Fondata nel 2005 e facente parte della rete europea Egpa (European Glbt Police), Polis Aperta è l’associzione che riunisce persone Lgbti appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ordine.

Il Consiglio direttivo ha ieri lanciato un appello alle rappresentanze sindacali di settore perché siano velocizzate le procedure di rilascio del passaporto di minori, figli di coppie omogenitoriali.

«La battaglia contro l'oscurantismo – così nel relativo comunicato – passa anche dalla rimozione delle pastoie burocratiche che attanagliano le famiglie mono e omogenitoriali».

Invocando le «medesime tempistiche previste per tutti i cittadini», Polis Aperta parte da una chiara premessa: il rilascio degli estratti di nascita di bambini, indicati quali figlie di coppie di persone dello stesso sesso, rende necessario l'inserimento di entrambi i genitori sul passaporto del minore.

«Il software in dotazione alle Questure attualmente non permette tale inserimento - continua Polis Aperta – e, all'interno degli uffici dove si provvede al corretto rilascio del passaporto del minore, gli ostacoli informatici sono stati superati solo grazie alla buona volontà degli operatori. Con un notevole allungamento dei tempi.

Il mancato aggiornamento di una procedura informatica è una cecità burocratica, che ignora diritti già esistenti, nella quotidianità della famiglia e per la legge italiana, perché riconosciuti dall'atto di nascita. Far rispettare le leggi rimuovendo gli ostacoli che impediscono ai cittadini di essere tutti uguali di fronte alla legge è il nostro lavoro, la missione scritta sulla divisa che indossiamo tutti i giorni, impossibile, dunque, tacere al cospetto di una tale inutile vessazione burocratica».

Spirito, questo, con cui l’associazione, nella persona della vicepresidente Micaela Pascali, ha «preso parte al primo tavolo ufficiale tra le associazioni del modo Lgbt e il sottosegretario del Consiglio dei ministri con delega alle pari opportunità, Vincenzo Spadafora, che si è svolto lo scorso martedì a palazzo Chigi.

All'interno dell'incontro, Polis aperta ha portato la specificità del lavoro che gli operatori di polizia e delle forze armate svolgono sul territorio. Un potenziale enorme che potrebbe aiutare notevolmente le istituzioni fungendo da anello di congiunzione fra la comunità Lgbt e la governance per una corretta prevenzione dei crimini d'odio, di episodi di bullismo e violenza».

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Delle famiglie arcobaleno si sta ripetutamente parlando da mesi, grazie soprattutto a quei sindaci che registrano anagraficamente bambine e bambini quali figli di coppie omogenitoriali. Ma si deve alle recenti affermazioni del ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, che ne ha negato l’esistenza, l’innalzamento della pubblica attenzione su di esse.

Per fare un punto della situazione, abbiamo raggiunto Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno – Associazione di genitori omosessuali.

Sono trascorsi due anni dall'approvazione della legge sulle unioni civili. Secondo lei, da allora, si sono registrati mutamenti in riferimento ai diritti delle famiglie arcobaleno?

Come sappiamo, la legge sulle unioni civili ha lasciato fuori i diritti dei nostri figli. La legge è stato un passo importante: su questo non c'è alcun dubbio. È arrivata dopo 40 anni di battaglie ed è un provvedimento che molti nostri compagni e compagne di lotte aspettavano con ansia e con la paura di non arrivare in tempo. Ed è per loro che noi di Famiglie Arcobaleno eravamo comunque in Piazza Montecitorio il giorno dell'approvazione. Ma con le lacrime agli occhi, perché sapevamo che avevamo tutti perso una grande occasione. Purtroppo la situazione attuale ci ha dato ragione.

In quei mesi le nostre famiglie sono state al centro di un’attenzione mediatica senza precedenti. Attenzione spesso morbosa, in cui tutti si sentivamo autorizzare a emettere sentenze e giudizi. Eravamo diventati l'argomento da bar e da salotto: tutti parlavano di noi e questa situazione ha comunque portato alla presa di coscienza della nostra realtà. Abbiamo sempre pensato che la visibilità è la nostra arma più importante e in quel momento non potevamo che raccogliere la sfida ed esserci. Ci siamo resi conto che con una sola intervista televisiva raggiungevamo più persone che durante un intero corso di studi di uno dei nostri figli.

La visibilità aveva anche un altro lato della medaglia. Quello, cioè, di concentrare l'attenzione sulle nostre famiglie per far passare lontano dai riflettori tutti gli altri argomenti. Siamo stati il capro espiatorio: sono stati sacrificati i diritti dei bambini per portarsi a casa la legge. Questa è storia. Ed è anche per questo che ritengo sia un dovere del movimento Lgbti e della politica tutta il fatto di ripartire sui diritti dai nostri figli e dalle nostre figlie. Glielo dobbiamo.

Dopo le lacrime e la delusione, non ci siamo mai fermati. Da allora siamo andati avanti instancabilmente seguendo la via giudiziaria. Ma, anche in questo caso, abbiamo portato a casa poche sentenze a fronte di una disomogeneità di trattamento tra i vari Tribunali. Sentenze arrivate dopo percorsi faticosi e onerosi, che ti mettono nelle condizioni di chiedere di volere essere genitore di quelli che sono già i tuoi figli.

Negli ultimi mesi alcuni sindaci hanno riconosciuto la doppia genitorialità di coppie di persone dello stesso sesso nel registrarne anagraficamente i loro bambini. Quale è il suo pensiero in proposito?

Che non dobbiamo mai fermarci e che il lavoro di questi anni sta portando i suoi frutti. Sempre più sindaci si stanno schierando dalla parte dei diritti dimostrando di volere essere attori, insieme a noi, nella costruzione di un Paese sempre più civile e inclusivo.

Ci sono le strade normative e giuridiche per fare questo. Ma è indubbio che un sindaco, che trascrive un certificato con due mamme o due papà, fa anche un atto politico Vuole così dire al Parlamento che è ora di legiferare affinché tutti i nostri figlie e le nostre figlie abbiamo gli stessi diritti, ovunque abbiano la fortuna di vivere.

Il 2 giugno scorso il neoministro Fontana ha dichiarato che le famiglie arcobaleno non esistono. Qual è la sua risposta?

La risposta al ministro Fontana non la do io, la da la realtà. Le famiglie arcobaleno esistono sia a livello sociale che giuridico grazie a numerose sentenze di Corti europee e nazionali. Un ministro non può permettersi di nascondersi dietro ideologie e pregiudizi per imporre il proprio pensiero. Un ministro ha la responsabilità di prendere atto dei bisogni dei suoi cittadini e di fare in modo che questi bisogni siano soddisfatti.

Sono inaccettabili i toni utilizzati: essi non fanno altro che diffondere odio, intolleranza e razzismo. Tutte cose ben lontane dalle nostre vite e dalla nostra Costituzione antifascista e laica.

Non pochi parlamentari della corrente legislatura stanno nuovamente agitando lo spauracchio dell’"ideologia gender" a danno delle persone Lgbti. Secondo lei come dovrebbe reagire il movimento?

Penso ai Pride da poco iniziati. I Pride, che inonderanno le strade delle nostre città, hanno la responsabilità di essere le prime manifestazioni laiche e di piazza subito dopo l'insediamento di questo governo. Quello di Roma è stata una risposta di civiltà che ha portato nelle piazze la voce di cittadini e cittadine (di qualunque orientamento sessuale o identità di genere) che hanno a cuore il nostro Paese. E abbiamo vinto la sfida sfilando a fianco dei partigiani e di tutti coloro che si riconoscono nei valori più belli della nostra Costituzione: l'antifascismo e l'inclusione. Non abbiamo paura ma dobbiamo tenere alta l'attenzione e vigilare su tutte le eventuali iniziative.

Dobbiamo continuare a fare cultura nelle scuole, a raccontare le nostre storie alla gente e a metterci la faccia. La gente ha solo bisogno di conoscerci e poi scenderà in piazza al nostro fianco come sta già accadendo. Continuiamo a camminare mano nella mano dei nostri figli e delle nostre compagne con orgoglio e gioia, per dimostrare al mondo che ci siamo con i nostri sorrisi e le nostre vite e che pretendiamo rispetto.

In conclusione, intravede uno spazio di dialogo tra Framiglie Arcobaleno e Lega-M5s?

Siamo come tutti immersi in questa società e, quando portiamo i nostri figli a scuola, non ci chiediamo se abbiamo di fronte un educatore o un genitore che ha votato Lega o M5s. Il dialogo è aperto quando da entrambe le parti c'è interesse, voglia di approfondire e soprattutto rispetto.

Se davvero - come viene spesso sottolineato e se non si tratta di mera strumentalizzazione - questo governo e il suo ministro della Famiglia hanno al centro il benessere dei bambini e delle bambine, saranno loro i primi a volerci incontrare per colmare questa inaccettabile discriminazione.

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«Finalmente abbiamo chiuso il cerchio: e per ora non mi viene altro da dire. Me lo devo solo godere questo momento».

Queste le parole postate su Fb da Giuseppina La Delfa, ex presidente di Famiglie Arcobaleno, a commento della  storica sentenza della Corte di Cassazione che, dopo quattro anni di cause, ha confermato il verdetto della Corte d’Appello di Napoli sulla legittimita di trascrizione del provvedimento emesso nel 2014 dal Tribunal de Grande Instance di Lille. Provvedimento, questo, che ha consentito a lei e alla consorte Raphaëlle Hoedts di adottare ciascuna il figlio biologico dell’altra.

I particolari della vicenda sono stati ricostruiti dal noto avvocato trentino Alexander Schuster, legale delle due donne che, sposatesi nel 2013 in Francia, vivono dagli anni ’90 del secolo scorso in provincia di Avellino. Fra l'altro solo la settimana scorsa è stato pubblicato il libro di Giuseppina La Delfa Peccato che non avremo mai figli (Aut Aut Edizioni, Palermo 2018), in cui la professoressa universitaria di lingua francese racconta le sue vicende familiari.

Come spiegato da Schuster, on la sentenza n. 14007 depositata in data odierna la Prima sezione civile della Corte di cassazione ha rigettato il ricorso di due sindaci irpini e del ministero dell’Interno contro l’ordinanza del 30 marzo 2016 della Corte di appello di Napoli che dava piena esecuzione in Italia a due adozioni incrociate dei minori delle coniugi La Delfa e Hoedts. È l’occasione per la Cassazione di ribadire la piena efficacia in Italia del primo matrimonio trascritto come tale fra due persone dello stesso sesso.

In una sentenza lungamente attesa dalla famiglia La Delfa e Hoedts la Cassazione conferma l’esito positivo a cui era giunta la Corte partenopea. È l’occasione per la Corte di ribadire che le due signore godono del riconoscimento di un matrimonio a pieno titolo trascritto anche in Italia, il primo (ed unico) nella storia italiana. Sottolinea la Corte che il riconoscimento pieno delle due sentenze francesi è dovuto, anche nell’interesse del minore, e che la nozione di ordine pubblico deve essere considerata nel suo nucleo essenziale e questo comunque sempre valutato in concreto. Spetta, quindi, anche il diritto al doppio cognome per entrambi i minori, come stabilito in Francia.

La Corte nel rigettare le tesi dell’Avvocatura di Stato richiama «quanto già chiarito da questa Corte, in ordine all'ininfluenza di meri pregiudizi (Cass. 601/2013; Cass. 4184/2012) ed in ordine alla non incidenza dell'orientamento sessuale della coppia sull'idoneità dell'individuo all'assunzione della responsabilità genitoriale».

Per Giuseppina La Delfa e sua moglie Raphaëlle, fondatrici di Famiglie arcobaleno, «finalmente i nostri figli sono tutelati e, soprattutto, sono figli di entrambe e sono fratello e sorella. Siamo contente che tutte queste cause siano state vinte e si siano concluse. Ci spiace che per ora l’adozione piena sia possibile in Francia e non in Italia, in cui in nostri figli, con l’adozione in casi particolari, non sarebbero nemmeno fratelli».

Per il legale di Trento «considerati gli sviluppi recenti di Torino e altri comuni appare importante l’accento posto dalla Cassazione sul fatto che la legge sulle unioni civili ha volutamente lasciati impregiudicati i profili sulle adozioni da parte di persone dello stesso sesso. Questa avalla la nostra posizione per cui la legge Cirinnà tutela la coppia e non è di ostacolo alla piena tutela di minori in carne ed ossa, tutela che è dal Parlamento lasciata ai giudici e che è loro compito garantire».

La vicenda, tuttavia, potrebbe non essere conclusa. Infatti, per l’ennesima volta lo Stato utilizza i propri potenti mezzi per ostacolare la tutela di diritti fondamentali fino in Cassazione. Perde sempre, ma non viene condannato alle spese. Se le questioni sono «nuove, complesse, inedite» non è certo colpa dei cittadini. Compensare le spese significa porre ingenti costi in capo a queste famiglie e consentire che la giustizia sia patrimonio solo di chi se la può permettere.

«Valuteremo di rivolgerci alla Corte di Strasburgo – afferma l’avv. Alexander Schuster – perché vincere in tutti i gradi, ma poi consentire allo Stato di farla franca diviene di fatto la nuova strategia dell’Amministrazione: diritti sì, ma al prezzo di ingenti spese legali ».

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Poco più di un mese fa si concludeva a Torino la 33° edizione del Lovers Film Festival. Alla luce del grande successo di critica e di pubblico abbiamo chiesto una valutazione a Giovanni Minerba, fondatore e presidnete della rassegna cinematrografica Lgbti.

Il 24 aprile scorso terminava il Lovers Film Festival del 2018: quali sono le tue riflessioni sull'edizione di quest'anno?

Più che riflessioni le chiamerei sensazioni o emozioni. Come sappiamo l’edizione dello scorso anno, con nuova direzione, quindi nuovo progetto artistico, collocazione a giugno, è stata un’edizione di “traghettamento” verso quella di quest’anno in cui abbiamo rivisto con piacere l’atmosfera degli anni passati. Anche i numeri sono aumentati: il pubblico è cresciuto del 20%, e questo è molto importante, perché ti dà energia, ti fa capire quanto il nostro pubblico sia affezionato al festival.

Il Lovers ha registrato, quest’anno, la presenza di artisti importanti come Rupert Everett e Valeria Golino. Quale il loro impatto sul pubblico?

Come dicevo, l’atmosfera era caratterizzata dall’entusiasmo. Rupert è stato delizioso accettando di venire a Torino per presentare l’anteprima del suo The Happy Prince. Per me un film bellissimo, che ha superato addirittura le mie aspettative. La madrina Valeria Golino, poi, è stata fantastica oltre ogni misura con quello che ha raccontato nell’incontro con Concita De Gregorio. Ma, soprattutto, perché ha scelto di essere con noi nonostante i suoi impegni per ultimare il film che ha poi portato a Cannes. Ne approfitto per ricordare come il tutto sia stato possibile grazie al contributo del Museo nazionale del Cinema.

Se dovessi proporre alcuni film del Lovers, quali citeresti per il loro impatto sulla comunità Lgbti e non solo?

Per me è sempre difficile citare alcuni dei film in un vasto e variegato programma. Ma lasciando da parte i concorsi, ne menziono due per me necessari: Mario dello svizzero Marcel Gisler, che affronta un tema importante ma ancora tabù come l'omosessualità nel mondo dello sport, in questo caso il calcio. Poi A Graça e a Gloria (film brasiliano di Flàvio R. Tambellini), in cui si affronta con “normalità”, senza necessarie rivendicazioni, la vita, la quotidianità di una persona trans: sono rimasto folgorato da questo film e dalla bravura e bellezza delle sue attrici.

Jo Coda ha presentato Xavier, un corto dal forte impatto emotivo nonché culturale e politico. Non scorgi in esso un legame con la storia di fondazione del festival?

Il festival nasce con queste intenzioni ma chiaramente legate alla parte artistica. Il film di Jo Coda, come i suoi precedenti, ha tutto insieme. Io ho fortemente voluto questo corto di Jo per la serata di apertura del festival e la direttrice Irene Dionisio ha accolto con piacere la mia proposta, perché il 20 aprile, come sappiamo, era l’anniversario dell’attentato parigino agli Champs-Élysées dove morì Xavier Jugelé, a cui è ispirato il film di Coda. Il festival deve continuare ad avere questa missione.

La rassegna ha oggi un nome diverso rispetto al passato: Festival del cinema omosessuale (Lgbt) di Torino. Sei d’accotdo? 

Rispondo con franchezza come sono abituato a fare. Non sento ancora del tutto mio questo nome ma non per una questione “nostalgica”. Rispetto, comunque, chi ha scelto Lovers.

La città di Torino è da decenni in prima linea nella lotta alle discriminazioni verso le persone Lgbti: come ha risposto all’ultima edizione del festival? 

Come mi è capitato di dire, è storia. A Torino è nato il movimento italiano di liberazione omosessuale con il F.U.O.R.I., è nato il primo “Festival del Cinema Omosessuale” d’Europa. Nel 1982 c’è stato il primo Gay Pride. Nel 2015 è stata inaugurata una via intitolata a Ottavio Mario Mai, mio compagno e fondatore del festival. Nel 2016 la Giunta di Torino ha istituito l’Assessorato alle Famiglie (non più alla famiglia) per l’inclusione di ogni tipo di famiglia comprese quelle omogenitoriali. È stato poi creato lo spazio dedicato ai diritti Lgbti, curato dal Coordinamento Torino Pride, all’interno dello stand della Regione Piemonte al Salone del libro di Torino. Questo per citare solo alcuni dei passi compiuti.

Poi, il 23 aprile 2018 Mentre era in corso la 33° edizione del Lovers, ha ricevuto il Premio Milk Monica Cirinnà, paladina della legge sulle unioni civili che porta il suo nome. Al Dams dell’Università di Torino è stato inaugurato il “Corso di Storia dell’omosessualità”. In Comune la sindaca di Torino, Chiara Appendino, ha trascritto gli atti di nascita esteri di figli di tre coppie omogenitoriali e ha iscritto all’anagrafe il piccolo Niccolò Pietro quale figlio di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni. Bisogna dire che qui a Torino, in Piemonte la Politica ha sempre dato il suo importante contributo.

Negli ultimi mesi si sono registrati Paese numerose aggressioni a persone Lgbti. Secondo te che cosa favorisce una tale violenza? 

È inutile dire che, quando succedono questi casi, io rimango ancora estereffatto. Ripenso ai miei 40 anni di “militanza”. Ripenso a tutti quelli come noi che hanno fatto di tutto per cercare di arginare questa aggressività. Purtroppo però mi tocca sottolineare il “tutti quelli come noi”: non bastiamo solo noi o forse non lo facciamo bastare. Forse la “schizofrenia” della politica non è stata messa abbastanza alle strette perché si decidesse a fare una legge contro l’omotransfobia? Potrebbe bastare questa legge? Sì, se all’interno ci fosse un esplicito riferimento alla scuola, all’”educazione” scolastica.

Hai altre iniziative in programma? 

Idee ovviamente molte anche se, in questo momento complicato, è difficile realizzarle. Ma mai arrendersi. Prossimamente su questi schermi!

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Ennesimo caso di trascrizione anagrafica di atti di nascita esteri di bambini registrati quali figli di due papà.

È successo a Prato, dove il sindaco dem Matteo Biffoni nonché presidente di Arci Toscana ha provveduto oggi a procedere in tal senso con riferimento ai tre gemelli nati a San Diego il 18 gennaio tramite gpa cui, come già raccontato alcuni giorni fa da Gaynews, avevano fatto ricorso Ivan e Antonio.

La coppia omogenitoriale, componente di Famiglie Arcobaleno, è stata seguita dal gruppo legale dell’associazione guidata da Marilena Grassadonia.

Abbiamo raggiunto Ivan e Antonio per saperne di più.

Il sindaco di Prato ha oggi registrato anagraficamente i vostri bambini. È stata una procedura laboriosa e quali le vostre emozioni?

All'inizio abbiamo vissuto col timore di trovarci di fronte persone che ci avrebbero ripetuto all’infinito che non si potevano trascrivere gli atti di nascita così come li ha rilasciati lo Stato della California. Eravamo già pronti al peggio ma certi che non saremmo mai scesi a compromessi. E, invece, già nel luglio 2017, quando abbiamo messo a conoscenza il Comune di Prato di questa cosa, abbiamo avuto prova di una totale disponibilità anche per superare eventuali problematiche.

È superfluo dire che siamo felici: è giusto tutelare ogni singola famiglia e ogni singolo bambino o bambina. Sarebbe l’ora di dare una svolta, un cambiamento radicale. Tornare da un Paese come gli Usa, dove ogni famiglia è uguale (perché siamo uguali) e, soprattutto, dove i bambini sono considerati "un bene del Paese”, e ritrovarsi poi in Italia, dove ancora bisogna quasi supplicare per far riconoscere che il proprio figlio è di "serie “A” e non di "serie “B”, è veramente penoso. Non esistano figli di serie B e nessuna famiglia dovrebbe lottare per dire: Lui è mio figlio o mia figlia.

Facciamo un passo indietro: che cosa vi ha portato a ricorrere alla pratica della gpa?

Abbiamo sempre desiderato diventare genitori e, nell’impossibilità di poterne adottare uno, ci siamo rivolti a una clinica in California e, di conseguenza, abbiamo fatto ricorso alla gestazione per altri.

Chi vi ha messo in contatto con Jennifer, la donna che ha gestato i vostri tre figli?

La nostra tenacia. Siamo arrivati a Jennifer senza intermediari. Abbiamo conosciuto altre ragazze ma con lei c’è stato da subito un grandissimo feeling: c'era una forte attrazione tra di noi.

Potete raccontare i momenti salienti di questo percorso di genitorialità?

Si potrebbe scrivere un libro per  raccontare tutti i momenti salienti a partire dall'incontro con Alessandra: è stata importantissima per il nostro percorso perché ci ha seguito passo passo proprio come un genitore fa con i propri figli. Poi la felicità del nostro primo viaggio in clinica negli Usa all’incontro con  la donatrice di ovuli fino al giorno in cui abbiamo finalmente conosciuto Jennifer: vederla è stata un’emozione indescrivibile come anche conoscere la sua famiglia. Quando abbiamo saputo che Jennifer era incinta e  quando abbiamo successivamente appreso con sorpresa di aspettare tre gemellini, abbiamo vissuto una tale gioia gioia da non poterla mai più dimenticare.

Quale ruolo ha oggi Jennifer nella vostra vita familiare?

Lei fa parte della nostra vita: la sentiamo costantemente. Abbiamo già in programma di rivederci, magari qui in Italia. Siamo stati davvero molto fortunati. Non tutti hanno la fortuna di incontrare persone capaci di donare tutto il proprio amore per dare unicamente felicità ad altre persone.

Cosa è cambiato oggi che siete padri?

Il nostro non è stato “un’incidente di percorso”. La nostra famiglia l’abbiamo desiderata, sognata e sofferta ogni singolo giorno. Siamo felici e lo siamo ogni giorno di più. Per il resto siamo due normalissimi genitori che cresceranno i propri figli nel migliore dei modi.

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Oggi Virginio Merola, sindaco di Bologna, sottoscrivendo l’atto di nascita di un bambino nato negli scorsi giorni nel capoluogo emiliano all’interno di una coppia di due donne, ha firmato una pagina di civiltà nella storia della città e dell'intero Paese.

È il secondo caso d’iscrizione anagrafica dopo quella del figlio di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni effettuata dalla sindaca Chiara Appendino. La prima cittadina di Torino, che ha trascritto lo stesso giorno gli atti di nascita esteri di figli di coppie omogenitoriali, ha avuto il merito d’aver inaugurato un’inarrestabile primavera arcobaleno dei sindaci italiani.

Da Gabicce Mare a Catania, da Roma a Grosseto, da Alfonsine a Crema gli amministratori locali stanno mostrando una sensibilità maggiore rispetto a tanti parlamentari cattodem e fascioleghisti, che nella scorsa legislatura hanno voluto lo stralcio dell’art. 5 sulla stepchild adoption. Col riconoscimento di entrambe le mamme o di entrambi i papà all’atto di nascita dei bambini si va giustamente ben al di là dell’adozione del configlio nell’ottica del riconoscimento della piena cogenitorialità della coppia

Riconoscimento che, pienamente in linea con i principi creati dalla Corte Costituzionale e con le varie sentenze dei giudici, si vorrebbe invece far passare quale frutto di «un pensiero unico relativista». Pensiero che, secondo l’interrogazione parlamentare presentata nella seduta del 7 maggio dalle deputate leghiste Saltamartini, De Angelis e Gerardi, «aggredisce l'istituzione famiglia e trova sostegno in iniziative legislative e amministrative ad avviso degli interroganti assurde» quali, guarda caso, «la registrazione all'anagrafe di bambini nati in Italia o all'estero come figli di coppie omosessuali (legittimando di fatto anche la disumana pratica della maternità surrogata, vietata in Italia dalla legge 19 febbraio 2004, n. 40)». Il tutto ovviamente sempre appaiato all’ormai ridicolo spauracchio del «tentativo di introdurre nei programmi scolastici l'insegnamento fondato sulla teoria del gender».

Parole che dimostrano quanto siano culturalmente arretrati non pochi dei nostri parlamentari rispetto anche ai loro omologhi greci che oggi, sulla spinta del monito del primo ministro Alexis Tsipras, hanno approvato un provvedimento sulle adozioni di minori anche da parte di coppie di persone dello stesso sesso

A due giorni dal secondo anniversario dell'approvazione della legge Cirinnà  - secondo i dati pubblicati in esclusiva dall'Huffington Post Bologna è al quarto posto per numero di celebrazione delle unioni civili –, il capoluogo emiliano si conferma tra le città più aperte in Italia e con una comunità Lgbti tra le più numerose.

Ciò è per me ragione di orgoglio: la battaglia ultratrentennale, che abbiamo condotto proprio a partire da Bologna, ha infatti cambiato in modo permanente in Italia l'idea di famiglia. Adesso si pronuncia finalmente col termine plurale e inclusivi di "famiglie".

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«Le bellissime parole della Sindaca di Crema: siano di guida ad ogni interprete del diritto della Repubblica italiana».

Con queste parole l'avvocato trentino Alexander Schuster - alla cui professionalità congiuntamente all'impegno di Famiglie Arcobaleno va riconosciuto il merito d'aver contribuito al raggiungimento delle ripetute registrazioni anagrafiche di bambini quali figli di coppie omogenitoriali - ha introdotto il comunicato stampa del Comune della Bassa Padana sul riconoscimento della doppia genitorialità in riferimento a una locale coppia di papà di due fratellini nati oltreceano con la gpa.

Il testo, appena diffuso e rilanciato su twitter, recita: «Con un atto di trascrizione svolto dall’Ufficio Anagrafe e firmato come Ufficiale di Stato Civile dal sindaco Stefania Bonaldi, il Comune di Crema ha riconosciuti due padri – e non uno soltanto - a due fratellini nati oltreoceano. Dopo i casi di Torino e Gabicce, Crema segue una tendenza a colmare l’attuale vuoto legislativo con un atto sul proprio registro dei nati. A fronte di un parere negativo degli uffici stante la carenza normativa, il sindaco ha deciso di riconoscere la doppia genitorialità.

“Lo spirito che ci ha orientati a questo atto, anche sulla scorta di recenti, analoghi provvedimenti di altri colleghi Sindaci”, commenta Stefania Bonaldi, “è proprio quello di ‘Accogliere la vita, accogliere qualsiasi vita’, attribuendo ad essa tutta la dignità necessaria perché si dispieghi a cominciare dal suo riconoscimento giuridico, che non è tutto, ma senz’altro rappresenta una bella partenza”.

L’atto firmato oggi è una trascrizione che recepisce una sentenza straniera di co-genitorialità a seguito della quale si rettifica l’atto di nascita già depositato aggiungendo là dov’era scritto “madre/genitore” il nome del secondo genitore. Essendo residenti attualmente in altro Comune è stata fatta comunicazione per l’aggiornamento della scheda anagrafica.

“La vita appartiene a tutti, non solo a chi vorrebbe normarne le strade di accesso”, conclude il sindaco. “Non possiamo fermarla se arriva da un legame d’amore, ma non possiamo nemmeno decidere che un legame d’amore deve somigliare a ciò che rappresenta per alcuni, fossero anche la maggioranza. Il nostro Paese ha ormai imboccato la strada dei diritti, sta imparando ad accogliere il nuovo, a dare un posto dignitoso a quanto sopravviene. In un momento in cui le categorie del passato non riescono più a contenere le forme in cui l’amore, i legami e i loro frutti si manifestano, anche a Crema abbiamo deciso di aprire le porte, riconoscendo il primato assoluto della vita e le intenzioni di chi chiede ai legami che la sostengono una legittimazione anche giuridica».

Esprimendo compiacimento su Facebook per quanto verificatosi sempre in mattinata a Bologna, dove il sindaco Virginio Merola ha iscritto all'anagrafe un bambino nato nel capoluogo emiliano quale figlio di due mamme, Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, ha fatto riferimento nel medesimo post al caso di Crema:  «Molti altri Comuni, invece, procedono con le trascrizioni di certificati esteri. L'ultimo in ordine di tempo è oggi Crema.

I sindaci sono il volto della politica attenta ai bisogni della gente e speriamo che questa ondata spinga il Parlamento a legiferare in modo che tutti i comuni di Italia agiscano riconoscendo uguali diritti a tutti i bambini e le bambine di questo Paese».

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Con un comunicato ufficiale, pubblicato sul sito del Comune di Bologna, è stato reso noto che il sindaco Virgino Merola «ha firmato l’atto di nascita di un bimbo nato a Bologna nei giorni scorsi all’interno di una coppia omogenitoriale. Il Sindaco ha sottoscritto nell’atto di nascita il riconoscimento da parte della madre biologica e della co-genitrice

“Sono sempre stato convinto che allargare i diritti serva per tutti – ha detto il Sindaco – per questo ho firmato questo atto di nascita come stanno facendo altri sindaci in Italia. Proprio perché, come sindaci, ci occupiamo della vita delle persone, ci è più chiara l'urgenza di aumentare i diritti in presenza di un vuoto normativo”. 

"Sono molto orgogliosa di essere assessora per i diritti Lgbtqi nella giunta di un sindaco che non si tira mai indietro di fronte alle scelte di civiltà – ha aggiunto l’assessora Susanna Zaccaria - così si tutelano davvero i diritti delle persone».

Su Fb il sindaco ha poi scritto intorno alle 16:25: «Oggi ho firmato l'atto di nascita di un bimbo con due mamme. Assieme all'assessora Susanna Zaccaria condividiamo l'idea che allargare i diritti sia utile per tutti.  Altri sindaci, a partire da Chiara Appendino, hanno fatto la stessa cosa e personalmente spero che il numero aumenti».

Gli ha fatto subito eco l'assessora alle Pari Opportunità e ai Diritti Lgbt Susanna Zaccaria. «Anche oggi un'esperienza molto emozionante - si legge nell'ultimo post comparso sulla sua pagina Fb -. È un privilegio essere presente in occasioni come questa e assistere a eventi così felici per la vita delle persone».

Viva soddisfazione ha espresso Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che ha scritto a sua volta su Facebook: «La scelta del sindaco di Bologna, che ringraziamo, di seguire la strada tracciata da Torino è una ulteriore dimostrazione del fatto che quella di Chiara Appendino non era una forzatura, ma una scelta dovuta sulla base di una corretta interpretazione delle leggi e delle sentenze in materia.

Ora siamo impegnati, con i nostri soci, perché altri Comuni ancora si aggiungano. Bologna e Torino sono gli unici Comuni, al momento, che hanno emesso certificati di nascita con due madri per bimbi nati in Italia».

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Teatro di scontri sanguinosi tra l’inverno del 1944 e la primavera del 1945 tanto da essere successivamente insignito della medaglia d’argento al Valore militare per la Guerra di Liberazione, Alfonsine è un piccolo centro (poco più di 11.000 abitanti) del Ravennate e componente dell’Unione dei comuni della Bassa Romagna.

Dal 2009 ne è sindaco (attulamente al secondo mandato) Mauro Venturi del Pd. E proprio presso il locale Ufficio Anagrafe è stato trascritto l’atto di nascita d’una bimba venuta alla luce in Spagna il 20 aprile e registrata quale figlia di due donne.

Le due mamme, di 28 e 31 anni, hanno dichiarato a Famiglie Arcobaleno: «Avevamo paura che, trattandosi di un piccolo Comune, potessero esserci dei problemi. Invece, dopo che con l'aiuto di un avvocato abbiamo portato a conoscenza degli uffici tutte le sentenze e le decisioni precedenti che rendono possibile questo passo, non ci sono stati problemi e anzi siamo state accolte a braccia aperte. Ringraziamo soprattutto il sindaco, Mauro Venturi, che ha voluto trascrivere l'atto di nascita personalmente».

La notizia dell’avvenuta trascrizione con l’indicazione d’entrambe le mamme è stata data da Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che in un comunicato ha dichiarato: «Sempre più sindaci decidono responsabilmente di iscrivere nei registri dell'anagrafe la realtà delle famiglie Arcobaleno dando sicurezza e diritti ai nostri figli e alle nostre figlie.

Dai Comuni più piccoli a quelli più grandi arriva una ondata di civiltà che il Parlamento non può più permettersi di ignorare. Noi dal canto nostro continueremo la nostra battaglia a fianco di tutti coloro che hanno a cuore il benessere di tutti i bambini e le bambine che vivono in questo paese».

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Si celebra oggi in alcune città italiane l’International Family Equality Day, promosso da Nelfa (Network of European Lgbti Families Associations) in ben 36 Paesi. In tale occasione Famiglie Arcobaleno organizza da dieci anni la Festa delle Famiglie all’insegna dell’inclusione e della condivisione a 360 gradi.

Per sapere di più sulle origini di tale evento, sul cammino percorso in questi anni dalle coppie omogenitoriali e sulle prospettive future, Gaynews ha intervistato Giuseppina La Delfa, fondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno.

Decima edizione della Festa delle Famiglie. Quanto è cambiata rispetto agli inizi?

La Festa delle Famiglie in Italia l’abbiamo iniziata nel 2009: volevamo fare qualcosa di diverso dal Pride. Volevamo essenzialmente incontrare le persone e stare insieme a loro in una giornata di festa. Oggi si è sviluppata in tutta Europa e anche in altre parti del mondo. Trovo questa manifestazione una evento bellissimo che, in qualunque luogo si realizzi, dà visibilità alle nostre famiglie.

Sono passati oltre dieci anni da quando insieme ad altri hai fondato Famiglie Arcobaleno. Cosa a tuo parere la caratterizza oggi di più rispetto a ieri?

Oggi, quello che abbiamo in più per l’Italia è sicuramente notevole di quanto solo ieri una lesbica o un gay potevano immaginare. Vivere ad esempio in coppia anche con dei figli per un futuro insieme. Quando abbiamo iniziato eravamo solo dei pionieri e abbiamo costruito molto. Ma ci sono voluti anni perché questo diventasse qualcosa di concreto. Non è la norma ma per me è comunque un risultato perché offre a molti la possibilità di scegliere la vita che si vuole realizzare.

Come Famiglie Arcobaleno abbiamo acquisito più forza, perché siamo più numerosi e meglio organizzati. Abbiamo sviluppato delle strategie condivise, ci sono sempre più persone pronte a mettersi in gioco e, dunque, più testimonianze, più storie raccontate apertamente, più presenza sul territorio. E tutto questo crea una rete ricca e incisiva.

Quale pensi sia il vero valore aggiunto delle famiglie arcobaleno in una società eteronormata?

Credo che il loro valore aggiunto sia proprio quello di far mutare ciò che tutti danno per scontato. O almeno davano per scontato fino a pochi anni fa, perché fortunatamente le cose cambiano. Ogni uomo e ogni donna, si diceva, hanno un ruolo da ricoprire basato su una presunta naturalità: alla donna compiti di cura e all’uomo quello del lavoro.

Il fatto che due persone dello stesso sesso crescano dei figli e lo faccianoo benissimo –  comunque non peggio delle coppie eterosessuali – dimostra semplicemente che tutti questi ruoli prestabiliti sono solo il prodotto di una cultura eteronormata. E sappiamo che esprimono una società tipicamente patriarcale Ovviamente questi ruoli non si modificheranno presto. Ma avremo sempre più persone con capacità, ruoli e abilità che cresceranno liberi da tali ruoli e stereotipi di genere.

Dopo le ultime elezioni quali sono a tuo parere i pericoli maggiori per le persone Lgbt e, in particolare, per le famiglie arcobaleno?

Se non erro, abbiamo da subito sentito proferire minacce da parte del centrodestra, la coalizione vincente così come il M5s è risultato il primo partito. A mio parere si tratta soltanto di minacce non attuabili. Come quelle, ad esempio, di eliminare le unioni civili o rendere reato universale la Gpa. Penso che dobbiamo continuare a pretendere diritti, rispetto e non discriminazione. E penso che dobbiamo chiederlo a tutti quelli che abbiamo di fronte.

Dobbiamo continuare a vivere in modo visibile E chiedere appoggio ai nostri amici, familiari e  a tutte le persone che condividono le battaglie di civiltà in cui da anni siamo impegnati. Non siamo più soli e la destra, anche se ha vinto, non è tutta l’Italia e non è tutta l’Europa. Dunque voglio essere fiduciosa e sperare che le cose, se non miglioreranno, almeno rimarranno per come sono.

Nelle ultime settimane in alcuni Comuni sono stati trascritti atti di nascita esteri di figlie di coppie omogenitoriali con l’indicazione dei due papà o delle due mamme. Quali emozioni hai provato a tali notizie?

Queste trascrizioni mi hanno riempito di gioia e di soddisfazione perché è l’unica via al momento possibile per i nostri figli nati grazie alla procreazione medicalmente assistita. Ho sempre trovato difficile dover pensare di adottare quelli che sono già i nostri figli fin dal concepimento. C’è una discriminazione lampante verso di noi e i nostri figli. Da quando la legge 40 è stata disgregata dalle associazioni di coppie etero sterili che hanno preteso, giustamente, di poter accedere all’eterologa in Italia, per noi si è rafforzata la giusta rivendicazione di poter riconoscere alla nascita i nostri figli.

I politici possono blaterare finché vogliono ma questa è la realtà in tanti Paesi come la Spagna, il Portogallo, il Belgio, il Regno Unito ed altri ancora. Primo poi lo sarà anche in Italia e nessuno potrà opporsi, perché è l’unica cosa giusta per tutelare le nostre famiglie e i nostri ragazzi. Sono felice che molti sindaci, come la sindaca Appendino, abbiano aperto la strada e che tanti li stiano seguendo.

Un giorno saremo un Paese nel quale la Gpa sarà considerata solo un atto d'amore?

Io penso di sì. Non so quando accadrà. Ma sicuramente succederà. Il punto ora è che dobbiamo crescere ancora come persone Lgbti e come popolo arcobaleno. Spogliandoci, sempre di più di tanti miti che abbiamo, ancora, sulla maternità.  Ho avuto la fortuna di conoscere alcune delle donne che hanno portato in grembo figli per altri. Mi hanno dato una grande forza e la ferma convinzione che quanto fanno è prima di tutto un atto d’amore verso l’altro che non può essere genitore senza il loro sostegno.

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