Da questa sera fino al 24 giugno si svolgerà la 32° edizione del Festival Mix Milano di Cinema gaylesbico e Queer Culture: manifestazione organizzata dall’Associazione culturale Mix Milano con il patrocinio del Comune di Milano e con il contributo del locale assessorato alla Cultura.

Ideato da Giampaolo Marzi, diretto e prodotto da Debora Guma, Rafael Maniglia e Andrea Ferrari, il festival avrà luogo nella storica sede del Teatro Strehler e nella nuova location del Teatro Studio Melato.

La kermesse dà il via alla Pride Week milanese ed è accompagnata dal claim L’un@ non esclude l’altr@, che rimarca la vocazione del festival a offrire proiezioni, musica ed eventi all’insegna dell’inclusione.

Come dichiarato a Gaynews da Fabio Pellegatta, presidente di Arcigay Milano, «i diritti sono valore per tutti e tutti dobbiamo sentirci coinvolti nel tutelarli. Per questo dobbiamo essere presenti alla 32° edizione del Festival Mix, che apre la Pride Week in preparazionae alla parata del 30 giugno».

Come da tradizione, la manifestazione eleggerà le sue due nuove Queen, figure di rilievo del panorama artistico italiano. E così, dopo Serra Yilmaz, Anna Mazzamauro, Carmen Maura, Angela Finocchiaro, Lella Costa, Franca Valeri, Sandra Milo, Cinzia Leone e Geppi Cucciari, quest’anno, nella serata di venerdì 22 giugno, la corona di Queen of Comedy sarà offerta a Iaia Forte, nota attrice napoletana, poliedrica interprete teatrale e cinematografica. A Syria andrà invece stasera il titolo di Queen of Music.

A inaugurare la 32° edizione sarà il film, fuori concorso, Favola di Sebastiano Mauri, adattamento cinematografico dell’omonimo spettacolo teatrale scritto e interpretato da Filippo Timi. Commedia dissacrante sul tema dell’identità, il film racconta la storia di due casalinghe Mrs Fairytale (Filippo Timi) e la sua migliore amica Mrs Emerald (Lucia Mascino) nell’America degli anni '50 del secolo scorso. Il film sarà presentato questa sera da Sebastiano Mauri e Filippo Timi prima di uscire in sala, come evento speciale, solo il 25, 26, 27 giugno. Special guest della serata inaugurale anche la fascinosa attrice e performer Drusilla Foer.

Sul palco del Mix sono attesi, poi, anche altri grandi ospiti come la regista Trudie Styler (moglie di Sting), il giovane attore Alex Lawther (The End Of The F***ing World) e la star del web Martina Dell’Ombra.

Una selezione di 50 titoli suddivisi nelle tradizionali sezioni Lungometraggi, Documentari e Cortometraggi, sarà valutata da tre giurie composte da esperti/e e critici/che di cinema che sceglieranno le migliori opere cinematografiche a tematica Lgbti. Anche il pubblico potrà esprimere la propria preferenza eleggendo il Miglior Lungometraggio attraverso l’app ufficiale del Festival Mix Milano 2018 per smartphone e tablet.

Tra i lungometraggi ricordiamo la commedia romantica Just Friends (22/06, ore 20.45, in anteprima assoluta) dell’olandese Ellen Smit che narra la relazione amorosa tra il siriano Yad e il giovane Joris, vittime del giudizio delle rispettive madri, Para Aduma (22/06, ore 19.00) della regista israeliana Tsivia Barkai Yacov e il  dramma rurale argentino-cileno Marilyn, opera prima di Martín Rodríguez Redondo (22/06, ore 22.30).

Dal Festival di Cannes arriva, poi, Un conteau dans le coeur di Yann Gonzalez (23/06 ore 20.30), thriller di uno dei registi più significativi del cinema queer contemporaneo, ambientato nel mondo della pornografia parigina di fine anni '70 con la splendida Vanessa Paradis nei panni di una produttrice di film per adulti. 

La sezione Documentari comprende, invece, sette opere tra cui un’anteprima italiana e un’europea, che riflettono i segnali di tendenza intorno al tema dell’identità.

I Cortometraggi, infine, divisi in due sezioni, verranno proiettati al Teatro Studio Melato. Tra i lavori in concorso spiccano: Y della regista tedesca Gina Wenzel; Marguerite di Marianne Farley; Una semplice verità di Cinzia Mirabella; Green Tea di Chiara Rap e UP! UP! UP! di Laura Giannatiempo

Come per le edizioni passate, anche musica, letteratura e arte troveranno spazio durante le giornate del festival con la sezione MIXOFF

e-max.it: your social media marketing partner

Debutta in anteprima, al Napoli Teatro Festival, il nuovo progetto drammaturgico di Fortunato Calvino, regista e autore da sempre vicino al mondo alla comunità Lgbti, che ha più volte raccontato la vita e le esperienze delle persone omosessuali e transessuali con un’attenzione particolare per il mondo dei femminielli napoletani.

Il nuovo lavoro, Fuoriscena, oltre ad avvalersi della partecipazione di una protagonista della scena teatrale napoletana e italiana, come Antonella Morea, nei panni di un’attrice sul viale del tramonto, vede la presenza di un noto mattatore della commedia brillante quale Gino Rivieccio che intepreta, per la prima volta, il ruolo di un omosessuale.

Incontriamo Gino Rivieccio a poche ore dal debutto.

Ci può brevemente descrivere il suo personaggio nello spettacolo Fuoriscena?

Premetto che è un lavoro carico di emozioni, e per questo bellissimo, con punte di leggerezza. Manuele è un uomo gay che vive da solo, lacerato dalla morte del compagno avvenuta anni prima. Ha una vicina di pianerottolo, Gloria, un’ex attrice omofoba e insofferente verso gli omosessuali e il loro mondo. Dopo violenti scontri iniziali il loro rapporto cambierà. Sarà la vita con i suoi accadimenti a far scattare quella sensibilità e quella solidarietà, facendo cadere tutte le barriere e i pregiudizi che entrambi hanno verso il mondo dell’altro.

Il finale a sorpresa rivelerà tutto il crogiolo di sentimenti e di emozioni nascoste fino a quel momento. 

È la prima volta che lei interpreta la parte di personaggio omosessuale? Quanto è difficile non cadere nel cliché e realizzare, invece, un personaggio credibile e reale?

Sì, è la prima volta che mi è stato proposto un personaggio omosessuale. Oggi riconosco che ad ogni attore dovrebbe capitare l'occasione di misurarsi in un ruolo simile. Forse era quello che mi mancava nella mia lunga carriera e mi rendo conto dell'arricchimento interiore che questo ruolo mi ha donato.

Io credo di aver affrontato questa prova semplicemente da attore, immedesimandomi nel personaggio ed evitando qualsiasi macchiettizzazione del gay come, invece, è stato fatto troppo spesso in un certo deprimente cinema commerciale.

Fuoriscena è una pièce che parla anche di esclusione e solitudine. Lei crede che oggi l’Italia sia un Paese che include le persone omosessuali o invece le discrimina? 

Personalmente frequento un ambiente, quello artistico, dove non esistono esclusioni: siamo tutti un po’ matti e un po’ strani, per cui non viviamo il problema dell'accettazione. Ho tanti amici gay tra cantanti e attori, per cui proprio non sento il problema dell'omofobia. Però ti posso dire che spesso c'è un atteggiamento, al contrario, molto selettivo da parte dei gay: probabilmente è un modo di mantenere alte le difese e proteggersi da una società che non è ancora del tutto matura all'accettazione dell'altro.

Ma i tempi sento che sono maturi. Mi auguro che lo diventino anche quelli che finora hanno mostrato un crescente strabismo verso il tema.
 

e-max.it: your social media marketing partner

Oggi ricorre un duplice compleanno speciale: quello di Gaynews.it e dell'associazione Gaynet. Nati insieme 20 anni fa, continuano a lavorare insieme.

Decisi di fondare le due realtà in maniera correlata nel 1998 a seguito del Congresso dell’Arcigay, che elesse in giugno Sergio Lo Giudice quale presidente. Dopo tre anni quale Segretario nazionale (dal 1985, anno di fondazione di Arcigay nazionale, al 1987) e 11 di presidenza, avevo deciso di lasciare l’incarico per favorire il ricambio della dirigenza dell'associazione.

Inizialmente il giornale si chiamò NOI (Notizie omosessuali italiane) e tale fu il suo nome fino al 2005, quando fu mutato in quello attuale di Gaynews.it. Lo scopo era quello di fornire un'informazione quotidiana sulle tematiche Lgbti, non garantita da altre testate su web. Contemporaneamente fondai Gaynet (Italia gay network) con lo scopo di associare, per la prima volta in Italia, gli operatori Lgbt dell'informazione e gestire tanto tecnicamente quanto giuridicamente il quotidiano online.

Come Gaynet abbiamo organizzato numerosi corsi di formazione giornalistica con i vari Odg regionali a partire dal primo che fu tenuto a Bologna nel novembre 2013. Grazie all’impegno di Rosario Coco, Valerio Mezzolani e Alessandro Paesano si è riusciti a riproporre e ad affinare tale modello formativo a Roma. A loro si è affiancato, nel maggio 2017, Francesco Lepore che, oltre ad essere stato da me nominato caporedattore di Gaynews, ha assunto l’incarico di coordinatore nazionale dei corsi di formazione. In tale veste è riuscito ad organizzare, tra febbraio e giugno 2018, in collaborazione con l’Odg della Campania i corsi di Napoli (che ha visto la partecipazione del presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna), Benevento, Pompei e con l’Odg dell’Emilia-Romagna quello di Reggio-Emilia

Gaynews, al contempo, ha spiccato in quest’ultimo anno il volo con interviste a figure del mondo della politica, della cultura, dell’attivismo, con speciali sulla storia del movimento, con approfondimenti su temi spinosi come quelli afferenti alla religione, che hanno portato a pubblici riconoscimenti. Merito, questo, della cura anche linguistica con cui vengono scritti gli articoli e dell’entusiasmo attivistico di collaboratori come Elisabetta Cannone, Claudio Finelli, Giuseppe Giulio, Maurizio Gelatti, Rosario Murdica.

Nei prossimi mesi festeggeremo sia Gaynews sia Gaynet con un'iniziativa alla Camera dei deputati e, probabilmente, entro la fine dell'anno ci sarà un grande incontro con i giornalisti e le giornaliste italiane che più ci sono stati vicini. 

e-max.it: your social media marketing partner

Cosa accadrà all’umanità, nel momento in cui verrà meno l’empatia? Cosa accadrà alle donne quando nel mondo cosiddetto occidentale si sarà completato uno spietato e sistematico processo di reificazione dei loro corpi? Cosa accadrà al mondo intero quando il processo di disumanizzazione avrà ormai compiuto interamente il suo giro di boa?

Da queste riflessioni nasce l’ultimo romanzo distopico di Ariase Barretta Living Fleshlight, pubblicato da Meridiano Zero, che intreccia sei diverse storie tutte incardinate intorno a una società gentile e feroce, che segue il protocollo Thomson e che ha deciso di eliminare il crimine (o che pensa di averlo eliminato) rinunciando alle donne e, in maniera più generale, all’amore.

Un mondo apparentemente perfetto e sinistramente feroce, totalmente declinato al maschile, in cui le donne, in quanto creature libere e autonome, sono state totalmente eliminate o, meglio, sono state trasformate in bambole gonfiabili (le fleshlight appunto), prive di arti e di corde vocali, da collezionare in teche di conservazione, all’interno di tecnologiche riserve private, a partire dall’età di 13 anni.

Un romanzo punk, come lo definisce lo stesso autore, in cui una società legittimata chirurgicamente alla violenza misogina e al maschilismo è ormai sprofondata in un abisso senza speranza in cui il “femminile” è espunto con rigorosa determinazione dalla vita degli uomini, anche dei più giovani. D’altronde, non c’è salvezza neppure per Klaus, appena 13enne a cui, secondo tradizione, viene regalata la prima living fleshlight, imballata come tutte in una scatola di cartone. Fleshlight a cui darà il nome di Britney, con cui cercherà di soddisfare le sue fantasie da make-up artist, ma verso la quale non proverà l’attrazione sessuale che la società attende da ogni giovane uomo, a partire dal compimento del tredicesimo anno d’età. 

Inutile dire che, in questa società ordinata e “perfetta”, non sono previsti living fleshlight di sesso maschile...o forse sì, sono previsti e prodotti, ma naturalmente sono fleshlight di contrabbando. Vietati dalla legge. Del resto, nell’universo della reificazione, tutte le forme viventi possono essere reificate, basta solo conoscere l’azienda giusta e dimenticarsi per sempre di essere umani.

e-max.it: your social media marketing partner

Spalla@Spalla. Le (dis)avventure di Carlo e Luana, pubblicato nella colonna Lgbt della casa editrice napoletana Milena, è il romanzo d’esordio di Christian Coduto, consigliere del circolo Arcigay Rain di Caserta.

Un romanzo scritto come una sit-com, con un evidente sguardo al canone della commedia brillante: quella della migliore tradizione anglosassone, in cui si ride, si evidenziano tic e luoghi comuni della società corrente e si riflette, con ironia e sarcasmo, sulle quotidiane difficoltà con cui si devono misurare i protagonisti che, nella fattispecie, sono persone Lgbt.

Un romanzo incardinato sul rapporto di complicità e amicizia dei due personaggi che condividono lo stesso appartamento e lo stesso orientamento sessuale ma che sono, per il resto, estremamente diversi. Carlo, con l’insulina sempre pronta per il suo diabete, è un giovane biologo gay disordinato e logorroico mentre Luana, una 30enne lesbica misantropa e silenziosa, è una pubblicitaria pignola e ordinatissima.

Il loro ménage, già di per sé esplosivo, è messo continuamente a soqquadro dall’irruzione di parenti spesso indesiderati, amici che non sempre sono effettivamente d’aiuto, colleghi di lavoro con le loro convinzioni infondate (come Tania, la “scema delle mele” convinta che Carlo finga di essere gay perché, in realtà, vuole conquistare le donne) e amanti, più o meno disastrosi, capaci di frantumare i loro già precari equilibri.

Le dinamiche relazionali raccontate da Coduto, benché narrate con grande leggerezza, ci consegnano l’immagine di una collettività Lgbt vittima sia degli stereotipi, che il contesto sociale continua a reiterare a danno delle persone omosessuali, sia dello stigma interiorizzato dagli stessi soggetti appartenenti alla comunità.

Un tema che attraversa l’intero romanzo, declinando la propria presenza in molteplici circostanze, è quello della verità e dell’autenticità. Carlo, Luana, Iris, Marco e gli altri vivono una società che non li considera. Pur anelando a una vita migliore, sono costretti alla menzogna e alla farsa: costrizione che, in alcuni casi, crea una sorta di assuefazione e si ritorce contro la stessa qualità della vita.

C’è da dire che la commedia di Coduto è ambientata nel 2002. In una realtà sociale, dunque, non del tutto diversa dalla nostra ma che, non essendo ancora stata investita né dalla rivoluzione dei social e degli smartphone né da alcune importanti conquiste come, ad esempio, la legge sulle unioni civili, patisce maggiormente meccanismi di esclusione e di pregiudizio. Anche se è perfettamente narrata dall’autore la più spiccata capacità di vivere la vita in maniera “relazionale”, non essendo ancora intervenuta la progressiva e compulsiva dipendenza da social che è possibile constatare nelle nuove generazioni. 

Insomma, un romanzo divertente e pieno di colpi di scena, che gode del sostegno morale dei circoli Arcigay di Napoli e Caserta. E che ha il sicuro merito di raccontare una storia in cui, sia pur tra mille difficoltà, la vita delle persone Lgbt risulta sostanzialmente “ordinaria” nella sua eccezionalità ed eccezionale nella sua “ordinarietà”. Nel suo essere, cioè, conforme a qualsiasi altra esistenza fatta di alterni momenti di euforia e di tristezza, picchi di gioia e di inevitabile disincanto.

e-max.it: your social media marketing partner

Frequento il Salone internazionale del Libro di Torino sin dalla sua nascita e credo di poter affermare senza remora alcuna che quella di quest’anno è l’edizione più Lgbti di sempre: da tre anni la Regione Piemonte e il Coordinamento Torino Pride hanno dato vita al primo spazio dedicato ai diritti Lgbti e non solo.

Il Premio FUORI!, dedicato all’editoria di genere e fondato da Angelo Pezzana, verrà consegnato oggi a Edmund White in seno alla kermesse libraria torinese anche grazie alla preziosa collaborazione del direttore Nicola Lagioia. Manni, pilastro  dell’editoria pugliere, presenterà Mio figlio in rosa di Camilla Vivian: un romanzo il cui sottotitolo Ti senti maschio o femmina? Io mi sento io credo parli da solo (consigliatissimo!). Questi solo alcuni tasselli del Salone del Libro “arcobaleno”.

Sono particolarmente contento che proprio in questo contesto venga ufficialmente lanciata LiberaMente, la nuova collana editoriale di Robin – Biblioteca del Vascello che ha l’ambizione di raccogliere testi – siano essi di saggistica o narrativa; italiani o stranieri – che propongono temi legati al mondo Lgbti assenti o poco approfonditi sulle pagine dei libri. Volumi per riflettere e per accendere il dibattito. Volumi che vogliono aprire una strada che poi, speriamo, possano percorrere in tante e in tanti. 

E sono anche particolarmente contento che a parlarne su Gaynews possa essere proprio io che la collana l’ho ideata insieme a Carola Messina, presidente della storica sigla editoriale romano/torinese.

In questa sfida con noi c’è un comitato scientifico nel quale siedono diversi esperti e grandi amici: il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, il responsabile dei progetti speciali della Fondazione Merz Silvano Bertalot, il creativo Andrea Curti, onnivoro di letteratura Lgbti internazionale, l’esperta di editoria Giulia Gabotto, oggi a Il Corriere della Sera, e Donata Prosio coordinatrice del Torino Pride prima di Alessandro. Tutte persone che lottano da anni contro le discriminazioni di genere e che, per questo, hanno accolto la sfida di lavorare con noi a un progetto libero dallo schema del genere… anche letterario.

Il logo della collana, ideato da Francesca Cerritelli e caratterizzato dalla purezza cromatica "senza esitazione" che rimanda all’arcobaleno,  “gioca” con le lettere L G B T: l'oggetto e il soggetto in totale sincronia con lo spazio. Stilemi che si confermano e si rafforzano nel momento in cui l'osservatore va alla loro ricerca tra significati e mutevoli forme.

Inauguriamo la collana con due testi molto diversi fra loro ma nei quali crediamo molto: Il Nuoro e gli #altri di Rita De Santis, presidente onoraria di Agedo, e La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood di Giorgia Succi che verranno presentati al Salone presso l’Arena dei Diritti della Regione Piemonte questa sera alle 18:00. Alla presentazione interverranno con le autrici anche altre due amiche: Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni le prime due mamme a cui è stato consentito di registrare il proprio figlio nato in Italia . 

I due libri:

Il Nuoro e gli #altri

Se avete voglia di vivere qualche giorno all’ombra del dubbio, allora dovete assolutamente fare la conoscenza del Serranus Tortugarum un pesce che, fortunatamente, possiede un nome preciso tra le variegate famiglie ittiche. Invece altre persone che, insieme a lui, entreranno nel vostro immaginario, non hanno al momento una denominazione precisa perché i linguisti non sono ancora riusciti a studiare delle possibili varianti per i molteplici nuclei familiari che si animano sotto gli #altri. Una convinzione però si farà strada nello sbalordito lettore, ovvero che la natura e la storia sono cose diverse da come le viviamo quotidianamente.

Spessissimo, scambiamo per naturale ciò che è consuetudine e per storia quello che ci viene tramandato dai vincitori. Vi accorgerete, continuando nella lettura, che anche gli anatemi religiosi sono completamente fuori posto, perché Dio altro non può essere che amore e inclusione e i libri sacri, letti senza la lente del bigottismo, forse ci vorrebbero insegnare la bellezza del dono e della felicità. Possono i “diversi” aspirare a questa felicità oppure resteranno sempre figli di un Dio minore?

Voglio credere di sì e, attraverso questo libro, cercare di dare una mano affinché questo avvenga. Come dice la mia amica Barbara X nel suo romanzo Resistenze: «Ma il tempo leviga le montagne, e le onde modellano le rive. Ci vuole pazienza. L’uomo è un bruscolino, la ragione è nulla. Alla fine il sole vincerà».

L’autrice, Rita De Santis, nasce a Termoli, il 24 maggio 1938. Donna eclettica, ha una vita non facilmente riassumibile. Ciò che resta costante in lei è la lotta per i diritti civili che porta avanti con determinazione. Vive in provincia di Brescia e d’estate si trasforma in artista di strada per le ripide scale di Apricale. 

La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood

«Le donne di lettere sono quasi del tutto sconosciute le une alle altre, eccetto ogni tanto per il nome», scriveva Natalie Clifford Barney a Colette negli anni '20 del secolo scorso. Quando nel 1927 fondò l’Académie des Femmes lo fece perché le donne potessero conoscersi, riconoscersi e celebrarsi. La parola alle Amazzoni ha lo stesso intento e ripercorre la storia delle donne lesbiche, la loro rappresentazione e visibilità storica, letteraria, e artistica. Pone al suo centro le donne, la loro parola e il loro desiderio di essere individui completi e indipendenti dallo sguardo maschile ed etero-normativo. Perché se Saffo è indiscutibilmente la prima donna a noi giunta che cantò l’amore e il desiderio tra donne, non fu certamente l’ultima. 

Giorgia Succi è nata a Torino, ma le piace cambiare spesso residenza. Laureata in Lettere e con un master in femminismo, ritiene da sempre fondamentale la diffusione pubblica della storia e del genio delle donne. Seguace di Saffo per passione e vocazione, adora riscoprire e celebrare le fiere Amazzoni che hanno popolato la terra per migliaia di anni.

Guarda la GALLERY

 

e-max.it: your social media marketing partner

Classe 1982, Franco Vanni è una firma nota de La Repubblica, di cui è cronista giudiziario. Ma non solo. Perché il giornalista milanese, oltre a curare con tre amici il blog di pesca Anonimacucchiaino.it, è nel tempo libero anche barista e disegnatore per gioco e passione.

Collaboratore di Claudio Cecchetto nella scrittura di In diretta. Il gioca jouer della mia vita, nel 2017 ha pubblicato per la Mondadori Banche impopolari. Inchiesta sul credito popolare e il tradimento dei risparmiatori, saggio d’inchiesta scritto col collega de La Repubblica Andrea Greco.

Ma già nel 2015 aveva date alle stampe per tipi romani della Laurana Il clima ideale. Romanzo che, premiato alla 30ª edizione del Festival du Premier Roman di Chambéry, ha segnato l’esordio di Franco Vanni come giallista. Ed è a quel genere narrativo, che in Italia è stato negli ultimi anni rinverdito con successo da Maurizio De Giovanni, ad appartenere la nuova opera del cronista meneghino Il caso Kellan (Baldini+Castoldi, Milano 2018, pp. 336, €17).

Il romanzo vede il  26enne Steno Molteni, firma del settimanale di cronaca nera La Notte e barista serale a Milano, dove alloggia nella stanza 301 dell’Albergo Villa Garibaldi, alle prese con l’omicidio di Kellan Armstrong. Si tratta del figlio 19enne del console americano, ucciso in circostanze misteriose.

Le indagini, che Steno avvia personalmente, lo mettono sulle tracce degli Spazzini, banda di giovani omofobi che «vogliono fare pulizia» aggredendo le persone omosessuali sorprese nei luoghi di battuage. La vittima era infatti gay. Ma chi ha ucciso realmente Kellan? Perché intorno alla sua morte si accumula un ingombrante silenzio? La soluzione del caso è una di quelle a sorpresa secondo i canoni del più genuino giallo deduttivo o ad enigma.

Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto l’autore

Franco, quanto della tua esperienza di cronista giudiziario c'è in Steno Molteni, protagonista de Il Caso Kellan?

Steno è cronista giudiziario come me. Ma è molto più fortunato! Ha dieci anni in meno, vive in un bell'albergo, guida una vecchia Maserati, che gli ha lasciato un amico ricco, e lavora per un settimanale. Non deve scrivere più articoli ogni giorno, come me, ma ha tempo per approfondire le questioni. Di mio, Steno ha la conoscenza del meccanismo di indagine, di cui entrambi ci occupiamo a tempo pieno per lavoro. E la passione per il bar. Anche io, come Steno, da ragazzo ho fatto cocktail dietro a un bancone.

Dietro agli altri personaggi del tuo giaòòp (da Scimmia a Kellan Armstrong, da Han al console fino alla pm) si celano persone reali che hai avuto modo di conoscere o si tratta di figure totalmente inventate?

Han, cuoco vietnamita dalla doppia vita, si ispira a Ho Chi Min. Il padre della patria vietnamita negli anni Trenta lavorò davvero alla Antica Trattoria della Pesa di Milano, mentre progettava la rivoluzione nel suo Paese. Quanto a poliziotti e pubblici ministeri, ne incontro così tanti ogni giorno in tribunale che inevitabilmente mi sono ispirato in qualche modo a loro. Ma ci tenevo a non fare caricature di persone reali. Un po' per non offendere nessuno, e un po' perché trovo che i personaggi d'invenzione siano spesso più interessanti.

Dal romanzo emerge una Milano di mezzo, sconosciuta ai più e agli stessi cittadini che si muovono all'ombra della Madonnina...

Per lavoro, da tanti anni, sono pagato per raccontare i luoghi oscuri della mia città. Una grande fortuna, che ho voluto sfruttare anche come narratore. Prima di occuparmi a tempo pieno di cronaca giudiziaria, ho fatto inchieste sul mondo della notte, recensioni di bar e discoteche, approfondimenti su quello che succede dopo che tramonta il sole. E molto di quello che ho scoperto e osservato lo trovate nel romanzo.

Com'è cambiato negli anni il capoluogo lombardo?

Milano è sempre più sicura, scintillante e distratta. Expo, i grattacieli e la crescita di quartieri semi-centrali hanno molto cambiato il volto della città. Oggi Milano è probabilmente più bella di come sia mai stata, ma ha perso un po' di fascino. Per questo, pur ambientando il mio romanzo al giorno d'oggi, in alcune descrizioni di luoghi ho cercato di fare rivivere lo spirito Milano com'era: più buia, imperfetta, sgarrupata e pericolosa.

Quale relazione c'è tra l'uccisione di Kellan e l'universo Lgbti?

Kellan, figlio del console americano, viene assassinato in un luogo di incontri occasionali per uomini gay. Uno dei primi e più famosi luoghi di cruising milanesi: La Fossa di fronte alla Triennale, in realtà poco frequentata dagli anni Novanta. Ma come dicevo, alcuni luoghi non li ho raccontati per come sono oggi. Ho preferito riportare in vita la loro anima antica. L'indagine sulla morte di Kellan punta da subito sugli "Spazzini", banda di giovani teppisti omofobici che aggrediscono uomini gay.

Per chi legge Il Caso Kellan non è possibile non pensare alla recrudescenza di aggressioni omotransfobiche in Italia. Da cronista giudiziario a cosa attribuisci i vari atti di violenza verso le persone Lgbti?

Trovo che l'omotransfobia sia un fenomeno inaccettabile e gravissimo. E tanto più lo sono le aggressioni. Da cronista mi sono occupato spesso di aggressioni a uomini gay. La trama del romanzo nasce dalla storia di un ragazzo, che anni fa mi raccontò di essere stato aggredito mentre era appartato in auto con un uomo. Mi disse che aggressioni simili a Milano sono frequenti, ma che di rado vengono denunciate, per vergogna o per paura. Quanto alla ragione che porta qualcuno ad aggredire un altro perché omosessuale, faccio davvero fatica a comprenderla, da cronista e da essere umano. Verrebbe da dire: ignoranza, stupidità e poca serenità nel gestire la propria sessualità.

Quali sono i maestri del giallo cui ti sei ispirato? Ed è possibile pensare all'inizio d'una serie di romanzi con uno Steno Molteni risolutore di casi intricati come Poirot o uMaigret?

Per tutti i giallisti italiani, e per i milanesi in particolare, un punto di riferimento inevitabile e irraggiungibile è Giorgio Scerbanenco. Nessuno come lui ha saputo raccontare la città e la sua anima, cupa e moralmente poco salda. Amo molto i gialli classici: da Conan Doyle alla Christie, dalla Tey a Simenon. Fra i contemporanei, amo gli italiani. Quanto alla possibilità di fare del mio Steno Molteni un personaggio seriale, mi piacerebbe molto! Un'idea di massima per la trama di un possibile seguito la ho già. Spero di trovare il tempo di mettermi di nuovo al tavolino a scrivere.

e-max.it: your social media marketing partner

Ci sono libri che mi scelgono. Capita di trovarli sugli scaffali di una libreria, tra le pagine di un giornale, nel passaparola di amici, in una voce alla radio. Bruised (Triskell, Brescia 2018, pp. 309) è uno di quei libri.

Ne sentivo parlare da un po': l’opera prima di una giovane donna ferrarese, come me. La storia di un adolescente omosessuale che si dipana tra il Castello Estense e le mura rinascimentali della mia città non poteva che incuriosirmi. Ancor di più il fatto che ad affidare le proprie emozioni e i propri sentimenti a quel diciottenne scarruffato fosse una donna, adulta ed eterosessuale.

Conosco Federica Caracciolo, l’autrice di questo romanzo. Conosco il suo impegno quotidiano per la causa Lgbti, il suo metterci la faccia, sempre. La nostra battaglia la combattiamo fianco a fianco da un po', convinte che una società fatta di diritti possa essere una società migliore per tutti.

Non conoscevo però la sua parte più intima, quella che ha raccontato nelle pagine di questo romanzo e che ha affidato a Lele, Raffaele il protagonista di questa storia. Diciotto anni, un’amica del cuore che è sempre stato il suo scudo, la sua famiglia, la sua forza, un mondo intero da scoprire senza di lei, quando alla fine della maturità, quella scolastica, le loro strade si dividono. Incontri virtuali e reali che si trasformano in nuove avventure, che fanno uscire Lele da quelle mura cittadine oltre le quali Ludovico Ariosto non aveva mai avuto il coraggio di spingersi, se non nelle fantasie del suo Orlando.

Perché Ferrara è così, ti avvolge nelle sue nebbie, ti tiene stretto tra le sue forti mura che resistono nei secoli e proteggono i suoi cittadini dalle intemperie dei tempi. Ferrara è come la famiglia di Lele, tutto sembra perfetto e tranquillo anche quando tutto va a rotoli, anche quando la parola frocio brucia sulle labbra di un gruppo di adolescenti che non si fanno scrupoli a menar le mani se non si è disposti a subire, a piegare la testa. Ma oltre le sue case dai mattoni rossi, oltre i vicoli le cui pietre costringono a continui giochi di equilibrio, esiste un mondo nuovo nel quale conoscersi e riconoscersi.

Bruised parla di sentimenti, di desideri, di passione. Di amicizia, di scoperte e rivelazioni. Di paura e coraggio. Bruised parla di ognuno di noi, non importa se uomo o donna o trans o gender fluid. Non importa se etero o omo o bisex.

Bruised è un romanzo destinato a un pubblico giovane come il suo protagonista, ma che sa parlare a tutti. Perché Lele è l’adolescente che siamo stati e che ancora incontriamo nei nostri ricordi o in quei momenti nei quali ci dimentichiamo che il tempo sia passato. Quei momenti nei quali vorremmo avere diciotto anni e guardare una volta ancora il mondo con gli occhi della prima volta, gli occhi delle prime volte, quando tutto è ancora “per sempre”

e-max.it: your social media marketing partner

Edito per i tipi catanesi Villaggio Maori, Storie Fuorigioco. Omosessualità e altri tabù nel mondo del calcio è una raccolta di sei racconti, in cui Rosario Coco, project manager Erasmus Plus, narra l’amore tra tabù e pregiudizi. Tabù e pregiudizi che si annidano dentro e fuori un campo di calcio. All'interno di una società che fa ancora fatica ad accettare l'amore indipendentemente da chi lo prova e verso chi.

sto

Il volume sarà presentato a Roma in due date distinte: l’8 aprile presso il Caffè Letterario in Via Ostiense, 95 e il 10 maggio in Sala Nassirya a Palazzo Madama, dove prenderanno, fra gli altri, la parola la senatrice Monica Cirinnà, il presidente di Aics Bruno Molea e il direttore di Gaynews Franco Grillini.

Pubblichiamo di seguito il testo prefatorio al volume, scritto da Francesco Lepore, caporedattore di Gaynews:

Sei storie coinvolgenti. Sei racconti in cui la realtà si mescola alla fantasia. Sei percorsi narrativi in cui orientarsi con una bussola speciale. Quella dell’amore. L’amore passionale tra i protagonisti e le protagoniste di questi récit al di là del loro orientamento sessuale o identità di genere. L’amore amicale che, al dire di Minucio Felice, unisce le persone simili o simili le rende: Amicitia semper aut pares accipit aut facit.

L’amore per il corpo, che si racconta attraverso il corpo e parla agli altri con il linguaggio del corpo. Linguaggio che non potrà mai scandalizzare, perché il corpo non è pietra di inciampo ma veicolo di unione, dialogo e arricchimento reciproco. L’amore in tutte le sue sfaccettature che è sempre in gioco ed entra sempre in campo nella vita come nello sport.

Già, perché anche nello sport non è possibile farne a meno. Perché quando se ne fa a meno, scompare l’aspetto ludico, l’aspetto gioioso, l’aspetto sanamente competitivo dell’attività sportiva e si lascia aperta la porta alla sopraffazione, alla violenza, alla discriminazione.

«Entra in campo, amore». Sono queste le parole con cui si chiude l’omonimo racconto della raccolta Storie fuorigioco. Parole che Jonathan sente sussurrarsi all’orecchio da Roberto. Parole che vanno però ben al di là della singola vicenda narrativa e si caricano d’un valore universale senza limiti di spazio e tempo. Parole da sussurrare alle orecchie del cuore, fare proprie e attuare come motto programmatico.

«Entra in campo, amore». Un imperativo ineludibile soprattutto per chi si impegna a contrastare le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere nello sport. A rendere più friendly il mondo sportivo, dove sono ancora frequenti e diffuse le manifestazioni verbali e talvolta fisiche di rifiuto e stigmatizzazione delle persone «transgender/gender variant», gay o lesbiche. Una vera e propria depauperizzazione, questa, per quell’insieme di attività che, oltre a essere un bene sociale e culturale di grande portata, ha un elevato potenziale formativo ed educativo nonché capacità di veicolare alti valori e ideali.

L’autore di Storie fuorigioco tutto questo lo sa molto bene. Attivista Lgbti di lunga data e amante dello sport, in particolare del calcio, Rosario Coco è infatti coordinatore dell’importante progetto Outsport che, cofinanziato dalla Commisione Europea col programma Erasmus Plus, è finalizzato a valorizzare il mondo sportivo come luogo di formazione e contrasto all’omo-transfobia in continuità con la scuola e con la famiglia.

Nel solco d’un tale impegno pluriennale si pone la raccolta Storie fuorigioco, che dischiude alle lettrici e ai lettori uno spazio di riflessione e sensibilizzazione perché lo sport conservi un valore positivo e promuova una cultura dell’inclusione e valorizzazione delle differenze di ciascuno.

e-max.it: your social media marketing partner

Si è scritto tanto su Virginia Woolf. Si è scritto tanto da trasformare la grande narratrice anglosassone in un’icona della letteratura occidentale, chiusa nell’aura di una biografia dolorosa che ce la restituisce come modello della vittima che, non reggendo per la seconda volta agli orrori della guerra, non trovò altra via che quella della morte per acqua, unendo così il gesto finale al topos letterario per eccellenza di tante protagoniste di romanzi e drammi.

E così, immersa per consuetudine in una sorta di “lesbodramma” irrisolto e conflittuale, Virginia Woolf è stata spesso ritratta, soprattutto nei saggi apparsi nel nostro Paese, come una donna algida e depressa, incapace di slanci  intensi, vitalistici e appassionati. E, se è pur vero che la scrittrice non ammise mai esplicitamente la propria omosessualità, non possiamo comunque dimenticare la lunghissima lista di relazioni femminili e frequentazioni omosessuali che  furono il fulcro del suo universo intimo e affettivo.

Dunque, con la convinzione di voler restituire a Virginia quel che è di Virginia, Eleonora Tarabella, studiosa e grande conoscitrice della vita e delle opere della scrittrice – che ha lavorato anche presso il National Trust a Monk’s House, la casa di campagna di Virginia e Leonard Woolf – ha pubblicato il saggio Ti dico un segreto. Virginia Woolf e l’amore per le donne (Iacobelli, Guidonia 2017), in cui schioda la grande narratrice inglese dal profilo austero e drammatico presente nell’immaginario collettivo.

tra

Chiara e indicativa la citazione di Bonnie Zimmermann, posta in epigrafe all’opera: Non si possono capire appieno né apprezzare le vite delle scrittrici (e di innumerevoli altre donne) se il loro essere lesbiche viene ignorato o negato.

Incontriamo Eleonora Tarabella a Napoli, durante la presentazione del volume a Poetè, il salotto letterario organizzato da circa dieci anni, presso il salottino del Chiaja Hotel de Charme, da Arcigay Napoli.

Eleonora, com'è nata l'idea del libro? Hai trovato difficoltà nel reperire testi critici che affrontassero la tematica del lesbismo nella vita e nelle opere di Virginia Woolf?

L'idea del libro è nata dal fatto che su Virginia Woolf è stato scritto di tutto. È stato affrontato il suo amore per i cani. Sono stati raccolti i necrologi dopo la sua morte. È stato analizzato il suo rapporto con le domestiche ma in Italia sono assenti testi di critica letteraria o biografie che mettano in evidenza la tematica del lesbismo.

Mi sono dovuta pertanto indirizzare alla critica americana o inglese con i saggi di Barrett e Cramer Virginia Woolf Lesbian Readings o di Karyn Z. Sproles, Bonnie Zimmerman, Christopher Wiley... Ovviamente sono opere che non sono state tradotte in italiano.

Mancava uno studio sul rapporto della scrittrice con le donne dal punto di vista amoroso, comprendente anche l'erotismo, e mi piacerebbe che Ti dico un segreto: Virginia Woolf e l'Amore per le Donne aprisse nuove strade alla ricerca degli aspetti lesbici nella vita e nelle opere di Virginia.

Oltre alla famosa relazione con Vita Sackville-West, un'altra figura poco studiata è stata quella di Violet Dickinson con cui Woolf ebbe un rapporto amoroso. Ce ne vuoi parlare?

Violet Dickinson era di 17 anni maggiore di Virginia che la conobbe quando, ancora ragazzina, la vide arrivare in casa sua per un tè organizzato da Stella, la sorellastra della scrittrice. Oltre a distinguersi per il suo metro e 85 di altezza, Violet fu una donna di spicco a livello politico perché ricoprì il ruolo di prima sindaca di Bath fra il 1899 e il 1900. Virginia Woolf scrisse una biografia di Violeet Dickinson dal titolo Friendship Gallery, in cui esplorava il suo carattere anticonformista che scardinava sia i canoni patriarcali sia il “galateo” della brava ragazza vittoriana.

Durante il rapporto con Violet Dickinson, Woolf prese coscienza del suo desiderio lesbico che finalmente viene vissuto ed esperito prima ancora di esplicitarsi, in maniera più matura, all'interno della coppia Virginia /Vita.

L'erotismo prorompe in modo lampante se si leggono brani delle lettere di Virginia a Violet Dickinson raccolte da Nicolson e Trautmann nel libro che uscì per Einaudi Il Volo della Mente. Mi sono divertita ad analizzarli per smembrare il mito di virginea asessualità che aleggia ancora intorno alla scrittrice. Leggere frasi come “ti leccherò teneramente” o “ricordati che la prossima volta tocca a me muovere dentro” mi hanno restituito l'immagine di una giovane donna che, innamorata di un'altra, avvertiva l'esigenza di avere rapporti sessuali con lei.

Nel libro stabilisci un collegamento fra Woolf e De André a proposito delle “Passanti”. Chi erano le Passanti per Virginia Woolf?

La canzone Le Passanti, che De André tradusse da George Brassens, mi ha fatto riflettere su come donne di passaggio, incontrate sull'autobus o per le strade di paesini francesi dove Woolf si recava in vacanza, potevano suscitare un'emozione tale nella scrittrice da spingerla a fissare nero su bianco, quasi in un fermo immagine, certe caratteristiche che l'avevano ammaliata.

Potevano essere commesse, cucitrici, ballerine, prostitute - donne senza nome appunto - ma se un particolare le rendeva affascinanti, bastava quello perché Woolf ne restasse irretita. L'ho chiamato “fascino metonimico” dato che la metonimia esprime l'importanza della “parte per il tutto”.

Un esempio è il racconto di Virginia intitolato Un Romanzo Mai Scritto dove, durante un viaggio in treno, una passeggera resta incantata a guardare la donna che viaggia di fronte a lei e, senza neanche parlarci, inizia a cucirle addosso una storia solo a livello mentale, un romanzo mai scritto, appunto.

Altra figura poco studiata in rapporto a Woolf è Ethel Smyth. Chi era Ethel e come si inserì nella vita di Virginia?

Ethel Smyth era una compositrice e direttrice d'orchestra che scrisse e musicò, fra l'altro, La Marcia per le Donne. Da militante suffragetta a fianco di Emmeline Pankhurst, era finita in carcere per aver lanciato sassi contro la finestra del ministro di gabinetto che si era opposto al voto alle donne. Ethel non si sgomentò troppo per i due mesi di detenzione: dormiva nella stessa cella con Emmeline e diresse cento compagne detenute con uno spazzolino da denti, dopo aver loro insegnato la sua famosa marcia.

Rimase folgorata da Una Stanza Tutta per Sé, uno dei due saggi femministi di Virginia Woolf. Volle conoscerla e s'innamorò di lei tanto che la prima cosa che le disse fu: “Lascia che ti guardi!”

Per parafrasare il titolo di un'opera woolfiana, Ethel Smyth comparve “fra un atto e l'altro” della vita di Virginia: la fine della relazione con Vita Sackville West e il suicidio. In Fra un Atto e l'Altro, Ethel Smyth veste i panni di Miss La Trobe, una regista teatrale dal piglio maschile che aveva convissuto con un'attrice e poi si era data a qualche bicchiere di troppo per la fine della loro storia d'amore.

Come affiorano omosessualità maschile e lesbismo nei romanzi e nei racconti di Virginia?

L'omosessualità maschile, ad esempio, emerge nel personaggio di Septimus Smith che, ne La Signora Dalloway, fa da contraltare alla protagonista. Septimus è sposato con Rezia ma continua a pensare ossessivamente al soldato Evans, un commilitone che morì dilaniato da una mina. Soffre di allucinazioni in cui rivive continuamente la scena del compagno che muore e che lui non è riuscito a salvare. Il lesbismo, sempre ne La Signora Dalloway è invece presente nell'amore fra Clarissa e Sally Seton che si baciano sotto le stelle.

Nel meraviglioso racconto intitolato Un College Femminile dall'Esterno si accenna all'innamoramento improvviso di Angela per Alice, sua compagna di studi. Ma il racconto lesbico per eccellenza, con un altro bacio fra donne è Momenti d'Essere: le Spille di Slater Non Hanno Punta. Fu Woolf stessa a definirlo “un raccontino sul saffismo da mandare agli Americani” perché uscì negli Stati Uniti, per la rivista Forum. È la storia di un amore, appena accennato, fra un'insegnante di pianoforte e la sua allieva.

Come dimenticare poi la passione che Lily Briscoe prova per Mrs Ramsay? È bene chiarire, comunque, che si tratta sempre di brevi cenni. In Woolf domina la reticenza a proposito di lesbismo e omosessualità. Quando affrontava scene d'amore fra due uomini o due donne lanciava il sasso e tirava via la mano. Chi legge deve riempire i vuoti, i puntini di sospensione, le frasi lasciate a metà. Ma s'impara, s'impara presto!

Virginia e Vita: un amore intenso ma anche difficile...

La relazione che Virginia Woolf ebbe con Vita Sackville-West non fu facile. Non solo perché entrambe erano sposate – sebbene Vita fosse molto più libera, avendo stabilito col marito, Harold Nicolson (anche lui omosessuale) una coppia aperta – ma anche perché Sackville-West correva la cavallina. Contemporaneamente a Virginia, Vita ebbe altre fidanzate come Dorothy Wellesley (a cui dedicò la poesia The Land), Mary Campbell, Hilda Matheson, ed Evelyn Irons (oltre a due amori giovanili pre-Virginia: Rosamond Grosvenor e la famosa Violet Keppel Trefusis). Virginia si lamentava dei continui tradimenti di Vita e, quando ne scopriva uno, ritornavano le sue feroci emicranie. Tuttavia non riusciva a troncare la relazione. Anche se la data di pubblicazione di Orlando, a ottobre del 1928, avrebbe dovuto sancire la fine del loro rapporto, Woolf  restò innamorata di Sackville-West.

Si dettero il primo bacio nel 1923 ma finirono a letto solo due anni dopo. Virginia vide persino oscillare le travi del soffitto. Fu l'emozione, la capacità immaginativa e letteraria e, magari, qualche bicchiere in più di vino rosso di Borgogna...

Che rapporto ebbe Virginia con Leonard?

Ho analizzato il rapporto con Leonard Woolf  sfaldando le tante teorie su un matrimonio idilliaco. Basandomi sui saggi di Alma Bond, Christopher Wiley, o Stephen Trombley, per citarne solo alcuni, è emersa una figura di Leonard Woolf estranea al tipico ritratto del bravo infermiere completamente sacrificato e dedito all'accudimento della moglie.

In realtà Virginia si lamentava per come il marito le scandiva le giornate, approvando o impedendole questo o quell'impegno. È vero che Leonard seguiva pedissequamente le prescrizioni mediche ma forse vi si atteneva così tanto da risultare controproducente per il benessere psicologico di Virginia. Lei non poteva ricevere, ad esempio, le visite di Ethel che, secondo il marito, la agitavano troppo oppure aspettava che Leonard fosse fuori per giocare in completa libertà persino con i propri nipoti. Lui, infatti, ristabiliva sempre ordine e decenza e, secondo quanto testimonia Angelica Garnett, la nipote di Virginia, nel suo scritto autobiografico Ingannata con Dolcezza, “era dotato di un'autorità contro la quale non esisteva appello”. 

È pur vero che molte lettere di Woolf esprimono un amore romantico verso il marito chiamato con nomignoli come “Adorabile Mangusta”. Tuttavia, il linguaggio sdolcinato e la ripetizione costante di frasi come “tu mi dai quanto di meglio c'è nella vita” o “non avremmo potuto essere più felici” risultano quasi espressione di un autoconvincimento. Le aveva già usate, inoltre, nei suoi libri. Terence le pronuncia a Rachel, la sua promessa sposa, ne La Crocera, e Rachel muore.

Non sono riuscita a trovare un matrimonio soddisfacente nell'opera di Virginia. Racconti come Il Lascito o Lapin e Lapinova mostrano legami eterosessuali come condanne senza scampo. Nel primo la protagonista si suicida mentre, nell'altro, le tocca inventare una realtà parallela, schizofrenica, direi. Trasforma sé stessa nella regina dei conigli e il marito nel re Lapin. Da esseri umani, infatti, non sanno andare avanti.

e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video