Un libro denso di spunti di riflessione e di interessanti considerazioni sulle diverse possibilità di essere e di relazionarsi, che affronta il nodo esistenziale dell’identità in maniera antidogmatica e ironica. Potremmo presentare così in sintesi il libro 100 Punti di ebraicità (secondo me) di Anna Segre, pubblicato dalla casa editrice romana Elliot.

Per la precisione si tratta di un campionario di voci legate a una forma di ebraismo laico e dissacrante, restituite ai lettori da Anna Segre, cattolica per gli ebrei, ebrea per i cattolici, medico per gli psicoterapeuti, psicoterapeuta per i medici, non proprio connotata come omosessuale, ma abbastanza lesbica per gli eterosessuali. In equilibrio instabile, comunque, sulle etichette sociali.

Un libro, in ogni caso, che non può essere compreso appieno senza la lettura di 100 Punti di lesbicità (secondo me), pubblicato anch’esso, in contemporanea, dalla Elliot. 

Contattiamo Anna Segre e proviamo a capire con lei qualcosa in più di queste opere gemelle.

Dottoressa Segre, che cosa significa per una persona laica come lei questo sentimento di ebraicità e com’è nata l’esigenza di scrivere un tale libro?

L’ebraismo, per come lo vedo io (c’è anche nel sottotitolo), più che una religione, è un sistema: etico, morale, comportamentale, sociale, cognitivo. Anche senza fede, se sei nata da madre ebrea e sei stato educata in una famiglia ebraica, potresti, sì (o anche non), sapere le preghiere, ma di certo hai un senso di ebraicità, di differenza, di letterarietà, di eventualità di persecuzione. Hai una memoria collettiva di strage, una memoria familiare di leggi razziali tali da rendere l'‘essere ebrea’ un’identità a tutto spessore che coinvolge ogni sistema motivazionale. L’ebraismo non chiede fede, chiede di attenersi alla legge. Il tuo rapporto con Dio è personale; il tuo rapporto con la comunità, invece, ci riguarda ed è normato da regole condivise e non baipassabili. Ecco perché, sempre nel mio specifico caso, essere ebrea filtra l’essere cittadina, condomina, professionista, amica, donna, essere umano. 

L’esigenza di scriverlo? Mi sono accorta che questi aspetti, forse, di origine ebraica del mio comportamento sono talmente intrinseci da diventare identitari. Salvo che il discorso dell’identità è proprio quello su cui sono ambivalente, critica e nevrotica.

Tra i 100 Punti di ebraicità ce n’è uno che riporta al senso della precarietà e all’idea dei confini. Oggi, in epoca di migrazioni, il tema sembra riguardare più popoli. Cosa è per lei il senso della precarietà? Cosa ne pensa dei confini?

I confini sono appannaggio degli Stati e dei governi. I governi, per quanto necessari, sono spaventosi nella loro possibilità di chiudere o aprire, di legiferare pro o contro. Con questa questione gli ebrei della diaspora si confrontano da millenni (le migrazioni ci sono da sempre); c’è una quantità di letteratura e di testimonianze sull’essere respinti al confine o buttati fuori confine. Una brava mamma ebrea ti educa a viaggiare leggera, a essere pronta a cambiare casa, paese, lingua, scuola, moneta, vita. Per rimanere viva. La condizione di migrante mi riguarda, suscita in me una forte empatia, un neurone specchio forse anche più identitario dell’ebraismo, anche se sono nata e vissuta in Italia a Roma e il mio massimo spostamento è stato da Cassia a Ostiense.

Se dovesse individuare il punto di ebraicità più importante, in questa sua campionatura, quale individuerebbe?

L’ebraismo come nevrosi minoritaria.

Un altro punto, che in realtà poi tratta ampiamente nell’altro libro, è relativo al lesbismo. C’è un conflitto tra la propria condizione omosessuale e il senso d’appartenenza alla cultura ebraica, sia pure laica? Le è capitato di vivere più lo stigma omofobico o quello antisemita?

Essere lesbica mi ha portato innanzitutto un conflitto interno, rispetto a quanto io ritenevo che la mia famiglia, il mio mondo si aspettassero da me e che io stessa mi aspettavo da me. Ma che il mio desiderio e naturale propensione contraddicevano nettamente.

La domanda sospesa era: Potrò ancora far parte di voi (famiglia, comunità, mondo) anche se amo solo donne? O dovrò rinunciare a quell’amore, per conservare il vostro?

Ed è probabile che io fossi così impegnata a cercare una mediazione (che allora mi pareva impossibile) da non accorgermi forse degli sguardi maliziosi e di quanto l’essere lesbica condizionasse la mia carriera o la mia socialità. Ma, ecco, cercavo di tagliare la testa al toro presentandomi così: Piacere, Anna Segre, ebrea, lesbica. A chi non fosse piaciuto, si sarebbe allontanato subito: una sorta di selezione.

Essere lesbica condiziona fortemente ogni tuo movimento interpersonale, anche se sembra di no. Non è una condizione agile, non è prevista, non è agevolata dalle banche, dalle leggi notarili, dalle offerte di viaggio, dalle logiche sociali. È una salita. Non serve violenza, vengono ‘solo’ frapposti innumerevoli piccoli ostacoli da niente che rendono la vita degli altri un percorso, la tua giochi senza frontiere. Gli ebrei hanno tutti i diritti civili, gli omosessuali no.

Sull’antisemitismo, che è arrivato negli ultimi anni travestito da antisionismo, invece, sfuggo come un’anguilla. Io, in quanto ebrea, dovrei rispondere degli atti di un governo di uno Stato in cui non abito e che non ho votato. Come se i cittadini di uno Stato fossero tutti responsabili e dovessero dare ragione degli atti del loro governo, oltretutto. E sono considerata, in quanto ebrea, sostenitrice di governo, esercito, guerra e, presuntivamente, atti politici. Beh, mi ribello: non mi farò mettere addosso etichette e non credo di dover dare ragione delle mie idee in proposito poiché sono ebrea. È un ring da rifiutare.

D’altra parte, dopo la Shoà, in quanto ebrea, mai nessuno mi ha apostrofato malamente. E credo che sia nodale, la Shoà, per questa mia vita fortunata. 

(Mi chiedo inoltre: Le librerie ebraiche compreranno anche 100 punti di lesbicità? Le librerie femministe Lgbt vorranno leggere anche 100 punti di ebraicità? E tu come mai ti riferisci solo a ebraicità? In fondo, in ebraicità si parla di omosessualità e in lesbicità di ebraismo: come mai si decide per l’uno o l’altro?)

Alla luce di quanto ha appena dichiarato, come si integrano i 100 punti di ebraicità coi 100 punti di lesbicità

Vorrei dire con questo lavoro: Ti rendi conto di quanto siamo simili, anche se sto parlando di ebraismo e tu non sei ebreo? Ti rendi conto che l’omosessualità è una delle possibili sessualità ed è analoga alla tua? Vorrei chiamare i lettori a una coralità, che non significa intonare una sola nota, ma capire che cantiamo la stessa canzone.

I due libri sono connessi poiché esprimono lo stesso concetto sovraordinato. Ebraismo e omosessualità in copertina negano nel testo le parole stesse della stigmatizzazione: vogliono usare l’etichetta per sovvertirla in quanto tale. Siamo tutti gli ebrei di qualcuno, siamo tutti froci perseguitati in quanto innamorati della persona ‘sbagliata’. Nulla è più scespiriano di un amore osteggiato e noi siamo tutti figli di Romeo e Giulietta. Tu, cattolico eterosessuale, sai perfettamente cosa vuol dire, malgrado le tue facilitazioni sociali. Eppure (o forse di conseguenza), le parole lesbicità e ebraicità in copertina hanno  un effetto identitario: i libri sono spesso acquistati separatamente con logiche di appartenenza.

Sarebbe stato meraviglioso, un goal da cannoniere, se i miei amici maschi ebrei eterosessuali si fossero fotografati con il libro 100 punti di lesbicità in libreria. Ma l’hanno fatto con 100 punti d'ebraicità, affettuosi e sostenitori della mia pubblicazione. Capisco perché e so aspettare la loro lettura: forse, dopo, la penseranno diversamente. Se così non fosse, posso comunque dire che ci ho provato: ci ho provato fino all’ultimo, fino a dire una parola così difficile - lesbica, ebrea - in copertina. 

Come giudica, da donna lesbica, l’attuale frattura esistente tra le donne lesbiche italiane relativamente a temi come la gpa e l’inclusione d'istanze specifiche nel quadro dei quelle dell’intero movimento Lgbti?

Le dico cosa pensodi questa questione, anche se, leggendomi, l’avrà già capito. In una società patriarcale, l’utilizzo dell’utero è normato da leggi che garantiscono, appunto, i padri. Per essere certi della paternità, la società umana è basata sul matrimonio. Lo sa che il contratto di matrimonio ebraico è un contratto di acquisto della sposa? Si chiama Ketubà. Sulla compravendita sarei interlocutoria, se permetti, visto che la mercificazione del corpo della donna è di legge da 5.000 e rotti anni.

Ecco. Io credo che, se mai avessi voluto usare il mio utero per fare figli (e non è stato così per scelta), l’avrei fatto partendo dall’assunto che si trattava del mio corpo. E, metti che io volessi portare avanti una gravidanza per dare un figlio a una coppia sterile, di qualsiasi coppia si trattasse, sarebbe stata una mia insindacabile scelta. Perché? Perché l’utero è mio e me lo gestisco io, anche se non vorrei sembrarle troppo anni ‘70.

La frattura c’è perché la chiesa, tutte le chiese, patriarcali e garantiste del sistema così com’è, imbeve le nostre coscienze con etica e morale tuonanti sulla sacralità e unica possibilità della maternità. Io sono per la gpa, ovviamente.

Infine, quale tra i 100 punti di lesbicità le sta più a cuore?

Mi permetto di rispondere con la poesia Fuori che è nel libro:

Fuori.

All'addiaccio dell'altrui sguardo.

Rivèlati. Dì la verità.

Che non è la vera verità,

Ma l'acqua in cui tutti hanno sciacquato i piatti sporchi del loro pregiudizio,

E poi il laido sei tu.

Dillo a mamma, dillo a Dio, dillo agli amici.

Fai un atto politico,

Véndicati dell'esilio nella discrezione

Con una postura scandalosa: a testa alta.

Fai un atto di coraggio,

Porgi la faccia agli schiaffi,

Che l'ha già fatto un maestro del contropiede:

Il prezzo è alto,

Ma sappiamo che il messaggio potrebbe passare.

A un metro da te quell'ultimo confine

Di ombra:

Fai il passo.

Non lasciargli la scusa dell'ignoranza,

Non lasciargli la manovra del 'non sapevo',

Trascinalo nella piena luce di te,

In fondo cosa è la co-scienza,

Se non il sapere insieme?

Il coraggio è contagioso

Quanto la paura.

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Omicidio volontario aggravato di L. Muñoz, la 43enne trangender d’origine peruviana trovata morta, il 4 febbraio, a Cinisello Balsamo (Mi).

Con tale accusa Giovanni Amato, un netturbino 42enne con precedenti penali, è stato stamani arrestato dai carabinieri del nucleo operativo di Sesto San Giovanni, che hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Monza. Attualmente è detenuto nel carcere milanese di San Vittore.

La vittima era stata trovata riversa sul letto, agonizzante e macchiata del sangue che le fuoriusciva dalla bocca, nella propria abitazione in via Friuli, 29

A farne, quella notte, la scoperta la sua coinquilina, anche lei peruviana, che aveva subito allertato il 118 e i carabinieri, sopraggiunti per constatarne il decesso

In prima battuta il medico legale aveva escluso una morte violenta

L'autopsia aveva poi confermato la presenza di un piccolo foro da arma da fuoco sulla schiena, che hanno portato i carabinieri della compagnia di Sesto San Giovanni, sotto il coordinamento della Procura di Monza, a individuare in una penna-pistola l’arma usata da Amato.

Non ancora accertato il movente del delitto, ma non è escluso che l'uomo abbia agito per sottrarre beni e denaro alla vittima. Il netturbino è infatti ritenuto uno degli autori della rapina e del ferimento messi in atto con un complice, il giorno susseguente l'omicidio, ai danni di un 35enne cinese, proprietario di un bar a Segrate. 

La penna-pistola, dotata di silenziatore, potenziata e appartenente ad Amato, è infatti risultata essere la stessa l'arma con cui è stata uccisa la donna transgender ed è stato ferito, con quattro colpi, il titolare dell'esercizio commerciale. 

«È stata un'indagine complessa - ha spiegato stamani in conferenza stampa la procuratrice della Repubblica di Monza Luisa Zanetti -. I carabinieri hanno esaminato migliaia di fotogrammi di immagini di videosorveglianza, per risalire all'auto dell'omicida».

Si tratta di una Fiat Punto che, stando a un testimone-chiave, aveva precise caratteristiche (un faro molto luminoso, specchietti e fiancate colorate) ma non sufficienti, inizialmente, a identificarne il proprietario.

Grazie a un'impronta lasciata da Amato su una lattina di Coca-Cola trovata in casa della vittima, gli inquirenti sono potuti risalire a lui, quando era stato già arrestato per la rapina di Segrate. 

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Oltre 5.000 persone hanno partecipato ieri a Verona alla manifestazione organizzata da Non una di meno per protestare contro la mozione 434 che, approvata in Consiglio comunale il 4 ottobre e subito ribattezzata mozione anti-aborto, è divenuta un caso politico nazionale a seguito del voto favorevole della capogruppo del Pd Carla Padovani

La mobilitazione, cui hanno aderito numerose associazioni femminili e umanitarie, è partita intorno alle 15:00 da piazzale XXV Aprile (davanti alla stazione di Porta Nuova) e, dopo aver attraversato piazza Bra, ha raggiunto la zona di Porta Vescovo. Moltissime le persone giunte da ogni parte d’Italia. 

Cospicua inoltre la presenza di attiviste e attivisti Lgbti, che hanno sostenuto Non una di meno Verona nella campagna contro la mozione 434 e sono stati a loro volta colpiti delle dichiarazioni omofobe del consigliere Alberto Zelger, primo firmatario del discusso provvedimento. Tra i partecipanti anche Andrea Gardoni e Angelo Amato, la coppia di Stallavena (Vr), vittima in agosto e settembre di lettere minatorie e aggressioni.

D’altra parte nel comunicato ufficiale di convocazione la sezione scaligera di Nudm aveva già rilevato: «Verona è la città che da decenni si è imposta come laboratorio di ciò che ora vediamo in opera al governo. L'azione della giunta Sboarina riassume in sé tutta la violenza che in questi anni ha contraddistinto il clima politico della città contro donne, gay, lesbiche, trans, migranti.

Per queste ragioni la nostra lotta sarà oltre i confini delle organizzazioni tradizionali: Non una di meno sarà in piazza per riprendere parola insieme a movimenti LGBTQI e studenteschi, ai collettivi universitari e alle altre associazioni che lavorano per aprire spazi di libertà. La data di Verona segna l'inizio dello Stato di agitazione permanente lanciato da Non una di Meno verso il 24 novembre, manifestazione nazionale a Roma, e lo sciopero globale dell’8 marzo.»

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Dopo l’incontro di ieri a Montecitorio tra le associazioni Lgbti e le deputate LeU Muroni e Boldrini, nel pomeriggio di oggi la senatrice Monica Cirinnà e il deputato Ivan Scalfarotto hanno annunciato la nascita dell’integruppo parlamentare Diritti e Libertà. Un'ulteriore risposta all'appello lanciato, settimane fa, da alcune associazioni dopo la costituzione dell'intergruppo parlamentare Vita, famiglia e libertà per iniziativa del senatore leghista Simone Pillon.

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Come si legge nel relativo tweet, l'ex sottosegretario allo Sviluppo Economico afferma: «Insieme con Monica Cirinnà abbiamo dato vita all’intergruppo parlamentare bicamerale Diritti e Libertà. Stiamo raccogliendo le adesioni tra i colleghi senatori e deputati, la riunione costitutiva nelle prossime settimane»

Poco dopo anche la madrina della legge sulle unioni civili ne ha dato notizia via Twitter.

In una lettera inviata a tutti i parlamentari e le parlamentari ne vengono così spiegate le finalità: «Il nostro obiettivo è creare un luogo in cui sia possibile scambiare idee, confrontarci in modo costruttivo su tali temi, poterci avvalere di esperti e specialisti in materia, organizzare occasioni di incontri e seminari.

Siamo infatti convinti che l’elaborazione di una azione politica coerente e trasversale in materia di diritti e libertà costituisca uno snodo essenziale nell’articolazione di un’immagine di Paese inclusiva, equa, giusta e solidale, quanto più possibile condivisa dalle forze politiche, nel rispetto degli imperativi costituzionali ed in particolare dei principi consacrati dagli articoli 2 e 3 della Carta».

Nella missiva Cirinnà e Scalfarotto ricordano poi come la precedente legislatura sia stata «segnata dalla conquista delle unioni civili che hanno permesso così di riconoscere migliaia di coppie e di avviare il riconoscimento, in sede amministrativa e giudiziaria, delle famiglie omogenitoriali, facendo fare al Paese un passo in avanti significativo sul piano legislativo ma soprattutto sul piano sociale e culturale.

Al contrario, un silenzio assordante avvolge ancora il tema della lotta all’omotransfobia, e si registra l’assenza di una strategia efficace che unisca ad iniziative di carattere formativo e culturale l’introduzione di adeguati strumenti giuridici di garanzia in chiave antidiscriminatoria e di repressione degli episodi di violenza fisica o verbale, purtroppo sempre più all’ordine del giorno».

Ma non solo i diritti delle persone Lgbti saranno al centro del neo-intergruppo perché, come ricordano i due proponenti, «si rende necessario vigilare e riflettere – insieme – sulle pari opportunità e sulla condizione femminile nel nostro paese: tema in relazione al quale si avverte con forza l’intreccio tra diritti civili, diritti politici e diritti sociali. Di fronte agli attacchi sempre più incisivi alla libertà di scelta della donna – pensiamo soprattutto, ma non soltanto, all’effettività della legge n. 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza e, più in generale, all’area della riforma del diritto di famiglia – s’impone una reazione chiara, decisa, rispettosa dell’equilibrio tra i valori e i principi costituzionali in gioco.

Ma pensiamo anche all’inclusione e all’integrazione degli stranieri migranti – ivi compresa la ripresa di un dibattito serio e rigoroso sulla riforma della legge sulla cittadinanza, perno della costruzione dell’Italia del futuro – alla tutela della dignità delle persone detenute, al riconoscimento di scelte fondamentali relative all’inizio e alla fine della vita: temi che purtroppo ancora non trovano piena cittadinanza nel dibattito parlamentare, ma che sono elemento fondamentale di crescita culturale, sociale e politica per il nostro Paese.

Libertà e diritti civili non stanno evidentemente in piedi da soli: in una riflessione e azione politica condivisa in queste materie è necessario mantenere sempre viva la coscienza delle molteplici intersezioni tra diritti civili e diritti sociali. Lo chiede la Costituzione, che lega strettamente diritti e doveri fondamentali, libertà ed eguaglianza, dignità e solidarietà».

Ecco perché Cirinnà e Scalfarotto, nell'auspicare una massiccia partecipazione, concludono: «Le vite di donne e uomini non sono opinioni, e non possono essere piegate a strumentalizzazioni ideologiche: la Costituzione italiana contiene un ben preciso progetto di liberazione e promozione della persona umana, in spirito di libertà e solidarietà».

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Giovedi 4 ottobre il Consiglio comunale di Verona ha approvato, con 21 voti favorevoli e 6 contrari, la mozione 434, che prevede la qualifica del capoluogo scaligero quale città a favore della vita e il finanziamento di associazioni cattoliche impegnate in azioni di contrasto all’aborto gratuito e libero. 

Uno dei primi firmatari della mozione 434, il cui proponte Alberto Zelger si è imposto alla pubblica attenzione per le dichiarazioni sui «gay sciagura per la riproduzione», è stato il deputato leghista Vito Comencini (recentemente noto per essersi opposto alla mozione con cui il consigliere Gennari del M5s intendeva stigmatizzare l’aggressione omofoba ai danni di Andrea Gardoni e Angelo Amato).  

A stupire però maggiormente, fino a diventare un caso nazionale, è stato il voto favorevole della capogruppo del Pd Carla Padovani. Voto, a seguito del quale la 56enne veronese, fervente cattolica e già militante nella Margherita, è stata sfiduciata dall’incarico dagli altri tre consiglieri dem Elisa La Paglia, Federico Benini, Stefano Vallani e potrebbe perciò passare al Gruppo Misto

Ne abbiamo parlato col deputato Ivan Scalfarotto, già sottosegretario allo Sviluppo economico e attuale componente della Commissione nazionale di Garanzia del Partito Democratico.

Onorevole Scalfarotto, come politico da sempre attento alla promozione dei diritti civili e della libertà delle persone, come commenterebbe la mozione 434?

È la parte peggiore di una destra al governo che non può non declinare la propria azione anche in una chiave di estremismo religioso vissuto come elemento tradizionalista e identitario: non una religione che accoglie, ma una religione che separa “noi” da “loro”. È il rosario sventolato da Salvini sul sagrato del Duomo di Milano che si fa politica. Del resto in tutti gli Stati governati da partiti sovranisti l’attacco alle donne e ai diritti delle minoranze è parte integrante delle politiche di governo. In questo senso basta guardare al ddl Pillon, che secondo me è solo la prima mossa di una strategia assai più ampia e pericolosa che temo vedremo spiegarsi compiutamente nei prossimi mesi anche nei confronti della comunità Lgbtqi. 

Tra i sostenitori di questa mozione leghista sorprende la firma di Carla Padovani. Che cosa si sentirebbe di dirle? 

Sono un componente della Commissione nazionale di Garanzia del Pd e questo mi impone di non pronunciarmi su un caso concreto, che potrebbe presto o tardi anche arrivare all’attenzione della Commissione. Però posso dire con certezza che, al contrario di altre associazioni, ciò che unisce gli iscritti a un partito è la comunanza dei valori e delle idee. E guardando al suo contenuto, si capisce bene che la mozione di Verona sia stata proposta, sottoscritta e sostenuta da partiti la cui base valoriale è antitetica e incompatibile con la cultura politica del Partito democratico. 

Secondo lei vicende come questa di Verona sono frutto di una politica nazionale che sta “sdoganando” atteggiamenti liberticidi, trasformando perfino l’immaginario dei politici del Pd (come quello di Carla Padovani) o sono fenomeni isolati e slegati da dinamiche nazionali?

Assolutamente sì. Come dicevo prima c’è una cultura politica oggi molto forte, veicolata in Italia dalla Lega, che punta a sdoganare un messaggio tradizionalista e identitario che è difficilmente compatibile con un’agenda dei diritti che è per sua natura progressista, cosmopolita, aperta. Si aggiunga poi il messaggio “chavista”, in salsa venezuelana, del M5S che tende a smontare la democrazia liberale e portare all’egemonia di una cultura politica populista che è per sua natura totalitaria e dunque incompatibile con la tolleranza propria delle democrazie liberali. Non deve stupire se sui diritti civili i grillini sono sempre stati quanto meno latitanti: bastino a dimostrarlo le loro posizioni e i loro voti su questi temi, dallo ius soli alle unioni civili. Il mix delle due culture politiche oggi al governo in Italia, grillina e leghista, per l’agenda dei diritti è micidiale: il loro effetto è potenzialmente devastante. 

Infine, qual è la “ricetta Scalfarotto” per un possibile recupero di fiducia e consensi per il centrosinistra italiano? Di chi è, a suo parere, la responsabilità del recente calo di consensi del Partito Democratico?

È la classica domanda da cento milioni di dollari. È stato il prodotto di una serie di concause molto serie, dalla crisi economica alla semplificazione dei messaggi che avvantaggia chi propone soluzioni semplici (e sbagliate) a problemi complessi: lo dimostra il fatto che la crisi del Pd è la stessa che ha colpito le sinistre in tutto il mondo occidentale. L’errore peggiore che si potrebbe fare è un ritorno al passato, come dimostra il fatto che chi si colloca più a sinistra del Pd vive una crisi ancor più profonda della nostra, ai limiti dell’estinzione, e ancora peggio sarebbe l’adesione a un modello populista attraverso, per esempio, un’alleanza scellerata con il M5s. La mia ricetta, se così si può dire, è quella di un profondo rinnovamento delle forme della politica - dalla forma-partito, ai modelli di partecipazione, alla selezione delle nostre classi dirigenti, tutte questioni dove non abbiamo purtroppo mantenuto le nostre promesse di cambiamento - senza abbandonare il cuore della nostra identità: la costruzione di una società più equa, il rispetto sacrale per le istituzioni repubblicane, il ragionamento come metodo di lavoro, e l’idea che il miglioramento delle cose, non solo tutte insieme ma con il lavoro giorno dopo giorno, è un obiettivo per cui vale sempre la pena di combattere.

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Aperti alle 07:00 i seggi in Romania (fino a domani) per il referendum costituzionale in vista della ridefinizione del concetto di matrimonio e famiglia. Sono 18.900.000 gli aventi diritti al voto chiamati alle urne.

Secondo il testo che verrà sottoposto a consultazione e che, in caso di vittoria del sì, sarà inserito nella Carta costituzionale, il matrimonio «rappresenta l'unione tra un uomo e una donna» e non tra «sposi» come prevede l'attuale articolo.

Lanciata mesi fa da alcune associazioni che, vicine alla Chiesa ortodossa romena e riunite nella Coalizione per la famiglia, hanno raccolto circa tre milioni di firme, l’iniziativa referendaria, qualora vincesse il sì, sbarrebbe definitivamente la strada a qualsiasi tentativo di legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, fra l'altro già proibito in Romania dal Codice Civile.

Durissime le critiche, di cui è stata fatta oggetto, da parte di ong umanitarie nonché da alcuni deputati per la deriva illiberale e discriminatoria dell'iniziativa.

Amnesty International ha rilevato come il referendum mini gli standard dei diritti e discrimini le persone omosessuali. Benché la premier socialdemocratica Vasilica Viorica Dăncilă  abbia ribadito che «questo referendum non è contro le minoranze sessuali» e riaffermato la neutralità del governo, numerosi parlamentari del Psd sono intervenuto a dibattiti televisivi a sostegno del fronte del sì.

Inoltre perché sia valido il referendum necessita della soglia del 30% delle affluenze, per garantire il massimo delle quali il governo di Bucarest ha disposto due giorni per le votazioni. Si registrano, fra l'altro, molte irregolarità per l'accesso ai media e se ne temono anche ai seggi.

La Chiesa Ortodossa di Romania è ricorsa a ogni mezzo per convincere gli elettori a recarsi alle urne. Sua Beatitudine Daniele, patriarca di tutta la Romania e arcivescovo di Bucarest, ha richiamato all’importanza d’assolvere «un dovere patriottico» per difendere «il sacro dono della vita»

Nel corso di celebrazioni eucaristiche e anche di riti funebri presbiteri hanno tuonato contro le persone Lgbti considerate quali pericolo per la società romena. Sono apparsi ovunque cartelloni e manifesti con le scritte «Salva i tuoi figli» oppure «Se non voti, due uomini potranno adottare tuo figlio». Si è arrivati a inserire locandine per il sì nelle confezioni quotidiane di pane.

Le associazioni umanitarie e Lgbti, a partire da MozaiQ, hanno invece invitato a boicottare il referendum, perché «in una democrazia i diritti delle minoranze non sono oggetto di voto: questa è la differenza fra il Medio Evo e il XXI° secolo». E l'hastag #boicotreferendum è stato lanciato anche dall'organizzazione internazionale All Out attraverso un significativo video.

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A Verona è stata ieri approvata in Consiglio comunale, con 21 voti favorevoli e 6 contrari, la mozione 434, che prevede la qualifica ufficiale del capoluogo scaligero quale città a favore della vita e il finanziamento di associazioni cattoliche finalizzate a promuovere iniziative di contrasto all’aborto gratuito e libero. 

Assente in aula a Palazzo Barbieri il consigliere nonché deputato leghista Vito Comencini, uno dei primi firmatari della mozione (recentemente noto per essersi opposto con successo alla votazione della mozione del consigliere M5s Gennari a sostegno di Andrea Gardoni e Angelo Amato), che ha incassato anche il voto a favore della capogruppo del Pd Carla Padovani.

La maggioranza non ha invece ottenuto la messa all'ordine del giorno della mozione 441 per l’attuazione di un programma di “sepoltura dei bambini mai nati”, anche senza il consenso della donna coinvolta e a carico della sanità pubblica, e la conseguente creazione di un’area cimiteriale per i feti abortiti.

La votazione è stata accompagnata dalle proteste di componenti di varie realtà associative e, soprattutto, di Non una di meno – Verona, le cui attiviste, abbigliate come le ancelle della serie tv The Handmaid’s Tale (con tuniche e mantelli rossi e copricapi bianchi)  si erano portate sul loggione sovrastante l’aula consiliare.

A differenza di quanto accaduto il 26 luglio – quando la votazione delle mozioni 434 e 441 dovette essere sospesa per 20 minuti a seguito del saluto romano rivolto alle attiviste di Nudm dal consiglire Bacciga – questa volta ne è stato ordinato lo sgombero dall’aula. Quasi 50 persone sono state conseguentemente trattenute nell’androne di Palazzo Barbieri in attesa della restituzione dei documenti.

L’approvazione della mozione 434 è venuta a cadere all’indomani dell’incontro tra Federico Sboarina, sindaco di Verona, e Brian Brown, presidente del Congresso Mondiale delle Famiglie, insieme coi vertici delle associazioni del Family Day. Incontro organizzato in vista del World Congress of Families, che si terrà proprio nella città scaligera dal 29 al 31 marzo 2019.

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Una coppia di donne ha avuto ieri la gioia di vedere riconosciuta dal Tribunale dei minori di Venezia l’adozione coparentale per la madre non biologica.

Nel 2017 la medesima corte si era già espressa allo stesso modo in riferimento a Silvia e Miriam, due giovani donne che, unitesi nel 2016 e residenti a Marghera, hanno una figlia di sei anni. Un sospirato traguardo, coronatasi poi, nel giugno scorso, con l’anteposizione del cognome di Silvia a quello di Miriam sull'atto di nascita della loro figlia, cui è stato conseguentemente assegnato il doppio cognome

Ma quello d’ieri rappresenta un unicum, essendo il primo caso di adozione coparentale in riferimento a una coppia di gemelli.

Viva soddisfazione è stata espressa da Umberto Saracco e Valentina Pizzol (la quale è anche componente di Rete Lenford), legali della ricorrente, per la sentenza emessa dal collegio presieduto da Maria Teresa Rossi e composto da Alessandra Maurizio, Giorgio Mattei, Antonella Pietropoli. In essa è rilevato come «la ricorrente e la madre dei minori costituiscaono una coppia coesa, con un legame solido che si protrae da più di vent’anni» e «come entrambe vivano la relazione genitoriale con i bambini in modo adeguato». 

Sta suscitando invece reazioni, a partire da quelle di Mattia Galdiolo (presidente di Arcigay Padova), il seguente inciso: «Consapevoli che dovranno avere un atteggiamento aperto verso la loro identità di genere per permettere loro uno sviluppo adeguato e l’opportunità di relazionarsi con persone ad orientamento non omosessuale». Una tale frase, è in ogni caso, un virgolettato nel testo della sentenza ed è stata tratta dalla relazione redatta dall’Equipe Adozioni.

Sul caso veneziano abbiamo raggiunto il deputato Alessandro Zan (Pd), che ha dichiarato: «La prima stepchild adoption di due gemelli da parte di una coppia omosessuale di Venezia è una notizia storica. Ancora una volta una sentenza ha sostituito il vuoto lasciato dalla politica sul tema dei figli di coppie omogenitoriali: questo caso deve ricordare al Parlamento che è urgente riconoscere gli stessi diritti a tutte le famiglie, e garantire uguali tutele a tutti i bambini. La realtà è più forte di qualche dichiarazione omofoba del ministro della medievalità Fontana.

Trovo però insensato e discriminante che il Tribunale dei Minori di Venezia abbia dovuto specificare – pur rimandando a un passo della relazione dell’Equipe Adozioni – l’obbligo di frequentare persone eterosessuali, come se l’orientamento sessuale possa modificarsi in base all’ambiente in cui vive una persona: è una visione retrograda e priva di basi scientifiche. Questi due bambini vivranno la loro vita, cresceranno e frequenteranno i loro compagni di scuola, di sport, di giochi esattamente come tutti gli altri. Congratulazioni a queste due madri, a questa splendida famiglia, sapranno crescere i propri figli nel migliore dei modi».

Non sono mancate, in giornata, le voci critiche contro la sentenza del Tribunale dei Minori di Venezia.

Se il senatore Antonio De Poli (Udc) ha parlato di «decisione creativa che viola il principio della Costituzione secondo cui una famiglia è formata da un uomo e una donna», il suo omologo forzista Maurizio Gasparri ha detto «basta con le adozioni da parte di coppie omosessuali a colpi di sentenze. A Venezia un'altra decisione temeraria apre alla stepchild adoption, approfittando dell'ambiguità della legge voluta dalle sinistre, che non la prevede ma lascia spazio a iniziative assurde.

Occorre un'azione politica e legislativa che proponga l'abolizione dell'utero in affitto ovunque e che vieti le adozioni gay. Chiedo alla Lega, che condivide queste posizioni, di associarsi a una decisa iniziativa parlamentare.

Chiedo al ministro della Famiglia Fontana di prendere posizione e di assumere iniziative. Ha fatto un paio di interveniste apprezzabili e poi? Scenda in campo con chiarezza e coraggio e dica cosa vuole fare. Non taccia»

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C’è chi lo demonizza giudicandolo quale conservatore nemico delle donne e dei diritti tout court. Il tutto in nome d'una idea monolitica di famiglia ormai superata.

C’è poi, invece, chi lo considera elemento di svolta per un nuovo diritto di famiglia: l’inizio di un nuovo corso, insomma, in difesa del diritto dei padri a ricoprire il ruolo genitoriale dopo la fine del matrimonio e a non versare più alcun contributo economico all’ex moglie.

Il disegno di legge a firma del senatore gandolfiniano Simone Pillon, che intende rivedere le norme sull’affido condivido dei figli in caso di divorzio e il loro mantenimento, fa già scaldare e dividere gli animi da una parte e dall'altra.

Per capire cosa dice esattamente il ddl, prima di essere pro o contra, abbiamo raggiunto l'avvocato civilista-matrimonialista Mario Melillo, dello studio legale romano Lana-Lagostena Bassi.

Avvocato Melillo, cosa introduce di nuovo il disegno di legge Pillon?

Il ddl Pillon si vorrebbe ispirare alla necessità di preservare un ruolo paritario tra i genitori, in caso di separazione e scioglimento del matrimonio, nell’esercizio attivo della responsabilità genitoriale, stimolando un impegno e valorizzando l’apporto comune, sia in termini di frequentazione che in termini economici, alla conservazione, a beneficio del minore, di una “bigenitorialità attiva”.

Come ben saprà, dal momento della presentazione del ddl, il senatore Pillon è stato duramente attaccato soprattutto dalle associazioni femministe perché vedono nella norma (qualora fosse approvata) un attacco alle donne/madri con forti traumi per i figli. Da parte sua, secondo lo stesso relatore proponente, la nuova norma sarebbe tutta a tutela dei figli.

Data la sua esperienza in cause di divorzi, cosa c’è di vero?

In effetti, è proprio il caso di dire “sarebbe”. Ma in realtà, pur non volendo aprioristicamente criticare l’intento della proposta di legge, le nuove norme prospettate sono ben lontane dal tutelare i figli. Anzi, questi ultimi diventano un mero strumento del conflitto genitoriale che, a ben vedere, appare più improntato a un’artificiosa parificazione dei ruoli genitoriali, anziché affrontare e realizzare nel modo meno traumatico possibile la salvaguardia della serenità dei minori, vale a dire delle vere “vittime” del trauma della separazione genitoriale.

Quali sono, a suo avviso, gli aspetti negativi?

Gli aspetti critici, a mio avviso, consistono nell’errore di fondo di voler parificare a tutti i costi ruoli, posizioni e funzioni dei genitori separati, quando la realtà dimostra che essi sono fortemente influenzati dalle condizioni economiche di ciascuno di essi. Esemplificando: si pretende che entrambi i genitori contribuiscano economicamente ciascuno per suo conto al mantenimento dei figli.

Si dimentica che le famiglie sono spesso composte da persone tra i quali vi è una forte, se non incolmabile, differenza di condizione economica. Si pensi al caso tipico di un padre - uomo in carriera, con alta redditività e capacità patrimoniale - e di una madre – casalinga -, che ha dedicato tutta la vita alla famiglia e ai figli, la cui reddituali immediata è pari allo zero. Quale contributo al mantenimento per i figli potrà mai essere assicurato da quest’ultima? Ciò significa che nei periodi di frequentazione materna i figli dovranno vivere di stenti e privazioni, magari costretti a soggiornare in un ambiente domestico ai limiti della decenza?

C’è poi la questione delle due residenze e due abitazioni dei figli…

Quanto poi a questo aspetto, la proposta prevede che i figli convivano, a cadenze regolari, alcuni giorni con il padre, altri con la madre: i figli, in sostanza, diventano fagotti viaggianti al servizio della riaffermazione personale dei genitori. E inoltre: nei periodi in cui i figli soggiornano presso il padre in carriera (si pensi ad un manager tipo Marchionne) quanto in effetti il padre si occuperà di loro? Ogni commento mi pare superfluo.

Cos’altro le sembra discutibile?

Altro aspetto non condivisibile è la mediazione familiare obbligatoria e a pagamento. A parte il fatto che gli strumenti di negoziazione assistita previsti dalla legge vigente ben si inseriscono in un contesto di crisi genitoriale, e sono funzionale ad attenuarne - grazie all’ausilio degli avvocati (nell’ovvio presupposto di professionisti esperti della materia e sensibili alla salvaguardia del supremo interesse della prole minorenne) - derive irragionevoli perché ispirate a intenti vendicativi, anziché collaborativi; a parte ciò, dicevo, prevedere una mediazione obbligatoria laddove al 90% dei casi la crisi è irreversibile si traduce in un’inaccettabile pretesa dello Stato di vessare la parte economicamente più debole, obbligandola a sforzi onerosi ed il più delle volte inutili. A beneficio di chi, poi?

Potendo essere corretto, in quali aspetti dovrebbe essere rivisto il disegno di legge?

Un correttivo all’attuale normativa, a mio avviso, dovrebbe concentrarsi su una maggiore concentrazione dei tempi dei processi di separazione e divorzio, anziché intervenire su una disciplina sostanziale che deve essere giocoforza adattata caso per caso con criteri chiari, sufficientemente elastici, ma in tempi più rapidi di quelli attuali. Ma questa è un’altra storia.

Che nuovo tipo di famiglia e di responsabilità genitoriale si concretizzerebbe se questo disegno di legge venisse approvato? Migliore o peggiore dell’attuale?

La proposta, a mio avviso, non guarda all’interesse dei minori ma esclusivamente a quello dei genitori. Forse in modo troppo condiscendente rispetto agli input di lobby le cui istanze vanno sì ascoltate, ma nelle sedi opportune. E qui mi appello alla sensibilità, alla professionalità e alla competenza della magistratura. Il quadro che si prospetta dalla proposta, pertanto, è quello di una responsabilità solo apparentemente paritaria, ma in pratica condizionata alle rispettive capacità economiche e gestionali dei genitori. Quanto ai figli, vedo solo grande confusione e sofferenze ulteriori.

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Un mare umano si è ieri riversato lungo Avenida Atlântica a Copacabana per la 23° marcia dell’orgoglio Lgbti di Rio de Janeiro.

In un clima festoso persone d’ogni età hanno sfilato, nella seconda città più grande del Brasile, cantando e ballando al ritmo della musica a tutto volume proveniente dai numerosi carri e animate da Suzy Brasil, regina delle drag queen carioche.

Ma il Pride di Rio de Janeiero si è soprattutto imposto per la forte caratura politica a una settimana dall’elezioni presidenziali. Slogan dell’edizione 2018 è stato infatti Vota le idee, non le persone. Vota per chi si impegna nelle cause Lgbti.

Secondo Abglt nel 2018 il numero di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, che si sono candidate, è aumentato del 386,4%, rispetto alle ultime elezioni.

Come dichiarato da Almir França, presidente di Arco-Íris (associazione organizzatrice del Pride di Rio de Janeiro), «in un Paese come il Brasile, in cui si registra il più alto numero di uccisioni di persone Lgbti al mondo, la necessità di una rappresentanza politica è urgente: i nostri diritti, la nostra cittadinanza e, soprattutto, le nostre vite dipendono dalle scelte che facciamo alle urne».

Tantissimi gli striscioni contro Jair Messias Bolsonaro, il candidato d’estrema destra alle presidenziali, che, noto per le sue dichiarazioni sessiste, razziste e omotransfobiche, è stato dimesso sabato dall’ospedale dopo essere stato accoltellato il 6 settembre. Al grido di Ele não (“Lui no”) moltissime persone hanno così aderito, sulla spiaggia di Copacabana, al movimento femminile di protesta che ha visto scendere in strada centinaia di migliaia di donne in tutto il Brasile e all’estero.

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