Tra le città che, sabato 30 giugno, a ridosso del 49° anniversario dei Moti di Stonewall,  saranno interessate dall’Onda Pride c’è anche Padova. Un’occasione importante per il capoluogo veneto dove, da meno di due settimane, è stata inaugurata l’XI° edizione del Pride Village.

A pochi giorni dalla parata abbiamo raggiunto Mattia Galdiolo, presidente del locale comitato d’Arcigay.

Fra pochi giorni il Padova Pride: quali le parole d'ordine quest'anno?

Quest’anno il Padova Pride darà molto risalto a temi come la salute, la libertà e l'inclusione. Ma resta in primo luogo la visibilità quale tema chiave. Ormai sempre più persone Lgbti sono visibili e questo, indubbiamente, è il motivo per cui sempre di più di questioni Lgbti si discute in ogni ambito, nel bene e nel male. Però oggi visibilità per un Pride è anche consapevolezza.

Questo Pride vuole ispirare tutti a compiere scelte coraggiose, a prendere posizione, a partecipare al dibattito sui diritti che, come comunità Lgbti, pretendiamo dal nostro Paese e alle lotte che dovremo fare per ottenerli.

Come valuti l’attuale clima politico in riferimento ai diritti delle persone Lgbti?

Un atteggiamento passivo e distaccato dalla politica ha dato come frutto uno dei peggiori governi degli ultimi dieci anni. Distacco anche da parte della nostra comunità che "si accontenta" di spazi sicuri nei locali e di una visibilità limitata ma sempre più facile. Ora abbiamo un governo populista in perpetua campagna elettorale e con un approccio ai temi sociali di stampo marcatamente fascista. Percepisco un machismo diffuso e tutto questo è molto preoccupante sia per i nostri (pochi) diritti faticosamente ottenuti sia per quelli che la nostra comunità chiede a gran voce: dalla tutela della genitorialità omosessuale alla revisione della legge Reale - Mancino. Più di tutto però mi preoccupa il fatto che questa politica possa finire col legittimare la violenza e i soprusi. Ci sono già i primi segnali.

Abbiamo visto le forze dell'ordine al Siracusa Pride vietare l'esposizione di uno striscione critico nei confronti di Salvini. La violenza verbale sui social è poi ai massimi storici e gli episodi di violenze e discriminazioni seguono a ruota tutto ciò con numeri sempre crescenti. Di fronte a tutto ciò noi dobbiamo ricordarci chi siamo. Siamo un movimento di liberazione: la libertà o c'è totalmente o non è libertà. Pertanto è nostro dovere prendere posizione in modo forte e chiaro per la liberazione e il benessere della comunità Lgbti ma anche di tutte quelle libertà direttamente correlate alla nostra: penso all'autodeterminazione delle donne o al dovere dell'accoglienza per i migranti.

Hai fatto cenno a quanto successo al Siracusa Pride. Qual è la tua specifica valutazione?

Questo episodio, e lo dico soprattutto da portavoce di un comitato Pride, ci ha fatti incazzare di brutto. I Pride sono la rivendicazione di identità e libertà, in primo luogo quella d’espressione: una libertà che è stata guadagnata nel nostro Paese con il sangue e il sacrificio di molte vite. Oggi forse non serve più arrampicarsi sulle colline e le montagne per fare le lotte partigiane ma, anche sopra un paio di tacchi a spillo, possiamo rivendicare la nostra libertà con analoga determinazione.

Noi abbiamo puntato su un gesto simbolico: lo striscione fatto rimuovere a Siracusa sarà presente al Padova Pride. Scelta che, come comitato, abbiamo preso spontaneamente e immediatamente, e che siamo pronti a difendere a tutti i costi.

I risultati delle ultime amministrative hanno visto un’avanzata della Lega in pochi Comuni, roccaforti storiche della sinistra. Come valuti ciò con riferimento alle locali associazioni Lgbti e soprattutto alla futura organizzazione dei Pride?

Credo che bisogna ricordare come i Pride abbiano un valore educativo per tutta la città. Ma per farlo bisogna dare ai cittadini l'occasione per capire cosa sta succedendo, cosa è un Pride, perché è importante, qual è il senso profondo e molto umano che sta alla base delle richieste della comunità Lgbti. In tutto questo abbiamo amministrazioni che oggi hanno sempre più strumenti per rendere difficile la vita a chi vuole manifestare. Ricordo che oggi con la nuova normativa sulla sicurezza un Comune può vietare cortei e manifestazioni con ragioni anche abbastanza pretestuose.

Bisogna organizzarsi per fare un lavoro comunicativo incisivo ed efficace in occasione dei Pride, per far sentire la manifestazione come parte della città, come parte di quello scenario culturale che ne rappresenta le diverse anime. Per il Padova Pride abbiamo parlato con associazioni che si occupano di ambiente, territorio, commercio. Tutte queste realtà si sono confrontate per la nostra volta con i nostri temi, eppure hanno visto nel Pride un'occasione interessante per scoprire qualcosa di nuovo e prendere una posizione. Ecco, credo che il più importante deterrente alla destra che avanza sia proprio questo lavoro culturale: essere presenti sui nostri territori, dialogare con tutte le realtà e, se per farlo dobbiamo uscire dalle nostre comfort zone, non sarà mai troppo presto!

Secondo te quale dovrebbe essere l’impegno futuro delle associazioni in difesa dei diritti civili e sociali?

Dovremmo ricordare che non siamo soli. Molto spesso assisto sconfortato alle risposte campaniliste di alcune associazioni e di pezzi di movimento. O anche al silenzio imbarazzante delle nostre associazioni di fronte al razzismo e al sessismo dei nostri politici. Non basta essere in trincea col coltello fra i denti per i nostri diritti: dobbiamo formare un'unica frontiera o non potremo mai fare fronte a tutti gli attacchi che riceveremo. Per farlo come movimento Lgbti, dobbiamo imparare a dialogare, a trovare soluzioni che ci consentano di non perdere pezzi inultilmente, ma soprattutto che ci consentano di crescere. Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi: è una frase del Vangelo che ci dice qualcosa di utile, che, cioè, i veri nemici sono altrove.

Sempre più persone Lgbti si mostrano vicine o favorevoli a istanze di matrice xenofoba. Cosa sta accadendo secondo te nella nostra comunità?

Èun errore banale pensare che le persone Lgbti siano più sensibili alle discriminazioni e, pertanto, immuni a razzismo o xenofobia. La triste realtà è che lesbiche, gay, bisessuali, transessuali sono uguali al resto del mondo anche negli aspetti peggiori. Anzi sono capaci di dare al razzismo, alla xenofobia, alla misoginia nuove e interessanti declinazioni. Da gay penso a una banalissima schermata di Grindr (ma per chi ha più di 20 anni pensiamo anche ai siti di annunci, ecc) dove i profili sono pieni di frasi che discriminano per etnia, peso, forma fisica, gradazioni diverse di femminilità. La verità è che per chi non rientra in un'idea stereotipica di gay, lesbica, transessuale, ecc rischia l'emarginazione da parte della comunità Lgbti.

Questo è un impegno culturale ineludibile per le associazioni Lgbti: trovare metodi e azioni di contrasto al razzismo, al body-shaming e al femme-shaming, ma anche di inclusione nelle associazioni e più in generale nella nostra comunità. È un periodo questo di grande impegno e di grandi responsabilità per le nostre associazioni. Moltissime cose stanno cambiando, noi stessi siamo profondamente cambiati. Dobbiamo trovare il coraggio e la forza di far fronte a tutto tenendo sempre presenti i nostri valori e la nostra identità.

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Domani otto città saranno interessate dall’Onda Pride. Tra queste Siracusa che, quest’anno, è gemellata a Catania, la cui marcia dell’orgoglio Lgbti avrà luogo il 23 giugno. Due città siciliane non solo contigue geograficamente ma accomunate dall’impegno per i diritti tra Mare, Umanità e Resistenza, come recita lo slogan dell’anno.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto Armando Caravini, presidente del comitato Arcigay di Siracusa e portavoce d’entrambi i Pride della Sicilia orientale.

Armando, il Siracusa Pride giunge alla 4° edizione con la presenza di Leo Gullotta come testimonial. Quali le iniziative messe in campo in vista della parata di domani?

Dal 14 al 16 giugno presso Piazza Cesare Battisti in Ortigia abbiamo creato un programma culturale fitto, articolato ed importante. Riteniamo che il Pride non deve rappresentare solo il corteo finale ma momenti di seria discussione sulle politiche Lgbti e salute.

Il 14 giugno abbiamo avuto ospite Franchina, donna trans di Catania, che ha scritto un libro e si è confrontata con padre Rosario Lo Bello della Chiesa di San Paolo. Cìè stato anche l'intervento di Miki Formisano (Nps) e di Giovanna Cristina Vivinetto. Abbiamo poi avuto in serata il concorso Rainbow arts for Pride (musica, teatrom ballo), il cui vincitore sarà premiato domani da Leo Gullotta.

Stasera, alle ore 18:00, si terrà la tavola rotonda che concentra il tema principale di questo Pride: Mare, Umanità, Resistenza. Fra gli ospiti ci saranno anche Giovanni Caloggero (consigliere nazionale Arcigay) e Luigi Carollo, ideatore e portavoce del Palermo Pride nonché responsabile diritti civili Arci Sicilia insieme con esponenti del mondo associazionistico. Infine, domani, il corteo finale con raduno alle ore 18:00 presso il Foro Vittorio Emanuele II (Porta Marina) insieme al nostro testimonial Leo Gullotta. Concluderemo il Siracusa Pride con un grande party.

Quest’anno avete voluto far precedere al termine Pride l’aggettivo Gay: cosa ha spinto a tornare a una tale impostazione che per molti è datata?

Perché questa manifestazione nasce come Gay Pride e rappresenta il giorno della marcia dell'orgoglio gay: chi cerca di trasformarlo in altro, cercando di nasconderne la vera natura o, peggio, lasciando che la manifestazione venga organizzata da persone che non rappresentano la comunità, è, a a mio parere, totalmente fuori strada.

Io scendo in piazza a manifestare l'orgoglio di essere ciò che sono. Ovviamente il Pride è aperto a tutti i cittadini che sposano le nostre istanze e vogliono vivere in un Paese, che non contrappone cittadini di serie A a quelli di serie B.

Concludo la domanda con un esempio: io sposo le idee della Festa della Liberazione e partecipo con convinzione, ma è giusto che sia l’Anpi a ricordare l'importanza di questa festa. Anche se vi partecipano tutte le persone, che credono nel principio di libertà e democrazia contro tutti i totalitarismi, sarebbe impensabile snaturare la Festa della Liberazione con altri nomi o motivazioni.

Sono ben 28, quest’anno, i Pride italiani, eppure c'è ancora tanta omofobia, transfobia e bullismo nella nostra società. Perché a tuo parere?

Perché da sempre viviamo in un Paese pieno di contraddizioni. A partire dalla nostra classe politica, così lontana dalle esigenze dei cittadini e, ancor di più, da quelle della nostra comunità. Si punta sempre a creare delle divisioni fra persone omosessuali ed eterosessuali, donne e uomini, italiani ed extracomunitari così da mantenere una sorta di continua conflittualità e assicurarsi un determinato bacino elettorale.

Viviamo in un periodo in cui le categorie sociali più deboli sono vessate e si registra una crescita forte della diseguaglianza. Sono presenti questi temi nel documento politico del Siracusa Pride?

Non sbaglio a dire che quest’edizione del Gay Pride di Siracusa, gemellata con Catania, rappresenta il Pride più importante, schierato e di lotta mai avvenuto. Cominciando dai temi che accomunano i due Pride: Mare, umanità e resistenza.

Mare, in quanto siamo una terra di sbarchi: tante, troppe volte il nostro mare si trasforma in un cimitero.

Umanità, perché è quello che ormai manca alle persone: sembra che tutto sia scontato, che la morte di una persona sia cosa che non ci riguardi. Si vive, insomma, in un'apatia assoluta.

Infine resistenza, perché dobbiamo tornare a "resistere": si è insediato un governo estremamente discriminatorio, razzista ed omofobo. Saranno anni di oscurità per quanto riguarda i diritti civili: dovremo combattere non solo per dire: Noi esistiamo ma anche per difendere quel poco che abbiamo ottenuto con tanti anni di battaglie.

Dopo quello di Siracusa ci sarà, appunto, il 23 giugno il Pride a Catania. Quali sono, in sintesi, gli elementi unificanti?

In primis il rapporto umano, personale e la totale sintonia fra i due comitati Siracusa, rappresentata da me, e Catania rappresentata dal consigliere nazionale Giovanni Caloggero. Ci stiamiamo reciprocamente: elemento fondamentale per costruire un percorso comune. Oltre al rapporto umano fra i due comitati l'unione è dettata anche dal fatto che Siracusa, come Catania, è una città di mare da cui dista 60 km. Pertanto molte delle problematiche interne ed esterne alla nostra comunità sono condivise da entrambe le città. Concludo dicendo che la strategia di unione per lo meno negli intenti politici e strategici fra il Siracusa e il Catania Pride si è rivelata vincente. Non a caso, rispetto agli anni passati, abbiamo nettamente più riscontro, attesa e voglia di partecipare.

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Nel corso dell'odierna sessione a Strasburgo i parlamentari dell’Integruppo Lgbti hanno imbustato e spedito centinaia di lacci arcobaleno per scarpe alle squadre di calcio di tutta Europa. Le nazionali di Belgio, Croazia, Danimarca, Inghilterra, Francia, Germania, Islanda, Polonia, Portogallo, Serbia, Spagna, Svezia, Svizzera, Russia dovrebbero ricevere i loro lacci durante la prossima settimana.

È iniziata così la campagna #supportallcolours, sostenuta dai gruppi politici Verdi/Ale, S&D, Alde e Gue.

«L’iniziativa - ha commentato il copresidente dell’Integruppo Daniele Viotti - mira a sensibilizzare sulla situazione dei diritti umani in Russia, dove la comunità Lgbti subisce discriminazioni e persecuzioni. Ritengo sbagliato assegnare questo importantissimo evento sportivo a Paesi che non rispettano i diritti civili, ma possiamo cogliere comunque quest'opportunità per spingere verso il cambiamento».

La lettera, che accompagna il plico coi lacci arcobaleno, spiega nei seguenti termini le modalità d'adesione alla campagna: «Indossa i lacci delle scarpe arcobaleno che ti sono stati spediti durante l'allenamento, per strada, sugli spalti o a casa mentre guardi la partita. Scatta una foto e condividila su Instagram, Twitter o Facebook usando l'hashtag #supportallcolours».

I lacci arcobaleno saranno inoltre distribuiti dagli stessi parlamentari nel corso dei Pride che si terranno in tutta Europa. Al riguardo sempre Daniele Viotti ha spiegato: «L'inizio della Coppa del Mondo coincide anche con l'inizio della stagione dei Pride in Europa.

In molti Paesi i Pride sono contestati e sotto attacco. Distribuire lacci arcobaleno ai Pride in Europa è un modo per dimostrare che, mentre festeggiamo in alcuni luoghi, siamo anche solidali con i paesi in cui i Pride sono a rischio o addirittura vietati - in Russia o altrove».

 

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E così, dopo 88 giorni di incertezze, di incarichi assegnati e revocati, di contratti firmati, di ministri sbagliati, il Governo si è fatto. Dopo la peggior crisi politica degli ultimi quarant’anni almeno, se non di tutta la storia della nostra Repubblica, l’Italia s’è desta di nuovo a destra

Una destra populista e ottusa, che prende consensi su slogan intraducibili in realtà, che non ha contenuti politici, ma che è, senza se e senza ma, omofoba, razzista, xenofoba, sessista e liberticida. Non ha fatto in tempo a insediarsi questo nuovo Governo, che il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha immediatamente riportato il Paese alla “normalità”. «Basta con questa storia del genitore 1 e genitore 2 - ha detto ieri sera a Sky Tg24 -: ogni bambino ha diritto ad avere una mamma e un papà».

Del resto anche senza le affermazioni di Salvini, quando il premier Giuseppe Conte ha letto la lista dei ministri, si è capito subito a che cosa saremmo andati inconstro con la nomina di Lorenzo Fontana al dicastero per la Famiglia e le Disabilità. Un leghista duro e puro, antiabortista, omofobo, difensore della famiglia “naturale”, avversario della fantomatica ideologia gender, contrario al fine vita nonché xenofobo e antieuropeista.

Un uomo che ha affermato che «i gay vogliono dominarci e cancellare il nostro popolo». Ed è subito notte.

La comunità Lgbti ci ha messo 40 anni per ottenere il più basilare dei diritti, le unioni civili. Quanti anni ci vorranno ora per avere diritto alla genitorialità congiunta? Cosa né sarà dell’autodeterminazione delle donne, delle persone trans, dei disabili? Cosa succederà nelle scuole quando qualche insegnante farà un tentativo di educazione alle differenze?

L’Italia è rimpiombata nel Medioevo, ma starà a noi fare in modo che indietro non si torni. Noi persone Lgbti, noi migranti, noi donne, noi disabili. Noi che facciamo della diversità un valore, noi che promuoviamo una cultura della diversità. Noi, che non possiamo arrenderci, dobbiamo unirci e scendere nelle piazze, nelle strade, andare nelle scuole, nelle università, nelle biblioteche, nelle discoteche e dobbiamo continuare a portare i nostri colori, la nostra cultura. Dobbiamo armarci di picconi e buttare giù i muri dei pregiudizi, armarci di pazienza e portare avanti le nostre battaglie contro ogni forma di discriminazione.

Questo è il momento di invadere le città ai Pride, di fare pressione su quelle Regioni governate ancora dal centro sinistra o da amministrazioni progressiste affinché approvino leggi contro l’omotransnegatività. E il momento di continuare il poderoso lavoro che da anni facciamo nelle scuole, cercando alleanze con quei presidi e quegli insegnanti illuminati che non si fanno intimorire dalle direttive nazionali.

Questo è il momento di mobilitarci. E di farlo con la parte migliore del Paese, senza nemmeno chiederci più chi stia a destra o a sinistra. Ma distinguendo tra chi sta dalla parte dei diritti e chi no.

Io sogno un’Italia nella quale un disabile possa avere diritto a un assistente sessuale, una donna possa avere diritto a fare ciò che vuole del proprio corpo e del proprio utero, un bambino possa avere diritto ad avere due genitori (indipendentemente dal genere), ognuno di noi possa avere diritto a porre fine alla propria vita in maniera dignitosa. Creiamo alleanze, costruiamo reti, tracciamo percorsi.

Mia nonna, staffetta partigiana tra i monti del Piemonte, mi raccontava storie di resistenza e coraggio. E quando le chiedevo se avesse mai avuto paura, mi rispondeva che non c’era tempo per la paura e che ci sono dei momenti nella storia nei quali o stai di qua o stai di là. Questo è uno di quei momenti.

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Penultimo giorno della 33° edizione del Lovers Film Festival: Monica Cirinnà riceve a Torino il Premio Milk nell’ambito della sezione tematica Focus Pride. A consegnare il riconoscimento alla senatrice presso il Cinema Massimo in Via Verdi la direttrice della kermesse Irene Dionisio.

Presenti al tavolo il giornalista Simone Alliva, il coordinatore del Coordinamento Torino Pride Alessandro Battaglia e il presidente nonché cofondatore del festival Giovanni Minerba. Ed è stato proprio Minerba, memoria vivente della rassegna cinematografica (definizione quanto mai appropriata qualora si consideri che la parola scelta ieri per il Focus Pride era appunto memoria), che non ha potuto nascondere la propria commozione quando la senatrice Cirinnà ha detto a un tratto: Io non ho avuto la fortuna di avere un figlio gay o una figlia lesbica.

Parole di particolare significato, dal momento che proprio in mattinata era rimbalzata mediaticamente la notizia del 20enne massacrato di botte e cacciato di casa dal padre perché gay. Vicenda accaduta nei giorni scorsi a Torrazza Piemonte, comune della città metropolitana di Torino.

Nel ricevere il premio Monica Cirinnà ha affermato: «Sono molto onorata di questo riconoscimento e confido di riuscire a vivere, l'anno prossimo, il festival molto più a lungo».

Come noto, il Milk Award le è stato consegnato per l’impegno profuso nella lotta per i diritti, di cui la riprova tangibile è la legge sulle unioni civili e convivenze di fatto. Norma che alcuni parlamentari di centrodestra non hanno esitato ultimamente ad attaccare, diffondendo nella pubblica opinione l’idea di un’eventuale quanto impossibile abrogazione

«Se i nostri medievali eletti in Parlamento – ha dichiarato al riguardo la senatrice al Cinema Massimo – vorranno, nel corso della XVIII° legislatura, attaccare la legge avranno vita difficile. Nel senso che la legge è fermamente ancorata agli articoli 2 e 3 della Costituzione e promana da una sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha obbligato il Parlamento a produrre un testo di legge. La sentenza è la 138 del 2010.

Sarà quindi difficile smantellare l’intera legge. Io dico però: Nessun dorma, perché non è detto che non vengano attaccati i singoli punti della legge. Penso ad esempio a una 104, a un congedo parentale, a una reversibilità della pensione. Penso agli infiniti diritti che possono promanare da un testo di legge».

La consegna del Premio Milk ha consentito a Monica Cirinnà di poter salutare la consigliera comunale Chiara Foglietta e la sua compagna Micaela Ghisleni, che proprio in mattinata avevano vissuto la gioia della registrazione anagrafica di Niccolò Pietro quale figlio d’entrambe.

Con un post sulla pagina Fb la parlamentare dem ha scritto: «Un gesto importante e coraggioso del Comune di Torino che ci ricorda, per contrasto, quanto sia ancora dura e faticosa la strada per il pieno riconoscimento dell’omogenitorialità nel nostro Paese, e per la realizzazione dell’eguaglianza di tutte le bambine e i bambini, indipendentemente dal modo e dal tipo di famiglia in cui sono nati.

Per un Comune di buona volontà, ve ne sono molti che resistono, in assenza di precise indicazioni positive, pur possibili (come ho ricordato in sede di interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno fin dal luglio scorso): e troppi ancora - la totalità, praticamente - sono i casi in cui le famiglie omogenitoriali sono costrette a rivolgersi ai Tribunali, con gli inevitabili e pesanti costi che ne discendono, in termini di incertezza e spese».

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Se l’elezione del pentastrale napoletano Roberto Fico (considerato dell’ala sinistrorsa del M5s) a presidente della Camera non ha suscitato reazioni di rilievo ma è stata anzi accolta pressoché positivamente, non può dirsi lo stesso per quella della forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati alla seconda carica dello Stato.

Eletta al terzo scrutinio con 240 voti, la 71enne avvocata matrimonialista d’origine rodigiana (ma vivente da decenni a Padova) è la prima donna a sedere sullo scranno più alto di Palazzo Madama.

Un primato indubbiamente importante nella storia della Repubblica italiana ma non tale da far dimenticare i numerosi aspetti critici della sua lunga carriera politica.

«Sono entrata per la prima volta in questa aula nel 1994, ai tempi dell’ingresso in politica di Silvio Berlusconi», ha ricordato lei stessa nell’odierno discorso d’insediamento. Ed è appunto l'assoluta fedeltà all’ex presidente del Consiglio a essere contestata alla neopresidente del Senato. La successora di Piero Grasso è colei che Guido Quaranta non esitò a definire «la berlusconiana più berlusconiana di tutte, una berlusconiana ‘senza se e senza ma’».

Sostenitrice di tutte le leggi ad personam volute dal fondatore di Mediaset, gridò al golpe quando lo stesso decadde da senatore e fu tra quanti manifestarono contro le "toghe rosse" sui gradini del Palazzo di Giustizia di Milano. In tv sono noti i suoi interventi in cui si rifaceva costantemente ai concetti di giustizia a orologeria,  dittatura mediatica o persecuzione giudiziaria con riferimento sempre a Berlusconi.

Due volte sottosegretaria alla Sanità (30 dicembre 2004 – 16 maggio 2006) - durante il cui mandato fu accusata d'aver fatto assumere proprio al ministero di Lungotevere Ripa la figlia Ludovica (tornata poi a lavorare in una delle aziende berlusconiane) - e alla Giustizia (12 maggio 2008 – 16 novembre 2011), è stata da ultimo componente laica del Csm in quota Forza Italia (15 settembre 2014 – 23 marzo 2018). Celebre il confronto tv con Marco Travaglio del 9 settembre 2013 sul processo Mediatrade e la condanna di Berlusconi.

Laureata in giurisprudenza presso l’Università di Ferrara e in utroque iure presso la Pontificia Università Lateranense (quella che nel gergo ecclesiastico è indicata come l’Università del Papa), Maria Elisabetta Alberti Casellati è anche nota per le sue posizioni conservatrici in materia matrimoniale e giusfamiliare.

Il 28 gennaio 2016, a pochi giorni dall’inizio del dibattito parlamentare dell’allora ddl Cirinnà, partecipò a Roma al convegno La famiglia è una. I diritti sono per tutti, nel corso del quale ebbe a dire: «La famiglia non è un concetto estensibile. Lo Stato non può equiparare matrimonio e unioni civili, né far crescere un minore in una coppia che non sia famiglia. Le diversità vanno tutelate ma non possono diventare identità, se identità non sono». Per poi ammonire: «Non si può fare confusione, parola usata dal Papa pochi giorni fa: ogni omologazione sarebbe un’improvvida sovrapposizione e un offuscamento di modelli non sovrapponibili».

Approvata alla Camera la legge sulle unioni civili e le convivenze di fatto, andò all’attacco della normativa in un’intervista rilasciata a Il Giornale il 13 maggio del medesimo anno.

La sua elezione è stata perciò salutata con entusiasmo da molte aree del cattolicesimo. Non è un caso se tra le prime a plaudire a una tale elezione sia stata la deputata opusdeiana Paola Binetti che fra l’altro ha affermato: «Apprezzo le idee di Maria Elisabetta Alberti Casellati sulla famiglia».

Raggiunto telefonicamente, ecco cosa ha invece detto a Gaynews il deputato dem Alessandro Zan: «Rivolgo i miei auguri di buon lavoro a Maria Elisabetta Alberti Casellati, eletta presidente del Senato: da padovano sono felice che una mia concittadina ricopra la seconda carica dello Stato.

Ma auspico anche che sappia rappresentare tutti gli italiani e le italiane, date le sue precedenti posizioni sulle unioni civili, senza fare differenze retrograde e anacronistiche, che andrebbero a ledere il lavoro di civiltà fatto in questi anni. Dallo scranno più alto di Palazzo Madama si dovranno garantire quei diritti costituzionali che vogliono una piena equiparazione dei diritti delle persone. Mi aspetto quindi collaborazione piena sulle nostre proposte di legge per garantire i diritti di tutti».

Auguri di buon lavoro anche al «neopresidente della Camera Roberto Fico, di cui ho apprezzato il contenuto antifascista del discorso e il richiamo all’autonomia del lavoro della Camera dei deputati, che mi auguro valga anche nei confronti della Casaleggio Associati».

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In occasione della presentazione del libro di Monica Cirinnà L’Italia che non c’era presso l’Auditorium Parco della Musica in Roma, il presidente del Coni Giovanni Malagò si è espresso a lungo sul coming out di Rachele Bruni a Rio 2016 e ha sottolineato il grande messaggio di pace che lo sport ha saputo dare in riferimento al riavvicinamento delle due Coree per i prossimi giochi olimpici invernali.

Rispondendo alle domande di Enrico Varriale, volto noto di RaiSport sin dagli anni '90, Monica Cirinnà ha confermato ancora una volta il suo impegno nel proseguire la battaglia non solo per il matrimonio egualitario, ma anche per un mutamento culturale che possa consentire a tutti gli sportivi di poter vivere liberamente la propria identità.

A seguire, sono intervenute le associazioni presenti.

Il presidente di Gaycs Adriano Bartolucci Proietti ha confermato ufficialmente l’organizzazione dei prossimi Eurogames 2019 a Roma, la manifestazione sportiva gayfriendly che si tiene in tutta Europa dal 1992 ed è promossa dalla Eglsf (European Gay and Lesbian Sport Association), per la quale Gaycs aveva vinto il bando internazionale nel 2016. Gli Eurogames muovono circa 4000 atleti da tutta Europa e sono caratterizzati dalla apertura a chiunque, a prescindere dall’orientamento sessuale, voglia contribuire alla battaglia contro l’omofobia. Giovanni Malagò ha risposto assicurando il patrocinio e il pieno sostegno del Coni, ribadendo che il contrasto alle discriminazioni è una questione di cultura sportiva.

Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli e responsabile Sport Arcigay, è intervenuto ricordando l’impegno dell’associazione per la modifica dello Statuto del Coni in materia di omofobia, formulata nel 2012 e accolta nel 2016, e chiedendo un impegno concreto per le prossime Universiadi 2019 a Napoli (i giochi olimpici universitari), affinchè possano essere ricordate in contrapposizione ai giochi invernali di Sochi come i giochi dell’inclusione e dei diritti. Il presidente Malagò ha accolto la richiesta lasciando intendere che il commissario governativo che verrà nominato in queste ore per i giochi avrà certamente sensibilità su questo tema.

Rosario Coco, coordinatore del progetto europeo Outsport di Gaycs/Aics (Associazione Italiana Cultura Sport), è intervenuto riscontrando ampia disponibilità da parte degli interlocutori nella richiesta di sostegno alla prima ricerca europea sulle discriminazioni omo-transfobiche nel mondo sportivo condotta dalla German Sport University di Colonia nell’ambito dell’iniziativa a guida italiana finanziata dall’Unione Europea. Nel mese di marzo verrà presentato ufficialmente il survey in quattro diverse lingue dell’Unione europea, grazie al quale sarà possibile raccogliere anche in forma anonima l’esperienza di moltissimi atleti e atlete.

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Si terrà il 15 dicembre a Roma presso la Biblioteca Interculturale Cittadini del Mondo (Viale Opita Oppio, 45) la terza edizione del Premio Cild per le libertà civili.

Premio che, istituito dalla Coalizione italiana libertà e diritti civili, è volto a «riconoscere e promuovere l’impegno di chi, nel corso dell’anno, si è distinto nel proprio lavoro per promozione e protezione delle libertà civili, contribuendo a diffondere la cultura dei diritti umani nel nostro Paese. Un contributo che, in alcuni casi, non riceve la giusta attenzione a livello di opinione pubblica, ma che invece crediamo valga la pena far conoscere e raccontare».

Gli Eroi dei diritti umani del 2017 sono stati scelti dai giurati Marco Ruotolo, Daniela De Robert, Giovanni Carotenuto secondo sette categorie.

Per la categoria Dipendente pubblico il premio va al maestro elementare Franco Lorenzoni, fondatore dell'Associazione Cenci Casa-Laboratorio e promotore di una nota campagna per l'approvazione del ddl sullo ius soli.

Per quella Avvocato il premio va a Fabio Anselmo, che ha seguito o segue casi processuali come quelli di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Riccardo Magherini, Davide Bifolco, Denis Bergamin.

Per quella Giornalista il premio è stato assegnato in memoriam ad Alessandro Leogrande. Per quella Sportivo due i premiati: Damiano Tommasi che, in qualità di presidente dell'Associazione Italiana Calciatori, si è più volte distinto per il suo impegno sul fronte dell'integrazione e il duo Flamini-Minisini.

Per quella Media il premio è stato assegnato all'account collettivo Giulio Siamo Noi, che continua a tenere alta la pressione sulle istituzioni italiane affinché non si fermi l'attività investigativa e politica per individuare gli assassini di Regeni.

Premio alla Carriera, invece, a Manlio Milani, superstite della strage di Piazza della Loggia (28 maggio 1974), che costò la vita alla moglie. Da allora ha dedicato le sue energie alla richiesta di verità e giustizia per quanto accaduto, divenendo presidente dell'Associazione familiari dei caduti di Piazza Loggia e partecipando alla fondazione dell'Unione familiari vittime stragi. Nel 2000 ha fondato inoltre con Comune e Provincia di Brescia la Casa della Memoria, centro di documentazione sulla strage bresciana e la violenza terroristica, neofascista in particolare.

Eroe dei diritti umani nella categoria Giovane Attivista è invece il 31enne Wajahat Abbas Kazmi. Attivista per Amnesty International, regista indipendente e giornalista de Il Grande Colibrì, Wajahat è nato in Pakistan ma vive da molti anni in Italia.

Ha lanciato il 18 gennaio 2016 la campagna di sensibilizzazione “Allah loves equality. Can you be gay and Muslim?”Una campagna finalizzata a illustrare la situazione delle persone Lgbti nella Repubblica Islamica del Pakistan attraverso la realizzazione di un omonimo documentario. Una campagna finalizzata a infrangere il tabù sull’omofobia nel mondo islamico ma anche a far cadere i tanti pregiudizi islamofobi radicati nei Paesi occidentali.

Raggiunto telefonicamente, Wajahat ha dichiarato: «Ho appreso la notizia il 4 dicembre appena rientrato in Italia dal Pakistan, dove è terminata la realizzazione del documentario. Sono emozionatissimo e contentissimo. Credo però che tanti altri attivisti avrebbero meritato più di me questo premio. Voglio dedicarlo a tutte le persone Lgbti che vivono in Pakistan e nei Paesi islamici, perché Allah loves equality».

 

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Basta diagnosi che certificano una patologia, basta trattamenti, basta umiliazioni. La proposta di legge che è stata presentata al Parlamento spagnolo permetterà - qualora approvata - alle persone trans di cambiare sesso anagraficamente senza doversi dichiarare malate e senza l'autorizzazione di un medico. Anche i minori di età potranno richiedere il cambio dei documenti, con il sostegno dei genitori o di un giudice, e anche gli stranieri residenti avranno lo stesso diritto.

Tutti i gruppi parlamentari, escluso il Partito popolare che esprime un governo di minoranza, hanno approvato con 200 voti a favore e 128 contari che il progetto di legge si discuta in Parlamento. Cosa che avverrà martedì 5 dicembre mentre la votazione avverrà due giorni dopo.

Le associazioni che difendono i diritti Lgbt e, in particolare, la Piattaforma per i diritti trans hanno accolto con soddisfazioni questa iniziativa, che corregge la legge precedente del 2007: "La discriminazione che noi persone trans subiamo – ha detto la presidente Mar Cambrollé – non si combatte solo con il cambio di nome e di sesso legale: è provocata infatti dalla transfobia vigente nella legislazione, che non riconosce l'autodeterminazione, il diritto al proprio corpo e le varie espressioni di genere possibili”.

Proprio in questa direzione va la proposta che va in discussione in Parlamento: non sarà più necessario che una persona trans dichiari di essere malata per accedere al cambio di nome, al contrario di quanto succede ora che si richiede una diagnosi medica o psicologica che stabilisca la presenza di una disforia di genere curata per almeno due anni. In base alla nuova norma non servono altri requisiti all'infuori della “dichiarazione espressa della persona interessata del nome proprio e del sesso con cui si sente identificato/a”.

Non sarà obbligatorio essersi sottoposti a trattamenti chirurgici, ormonali, psicologici o psichiatrici, perché – secondo la deputata socialista María Dolores Galovart, relatrice della proposta - “lo Stato deve garantire che l'identità riconosciuta dalla società sia quella perecepita dalla persona”.

Questa facoltà di autodeterminazione sarà riconosciuta anche ai minori d'età che potranno richiedere il cambio di sesso sui documenti attraverso i propri genitori; se uno di essi o entrambi si dovessero opporre, il minore potrà ricorrere a un giudice per rivendicare il proprio diritto, sempre “nel superiore interesse del minore”.

Su questo punto il Partito popolare (Pp) ha espresso la propria contrarietà, anche se si è dichiarato disposto a discutere la legge per arrivare a una formulazione condivisa.

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Da sempre attivista per i diritti delle persone Lgbti. In Arcigay da molti anni, del cui comitato torinese è stato anche presidente. Attualmente assessore con delega alle Pari opportunità del Comune di Torino. A più d’un anno dall’inizio dell’incarico ammininistrativo Marco Alessandro Giusta rilegge le sue battaglie per i diritti civili nel capoluogo piemontese.

Assessore Giusta, come ci si sente in questa veste?

Sicuramente il cambio è di quelli da togliere il fiato. Un giorno sei con coloro che fuori dal palazzo chiedono ascolto, il giorno dopo ti ritrovi ad ascoltare i tuoi compagni e compagne di battaglia. E spesso la voglia di girare intorno al tavolo e sedersi dalla stessa parte è tanta. Però resto convinto della scelta che ho fatto di mettermi a disposizione della città e garantire che i diritti delle persone Lgbti siano non solo rispettati, ma valorizzati e inseriti nel programma complessivo della città, continuando il trend estremamente positivo che vede Torino come uno dei centri più friendly d'Italia, se non il più esperto su questi temi.

A Torino nasce il movimento negli anni ‘70 con il F.U.O.R.I. A Torino si costituisce il primo servizio Lgbti del Comune. Torino ha la segreteria della Rete Ready ed è stata scelta per attuare la strategia nazionale Lgbti. Nasce qui il più importante festival cinematografico Lgbt Da Sodoma a Hollywood ora Lovers su iniziativa di Ottavio Mai e Giovanni Minerba. Nasce qui il Coordinamento Torino Pride Glbt dal Comitato Torino Pride 2006 e dal Coordinamento Glt. Qui nasce CasArcobaleno. Il lavoro quotidiano e costante tra istituzioni e associazioni del territorio e nazionali continua a produrre risultati importanti.

Torino è una città da sempre in prima fila  nella lotta per i diritti di tutti. Una città che ha visto negli anni  passati le lotte operaie come punta  di diamante per i diritti a lavoro. Oggi che città ci può raccontare? 

I diritti a Torino sono qualcosa di vero, concreto, percepito. Sono stati sudati in fabbrica e nelle strade durante le lotte operaie. Sono diventati il traguardo da raggiungere e difendere. Ma soprattutto hanno iniziato a parlare tra di loro. Durante la manifestazione I diritti sono il nostro Pride del 2010 ricordo la bellezza e la fatica della costruzione di una piattaforma comune tra il movimento delle donne, quello dei migranti e quello Lgbti, con la compenetrazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

Da allora ho scoperto l'intersezionalità: termine coniato dall'attivista e giurista afroamericana Kimberlé Williams Crenshaw per descrivere che differenti identità sociali possono sovrapporsi ed incrociarsi, così come le discriminazioni che si portano dietro. Scoperta che ha avuto successivi insegnamenti nei percorsi costruiti in Arcigay, con i sindacati, nel Coordinamento Torino Pride, nel nodo provinciale Unar e in CasArcobaleno. Ora questo approccio lo abbiamo portato in Comune, dove proviamo a lavorare con quest'ottica e coinvolgere i diversi gruppi a rischio discriminazione a lavorare tra loro l'uno per l'altro. Sarà un percorso lungo e complesso, ma siamo sulla strada giusta. 

Si parla da tempo di famiglie e non più di famiglia. Quali sono le principali azioni che il suo assessorato sta portando avanti in questo senso?

Sul tema delle unioni civili abbiamo fatto una corsa contro il tempo. Ci tenevamo da un lato a essere tra le prime città a celebrare le unioni, dall'altro avevamo alcune famiglie con gravi problemi di salute per cui l'urgenza era massima (ricordo il caso di Franco e Gianni, la prima unione civile a Torino celebrata dalla sindaca. Franco ora non c'è più, ma Gianni ha scritto un libro, è venuto al Pride per la prima volta e ora sta portando avanti la campagna #vietatoarrendersi con l'aiuto di Stefano e altri amici). Immediatamente dopo siamo stati la prima città in Italia a garantire ai dipendenti l'equiparazione delle unioni ai matrimoni (come previsto per legge) per i congedi, anticipando la circolare dell'Inps e ampliando inoltre anche la possibilità di fruire dei permessi 104 sia alle unioni civili che ai e alle conviventi more uxorio come stabilito dalla sentenza della corte costituzionale. Infine, proprio in questi giorni abbiamo un pezzo del Piano Azioni Positive proposto dal Cug del Comune di Torino dando la possibilità alle e ai dipendenti di "prestarsi" delle ore di ferie per venire incontro a chi ha necessità particolari. Da qui in poi cercheremo di lavorare principalmente sugli orari dei servizi al fine di venire incontro alle necessità delle famiglie torinesi, in modo da migliorare la qualità della vita.

Lavoreremo ancora, immaginando appunto di servire tutte le famiglie. Ricordo ancora quando con la sindaca modificammo a mano il nome della delega da famiglia a famiglie. Tempo una settimana ed ebbi la prima manifestazione contro questa scelta da parte del Popolo della Famiglia. Solo per aver ricordato che le famiglie ormai sono moltissime e diverse: oltre alle famiglie tradizionali vi sono quelle ricomposte, monoparentali, allargate, omogenitoriali, formate da due uomini o da due donne, separate, vedovi e vedove, miste, adottive, affidatarie, etc etc. L'amministrazione deve pensare a tutte loro, non solo a una parte o un'altra.

A Roma in alcuni quartieri periferici, con manifestazioni anche molto accese, sono state mandate via famiglie di immigrati a cui era stata assegnata una casa dal Comune. A Torino qual è situazione e  quali  le urgenze per la lotta  al razzismo? 

A Torino, per fortuna, la situazione è molto diversa rispetto a quella che raccontate nella domanda. Episodi di razzismo e discriminazione sono purtroppo quotidiani e onnipresenti, ma non raggiungono picchi così violenti e visibili. Questo, ovviamente, non deve farci abbassare la guardia: il razzismo e la discriminazione sono fenomeni non solo in ascesa, ma che stanno cambiando dinamiche.

In Paesi come l'Italia, infatti, la percezione della diversità prescinde quasi completamente dallo status giuridico: il colore della pelle, nomi o cognomi di origine straniera, segni visibili di appartenenze culturali, religiose ed etniche (il velo per le donne musulmane, per esempio) sono sufficienti a identificare una persona come “straniera” indipendentemente dal suo status giuridico. Molte delle politiche di sostegno attivo (penso ai bandi europei Fami per l'integrazione) si rivolgono unicamente a target con lo stato giuridico di "stranieri", lasciando così scoperte, come una coperta troppo corta, intere categorie di persone che soffrono di discriminazioni simili. A farne le spese sono soprattutto le nuove generazioni. È per questo che la città di Torino sta sviluppando sempre di più azioni di "intercultura", sostituendolo all'approccio di "integrazione", azioni cioè che rafforzino le comunità attraverso le loro associazioni di riferimento, che migliorino la capacità di ascolto della pubblica amministrazione nei confronti di persone portatrici di culture e religioni differenti, che aumentino le occasioni di dialogo fra parti diverse della società.

Ora un colpo basso. Comune targato M5S. Che ci racconta  in proposito in tema di diritti?

Questa domanda mi coglie sul vivo! Nel senso che i diritti sono, è vero, il mio punto debole: non posso fare a meno di occuparmene. Mi permetto questo gioco di parole per dire che per me, come per il mio staff, lavorare sui diritti non è una domanda che presuppone un se, ma presuppone sempre un come. Il problema non è se occuparsi di diritti ma come lo si fa. L’approccio che sto, che stiamo provando a portare avanti è un approccio intersezionale e trasversale, che guarda alle persone nella loro interezza, puntando a valorizzare somiglianze e differenze entro un approccio che mira a a ridurre le diseguaglianze tra le persone. Su questa linea stiamo lavorando molto con le comunità a Torino. Due esempi recenti sono la Giornata delle Moschee aperte e il Protocollo firmato con la Comunità Cinese. Stiamo portando avanti un lavoro di coinvolgimento delle associazioni e delle realtà che sul territorio torinese si occupano di violenza e discriminazione contro le donna, puntando a valorizzare i saperi che in questi anni queste stesse realtà hanno sviluppato. Un esempio è proprio la campagna per il 25 novembre di quest’anno co-progettata e co-ideata dalle realtà del Ccvd. Oppure ancora il lavoro di rafforzamento delle politiche di inclusione delle persone Lgbt grazie soprattutto al lavoro con la Rete Ready e al lavoro di formazione costante interno all’amministrazione portato avanti dal Servizio Lgbt della Città. E poi, infine, il lavoro di confronto e condivisione con le realtà che si occupano di sostegno ed empowerment delle persone con disabilità, il cui esempio principe sarà l’istituzione in Città della figura del Disability Manager. Quindi, questa è quella che voglio sia la mia narrazione sui diritti: non mi accontenterò di niente di meno.

Per questo sono contento di lavorare con consigliere e consiglieri della maggioranza che su questi temi sono in prima linea, così come con il Gdl regionale Pari opportunità. Ad esempio, pochi giorni fa la maggioranza M5s ha votato una mozione presentata dal consigliere Carretta del Pd che dà mandato alla Giunta di negare le piazze a chi non professa i valori antifascisti come indicato nella costituzione, professando e/o praticando comportamenti fascisti, razzisti e omofobi. La presidente della commissione pari opportunità Viviana Ferrero del M5S ha inoltre presentato un emendamento che introduce la transfobia e il sessismo tra i comportamenti da non permettere. Stessa mozione, tutte di ispirazione dell'Anpi e Aned, era stata approvata a Pavia in occasione della modifica del regolamento di polizia municipale dal consigliere M5s Polizzi.

Una domanda infine a carattere sportivo. Marco Alessandro Giusta è della Juventus o del Torino

Juventus, come il papà. Anche se ormai da torinese gioisco anche quando vince il Torino. 

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