati, che a queste persone sia stato fatto qualcosa di grave ma non c'è l'immediata associazione con l'aspetto giuridico, ovvero su come chiamare questa cosa. Sono fatti gravi, ma mancando il reato di tortura in Italia non si ha come definirli.

Credo che siano considerati sempre casi isolati. Non sarebbe nemmeno sbagliato chiamarli così. Però bisogna intendersi su cosa vuol dire isolati. Anche un caso all'anno di tortura, sebbene statisticamente isolato, porta a introdurre un elemento di sistematicità.

Come legge i due dati, discordanti, del sondaggio: mancanza di percezione della tortura ma richiesta di una legge che la preveda come reato?

Apparentemente sono contraddittori. Io voglio dare una lettura ottimista: c'è una maggioranza delle persone intervistate che ritiene che l'Italia abbia un obbligo nei confronti delle Nazioni unite per una Convenzione che ha ratificato e dunque, a prescindere dall'esistenze o meno di casi di tortura, quel reato ci voglia. Cosa che da sempre sostiene Amnesty International. Non occorre che ci sia un reato di tortura perché la polizia torturi e viceversa. D'altra parte sono decenni che ci viene negato il tema della tortura: c'è un vero tabù sull'uso di questa parola e quindi alla fine ci si abitua alla sua inesistenza.

Quale è la definizione di tortura che si dovrebbe inserire come reato nel nostro codice?

Esattamente quella contenuta nell'articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura: né più né meno. Quello che si è fatto in questi 28 anni, con molta creatività e fantasia aggiungendo, togliendo, mettendo via punti e virgola con l'obiettivo politico di annacquare la definizione, sottoponendo alcune forme di tortura a verifica e restringendone la portata ha avuto un obiettivo: rendere inaccettabile la definizione o inattuabili le sue disposizioni.

Perché i nostri politici e i Governi che si sono succeduti sono così restii a introdurre questo tipo di reato?

Penso che ci sia alla base un'idea di fondo sbagliata, che introducendo il reato di tortura si getterebbe  uno stigma sull'intera forza di polizia come corpi, organismi dello Stato che verrebbero associati genericamente alla tortura. Come dire che “se ci dicono di volere il reato di tortura, vuol dire che ci torturano”. È un'idea errata. È proprio l'assenza del reato di tortura che oggi porta ad avere in teoria persone che hanno compiuto atti di tortura in servizio, impunite, non processate. Sosteniamo questo tipo di reato da quasi trent'anni a vantaggio delle forze di polizia, di quella percentuale enorme di funzionari dello Stato che svolge il proprio dovere con professionalità, rispetto dei diritti umani e a volte in condizioni estremamente difficili.

Quali sono i pericoli nel non riconoscere questo reato?

Intanto che non ci sia giustizia per le vittime. Che non si riconosca che la tortura è un reato eccezionale, tra i più gravi reati del diritto internazionale e non va confuso con altre cose. Un reato di tortura non solo assolverebbe a una funzione repressiva nei confronti di eventuali autori riconosciuti di questo crimine, avrebbe anche funzione preventiva, dissuasiva. Senza un reato di tortura si ha la sensazione che si possa rimanere impuniti.

Oggi, senza questo reato, cosa rischia chi tortura?

Prima di tutto tempi di prescrizione molto brevi, perché il magistrato deve andare a cercare nel codice penale quegli articoli che contengano la definizione che bene o male possa sostituire quello di tortura: lesioni, violenza con l'aggettivo grave eventualmente. Il reato che, di fatto, sostituisce quello assente di tortura implica una responsabilità minore. Come pena è punito blandamente ed è sottoposto a prescrizione. Se nessuno per i fatti di Genova è stato punito per tortura, è perché è scattata la prescrizione.

Quali sono le vostre iniziative?

Le nostre iniziative concrete sono ad esempio le proposte di firmare un appello. Le 40mila firme solo in Italia e le circa 648mila nel mondo sono azioni concrete. Le firme poi vengono raccolte, consegnate alle Ambasciate che sono disponibili a riceverle e incontrarci e fanno pressione. Il nostro obiettivo è sollecitare i Paesi o gli organismi internazionali che hanno rapporti con i Paesi in questione (a cui sono indirizzate le firme, ndr) e, in generale, con Paesi in cui la situazione dei diritti umani, in questo caso la Russia, è critica affinché modifichino le leggi, le adottino quando mancano, proteggano le persone, svolga indagini serie.

Come si fa a sostenere e aiutare Amnesty?

Sul sito amnesty.it è scritto come si può diventare attivisti, partecipare come volontari alle attività dei gruppi sul territorio e anche soprattutto come donare. Nonostante possa sembrare che Amnesty sia una sorte di Nazioni unite dei diritti umani, nonostante tutte le accuse secondo le quali siamo mantenuti o finanziati da chissà quale magnate internazionale, noi in realtà siamo assolutamente auto finanziati. Amnesty è tanto più efficace quanto più ci sono persone che donano, che devolvono ad esempio il 5x1000: gesto semplice e di tremenda efficacia che non è un onere aggiuntivo per il contribuente ma è la decisione di devolvere a una organizzazione non governativa quanto, in caso contrario, andrebbe nelle mani dello Stato. Si può lasciare un bene o fare una donazione alla fine della loro vita. Mettere una firma sul sito è un atto semplice e incoraggiamo a farlo. Ogni anno quel denaro - salvo quello che dobbiamo al movimento internazionale con un meccanismo di tassazione interna - lo reinvestiamo in campagne.

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