Debutta in anteprima, al Napoli Teatro Festival, il nuovo progetto drammaturgico di Fortunato Calvino, regista e autore da sempre vicino al mondo alla comunità Lgbti, che ha più volte raccontato la vita e le esperienze delle persone omosessuali e transessuali con un’attenzione particolare per il mondo dei femminielli napoletani.

Il nuovo lavoro, Fuoriscena, oltre ad avvalersi della partecipazione di una protagonista della scena teatrale napoletana e italiana, come Antonella Morea, nei panni di un’attrice sul viale del tramonto, vede la presenza di un noto mattatore della commedia brillante quale Gino Rivieccio che intepreta, per la prima volta, il ruolo di un omosessuale.

Incontriamo Gino Rivieccio a poche ore dal debutto.

Ci può brevemente descrivere il suo personaggio nello spettacolo Fuoriscena?

Premetto che è un lavoro carico di emozioni, e per questo bellissimo, con punte di leggerezza. Manuele è un uomo gay che vive da solo, lacerato dalla morte del compagno avvenuta anni prima. Ha una vicina di pianerottolo, Gloria, un’ex attrice omofoba e insofferente verso gli omosessuali e il loro mondo. Dopo violenti scontri iniziali il loro rapporto cambierà. Sarà la vita con i suoi accadimenti a far scattare quella sensibilità e quella solidarietà, facendo cadere tutte le barriere e i pregiudizi che entrambi hanno verso il mondo dell’altro.

Il finale a sorpresa rivelerà tutto il crogiolo di sentimenti e di emozioni nascoste fino a quel momento. 

È la prima volta che lei interpreta la parte di personaggio omosessuale? Quanto è difficile non cadere nel cliché e realizzare, invece, un personaggio credibile e reale?

Sì, è la prima volta che mi è stato proposto un personaggio omosessuale. Oggi riconosco che ad ogni attore dovrebbe capitare l'occasione di misurarsi in un ruolo simile. Forse era quello che mi mancava nella mia lunga carriera e mi rendo conto dell'arricchimento interiore che questo ruolo mi ha donato.

Io credo di aver affrontato questa prova semplicemente da attore, immedesimandomi nel personaggio ed evitando qualsiasi macchiettizzazione del gay come, invece, è stato fatto troppo spesso in un certo deprimente cinema commerciale.

Fuoriscena è una pièce che parla anche di esclusione e solitudine. Lei crede che oggi l’Italia sia un Paese che include le persone omosessuali o invece le discrimina? 

Personalmente frequento un ambiente, quello artistico, dove non esistono esclusioni: siamo tutti un po’ matti e un po’ strani, per cui non viviamo il problema dell'accettazione. Ho tanti amici gay tra cantanti e attori, per cui proprio non sento il problema dell'omofobia. Però ti posso dire che spesso c'è un atteggiamento, al contrario, molto selettivo da parte dei gay: probabilmente è un modo di mantenere alte le difese e proteggersi da una società che non è ancora del tutto matura all'accettazione dell'altro.

Ma i tempi sento che sono maturi. Mi auguro che lo diventino anche quelli che finora hanno mostrato un crescente strabismo verso il tema.
 

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Genere oltre i generi. Questo lo slogan del Barletta Pride, che ha avuto luogo sabato 16 giugno.

La città pugliese della disfida è stata percorsa da 1500 persone,  unite – come recita il documento politico – «nei valori dell’antifascismo, dell’antirazzismo, dell’inclusione sociale, della solidarietà, della laicità, dell’anticlericalismo, del riconoscimento dei diritti umani e civili della comunità Lgbti e delle persone tutte».

Ad aprire la marcia dell’orgoglio Lgbti, partita alle 16:30 dal Lungomare Pietro Mennea e conclusasi al tramonto nei giardini del Castello Svevo, lo striscione del Coordinamento organizzativo. Coordinamento costituito da Arcigay (cinque comitati locali), Agedo (quattro comitati), Osservatorio Giulia e Rossella, Impegno Donne Foggia, i centri antiviolenza Safiya, Save e Riscoprirsi, Arci Cafiero, Hastarci Trani, Cgil Bat, Anpi Bat, Lezzanzare, Nudi, TGenus, LeA, Uaar Bat.

In prima fila anche Nunzio Liso e Nicola Giuliani, la prima coppia unitasi civilmente a Trani nel 2016

Madrina del Barletta Pride è stata Vladimir Luxuria, che non ha mancato di rivolgersi al responsabile del dicastero della Famiglia e Disabilità. «Caro ministro - ha gridato l’ex parlamentare sul carro del Coordinamento –, tu sei Fontana ma noi siamo marea».

Pur non essendo presente, il neosindaco di centrodestra Cosimo Cannito ha incontrato nei giorni scorsi gli organizzatori e successivamente inviato loro il seguente messaggio: Barletta è una città senza pregiudizi e auguro a tutti la buona riuscita di questa manifestazione.

Una lunga lettera è stata invece inviata dal presidente della Regione Puglia Michele Emiliano al consigliere nazionale d’Arcigay Luciano Lopopolo e a tutti i componenti del Coordinamento.

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Sabato scorso si è celebrato a Roma il Pride. Quest'anno 500.000 di persone di ogni età, identità, orientamento sessuale, provenienza sono scese in piazza a manifestare coi colori e la musica la propria visibilità e liberazione. Sono scese in piazza per rivendicare diritti e uguaglianza e per lottare contro ogni forma di discriminazione e odio.

Caratterizzato da un forte richiamo all'antifascismo e alla Resistenza, il Roma Pride 2018 ha espresso tutta la preoccupazione per l'avanzare di forze populiste e di destra che, con la Lega, sono approdate al Governo mostrando sin da subito il loro volto peggiore.

Proprio nell'infuriare delle polemiche sui migranti a seguito dei primissimi interventi del neoministro dell'Interno Matteo Salvini, ci sembra interessante segnalare la partecipazione alla manifestazione di un gruppo di migranti, per lo più di origine africana, scesi in  piazza sotto le insegne dell'Usb.

A guidarli Svitlana Hryhorchuck, giovane ucraina da ben 18 anni in Italia e da 16 impegnata nell'Usb immigrati di Napoli e della Campania. A lei abbiamo posto alcune domande nel merito.

Svitlana 2

Svitlana, perché eravate al Roma Pride?

Quest'anno c'era un messaggio per noi fondamentale: l'antifascismo. Negli ultimi quattro anni stiamo organizzando una serie di iniziative contro il fascismo e sono personalmente impegnata in una 'rete di coordinamento ucraino antifascista' che denuncia il crescente odio in Ucraina oltre che in Italia. Abbiamo avviato un percorso sulla democrazia e l'antifascismo anche con i migranti che seguiamo: per questo hanno deciso di partecipare alla manifestazione in modo molto consapevole. Insegnando loro la storia, infatti, abbiamo cercato di spiegare loro cosa sia e cosa è stato il nazismo e il fascismo. Con la persecuzione nei confronti degli ebrei, dei rom e di tutti coloro che erano considerati 'diversi' o 'indesiderabili'. Siamo anche partiti dall'esperienza di alcuni ragazzi gay provenienti dall'Africa e richiedenti asilo, spiegando che in Italia e in Europa ciascuno è e deve sentirsi libero di essere omosessuale e di esprimerlo appieno. Col nostro sportello e col nostro legale seguiamo diversi casi di ragazzi gay: devo dire che mi spiace che proprio loro non abbiano avuto il coraggio di venire con noi in piazza perché la paura di esporsi con le famiglie o i loro connazionali è ancora molto forte. Speriamo che la nostra partecipazione al Roma Pride sia stata però un messaggio positivo e li aiuti a sentirsi sicuri e ad aprirsi.

Prima di venire sapevano cosa fosse un Pride?

Per loro era la prima volta ma certamente prima di venire abbiamo spiegato bene cosa fosse e in che contesto si sarebbero trovati. Tutti erano perfettamente consapevoli e hanno partecipato anche per dare un esempio e mandare un messaggio contro la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti alle loro comunità. Con i nostri striscioni contro il razzismo e le discriminazioni puntavamo invece a sottolineare a tutti, anche al nuovo Governo, l'importanza e la ricchezza e delle diversità, della solidarietà, dell'incontro dei popoli e dell'uguaglianza dei diritti. Un messaggio che portiamo in piazza tutto l'anno perché solo stando uniti anche i più deboli diventano forti”.

Com'è stato l'impatto con una piazza così colorata ed esuberante?

Alla manifestazione stavamo vicino ai lavoratori e all'Ambasciata del Canada. Tutti i ragazzi stavano bene e con le famiglie e i bambini ballavano e cantavano assieme. Anche parlando dopo con loro hanno espresso una grande gioia nell'aver preso parte alla manifestazione.

Non sono mancati momenti di imbarazzo, quando qualche ragazzo magari con costumi molto vistosi si è avvicinato per fare delle foto con noi. All'inizio l'impatto è stato strano, forse qualche diffidenza, ma poi i ragazzi si sono rilassati e hanno cominciato a ballare e cantare assieme, superando tutte le barriere.

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La Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia, presieduta dal leghista Massimiliano Fedriga, non ha fatto a tempo a insediarsi che ha subito proceduto a recedere dalla Rete nazionale delle Pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (Re.a.dy).

Lo ha comunicato Alessia Rosolen, assessora a Lavoro, Formazione, Istruzione, Famiglia, Ricerca e Università, su cui proposta è stato ieri deliberato in merito a Palazzo del Lloyd Triestino. «Le istituzioni scolastiche e le famiglie hanno strumenti sufficienti per insegnare e trasmettere i valori del rispetto e della diversita – così l’assessora –. Ogni altra iniziativa sul tema rischia di essere solo un indebito indottrinamento».

Come spiegato in una nota ufficiale della Regione, si tratta di posizione assunta «nel quadro di un complessivo riesame delle politiche regionali relative ai temi dell'inclusione sociale, delle pari opportunità e della non discriminazione. Ciò anche in considerazione del fatto che la Rete Re.a.dy, fondata nel 2006 su iniziativa dei Comuni di Torino e Roma, ha approvato nel 2017 un documento dichiarato vincolante per i partner che prevede una serie di attività, anche amministrative, aventi a oggetto esclusivamente le tematiche attinenti a Lgbti.

La Giunta ritiene invece che le categorie da tutelare attraverso l'azione delle strutture regionali siano molteplici e che debba avviarsi una riflessione in merito al bilanciamento delle azioni a beneficio delle categorie più vantaggiate verso il conseguimento delle pari opportunità. L'amministrazione regionale si riserva quindi di prendere in considerazione anche nuove e diverse istanze sociali per porre in essere un piano di intervento che assicuri la rimozione degli ostacoli che limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini».

Sulla decisione della Giunta della XII° legislatura si sono levate inevitabilmente voci critiche dall’opposizione. L’affondo più duro quello di Debora Serracchiani, ex presidente regionale, che senza giri di parole ha ricondotto la decisione alle pressioni del network CitizenGo di Filippo Saverese, noto ai più per l’organizzazione del Bus No-Gender e la promozione dei manifesti su aborto quali causa principale di femminicidi.

«È sconcertante – così l’attuale deputata del Pd - la prontezza con cui Fedriga si fa dettare da fuori l'agenda delle sue delibere. Un mese esatto per aderire alla richiesta che già il 30 aprile scorso gli è arrivata via Twitter da Filippo Savarese, che gli scriveva: Ci aspettiamo l'uscita della Regione dalla #ReteReady controllata dalla Lobby Lgbt! #StopGender.

Questi è il portavoce di Generazione Famiglia e direttore della piattaforma CitizenGo Italia, l'associazione che ha tappezzato Roma dei manifesti con le scritte L'aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo. Se questo è uno dei compagni di viaggio o degli ispiratori di Fedriga e della sua Giunta possiamo attenderci quello che già sappiamo: un colpo stridente sul fronte dei diritti civili».

Fedriga ha invece incassato lo scontato plauso panegiristico di Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli e organizzatore dell'ultimo Family Day. L’ultraconservatore medico bresciano, che è sotto processo per diffamazione nei riguardi di Arcigay, ha infatti affermato in una nota: «Siamo grati al neo governatore Massimiliano Fedriga per la decisione di ritirare l'adesione della Regione Friuli Venezia Giulia dalla Rete Ready, la rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Realtà eterodiretta dalle organizzazioni Lgbt e che, di fatto, propugna modelli d'indottrinamento nelle scuole, volti anche a normalizzare pratiche vietate dalla legge italiane come l'utero in affitto e le adozioni gay.

Per educare al rispetto delle diversità le pubbliche amministrazioni devono semplicemente attenersi all'articolo 3 della Costituzione, che sancisce la pari dignità sociale di ogni cittadino a prescindere dall'etnia, dal sesso e dal credo religioso. Non servono le controverse iniziative dal sapore ideologico promosse dalla Rete Ready, che in alcuni comuni hanno creato solo inutili tensioni dopo aver esautorato il ruolo educativo delle famiglie. Né è tanto meno necessario sostenere con patrocini e agevolazioni economiche queste associazioni che promuovono una visione ideologica dell'identità, completamente svincolata dal sesso biologico di nascita».

E Gandolfini, che, dopo gli stracci volati con Adinolfi durante la scorsa campagna elettorale, ha visto l’elezione di un fedelissimo al Senato quale Simone Pillon, ha aggiunto: «Nel rispetto degli accordi presi durante la campagna elettorale, ci auguriamo ora che il governatore Fedriga tenga fede al programma della sua coalizione che mette al centro delle politiche sociali la famiglia naturale. In questo senso potrà contare nella convita collaborazione del popolo del Family Day».

Durissimo, invece, il comunicato congiunto delle associazioni Lgbti regionali che, reso noto dopo le 13:00 di oggi, reca le firme di Yuuki Gaudiuso (Associazione Universitaria Iris), Antonella Nicosia (Arcigay Arcobaleno Trieste Gorizia), Nacho Quintana Vergara (Arcigay Friuli), Angela Cattaneo (Lune), Maria Grazia Sangalli (Rete Lenford).

«A pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la lesbo-omo-bi-transfobia dello scorso 17 maggio - si legge in essa -, la Giunta della Regione Friuli Venezia Giulia ha deciso ieri di abbandonare la Rete nazionale delle Pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere (Rete Re.a.dy), come affermato dall’Assessora al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca e Università, Alessia Rosolen.

Le associazioni che firmano il presente comunicato intendono esprimere la loro indignazione per una decisione ideologica, del tutto aliena dalla realtà. Dinanzi alla drammatica situazione italiana in cui le persone Lgbti+ si trovano a vivere, occorrerebbe aumentare gli strumenti di contrasto della discriminazione e non ridurli.

L’indagine, presentata lo scorso 8 aprile, da Amnesty International Gli italiani e le discriminazioni, realizzata in collaborazione con Doxa, ci descrive una realtà preoccupante. Secondo questo studio, il 40,3% delle persone Lgbti+ afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro. Una ragazza o un ragazzo su due, tra gli 11 e i 17 anni, ha subito episodi di bullismo e circa il 20% ne è vittima assidua, cioè subisce prepotenze più volte al mese. Secondo i dati Istat, il 22% delle ragazze e dei ragazzi che utilizzano internet e smartphone (oltre il 90%) sono derisi e umiliati in rete. Questa è la realtà che le persone Lgbti+ e soprattutto gli adolescenti si trovano a vivere, come constatiamo quotidianamente attraverso le numerosissime segnalazioni che giungono ai nostri sportelli. Evidentemente le istituzioni e le famiglie non sono in grado da sole di dare risposte risolutive.

Le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale, l’espressione e l’identità di genere, figlie di una tradizione culturale che per essere modificata ha bisogno del lavoro congiunto di tutti i possibili attori sociali al fine di creare un circolo virtuoso di collaborazione e di buone prassi: esattamente quello che negli anni ha fatto la Rete Re.a.dy.

Prima di prendere un’iniziativa tanto incomprensibile quanto affrettata sia l’assesora Rosolen sia gli altri componenti della Giunta Regionale avrebbero dovuto meglio conoscere la realtà di cui parlano, partecipando ad alcune delle numerose iniziative che realizziamo sul territorio. Avrebbero verificato in prima persona quali e quante sono le esperienze negative che hanno vissuto e che vivono gran parte delle persone Lgbti+ (soprattutto adolescenti).

Non si può fare una graduatoria delle discriminazioni: non ci sono discriminazioni peggiori o più comuni di altre. Le ragioni per discriminare spesso si sovrappongono. Eppure solo cercando di riconoscer ogni violenza e discriminazione nella sua specificità, senza approssimazioni generalizzanti, si può elaborare una strategia d’intervento efficace. Il principio di uguaglianza espresso nella nostra Costituzione non ha colore politico ed è un dovere porre in essere politiche antidiscriminazione a prescindere dall’appartenenza partitica.

L’Amministrazione Regionale ha pertanto il dovere costituzionale di garantire il benessere di tutti gli abitanti del territorio.

In questo quadro la decisione di uscire dalla Rete Re.a.dy appare ancor di più incomprensibile e pericolosa, dal momento che chi discrimina e perpetra ogni tipo di violenza nei confronti delle persone Lgbti+ si sentirà ancora più legittimato a perseverare in pratiche aggressive e discriminatorie. Sappiamo, a questo punto, chi sarà il responsabile morale del prossimo attacco violento ai danni delle persone Lgbti+ che la cronaca purtroppo ci racconterà presto».

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Quella del bullismo contro gli insegnanti è oramai una vera e propria emergenza educativa. Nei primi quattro mesi del 2018 ben 26 docenti sono stati aggrediti dagli alunni. Cosa che aveva spinto, a fine aprile, l’ex titolare del Miur Valeria Fedeli a parlare di minacce e offese «inaccettabili: è necessaria una linea rigorosa nelle sanzioni».

Ma, nonostante l'annunciata linea di tolleranza zero, i casi non hanno accennato a diminuire. Anzi, sono talora arrivati a reiterarsi per il corso d’un intero anno scolastico a danno d’uno stesso insegnante. E, questo, nel totale silenzio di genitori e di dirigenti scolastici.

È quanto successo in una scuola superiore d’Imola, dove un prof è stato ripetutamente offeso verbalmente e per iscritto da quattro alunni perché gay. Gaynews rende oggi noto l’accaduto pubblicando la lettera d’un conoscente dell’insegnate, anche lui vittima dei medesimi attacchi per il solo fatto d’uscire con lo stesso per le vie della città emiliana.

Un mio caro amico fa l’insegnante in una scuola superiore di Imola. Qui ha subito, durante l’anno, vari attacchi di stampo omofobo da parte di quattro alunni: frasi offensive e scritte volgari alla lavagna con espliciti riferimenti non solo alla sua omosessualità ma anche alla mia. E, questo, per il solo fatto che siamo amici e spesso usciamo insieme per Imola.

Il vicepreside della scuola aveva adottato dei provvedimenti al riguardo di questi alunni, suscitando così le lamentele dei genitori, che non si sono mai preoccupati di chiedere scusa all’insegnante dei loro figli né tantomeno al sottoscritto.

In più la dirigente scolastica non ha fatto neppure una telefonata al mio amico per esprimergli solidarietà né si è presentata ai collegi straordinari dei docenti per l’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti dei quattro alunni. Anzi, è arrivata a cancellare dal registro eletronico le note che facevano riferimento a questi gravi atti.

È tutto l’anno, come dicevo, che si ripetono questi episodi. Eppure, la dirigente non si è mai fatta viva nonostante le numerose segnalazioni. Perché cancellare le note, prova dei ripetuti insulti a un pubblico ufficiale qual è l’insegnante? Per non parlare di alcuni colleghi del mio amico che prima hanno sottoscritto lettere di solidarietà e poi non hanno esitato a criticarlo alla spalle per paura di andare contro la preside.

Scrivo questo un po’ come sfogo ma anche per rendere nota questa storia che mette in luce il livello palesemente omofobico della società e della scuola imolese. Sono sconcertato per la censura e il totale silenzio della dirigente in merito a questi fatti di omofobia, che mi riguardano in prima persona visto che nella sua scuola sono stato diffamato verbalmente e per iscritto.

Personalmente presenterò a giorni querela per diffamazione nei riguardi di questi quattro alunni. Per quanto riguarda il mio amico insegnante anche lui ha intrapreso il percorso legale. Staremo a vedere.

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Sul contratto M5S-Lega si sono levate da più e differenti parti voci critiche. Ma quella dei vertici del Grande Oriente d’Italia sta sollevando un rumore tale da travalicare i confini nazionali.

Non a caso gli omologhi spagnoli, nell’esprimere solidarietà al Gran Maestro Stefano Bisi, hanno parlato di massofobia. Al centro delle polemica, sollevata soprattutto da Villa Medici del Vascello, la cosiddetta clausola antimassonica del contratto in base alle quale è impedito a «condannati, massoni, persone con conflitti di interesse» di essere nominati ministri. Clausola che è stata definita dai fratelli delle diverse obbedienze anticostituzionale, antidemocratica oltre che discriminatoria.

Per saperne di più abbiamo raggiunto Stefano Bisi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia

Gran Maestro, clausola anti-massonica nel contratto Lega-M5S. Se l’aspettava? E qual è stata la sua reazione?

Non mi aspettavo che, al di là delle posizioni emerse in questi anni, soprattutto da parte dei grillini, nei confronti della massoneria, due forze politiche che si candidano a governare il Paese potessero arrivare a un immotivato e pretestuoso atto simile, mettendo una specifica clausola antimassonica che è discriminatoria, antidemocratica e, soprattutto, anticostituzionale

Ha annunciato che farà appello al Quirinale: sulla base di cosa si muoverà al riguardo?

Noi siamo fiduciosi e rispettosi del ruolo esercitato dal presidente della Repubblica e confidiamo che sia la migliore garanzia essendo il Capo dello Stato il garante di tutti i cittadini e delle libertà sancite dalla Carta della Repubblica.

Quanto pesa su tale clausola, a suo parere, la vecchia teoria complottistica massonica e quanto, invece, i passati scandali passati legati alla P2 e le recenti audizioni in Commissione Antimafia?

Ci sono pezzi del Paese che vivono sui complotti, sui teoremi e sui pregiudizi. Più volte ho sottolineato come il Grande Oriente d’Italia sia intervenuto prima dei tribunali dello Stato a espellere dal suo seno la P2 riconoscendo quanto essa ci abbia nociuto. Quanto alla vicenda del sequestro degli elenchi da parte della Commissione Antimafia continuo a ribadire che si è trattato di un atto illegittimo ed eccessivo. Siamo fiduciosi nella Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che presto si esprimerà sulla vicenda e a cui abbiamo fatto ricorso

Negli scorsi gionri lei ha fatto un richiamo alla legge del ’25, con cui Mussolini soppresse la massoneria. C’è, a suo parere, un fascismo di ritorno al riguardo o si tratta di cedimento a un populismo ignaro dei meriti che i massoni hanno avuto nel processo d’unificazione prima, nella Resistenza e nella storia della Repubblica poi?

Vedo i fantasmi e, purtroppo, le derive populiste che anticiparono e portarono alla fine della libertà. Si vuole usare la massoneria come capro espiatorio di ben altri mali e di una crisi del sistema. Nella sua relazione finale l’Antimafia ha addirittura scritto una cosa che per noi è inquietante e anche aberrante: ovvero che certe leggi del 1925, quindi del Codice Rocco, andrebbero ritirate fuori e adottate nella stesura di un’eventuale legge volta a colpire la massoneria impedendo a professori universitari, impiegati pubblici e forze dell’Ordine di farne parte. Come definire un simile provvedimento? Lascio a voi rispondere.

Cito però l’ex presidente Sandro Pertini che, durante il discorso di fine anno del 1981, disse agli italiani: «Quando io parlo della P2 non intendo coinvolgere la Massoneria propriamente detta con la sua tradizione storica.  Per me almeno, una cosa è la Massoneria, che non è in discussione, un’altra cosa è la P2». Una grande persona che aveva la conoscenza di quello che è realmente la massoneria con i suoi valori e della sua parte nobile nell’Unificazione e nella nascita della Repubblica

Lei ha parlato di massofobia invocando una tutela delle minoranze. È innegabile il parallelismo con un’altra minoranza, quella Lgbti, a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro l’omofobia, celebrata istituzionalmente alla Camera. C’è una connessione?

La Massoneria è contro tutti i pregiudizi e l’omofobia è un’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità, della bisessualità e transessualità. Guardiamo tutti lo stesso cielo e abitiamo la terra. Non possono esserci discriminazioni contro persone o categorie di persone per quanto riguarda la sfera sessuale, quella religiosa o il colore della pelle. Noi abbiamo già cancellato dalla Costituzione del Grande Oriente d’Italia la parola “razza”.

Leghisti e cattoconservatori hanno annunciato che vogliono smantellare le legge sulle unioni civili e lottare contro l’ideologia gender nelle scuole, che è inesistente. Per un massone, che si fa portavoce dei principi di laicità e uguaglianza, come valuta tutto ciò?

Rispondo con la frase che campeggia nel nostro aureo trinomio: Libertà-Uguaglianza-Fratellanza, alle quali aggiungo infinita Tolleranza e l’ascolto delle altrui visioni anche se molto diverse.

Lei ha detto che con una tale clausola Garibaldi non sarebbe potuto diventare ministro. Ma non avremmo avuto neanche presidenti del Consiglio come Crispi o Di Rudinì né ministri come Mancini. Al di là dell’affiliazione massonica o meno a fronte dei parlamentari e dei governi, succedutisi nel Regno d’Italia e nella successiva Repubblica, reggono a tale confronto gli uomini che stanno formando l’attuale governo?

Con una tale clausola fior di giuristi, scienziati, eroi risorgimentali, ministri e presidenti in effetti non avrebbero potuto diventare ministri. Quasimodo, Fermi, e tanti altri sarebbero stati esclusi per il solo fatto di essere massoni. Ma le pare una cosa sensata? Si può essere bravi cittadini e bravi massoni, noi abbiamo avuto tante figure che hanno ben governato o ben amministrato come il sindaco di Roma Ernesto Nathan.

Quanto ai paragoni farli è sempre odioso. Coloro che governeranno l’Italia saranno giudicati con tolleranza ed in base alle cose buone o sbagliate che faranno. Mi auguro per il bene supremo dell’Italia che facciano delle scelte giuste e lungimiranti e che al più presto tolgano quella vergognosa pregiudiziale contro la massoneria scritta nel loro patto.

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Il cambiamento per dirsi tale deve passare attraverso gesti concreti. In caso contrario le parole di preannuncio resteranno flatus vocis e suoneranno da scherno a chi ne attendeva l’attuazione.

Gli ultimi due giorni resteranno a tal riguardo indicativi d’un effettivo mutamento di relazionarsi con le persone Lgbti da parte di alcuni esponenti dell’episcopato italiano. E, per giunta, di rilievo.

A partire dall’agire felpato del vescovo di Bergamo Francesco Beschi che, senza pronunciamenti formali, ha spinto il guardiano del convento dei cappuccini orobici ad annullare l’adorazione eucaristica del 21 maggio in riparazione del Pride locale.

Promosso dal Circolo del Popolo della Famiglia di Seriate con l’adesione del Comitato provinciale bergamasco dello stesso partito adinolfiano, del Movimento per la Vita della Val Cavallina, di Intercomunione Bergamo/Brescia, dei circoli locali de La Croce e del Movimento Preghiera delle mamme, il momento paraliturgico non avrà più luogo.

«Il Pdf, per il senso di responsabilità che nutre nei confronti della diocesi di Bergamo - si legge nel comunicato ufficiale del circolo promotore –, ha ritenuto opportuno annullare l’iniziativa, fatto che non impedirà di proseguire il proprio impegno a tutela e salvaguardia della vita e della famiglia».

Da atti inibitori ad atti propositivi: come quello di Corrado Lorefice, arcivescovo metropolita di Palermo, che ha composto il testo d’una preghiera da leggersi al termine delle messe festive del 12 e 13 maggio.

In essa, mentre si deplorano con fermezza le «espressioni malevole e azioni violente» nei riguardi delle persone omosessuali, si invoca per i cristiani un’adesione «alla grazia dell'Evangelo, perché testimonino e annuncino, con audacia profetica, l'incondizionato rispetto dovuto ad ogni persona e denuncino ogni forma di discriminazione ed emarginazione».

Preghiera che, scritta in prossimità della Giornata internazionale contro l’omotransfobia, sarà appunto letta la sera del 17 maggio nel corso della specifica veglia ecumenica itinerante tra Piazza Politeama e la Parrocchia di S. Lucia al Borgo.

Un gesto consimile ma più fortemente significativo arriva da Reggio Emilia, dove il 20 maggio si terrà presso la parrocchia di Regina Pacis la seconda edizione della veglia di preghiera per il superamento dell’omofobia, della transfobia e ogni forma di intolleranza voluta da don Paolo Cugini.

Veglia che, fortemente osteggiata nel 2017 dallo stesso vescovo locale Massimo Camisasca e con toni di corale protesta da gruppi di cattolici tradizionalisti, è stata nelle scorse settimane nuovamente al centro di polemiche infuocate e attacchi reiterati da parte del neonato Gruppo di preghiera-riparazione 20 Maggio.

Tanto più che quest’anno l’iniziativa – agli occhi dei contestatori nostalgici d’un cattolicesimo piano – sarebbe aggravata da un «orientamento interreligioso-pancristiano» dovuto alla partecipazione della pastora battista Lidia Maggi. Ma a finire questa volta nel mirino del presidente Alessandro Corsini e dei suoi sodali lo stesso ciellino Camisasca per aver preso parte, il 16 aprile, a un incontro col Gruppo Cristiani Lgbt presso la parrocchia Regina Pacis.

Dopo le dichiarazioni di Don Paolo Cugini a Gaynews i toni hanno raggiunto un tale parossismo da indurre alcuni quotidiani cattolici conservatori a rilanciare per l’occasione i concetti di omosessualismo e omoeresia e spingere taluni a un’operazione di mailbombing nei riguardi di Camisasca perché vietasse “l’indegna veglia”.

Ma gli effetti sono stati esattamente contrari a quelli sperati. Tanto più che il forzare la mano all’autorità episcopale suona ancor più inaccettabile se di quella autorità ci si va proclamando vindici e difensori menzionando Tridentino, Sillabo e Catechismo di S. Pio X. Infatti non solo il vescovo Camisasca non ha annullato la veglia del 20 maggio ma ha ufficialmente comunicato che a presiederla sarà proprio lui.

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A un anno di distanza torna il Premio Abbraccio, il riconoscimento ad aziende e personalità che nel lavoro come nella vita personale si sono contraddistinte per il loro impegno nella lotta contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. Ideato e organizzato da Agedo Roma, quest’anno la manifestazione sarà ospitata all’Off/Off Theatre di Roma a partire dalle 19.15.

Conduttore della serata sarà Pino Strabioli che sarà accompagnato da un’ospite speciale: Piera Degli Esposti. Interverrà anche Francesco Lepore, caporedattore di Gaynews.

A raccontare le ragioni di questa iniziativa è Roberta Mesiti, presidente di Agedo Roma.

Presidente, questa è la seconda edizione del Premio Abbraccio: che significato ha per lei tale iniziativa?

Il significato è quello del Premio Abbraccio in genere. Un premio che affonda le radici nella missione più profonda di Agedo: un'evoluzione culturale dai valori ai modelli di comportamento fino alla consapevolezza collettiva della questione Lgbti.

Qual è lo slogan di quest’anno?

Riconoscere e riconoscersi. Come ormai noto, il Premio Abbraccio è un tributo a personalità e aziende che quotidianamente e concretamente si impegnano per questo cambiamento culturale, anzi parlerei di evoluzione. Noi ci riconosciamo in queste buone pratiche perché sono i nostri valori. Ritengo importante riconoscersi in queste buone prassi, in modelli virtuosi perché diventano un esempio di forza, di determinazione ma anche una fonte di conoscenza e di competenza. Inoltre, con la maggior parte delle realtà premiate abbiamo rapporti di collaborazione. Penso ad Antonella Montano o a Vanni Piccolo, con il quale abbiamo lavorato a eventi molto belli come quello sulla sieropositività in occasione della Giornata Mondiale contro l’Hiv. Con Deutsche Bank Agedo nazionale e tante sedi territoriali – con la collaborazione di Parks - stanno realizzando una formazione interna per il personale.

C’è quindi un riconoscere l’impegno, la competenza e il cambiamento che mettono in atto e che diventa a sua volta una migliore qualità di vita per i nostri ragazzi.

Cosa l'emoziona di più di questo premio?

Mi emoziona trovare queste radici profonde, il senso dell’Agedo di questo tipo di evoluzione e attualizzarla, soprattutto in un momento come questo che per noi genitori è molto difficile. Sentiamo di continue aggressioni di stampo omofobico e purtroppo leggiamo spesso dichiarazioni pubbliche che sono devastanti. È un negare tutto quello che con forza affermiamo da 25 anni, anniversario che sarà celebrato quest’anno.

Le motivazioni delle assegnazioni di quest’anno?

Ovviamente c’è una motivazione per i premi che verranno assegnati.

I premiati di questa edizione saranno:

Antonella Montano, che ha speso tanto della propria vita professionale e personale su diverse tematiche. È stata una delle prime studiose ad aver affrontato e parlato del tema dell’omofobia sociale e interiorizzata. Ha dato voce alle donne lesbiche che subiscono la doppia discriminazione in quanto donne e per il loro orientamento sessuale. È formatrice di terapeuti che prenderanno in carico eventuali situazioni da risolvere. In ultimo, con Il vaso di Pandora, ha fondato l’omonima onlus che si occupa di violenza di genere, delle vittime del trauma e del superamento del trauma dell’abuso. Un progetto che apre uno sguardo doveroso sulla questione di genere, femminile, Lgbti, etc.

Vanni Piccolo, testimone storico del movimento, che ha fatto tantissimo per la comunità. Da presidente del Circolo Mario Mieli si è segnalato nella lotta contro l’Hiv, già dal suo primo comparire, collaborando con l’Istituto nazionale Malattie infettive "Lazzaro Spallanzani". Un fatto che è storia. Come consigliere del sindaco di Roma Rutelli ha fatto tanto per il Pride. Poi ancora come preside e prima ancora come insegnante si è distinto per progetti di multiculturalità. Ha collaborato con l’Unar contro le discriminazioni in Lazio, Campania, Calabria. Vanni è una delle personalità più riconoscibili e che più si è speso. Certo non l’unico, perché c’è un gruppo storico. Ma di certo è tra chi si è speso di più per i diritti della comunità, anche tra i partiti in anni in cui questo non era consueto.

Silvia Grilli, direttrice di Grazia. Un settimanale che nel tempo sta ponendo molto l’accento sulla condizione femminile e narra anche in maniera realistica e positiva storie di ragazzi e ragazze omosessuali. Questa rappresentazione diffusa e positiva al di fuori degli stereotipi per noi diventa cultura e valore condiviso.

Deutsche Bank, in collaborazione con Parks, sta effettuando delle formazioni interne inclusive per il personale Lgbti. A settembre si terrà un corso a Roma. Come genitori Agedo  sosteniamo questo progetto in diverse città italiane. Inoltre, Parks è una realtà importante che fa formazione per le aziende a favore dell’inclusività.

La manifestazione cade quest'anno nella giornata della Festa della mamma. Cosa ne pensa delle proposte di eliminare una tale ricorrenza assieme a quella del papà perché discriminerebbero le famiglie arcobaleno?

Penso che si possa parlare di festa delle mamme e di festa dei papà. Questa, secondo me, potrebbe essere una soluzione che non urti nessuno. C’è stata una polarizzazione di alcune posizioni che credo sia sbagliata, mentre penso che ci dovrebbe essere un confronto pacato e sereno.

Io lancio, quindi, un’idea: fare una festa delle mamme e dei papà, in cui siano rappresentati più modelli visto che la realtà ci rimanda tantissimi modelli di famiglie. Ci sono mamme in famiglie etero, o single, eterosessuali, rimaste sole o che per motivi economici sono tornate nelle proprie famiglie di origine e vivono e crescono figli assieme alle loro di madri.

Parliamo quindi di papà, di mamme, di famiglie. Penso che sia una visione più omnicomprensiva.

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«Siamo spiacenti di comunicare che non è possibile accogliere l’istanza in quanto non rientra tra le priorità strategiche della politica regionale».

Poche parole quelle provenienti dal Pirellone per notificare ad Arcigay Varese che non è stato concesso il patrocinio della Regione Lombardia alla locale marcia dell’orgoglio Lgbti fissata al 16 giugno.

Una conseguente risposta alle dichiarazioni rilasciate dal presidente Attilio Fontana (già sindaco di Varese) a pochi giorni dalla sua elezione. «Io credo – ebbe a dire l’11 aprile – che sia una manifestazione divisiva e che quando le manifestazioni sono divisive non sono mai da sostenere. Io sono eterosessuale, ma non è che faccio una manifestazione per accreditare la mia eterosessualità. Le scelte in questo campo devono rimanere personali, sbandierarle è sbagliato». 

E così la questione patrocinio torna ad agitare gli animi tanto più che è facile arguire la non concessione per tutti gli altri Pride sul territorio lombardo (Bergamo, Mantova, Milano, Pavia).

Contattato da Gaynews, il presidente d’Arcigay Varese Giovanni Boschini, riprendendo quanto scrittio su Fb, ha dichiarato: «La Regione Lombardia dice che l'evento “non rientra tra le priorità strategiche della politica regionale”, ma noi pensiamo che la lotta alle discriminazioni debba essere una priorità di qualsiasi amministrazione che ci tenga al benessere dei propri cittadini. I casi di discriminazione in famiglia nei confronti delle persone Lgbti sono persistenti anche nella provincia di Varese e voler far finta di niente non aiuterà la situazione.

Il diniego tuttavia non ci stupisce affatto: nel 2016 la giunta Fontana negò all'unanimità il patrocinio al primo Varese Pride e al momento per quanto ci risulta non esiste nessuna iniziativa a tutela della comunità Lgbti nella regione Lombardia, assurdo per una Regione come la nostra che conta circa dieci milioni di abitanti».

E anche quest'anno in concomitanza «dell'oltraggiosa sfilata» del Pride si terrà presso il Sacro Monte di Varese una preghiera pubblica di riparazione «al Sacratissimo Cuore di Gesù» per l'«ennesimo osceno atto di propaganda omosessualista e di esaltazione del peccato impuro contro natura».

Ad annunciarlo un non meglio specificato Comitato Beato Miguel A. Pro, sacerdote e martire, dietro cui - alla luce di quanto successo lo scorso anno a Varese - sono sicuramente da ravvisarsi gli stessi esponenti di gruppi della galassia cattoconservatrice.

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Dei 355 omicidi commessi nel 2017 140 sono femminicidi, a fronte di un calo del numero totale degli omicidi commessi (355, -11% rispetto al 2016). Un ragazzo o una ragazza su 2, tra gli 11 e i 17 anni, ha subito episodi di bullismo e circa il 20% ne è vittima assidua, cioè subisce prepotenze più volte al mese. Il 40,3% delle persone Lgbti afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro.

Alla luce di questi dati – rispettivamente forniti dal ministero degli Interni, dall’Istat e dalla Commissione parlamentare Jo CoxAmnesty International Italia ha realizzato in collaborazione con Doxa l’indagine Gli Italiani e le discriminazioni.

Un’indagine che, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta (18-70 anni) e incentrata su cosa essa pensi dell’incidenza di tali fenomeni nel Paese, è stata presentata ieri – in occasione del lancio della campagna di raccolta fondi pro 5x1000 – presso la sede nazionale di Amnesty International Italia con il portavoce Riccardo Noury, Paolo Colombo, research manager Doxa e Chef Rubio nelle vesti di testimonial Amnesty International Italia.

Lo studio ha messo in luce come valutazioni e sensazioni delle persone intervistate trovino conferma nei dati ufficiali.

Violenza contro le donne

La violenza sulle donne per 6 italiani su 10 (59%) è un fenomeno in aumento in questi ultimi anni. Ma se a parlare sono le donne la percentuale si alza e raggiunge il 68% (quasi 7 donne su 10), mentre scende al 50% quando a essere interpellati sono gli uomini.

C’è poi un restante 40% d’italiani per i quali il fenomeno è rimasto invariato, ma che credono che se ne parli di più su media e social media (anche in questo caso, a minimizzare il problema sono gli uomini: risponde così il 47% contro il 30% delle donne).

Bullismo

Per 7 italiani su 10 il fenomeno del bullismo è in crescita. Ma secondo quasi la metà delle persone intervistate (45%) a un tale incremento avrebbero contribuito i social media facendo da cassa di risonanza.

Il 26% ritiene che la crescita del fenomeno sia dovuta al costante clima di incitamento all'odio e alla discriminazione presente sui media. Per 1 italiano su 4, invece, il bullismo è sempre stato presente e non ci sono differenze sostanziali rispetto al passato, se non un incremento delle denunce.

Discriminazioni contro le persone Lgbti

La legge sulle unioni civili, approvata dal Parlamento l’11 maggio 2016, è considerata un passo di civiltà importante dal 43% degli italiani. Mentre per il 13% "non è ancora abbastanza, perché, ad esempio, non possono adottare bambini".

L’86% degli italiani pensa che le persone omosessuali debbano avere gli stessi diritti degli altri. Nonostante i progressi, per 1 italiano su 5 (22%) le coppie omosessuali sono ancora vittime di omofobia.

Le valutazioni di Riccardo Noury e Chef Rubio

«È un sondaggio – come dichiarato da Riccardo Noury – in cui si esprime la preoccupazione per questi temi e al tempo stesso c'è l'esigenza che qualcuno se ne occupi. Le leggi che sono state fatte in questi anni non bastano, serve una solida cultura dei diritti umani a partire dal lavoro nella scuola per creare una società senza discriminazioni».

Testimonial del lancio dell’indagine e della campagna di raccolta fondi per il secondo anno consecutivo, Chef Rubio ha dichiarato: «È vero che alcuni passi avanti sono stati fatti, ma non basta. Bisogna lottare ogni giorno, combattere le ingiustizie e proteggere chi ne è vittima. Tutti possiamo fare qualcosa per un mondo più giusto e senza discriminazioni. A cominciare da me, dal mio impegno personale da semplice individuo e poi da personaggio pubblico per promuovere e difendere i diritti e le libertà civili: donare il 5x1000 ad Amnesty International è un primo passo che, tra le altre cose, non ci costa niente ma può fare tanto».

Per sostenere il lavoro dell’organizzazione e contrastare i fenomeni discriminatori grazie alla creazione di progetti specifici, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni, si può contribuire destinando il proprio 5×1000: basta inserire il codice fiscale 03 03 11 10 582 e la propria firma nella dichiarazione dei redditi.

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