A luglio, in piena Onda Pride 2018, la casa editrice Marchese di Napoli ha pubblicato Quei ragazzi del ‘96, testo per il teatro scritto da Claudio Finelli, docente e delegato Cultura di Arcigay. Testo, che ha avuto anche una sua realizzazione per la scena, nel gennaio 2017, all’interno del fortunato format Do not disturb, ideato dallo stesso autore insieme al regista Mario Gelardi.

Quei ragazzi del ‘96 è liberamente ispirato al celebre testo di Mart Crowley Festa di compleanno per il caro amico Harold e racconta un drammatico party a sorpresa, organizzato da un gruppo di amici la sera prima del 29 giugno 1996, data del primo Gay Pride di Napoli e del Sud Italia.

Tra colpi di scena, momenti brillanti e altri intensi e commoventi, i protagonisti della pièce restituiscono al lettore la temperatura emotiva ed esistenziale in cui viveva, alle porte del nuovo millennio, la comunità Lgbti italiana, reduce dai tragici anni dell’Aids e ancora stretta e oppressa da pregiudizi sociali e dolorosi conflitti interiori.

La prefazione, scritta da Vincenzo Capuano (leader storico del comitato Arcigay di Napoli e docente di Storia del Giocattolo), ripercorre con puntualità le tappe politiche e rivendicative di quegli anni. La postfazione, invece, ad opera del caporedattore di Gaynews Francesco Lepore, è una risposta argomentata, vibrante e appassionata a quanti ancora oggi, nel 2018, guardano al Pride con diffidenza e scetticismo.

Incontriamo l’autore per saperne di più sul testo che ha appena pubblicato.

Claudio, come mai hai deciso di scrivere un testo teatrale ambientato alla vigilia del primo Pride di Napoli?

In realtà, il testo nasce da una doppia “ispirazione”. Infatti mi era stato commissionato un rimaneggiamento attualizzato di Festa di compleanno per il caro amico Harold di Crowley. Pur avendo accettato, mi ero ritrovato ben presto a riflettere sull’inutilità di un simile adattamento. Il testo di Crowley, infatti, è datato e ha senso, secondo me, proprio perché restituisce a chi legge l’immagine precipua della condizione vissuta dalla comunità Lgbti americana negli anni ’70. Allora, ho pensato che, piuttosto che adattare il testo, sarebbe stato interessante adattare la dimensione umana dell’opera di Crowley.

Ho quindi cambiato tutti i personaggi e la storia, lasciando però la voglia di restituire al lettore la temperatura sociale della comunità Lgbti nella seconda metà degli anni ’90 in Italia. Il Gay Pride di Napoli del 1996 – che all’epoca dei fatti ho vissuto in maniera defilata – fu un evento spartiacque e rivoluzionario che ha profondamento inciso, a mio parere, sulle dinamiche di consapevolezza e di maturazione del territorio.

Cosa è cambiato, a tuo parere, da allora, nella vita delle persone Lgbti?

Sono cambiate, ovviamente, tantissime cose. Certamente oggi è molto più facile vivre la propria condizione alla luce del sole: c’è un tasso minore di omotransfobia sociale, un tasso minore anche di omotransfobia istituzionale. Le tematiche Lgbti non sono più tabù come lo erano in quei tempi e la comunità Lgbti si è liberata dell’alone di “patologia” in cui viveva negli anni ’90.

Quello che, a mio parere, resta purtroppo simile è la difficoltà di trovare un equilibrio emotivo e sentimentale in assenza di narrazioni condivise. I personaggi della pièce hanno difficoltà a orientarsi tra sentimenti, pulsioni, giudizi e desideri perché sono privi di modelli di riferimento forti e comuni, cioè mancano di una narrazione che ne determini la “formazione sentimentale”.

Quest’assenza è, a mio parere, il vero problema culturale che vive, ancor oggi, la comunità Lgbti in quanto la società, fortemente eterosessista, contiene e stigmatizza l’urgenza di definire canoni culturali e repertori espressivi di riferimento per le persone Lgbti. In questo modo la stessa società, in nome di una normalizzazione subdola ed effimera, spaccia per “integrazione” ciò che invece si rivela essere una forma di “indifferenziazione” e di “neutralizzazione” dell’immaginario Lgbti e le persone Lgbti, ohimé, spesso cadono in questo “tranello”.

Che ruolo hanno, secondo te, i Pride nella costruzione di una coscienza collettiva della comunità Lgbti?

Oggi l’Onda Pride ci dimostra che i Pride godono di ottima salute e sono momenti di aggregazione e di condivisione di piazza importantissimi. Anzi, in un frangente storico come quello che stiamo vivendo, in cui le spinte reazionarie e fasciste sono sotto gli occhi di tutti, credo che si debba ripartire proprio dall’esperienza dei Pride e della nostra fiera lotta di rivendicazione.

Sarebbe interessante aprire con più decisione le istanze di rivendicazione delle persone Lgbti  e fonderle alle istanze di rivendicazione delle altre minoranze, che oggi rischiano persecuzione ed esclusione. Un fronte unico di lotta per i diritti di tutte e tutti, per la felicità e il benessere di tutte e tutti. Tanto, di solito, i razzisti sono anche fascisti, ignoranti, misogini e omotransfobici: la politica attuale lo dimostra in maniera più che evidente. 

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La giuria del Premio Carducci, presieduta da Ilaria Cipriani e composta da Silvia Bre, Stefano Dal Bianco, Umberto Fiori e Antonio Riccardi, ha decretato, lo scorso 27 luglio, giorno della nascita del poeta a cui il premio è dedicato, il vincitore della 62° edizione. Il riconoscimento è andato a Franco Buffoni, poeta, narratore e saggista, per la sua ultima silloge poetica La linea del cielo, edita da Garzanti.

Un premio prestigioso attribuito a un intellettuale, che ha sempre avuto una sensibilità spiccata e un’attenzione concreta verso la rivendicazione di diritti e dignità della comunità Lgbti.

Contattiamo Franco Buffoni, alcuni giorni dopo l’autorevole riconoscimento, per sapere qualcosa di più circa il Premio Carducci e il suo libro di poesie La linea del cielo.

Franco, è felice di aver ricevuto il Premio Carducci 2018?

Certo, perché si tratta di un Premio giunto ormai alla sessantaduesima edizione ed è dedicato a un grande poeta italiano, oggi percepito come “desueto”, ma che ha avuto un ruolo importante nel panorama culturale di fine Ottocento, soprattutto se ricordiamo che fu un grande latinista, un intellettuale laico e di ispirazione socialista. Certo era legato ad alcuni miti retorici del suo tempo ma la limpidezza del verso è indubbia e alcuni suoi versi, debitamente contestualizzati, andrebbero studiati anche a scuola. In Italia, poi, la storia della letteratura ha sempre sottolineato solo l’aspetto retorico della poesia carducciana, negando e nascondendo volutamente la sua coscienza atea e socialista. Così come d’altronde si è fatto con Pascoli, allievo e successore di Carducci, di cui si è volutamente negata l’omosessualità. La premiazione è stata molto suggestiva. In parte si è svolta nella casa paterna di Carducci, una casa modesta (il padre era medico condotto di Sansepolcro) e, in parte, si è svolta sul sagrato del Duomo di Pietrasanta.

La manifestazione ha visto la partecipazione di tantissima gente anche perché è sapientemente inserita all’interno di una festa con musica e coreografie che coinvolge l’intero territorio. Per l’occasione io ho recitato a memoria i versi di Sogno d’estate di Carducci e dal mio libro La linea del cielo ho letto i componimenti Montale sul Titano e Ho pensato a te, contino Giacomo.

Il premio le è stato consegnato per La linea del cielo. Ci può raccontare di cosa parla la sua nuova raccolta?

Innanzitutto, si tratta della traduzione letterale della parola inglese “skyline” che può essere tradotta con “Il profilo del cielo”, ma poiché nel 2000 ho pubblicato un libro che si intitola Il profilo del Rosa, ho preferito il termine “linea” a “profilo”.

Il testo attraversa, in versi, la dicotomia propria della mia vita scissa tra Roma e Milano. Io sono un lombardo che vive a Roma e il libro segue il passaggio dal profilo delle guglie a quello delle cupole. D’altronde, nel testo vi è una prima parte caratterizzata da poesie tipicamente lombarde e poi da un’altra sezione di componimenti romani ma in realtà, nel libro, le due linee dialogano tra loro e si fondono. Una sezione molto importante del libro è quella intitolata Rivendicative che inizia con il componimento Mio sussulto, dedicata al mio coming out.

In questo libro ritornano anche memorie di altri grandi maestri della poesia italiana e internazionale…

Certamente e, a tal proposito, ricorderei la sezione Di che cosa si nutriva Adelaide Antici?, dedicata a Giacomo Leopardi; la sezione Piove dentro, dedicata a Eugenio Montale e la sezione La cravatta di Sereni, dedicata a Vittorio Sereni.  La sezione più cospicua è quella dedicata a Leopardi che, in realtà, anticipa un mio nuovo testo di narrativa che presto sarà pubblicato da Marcos y Marcos e che si intitolerà Due pub, tre poeti e un desiderio, in cui affronto il tema del coming out vietato a tanti poeti italiani dalla società in cui vivevano, da Leopardi a Pascoli, da Pavese a Montale, passando per Diego Valeri, Clemente Rebora e tanti altri. Il mio vuole essere un outing tardivo fatto con estremo amore. La sezione dedicata a Vittorio Sereni è, invece, un omaggio a un maestro fondamentale per la mia formazione poetica.

A quale altra sezione de La linea del cielo è particolarmente legato?

Sicuramente alla sezione intitolata Vipere lilla dedicata alla storia d’amore più profonda e importante della mia vita, una storia durata nove anni, dal 1986 al 1995 e di cui ho parlato anche nel libro Come un polittico che si apre, scritto con Marco Corsi. In questa sezione, alcuni componimenti sono introdotti da stralci delle lettere di Leopardi all’amato Antonio Ranieri e anche di Clemente Rebora a Giovanni Boine.

Infine, da intellettuale laico e rivendicativo, cosa si sentirebbe di dire relativamente al nuovo panorama politico del nostro Paese?

Mi sento di dire che, nonostante io sia radicalmente e convintamente laico, approvo e condivido il titolo proposto ultimamente in copertina da Famiglia Cristiana che, accanto a una foto del ministro degli Interni, equiparandolo a Satana, ha scritto Vade retro, Salvini.

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Anche quest’anno, nella suggestiva cornice barocca del centro storico di Noto, torna il Giacinto-Nature Lgbt. Festival di informazione e approfondimento sulla cultura omotransessuale, diretto dall’attore Luigi Tabita.

Il festival si svolgerà il 4 e il 5 agosto, giornate in cui sono previsti eventi finalizzati a narrare realtà e storie che interessano da vicino la comunità Lgbt. Tema di questa quarta edizione sarà il viaggio, inteso nelle sue varie accezioni semantiche.

Sabato 4 agosto, alle ore 18:00, nella Sala Dante del Teatro Tina di Lorenzo, il festival sarà inaugurato dal vernissage di Adelmo e gli altri, una mostra foto-documentaria curata da Cristoforo Magistro e dedicata ai confinati omosessuali nel Materano durante la seconda guerra mondiale. Un lavoro che cerca di ricostruire, attraverso il recupero di immagini e documenti, la memoria e le vicende di persone perseguitate dalla violenza fascista per il loro orientamento sessuale.

Nella stessa giornata, alle 19:30, presso il Convitto delle Arti, si discuterà, invece, di turismo Lgbt con esperti del settore quali Sandro PappalardoMarco Albertini, Francesco Pastore, Marco Galati e Alessandro Battaglia. All’evento parteciperà anche il presidente del Comitato provinciale Arcigay di Siracusa Armando CaraviniE sempre nella medesima location, alle 21:30, verrà proiettato un cortometraggio di animazione dell' illustratrice estone Chintis Lundgren.

Alle 22:00 sarà invece la volta di Filippo lo studente, incontro-reading per raccontare la storia di uno dei tanti omosessuali che furono deportati al confino durante il periodo fascista perché  “socialmente pericolosi nei riflessi della moralità pubblica”. A dare voce a Filippo, studente siciliano, sarà l’attore Paolo Briguglia e al dibattito che seguirà la performance, parteciperanno Chiara Ottaviano (storica), Gabriele Guglielmo (presidente Polis Aperta) e Andrea Cozzo (ordinario di Lingua e letteratura greca, Università di Palermo). 

Domenica 5 agosto, il calendario degli incontri avrà inizio alle 17:30 presso il Convitto delle Arti con Guardami. Si tratta di un laboratorio esperienziale curato dalla visual artist Clara Luiselli, i cui partecipanti si impegneranno nella costruzione di "porte-scrigno" funzionali a permettere un percorso di scoperta e svelamento del proprio sé. Alle 19:30 le strade del centro saranno interessate da un flash-mob arcobaleno organizzato dalle associazioni Lgbt del territorio.

La serata della domenica si concluderà, sempre presso il Convitto delle Arti, con due eventi.

Uno, con inizio alle 21:00, dedicato alle sfide della genitorialità e alla vita delle famiglie Lgbt in Italia, a cui parteciperanno la senatrice Valeria Fedeli, Marilena Grassadonia (presidente Famiglie Arcobaleno), Alessandro Savona – (genitore affidatario), Janelle Hammett (portatrice), l’avvocata Giusi Arena (Rete Lenford).

L’altro, alle ore 22:00, che ruoterà intorno dalla proiezione di Invecchiare lgbt, un documentario sulle persone Lgbt di terza e quarta età realizzato da Adriano Silanus. Dopo la proiezione seguirà la presentazione dei libri Over60-men e Over60-women con il curatore Giorgio Ghibaudo, Alessandro Bottaro (presidente Stonewall Glbt) e la partecipazione della giornalista Alda D'Eusanio.

 

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Recentemente pubblicato dalla casa editrice novarese Interlinea, Dolore Minimo è una raccolta di poesie davvero unica nel panorama della produzione lirica italiana. Essa, infatti, restituisce al lettore il complesso iter esistenziale e spirituale di una donna transessuale che narra la sua luminosa rinascita in versi.

Contraddistinto da una rara potenza poetica, il libro di Giovanna Cristina Vivinetto è introdotto da una presentazione della scrittrice Dacia Maraini che, affrontando proprio il tema della rinascita e della fatica di essere madre di se stessa, spiega come la silloge racconti «il difficile compito di partorire un altro da sé che sarà sempre quell’io». Un compito che «assomiglia a uno straziante guardarsi indietro per ritrovare una se stessa lontana e quasi irriconoscibile nei giochi sempre uguali dell’infanzia».

Raggiungiamo telefonicamente Giovanna Cristina che, originaria di Siracusa, vive a Roma dove studia filologia moderna all’Università La Sapienza.

La tua silloge poetica si chiama Dolore Minimo. Qual è il dolore cui alludi nel titolo?

Il dolore raccontato nel mio libro è quello legato alla transizione e al passaggio travagliato da un corpo, che si perde non senza lacerazioni, a un altro, che si conquista faticosamente. Ed è “minimo” perché è la razionalizzazione a posteriori di un dolore profondissimo – quello appunto del mutamento di genere – e, dunque, la sua ponderata accettazione. È una riflessione “a mente fredda” su ciò che è stato il dolore della disforia di genere ed è qualcosa con cui si impara a convivere, che si cronicizza (per questo “minimo”) e da cui non ci si può separare perché, nostro malgrado, ci appartiene.

Le tue poesie narrano, in versi, le diverse stazioni di un processo, quello della transizione, fatto di sofferenze e scoperte. Da cosa nasce l’urgenza di raccontare con la poesia questo tuo iter?

C’è stato un momento all’inizio in cui mi imposi fermamente di non trasporre in letteratura la mia esperienza di vita. Ritenevo, oltre a non disporne i mezzi, fosse un oltraggio all’intimità del mio percorso e un dato inutile da sapere per i lettori; qualcosa, insomma, di troppo personale da mettere in un libro. Col passare del tempo, tuttavia, si è fatta strada in me una necessità di comunicazione fortissima, un bisogno di chiarificazione che non ho potuto controllare. Dolore minimo nasce da questa crisi e, col senno del poi, posso dire che è anche stato la soluzione a questa stessa frattura interiore.

Attraverso la poesia, infatti, non solo ho messo in atto un processo terapeutico che mi ha permesso di conoscermi meglio, accettarmi per quella che ero senza vergognarmi dei cambiamenti, ma ho capito anche che il mezzo letterario era in realtà l’unico con il quale avrei potuto esprimere la mia storia rendendola però universale, comprensibile a tutti. E questo perché la lingua poetica crea delle indiscutibili connessioni viscerali che vanno ben oltre la singola esperienza di vita.

Il tuo libro è anche un libro sulla rinascita e sulla “maternità”. In alcuni versi, racconti che nei riti di rinascita c’è un prezzo da pagare. Tu che prezzo hai pagato per rinascere? E quale prezzo temi debba ancora pagare per esserti fatta “madre di te stessa”?

C’è una strofa di una poesia contenuta nella prima sezione di Dolore minimo che, affrontando il tema della maternità e del rimettersi al mondo, parla molto bene proprio di questo: Ho rinunciato a qualcosa / consegnandoti a questo mondo: / per esempio a un po’ dell’anima / e all’innocenza che usavamo / come schermo ai graffi della vita. È chiaro che in un percorso del genere ci si interroghi sulla portata stessa di tale transito, analizzando i vantaggi e i rischi del caso. Se da un lato, infatti, nel transito ho sempre visto l’unico modo per essere ciò che effettivamente ero, quindi un mezzo per la realizzazione piena di me stessa, dall’altro mi è sembrato a volte una soffocazione di qualcosa che poteva svilupparsi e crescere in un altro modo, quasi un “omicidio” di un’identità pregressa la quale, tuttavia, senza questo volontario annientamento, non avrebbe avuto futuro.

Ogni cambiamento porta con sé una conquista ed una perdita (si vedano, ad esempio, le tre poesie all’inizio del libro che parlano esattamente di questo). E perdita e conquista non si possono scindere. Ho perso e perderò sicuramente qualcosa, ne guadagnerò altre: ciò che è importante è essere consapevoli di questo processo incessante e riconoscere in tutto ciò un’innegabile possibilità di conoscenza continua, di crescita.

Nel tuo libro racconti con orgoglio il tuo percorso e ne affermi la forza e il valore contro il giudizio della società dei presunti “normali”. Ti è mai capitato di essere discriminata perché transessuale? 

Nella mia vita non ho mai subito alcun gesto di discriminazione perché persona transessuale. Sarà per questo che oggi sono una ragazza soddisfatta di sé e della propria esistenza, realizzata e fondamentalmente serena. Forse sono stata fortunata, ma mi piace di più immaginare di essermi sempre circondata di persone “giuste”, cioè intelligenti, sensibili ed in grado di andare oltre le apparenze, d’altro canto allontanando ed evitando i possibili “fattori di rischio”. Ma questa è una “scrematura” che chiunque fa: ognuno di noi, in fondo, si crea delle conoscenze fertili per la propria crescita ed i propri interessi, e tutto ciò che non è utile, anzi dannoso, viene prontamente evitato.

C’è stato recentemente un attacco nei miei confronti da parte degli antiabortisti cattolici ProVita, i quali hanno parlato male del mio libro poiché l’autrice è una trans. Ma questa penosa situazione non la considero un gesto di esclusione poiché da essa è nata, anzi, un’enorme solidarietà che ha fatto solo bene alla diffusione del libro. Dal canto mio, ho le spalle abbastanza larghe per farmi colpire da queste scemenze.

Infine, una donna transessuale che scrive poesia è anche una figura eversiva e di implicito valore politico nell’Italia di oggi?

Una poetessa transessuale è non soltanto una figura eversiva in letteratura, perché mette in crisi le teorie di chi vuole a tutti i costi individuare una “scrittura femminile” e una “scrittura maschile”, introducendo infatti un’autorialità del tutto nuova. È certamente anche una figura che ha un certo peso politico, perché attraverso la sua presenza veicola, implicitamente o meno, tutta una serie di riflessioni sullo “stato di salute” del modo in cui la società rappresenta, tutela e favorisce una minoranza, in questo caso quella transessuale.

Ma la valenza politica è tipica di qualsiasi letteratura: ogni cosa che scriviamo avrà sempre una certa risonanza dal carattere politico, dal quale, quindi, non si può prescindere.

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Da questa sera fino al 24 giugno si svolgerà la 32° edizione del Festival Mix Milano di Cinema gaylesbico e Queer Culture: manifestazione organizzata dall’Associazione culturale Mix Milano con il patrocinio del Comune di Milano e con il contributo del locale assessorato alla Cultura.

Ideato da Giampaolo Marzi, diretto e prodotto da Debora Guma, Rafael Maniglia e Andrea Ferrari, il festival avrà luogo nella storica sede del Teatro Strehler e nella nuova location del Teatro Studio Melato.

La kermesse dà il via alla Pride Week milanese ed è accompagnata dal claim L’un@ non esclude l’altr@, che rimarca la vocazione del festival a offrire proiezioni, musica ed eventi all’insegna dell’inclusione.

Come dichiarato a Gaynews da Fabio Pellegatta, presidente di Arcigay Milano, «i diritti sono valore per tutti e tutti dobbiamo sentirci coinvolti nel tutelarli. Per questo dobbiamo essere presenti alla 32° edizione del Festival Mix, che apre la Pride Week in preparazionae alla parata del 30 giugno».

Come da tradizione, la manifestazione eleggerà le sue due nuove Queen, figure di rilievo del panorama artistico italiano. E così, dopo Serra Yilmaz, Anna Mazzamauro, Carmen Maura, Angela Finocchiaro, Lella Costa, Franca Valeri, Sandra Milo, Cinzia Leone e Geppi Cucciari, quest’anno, nella serata di venerdì 22 giugno, la corona di Queen of Comedy sarà offerta a Iaia Forte, nota attrice napoletana, poliedrica interprete teatrale e cinematografica. A Syria andrà invece stasera il titolo di Queen of Music.

A inaugurare la 32° edizione sarà il film, fuori concorso, Favola di Sebastiano Mauri, adattamento cinematografico dell’omonimo spettacolo teatrale scritto e interpretato da Filippo Timi. Commedia dissacrante sul tema dell’identità, il film racconta la storia di due casalinghe Mrs Fairytale (Filippo Timi) e la sua migliore amica Mrs Emerald (Lucia Mascino) nell’America degli anni '50 del secolo scorso. Il film sarà presentato questa sera da Sebastiano Mauri e Filippo Timi prima di uscire in sala, come evento speciale, solo il 25, 26, 27 giugno. Special guest della serata inaugurale anche la fascinosa attrice e performer Drusilla Foer.

Sul palco del Mix sono attesi, poi, anche altri grandi ospiti come la regista Trudie Styler (moglie di Sting), il giovane attore Alex Lawther (The End Of The F***ing World) e la star del web Martina Dell’Ombra.

Una selezione di 50 titoli suddivisi nelle tradizionali sezioni Lungometraggi, Documentari e Cortometraggi, sarà valutata da tre giurie composte da esperti/e e critici/che di cinema che sceglieranno le migliori opere cinematografiche a tematica Lgbti. Anche il pubblico potrà esprimere la propria preferenza eleggendo il Miglior Lungometraggio attraverso l’app ufficiale del Festival Mix Milano 2018 per smartphone e tablet.

Tra i lungometraggi ricordiamo la commedia romantica Just Friends (22/06, ore 20.45, in anteprima assoluta) dell’olandese Ellen Smit che narra la relazione amorosa tra il siriano Yad e il giovane Joris, vittime del giudizio delle rispettive madri, Para Aduma (22/06, ore 19.00) della regista israeliana Tsivia Barkai Yacov e il  dramma rurale argentino-cileno Marilyn, opera prima di Martín Rodríguez Redondo (22/06, ore 22.30).

Dal Festival di Cannes arriva, poi, Un conteau dans le coeur di Yann Gonzalez (23/06 ore 20.30), thriller di uno dei registi più significativi del cinema queer contemporaneo, ambientato nel mondo della pornografia parigina di fine anni '70 con la splendida Vanessa Paradis nei panni di una produttrice di film per adulti. 

La sezione Documentari comprende, invece, sette opere tra cui un’anteprima italiana e un’europea, che riflettono i segnali di tendenza intorno al tema dell’identità.

I Cortometraggi, infine, divisi in due sezioni, verranno proiettati al Teatro Studio Melato. Tra i lavori in concorso spiccano: Y della regista tedesca Gina Wenzel; Marguerite di Marianne Farley; Una semplice verità di Cinzia Mirabella; Green Tea di Chiara Rap e UP! UP! UP! di Laura Giannatiempo

Come per le edizioni passate, anche musica, letteratura e arte troveranno spazio durante le giornate del festival con la sezione MIXOFF

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Debutta in anteprima, al Napoli Teatro Festival, il nuovo progetto drammaturgico di Fortunato Calvino, regista e autore da sempre vicino al mondo alla comunità Lgbti, che ha più volte raccontato la vita e le esperienze delle persone omosessuali e transessuali con un’attenzione particolare per il mondo dei femminielli napoletani.

Il nuovo lavoro, Fuoriscena, oltre ad avvalersi della partecipazione di una protagonista della scena teatrale napoletana e italiana, come Antonella Morea, nei panni di un’attrice sul viale del tramonto, vede la presenza di un noto mattatore della commedia brillante quale Gino Rivieccio che intepreta, per la prima volta, il ruolo di un omosessuale.

Incontriamo Gino Rivieccio a poche ore dal debutto.

Ci può brevemente descrivere il suo personaggio nello spettacolo Fuoriscena?

Premetto che è un lavoro carico di emozioni, e per questo bellissimo, con punte di leggerezza. Manuele è un uomo gay che vive da solo, lacerato dalla morte del compagno avvenuta anni prima. Ha una vicina di pianerottolo, Gloria, un’ex attrice omofoba e insofferente verso gli omosessuali e il loro mondo. Dopo violenti scontri iniziali il loro rapporto cambierà. Sarà la vita con i suoi accadimenti a far scattare quella sensibilità e quella solidarietà, facendo cadere tutte le barriere e i pregiudizi che entrambi hanno verso il mondo dell’altro.

Il finale a sorpresa rivelerà tutto il crogiolo di sentimenti e di emozioni nascoste fino a quel momento. 

È la prima volta che lei interpreta la parte di personaggio omosessuale? Quanto è difficile non cadere nel cliché e realizzare, invece, un personaggio credibile e reale?

Sì, è la prima volta che mi è stato proposto un personaggio omosessuale. Oggi riconosco che ad ogni attore dovrebbe capitare l'occasione di misurarsi in un ruolo simile. Forse era quello che mi mancava nella mia lunga carriera e mi rendo conto dell'arricchimento interiore che questo ruolo mi ha donato.

Io credo di aver affrontato questa prova semplicemente da attore, immedesimandomi nel personaggio ed evitando qualsiasi macchiettizzazione del gay come, invece, è stato fatto troppo spesso in un certo deprimente cinema commerciale.

Fuoriscena è una pièce che parla anche di esclusione e solitudine. Lei crede che oggi l’Italia sia un Paese che include le persone omosessuali o invece le discrimina? 

Personalmente frequento un ambiente, quello artistico, dove non esistono esclusioni: siamo tutti un po’ matti e un po’ strani, per cui non viviamo il problema dell'accettazione. Ho tanti amici gay tra cantanti e attori, per cui proprio non sento il problema dell'omofobia. Però ti posso dire che spesso c'è un atteggiamento, al contrario, molto selettivo da parte dei gay: probabilmente è un modo di mantenere alte le difese e proteggersi da una società che non è ancora del tutto matura all'accettazione dell'altro.

Ma i tempi sento che sono maturi. Mi auguro che lo diventino anche quelli che finora hanno mostrato un crescente strabismo verso il tema.
 

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Oggi ricorre un duplice compleanno speciale: quello di Gaynews.it e dell'associazione Gaynet. Nati insieme 20 anni fa, continuano a lavorare insieme.

Decisi di fondare le due realtà in maniera correlata nel 1998 a seguito del Congresso dell’Arcigay, che elesse in giugno Sergio Lo Giudice quale presidente. Dopo tre anni quale Segretario nazionale (dal 1985, anno di fondazione di Arcigay nazionale, al 1987) e 11 di presidenza, avevo deciso di lasciare l’incarico per favorire il ricambio della dirigenza dell'associazione.

Inizialmente il giornale si chiamò NOI (Notizie omosessuali italiane) e tale fu il suo nome fino al 2005, quando fu mutato in quello attuale di Gaynews.it. Lo scopo era quello di fornire un'informazione quotidiana sulle tematiche Lgbti, non garantita da altre testate su web. Contemporaneamente fondai Gaynet (Italia gay network) con lo scopo di associare, per la prima volta in Italia, gli operatori Lgbt dell'informazione e gestire tanto tecnicamente quanto giuridicamente il quotidiano online.

Come Gaynet abbiamo organizzato numerosi corsi di formazione giornalistica con i vari Odg regionali a partire dal primo che fu tenuto a Bologna nel novembre 2013. Grazie all’impegno di Rosario Coco, Valerio Mezzolani e Alessandro Paesano si è riusciti a riproporre e ad affinare tale modello formativo a Roma. A loro si è affiancato, nel maggio 2017, Francesco Lepore che, oltre ad essere stato da me nominato caporedattore di Gaynews, ha assunto l’incarico di coordinatore nazionale dei corsi di formazione. In tale veste è riuscito ad organizzare, tra febbraio e giugno 2018, in collaborazione con l’Odg della Campania i corsi di Napoli (che ha visto la partecipazione del presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna), Benevento, Pompei e con l’Odg dell’Emilia-Romagna quello di Reggio-Emilia

Gaynews, al contempo, ha spiccato in quest’ultimo anno il volo con interviste a figure del mondo della politica, della cultura, dell’attivismo, con speciali sulla storia del movimento, con approfondimenti su temi spinosi come quelli afferenti alla religione, che hanno portato a pubblici riconoscimenti. Merito, questo, della cura anche linguistica con cui vengono scritti gli articoli e dell’entusiasmo attivistico di collaboratori come Elisabetta Cannone, Claudio Finelli, Giuseppe Giulio, Maurizio Gelatti, Rosario Murdica.

Nei prossimi mesi festeggeremo sia Gaynews sia Gaynet con un'iniziativa alla Camera dei deputati e, probabilmente, entro la fine dell'anno ci sarà un grande incontro con i giornalisti e le giornaliste italiane che più ci sono stati vicini. 

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Cosa accadrà all’umanità, nel momento in cui verrà meno l’empatia? Cosa accadrà alle donne quando nel mondo cosiddetto occidentale si sarà completato uno spietato e sistematico processo di reificazione dei loro corpi? Cosa accadrà al mondo intero quando il processo di disumanizzazione avrà ormai compiuto interamente il suo giro di boa?

Da queste riflessioni nasce l’ultimo romanzo distopico di Ariase Barretta Living Fleshlight, pubblicato da Meridiano Zero, che intreccia sei diverse storie tutte incardinate intorno a una società gentile e feroce, che segue il protocollo Thomson e che ha deciso di eliminare il crimine (o che pensa di averlo eliminato) rinunciando alle donne e, in maniera più generale, all’amore.

Un mondo apparentemente perfetto e sinistramente feroce, totalmente declinato al maschile, in cui le donne, in quanto creature libere e autonome, sono state totalmente eliminate o, meglio, sono state trasformate in bambole gonfiabili (le fleshlight appunto), prive di arti e di corde vocali, da collezionare in teche di conservazione, all’interno di tecnologiche riserve private, a partire dall’età di 13 anni.

Un romanzo punk, come lo definisce lo stesso autore, in cui una società legittimata chirurgicamente alla violenza misogina e al maschilismo è ormai sprofondata in un abisso senza speranza in cui il “femminile” è espunto con rigorosa determinazione dalla vita degli uomini, anche dei più giovani. D’altronde, non c’è salvezza neppure per Klaus, appena 13enne a cui, secondo tradizione, viene regalata la prima living fleshlight, imballata come tutte in una scatola di cartone. Fleshlight a cui darà il nome di Britney, con cui cercherà di soddisfare le sue fantasie da make-up artist, ma verso la quale non proverà l’attrazione sessuale che la società attende da ogni giovane uomo, a partire dal compimento del tredicesimo anno d’età. 

Inutile dire che, in questa società ordinata e “perfetta”, non sono previsti living fleshlight di sesso maschile...o forse sì, sono previsti e prodotti, ma naturalmente sono fleshlight di contrabbando. Vietati dalla legge. Del resto, nell’universo della reificazione, tutte le forme viventi possono essere reificate, basta solo conoscere l’azienda giusta e dimenticarsi per sempre di essere umani.

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Spalla@Spalla. Le (dis)avventure di Carlo e Luana, pubblicato nella colonna Lgbt della casa editrice napoletana Milena, è il romanzo d’esordio di Christian Coduto, consigliere del circolo Arcigay Rain di Caserta.

Un romanzo scritto come una sit-com, con un evidente sguardo al canone della commedia brillante: quella della migliore tradizione anglosassone, in cui si ride, si evidenziano tic e luoghi comuni della società corrente e si riflette, con ironia e sarcasmo, sulle quotidiane difficoltà con cui si devono misurare i protagonisti che, nella fattispecie, sono persone Lgbt.

Un romanzo incardinato sul rapporto di complicità e amicizia dei due personaggi che condividono lo stesso appartamento e lo stesso orientamento sessuale ma che sono, per il resto, estremamente diversi. Carlo, con l’insulina sempre pronta per il suo diabete, è un giovane biologo gay disordinato e logorroico mentre Luana, una 30enne lesbica misantropa e silenziosa, è una pubblicitaria pignola e ordinatissima.

Il loro ménage, già di per sé esplosivo, è messo continuamente a soqquadro dall’irruzione di parenti spesso indesiderati, amici che non sempre sono effettivamente d’aiuto, colleghi di lavoro con le loro convinzioni infondate (come Tania, la “scema delle mele” convinta che Carlo finga di essere gay perché, in realtà, vuole conquistare le donne) e amanti, più o meno disastrosi, capaci di frantumare i loro già precari equilibri.

Le dinamiche relazionali raccontate da Coduto, benché narrate con grande leggerezza, ci consegnano l’immagine di una collettività Lgbt vittima sia degli stereotipi, che il contesto sociale continua a reiterare a danno delle persone omosessuali, sia dello stigma interiorizzato dagli stessi soggetti appartenenti alla comunità.

Un tema che attraversa l’intero romanzo, declinando la propria presenza in molteplici circostanze, è quello della verità e dell’autenticità. Carlo, Luana, Iris, Marco e gli altri vivono una società che non li considera. Pur anelando a una vita migliore, sono costretti alla menzogna e alla farsa: costrizione che, in alcuni casi, crea una sorta di assuefazione e si ritorce contro la stessa qualità della vita.

C’è da dire che la commedia di Coduto è ambientata nel 2002. In una realtà sociale, dunque, non del tutto diversa dalla nostra ma che, non essendo ancora stata investita né dalla rivoluzione dei social e degli smartphone né da alcune importanti conquiste come, ad esempio, la legge sulle unioni civili, patisce maggiormente meccanismi di esclusione e di pregiudizio. Anche se è perfettamente narrata dall’autore la più spiccata capacità di vivere la vita in maniera “relazionale”, non essendo ancora intervenuta la progressiva e compulsiva dipendenza da social che è possibile constatare nelle nuove generazioni. 

Insomma, un romanzo divertente e pieno di colpi di scena, che gode del sostegno morale dei circoli Arcigay di Napoli e Caserta. E che ha il sicuro merito di raccontare una storia in cui, sia pur tra mille difficoltà, la vita delle persone Lgbt risulta sostanzialmente “ordinaria” nella sua eccezionalità ed eccezionale nella sua “ordinarietà”. Nel suo essere, cioè, conforme a qualsiasi altra esistenza fatta di alterni momenti di euforia e di tristezza, picchi di gioia e di inevitabile disincanto.

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Frequento il Salone internazionale del Libro di Torino sin dalla sua nascita e credo di poter affermare senza remora alcuna che quella di quest’anno è l’edizione più Lgbti di sempre: da tre anni la Regione Piemonte e il Coordinamento Torino Pride hanno dato vita al primo spazio dedicato ai diritti Lgbti e non solo.

Il Premio FUORI!, dedicato all’editoria di genere e fondato da Angelo Pezzana, verrà consegnato oggi a Edmund White in seno alla kermesse libraria torinese anche grazie alla preziosa collaborazione del direttore Nicola Lagioia. Manni, pilastro  dell’editoria pugliere, presenterà Mio figlio in rosa di Camilla Vivian: un romanzo il cui sottotitolo Ti senti maschio o femmina? Io mi sento io credo parli da solo (consigliatissimo!). Questi solo alcuni tasselli del Salone del Libro “arcobaleno”.

Sono particolarmente contento che proprio in questo contesto venga ufficialmente lanciata LiberaMente, la nuova collana editoriale di Robin – Biblioteca del Vascello che ha l’ambizione di raccogliere testi – siano essi di saggistica o narrativa; italiani o stranieri – che propongono temi legati al mondo Lgbti assenti o poco approfonditi sulle pagine dei libri. Volumi per riflettere e per accendere il dibattito. Volumi che vogliono aprire una strada che poi, speriamo, possano percorrere in tante e in tanti. 

E sono anche particolarmente contento che a parlarne su Gaynews possa essere proprio io che la collana l’ho ideata insieme a Carola Messina, presidente della storica sigla editoriale romano/torinese.

In questa sfida con noi c’è un comitato scientifico nel quale siedono diversi esperti e grandi amici: il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, il responsabile dei progetti speciali della Fondazione Merz Silvano Bertalot, il creativo Andrea Curti, onnivoro di letteratura Lgbti internazionale, l’esperta di editoria Giulia Gabotto, oggi a Il Corriere della Sera, e Donata Prosio coordinatrice del Torino Pride prima di Alessandro. Tutte persone che lottano da anni contro le discriminazioni di genere e che, per questo, hanno accolto la sfida di lavorare con noi a un progetto libero dallo schema del genere… anche letterario.

Il logo della collana, ideato da Francesca Cerritelli e caratterizzato dalla purezza cromatica "senza esitazione" che rimanda all’arcobaleno,  “gioca” con le lettere L G B T: l'oggetto e il soggetto in totale sincronia con lo spazio. Stilemi che si confermano e si rafforzano nel momento in cui l'osservatore va alla loro ricerca tra significati e mutevoli forme.

Inauguriamo la collana con due testi molto diversi fra loro ma nei quali crediamo molto: Il Nuoro e gli #altri di Rita De Santis, presidente onoraria di Agedo, e La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood di Giorgia Succi che verranno presentati al Salone presso l’Arena dei Diritti della Regione Piemonte questa sera alle 18:00. Alla presentazione interverranno con le autrici anche altre due amiche: Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni le prime due mamme a cui è stato consentito di registrare il proprio figlio nato in Italia . 

I due libri:

Il Nuoro e gli #altri

Se avete voglia di vivere qualche giorno all’ombra del dubbio, allora dovete assolutamente fare la conoscenza del Serranus Tortugarum un pesce che, fortunatamente, possiede un nome preciso tra le variegate famiglie ittiche. Invece altre persone che, insieme a lui, entreranno nel vostro immaginario, non hanno al momento una denominazione precisa perché i linguisti non sono ancora riusciti a studiare delle possibili varianti per i molteplici nuclei familiari che si animano sotto gli #altri. Una convinzione però si farà strada nello sbalordito lettore, ovvero che la natura e la storia sono cose diverse da come le viviamo quotidianamente.

Spessissimo, scambiamo per naturale ciò che è consuetudine e per storia quello che ci viene tramandato dai vincitori. Vi accorgerete, continuando nella lettura, che anche gli anatemi religiosi sono completamente fuori posto, perché Dio altro non può essere che amore e inclusione e i libri sacri, letti senza la lente del bigottismo, forse ci vorrebbero insegnare la bellezza del dono e della felicità. Possono i “diversi” aspirare a questa felicità oppure resteranno sempre figli di un Dio minore?

Voglio credere di sì e, attraverso questo libro, cercare di dare una mano affinché questo avvenga. Come dice la mia amica Barbara X nel suo romanzo Resistenze: «Ma il tempo leviga le montagne, e le onde modellano le rive. Ci vuole pazienza. L’uomo è un bruscolino, la ragione è nulla. Alla fine il sole vincerà».

L’autrice, Rita De Santis, nasce a Termoli, il 24 maggio 1938. Donna eclettica, ha una vita non facilmente riassumibile. Ciò che resta costante in lei è la lotta per i diritti civili che porta avanti con determinazione. Vive in provincia di Brescia e d’estate si trasforma in artista di strada per le ripide scale di Apricale. 

La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood

«Le donne di lettere sono quasi del tutto sconosciute le une alle altre, eccetto ogni tanto per il nome», scriveva Natalie Clifford Barney a Colette negli anni '20 del secolo scorso. Quando nel 1927 fondò l’Académie des Femmes lo fece perché le donne potessero conoscersi, riconoscersi e celebrarsi. La parola alle Amazzoni ha lo stesso intento e ripercorre la storia delle donne lesbiche, la loro rappresentazione e visibilità storica, letteraria, e artistica. Pone al suo centro le donne, la loro parola e il loro desiderio di essere individui completi e indipendenti dallo sguardo maschile ed etero-normativo. Perché se Saffo è indiscutibilmente la prima donna a noi giunta che cantò l’amore e il desiderio tra donne, non fu certamente l’ultima. 

Giorgia Succi è nata a Torino, ma le piace cambiare spesso residenza. Laureata in Lettere e con un master in femminismo, ritiene da sempre fondamentale la diffusione pubblica della storia e del genio delle donne. Seguace di Saffo per passione e vocazione, adora riscoprire e celebrare le fiere Amazzoni che hanno popolato la terra per migliaia di anni.

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