Un nuovo studio relativo alla controversa opera I Neoplatonici di Luigi Settembrini, curato da Domenico Conoscenti, è stato recentemente pubblicato dalle edizioni Mimesis. Questa nuova pubblicazione intende aggiornare l’opera postuma dell’eroe del Risorgimento, passata sotto silenzio e ritenuta per decenni scabrosa da quanti non riuscivano a conciliare l’immagine del padre della patria con le tematiche della narrazione e, del resto, lo stesso Settembrini si era impegnato a nascondere questo suo scritto
 
Dunque, sfidando il diffuso silenzio su questo testo, l’obiettivo principale di questa pubblicazione sembra essere la volontà di intercettare sia all’interno del racconto che nel corpus degli scritti editi e inediti, pubblici e privati, le tracce del punto di vista dell’autore e l’individuazione di un consapevole progetto letterario, coerente con la visione, anche politica, della sua maturità.
 
La trama di censure, che ha lasciato inedito il manoscritto per quarant’anni dalla data della “scoperta”, nasce dalla rappresentazione di una serena relazione omosessuale, ambientata nell’antica Grecia, ma scritta in Italia in pieno Ottocento da Luigi Settembrini, ex ergastolano, poi rettore universitario nonché senatore del Regno d’Italia.
Per saperne di più, contattiamo il curatore Domenico Conoscenti.
 
Domenico, cosa ti ha spinto a curare una nuova edizione critica de I Neoplatonici di Luigi Settembrini? Qual è il “messaggio” che questo libro può ancora comunicare alla nostra contemporaneità?
Il libro è stato edito da Mimesis in quanto vincitore nel 2016 del Premio Studi GLBTQ, indetto dal Centro di documentazione Maurice di Torino. Su suggerimento di quest’ultimo, ho deciso di pubblicare una versione del racconto (non si tratta di una vera “edizione critica”) più aderente al manoscritto originale, rispetto ai testi tuttora in circolazione, che lo restituisce alle intenzioni sia ritmiche che di senso volute da Settembrini. Un corrispettivo della mia lettura del racconto e delle sue vicende, sottratta a qualche errore sedimentatosi attorno al testo nel corso degli anni, il tentativo, in estrema sintesi di ripercorrerlo avvicinandomi quanto più possibile allo sguardo dell’autore.
Le vicende del testo, anonimo e pubblicato nel 1977, un secolo dopo la morte di Settembrini, ci mostrano un periodo, non lontanissimo peraltro, intrinsecamente e pervasivamente omofobico anche in ambito artistico e intellettuale fino a circa gli anni Sessanta. Un primo implicito “messaggio” del libro, a mio avviso potrebbe consistere nel non dimenticare quel passato, non del tutto e non interamente passato purtroppo, e nel vigilare per scongiurare disastrosi ritorni indietro. Un secondo “messaggio”, altrettanto attuale, è contenuto nel racconto in sé, nella narrazione ariosa e leggera di varie modalità di vivere la relazione sessuale e affettiva, nella pacifica convivenza di scelte diverse.
   
Per anni I Neoplatonici sono stati oggetto di censura, una censura certamente caratterizzata dal diffuso sentimento omofobico nutrito dallo stesso Benedetto Croce. Pensi sia ancora motivo di disagio presentare I Neoplatonici come opera di un serio patriota del Risorgimento italiano? Come interpreti il silenzio di Benedetto Croce e di tanti altri intellettuali rispetto all’opera di Settembrini?
Nel mio lavoro, il ruolo di Croce nella censura del testo, è fra i punti che, tramandati ostinatamente, ricevono una lettura differente. I Neoplatonici, “scoperto” casualmente da Raffaele Cantarella nel 1937, fu pubblicato solo dopo 40 anni, con una Introduzione dello stesso studioso che racconta anche le vicende del testo. Ad un certo punto egli scrive che Benedetto Croce e Francesco Torraca (celebre letterato, che era stato allievo di Settembrini) erano al corrente dell’esistenza del manoscritto e che non ritennero opportuno pubblicarlo. Tuttavia, in una lettera di Emidio Piermarini (bibliotecario alla Biblioteca Nazionale di Napoli) a Cantarella, riportata subito dopo, si legge per ben due volte che furono proprio loro due, i corrispondenti, a decidere di lasciare inedito il racconto. Nella stessa lettera leggiamo che Croce, interpellato successivamente, non si mostrò sorpreso dell’esistenza del manoscritto, che se ne uscì con una sorta di commento-boutade, «Essendo stato così a lungo col greco Luciano…» e… e nient’altro. Il ruolo di Croce pare essere stato il nome eccellente, inattaccabile, di cui farsi scudo per motivare o giustificare la scelta censoria. Tuttavia una parte dei lettori dell’Introduzione (fra cui lo scrittore Giorgio Manganelli) cade nella tela delle giustificazioni per il silenzio quarantennale, e la “notizia” ripetuta si trasforma in dato stabilmente acquisito.
Con questo non intendo giurare sull’assenza di sentimenti omofobici in Croce, dico solo che la vicenda ci mostra come certa l’omofobia di Piermarini e Cantarella (e di tutta la società del tempo, naturalmente), per i quali il sospetto che Settembrini potesse avere avuto (o anche solo desiderato) esperienze omosessuali, avrebbe rappresentato una macchia infamante sulla biografia immacolata del Padre della Patria, dello scrittore, professore, rettore dell’università di Napoli, intellettuale attivo e militante, senatore del neonato Regno d’Italia, nonché sposo fedele e affettuoso padre di famiglia. Decidere di pubblicare un racconto che rappresenta una relazione omosessuale gratificante e accettata dalla società, significava assumersi questa enorme responsabilità, il che ci dà il senso tangibile di cosa si intenda per ‘cultura omofobica’ senza bisogno di troppi discorsi. Bisognerà attendere gli anni Settanta perché anche in Italia si pubblichino testi letterari in cui l’omosessualità appaia secondo un’ottica serena o comunque non negativa in sé. I Neoplatonici arriva infatti pochi anni dopo la traduzione di Maurice di Forster e dopo Ernesto di Saba: una triade di opere che ha in comune, oltre alla qualità estetica, anche la pubblicazione postuma decisa dagli autori (per restare in tema di omofobia).
Cosa ha di innovativo la tua lettura dei Neoplatonici di Settembrini rispetto alle edizioni precedenti?
Sul proprio testo l’autore non ha lasciato scritto nulla, al contrario di quanto ha dedotto qualche lettore interpretando in maniera errata dei passaggi dell’Introduzione di Cantarella. Oltre a confutare questi e altri fraintendimenti, a proporre una nuova datazione, a lasciare deluso il lettore in cerca di un outing postumo, la mia lettura tenta un’analisi dei Neoplatonici sulla base degli indizi che Settembrini ha disseminato nel racconto stesso e in tutta la sua produzione, pubblica e privata, fino a ora accessibile. L’ambito di indagine più vasto riguarda la traduzione che Settembrini conduce dell’opera di Luciano di Samosata, un autore di lingua greca del II secolo dopo Cristo; si tratta di un confronto che mette in evidenza i modelli di rappresentazione dell’omosessualità con cui il traduttore entra in contatto prima di delineare i personaggi del proprio racconto. La pederastia da un lato (il rapporto libero fra un uomo adulto nel ruolo attivo con un adolescente nel ruolo passivo) e  dall’altro il rapporto fra uomini adulti (connotato dal biasimo per colui che svolgeva il ruolo passivo e dallo scherno per l’eventuale effeminatezza di uno o di entrambi) sono i modelli che egli trova in Luciano e che vengono però abbandonati e riscritti del tutto nel racconto. A questo si aggiunge il superamento della misoginia - complemento di un certo maschilismo della cultura greca - che spingerà i protagonisti a un matrimonio d’amore con due fanciulle e alla creazione di una feconda famiglia “borghese”, pur continuando ad amarsi fra loro. Settembrini, insomma, in un sottinteso ma puntuale dialogo con alcuni testi di Luciano e altri di Platone, preannuncia (senza saperlo, è chiaro) sia un nuovo modello relazionale dell’omosessualità, basato sulla parità dei ruoli, sia un altrettanto nuovo modello (solo maschile) di gratificante bisessualità.
 
L’analisi letteraria mette in rilievo le relazioni affettive e sociali dei personaggi e cerca di individuare il modello narrativo a cui si ispira Settembrini per la costruzione del suo racconto osceno sino a metà, che di fatto è consapevolmente costruito come un’originale, e del tutto antistorica, favola di formazione. C’è infine il tentativo di dimostrare in che modo questo racconto, improbabile come “ transfert” di esperienze legate alla reclusione, sia comunque espressione della personalità del Settembrini post-unitario, passato dagli ideali repubblicani all’ammirazione per la monarchia sabauda, che accentua il proprio anticlericalismo e l’insofferenza verso l’ipocrisia, ma innamorato della classicità e della tradizione letteraria italiana, che per lui non era mai stata un esercizio retorico, ma tutt’uno con l’idea dell’Italia e del suo amore per lei.
Sul Settembrini patriota si sofferma poi la limpida Prefazione di Maya De Leo, che inserisce I Neoplatonici all’interno del nazionalismo ottocentesco, osservato attraverso la percezione della mascolinità e dell’omosessualità.
 
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È in uscita, l'8 maggio, il nuovo romanzo di Franco Buffoni, Due pub, tre poeti e un desiderio, pubblicato dalla casa editrice Marcos y Marcos: un libro che, in linea con altre interessanti pubblicazioni dell’apprezzato autore lombardo, fonde la passione dello studioso e quella del militante, l’impegno filologico e la vocazione narrativa, la storia documentata e la piacevolezza della fiction.

Il libro, che esce a ridosso dell’incipiente stagione dei Pride, è dedicato proprio ai 50 anni dei Moti di Stonewall del giugno 1969, atto di nascita di una consapevole comunità gay e trans in tutto il mondo.

I tre poeti di cui racconta Buffoni, anch’egli poeta oltre che studioso e narratore, sono Byron, Wilde e Auden, uomini vissuti in epoche assai diverse ma assimilati da uno stesso desiderio e stessi conflitti.

Per saperne di più su questo libro, contattiamo l’autore che, con la medesima casa editrice, ha già pubblicato opere di successo come Zamel (2009) e Come un polittico che si apre (con Marco Corsi, 2018).

Franco, come mai hai scelto di scrivere un libro che ha per protagonisti questi tre grandi poeti della nostra tradizione letteraria?

Byron, Wilde e Auden non furono solo poeti , furono anche uomini d’azione, grandi narcisisti e personaggi pubblici: presero coraggiose posizioni politiche e civili e le difesero, vennero esaltati, adorati, ma conobbero anche l’esilio e la polvere. Due pub tre poeti e un desiderio racconta la loro storia come se insieme avessero vissuto una vita sola. Come se fossero stati una sola persona, che fino a trentasei anni è Byron, dai trentasei ai quarantasei è Wilde, dai quarantasei ai sessantasei è Auden. La narrazione affronta questioni di gender, alcuni aspetti della vita intima e dell’arte, il rapporto con la società e le sue leggi in tre vicende umane esemplari, che si snodano dallo “scandalo” londinese dello White Swan alla rivolta di Stonewall. 

La vita di tre poeti “sintetizzata” in una sola vita?

Sì, in una vita sola. Come se fosse una sola persona, che vive tre infanzie e tre giovinezze, due età mature e una sola vecchiaia. Un personaggio che fino a trentasei anni è Byron, dai trentasei ai quarantasei è Wilde, dai quarantasei ai sessantasei è Auden. Con la gogna scampata di Byron che diventa il carcere duro di Wilde e poi l’arroganza di Auden nel non voler parlare della “cosa” con chi non ne è degno. 

La morte di Byron a trentasei anni - disperata per l’amore non corrisposto di Lukas - viene riscattata dal successo mondano e letterario di Wilde, con Londra ai suoi piedi e Bosie al fianco. La morte di Wilde a quarantasei anni - disperata in un alberghetto parigino dalla tappezzeria inguardabile - viene riscattata dal successo mondiale di Auden fino alla luce irradiata cinquant’anni fa da Stonewall e dal Manifesto del Gay Liberation Front.

Fondamentalmente si tratta della stessa persona, perché i tre poeti hanno lo stesso carattere e sono spinti dalle stesse motivazioni: mutano soltanto - ma troppo lentamente - le epoche.

Quali sono i tratti comuni di questi tre poeti?

In décalage verso il coming out, Byron, Wilde e Auden sono tutti e tre sposati: Byron con fama di tombeur de femmes, ma capace di innamorarsi solo di ragazzi e di uomini giovani come Pietro Gamba e P.B. Shelley; Wilde dai modi effeminati ma padre di due figli che dopo il disastro cambieranno cognome; Auden, esplicito sul proprio orientamento sessuale sin dai tempi del college, e sposato per generosità a Erika Mann. Tutti e tre sono accomunati dal fatto di essere in anticipo sui tempi. Auden con una determinazione che lo rende inviso e ingombrante persino alle “velate” della sua epoca come T.S. Eliot; Wilde con una testardaggine “radicale” e un “pride” nei confronti del proprio sentire tanto esemplari da farne una perfetta vittima; Byron certamente - malgrado le apparenze - il più fragile dei tre, il più bisognoso di rassicurazioni, e comunque il più lesto nella scelta della via di fuga dall’Inghilterra.  

Qual è la novità del tuo romanzo dal punto di vista stilistico?

Dopo tanta autofiction, questo è il primo libro italiano di fictional criticism: altra cosa rispetto alle biografie e alla critica impressionistica. Qui non si impone nulla, ma si porta il lettore a condividere, mettendo insieme - metodologicamente - Sainte-Beuve e Proust, vita e analisi, finzione e critica. E grazie all’invenzione delle tre vite in una, alla fine si legge l’opera come un romanzo cubista. Se i pittori cubisti infatti rappresentano l’oggetto da punti di vista spaziali diversi, questo libro rappresenta il suo oggetto da tre tempi diversi, ponendosi come vera e propria interrogazione metaletteraria.

Di Due pub, tre poeti e un desiderio vi presentiamo un capitolo in anteprima esclusiva.

LA STORIA DI DUE PUB

La nostra storia può anche simbolicamente distendersi tra due pub: lo White Swan di Vere Street a Londra, che si situa nel cuore della vicenda byroniana; e lo Stonewall di Christopher Street a New York, che si staglia al tramonto della vicenda audeniana.

The White Swan era un pub per “iniziati”, che l’8 luglio del 1810 divenne teatro di un’incursione poliziesca, con accusa di sodomia per tutti i presenti: il reverendo John Church vi stava celebrando un matrimonio tra due uomini. L’immediato processo portò a due esecuzioni capitali precedute da gogna e a una lunga serie di condanne al carcere duro, sempre precedute da gogna, contro la cosiddetta Vere Street Coterie: la cricca di Vere Street. Cospicuo fu anche il seguito di collaterali suicidi, di figli costretti a cambiare cognome, di famiglie ridotte in miseria.

Byron era ancora in Grecia, praticamente senza giornali. E nella lettera del 13 gennaio 1811, l’amico Charles Skinner Matthews – in tono in apparenza scanzonato – gli scrive da Cambridge raccontandogli del giro di vite nei confronti dei cittadini di tutte le classi sociali colti in flagrante, dei suicidi e dell’infittirsi delle condanne alla gogna e all’impiccagione. E con chiaro riferimento ai favori sessuali, aggiunge: “Ciò che tu ottieni dai tuoi amici turcomanni con poche sterline, noi qui lo otteniamo rischiando l’osso del collo”. E ancora: “Your Lordship’s delicacy would, I know, be shocked by the pillorification in the Hay Market of a club of gents who were wont to meet in Vere Street...” Naturalmente il termine ‘pillorification’ non esiste; è la storpiatura di pillory(gogna) come se fosse glory con glorification. Ma il sarcasmo di Matthews riesce solo a drammatizzare ulteriormente l’ignobile pratica. Nella stessa lunga lettera Matthews rileva che il clima di odio fomentato dalla stampa nei confronti dei cultori della ‘paiderastia’ si va facendo sempre più torbido. E scrive il termine in greco: ma la pi greca maiuscola con cui la parola inizia viene allargata a dismisura sul foglio fino ad assumere la forma di una forca stilizzata. Matthews e Byron avevano allora ventitré anni.

Avviciniamo dunque le terribili vicende dello White Swan a quelle di Stonewall in una sorta di ideale rivendicazione. La notte di venerdì 27 giugno 1969, poco dopo l’una, la polizia fece irruzione nello Stonewall Inn al Greenwich Village senza un particolare mandato. Si trattava del classico controllo di routine a cui tutti i locali gay venivano frequentemente sottoposti. Ma quella notte accadde qualcosa di assolutamente inedito. Invece della consueta pavida acquiescenza da parte di gestore e clienti, due transessuali – Sylvia Rivera e Marsha Johnson – lanciarono contro i poliziotti una scarpa con tacco a spillo (altre cronache dicono un boccale di birra, altre una bottiglia di gin). Fatto sta che gli agenti furono presto sopraffatti dalla reazione violenta di molti altri clienti del bar e dovettero darsi alla fuga.

In seguito si disse che la nascente comunità gay quel giorno fosse emotivamente in tensione perché aveva appena partecipato ai funerali di Judy Garland, icona gay ancor prima che esistesse l’espressione. Come sempre, nelle sommosse popolari, la reazione scatta quando la misura è colma: la notte successiva i poliziotti giunsero al Village in forze, e gli scontri ricominciarono ancora più violenti; le stime parlano di duemila persone che, sul calco di black power, scandivano lo slogan “gay power” contro quattrocento poliziotti sempre più sbalorditi di fronte ai ‘faggots’ (checche, froci) che osavano ribellarsi. Riscattando così in un’unica enorme ribellione, tante precedenti umiliazioni, a partire per esempio da quel 21 febbraio del 1903 in cui avvenne la prima incursione di cui si abbia memoria in una sauna gay: l’Ariston Hotel Baths a New York. Ventisei arresti, con conseguenti processi, condanne per sodomia, pene da quattro a venti anni di carcere, suicidi, famiglie in rovina.

Proprio perché a dare l’avvio alla rivolta in quella notte del 27 giugno 1969 furono due transessuali, oggi i Gay Pride si svolgono in tutto il mondo il 28 giugno e sono ricchi di colori; ma non sono affatto delle ‘carnevalate’, bensì degli inviti corali a coniugare con rabbia il coraggio della visibilità all’orgoglio del come si è.

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Pubblicato, negli scorsi giorni, dalle Edizioni Croce di Roma, La conversione dell’arcobaleno è l’ultimo romanzo di Maurizio Valtieri, che si è ispirato spira a una vicenda reale.
 
Il protagonista, Davide, giovane omosessuale, di ritorno da un viaggio avventuroso in Messico, viene costretto dalla madre a sottoporsi alle terapie di riparazione che, sulla base dei postulati antiscientifici di Joseph Nicolosi, intendono riconvertire l'orientamento sessuale di persone gay e lesbiche. Davide capisce, per la prima volta, che una parte di mondo lo considera un malato: un giocattolo rotto che va riparato a tutti i costi.
 
Per saperne di più, contattiamo l’autore Maurizio Valtieri, docente presso il dipartimento di italianistica del Pantheon Institute di Roma, in programmi per Penn State University e Tulane University,  già apprezzato autore teatrale e narratore, tra i cui lavori è da segnalarsi la raccolta di racconti Confini di pelle
 
Cosa ti ha spinto a scrivere il tuo nuovo romanzo? Ci racconti sinteticamente di cosa parla?
 
La conversione dell’arcobaleno è la riscrittura di un mio precedente romanzo, con l’aggiunta di nuove parti e un finale totalmente diverso. In sintesi è la storia di un giovane gay, il quale è perfettamente a suo agio con la propria sessualità, che viene mandato dalla madre in un istituto religioso romano per un ciclo di terapia riparativa, nella convinzione che possa ritornare eterosessuale. Si tratta di un romanzo, nel quale si intrecciano diverse storie umane e il cui protagonista è volutamente una figura positiva. L’ho voluto riscrivere per dare il mio contributo a una necessaria resistenza contro un nuovo e preoccupante oscurantismo. Dichiarazioni come quelle della giornalista Mediaset, la quale ha affermato di essere tornata etero attraverso Gesù e che l’omosessualità è paragonabile all’omicidio, mi hanno definitivamente convinto a pubblicare il libro.
Il dramma delle terapie riparative sono, senza dubbio, argomento centrale del tuo romanzo. Pensi che oggi siano ancora molto diffuse? Hai compiuto una ricerca a tal riguardo?
 
Ovviamente mi sono documentato e sono arrivato alla conclusione che purtroppo questo tipo di pseudo-terapie, un tempo fenomeno quasi esclusivamente americano, è ben presente sul nostro territorio nazionale. Viste le ripetute condanne da parte del mondo scientifico e della società civile, si cerca di presentarle come una sorta di cammino di autocoscienza, ma tra le righe il concetto ricorrente è sempre quello di voler correggere un difetto ritenuto contro natura.
Quali sono i rapporti e le inferenze tra i centri che praticano le cosiddette terapie riparative e i gruppi cattolici ? Che peso ha avuto e ha la chiesa nell’alimentare false credenze come questa? 
 
C’è sempre un legame tra fondamentalismo cristiano e centri per le terapie riparative, se non altro perché questi ultimi giustificano la propria azione con ciò che la parola di Dio secondo loro comanda. Inoltre, molto spesso a una pseudopsicologia viene affiancata la cosiddetta "fede trasformante", che è il termine usato per descrivere l’uso della religione per eliminare i desideri sessuali, attraverso il pentimento e la fede. Dunque una consolidata connivenza, se non vera complicità, esiste ed è molto forte.
Cosa ti sentiresti di dire ad un ragazzo omosessuale che, proprio come il protagonista del tuo romanzo, si sente un giocattolo rotto che va riparato a tutti i costi?
 
Gli direi di trovare la forza di non permettere a niente e nessuno di definire chi lui o lei sia. Soprattutto di non trovare se stesso/a nello sguardo degli altri. Se il destino ci pone in una posizione esistenziale scomoda, come quella di nascere minoranza, bisogna fin dalla prima sensazione di estraneità rispetto al mondo che ci circonda mettersi in cammino per trovare il proprio popolo. Il primo istinto è sempre quello di volersi omologare per evitare il dolore. Di una cosa sono sicuro, stare fuori da quello che chiamo il “recinto delle vacche” può non essere facile e il prezzo può essere alto, ma quello sguardo differente e unico sull’intera vallata dell’esistenza umana ripaga ogni sacrificio.
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Edito per i tipi sestesi della Meltemi nella collana Culture Radicali e disponibile nelle librerie dal 18 aprile, Comunismo queer. Note per una sovversione dell'eterosessualità raccoglie in 298 pagine la summa del pensiero di un filosofo geniale e controcorrente qual è Federico Zappino.

Traduttore di vari saggi di Judith Butler, tra cui Fare e disfare il genere (Mimesis, Sesto San Giovanni 2014) e L’alleanza dei corpi (Nottetempo, Milano 2017), nonché d'un classico del genere queer come Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità di Eve Kosofsky Sedgwick, il 36enne intellettuale d'origine torinese ha curato nel 2016 per Ombre Corte il volume collettaneo Il genere tra neoliberismo e neofondamentalismo.

I temi cardine, su cui si impernia l'intera analisi della sua ultima pubblicazione, sono di quelli che fanno scuotere il capo non solo agli odierni benpensanti, tanto di destra quanto di sinistra, ma anche alla pletora di attiviste/i della variegata galassia Lgbti, sempre più appiattita su normalizzanti modelli etenormati quanto meno capace di essere fattrice e portatrice di una riflessione propria, originale, alternativa.

Come seppe invece fare tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso un Mario Mieli, cui Zappino guarda con grata ammirazione e una cui raccolta di scritti inediti ha visto anch’essa recentemente la luce sotto il titolo La gaia critica (a cura di Paola Mieli e Massimo Prearo, Marsilio, Venezia 2019).

Ed è all’intellettuale milanese che Zappino si rifà esplicitamente più volte nel corso del sua opera come quando, ad esempio, illustra «il postulato alla base del comunismo queer». Per come lo intende, «lo sfruttamento e l’esclusione, all’interno delle società capitalistiche, non hanno solo un carattere universale – tale per cui una maggioranza assoluta di persone è costretta a vendere la propria forza-lavoro al capitale a condizioni che non hanno scelto e che, di conseguenza, possono tranquillamente determinare anche la loro esclusione. Lo sfruttamento e l’esclusione, nelle società capitalistiche, hanno innanzitutto un carattere particolare. Questo era ciò che rilevava Mario Mieli, d’altronde, quando in Elementi di critica omosessuale (1977) scriveva che il capitalismo colpisce “differentemente, allo stesso modo”».

Di conseguenza, se si vuole lottare efficacemente contro il capitalismo, è necessario fronteggiare ciascuna delle singole matrici di oppressione da cui trae linfa e sostanza per affermarsi e riprodursi. Nel caso dell'oppressione di genere e sessuale la sua matrice è l'eterosessualità. Ambire alla sovversione dell'eterosessualità significa per Zappino lottare contro il capitalismo a partire dalle sue cause anziché dai suoi effetti più immediati o visibili. In ciò consiste la differenza tra ogni altra forma di anticapitalismo e il comunismo queer.

Ma il confliggere contro l’eterossualità non va comunque considerato quale parallelo o, meno che mai, succedaneo a quello contro il sistema capitalistico.

«Io non penso – scrive infatti Zappino – che al conflitto agito da chi è sfruttato nei riguardi di chi sfrutta, o da chi detiene nulla nei riguardi di chi detiene tutto, debba essere affiancato un «altro» conflitto, e che a questo conflitto debba essere accordata la stessa importanza accordata all’altro. La mia posizione, piuttosto, è che il conflitto agito da noi minoranze contro l’eterosessualità deve innervare innanzitutto lo stesso conflitto di classe.

In primo luogo, perché esso si dà già all’interno della classe – dal momento che tra gli «sfruttati» e gli «esclusi» ci sono le donne e le minoranze di genere e sessuali, e dal momento che le specifiche forme che lo sfruttamento e l’esclusione nei loro riguardi assume ha a che fare precisamente con la posizione che occupano all’interno del sistema eterosessuale del genere.

In secondo luogo, perché in assenza di una critica del modo di produzione eterosessuale che, tutt’oggi, continua a strutturare la divisione del lavoro, offrendo al capitalismo le risorse simboliche e materiali, corporee e soggettive, per perpetuarsi e riprodursi, ci condanniamo a produrre un discorso sul conflitto di classe desideroso di stabilire una gerarchia tra i conflitti che contano, al cui apice figurano però solo quelli che garantiscono agli uomini eterosessuali di continuare a dirci che fare».

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«Questa storia non è per tutti. È per coloro che sanno vedere le sfumature, le contraddizioni nascoste in ognuno di noi. Parla di come le aspettative degli altri possano distruggere ciò che c’è di bello in noi e creare solo odio. Di come il desiderio di soldi, la mancanza di soldi, sia in grado di avvelenare una famiglia. Parla di una Milano ai bordi, miserabile, smarginata. Dei confini opachi tra disonestà, onestà, odio, rabbia. Di come ognuno di noi possa essere colpevole e innocente, vittima e carnefice, zucchero e catrame».

Così Giacomo Cardaci, avvocato e socio di Rete Lenford, presenta a Gaynews il suo romanzo Zucchero e catrame, che, edito da Fandango, è da oggi nelle librerie italiane. 

È la storia di Cesare che è un bambino che chiacchiera e gioca a Memory con il suo circolo multietnico di Barbie. Egli ha scelto Ines, detta Lines, come amica per non rimanere da solo in fila a scuola e passa i suoi pomeriggi con un'anziana che lo cosparge di profumo, detestata dai suoi genitori perché fomenta le sue stramberie. La sua vita di paese sarebbe potuta continuare sempre uguale, se a stravolgerla non fosse arrivato il trasferimento della sua famiglia in un monolocale ai bordi tra Milano e Cinisello.

Al piano di sopra, però, abita Gabbo, da cui Cesare, ormai cresciuto, è dannatamente eccitato, perché Gabbo è tutto ciò che Cesare vorrebbe essere: uno deciso a prendersi dalla vita tutto, costi quel che costi. Per questo, quando suo padre viene arrestato, la madre si rifugia nel letto, il fratello scompare, Cesare decide di risalire dal fondale del proprio abbandono seguendo le tracce di Gabbo. Per entrare nel giro, però, Cesare deve smettere di essere Cesare, dire di sì a ogni tipo di richiesta ma anche abbandonarsi a una fascinazione morbosa simile a quella che prova per Gabbo. Una fascinazione che lo eccita come lo zucchero ed è ripugnante come il catrame. Fascinazione che, alla fine, gli chiederà un conto molto, forse troppo, salato.

Giacomo Cardaci torna al romanzo con una storia feroce, a tratti spiazzante, in cui i margini opachi tra disonestà, innocenza, odio, rabbia, si dissolvono, e i lettori saranno messi di fronte ai desideri inconfessabili che si nascondono in ognuno di noi. 

Già vincitore di numerosi premi letterari con i suoi racconti, Cardaci ha esordito con Alligatori al Parini (Milano, Mondadori 2008), seguito da La formula chimica del dolore (Milano, Mondadori 2010), in cui racconta la sua battaglia contro il cancro.

Molte sono le voci autorevoli che si sono espresse in maniera entusiastica nei confronti dell’opera di Cardaci. Daria Bignardi ha scritto: «Giacomo Cardaci è uno scrittore giovanissimo e pieno di talentoi». Per Aldo Grasso «il personaggio più interessante è stato il giovane Giacomo Cardaci. C’era in lui un misto di incoscienza e di consapevolezza, di gioia e di disperazione, di speranza e di rassegnazione che lo eleva a figura tipica della letteratura classica: il giovane vecchio o il saggio temerario. Il famoso Ludovico Einaudi lo seguiva in silenzio, con un distacco da entomologo, cercando in cuor suo le note per circoscrivere lo stupore».

Per Fulvio Panzeri «la scrittura di Cardaci è diretta, veloce, abilissima, senza eccedere nei ‘giovanilismi’ di maniera che hanno imperversato nella narrativa italiana nel decennio scorsoi». Secondo Giuliano Aluffi «Giacomo Cardaci, uno dei nostri migliori giovani scrittori, che qui riesce a rendere universale un dolore privato attingendo a una voce narrativa che, per nitidezza e spontaneità di riflessione, fa venire in mente Buzzatii». 

«Vorrei che Cesare potesse entrare in tutte le vostre case – aggiunge infine Cardaci raggiunto dalla redazione di Gaynewsstrapparvi un sorriso con il suo circo di Barbie multietnico e un pensiero in più quando, per conoscersi, decide di superare i confini di quello che si pensa accettabile. La definizione dell’identità passa anche attraverso il desiderio negativo. Oltre lo zucchero, il nero del catrame».

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Da venerdì 25 a domenica 27 gennaio a Roma, presso lo spazio dell’Altrove Teatro Studio (via Scalia, 63), andrà in scena lo spettacolo Processo a Fellini, scritto da Riccardo Pechini e diretto da Mariano Lamberti. Un vero e proprio evento che segna l’approdo del regista di God As You e di Una storia d’amore in quattro capitoli e mezzo al teatro. 

Un approdo che, però, non dimentica l’amore per il cinema, dacché protagonisti della pièce sono il grande Federico Fellini e la sua compagna, l’attrice Giulietta MasinaIncontriamo Mariano Lamberti mentre è impegnato nelle prove dello spettacolo per saperne di più su questo progetto per la scena. 

Mariano come mai dedicare uno spettacolo a Federico Fellini? O forse dovremmo dire a Giulietta Masina? Quanto si amarono e a quale costo? 

Processo a Fellini è uno spettacolo quanto mai puntuale: il 2018 si sono celebrati i  25 anni dalla sua morte e il 2020 si festeggierà  il centenario della sua nascita. Fellini è uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo, quindi mi sembrava doveroso fare un omaggio alla sua arte. La  piece è anche un omaggio all' immenso talento di Giulietta Masina, troppo in fretta dimenticata. La loro storia d'amore è stata leggendaria, archetipica, umanissima, con tutte le luci e le ombre che un amore così complesso  può generare. Lo spettacolo si sofferma doverosamente  sulle ombre del loro rapporto, privato di carne e sangue nell'immaginario pubblico.

Il tuo è, in qualche modo, anche uno spettacolo sul ruolo delle muse (o dei musi). Hai avuto anche tu, nella tua carriera artistica, un modello di ispirazione? 

Ho avuto pochi, pochissimi modelli di ispirazione. Pasolini e il grande Federico Fellini sono senz'altro quelli a cui devo di più. Fellini rimane ancora una fonte di ispirazione per  questa sua immensa libertà di creare. Una libertà che ha avuto la fortuna di poter sperimentare fino in fondo, senza compromessi, una sorta di competizione con Dio, come lui la chiamava. La libertà (e non solo quella artistica) è uno dei doni più belli che l'essere umano possa ricevere dalla vita.

Con questo spettacolo, porti a teatro il tuo grande amore: il cinema. Quale regista ti ha davvero cambiato lo sguardo e ti ha fatto innamorare del cinema? 

Fellini è sicuramente il regista che per molti versi ha cambiato la mia visione del cinema: portando sullo schermo disadattati, esseri fragili, esclusi, diversi,  dimenticati, scomodi. Ci ha regalato un  immensa lezione di poesia che non solo ogni artista ma anche ogni uomo, dovrebbe sempre tenere con sè e custordire gelosamente.

Infine, se potessi dire qualcosa a Giulietta Masina, dopo la realizzazione di questo spettacolo, cosa le diresti?

Cara Giulietta, la tua arte sarà ricordata per sempre, ma il mio desiderio è che venga celebrata anche la tua grandissima umanità. Cosa alla quale spero di avere contribuito con questo spettacolo. 

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Il 21 gennaio del 1977 moriva in semipovertà e in condizioni di salute estremamente precarie Sandro Penna, uno dei poeti più originali e “rivoluzionari” della nostra tradizione letteraria. 

Cesare Garboli, suo biografo e studioso, nei Penna Papers scrive: «Penna è il solo poeta del Novecento il quale abbia tranquillamente rifiutato, senza dare in escandescenze, la realtà ideologica, morale, politica, sociale, intellettuale del mondo in cui viviamo». E Garboli ha davvero ragione. Del resto se c’è un intellettuale italiano che, già negli anni ‘30, ebbe il coraggio di raccontare liberamente in versi (e non solo) il suo amore per i ragazzi e il suo eros omosessuale fu senza dubbio Sandro Penna. 

Poeta epigrammatico e chiarissimo, allergico a qualsiasi ambiguità e compromesso, ebbe la determinazione di mettere tra parentesi la Storia e il Mondo, realizzando così un discorso poetico del tutto autonomo, lontano sia dalla “teologia negativa” di matrice montaliana sia da qualsiasi altra consolidata tradizione lirica nostrana. 

Il poeta Piero Bigongiari definì giustamente la poesia di Sandro Penna «un fiore senza gambo visibile». D’altronde, come poteva essere visibile il gambo “poetico” di una poesia che rifiutava, in nome della verità del desiderio e dell’amore, una Storia e un Mondo che erano da sempre ostili ed estranei alla natura di quell’amore e di quel desiderio?

Il gambo della poesia di Penna era nel suo anelito alla felicità e alla liberazione. Un anelito vissuto con pacatezza e pudicizia ma mai rinnegato. Mai dimenticato. 

La grandezza della  lirica di Penna sta proprio nella semplicità con cui il poeta perugino diede vita, per la prima volta nella storia della poesia italiana, all’universo dell’amore omosessuale, che era fatto sì di incontri occasionali e passionali rendez-vous negli orinatoi, ma raccoglieva anche il bisogno di essere amati, di essere riconosciuti, di essere visibili e felici incuranti di qualsiasi convezione borghese e di qualsiasi moralistica censura del tempo. Nei suoi componimenti, insomma, c’era sia la carne sia il cuore, sia l’amplesso fugace sia il grande amore. 

È d’uopo ricordare che Penna, pur rattristandosi per la censura, non censurò mai un suo verso, mai rinunciò alle armonie del suo immaginario poetico per compiacere i moralisti (Il mondo che vi pare di catene/ tutto è tessuto d’armonie profonde). 

Ecco perché oggi, in tempi di rigurgiti reazionari e “ideologie forti”, bisogna volgere lo sguardo alla bellezza che brilla ancora, sempre con lo stesso fulgore, nei versi di Sandro Penna, faro di libertà e coerenza per tutte e tutti. 

Luca Baldoni, poeta, saggista e autore dell’antologia di poesia gay Le parole tra gli uomini (Robin, 2012), a proposito di Sandro Penna ha dichiarato: «Sandro Penna è stato, oltre che grande poeta, un animo libero e coraggioso. Nell'Italia fascista e poi democristiana la sua voce avrebbe potuto indicare una strada diversa a molti. Purtroppo, come molti poeti, rimase un emarginato quando avrebbe potuto essere una guida.

Oggi il Comune di Roma apporrà una targa sulla sua casa di via della Mole dei Fiorentini, nel cuore della città che amava. Un omaggio frutto degli sforzi di Elio Pecora e Roberto Deidier, che da anni curano la memoria del poeta, e a cui mi unisco spiritualmente con molto affetto».

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Il 15 gennaio si è tenuto presso l’Aula Volta dell’Università degli studi di Pavia il dibattito Corpo e libertà - Rappresentazione delle identità trans. Promosso da UniversiGay e Arcigay Pavia Coming-Aut, l’evento fa parte del ciclo d’incontri Untold - Rappresentazione e identità lgbti nei linguaggi dell'arte che, iniziato nel novembre scorso, terminerà a marzo.

L’appuntamento del 15 gennaio ha visto la partecipazione di tre figure di spicco della collettività trans italiana: l’artista Vladimir Luxuria, la presidente onoraria del Mit Porpora Marcasciano, la poetessa pluripremiata Giovanna Cristina Vivinetto.

Nonostante la caratura dell’incontro non si sono fatte attendere le reazioni di Forza Nuova Pavia che, in un comunicato pubblicato su Facebook il 17 gennaio, ha parlato di «carnevale anticipato», di «uomini travestiti da donne», di «alterazione patologica dell’umore che li porta a vestirsi, truccarsi, atteggiarsi come individui appartenenti al sesso opposto al loro». Non senza i soliti argomenti di «propaganda, finalizzata al totale sovvertimento dell’ordine naturale delle cose», di «dono della natura che ci è anche Patria», di «sacralità della famiglia», di «lobby gay».

Riutilizzate anche le pedestri accuse, agitate negli ultimi tempi da Silvana De Mari e media cattoconservatori, di un Mario Mieli mito del «carrozzone arcobaleno» perché «omosessuale, marxista, coprofago, pedofilo, tossicodipendente».

Al comunicato dei forzanovisti pavesi hanno risposto ieri, con una nota congiunta, Barbara Bassani, presidente di Arcigay Pavia Coming-Aut, e Marco La Cognata, responsabile del Gruppo Trans - Arcigay Pavia Coming-Aut.

Per Bassani «quello di Forza Nuova è un delirio incomprensibile e irricevibile, ma in quelle parole c'è racchiuso il male che da sempre colpisce le persone transessuali: la negazione della loro stessa esistenza. Non riconoscere a una persona, qualunque persona sia, la dignità di essere umano ha prodotto lo sfacelo della violenza nazifascista; la stessa violenza che ha umiliato e ucciso migliaia di persone #Lgbti.

Il linguaggio di Forza Nuova evoca i lager, e arriva contro di noi a pochi giorni dalla giornata della memoria, che come ogni anno celebreremo con La memoria sono anch'io: il prossimo 28 gennaio, saremo come sempre in tanti, a ricordare ciò che abbiamo subìto».

La Cognata ha invece dichiarato: «La dignità di tutte le persone transessuali passa attraverso il riconoscimento, la conoscenza, la comprensione di una delle possibili esperienze dell'umano. Forza Nuova dice che vuole difendere la vita, ma di quale vita parla, se ne rifiuta una parte, se la rigetta, proponendo della vita una visione così parziale, così distante dalla realtà?

Noi persone trans continueremo a essere visibili, per dire a tutti e a tutte, anche a Forza Nuova, che noi siamo qui, esistiamo, che si mettessero il cuore in pace, e ascoltassero le parole delle persone contro le quali gettano tanto odio».

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«Daniele Del Pozzo è uno dei protagonisti della storia del Cassero ma anche uno degli operatori più brillanti del sistema culturale bolognese. Siamo orgogliose e orgogliosi del premio Ubu che ieri ha ricevuto: lo festeggiamo come se fosse il nostro, di ciascuno e ciascuna di noi. Da molti anni Daniele ha iniziato con il Cassero e dentro al Cassero un percorso che solo nell’ultima fase, da diciassette anni a questa parte, si è chiamato Gender Bender Festival.

Già prima, e ancora di più durante gli anni del festival, Daniele si è fatto promotore di progetti piccoli, grandi e talvolta grandissimi, con lena quotidiana,  intelligenza vivace, tanta professionalità ma soprattutto una straordinaria capacità di costruire relazioni, con grande cura, all’interno di un circolo, nella città, in tutto il Paese, fino in Europa. Siamo molto grate e grati a Daniele per tutto questo e per l’orgoglio con cui in tutti questi anni ha portato in alto, con sé, la nostra bandiera arcobaleno. Perché è proprio l’arcobaleno il tratto più caratteristico di questa vittoria, che premia un progetto e un curatore cresciuti all’interno del più antico circolo della comunità lgbti in Italia, il primo spazio pubblico affidato da un’amministrazione comunale a un collettivo di gay, lesbiche bisessuali e trans. Di questa storia, e della libertà che esprime, la vittoria di Daniele mostra la traccia. E rende merito perciò anche a tutte le persone che hanno fatto la storia del Cassero e a chi l’ha sostenuta, in particolare nelle istituzioni, anche quando si navigava in acque complicate.

Gender Bender è un progetto sostenuto sin dalla sua prima edizione dal Comune di Bologna e subito dopo dalla Regione Emilia-Romagna che assieme all’ampia rete di partner pubblici e privati che nelle edizioni si è andata costruendo, hanno fatto crescere il festival, nella direzione in cui lo sguardo di Daniele lo ha accompagnato, lasciando che gemmasse nuove idee, come Teatro Arcobaleno e il progetto europeo Performing Gender, e che facesse sempre nuovi incontri. In questo senso la vittoria di Daniele si riflette su tutta la città e ne premia il sistema culturale, il suo pionierismo e la sua libertà».

Con questo lungo e sentito comunicato, il consiglio direttivo del Cassero, storico centro Lgbti italiano, ha commentato sul sito dell’associazione il prestigiosissimo Premio Ubu 2019 conferito ex aequo, il 7 gennaio, come miglior curatore/curatriceFrancesca Corona, co-curatrice e direttrice generale del festival romano Short Theatre, e a Daniele Del Pozzo per il Gender Bender Festival, che, giunto alla sua 16° edizione, è stato recentemente definito da Flavio Romani, ex presidente di Arcigay, in un suo recentissimo post ha «magnifico tripudio di cultura».

A pochi giorni dal conferimento del riconoscimento abbiamo raggiunto Daniele Del Pozzo, per raccoglierne emozioni e riflessioni.

Che emozioni ha suscitato in te il fatto di aver ricevuto un premio prestigiosissimo come l’Ubu per il tuo lavoro di curatore dello storico Gender Bender Festival del Cassero? Te lo aspettavi?

Sinceramente non me lo aspettavo e riceverlo mi ha reso felice il doppio. Sono felice perché dimostra che si può essere professionisti e attivisti allo stesso tempo. Il Premio Ubu ha dato infatti un riconoscimento importante al mio lavoro come curatore artistico - una categoria introdotta dal Premio Ubu per la prima volta quest'anno - svolto con professionalità, tenacia e lungimiranza in questi anni, pur tra mille difficoltà. Allo stesso tempo ne riconosce in pieno l'impegno per portare i temi delle differenze di genere e di orientamento sessuale all'interno del dibattito e della produzione culturale più istituzionale. Questo doppio riconoscimento ripaga in maniera generosa della fatica e restituisce un senso profondo alle intuizioni ardite avute anni fa e alle scelte, a volte difficili, che vengono prese quotidianamente. Il premio mi fa molto felice anche per un'altra ragione, riconosce a pieno titolo il contributo prezioso dato da un'associazione come Il Cassero Lgbti Center alla cultura e alla società. Credo che fino a poco tempo fa fosse addirittura impensabile che un centro Lgbti ricevesse un tale riconoscimento. In questo senso sono orgoglioso di aver contribuito ad abbattere - con il mio lavoro - un pò di quel muro di luoghi comuni e stereotipi che ancora oggi ci vuole confinati in una dimensione marginale e non dialogante.

Qual è, a tuo parere, il vero punto di forza del Gender Bender Festival? Facendo un bilancio delle edizioni che hai curato, quale scelta trovi esser stata davvero vincente e di quale, invece, sei decisamente pentito?

Gender Bender continua a essere un progetto indipendente, prodotto dal Cassero , associazione senza scopo di lucro che reinveste parte delle sue risorse in progetti no profit. Questa caratteristica permette una grande libertà di manovra sulle decisioni artistiche, che prevedono sempre e comunque dei confronti orizzontali con la squadra composta da chi lavora al festival. Questo punto di forza si sposa poi con il bisogno di interrogarsi continuamente sui bisogni che muovono un'azione di intervento culturale, così come sulla necessità di realizzare un festival, tenendo conto di come mutano continuamente le condizioni sociali e culturali in cui operiamo. Un esempio tra tutti: Gender Bender si è necessariamente evoluto tenendo conto di come è cambiato il bisogno di socializzazione e di cultura della comunità Lgbti prima e dopo l'apparizione dei social network o di come si sono evolute le forme di relazione affettiva con l'introduzione del riconoscimento delle unioni civili. Questa continua capacità di rinnovamento, insieme ad uno sguardo curioso a ciò che accade nel mondo, permettono ancora oggi a Gender Bender di essere un progetto culturale vivo, in cui ogni edizione aggiunge sempre qualcosa in più e di necessario, e del cui senso non mi sono mai pentito.

Infine, la gioia di lavorare a un progetto necessario e fortemente condiviso è certamente un altro elemento vitale che dà forza e significato al nostro progetto.

La cultura - e la cultura Lgbti - possono davvero cambiare la direzione, a dir poco preoccupante, della politica contemporanea? Che ruolo avrà la cultura nell’Italia del 2020?

Nella mia visione credo che la cultura sia soprattutto la capacità tutta umana di tenere aperto un dialogo intellettuale e uno scambio emotivo anche con chi ci può apparentemente apparire come lontano o differente da noi. Credo che solo con questo esercizio di disponibilità - che può addirittura essere un invito a mettersi nelle scarpe degli altri e delle altre - sia possibile riconoscere le qualità di quell'essere sociale complesso e contraddittorio che sono l'uomo e la donna. E' una visione che presuppone la possibilità di trasformare attivamente la realtà intorno a noi, affinché migliorino le condizioni di vita di tutti e tutte noi. Sta alla base del mio lavoro come persona e come operatore culturale ed è qualcosa in cui ripongo la mia fiducia e le mie speranze.

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Un gigantesco volto del grande poeta e pensatore omosessuale Piero Paolo Pasolini fa bella mostra di sé, da ieri, nel cuore di Scampia, una delle zone più critiche della periferia napoletana, a pochi metri dall’uscita della metro.

Si tratta di un’opera d’arte dello street artist Jorit Agoch, finanziata dalla Regione Campania, e rientra in un piano capillare e sistematico di conversione e valorizzazione di quelle aree metropolitane spesso dimenticate che, in un recente passato, sono state lasciate al degrado e alla marginalità.

La scelta di Pasolini come icona di riferimento in un quartiere popolare ma anche pieno di vita e di risorse non è certo casuale, perché pochi intellettuali seppero cogliere la forza aurorale e creativa del popolo come fece Pasolini in tanti suoi lavori, soprattutto in quelli cinematografici e poetici.

«Pasolini sarebbe stato certamente felice di questa collocazione - dichiara Claudio Finelli, delegato cultura di Arcigay Napoli - perché Pasolini amava Napoli più di ogni altra città italiana e definì i napoletani, in una celebre intervista rilasciata ad Antonio Ghirelli, la grande tribù, perché il popolo napoletano era l’unico, secondo lui, in grado di resistere alle lusinghe della modernità e della massificazione.

Inoltre Pasolini fu un pensatore corsaro e controcorrente, scandalosamente impregnato di fede e desiderio, di spirito proletario e raffinata speculazione intellettuale, proprio come la nostra città, ricca per le sue contraddizioni che la rendono unica e vitale».

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