L'episodio dello scontrino recante la dicitura No pecorino, Si frocio ha suscitato una giusta quanto corale indignazione e un'ondata di solidarietà nei riguardi dei due giovani, vittime d'un tale pubblico insulto.

All'allontanamento del cameriere colpevole dell'atto e alla pubblica, sia pur tardiva, richiesta di scuse da parte della dirigenza della Locanda Rigatoni, è seguito , tra  il 22 e il 23 luglio, un atto significativo da parte dello stesso ristorante romano. L'appello, cioè, «alla comunità Lgbti di costruire insieme un percorso per riaffermare i valori di tolleranza, rispetto e apertura». Appello che, accolto da Gaynews su incoraggiamento di Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano, si è concretato, il 25 luglio, in un primo incontro in via Domenico Fontana tra dirigenza della Locanda Rigatoni e delegazione Lgbti

Dal lungo confronto si è giunti alla conclusione di lavorare determinatamente perchè simili episodi non avvengano più.

«Abbiamo accolto - dichiara Sebastiano Secci, presidente del Circolo Mario Mieli -, insieme col gruppo social In piazza per il Family Gay e Gaynet (presieduto da Franco Grillini) la richiesta dei responsabili della Locanda Rigatoni di incontrarci per individuare insieme gli strumenti necessari a evitare che questi episodi gravissimi si ripetano in futuro. Vogliamo, sia chiaro, che non c'è stata alcuna intenzione di ridimensionare l'accaduto da parte dei responsabili del ristorante che hanno ribadito più volte il loro rammarico e la loro determinazione a rimediare all'accaduto.

La nostra idea è che la repressione, ossia l'allontanamento del responsabile degli insulti, non può essere l'unico provvedimento ma debba accompagnarsi a politiche aziendali che formino il personale sulle tematiche della diversità per fare in modo che mai più nessuno debba subire episodi di questa gravità».

«Per questa ragione - continua Secci - abbiamo predisposto un percorso di formazione per il personale del locale. Il corso si svolgerà a partire da settembre e consisterà in quattro moduli in cui parleremo di comunità LGBT+ e Pride, politiche antidiscriminatorie e responsabilità sociale delle aziende, elementi di diritto antidiscriminatorio e, cosa fondamentale, chiederemo a vittime di omo-transfobia di condividere le proprie esperienze, perché crediamo sia fondamentale che tutti capiscano gli effetti concreti che queste violenze hanno sulla vita delle persone.

Ad affiancarci in questo percorso ci saranno i formatori, gli psicologi e i legali della nostra associazione che da 35 anni è impegnata nella contrasto a episodi odiosi di discriminazione».

«L'importanza di questi interventi formativi nella lotta all'omo-transfobia - conclude Secci - ci spinge inoltre ad aprire il corso a tutti gli esercenti che possano essere interessati per loro e per il proprio personale. Chiunque volesse partecipare può farne richiesta con una mail all'indirizzo This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.».

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Una vicenda grave e giustamente rimbalzata sui media nazionali quella della coppia di giovani che, giovedì 19 luglio, è stata pubblicamente offesa da un cameriere del ristorante romano Locanda Rigatoni.

L’aver consegnato uno scontrino con la dicitura No pecorino, Si frocio è un atto insultante e discriminatorio – oltre che grossier –, che ha giustamente sollevato una corale indignazione soprattutto sui social.

La direttrice del ristorante ha avuto indubbiamente un atteggiamento maldestro quella sera. Forse perché presa alla sprovvista. Forse perché imbarazzata da una vicenda mai capitata a Locanda Rigatoni. Forse perché spinta dalla volontà irriflessa di salvaguardare il “buon nome” dell’azienda.

Da qui le scuse, le più disparate, che, prolungatesi per mezz’ora, si sono pur sempre concluse con un’ammissione di colpa e richiesta di scuse nonché con la successiva perdita del posto di lavoro per il cameriere.

Troppo poco indubbiamente. Ma da qui a invocare sui media il licenziamento della direttrice, la revoca della licenza, la chiusura del ristorante, il boicottaggio a oltranza del medesimo ce ne corre. Per non parlare dell’autentica campagna  di odio e linciaggio verbale sui social, tradottasi anche in una valanga di telefonate insultanti e minatorie.

Poi tra domenica e lunedì un atto significativo da parte della dirigenza del ristorante. La reiterata richiesta ufficiale, cioè, «alla comunità Lgbti di costruire insieme un percorso per riaffermare i valori di tolleranza, rispetto e apertura». Richiesta subito valutata positivamente da Imma Battaglia in una lunga intervista a Il Tempo.

Tale appello, anche su incoraggiamento di Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano, è stato accolto da Gaynews con l’organizzazione di un primo incontro in via Domenico Fontana. Incontro che, avvenuto nella serata d’ieri, ha visto la partecipazione di Valerio Colomasi Battaglia (Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli), Daniele Sorrentino e Christian Mottola (In piazza per il Family Gay), Rosario Coco (Gaynet), Francesco Lepore (Gaynews).

Dell’incontro - cui dovrebbe seguire domani un primo risultato sul piano formativo – così ne ha parlato ieri sera Valerio Colomasi su Fb: «Stasera sono stato al ristorante al centro delle polemiche negli ultimi giorni. Ci sono andato perchè penso che il nostro dovere come attivisti sia ascoltare e lavorare per un mondo migliore, non sparare sul mucchio via Fb.

Ho trovato delle persone sconvolte per gli avvenimenti degli ultimi giorni, piene di lacrime e voglia di raccontare la loro storia. Ho trovato la volontà di impegnarsi per fare in modo che questi episodi orribili non avvengano mai piùHo trovato la rabbia di chi vede le proprie vite date in pasto alla pubblica opinione senza rispetto per le loro storie.

Dopo una campagna che ha colpito non il "colpevole" del gesto ma una collettività intera per ottenere un trafiletto di giornale, questo posto rischia di chiudereQuesto non è attivismo. Questa è la versione "Lgbt" del salvinismo e io non ci sto».

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30.000 persone a Napoli per il Mediterranean Pride che, partito alle 17:30 da piazza Dante, si è snodato lungo Via Toledo e ha raggiunto il lungomare dove, all’altezza di Castel dell’Ovo, si sono tenuti i discorsi finali.

Madrina della manifestazione Maria Esposito, la madre di Vincenzo Ruggiero, l'attivista ucciso il 7 luglio 2017, del cui omicidio e vilipendio di cadavere si è accusato Ciro Guarente.

Quattro i carri che hanno caratterizzato la marcia partenopea dell’orgoglio Lgbti, incentrata quest'anno sui temi dell'accoglienza e della lotta alle mafie. Significativo e coloratissimo il trenino delle Famiglie Arcobaleno, la cui presidente nazionale Marilena Grassadonia è stata presente insieme con un’ampia delegazione del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

Dietro lo striscione iniziale, invece, anche il blogger de L'Espresso Marco Gaucho Filippi (MGF), che ha ideato per i manifesti del Mediterranean Pride il Vesuvio Rainbow con l'hashtag #amalicolfuoco.

Tra i presenti anche l’escort Francesco Mangiacapra, autore del noto dossier sui preti gay consegnato in febbraio alla Curia di Napoli, che ha provocatoriamente sfilato nei panni di Cristo. Accanto a lui, vestito da angelo, Mirko Varlese (di notte ballerino, performer e trasformista, di giorno catechista e operatore sociale a Sant'Erasmo ai Granili), che ha  partecipato come ministrante ai funerali di Vincenzo Ruggiero in S. Maria di Montesanto.

Proprio al 25enne assassinato Mirko ha "dedicato" le enormi ali bianche indossate perché «Vincenzo è un angelo che ho avuto il privilegio di conoscere e che è volato in cielo troppo presto».

Non sono mancati momenti d’intensa commozione come quando Antonio Amoretti, partigiano delle Quattro Giornate, ha invitato in Largo Berlinguer a cantare Bella, ciao e ha tenuto un breve saluto: «Sono orgoglioso di essere stato, con mia moglie Rosa, testimone della prima unione civile di Napoli.

Voglio ricordare a voi ragazzi di difendere la Costituzione scritta con il sacrificio dei partigiani: bisogna difendere, oggi come allora, la democrazia, la pace e la libertà».

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Monica Cirinnà prima firmaria di un'interrogazione parlamentare (sottoscritta da altri 28 senatori del Pd: Cerno, Malpezzi, Fedeli, Vattuone, Patriarca, Comincini, Bini, Cucca, Stefano, Rampi, Bellanova, Miti, Misiani, Grimani, Alfieri, Rossomando, Astorre, D'Alfonso, Magorno, D'Arienzo, Giacobbe, Marino, Ginetti, Manca, Ferrazzi, Iori, Verducci) al ministro dell'Interno Matteo Salvini perché faccia sapere «cosa intende fare per garantire la sicurezza dei cittadini, l'ordine pubblico e la libertà d'espressione: tutto va in direzione assolutamente opposta.

Nel giro di pochi giorni, infatti, si sono verificati una serie di episodi gravi e preoccupanti che vedono come protagonista il neoministro dell'Interno e leader della Lega, l'ultimo dei quali con spari contro gli immigrati al grido di Salvini, Salvini».

Tali episodi sono stati così sintetizzati dalla stessa senatrice: «Prima tre giornalisti che indagavano sul finanziamento alla Lega sono stati convocati dalla Guardia di Finanza di Bolzano.

Il giorno successivo le forze di pubblica sicurezza a un comizio del Ministro dell'Interno hanno identificato degli attivisti radicali e di Amnesty International per aver esposto uno striscione su Giulio Regeni, mentre il 16 giugno, sempre le forze di polizia, al Siracusa Pride hanno imposto la rimozione di uno striscione contro Salvini. Episodi preoccupanti ai quali si sono aggiunte le frasi gravemente offensive e discriminatorie nei confronti di neri, migranti e persone Lgbt sulla pagina Facebook di un agente di polizia di Grosseto, per niente sanzionato.

Le parole e le azioni che il ministro Salvini ha avuto in questi giorni sono una chiara istigazione a comportamenti violenti e discriminatori.

È urgente che il ministro venga subito in Parlamento per spiegare come intenda garantire la sicurezza e come intenda garantire la piena effettività dell'esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di riunione, oltre di garantire un'adeguata formazione delle forze di pubblica sicurezza, volta al rispetto del pluralismo e della pari dignità sociale di tutte e tutti i cittadini della Repubblica, nonché al fine di prevenire episodi incresciosi e veri e propri abusi come quelli riportati in premessa».

La notizia dell'interrogazione parlamentare è stata poi rilanciata dalla stessa senatrice sulla sua pagina Facebook con riferimento a un post insultante di Forza Nuova nei riguardi del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e del Roma Pride.

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A dare inizio al Roma Pride, poco dopo 15:00, lo striscione del Mit, la cui delegazione è stata guidata dalla presidente Nicole De Leo e dalla presidente onoraria Porpora Marcasciano. Hanno percorso un breve tratto, prima che in testa al corteo si ponessero i rappresentanti del Coordinamento Roma Pride. Ma un gesto, quello del Mit, altamente simbolico per ricordare che i moti di Stonewall e il conseguente movimento contemporaneo di liberazione Lgbti non ci sarebbero stati senza Sylvia Rivera e le drag di Greenwich.

Dietro di loro una colorata marea umana, che si è ingrossata sempre di più durante il percorso fino a raggiungere le 500.000 persone.

18 i carri, tra cui quelli delle ambasciate di Canada e Regno Unito. E poi le associazioni Lgbti (dal Mieli ad Arcigay, dal Mit a TGenus, da Famiglie Arcobaleno ad Agedo, da Rete Genitori Rainbow al Colt, da Globe-Mae a Plus, da Gaynet a Gaylib, da Senes ai Leather Club italiani, da Di'Gay Project a Gaycs), le organizzazioni umanitarie nonché sigle sindacali come la Cgil, rappresentata dalla segretaria Susanna Camusso.

Presenti esponenti del mondo politico come l'europarlamentare Daniele Viotti, il segretario reggente del Pd Maurizio Martina, la senatrice dem Monica Cirinnà – che, salita sul carro del Mieli durante il percorso, ha fatto cantare ai partecipanti l’Inno di Mameli –, la deputata di +Europa Emma Bonino, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Assente, invece, la sindaca Virginia Raggi, anche se per l’amministrazione capitolina c’erano il vicesindaco Luca Bergamo e alcuni assessori.

Il Roma Pride, che ha avuto due testimonial d'eccezione nei partigiani Modesto (92 anni) e Tina Costa (93 anni), è stato il primo (insieme a quelli di Pavia e Trento) a essere celebrato dopo le discusse dichiarazioni del ministro Lorenzo Fontana e il voto di fiducia al governo.

Un’occasione, dunque, per reagire a chi nella Lega vorrebbe relegare al silenzio e all’inesistenza le persone Lgbti, come sottolineato con fermezza in Piazzale Madonna di Loreto dal presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli Sebastiano Secci.

Un’occasione per ribadire al M5s che non è possibile non prendere le distanze da tali posizioni fascisteggianti, che non è possibile – come ripetuto da tanti loro esponenti negli ultimi giorni – contrapporre diritti civili a diritti sociali, essendo gli uni strettamente correlati agli altri.

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Alla vigilia del Roma Pride si è svolta ieri sera, a partire dalle 20:30, presso il Teatro Quirinetta la cerimonia di gala in occasione del 35° anniversario di fondazione del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli. A fare gli onori di casa Sebastiano Secci, presidente della storica associazione romana, insieme con la sua vice Rossana Praitano.

Tanti i momenti salienti della manifestazione ma il più toccante è stato costituito dalla rievocazione che, dei sette lustri di attività del Circolo, ha fatto un socio fondatore dello stesso nonché militante storico quale Vanni Piccolo. E per farlo Vanni ha fatto ricorso al genere epistolare attraverso la struggente lettura d’una lettera a una “giovane amica” sull’esempio – benché con motivazioni ovviamente differenti – dell'Alexis ou le Traité du vain combat di Marguerite Yourcenar.

Di quella lettera, che ha portato alla fine un’intera platea, visibilmente commossa, ad alzarsi in piedi e applaudire per più minuti, Gaynews offre ai lettori e alle lettrici il testo completo.

Mia giovane amica,

Uso volutamente il femminile ribaltando la grammatica di genere perché il femminile ha rappresentato la dimensione di ispirazione della nostra rivoluzione ed è al femminile che il movimento ha iniziato le sue battaglie quella notte del 28 giugno del 1969 nello storico Stonewall.

Non è senza emozione, ma è anche con un certo imbarazzo, che irrompo nella tua giovinezza nella tua spensieratezza nei tuoi sogni nei tuoi progetti di vita. E forse anche nei tuoi amori, per parlarti del passato, della storia del nostro movimento, della nascita del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, al quale tu oggi ti stai avvicinando.

Sono passati ben 35 anni. Difficile rappresentare ad un ventenne di oggi le condizioni storiche degli inizi degli anni 80, ma ci provo.

La tua è la generazione dei social, la nostra quella del passaparola, la tua quella dei WhatsApp, la nostra quella delle cartoline illustrate, la tua quella dei viaggi con Ryanair, Blablacar e Airbnb, la nostra quella dell’autostop e del sacco a pelo, la tua quella delle mail, la nostra quella dei comunicati stampa consegnati a mano, sempre lo stesso itinerario: l’Unità e Paese sera a via dei Taurini, Repubblica a Piazza Indipendenza, il Messaggero a via del Tritone, il Manifesto  e il Corriere della Sera a via Tomacelli, per chiudere con Il Tempo a Piazza Colonna. Per fortuna proprio dietro Piazza del Parlamento c’era il Cinema Olimpia, con proiezioni di film d’essai, e anche uno dei posti d’incontro all’epoca più frequentati a Roma, e con sicuro successo.

Purtroppo è un doloroso fatto di sangue che dà impulso al movimento romano agli inizi degli anni 80. Salvatore Pappalardo, un giovane operaio torinese in vacanza a Roma, nel maggio del 1982 viene selvaggiamente ucciso a bastonate a Monte Caprino.

Questo fatto scuote le coscienze omosessuali romane e nazionali. Le reazioni furono immediate e tali da consentirci di organizzare in poco tempo una emozionante manifestazione nazionale.

Piazza del Campidoglio, quel pomeriggio era proprio stupenda.

C’erano proprio tutti e da Piazza Venezia a Piazza Navona fu una trionfo di striscioni e di slogan,  i nostri famosi slogan. Mille persone, una folla per il 1982, tra cui molti esponenti e militanti dei partiti della sinistra, ma soprattutto tantissimi omosessuali che portavano in piazza il loro dolore e la loro rabbia, ma anche, per la prima volta, la loro identità e le loro rivendicazioni. Grande la commozione  alla fiaccolata che chiuse la manifestazione a Monte Caprino.

Il sostegno delle Istituzioni e della politica ci convinse ad aprire il dialogo, per incalzare i partiti sull’attenzione alla condizione omosessuale e transessuale e venne rinnovata al Comune la richiesta di un Centro Polivalente di Cultura omosessuale.

Quel “sì” del Sindaco Vetere alla Sala Borromini accese molte speranze, ma dovemmo aspettare molti anni.

Ci chiamammo Movimento Unitario omosessuale romano, ma la sigla MUOR  non apparve beneaugurante e si trasformò in CUOR, Coordinamento unitario omosessuale romano.  Via via nacque l’esigenza di essere riconosciuti giuridicamente. Il dibattito fu animato e appassionante sulla scelta del nome da dare alla nascente associazione.

Mi piace ricordare Ugo Bonessi che subito fece il nome di Mario Mieli, conosciuto e amato da tutti, che si era suicidato qualche mese prima.

Sicuramente, la lettura di “Elementi di critica Omosessuale”, l’affettuosa ammirazione e condivisione del suo provocatorio impegno politico, l’originalità del personaggio, convinsero tutti. Ed è così che nel maggio del 1983 nasce il CIRCOLO DI CULTURA OMOSESSUALE “MARIO MIELI”.

Bruno Di Donato, infaticabile attivista del FUORI ne fu il primo Presidente. E Marco Bisceglia, l’ispiratore di Arcigay il primo Vice presidente. A loro è dovuto un doveroso ricordo di affetto e gratitudine.

Io fui il primo segretario.

Il movimento era impegnato in un fermento di programmazione culturale. L’opinione pubblica più attenta, i partiti della sinistra più sensibili, le istituzioni più disponibili. Furono segnali incoraggianti la nascita di Babilonia e la presa del Cassero a Bologna. Indimenticabili i campeggi gay! A Roma vengono celebrate le tre giornate dell’orgoglio omosessuale con il patrocinio e il contributo del Comune di Roma. Voglio trasmetterti l’emozione di un ricordo di quei giorni: su tre enormi striscioni nelle vie del centro la parola omosessuale usciva dalla clandestinità e trionfava scritta in alto nel cielo di Roma.

Stavamo vivendo la nostra favolosità tra discussioni, ironie, ienate, travestimenti, raduni, affetti. Eravamo immersi in una dimensione di orgoglio e di entusiasmo, migrando ovunque ci fosse un’occasione di incontro, di confronto, e soprattutto di conoscenza reciproca delle nostre vite che ha costituito il collante affettivo della nostra militanza, programmando iniziative culturali per abbattere il muro dell’ignoranza e del pregiudizio, senza perdere di vista i piaceri della seduzione e della sessualità, tra tacchi a spillo, parrucche e boe di struzzo. Eravamo irresistibilmente FAVOLOSE!

All’improvviso siamo stati costretti a prendere coscienza che l’Aids, quella strana novità che arrivava da oltroceano, non era solo una parola astratta che i ragazzotti napoletani storpiavano in Adidas, ma una malattia reale che aveva già mietuto molte vittime nella comunità omosessuale americana.

All’improvviso tutto si ferma.

La nostra liberazione sessuale perde di senso reale, bisogna confrontarsi con un nuovo spaventoso nemico: fu il panico, lo smarrimento, la paura, soprattutto per la carenza di informazioni e di punti di riferimento.

La nostra avanzata subisce una profonda battuta d’arresto, e fummo costretti ad organizzarci per far fronte a un bisogno di informazione ancora molto vaga e sicuramente poco rassicurante. La società omofoba e bigotta conia il binomio omosessuale=malato di Aids. Eravamo visti come moderni untori del morbo gay, del castigo di dio, come ebbe a esprimersi il cardinale di Genova Giuseppe Siri. E la chiesa tuonò: “l’Aids lo prende chi se lo va a cercare!” 

Una immensa triste solitudine sociale.

Per questo vorrei raccomandarti il rispetto delle persone sieropositive e la condanna di chi oggi parla di loro come “di persone che si sono fatte allegramente sborrare nel culo senza preservativo”. Queste posizioni bigotte e moralistiche offendono i nostri morti, il nostro impegno, la nostra storia.

Fortunatamente l’Istituto Superiore di Sanità per conto dell’OMS ci chiese di collaborare per un’indagine su un campione di 50 persone da sottoporre a delle analisi. Ci sentimmo cavie, ci sentimmo umiliati, ci sentimmo fragili, ma capimmo l’importanza di questa collaborazione e senza esitazione decidemmo di sostenere la ricerca contro questa malattia.

Non era ancora il tempo del kit ELISA, quindi era necessaria, oltre al prelievo di sangue, l’offerta di urina e di sperma. Non avevamo sedi adeguate come quelle di oggi ma sottoscala di partiti, così in pratica ridendo come pazze sulle foto di giornaletti porno, i video non erano ancora di moda, ci siamo fatti delle grandi seghe nella sede del PDUP che ci ospitava in quel momento,  molestando i compagni del partito per potere arrivare all’orgasmo e donare come fossimo delle mucche la nostra dose di sperma fresco di giornata.

Alla fine la nostra collaborazione diventò un servizio per la comunità.

Informammo con un depliant su tutte le pratiche a rischio, chiamandole  con il loro nome perché la gente capisse, e credimi, quello fu un esaltante momento di grande coraggio.

Perché contrapponemmo la nostra attenzione alla salute, all’approccio moralistico delle istituzioni, che forse in cuor loro speravano che l’AIDS facesse sparire i froci dalla faccia della terra.

Furono momenti terribili. Molti dei protagonisti della nostra rivoluzione non c’erano più. Voltandoti indietro all’improvviso erano spariti. E ci sentimmo ogni giorno più soli.

Ma continuammo nel nostro impegno.

Due nomi per tutti consegno alla tua memoria: Bruno Di Donato e Marco Sanna.

Assistemmo a funerali umilianti senza spazio né per il dolore, né per il rispetto, celebrati frettolosamente tra omelie moraliste e famiglie ansiose che tutto finisse in fretta.

Ho assistito, personalmente, all’allontanamento sprezzante, umiliante e doloroso dal letto di morte della persona amata, del compagno di vita di  tantissimi anni. Ho visto la disperazione negli occhi di entrambi, mentre la famiglia genitoriale si riappropriava cinicamente di quel figlio vergogna, che finalmente la morte cancellava, ripristinandone la rispettabilità sociale.

E’ da questa disperazione che nacque l’esigenza di lottare per ottenere un riconoscimento giuridico dell’amore tra persone dello stesso sesso, perché quella disperazione non si ripetesse più. Perché nessuna madre nessun padre, nessuno, potesse allontanare il compagno del proprio figlio dalle sue braccia e dalla sua vita. E perché quel legame assumesse la dignità, il rispetto e i diritti della famiglia.

Tu oggi ama senza paura, senza riserve, e lotta perché nessuno irrida o addirittura neghi l’esistenza del tuo amore e il tuo desiderio di genitorialità.

Intanto il Circolo Mario Mieli era diventato un importante punto di riferimento per la comunità romana. Siamo stati proprio bravi e così siamo diventati Centro di Sorveglianza dell’Osservatorio Epidemiologico Regionale, diretto da Carlo Perucci e grazie a lui fu aperto il Centro Aids presso l’ospedale San Giovanni Addolorata, con la collaborazione del Circolo Mario Mieli. Pur con pochi mezzi e con una organizzazione improvvisata  credo di poter affermare che la nostra risposta si possa definire “eroica”.

Dalla sede provvisoria di Piazza  Vittorio finalmente occupammo uno spazio in via Ostiense, tra Mangiafuoco e l’Agesci. Ricordo ancora quel tardo pomeriggio quando scaricammo le poche cose , tra cui tutto l’occorrente per allestire uno studio medico che ci aveva fornito l’Assessora alla Sanità del Comune di Roma, Franca Prisco, tra la curiosità e la diffidenza dei vicini. Quello spazio oggi è conosciuto a livello nazionale.

Alla fine degli anni '80, grazie al nostro impegno e al nostro lavoro, il Circolo ebbe un cospicuo contributo da destinare alla informazione e alla comunicazione. Stampammo tanto materiale, ma le strutture ricreative non furono collaborative. E non potevamo certo andare nei luoghi d’incontro a offrire il nostro depliant, spiegare il corretto uso del preservativo, mentre il nostro potenziale interlocutore era intento  a soddisfare altre voglie.

E così per poter incontrare direttamente la popolazione gay cominciammo a gestire una serata  a via dei Fienaroli a Trastevere.

Creativo animatore Francesco Simonetti, che qualche anno dopo, a soli trentatré anni, l’aids si porterà via.

Io intanto facevo la spola da Parma perché avevo vinto il concorso per preside gay, e animavo le serate col mio personaggio surreale, la divina presentatrice Messalina, che si era già sbattuta abbondantemente in tutti i favolosi campeggi gay.

Dopo poche settimane a via dei Fienaroli c’è la fila.

A settembre del '90 ci fu la indimenticabile festa al Mattatoio, chiamata Muccassassina, con riferimento alla grafica molto dark che rappresentava delle mucche con la falce che erano tornate per vendicarsi di essere state mattate.

Grande successo che indusse a cercare uno spazio discoteca individuato al Castello, vicino al Vaticano, dove prima c’era un cinema porno, il Mercury, paradiso dei militari, in particolari dei marinai che…

Mi fermo mi rendo conto che sto inseguendo ricordi , sì  tanti  ricordi…. Ma intanto era nata Muccassassina, che col suo grande successo, che continua ancora oggi, ci aiutò a fare informazione, a distribuire preservativi, e a offrire realmente un luogo di aggregazione.

Per la cronaca la sera dell’inaugurazione alla cassa c’era Messalina, vestita tale e quale come la cassiera del cinema porno, con una splendida cotonatura bionda e un maglioncino rosa con fiori stampati:

“Prenda pure un preservativo, prego. Porta fortuna”.

Ma devi sapere che l’aids non è ancora sconfitto. Come non è sconfitta l’omofobia.  Non sacrificare il tuo piacere ma salva la tua salute, con ogni mezzo che la scienza ti offre a sua tutela. E non sacrificare il tuo amore. In quegli anni, in una scuola, una ragazza mi disse: “ma cosa mi vorresti dire, che la prima volta che lo faccio devo usare il preservativo?” Le risposi: “mi piange al cuore, ma devo risponderti “sì”. E se tu oggi mi chiedessi: “cosa vorresti dirmi, che io non posso baciare per strada la persona che amo?”, ti risponderei: “ne hai tutto il diritto ma mi piange il cuore dirti che nella la società ancora c’è tanta omofobia che spesso si manifesta in violenza contro la nostra felicità”.

Questa è la testimonianza che ti consegno.

Con lo stesso impegno con la stessa gioia con lo stesso amore con lo stesso orgoglio.

Ti voglio bene.

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Sono tre i Pride in programma per domani, sabato 9 giugno. Si sfilerà a Pavia, a Trento e  a Roma. In tutte e tre le città l’appuntamento è fissato alle ore 15:00.

A Pavia la marcia dell’orgoglio Lgbti si muoverà da piazza Italia per terminare in piazza Guicciardi, dove si terranno i discorsi dei portavoce. A Trento, invece, che si appresta a vivere il suo primo Dolomiti Pride organizzato con cura, soprattutto, grazie all’impegno del presidente del locale comitato Arcigay Paolo Zanella, si partirà da piazza Dante per raggiungere il Parco delle Albere, dove la festa proseguirà fino a notte inoltrata.

A Roma, infine, ci si muoverà da Piazza della Repubblica. Sarà soprattutto quello della capitale a caricarsi di particolare significato politico, essendo i Pride di domani i primi a essere celebrati dopo le discusse dichiarazioni del neoministro Lorenzo Fontana e il voto di fiducia al governo Conte.

Oltre alle adesioni delle ambasciate di Canada, Francia, Regno Unito, Germania il Roma Pride vedrà la presenza del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, della consigliera regionale Marta Bonafoni, della capogruppo M5s Roberta Lombardi alla Regione Lazio, del vicesindaco di Roma Luca Bergamo con vari assessori della Giunta capitolina. Ma non quella della sindaca Virginia Raggi.

Parteciperanno altresì, fra gli altri, l’europarlamentare Daniele Viotti, il segretario reggente del Pd Maurzio Martina, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, il deputato di +Europa Riccardo Maggi e, ovviamentew, la senatrice Monica Cirinnà, madrina della legge delle unioni civili nonché socia del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

Ed è stato il presidente del Mieli, Sebastiano Secci, a coordinare, in qualità di portavoce del Roma Pride, l’organizzazione della parata e degli eventi previ che si sono tenuti alla Gay Croisette nello spazio di Largo Venue. Una settimana di spettacoli e dibattiti – tra i quali, ieri, quelli con la segretaria della Cgil Susanna Camusso e con Daniele Viotti e Franco Grillini -, la cui conclusione si avrà oggi con la serata di gala presso il Teatro Quirinetta in occasione del 35° anniversario di fondazione del Circolo.

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Contro ogni fascismo continueremo a resistere e lottare. La liberazione continua. Con queste parole si chiude Brigata Arcobaleno - La liberazione continua, il dettagliato documento politico del Roma Pride. Pride, che avrà luogo sabato 9 giugno.

Inserita all’interno di quell’onda arcobaleno che, a partire dal 17 maggio, sta invadendo lo Stivale e interesserà nel complesso 28 città italiane, la marcia dell’orgoglio Lgbti della capitale ha un innegabile rilievo. La recrudescenza di aggressioni omofobiche tra marzo e aprile, di cui tre proprio a Roma, pongono altresì in luce quanto si carichi di significato il Pride del 9 giugno quale appello alle istituzioni troppo a lungo sorde a una tale drammatica realtà. Il tutto sullo sfondo d’un rimontare di istanze cattofasciste con manifestazioni di protesta da parte di Forza Nuova e di processioni riparatorie, di cui anche a Roma ne è stata annunciata una, proprio per il 9 giugno, dal Comitato San Filippo Neri.

Sull’importanza di partecipare al Roma Pride ha parlato giorni fa anche la senatrice Monica CirinnàPer saperne di più, Gaynews ne parla con l’avvocato Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e portavoce del Roma Pride, in un clima di tensione qual è quello che si respira all’indomani degli attacchi M5S, Lega e Fratelli d’Italia al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ci avviciniamo al 9 giugno. Quali le iniziative messe in campo in vista del Pride?

Il 31 maggio ci sarà la conferenza stampa del Roma Pride 2018 che renderà pubblici tutti i dettagli di quest’anno ma intanto ti anticipo qualcosa. Giovedì 31 ci sarà un evento organizzato presso la residenza dell’Ambasciatore Uk avente ad oggetto l’influenza della pop Music inglese sulla comunità Lgbt+. Anche quest’anno, infatti, non abbiamo voluto rinunciare all’idea di accompagnare la Grande Parata del 9 giugno da un serie di eventi culturali e politici su tematiche care alla nostra comunità. Con questo spirito dal 2 all’8 giugno ripeteremo la riuscitissima esperienza della Gay Croisette che quest’anno sarà al LARGO, in zona Pigneto/Prenestina, nota e cara alla comunità Lgbt+ romana anche perché vicina al Qube, locale in cui si tiene da anni la serata Muccassassina e in cui si terrà ADORO, la festa ufficiale del Roma Pride.

Come sempre parleremo di politica, prevenzione, cultura ma ci sarà anche tanto spettacolo, arte e divertimento grazie all’impeccabile direzione artistica di Diego Longobardi. Per tutta le settimana della Gay Croisette ci sarà musica ed animazione fino a tardi grazie alla collaborazione delle organizzazioni care alla comunità Lgbt+ romana che daranno così un prezioso contributo al programma offerto dal Roma Pride 2018.

Come nasce l’idea di Brigata Arcobaleno?

Brigata Arcobaleno - La liberazione continua nasce dalla necessità di dare una risposta concreta alla situazione che imperversa nel nostro Paese. Sono ormai mesi che la cronaca denuncia da Nord a Sud continue aggressioni a danni di persone Lgbt+, vere e proprie aggressioni fasciste. Questo è il frutto di un clima politico avvelenato anche da una campagna elettorale che Amnesty International ha definito ‘intrisa d’odio e xenofobia’ indirizzati ‘non solo ai migranti, ma anche ai rom, alle persone Lgbt, alle donne e ai poveri’.  In un Paese che, purtroppo, tende a cancellare la memoria e a riscriverla a proprio piacimento, è giusto ricordare le Brigate della Resistenza e quei ragazzi e quelle ragazze che l’hanno portata avanti. Non si tratta, tuttavia, di una semplice celebrazione bensì di un impegno nel portare avanti quella lotta contro vecchi e nuovi fascismi. 

Il Circolo Mario Mieli già da tempo ha intrapreso un percorso di collaborazione politica con l’Anpi, che ha visto le diverse realtà del Coordinamento Roma Pride sfilare in prima linea alla manifestazione del 25 aprile. Questo è accaduto perché noi ci sentiamo parte di quella lotta e protagonisti della nostra battaglia, diversa ma idealmente affine, iniziata a Stonewall ‪il 28 giugno‬ del 1969, contro ogni forma di oppressione, prevaricazione, omologazione e normalizzazione delle nostre identità, dei nostri orientamenti affettivi e sessuali e delle nostre specificità, in una parola una lotta quotidiana contro ogni forma di fascismo.

Cosa s’intende per lotte trasversali, di cui si parla nel documento?

L’orizzonte politico alla vigilia del Pride è molto cupo, l’incertezza politica che stiamo vivendo in queste ore fanno prospettare tempi molto difficili non solo per la nostra comunità ma per tutta la società civile. È necessario che i corpi intermedi si ricompattino, che tutte le forze sociali e democratiche del Paese intraprendano un comune percorso, nella consapevolezza che è  essenziale riaffermare il valore dell’intersezionalità delle nostre lotte.  La chiave per contrastare il ritorno del fascismo e il persistere dell’odio, del sessismo e della discriminazione è quella di combattere tutte e tutti fianco a fianco: comunità Lgbt+, movimenti femministi, migranti, lavoratori e lavoratrici e tutti coloro che pongono al centro delle loro battaglie la persona, i suoi diritti e la sua dignità.

Nel documento si parla anche di terapie riparative: costituiscono davvero un pericolo in Italia? 

Le teorie riparative costituiscono un pericolo ovunque, Italia compresa. Nelle segnalazioni che tutte le nostre realtà associative ricevono non mancano quelle riguardanti preti, psicologi e altri finti professionisti che offrono asserite soluzioni e rimedi a gay, lesbiche, bisessuali e trans. È sicuramente opportuno un chiaro intervento legislativo in materia che, muovendo dalle valutazioni della comunità scientifica internazionale, contrasti la diffusione di un fenomeno presente anche nel nostro Paese. È ancor più necessario, tuttavia, intervenire dando a tutte e tutti gli strumenti indispensabili per evitare di cadere nelle trappole di sedicenti riparatori.

Quali sono gli altri punti salienti del documento del Roma Pride?

Il documento politico del Roma Pride di anno in anno cerca di affrontare con lungimiranza e determinazione le rivendicazioni della nostra comunità e del movimento Lgbt+ italiano che hanno una comune matrice: l’autodeterminazione. Ogni volta che si parla di Prep o di Gpa o di affettività vissuta fuori dai cosiddetti schemi tradizionali, solo per citare alcuni dei punti del documento politico, stiamo sempre rivendicando la libertà di poterci autodeterminare pienamente e senza ostacoli culturali e normativi ma, soprattutto, stiamo rivendicando gli strumenti per poterlo fare consapevolmente e in piena libertà.

La sindaca Virginia Raggi e il Presidente Nicola Zingaretti parteciperanno secondo te al Pride?

Ad oggi ancora non abbiamo avuto comunicazioni ufficiali in merito, se non quelle riguardanti il patrocinio sia di Roma Capitale che della Regione Lazio. Patrocini e adesioni formali sono importanti ma ricordiamoci che la nostra è una battaglia fatta, fra le altre cose, di visibilità. È necessario che anche i nostri politici si rendano visibili,  dando un forte segnale di vicinanza e sostegno alle nostre battaglie, sostegno che nel 2018 non può continuare limitarsi ad una firma su un patrocinio o ad una dichiarazione sui social. Il Roma Pride continua ogni anno ad essere una delle manifestazioni Lgbt+ più partecipate del Paese, sono sicuro che la sindaca, così come il presidente Zingaretti, che non hanno potuto partecipare all’ultimo Pride, quest’anno non vorranno perdere l’occasione di stare vicino alla comunità Lgbt+ in uno dei suoi momenti più importanti e attesi dell’anno.

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È iniziato oggi presso l’Hotel Ergife a Roma e proseguirà fino al 24 maggio il 10° Congresso nazionale Icar, Italian Conference on Aids and Antiviral Research.

Ma durante la sessione di apertura c’è stata una forte azione di protesta da parte di componenti di Anlaids, Arcigay, Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, Lila, Nadir, Nps e Plus contro i tagli alla sanità che pregiudicano il diritto delle persone sieropositive a una vita dignitosa. Attiviste e attivisti hanno così occupato il tavolo dei relatori con cartelli recanti scritte diverse come quella I vostri tagli sulla nostra pelle Noi positivi, Voi distruttivi e col simbolico nastro rosso dipinto sul viso.

Come dichiarato nel comunicato congiunto «Le nuove terapie consentono oggi di sopprimere la carica virale di Hiv rendendo le persone in terapia non infettive. Questo può permettere una buona qualità della vita e ha importanti ricadute sul piano della prevenzione. Per ottenere questo risultato, però, devono essere garantiti adeguati standard di assistenza e cura. Oggi, i tagli imposti alla spesa e la conseguente contrazione dei servizi rischiano di compromettere i buoni risultati raggiunti e il perseguimento degli obiettivi ONU a cui anche l’Italia ha aderito.

Le Nazioni Unite giudicano possibile la sconfitta dell’Aids entro il 2030 purché venga rispettato, già entro il 2020, il target: 90-90-90 che prevede che almeno il 90% delle persone con Hiv siano consapevoli del loro stato sierologico, di assicurare almeno al 90% di loro l’accesso alle terapie e, almeno nel 90% di questi casi, la soppressione della carica virale. Oggi le associazioni rivendicano la necessità di perseguire anche un quarto obiettivo, il cosiddetto “4° 90”: la garanzia, cioè per le persone con Hiv in terapia di una buona qualità della vita correlata alla salute.

Nel Piano nazionale Aids approvato dal ministero della Salute e dalla Conferenza Stato-Regioni sono previsti gli interventi per rendere il percorso di cura delle persone con Hiv più efficace e in linea con gli obiettivi terapeutici. Le associazioni chiedono il finanziamento del Piano come atto dovuto perché questo documento di indirizzo possa essere introdotto nella pratica clinica.

Le persone con Hiv restano infatti portatrici di alte e specifiche esigenze di salute in ragione della complessità della cura, della particolare vulnerabilità sociale, del progressivo invecchiamento della popolazione interessata e della possibile insorgenza di gravi patologie concomitanti. I tagli rischiano invece di riportare l’orologio indietro di vent’anni.

In tutta Italia assistiamo infatti alla riduzione di controlli ed esami clinici fondamentali per il monitoraggio della salute del paziente e ad un indebolimento del ruolo del medico infettivologo che andrebbe anzi rafforzato e reso protagonista del rapporto con altri specialisti per un approccio multidisciplinare alla salute del paziente.

Per rispondere alle nuove necessità di oggi, bisogna garantire al medico infettivologo il coordinamento con altri medici specialisti adeguatamente formati sull’Hiv, quindi in grado di garantire interventi competenti, tempestivi, multidisciplinari di monitoraggio ordinario e con una diagnostica adeguata».

Sandro Mattioli, presidente di Plus Onlus, ha dichiarato: «In parecchi centri clinici italiani è stato, oramai, adottato il criterio della turnazione tra i medici che seguono il paziente. Le motivazioni sono di carattere gestionale, tra cui il contenimento della spesa sanitaria. Che fine ha fatto il rapporto medico-paziente, che è stato per anni considerato la chiave del successo terapeutico in Hiv? Sono oramai troppe le persone che ci riferiscono di essere costrette a spostarsi dalle loro città per ricevere un’assistenza clinica multidisciplinare: ci chiediamo, provocatoriamente, se le parole ‘Sistema sanitario nazionale" abbiano, oggi, ancora significato».

Gli ha fatto eco Margherita Errico, presidente di Nps Italia, che ha affermato: «La discriminazione è ancora troppo presente nel nostro Paese. Mi preme ricordare l’ambito lavorativo e l’ambito dei servizi ai cittadini, anche quelli socio-sanitari. Mi chiedo come possiamo parlare di ‘normalizzazione’, quando di normale c’è solamente la difficoltà quotidiana della persona con Hiv nel garantirsi una vita serena, di prospettiva, come le persone senza Hiv? Perché il progresso scientifico, oramai consolidato, non va di pari passo con quello sociale, di garanzia dei diritti?».

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Continua lo speciale di Gaynews, dedicato ai giovani Lgbti. 

Oggi è la volta del 27enne Valerio Colomasi, siracusano di nascita ma vivente a Roma da anni. A lui abbiamo chiesto di raccontarci il suo coming out, l’impegno per la promozione della cultura dell’inclusione durante gli anni universitari alla Luiss Guido Carli e quello nella lotta alle discriminazioni come socio del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli a Roma. 

Valerio, quando hai scoperto di essere gay, quali sono state le tue emozioni e i tuoi pensieri? Com’è stato il tuo coming out in famiglia?

Ho sempre avuto la certezza di non aderire, per vari aspetti, al modello che la società aveva preparato per me. Il mio rapporto con questa consapevolezza è mutato nel corso degli anni al mutare della mia maturazione e della mia formazione. Quando ho preso coscienza di essere omosessuale ho avuto la fortuna di trovarmi in una fase molto positiva della mia vita, al punto che il mio percorso di accettazione si è limitato ad una semplice presa d’atto della situazione. Quanto ai coming out il discorso è diverso. Non è un caso che io ne parli al plurale: ciascun coming out ha avuto un valore completamente diverso dagli altri. I primi coming out, con gli amici, sono stati liberatori e hanno rappresentato gli strumenti per costruirmi uno spazio di libertà; poi mi sono fermato.

Ho costruito una dimensione di vita libera e piena, dove nulla era nascosto, dal mio attivismo a Muccassassina, ma avevo difficoltà a comprendere perché io, da persona molto riservata, dovessi essere costretto a fare una dichiarazione pubblica per essere letto, e dunque compreso, dalla società. Ho rifiutato il coming out come uno strumento di controllo sulla mia sfera personale e solo successivamente ho imparato a rivendicarlo come un mezzo di testimonianza pubblica del mio impegno sociale e politico. Per questo, dopo qualche anno, decisi di parlare di me a 360° in una campagna di comunicazione del Roma Pride, una specie di coming out urbi et orbi, con l’intenzione di trasformare qualcosa che consideravo oppressiva in uno strumento di liberazione collettiva, una testimonianza che speravo potesse dare coraggio a chi ancora non l’avesse trovato: coraggio di essere se stessi ma anche, e soprattutto, coraggio di combattere per una società diversa.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza nel gruppo Lgbti della Luiss, di cui sei uno dei fondatori?

L.Arcobaleno è stata, e continua ad essere, un bellissimo esempio di associazionismo. Gli anni che ho dedicato alla nascita e alla crescita di questa associazione non mi hanno solo lasciato ricordi indelebili, ma mi hanno formato come attivista. Sono stati i miei anni di crescita e a quella esperienza sono debitore per quello che sono adesso, anche e soprattutto per il mio modo “laico” di leggere e di vivere l’attivismo Lgbti italiano.

L.Arcobaleno, infatti, è nata anche per dare una casa a chi nel movimento Lgbti non trovava posto, dando dello stesso una lettura critica ma costruttiva. Quella visione rappresenta uno dei tesori più preziosi che porto con me da quegli anni e che cerco di mettere al servizio delle realtà in cui lavoro: il fatto che determinate cose sono sempre state fatte in un certo modo non può voler dire che dovrà essere così per sempre.

Svolgi la tua attività di militante Lgbti nell’ambito dell’associazionismo. Quali sono secondo te i pro e i contro di questa esperienza?

Su pro e contro dell’associazionismo bisognerebbe scrivere un libro. Sicuramente l’associazionismo Lgbti italiano, come in generale tutto il mondo del Terzo Settore, sta vivendo una crisi importante, frutto della trasformazione epocale che viviamo. Questa fase richiede un enorme sforzo di comprensione dei profondi mutamenti che la nostra società ha vissuto negli ultimi decenni e richiede anche un lavoro di trasformazione e adattamento delle associazioni e dei movimenti per rispondere alle nuove esigenze. Lo schema attuale che vede confrontarsi dei modelli aggregativi “novecenteschi” e un pubblico di potenziali attivisti ormai entrati concettualmente (oltre che anagraficamente) nel nuovo millennio, non riesce più a portare avanti con la medesima efficacia quelle istanze di cambiamento che restano essenziali per la società italiana. L’analisi delle criticità, più che dei “contro”, si ricollega inevitabilmente ai “pro” della mia attuale esperienza associativa al Circolo Mario Mieli.

Il Circolo quest’anno compie 35 anni e con la sua colossale storia porta anche le inevitabili necessità di trasformazione. La differenza rispetto ad altre realtà, nonché la ragione che mi ha spinto ad impegnarmi qui, è che il Circolo ha capito che è necessario cambiare e sta cominciando a farlo. Un cambiamento più vicino a una naturale evoluzione che a una sbrigativa “rottamazione”, un adattamento finalizzato a continuare il proprio compito di trasformazione del Paese partendo dalla nostra storia, coinvolgendo le forze migliori che negli anni hanno dedicato le proprie energie al Circolo e investendo sulle nuove energie che si affacciano adesso all’impegno politico.

L’onda Pride 2018 è in arrivo. Cosa pensi di questa formula? Un orgoglio dei localismi ?

Onda Pride è uno strumento e come tale non è di per sé né buono né cattivo. Gli strumenti sono funzionali ad una strategia che a sua volta segue l’analisi della situazione; il problema di Onda Pride è che, pur rispondendo ad una corretta analisi del movimento Lgbti italiano, non è al servizio di alcuna strategia. Onda Pride nasce proprio dalla presa d’atto che non si riusciva a formulare alcuna strategia complessiva sulla questione “Pride” e quindi ci si è limitati ad abbandonare il campo e a fotografare un movimento Lgbti che in Italia è sostanzialmente “cittadino”. Prova dell’assenza di strategia è che Onda Pride nel corso degli anni si è via via depotenziata riducendosi, oggi, ad un mero elenco online di Pride su tutto il territorio nazionale. Il problema è l’assenza di strategia, non gli strumenti, e negli ultimi anni abbiamo assistito ad un fiorire incessante di strumenti con il contemporaneo appassire di ogni forma di strategia politica collettiva.

Per rispondere direttamente alla domanda: sì, è il trionfo dei localismi ma questo non è di per sé un problema perché frutto della constatazione che ad essere “locale” è lo stesso movimento Lgbti italiano. Il problema, semmai, è appiccicare un’etichetta dal vago sapore unitario a qualcosa che unitario non è. Del resto anche questa non è affatto una pratica nuova nel nostro mondo.

Cosa significa per te lavorare come militante in una città cosi grande e piena di contraddizioni come Roma?

Roma è una città difficile, e non mi riferisco solo alle innegabili difficoltà logistiche e pratiche di una metropoli che negli ultimi anni è stata governata come se fosse una cittadina medio-piccola. Il problema di Roma, oggi, è il torpore. Un torpore che talvolta è anche politico, culturale e artistico, e che la fa retrocedere nell’immaginaria classifica delle città di avanguardia. Come è possibile che una città così grande, così interessata da fenomeni migratori, abbia rinunciato a costruire strade nuove del pensiero, della cultura e della politica che, grazie alla contaminazione, dovrebbero invece trovare un ambiente estremamente fertile a Roma?

Sicuramente c’è un problema di classe dirigente, quella vecchia che nel sonno del pensiero non conforme prospera, ma anche quella che pretende di essere “nuova”, ma che è arrivata alla guida grazie alla semplificazione spicciola e alla divisione netta, guardando con orrore a chi ricerca le sfumature e “complica” i discorsi per andare a leggere ciò che non è visibile a occhio nudo. Il patto scellerato tra queste due “elite” ha portato a politiche di smantellamento costante dei luoghi di elaborazione culturale e politica non inquadrate, nonché a continui tentativi di indebolimento delle istanze di cambiamento radicale che, con difficoltà, maturano anche in questa città sfortunata.

Il risultato elettorale ha viswto un’avanzata del M5s e della Lega nonché una disfatta dei partiti della sinistra. Il Movimento Lgbti come può rafforzare la sua battaglia per i diritti Lgbti? È sufficiente parlare solo di questi diritti oppure è ora di cambiare allargando ad altri fattori di rischio?

Dopo il 4 marzo ci troviamo in una fase di passaggio in cui si abbozzano nuovi poli politico-elettorali, la cosiddetta “Terza Repubblica”, ma dubito che l’affermazione di Lega e Movimento 5 Stelle esaurisca la trasformazione del quadro politico. I due partiti, pur diversi in tanti aspetti, hanno in comune l’impostazione politica di fondo, in particolare in riferimento al ruolo della politica nella società. Entrambi sembrano allergici ai corpi intermedi e vivono il ruolo dei partiti politici come quello di un catalizzatore dei sentimenti e delle emozioni dell’elettorato. Per rendere efficace questa impostazione devono solleticare questi sentimenti e queste emozioni innescando un circolo che si autoalimenta. Allo stato attuale manca un’alternativa politica a questo schema, quantomeno in una dimensione virtualmente maggioritaria. Ecco, credo che queste elezioni abbiano dato vita ad uno solo dei poli che si contenderanno la leadership nella “Terza Repubblica”, manca il suo antagonista. Quella che manca è una voce progressista che si assuma la responsabilità di non limitarsi a registrare e rilanciare gli umori dell’elettorato ma che si impegni a governare le trasformazioni che le nostre società stanno vivendo. Serve una voce che rimetta al centro i corpi intermedi e che con essi si impegni a fare elaborazione e sintesi politica. La sfida del nostro movimento dopo le elezioni di quest’anno è innanzitutto questa.

Noi siamo tra coloro che più hanno da perdere dall’eccessiva semplificazione del dibattito pubblico, dalla rappresentazione senza filtri di sentimenti e umori e dalla morte di quei corpi intermedi che hanno rappresentato le sedi dell’avanguardia politica e culturale nel nostro Paese. Del resto le ultime elezioni ci hanno dato prova di quanto diventi ininfluente il movimento Lgbti italiano, soprattutto in ambito nazionale, quando i partiti privilegiano il rapporto diretto tra elettore e leader. Così il principale partito di centrosinistra, per anni interlocutore privilegiato del nostro mondo, ha “impallinato” un attivista storico, oltre che ottimo senatore, come Sergio Lo Giudice, ha scritto la parte del programma relativa alle questioni Lgbti  senza il contributo delle associazioni Lgbti, ha ricandidato i catto-dem che hanno mutilato la legge sulle unioni civili e la lista potrebbe continuare. Forse, quindi, la sfida che abbiamo davanti non riguarda solo e tanto le nostre rivendicazioni ma il modo stesso di fare politica perché su questo piano si gioca oggi la partita decisiva per il progresso del Paese.

Una volta essere gay, visibile e impegnato nel movimento Lgbti era “rivoluzionario”. Cosa significa essere un persona Lgbti nel nuovo Millennio?

Direi che essere impegnati nel movimento Lgbti oggi ha comunque una portata in qualche modo “rivoluzionaria”. Certo, il mondo è cambiato e le sfide di oggi sono molto meno complesse di quelle di ieri, ma la testimonianza delle tante persone che, in un’epoca di disimpegno, scelgono di mettersi al servizio della comunità rappresenta qualcosa di prezioso. Il nostro movimento, nonostante le tante difficoltà, continua a scendere in piazza, continua a costruire politica, continua a interrogarsi e a crescere, continua a fare cultura, continua a sopperire alle lacune nelle politiche di Welfare, continua a creare aggregazione, tutte attività che ormai fanno in pochi. Fare politica in un contesto in cui sembra che nessuno voglia più davvero farla è una scelta rivoluzionaria, rappresenta un modo diverso di essere cittadini e cittadine: di questo dobbiamo essere molto orgogliosi.

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