Nella Giornata mondiale del Coming Out Polis Aperta, l’associzione che, fondata nel 2005 e facente parte della rete europea Egpa (European Glbt Police), riunisce persone Lgbti appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ordine, lancia sui social la campagna Se non mi nascondo lavoro meglio #identitàindivisa.

Come spiegato sulla pagina Fb dell’associazione, l’iniziativa è a «sostegno del coming out per chi indossa una divisaDall’armadietto all’ufficio, la vita privata e pubblica si mischiano, foto o oggetti che raccontano la parte più felice di ogni operatore e lo accompagnano durante turni, a volte non facili. La quotidianità diventa la protagonista della campagna social di Polis Aperta a sostegno del coming out sul posto di lavoro, perché chi ama liberamente vive il proprio lavoro con entusiasmo e passione».

Una campagna, questa, basata anche sulla condivisione degli scatti fotografici dei singoli soci e socie in divisa, alcuni dei quali non si sono potuti però utilizzare.

«Come è giusto che sia – si legge relativo post –, talune erano soggette ad autorizzazione da parte del ministero dell’Interno, il quale ha negato la stessa. Per la Polizia di Stato troverete ahimè l’unica foto non soggetta ad autorizzazione.

Dispiace sottolineare come ancora una volta si neghi l’utilizzo di foto innocue e rispettose della Polizia di Stato, senza peraltro motivazione alcuna, che rilancino messaggi di inclusività e rispetto delle persone Lgbti appartenenti alla P. di S., nonché un messaggio di reale apertura alla collettività, in particolare modo della comunità Lgbti».

Il riferimento è alla foto dell’unione civile tra l’agente Raffele Brusca e Antonio Sapienza, vittime fra l’altro d’insulti omofobi a mezzo social da parte di Gennaro Nablo.

«Sono campagne sociali come queste – si legge alla fine - che in tutta Europa hanno contribuito ad ampliare il rapporto di fiducia tra la comunità Lgbtgi e le Forze di Polizia e ad abbattere il fenomeno dell’under-reporting. Buon Coming Out al suon di #identitàindivisa».

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Ricorre quest’anno la 30° edizione del Coming Out Day. La data dell’11 ottobre fu scelta da Robert Eichberg e Jean O'Leary, ideatori della ricorrenza, che vollero così ricordare il primo anniversario della marcia nazionale statunitense su Washington per i diritti delle persone Lgbti

In tale giornata si vuole rimarcare l’importanza del coming out ossia la decisione di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale o identità di genere: atto liberatorio per le persone Lgbti che in quanto tali subiscono discriminazioni; atto emancipativo secondo  Karl Heinrich Ulrichs, pioniere del movimento omosessuale, che, ritendo l’invisibilità un ostacolo fondamentale al cambiamento dell'opinione pubblica, invitava le persone omosessuali a uscire allo scoperto

Tante le iniziative organizzate in tutto il mondo per celebrare tale giornata e riflettere sull’importanza del coming out. 

In Italia, ad esempio, il Comune di Torino ha diffuso un vademecum che, rivolto ai dipendenti e alle dipendenti, suggerisce alcuni atteggiamenti e comportamenti per favorire un clima attento e sensibile alla pluralità, per viverla come una ricchezza e un’opportunità di capire meglio gli altri e i loro bisogni, le loro potenzialità, siano essi colleghi e colleghe o utenti dei suoi servizi alle persone.

Come spiegato dall’assessore alle Politiche giovanili e alle Pari opportunità Marco Giusta, «vivere con serenità le ore vissute sul posto di lavoro, che occupano una parte importante della nostra giornata, è un fattore di benessere dell’individuo e dell’organizzazione di cui si è parte. Sul posto di lavoro le persone comunicano e condividono la loro quotidianità, raccontano le ore dedicate alla famiglia, agli affetti, alla vita sociale.

Esprimere liberamente la propria personalità, senza pregiudizi e preconcetti, e ottenere accettazione e rispetto è quindi un forte elemento di motivazione e di qualità della vita».

Ma il coming out resta per tante e tanti ancora associato a sentimenti di timore e insicurezza, soprattutto laddove la pressione sociale è più forte e gli atteggiamenti stigmatici sono più diffusi. 

Non stupisce perciò il ricorso sempre più diffuso ai social per superare tali paure e incertezze. Facebook, Instagram, Twitter e non solo consentono agli utenti non solo di condividere le proprie esperienze, ma allo stesso tempo di vedere punti di vista diversi, nuove culture e stili di vita. Spesso però questo non si ferma a un semplice scambio di esperienze. Le piattaforme social sono infatti luogo dove gli utenti si danno sostegno, anche se non si conoscono di persona e sono separati da centinaia o migliaia di chilometri. 

Per il numero contenuto di caratteri Twitter è spesso il canale scelto da molte persone e anche da celebrità per fare coming out (non esclusivamente l'11 ottobre) ed essere di sostegno ad altri. Si pensi ad Alessandra Amoroso, a King Cleo, a Paris Jackson o a Collin Martin.

Nella giornata odierna si stanno perciò digitando gli hastag #LoveIsLove, #BornThisWay, #Pride e, ovviamente, #ComingOutDay. Legato a quest'ultimo, in Italia si utilizza anche l’hashtag #HoQualcosaDaDirvi​​, che, creato per una precedente campagna di comunicazione, è volto a incoraggiare le persone a esprimere e raccontarsi tramite pillole sui social, rivelando il proprio orientamento sessuale o identità di genere.  

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Sarà presentato questa sera al Florence Queer Festival il documentario Il calciatore invisibile che, scritto e diretto da Matteo Tortora, è stato realizzato grazie alla raccolta fondi per Produzioni dal Basso e al sostegno di Toscana Film Commission, Livorno Film Commission, Regione Toscana e Comune di Livorno. 

Come Rafiki (proiettato il 2 ottobre) Il calciatore invisibile è una delle due anteprime che, nell’ambito dell’importante rassegna giunta alla 16° edizione e diretta da Bruno Casini e Roberta, gode della partnership del Festival dei Diritti promosso dal Comune di Firenze. Incentrato sul tema tabù dell’omosessualità nel calcio, il documentario sarà infatti presentato alle 21:30, presso il Cinema La Compagnia, dal regista, dai giocatori della squadra Revolution Team insieme con gli assessori comunali Sara Funaro e Andrea Vannucci.

Saranno proprio i calciatori della Revolution Team a essere i veri protagonisti della serata, dal momento che la pellicola documentale ripercorre la storia della squadra amatoriale fiorentina composta da giocatori omosessuali.

È noto come negli ultimi anni sempre più atleti, anche di fama mondiale, facciano coming out in quei Paesi dove i diritti della minoranza arcobaleno sono tutelati. Nuoto, atletica, tennis, pallavolo, rugby sono tra le discipline sportive col maggior numero di atleti/e Lgbti a differenza del calcio, dove i coming out effettuti si contano sulle dita.

Il documentario racconta l'attuale stato delle cose, ricordando al pubblico la breve ma complessa lista degli episodi legati alla discriminazione, accaduti in campo, negli spogliatoi o in varie occasioni pubbliche.

Con un impianto classico le interviste ad alcuni dei protagonisti della Serie A italiana, tra cui Alessandro Costacurta, Cesare Prandelli, il vicedirettore della Gazzetta dello Sport Andrea Di Caro, si alternano alle testimonianze dei calciatori della Revolution Team: una squadra da anni in campo, per dimostrare al pubblico che il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere non possono e non devono rappresentare un limite per lo sport che si ama. 

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«Fare coming out significa affrontare il giudizio della propria famiglia, degli amici, dei colleghi sul posto di lavoro, e a volte anche il proprio, il giudizio peggiore, quello verso sé stessi, condizionato dall’ambiente stesso che impone standard sul genere umano.

Fare Coming out non è ostentare una scelta: è avere il coraggio di quelle parole che non andrebbero nemmeno dette, perché dovrebbero scorrere sotto il nome paradossale di normalità. Vivere liberamente e semplicemente la propria normalità di omosessuale è un diritto quanto respirare aria pura».

Con queste parole Michele Caccamo e Luisella Pescatori, editore e direttrice editoriale de Il Seme Bianco, hanno lanciato il progetto Coming out. Finalizzato a stimolare chi desidera aprirsi al mondo e a sollecitare l’accettazione delle differenze, esso sarà condotto sui coming out inviati a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..

La raccolta dei singoli racconti autorivelativi del proprio orientamento sessuale o identità di genere sarà quindi pubblicata in Fiori Arcobaleno, la collana editoriale de Il Seme Bianco che, curata da Emanuela Dei, è incentrata tanto su testimonianze quanto su saggi relativi alla collettività Lgbtqi.

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Il 23 settembre è la Giornata mondiale dell'Orgoglio bisessuale. Per tale data il mondo Bisex, il coordinamento delle associazioni e dei collettivi bisessuali italiani, ha indetto una manifestazione a Roma in piazza Madonna di Loreto (ore 16:00, sotto la Colonna Traiana).

Ne abbiamo parlato con l’attivista veronese Tom Dacre, 29 anni, da tempo residente a Roma. Tom è tra gli organizzatori dell’iniziativa.

Perchè una manifestazione per le persone bisessuali? 

I pregiudizi sono tanti. Quante volte avete sentito dire: “È un’omosessuale che si nasconde”? Purtroppo oltre all’omofobia, chi è bisessuale subisce anche la bifobia di quanti, anche all'interno della comunità, sostengono che la bisessualità non esiste. Un altro luogo comune è che la bisessualità sia solo una fase. Eppure a me questa fase dura da dodici anni e conosco persone alle quali questa “fase” sta durando da molti anni.

I miei studi classici mi riportano alla mente Giulio Cesare, noto oltre che per le sue strategie militari anche per i suoi appetiti sessuali estesi a entrambi i sessi, tanto da essere chiamato “Il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.  Questa “fase” pare sia durata fino alla sua uccisione; chissà, forse se Bruto e Cassio non lo avessero ucciso sarebbe giunta al termine.

Cosa rispondete a chi dice che le persone bisessuali non sanno scegliere? 

Che la bisessualità è sia un orientamento sessuale più preposto di altri al tradimento è un’altra delle convinzioni più radicate. Come se le persone eterosessuali e omosessuali non tradissero. In altri casi si pensa che le persone bisessuali sono per forza di cose poliamorose, quando invece come negli altri casi, ci sono persone bisessuali monogame e persone bisessuali poliamorose. Io appartengo ald secondo gruppo, ma si tratta della mia situazione personale. Alcuni pensano invece che essere bisessuali possa essere un vantaggio, in quanto si può benissimo lasciare perdere la parte omosessuale e intraprendere una relazione eterosessuale, come se autoreprimersi fosse un vantaggio.

Quali sono stati i coming out più rilevanti per la bisessualità?

Ci sono stati coming out di personaggi famosi in tal senso puntualmente ignorati: la cantante italiana Gianna Nannini, dichiaratasi bisessuale nel 2002 è tutt’ora vista dai più come una lesbica non dichiarata; il campione mondiale dei pesi medi della boxe dal ‘62 al ’67, lo statunitense Emile Griffith, che nel 2005 ormai anziano dichiarò la propria bisessualità (che non aveva mai nascosto pur non avendola mai formalmente dichiarata); i rapper Frank Ocean e Taylor Bennet, entrambi dichiaratisi bisessuali, il primo nel 2012 e il secondo quest’anno; oppure si potrebbe parlare del cantante Michele Bravi, che venne preso di mira da molte persone e considerato un omosessuale represso quando annunciò nel 2017 di avere una relazione con un ragazzo e di apprezzare anche le donne.

Cosa è cambiato oggi rispetto al passato?

Oggi la bisessualità è più accettata rispetto al passato ed inizia ad essere considerata come una realtà a sé stante. La strada è tuttavia ancora molta per poter superare le discriminazione. L’invisibilità nella cultura di massa rende la bisessualità inevitabilmente qualcosa da “accettare”. Per questo è importante, non solo per le persone bisessuali, ma anche per quelle eterosessuali, omosessuali e asessuali, scendere in piazza e dare visibilità alla realtà bisessuale.

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Luca ha 25 anni. Vive a Pisa, dove frequenta il secondo anno magistrale di chimica. Nella città della Torre milita da circa un anno presso il locale comitato d’Arcigay. Ma il suo impegno nel combattere contro le discriminazioni non si limita al solo attivismo.

Per saperne di più l’abbiamo raggiunto telefonicamente.

Luca, ci racconti il tuo coming out? 

Il mio coming out è stato con un amico dell'università. Non mi ricordo neanche come eravamo finiti nel discorso. Sono passati anni ormai, ma mi è rimasto impresso che, appena ho fatto coming out, sono scoppiato a piangere. Penso sia un a reazione naturale quando ti liberi di un peso dopo anni.

Hai poi scoperto il mondo delle Drag queen. Com'è avvenuto? 

Questa idea mi è balenata nella testa quando ho visto delle Drag queen per la prima volta. Prima di frequentare l'università non andavo proprio in discoteca e di certo non avrei avuto modo di vedere delle esibizioni di Drag queen dal vivo: non sapevo neanche cosa fossero!

Quando ho fatto coming out ho iniziato a frequentare diverse discoteche Lgbt e quando ho visto per la prima volta le drag queen esibirsi è stato subito amore a prima vista. Mi ricordo che raccontai a delle mie amiche di quanto mi fossi innamorato di tutti quei colori, dei vestiti eccentrici e dei trucchi esagerati nel vederli per la prima volta dal vivo. Dissi allora che prima o poi lo avrei fatto anche io. Sono passati quattro anni da questa dichiarazione ma alla fine ho mantenuto la mia promessa.

Quali sono le tue emozioni quando ti esibisci? 

Premetto che anche in passato, prima di iniziare l'università, mi sono ritrovato su un palco a cantare o a suonare il pianoforte in mezzo a un pubblico: quindi già ero cosciente dell'emozione che si prova.

Detto questo, esibirsi da drag è tutta un'altra storia: il trucco, i vestiti e soprattutto il modo di fare e di porsi con il pubblico devono tutti insieme far sì che il pubblico ti veda per il personaggio che sei e che presenti. In tutta sincerità, esibirmi da Drag queen mi permette di fare cose che senza il travestimento addosso non farei mai: indosso una maschera per mostrare una parte di me che senza maschera non verrebbe fuori.

Gli abiti, il trucco, le scarpe dai tacchi alti… Chi ti cura il look? 

Per la mia prima esibizione mi sono messo molto d'impegno e sono stato tre mesi a preparare tutto il vestito! Non volevo e non voglio semplicemente mettermi il primo vestito che indosso. Preferisco renderlo mio oppure farlo anche da zero nei limiti del possibile (non sono un esperto di sartoria ma sto imparando!). Per me, per ora, la progettazione e la realizzazione dell'intera esibizione è un lavoro di squadra: ho amiche e conosco sempre nuove persone che si rendono disponibili a darmi una mano con il trucco o con l'acconciatura della parrucca o con la realizzazione del vestito. Tutti si divertono a partecipare anche nel piccolo e per questo li ringrazio. Perché senza di loro certe mie idee bizzarre non le avrei mai potute realizzare da solo. Ho cominciato da poco e piano piano sto imparando a truccarmi e a cucire: per il prossimo futuro vorrei realizzare un vestito lungo da zero.

In un periodo come quello attuale, contrassegnato  da una forte presenza di atti omofobici, transfobici e bullistici, che cosa significa fare la Drag queen? 

La sensazione che ho percepito la prima volta che sono uscito allo scoperto davanti al pubblico, con tutto il travestimento addosso, è stata di ansia, timore e coraggio. La mattina dopo ho realizzato che avevo fatto coming out per la seconda volta ma, a differenza del passato, ero più consapevole e soprattutto orgoglioso di rappresentare la comunità Lgbti nel piccolo della mia esibizione. Considerando come stanno evolvendo i tempi, sono pronto a risalire su un palco se serve a dare fiducia a chi mi guarda.

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Nel 49° anniversario dei Moti di Stonewall e in occasione della partita della Pride Night con l'Fc Dallas Collin Martin, centrocampista del Minnesota United, ha annunciato di essere gay. È così, di fatto, l’unico atleta ad aver pubblicamente rivelato la propria omosessualità tra quelli ancora in attività nelle principali leghe sportive professioniali.

Robbie Rogers aveva fatto coming out nel 2013 quando giocava nel Los Angeles Galaxy ma si è ritirato a novembre scorso. Anche il cestista della Nba Jason Paul Collins e il giocatore di football della Nfl Michael Alan Sam, Jr avevano rispettivamente dichiarato la loro omosessualità nel 2013 e 2014 per poi ritirarsi poco dopo.

Martin, che ha giocato sei campionati (compresi i quattro con la Dc United), ha dichiarato su Twitter come già da alcuni anni avesse comunicato il proprio orientamento sessuale a familiari, amici e compagni di squadra.

«Oggi – ha aggiunto – sono orgoglioso che l’intero team e i dirigenti del Minnesota United mi conosca come gay. Ho ricevuto solo attestati di gentilezza e accoglienza da parte di tutti nella Major League Soccer».

Ha voluto poi rivolgere  parole d’incoraggiamento a quanto giocano a livello professionale o dilettantistico perché abbiano «la sicurezza che lo sport darà loro il benvenuto con tutto il cuore». Ha infine aggiunto: «Giugno è il mese del Pride e io sono orgoglioso di giocare per la Pride Night e di giocare come uomo gay».

Cyd Zeigler, co-fondatore di Lgbt Outsports.com, ha confermato che Martin è l'unico atleta maschile professionale tra quelli in attività ad aver fatto coming out.

 

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Quando sei mesi fa ha trovato il coraggio di fare coming out, quasi tutti i compagni di classe dell'Istituto informatico Enrico Mattei di San Donato Milanese (Mi) gli hanno manifestato solidarietà, vicinanza e affetto.

Alcuni di loro però lo hanno bullizzato verbalmente, forti anche dell’indifferenza di qualche insegnante ma, soprattutto, della complicità di un docente che a più riprese ha stigmatizzato l’omosessualità del 17enne. Tra gli insulti rivoltigli dai compagni di classe anche affermazioni del tipo I froci devono bruciare tutti.

A rendere pubblico l’accaduto I Sentinelli di Milano che, con un post del 27 giugno, hanno anche riferito come il giovane sia «stato spettatore suo malgrado di una scena in classe nella quale venivano esaltate dichiarazioni violentemente ostili del neo ministro della famiglia Lorenzo Fontana».

L’associazione fondata da Luca Paladini si è impegnata «a essere al suo fianco in questa battaglia di civiltà. Il suo coraggio e la sua determinazione sono un insegnamento per tutti noi».

La drammatica vicenda, che sarà oggetto nei prossimi giorni di una mozione in Consiglio comunale, è stata lungamente commentata all’Ansa da Susanna Musumeci, la dirigente scolastica reggente (dal 16 maggio scorso) dell’Itis Mattei.

In una lunga lettera inviata all’agenzia di stampa ha spiegato come l'istituto abbia «accompagnato la classe con interventi psicologici. Ha poi agito con interventi correttivi e provvedimenti disciplinari nei confronti di quei pochi ragazzi che non hanno mostrato la comprensione ed accoglienza naturali e necessarie: anche il penultimo giorno di lezione sono state comminate due ammonizioni scritte a fronte di commenti discriminatori. E questo conferma l'impegno e l'attenzione dell'istituto a monitorare la situazione e sostenere la vittima».

Gli interventi hanno colpito anche il docente che ha irriso il 17enne.

La dirigente ha infine dichiarato che «i contatti con la famiglia sono stati tenuti dal consiglio di classe e dal mio predecessore. Ma dal 16 maggio a oggi nessuno mi ha contattata: non comprendo le dichiarazioni di solitudine della famiglia rispetto al problema anche se solidarizzo con la sofferenza provata e stigmatizzo le situazioni subite». 

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Polis Aperta è l’associzione che, fondata nel 2005 e facente parte della rete europea Egpa (European Glbt Police), riunisce persone Lgbt appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ordine.

Durante l’ultima assemblea generale ordinaria, tenutasi lo scorso 14 Aprile, sono stati rispettivamente eletti alle cariche di presidente e vicepresidente Gabriele Guglielmo e Michela Pascali. Per i prossimi tre anni essi saranno coadiuvati nel Consiglio direttivo da Simone Bragaglia quale tesoriere, Giuseppe Caputo quale consigliere e Daisy Melli quale consigliera e addetta Ufficio stampa

Incontriamo proprio il neopresidente Guglielmo, per avere maggiori ragguagli sulla mission e i prossimi obiettivi di Polis Aperta.

Quali sono gli obiettivi che si propone il nuovo direttivo di Polis Aperta? Quale, invece, l’eredità più preziosa ricevuta dal precedente direttivo?

L'eredità più preziosa che riceviamo dal precedente direttivo, e in particolare dall'ex presidente Simonetta Moro, è la consapevolezza che le cose stanno cambiando, che a volte un attacco è più utile di un applauso. Negli anni siamo passati dall'invisibilità (quasi clandestinità dei primi incontri dei soci fondatori) all'essere ricevuti dai ministri di competenza. Adesso facciamo formazione rivolta ai colleghi di ogni corpo e anche questa è un'eredità del grande lavoro fatto da Simonetta Moro, che ha tradotto e adattato alla situazione italiana il toolkit creato dall'Università di Dublino insieme a G-Force (la Polis Aperta irlandese) e diffuso dopo la VI° conferenza internazionale europea delle polizie Lgbt a Dublino (organizzata dall'Egpa).

Uno degli obiettivi che si propone il nuovo direttivo è la celebrazione tramite conferenze ed eventi del calendario Lgbt, a partire dalla Giornata della memoria del 27 gennaio chiudendo con il World Aids Day del 1° dicembre, passando attraverso Idahot, T-DoR, Bi-Sexuality Day nonché sfilando al più alto numero di Pride in Italia e all'estero.

Il muro di antagonismo, che storicamente oppone le Forze dell'ordine e la comunità Lgbt, può e deve cadere: noi in qualche modo facciamo nostri i moti di Stonewall, li rivendichiamo come esempio di quello che la polizia oggi nel 2018 non può e non deve mai più fare. Gli abusi delle forze di polizia quel 28 giugno 1969 hanno creato quella scintilla da cui è divampata quella fiamma fortissima che è il movimento Lgbt. Quella fiamma che porta oggi gli operatori di polizia Lgbt non solo a non osteggiare i Pride, ma addirittura a sfilarvici e organizzarli.

Secondo lei qual è la criticità più diffusa relativamente alla vita delle persone Lgbt che militano nelle forze armate e nelle forze dell’ordine? Qual è il tasso di omofobia che, secondo lei, persiste nell’ambito di queste categorie professionali? 

La criticità più diffusa per le persone Lgbt in uniforme sta nell'autoaccettazione. Si combatte a testa alta quando, si sa di stare dal lato giusto della storia. Ma quando sei convinto di essere sbagliato non riuscirai a fare nulla e ti nasconderai terrorizzato dalla possibilità di essere scoperto. E qui torniamo in gioco noi, non solo offrendo ai colleghi che lo chiedono quell'orecchio pronto ad ascoltare, a confrontare, a capire. Ma la nostra stessa presenza, esistenza, la tranquillità con cui trattiamo le nostre vite sentimentali, sono un esempio tangibile che si può indossare una divisa e vivere la propria esistenza in assoluta tranquillità.

Questo non significa che l'omofobia nelle forze dell'ordine non esista, anzi, è dura da scardinare. Ma ormai è cominciato quel percorso, o meglio quel meccanismo mentale, che porta i colleghi più beceri a trattenersi, per paura di imbattersi in sanzioni. Non è più tollerabile, e di fatto non è più tollerata, l'omofobia: essa è fonte di imbarazzo per gli alti comandi e si vigila molto affinché chi proprio non vuole comprendere cosa significa riconoscere (e non tollerare, si tollera qualcosa di fondamentalmente sbagliato) e rispettare, si adatti o almeno si trattenga. Oggi non è il collega omosessuale che deve nascondersi ma l'omofobo. Il cammino è lungo ma noi ci siamo.

Consiglierebbe a un suo collega non dichiarato di fare coming out? Se sì, perché?

Prima di tutto, mi piace sottolineare che l'attuale Consiglio direttivo è il primo totalmente "visibile" o se preferite "dichiarato". Io consiglio ai colleghi non dichiarati di venire allo scoperto per due diversi motivi: in primis abbiamo riscontrato che i colleghi dichiarati hanno meno problemi sul posto di lavoro, in secondo luogo il coming out ci rende forti e visibili, ci rende testimoni del cambiamento. Esso è la risposta a quanti ancora oggi (per fortuna sempre meno) sostengono che non esistiamo, che non sono conciliabili uniforme e l'essere Lgbt.

Ribadisco: se ci sono problemi, ditecelo e noi vi aiuteremo, anche e soprattutto grazie all'Oscad. L'Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) fa capo al ministero dell'Interno e vi si appoggiano tanto la polizia di Stato quanto l'arma dei Carabinieri.

Ultimamente assistiamo a una recrudescenza delle violenze omofobiche nel nostro Paese. Quale può essere l’aiuto concreto di Polis Aperta nella lotta alla violenza e all’odio di genere?

Il ruolo di Polis Aperta nella lotta alle discriminazioni è fondamentale, anche in virtù del tremendo fenomeno italiano dell'under reporting: da noi si denuncia molto poco un crimine di natura omo-lesbo-transfobica, per paura di essere giudicati, di essere maltrattati, di essere smascherati. Se avete timore, This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. o This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. e noi vi porteremo da personale formato e preparato che prenderà la vostra denuncia e porterà avanti le indagini al fine di perseguire gli autori di reato (anche se in uniforme).

Ricordiamo anche che non esistendo in Italia una legge specifica contro l'omofobia, è impossibile attraverso il database nazionale riconoscere i crimini di natura omo-lesbo-transfobica. Quindi il ruolo dell'Oscad è anche quello di creare una statistica, affinché non arrivi il politico di turno a dire che non esiste l'omofobia in Italia, perché non ci sono reati registrati. Denunciate, denunciate, denunciate. Come singoli o come associazioni, notiziate Oscad della commissione di un reato nei confronti della comunità Lgbt.

I nostri prossimi appuntamenti saranno la conferenza di Siena il 16 maggio, per l'Idahot, a titolo La violenza legittimata. Gli aspetti ambigui della comunicazione: la costruzione dei pregiudizi attraverso le parole, e soprattutto la IX° conferenza Europea dell'Egpa che porterà a Parigi dal 27 al 30 giugno circa 200 colleghi da 16 Paesi. La delegazione italiana sarà composta da nove persone, della Ps, Cc, Pl, e Ei, 5 ragazzi e 4 ragazze, di diverse parti d'Italia: sei di loro parteciperanno in uniforme, uno (il sottoscritto) sarà in regolare servizio come la maggior parte dei colleghi stranieri.

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Come annunciato il 23 aprile da Arcigay Palermo, presso la locale Università degli studi le persone che hanno intrapreso il percorso di transizione potranno attivare il profilo alias. In esso verrà riportato il nome che più corrisponde al genere percepito.

Come spiegato nel comunicato, «si tratta dell’attuazione dell’articolo 3, comma 3 del Regolamento Generale d’Ateneo varato nel 2013 e finora mai applicato a Palermo ovvero “l’istituzione del cosiddetto doppio libretto di genere rivolto agli studenti in fase di transizione”: una procedura esistente a Torino, Padova, Bologna, Urbino, Pavia, Verona, Bari e Catania. Nonostante nel regolamento sia previsto, per il “doppio libretto di genere” è mancato fino a ora l’impianto attuativo».

Per saperne di più, abbiamo raggiunto Gabriel, studente FtM e coordinatore del Gruppo Giovani d’Arcigay Palermo.

Gabriel, raccontaci di te e delle tue emozioni

Sono un semplice e solare ragazzo palermitano di 20 anni che quando era piccolo si faceva chiamare Benji, odiava le gonne (tanto che piangevo quando me le mettevano), il rosa e le bambole. Amava tutto ciò che era maschile e ha capito di essere transgender a 13 anni. Lo ha compreso dopo aver notato durante l’interpretazione di un ruolo maschile, in uno spettacolo teatrale, che si sentiva a suo agio in quella veste. Forse troppo. Quando lo raccontai alla mia migliore amica di allora mi disse di cercare il termine “transessualità”. Lo disse poiché i miei discorsi le ricordavano questo “concetto”.

Da quel momento è stata la svolta della mia giovane vita: mi rispecchiavo nelle testimonianze dei ragazzi transessuali italiani su Youtube e sui blog a tema. Mi rappresentavono nel loro sentirsi ingabbiati: nelle proprie forme morbide (dove non dovevano esserci), nei pronomi e in quel nome totalmente femminile (che nel mio caso non si poteva rendere neutrale in nessun modo), in quella voce troppo acuta e nella pelle del viso troppo liscia.

Dopo molte e lunghe riflessioni ho compreso che dovevo dirlo alla mia famiglia. Ho fatto il primo coming out con mia madre attraverso una lettera, per poi dirlo, successivamente, a mia sorella e a mio padre. Ovviamente non hanno fatto i salti di gioia quando l’hanno saputo, ma non mi hanno voltato le spalle!

Mi sono stati vicini e mi hanno supportato fin da subito. E, grazie al loro consenso ho affrontato un percorso di supporto psicologico presso l’Agedo di Palermo durato dai 15 ai 17 anni di età.

Dai 17 ai 18 anni ho interrotto il percorso di supporto perché ho trascorso un anno veramente buio per colpa del bullismo psicologico che vivevo a scuola a causa di un mio compagno omosessuale (che nei primi anni di scuola consideravo un amico): con la scusa dello scherzo mi chiamava volontariamente per nome anagrafico quattro volte su cinque. Lo scriveva ovunque (sui banchi, su i muri, sulle pagine dei miei libri, ecc) con annesse frasi irritanti e declinate al femminile; mi faceva outing per potermi prendere in giro in pubblico tranquillamente.  Mi accusava di usare il coming out con gli insegnati come arma di vittimismo per avere vantaggi nei risultati scolastici; e altre cose anche più pesanti che è meglio non rammentare. Volevo perdere l’anno pur di allontanarmi da questa persona, anche a costo di sfidare il destino e magari di ritrovarmi con altre persone pronte a farmi soffrire. Ma d’altronde peggio di quello che stavo passando non poteva accadermi. All’inizio del quinto anno però, dopo essermi stancato di questa sofferenza, mi sono ribellato e sono riuscito a debellare questo mostro  che mi perseguitava chiamato: bullismo. Da lì ho ripreso in mano la mia vita e sono ritornato in Agedo, dove ho intrapreso l’iter psicologico per potere, dopo la perizia psicologica, iniziare la terapia ormonale.

Ho iniziato la terapia ormonale a 19 anni, il 15 Marzo 2017, e da quel momento la mia vita è solo migliorata: dal ragazzo sempre un po’ intimorito dalle altre persone e che non amava essere al centro dell’attenzione sono diventato un ragazzo ancora più forte di quanto non fossi già. Divenni energico, socievole molto più di prima e accesi i riflettori su di me senza però risultare egocentrico. Dopo più di un anno la mia autostima è aumentata tantissimo, il mio viso mi piace sempre di più (e di conseguenza piaccio di più), il mio corpo diventa sempre più maschile e col passare del tempo è come se mi dimenticassi che sono nato femmina. Me lo ricordano solo il nome sui documenti, il petto (che adesso vivo come una ginecomastia maschile) e le parti intime (verso cui non provo disforia). Ora attendo di iniziare l’iter giuridico per la rettifica anagrafica e il via alla mastectomia e all’isterectomia. Nel frattempo impiego il mio tempo tra l’università, gli amici migliori del mondo e la lotta per la difesa e la conquista dei diritti per la comunità Lgbti ad Arcigay Palermo.

Hai detto che hai subito bullismo durante l’adolescenza: c’è un’esperienza precisa che ti senti di raccontare?

Sì, un’esperienza di quando avevo 17 anni. Con una mia amica frequentavamo lo stesso gruppo di "amici” del mio compagno bullo. Una sera a casa di uno di loro, per scherzare, dovevano sfilare tutti “da donna”. Il problema fu che mi costrinsero a farlo, nonostante io avessi esplicitamente detto di non volerlo fare perché la cosa mi faceva stare male.

Mi chiusero in una stanza per almeno 20 minuti con l’ordine di farlo, o non mi avrebbero fatto uscire. A quei tempi ero fragilissimo psicologicamente perciò, dopo aver provato ad aprire la porta non so quante volte e notando che era tutto inutile, lo feci: mi vestii da donna pur di uscire da quella stanza chiusa e finire al più presto quest’atto crudele. Mentre mi vestivo loro mi guardavano dallo spiraglio della porta ridendo di gusto. Un gusto, per me, amarissimo.

Mi dovetti mettere un reggiseno di una di loro, una specie di magliette scollata, e delle scarpe alte. Nessuno, nemmeno quella che ai tempi era la mia migliore amica (poiché anche lei era succube e manipolata dal gruppo a cui a capo vi era il bullo) disse qualcosa per difendermi da quella situazione.bÈ il ricordo più terribile che ho. Umiliante. Mi sono sentito come un animale da circo. Quando l’ho raccontato alla mia attuale migliore amica è scoppiata in lacrime, abbracciandomi forte.

Oggi quella dura esperienza di bullismo l’ho ancora dentro di me. Dura così come l’ho vissuta. Raccontarla però serve per dare il senso concreto e doloroso della frustrazione che il bullismo (troppo spesso nascosto dietro frasi come “sono ragazzate”, “si fa per scherzare, non fare la vittima” ecc.) porta alle vittime. Oggi quel dolore ha cambiato aspetto. E’ carburante per voler combattere per gli altri e per non voler perdersi nemmeno un secondo della vita Bella che si può vivere.

Oggi sei più sicuro di te stesso. Chi ti ha sostenuto e ti sostiene maggiormente?

La mia famiglia, che mi è sempre stata vicina, nonostante, le iniziali incomprensioni e paure di una società che alle volte è veramente troppo cattiva; i miei amici al di fuori della scuola, che non mi hanno mai fatto sentire solo e mi hanno sempre dato la carica per andare avanti.  La maggior parte dei miei docenti del liceo, che mi hanno supportato chiamandomi al maschile (anche durante gli esami di maturità) senza nascondersi dietro scuse del tipo “finché non cambi i documenti qui dentro posso chiamarti solo in quel modo” e ideologie bigotte e retrograde; il mio psicologo, che mi ha aiutato a diventare forte e a costruire il mio carattere solare, da guerriero, di chi deve solo viversi senza aver paura del giudizio altrui, e che ancora oggi tifa per me con grande affetto; e adesso anche la famiglia di Arcigay Palermo.

Che cosa significa per te coordinare il gruppo giovani di Arcigay Palermo?

Sono molto felice di far parte del Gruppo Giovani di Palermo e di essere uno dei suoi coordinatori. Quando uscii dalla gabbia del bullismo capii che volevo fare questo nella mia intera vita: essere la voce e il volto di chi non può parlare o di chi non riesce perché troppo fragile. Arcigay Palermo mi permette di farlo attraverso l’attivismo, e allora io mi metto a disposizione per qualsiasi iniziativa, con particolare attenzione alle iniziative che trattano di bullismo omo-transfobico. Questo rende la mia vita una sfida continua, un qualcosa da cui non riesco più a tirarmi indietro perché so che ho la stoffa per farlo, e soprattutto mi fa sentire socialmente utile! Questa del Gruppo Giovani è stata l’opportunità più bella che Palermo potesse mai offrire, e noi partecipanti ne siamo tutti grati.

Qual è la tua esperienza universitaria da persona trans?

Sono al primo anno di Educazione di comunità, dopo un anno di Scienze della comunicazione per media e istituzioni; l’anno scorso vivevo proprio male l’ambiente universitario visto che non ero nemmeno in terapia ormonale. Eravamo 250 studenti in un’aula, e sapere che il mio nome anagrafico potesse uscire per qualche appello davanti tutte quelle persone mi faceva psicologicamente e fisicamente male. Fortunatamente non è mai accaduto, ma il dolore per l’ansia me lo ricordo ancora.

Quest’anno invece, nella nuova facoltà, mi sono messo molto più in gioco sia durante le lezioni che con i colleghi, anche grazie ai docenti con i quali ho coming out via email che mi hanno sempre dato al maschile quando dovevano rivolgersi a me. Una frase molto significativa che mi è stato detta da un mio collega è stata “non hai bisogno di un microfono per parlare, la tua voce rimbomba”. Sono sempre stato un ragazzo molto silenzioso e timido prima della terapia ormonale, e sentirmi dire una frase del genere è stata una gioia incredibile. Per la prima volta mi sono sentito Presente nel mondo.

Negli scorsi giorni l’Università di Palermo ha avviato l’attivazione del profilo alias. Come consideri questo risultato?

Appena mi è stato comunicato ho esultato come i tifosi dell’Italia ai mondiali del 2006. Per colpa di questo maledetto nome femminile che purtroppo ancora persiste nella mia carta d’identità ho il portale universitario al femminile, e di conseguenza anche la tessera unicard (che ha sostituito il libretto da due anni). Per evitare di mostrare o scrivere il mio nome anagrafico non ho prenotato determinati esami per paura dell’appello, non ho firmato petizioni utili, non mi sono iscritto ad una associazione studentesca e non sono mai andato a mensa. Ho perso tante piccole cose che per gli altri sono di una normalità che per noi persone trans con i documenti non rettificati è impensabile. E come me, tutti gli studenti e tutte le studentesse transessuali, che magari vivono anche il disagio dell’appello obbligatorio ad ogni lezione per via della frequenza obbligatoria (che io fortunatamente non ho).

Questa opportunità della carriera alias è un vero e proprio abbraccio immaginario in cui tutti noi ci stringiamo e ci confortiamo. Arcigay Palermo, l’associazione UniAttiva e il Magnifico rettore Fabrizio Micari hanno fatto qualcosa che cambierà totalmente l’esperienza universitaria delle persone transessuali. Cambierà anche i rapporti umani con colleghi e docenti: non avremo più il timore di dover fare coming out ,“venire scoperti” e non essere più chiamati ogni giorno con un nome che ci sta stretto! È una vera rivoluzione!

La città di Palermo e la comunità trans sono due realtà che si toccano o si ignorano?

Palermo è per natura una città abituata alle diversità ed è da sempre stata dalla parte della comunità LGBT. Non è di certo la città perfetta e non è esente a casi di omo-transfobia, questo no, però rispetto ad altre città è molto più tranquilla e tollerante. Io personalmente non sono mai stato aggredito né insultato. Sarà capitato tre volte in nove anni di utilizzo dei mezzi pubblici qualche domanda inopportuna fatta per prendere in giro, ma nulla di ché alla fine dei conto. Stessa cosa anche altri miei amici e altre mie amiche transessuali (al massimo queste ultime soffrono per il catcalling, ma quella è una cosa che subiscono anche le donne biologiche, quindi è tutto un altro discorso).

In conclusione, direi che Palermo “si lascia toccare” dalla comunità trans e poi la ignora lasciandola vivere come vuole senza disturbarla. Chi la disturba è sempre un caso su cento… ma educheremo anche quel caso isolato in qualche modo!

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