Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha presentato oggi la sua nuova squadra di governo al re Felipe VI. Il nuovo esecutivo composto dal 46enne segretario del Psoe, che è succeduto a Mariano Rajoy rimosso con una mozione di sfiducia, è quello col maggior numero di donne nella storia moderna: 11 ministre e sei ministri.

Di questi due sono gay dichiarati: Fernando Grande-Marlaska, ex giudice della Corte nazionale, sarà ministro dell'Interno mentre l’autore pluripremiato Màxim Huerta Hernández andrà alla Cultura. 

Nato a Bilbao nel 1962, il giudice basco Grande-Marlaska, finora separato dalla politica, gestirà nel suo portafoglio la situazione aperta dopo lo scioglimento annunciato, il mese scorso, dal gruppo armato della sua comunità autonoma di provenienza.

Su Grande-Marlaska, famoso per la ferrea durezza nella lotta al terrorismo basco, gravano, in ogni caso, le accuse di non aver impedito che 40 componenti del collettivo Jóvenes Independentistas, tratti in detenzione nel novembre 2008 con l'accusa d'appartenere a Segi (branca dell'Eta), fossero sottoposti a tortura durante gli interrogatori da lui tenuti in qualità di giudice centrale istruttore. Nel 2014 l'Audiencia Nacional assolse gli imputati dall'accusa d'appartenenza a Segi annullandone anche le dichiarazioni rilasciate durante il processo istruttorio.  

Classe 1971, il giornalista e scrittore Huerta Hernández è, invece, un voto molto noto della tv spagnola come presentatore di due programmi del canale La 1 nonché componente dell'Academia Tv de España.

Dalla marcata connotazione europeista, il nuovo esecutivo è prevalentemente "rosa": l’ex ministra della Cultura Carmen Calvo sarà vicepresidente e ministra dell'Uguaglianza; Nadia Calviño andrà all'Economia; l’andalusa María Jesús Montero al Bilancio; l'ex procuratrice antiterrorismo Dolores Delgado alla Giustizia; l'ex giudice della Corte Suprema Margarita Robles alla Difesa; Magdalena Valerio al Lavoro; Maria Jesus Montero alle Finanze; Isabel Celaá all’Educazione; Carmen Montón alla Sanità; Teresa Ribera all’Ambiente; Reyes Maroto all'Industria, Commercio e Turismo. Alla catalana Meritxell Batet, infine, va il dicastero della Politica territoriale e della Funzione pubblica.

I restanti quattro ministri, che completano la squadra di governo, sono: José Luis Ábalos allo Sviluppo economico; l'ex presidente del Parlamento europeo Josep Borrell agli Esteri; l'astronauta Pedro Duque alla Scienza, Innovazione e Università; Luis Planas all'Agricoltura, Pesca e Alimentazione.

E, sempre oggi, importante nomina femminile al quotidiano El Pais, che avrà, per la prima volta, nella storia una direttrice. Si tratta di Soledad Gallego-Díaz, che sostituirà Antonio Caño Barranco.

Nata a Madrid nel 1951, Gallego-Díaz ha lavorato come corrispondente del quotidiano da Bruxelles, Parigi, Londra, Buenos Aires e New York. È stata successivamente vicedirettrice e condirettrice dell'importante giornale, fondato nel 1976 da José Ortega Spottorno, Jesús de Polanco e Juan Luis Cebrián.

 

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Cosa accadrà all’umanità, nel momento in cui verrà meno l’empatia? Cosa accadrà alle donne quando nel mondo cosiddetto occidentale si sarà completato uno spietato e sistematico processo di reificazione dei loro corpi? Cosa accadrà al mondo intero quando il processo di disumanizzazione avrà ormai compiuto interamente il suo giro di boa?

Da queste riflessioni nasce l’ultimo romanzo distopico di Ariase Barretta Living Fleshlight, pubblicato da Meridiano Zero, che intreccia sei diverse storie tutte incardinate intorno a una società gentile e feroce, che segue il protocollo Thomson e che ha deciso di eliminare il crimine (o che pensa di averlo eliminato) rinunciando alle donne e, in maniera più generale, all’amore.

Un mondo apparentemente perfetto e sinistramente feroce, totalmente declinato al maschile, in cui le donne, in quanto creature libere e autonome, sono state totalmente eliminate o, meglio, sono state trasformate in bambole gonfiabili (le fleshlight appunto), prive di arti e di corde vocali, da collezionare in teche di conservazione, all’interno di tecnologiche riserve private, a partire dall’età di 13 anni.

Un romanzo punk, come lo definisce lo stesso autore, in cui una società legittimata chirurgicamente alla violenza misogina e al maschilismo è ormai sprofondata in un abisso senza speranza in cui il “femminile” è espunto con rigorosa determinazione dalla vita degli uomini, anche dei più giovani. D’altronde, non c’è salvezza neppure per Klaus, appena 13enne a cui, secondo tradizione, viene regalata la prima living fleshlight, imballata come tutte in una scatola di cartone. Fleshlight a cui darà il nome di Britney, con cui cercherà di soddisfare le sue fantasie da make-up artist, ma verso la quale non proverà l’attrazione sessuale che la società attende da ogni giovane uomo, a partire dal compimento del tredicesimo anno d’età. 

Inutile dire che, in questa società ordinata e “perfetta”, non sono previsti living fleshlight di sesso maschile...o forse sì, sono previsti e prodotti, ma naturalmente sono fleshlight di contrabbando. Vietati dalla legge. Del resto, nell’universo della reificazione, tutte le forme viventi possono essere reificate, basta solo conoscere l’azienda giusta e dimenticarsi per sempre di essere umani.

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A poco più di 48 ore dalla manifestazione di lunedì pomeriggio in Piazza del Campidoglio, che ha visto scendere in piazza diverse generazioni di donne e di uomini in difesa della Casa Internazionale delle Donne – la quale rischia lo sfratto per una morosità conteggiata in 800mila euro –, e il contemporaneo incontro presso il Palazzo Senatorio tra una delegazione di donne della Casa e le assessore Laura Baldassarre (Politiche sociali), Flavia Marzano (Roma Semplice) e Rosalba Castiglione (Patrimonio) assieme alla sindaca Virginia Raggi, la storica sede del movimento femminista, femminile e lesbico di Roma fa il punto della situazione in un’assemblea che chiama a raccolta le associazioni componenti nella sede dell’ex convento del Buon Pastore.

A riprendere le fila del discorso dall’incontro istituzionale, il cui esito è stato definito deludente, è stata la presidente della Casa Francesca Koch che ha aperto il dibattito alle valutazioni politiche di quanto sta vivendo la Casa sotto la giunta capitolina pentastellata e alle future iniziative e posizioni da intraprendere.

Uno dei primi punti da cui vogliono partire è una campagna di contro-informazione che rettifichi e smentisca le voci non vere fatte circolate sulla Casa internazionale delle Donne e definite false.

In primo luogo, il fatto che – secondo quanto scritto nella stessa mozione presentata dalla consigliera comunale Gemma Guerini – la Casa non avrebbe mai presentato le dovute relazioni. Cosa che, sostengono da Via del Buon Pastore, è stata fatta ed è documentata. Quello che invece forse non è stato fatto da parte degli uffici del Comune è l’inoltro dei documenti.

Altri dati smentiti sono quelli relativi alla gestione di “Hotel a cinque stelle” (ovvero la foresteria) e al restauro del Buon Pastore, non pagato con i soldi del Comune, come viene detto, ma dal Governo per il Giubileo. Senza parlare poi dell'accusa d'una gestione in mano a “signore snob” che pretendono per loro dei privilegi a differenza di chi assiste i malati di Sla o i bambini autistici, paga regolarmente l’affitto e sono, quindi, brave persone.

Un’equiparazione inaccettabile, che le donne della Casa rifiutano e rispediscono al mittente bollandola come tentativo, da una parte, di screditare le attività svolte in Via del Buon Pastore e, dall’altra, di contrapporre realtà e storie diverse che offrono tutte servizi a chi ha bisogno e proviene da diverse zone della città.

Il timore che serpeggia e che si intravede nella mozione Guerini – mozione che prevede la messa al bando del luogo e del progetto della Casa – è quello di uno “sgombero burocratico”, ovvero svuotare dall’interno la realtà delle associazioni con trattative al ribasso che ne indeboliscono identità e iniziative. In merito, poi, al “progetto di coordinamento”, gestito da Roma Capitale, di riallineare alle moderne esigenze il progetto della Casa riappropriandosi di un'iniziativa che si sostiene essere dell’amministrazione capitolina, da Via del Buon Pastore ricordano la vera storia di quel luogo: uno spazio costruito grazie alla mobilitazione femminista e dell’allora Giunta che affidava l’ex convento all’affermazione della libertà femminile, individuando proprio nel movimento femminista il soggetto che poteva portare avanti il progetto.

A raccontare a Gaynews cosa sia stata ed è ancora oggi la Casa Internazionale delle Donne e cosa ne significherebbe la chiusura è la stessa presidente Francesca Koch, la quale alle porte dell’anniversario della legge 194 interviene sul tema dei recenti attacchi al diritto all’aborto e risponde sulla legge 40, che disciplina la procreazione medicalmente assistita, in particolare sulla posizione della Casa in merito alla gestazione per altri.

«La Casa delle Donne – ricorda al riguardo Francesca Koch – è un soggetto plurale e, come tale, non ha una posizione univoca. Sulla gpa è aperta al dialogo, per cui non ha nessun diktat o linea da dare. Fermo restando che per noi il principio da salvaguardare è il rispetto dell’autonomia, dell’autodeterminazione, della dignità della donna».

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Ancora una provocazione sul tema dell'interruzione di gravidanza a meno di due settimane dal 40° anniversario dell'approvazione della legge 194. Dopo quello di Provita è stato infatti affisso a Roma un manifesto che, fatto realizzare da CitizenGo, reca la scritta L'aborto è la principale causa di femminicidio nel mondo. Messaggio, questo, che acuisce lo scontro tra due fronti opposti: quello aderente alla Marcia per la vita del 19 maggio e quello che vedrà, il 26 maggio, scendere in piazza  per il corteo di Non Una di Meno.

Da più parti si era levata la richiesta di rimozione a partire da Monica Cirinnà che aveva invocato l'intervento dell'Agcom, parlando su twitter di campagna "falsa e disgustosa". Cosa che è avvenuta nella giornata del 16 maggio.

Contattata telefonicamente da Gaynews, Filomena Gallo, segretaria dell'associazione Luca Coscioni, ha definito «altamente offensivo il manifesto per chi affronta una scelta drammatica e tragica, nonché frutto di una sconosciuta piattaforma internet che promuove messaggi contro la scienza, i dati di fatto e la dignità delle donne. Nonostante tutto questo - ha proseguito - l'azione non intimidirà chi lotta per la libertà di scelta delle donne né metterà in dubbio la bontà e la legalità della libertà di scelta anche in materia di interruzione volontaria di gravidanza».

La campagna di CitizenGo si pone nello stesso orizzonte tracciato alcune settimane fa dal neosenatore leghista Pillon: l'aborto non sarebbe più solo un "peccato" paragonabile all'omicidio ma metterebbe a rischio la salute delle donne. 

Su questo punto la stessa Luca Coscioni aveva già fatto notare che, tutte le procedure, mediche e chirurgiche, sono gravate da possibili complicazioni. Sulla base dell'ultima relazione del ministero della Salute sullo stato di applicazione della legge 194 l'associazione radicale afferma «che l'interruzione volontaria di gravidana (igv) effettuata in una struttura sanitaria da personale competente è una procedura sicura con un rischio di mortalità inferiore all’aborto spontaneo e al parto. Inoltre, non esiste alcuno studio scientifico serio che evidenzi alcuna correlazione tra interruzione di gravidanza e tumore alla mammella, come è stato sottolineato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’American College of Obstetrics and Gynaecologists.

Infine anche l'idea che l'igv provochi disturbi psichici viene smentita dagli studi della American Psychological Association e della Academy of Medical Royal Colleges, i quali concludono che nel caso di una gravidanza indesiderata, il rischio per la salute mentale è simile sia nel caso in cui la donna decida di interrompere la gravidanza, sia nel caso in cui la donna decida di portarla avanti.

Il rischio, insomma, si verifica quando una donna subisce qualcosa contrariamente alla propria volontà, fenomeno che può essere solo aggravato da simili campagne che accusano in maniera così diretta chi sceglie l'interruzione di gravidanza».

È di quest'avviso Serena Fredda, attivista romana di Non Una di Meno «I manifesti di Pro Vita cancellavano il corpo delle donne sostituendolo con quello dell'embrione, quelli di CitizenGo invece lo usano direttamente, accostandolo al femminicidio. Si tratta - ha spiegato Fredda - di una doppia criminalizzazione delle donne per la loro libertà e per le conseguenze delle loro scelte, associate a uno scenario di morte. È una campagna antiabortista che propone un messaggio vergognoso e dai toni sempre più inquietanti. Non Una di Meno ha risposto sostituendo sui social la parola "aborto" che le vere cause del femminicidio, come il patriarcato e la violenza sulle donne, che si traduce nella cultura dell'aborto illegale o non accessibile».

Fredda ha infine ricordato l'importante appuntamento romano di sabato 26 maggio (ore 17.00 in Piazza dell'Esquilino) promosso da Non Una di Meno e Unione Donne Italiane: la marcia in difesa della 194 al grido di Obiezione respinta in una con l'hastag #moltopiùche194.

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Frequento il Salone internazionale del Libro di Torino sin dalla sua nascita e credo di poter affermare senza remora alcuna che quella di quest’anno è l’edizione più Lgbti di sempre: da tre anni la Regione Piemonte e il Coordinamento Torino Pride hanno dato vita al primo spazio dedicato ai diritti Lgbti e non solo.

Il Premio FUORI!, dedicato all’editoria di genere e fondato da Angelo Pezzana, verrà consegnato oggi a Edmund White in seno alla kermesse libraria torinese anche grazie alla preziosa collaborazione del direttore Nicola Lagioia. Manni, pilastro  dell’editoria pugliere, presenterà Mio figlio in rosa di Camilla Vivian: un romanzo il cui sottotitolo Ti senti maschio o femmina? Io mi sento io credo parli da solo (consigliatissimo!). Questi solo alcuni tasselli del Salone del Libro “arcobaleno”.

Sono particolarmente contento che proprio in questo contesto venga ufficialmente lanciata LiberaMente, la nuova collana editoriale di Robin – Biblioteca del Vascello che ha l’ambizione di raccogliere testi – siano essi di saggistica o narrativa; italiani o stranieri – che propongono temi legati al mondo Lgbti assenti o poco approfonditi sulle pagine dei libri. Volumi per riflettere e per accendere il dibattito. Volumi che vogliono aprire una strada che poi, speriamo, possano percorrere in tante e in tanti. 

E sono anche particolarmente contento che a parlarne su Gaynews possa essere proprio io che la collana l’ho ideata insieme a Carola Messina, presidente della storica sigla editoriale romano/torinese.

In questa sfida con noi c’è un comitato scientifico nel quale siedono diversi esperti e grandi amici: il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, il responsabile dei progetti speciali della Fondazione Merz Silvano Bertalot, il creativo Andrea Curti, onnivoro di letteratura Lgbti internazionale, l’esperta di editoria Giulia Gabotto, oggi a Il Corriere della Sera, e Donata Prosio coordinatrice del Torino Pride prima di Alessandro. Tutte persone che lottano da anni contro le discriminazioni di genere e che, per questo, hanno accolto la sfida di lavorare con noi a un progetto libero dallo schema del genere… anche letterario.

Il logo della collana, ideato da Francesca Cerritelli e caratterizzato dalla purezza cromatica "senza esitazione" che rimanda all’arcobaleno,  “gioca” con le lettere L G B T: l'oggetto e il soggetto in totale sincronia con lo spazio. Stilemi che si confermano e si rafforzano nel momento in cui l'osservatore va alla loro ricerca tra significati e mutevoli forme.

Inauguriamo la collana con due testi molto diversi fra loro ma nei quali crediamo molto: Il Nuoro e gli #altri di Rita De Santis, presidente onoraria di Agedo, e La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood di Giorgia Succi che verranno presentati al Salone presso l’Arena dei Diritti della Regione Piemonte questa sera alle 18:00. Alla presentazione interverranno con le autrici anche altre due amiche: Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni le prime due mamme a cui è stato consentito di registrare il proprio figlio nato in Italia . 

I due libri:

Il Nuoro e gli #altri

Se avete voglia di vivere qualche giorno all’ombra del dubbio, allora dovete assolutamente fare la conoscenza del Serranus Tortugarum un pesce che, fortunatamente, possiede un nome preciso tra le variegate famiglie ittiche. Invece altre persone che, insieme a lui, entreranno nel vostro immaginario, non hanno al momento una denominazione precisa perché i linguisti non sono ancora riusciti a studiare delle possibili varianti per i molteplici nuclei familiari che si animano sotto gli #altri. Una convinzione però si farà strada nello sbalordito lettore, ovvero che la natura e la storia sono cose diverse da come le viviamo quotidianamente.

Spessissimo, scambiamo per naturale ciò che è consuetudine e per storia quello che ci viene tramandato dai vincitori. Vi accorgerete, continuando nella lettura, che anche gli anatemi religiosi sono completamente fuori posto, perché Dio altro non può essere che amore e inclusione e i libri sacri, letti senza la lente del bigottismo, forse ci vorrebbero insegnare la bellezza del dono e della felicità. Possono i “diversi” aspirare a questa felicità oppure resteranno sempre figli di un Dio minore?

Voglio credere di sì e, attraverso questo libro, cercare di dare una mano affinché questo avvenga. Come dice la mia amica Barbara X nel suo romanzo Resistenze: «Ma il tempo leviga le montagne, e le onde modellano le rive. Ci vuole pazienza. L’uomo è un bruscolino, la ragione è nulla. Alla fine il sole vincerà».

L’autrice, Rita De Santis, nasce a Termoli, il 24 maggio 1938. Donna eclettica, ha una vita non facilmente riassumibile. Ciò che resta costante in lei è la lotta per i diritti civili che porta avanti con determinazione. Vive in provincia di Brescia e d’estate si trasforma in artista di strada per le ripide scale di Apricale. 

La parola alle Amazzoni - Scenario artistico-letterario da Lesbo a Hollywood

«Le donne di lettere sono quasi del tutto sconosciute le une alle altre, eccetto ogni tanto per il nome», scriveva Natalie Clifford Barney a Colette negli anni '20 del secolo scorso. Quando nel 1927 fondò l’Académie des Femmes lo fece perché le donne potessero conoscersi, riconoscersi e celebrarsi. La parola alle Amazzoni ha lo stesso intento e ripercorre la storia delle donne lesbiche, la loro rappresentazione e visibilità storica, letteraria, e artistica. Pone al suo centro le donne, la loro parola e il loro desiderio di essere individui completi e indipendenti dallo sguardo maschile ed etero-normativo. Perché se Saffo è indiscutibilmente la prima donna a noi giunta che cantò l’amore e il desiderio tra donne, non fu certamente l’ultima. 

Giorgia Succi è nata a Torino, ma le piace cambiare spesso residenza. Laureata in Lettere e con un master in femminismo, ritiene da sempre fondamentale la diffusione pubblica della storia e del genio delle donne. Seguace di Saffo per passione e vocazione, adora riscoprire e celebrare le fiere Amazzoni che hanno popolato la terra per migliaia di anni.

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Continua la primavera virtuosa dei sindaci arcobalenoCon tali parole il Coordinamento Torino Pride ha annunciato la decisione da parte di dieci primi cittadini piemontesi (tutti di centrosinistra) di trascrivere gli atti di nascita dei figli nati all’estero da coppie omogenitoriali. Si tratta di Roberta Avola Faraci (Piossasco), Francesco Casciano (Collegno), Pacifico Banchieri (Caselette), Paolo Cugini (Gassino), Claudio Gambino (Borgaro Torinese), Claudio Martano (Chieri), Paolo Montagna (Moncalieri), Maurizio Piazza (Beinasco), Fabrizio Puppo (Settimo Torinese), Giampiero Tolardo (Nichelino).

È probabile che a essi verranno presto ad aggiungersi Roberto Falcone e Luca Salvai, rispettivamente sindaci pentastellati di Venaria e Pinerolo.

Una sorta d’effetto domino innescato dalla nota presa di posizione della sindaca torinese M5S Chiara Appendino. Anche se, quanto successo contemporaneamente a Gabicce Mare (PU) e, soprattutto, poco prima prima a Roma e a Catania – si tratta in tutti e tre i casi di bambini nati all’estero tramite gestazione per altri e registrati anagraficamente quali figli di entrambi i componenti delle rispettive coppie omogenitoriali, che sono soci di Famiglie Arcobaleno –, dimostrano che c’è in realtà una diffusa quanto indipendente sensibilità da parte degli amministratori locali. Diffusa sensibilità a fronte dell’inazione del Parlamento che relega di fatto i figlie delle tante coppie omogenitoriali in un vero e proprio limbo giuridico.

Quanto mai rilevanti, dunque, le parole di Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che commentando quale significativa la scelta di Catania «anche per il profilo istituzionale di altissimo livello del sindaco, già ministro degli Interni e attualmente presidente del Consiglio nazionale di Anci», ha giustamente osservato: «Sono molti i Comuni che stanno muovendosi in questa direzione, anche piccoli centri. La strada da percorrere, tuttavia, è ancora molto lunga, ma continueremo a percorrerla con costanza e determinazione».

Ma si può parlare di forzatura della legge con riferimento a tali sindaci come stanno facendo da giorni esponenti del centrodestra, che ne invocano le dimissioni in una con l’invio d’ispettori governativi in loco?

Per saperne di più, Gaynews è tornato a rivolgersi all’avvocato trentino Alexander Schuster, che ha seguito le tre coppie torinesi (compresa quella di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni) nonché quella dei due papà di Gabicce e Roma.

Avvocato Schuster, ci troviamo insomma a di fronte dei sindaci fuorilegge?

Assolutamente no. Non c’è stata nessuna forzatura della norma. Bisogna considerare come il nostro legislatore ignori perfettamente, anche per le coppie eterosessuali, che in Italia sono nati bambini attraverso tecniche di fecondazione assistita. L’ignora dal momento che li fa passare come nati da un rapporto sessuale. È semplicemente ridicolo voler passare sotto silenzio una realtà diffusa. Quella cioè riguardante i bambini, che a partire dagli anni ’70, sono concepiti con tecniche di pma. Questa realtà il legislatore non l’ha gestita. Non c’è da meravigliarsi che ci sia un vuoto ma questo vuoto viene colmato coi principi creati dalla Corte Costituzionale e dalle sentenze dei giudici.

E non si tratta effettivamente neppure di un vuoto. Questi principi, infatti, consentono alla fine d’identificare la norma da utilizzare quando la situazione è inedita e non c’è una disciplina del Parlamento che chiarisca cosa fare in contingenze nuove. Il Parlamento ha ignorato colpevolmente la fecondazione assistita fino al 2004. Poi è intervenuto unicamente con divieti senza regolarmentarla né disciplinarla. Non si lamenti se le risposte le danno adesso i tecnici dei Comuni, i sindaci o gli stessi giudici.

Perché la trascrizione capitolina dell’atto di nascita della bambina nata in Canada e registrata quale figlia della coppia di uomini romani è secondo lei di primaria importanza?

Il caso di Roma è importante perché è il Comune più grande d’Italia e con la gestione numericamente più consistente, a livello nazionale, di trascrizioni di atti di nascita. Negli scorsi giorni si è raggiunto nella capitale un punto di svolta rilevantissimo per cui due padri sono potuti andare all’Anagrafe capitolina e hanno potuto vedere riconosciuta la propria genitorialità senza dover avviare una causa con ritardi e costi. Si tratta d’una trascrizione spontanea da parte dei tecnici del Comune

Un tale importante risultato è stato reso possibile, in ogni caso, da un’altra coppia di due uomini che aveva bussato alla porta del Comune per gli stessi motivi nel maggio 2017 con riferimento ai loro tre bambini nati in Canada attraverso la gpa. All’epoca la risposta fu negativa. Ne seguì un ricorso legale a me affidato. E poi, il 15 febbraio 2018, ecco la pronuncia della Corte di appello di Roma (Pres. Ricciardi, rel. Dedato) che, tenuta riservata fino ad alcuni giorni fa, conferma che non è contrario all’ordine pubblico il riconoscimento delle sentenze canadesi che riconoscono ai tre figli della coppia il secondo padre. Da qui l’ordine a Roma Capitale, che non aveva proceduto alla trascrizione, di dare seguito alla richiesta dei padri. Gli uffici comunali hanno eseguito prontamente l’ordine giudiziario e oggi i tre bambini hanno documenti che menzionano a pieno titolo entrambi i genitori.

Non senza confusione taluni, nel fare riferimento ai vari recenti casi, hanno parlato indistintamente di trascrizione e iscrizione anagrafica. Lo stesso Luigi De Magistris è caduto in tale confusione dicendo che quanto fatto da Appendino a Torino è stato fatto per la prima volta da lui a Napoli.

Infatti. A Torino si è realizzata una situazione del tutto inedita perché è stato registrato anagraficamente, per la prima volta, un bambino (Niccolò Pietro) nato in Italia quale figlio di due donne (Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni) indicando altresì che è stato concepito grazie alle tecniche di fecondazione eterologa in Danimarca.

In questo caso, dunque, non c’è stata una trascrizione o riconoscimento di un atto estero di nascita ma un’iscrizione, ossia la creazione ex novo d’un atto. Ogni volta che un bimbo nasce in Italia si attua infatti un’iscrizione.  

Quanto successo a Napoli nell’autunno 2015 è stato dunque una trascrizione e, comunque, pur sempre preceduto dai casi analoghi di Torino (7 gennaio 2015) e Roma (4 febbraio 2015). Ma nessuna di queste mamme delle rispettive coppie indicate aveva potuto far nascere il proprio bambino in Italia.

Secondo il senatore Lucio Malan tutto ciò incoraggerebbe «altri a trasgredire la legge e ad avvalersi della inumana schiavitù dell’intero in affitto» e stravolge il concetto di genitorialità: è così?

Il senatore Malan ha fatto una considerazione del tutto sbagliata perché ignora quello che è successo a Torino. Le due mamme non sono ricorse a quello che lui chiama utero in affitto bensì alla fecondazione eterologa, cui ricorrono anche coppie eterosessuali.

Diversi sono i casi delle coppie di due papà che ricorrono o all’adozione all’estero o alla gpa – come nel caso delle coppie di Gabicce, Roma e Catania – laddove è consentita.  Ma laddove è consentita, è normata e dunque lecita.

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La disaffiliazione del Comitato provinciale di Napoli Le Maree da ArciLesbica Nazionale ha segnato, indubbiamente, un altro passaggio rilevante nella trasformazione delle dinamiche relazionali interne al mondo Lgbti.

Una presa di posizione susseguente alla mozione congressuale A mali estremi, lesbiche estreme e al corso intrapreso dall’attuale Segreteria nazionale.

Per sapere di più sulle ragioni di questo significativo allontanamento, Gaynews ha contattato Antonella Capone, figura di rilievo del movimento lesbico nazionale e socia dell’attuale APS Le Maree Napoli.

Antonella, quando e perché il comitato ArciLesbica Napoli Le Maree ha deciso di prendere le distanze da ArciLesbica Nazionale?

La decisione di disaffiliarsi da ArciLesbica Nazionale, presa dall’Assemblea delle socie di Le Maree Napoli, è frutto di un lungo percorso cominciato dagli esiti del Congresso di Bologna. Un percorso senza dubbio difficile, motivato dalla necessità di portare avanti la nostra mission secondo le modalità e il pluralismo che ci hanno sempre contraddistinto.

Qual è il punto di maggiore criticità della linea politica nazionale, secondo te, che ha reso decisiva la separazione?

La linea politica nazionale non rappresenta che una parte di quanto ci ha portate alla disaffiliazione. Certamente tra i punti di divergenza c’è la presa di distanza dal movimento Lgbti operata da ArciLesbica Nazionale.

Quali sono adesso i vostri obiettivi e le vostre aspettative?

Continueremo a fare ciò che abbiamo sempre fatto: portare avanti le istanze delle donne lesbiche in termini di diritti, visibilità ed emancipazione. E tutto questo nel miglior modo possibile. 

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Di Maria Elisabetta Alberti Casellati si continua a parlare tanto dal giorno dell’elezione a presidente del Senato. E non potrebbe essere diversamente per la seconda carica dello Stato.

Ma negli ultimi giorni l’attenzione s’è particolarmente incentrata su di lei in riferimento al mandato esplorativo per sciogliere il nodo gordiano del momento. Quello, cioè, relativo all’eventuale formazione del nuovo governo, per il quale ancora domenica a Sky TG24 era tornata a riproporsi e che oggi le viene affidato - sia pur limitatamente a soli due giorni - dal Capo dello Stato.

Ma negli scorsi giorni la “berlusconiana ‘senza se e senza ma’” – come l’ebbe a definire Guido Quaranta – ha dato prova di diverse disponibilità. Riaffermando soprattutto (in una con l’assoluta fedeltà) quella all’ex presidente del Consiglio, i veti nei cui confronti ha detto di non capire perché «lui ha ricevuto voti da milioni di italiani e fa parte della nostra democrazia».

Dichiarazioni che, rilasciate il 10 aprile nel salotto amico di Porta a Porta, sono state accompagnate da un duplice ribadimento. Quello, scontato, d’essere “orgogliosamente berlusconiana” e quello, prevedibile, di voler essere chiamata “il presidente del Senato”. Aspetto, quest’ultimo, riaffermato anche nella due giorni (12-13 aprile) sulla violenza di genere, tenutasi a Roma presso la Biblioteca Nazionale e organizzata dal Csm.

«Non c'è bisogno – ha spiegato a Bruno Vespa – di mettere un articolo o di usare vocaboli anche cacofonici come ministra per affermare la parità di genere. Sono battaglie veterocomuniste superate dai tempi».

Se la battuta finale fa sorridere per l’antistoricità – la battaglia per il linguaggio non sessista non ha nulla a che spartire col primigenio quanto successivo comunismo – e la piena consentaneità con l’armamentario lessicale, questo sì, veteroforzista (dal golpe alla giustizia ad orologeria, dalle toghe rosse alla dittatura mediatica), fanno invece piangere le argomentazioni previe.

Perché indicative di quanto Maria Elisabetta Alberti Casellati sia a digiuno dei ripetuti pronunciamenti dell’Accademia della Crusca sull’uso della forma femminile per i titoli professionali e per i ruoli istituzionali riferiti alle donne. Perché indicative di quanto ella ragioni per slogan dal momento che la cacofonia o presunta bruttezza della nuova forma – come nel caso di ministranon è affatto un argomento di tipo linguistico.

Maria Elisabetta Alberti Casellati, d’altra parte, avrebbe certamente da ridire se qualcuno definisse, ad esempio, Bianca Balti modello anziché modella o la sua maestra delle elementari maestro. Perché allora modella, maestra, infermiera, sarta, cuoca (e via discorrendo) non suscitano in lei – come in tanti – obiezione alcuna a differenza di ministra, sindaca, medica, avvocata?

La resistenza all’uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali o ruoli istituzionali è spiegabile se correlata alla preclusione degli stessi cui le donne, fino a tempi recenti, sono state generalmente soggette in ambiti ritenuti esclusivamente maschili e, di fatto, riservati a uomini.

Meraviglia inoltre che un’ex docente di diritto canonico, formatasi nelle austere aule della Pontificia Università Lateranense, non sappia che tali forme sono utilizzate da secoli in riferimento a Maria, considerata dai cattolici la donna per antonomasia. Le basterebbe dare una scorsa a volumi come la seicentesca Polyanthea Mariana di Ippolito Marracci o, più semplicemente, pensare all’invocazione Advocata nostra della conosciutissima antifona medievale Salve, Regina, che è stata sempre tradotta in italiano con Avvocata nostra.

Per quanto riguarda poi l’uso dell’articolo da premettere al termine presidente, di cui parlava Maria Elisabetta Alberti Casellati con Vespa, sarà opportuno ricordare che sono linguisticamente ambigenere, anche se tradizionalmente attribuiti a uomini, i nomi professionali/istituzionali uscenti in -ente (come presidente o dirigente) e derivati dal participio presente dei verbi. A far variare il loro genere sarà appunto l’articolo che li precede come nello specifico caso riguardante l’attuale seconda carica dello Stato.

Ma adesso, norme linguistiche a parte, non resta che augurarsi un felice esito per il mandato esplorativo affidato a Maria Elisabetta Alberti Casellati. Cosa che, in realtà, sembra improbabile ai più.

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Quella di Boston è la più antica tra le maratone annuali nel mondo. Disputata la prima volta nel 1897, è stata riservata fino al 1972 a partecipanti di sesso maschile.

Ma dopo l’apertura alle donne la storica maratona bostoniana ha segnato quest’anno un ulteriore passo in avanti. I funzionari di gara hanno ufficialmente permesso alle persone transgender di poter competere nelle categorie maschile o femminile secondo il genere con cui si identificano.

«Prendiamo le persone in parola e registriamo le persone come si specificano - ha detto Tom Grilk, presidente dell’ente organizzatore, la Boston Athletic Association –. I membri della comunità Lgbt hanno avuto molto da affrontare nel corso degli anni e preferiremmo non aggiungere anche questo peso».

Almeno cinque donne apertamente transgender risultano iscritte per correre, il 16 aprile, attraverso Boston e la sua periferia i 42,195 km di rito. In passato alcune persone transgender si erano semplicemente registrate e avevano corso. «Ma molte altre avevano troppa paura di provare» ha detto Amelia Gapin, una donna transgender di Jersey City, che è iscritta alla gara di quest'anno.

L’esempio bostoniano sta facendo scuola. Gli organizzatori delle maratone di Chicago, New York City, Londra e Los Angeles hanno tutti dichiarato che la registrazione avverrà sulla base del genere indicato durante le iscrizioni. «Vogliamo essere inclusivi e sensibili nei riguardi di tutti i soggetti partecipanti», ha affermato Carey Pinkowski, direttore esecutivo della Maratona di Chicago. E per far ciò, ha aggiunto, «non riteniamo di dover richiedere certificazioni legali o mediche o qualcosa del genere».

Ma resta una questione spinosa. Quella legata, cioè, al dibattito relativo alle gare olimpiche che, negli ultimi anni, si è concentrato sulle donne transgender, richiedenti interventi chirurgici o farmaci per abbassare i livelli di testosterone. Nel 2016 i funzionari olimpici hanno emesso nuove regole sulla base delle quali le donne trans possono competere se i loro livelli di testosterone rimangono al di sotto di un certo limite. Regole che sono generalmente seguite nelle competizioni d’élite.

Ora quella di Boston è sì una maratona per dilettanti ma rigidamente basata sul rispetto rigoroso dei tempi di qualificazione in base all'età e al sesso. Sui social alcuni commentatori hanno affermato che le donne transgender hanno un vantaggio fisico ingiusto rispetto alle altre. Al riguardo Stevie Romer, una donna transgender di Woodstock afferma di essersi iscritta a Boston come donna perché è quello che è sebbene non abbia fatto nulla per abbassare i suoi livelli di testosterone. «Amo correre - ha detto - da quando ho memoria, ma sono transgender».

D’altra parte esperti medici sostengono che non ci sono prove di un vantaggio atletico per le donne trans che non abbassano i livelli di testosterone. «Questo è un equivoco e un mito - ha detto il dottor Alex Keuroghlian, direttore dei programmi di istruzione e formazione presso il Fenway Institute, un centro di salute e difesa della comunità Lgbt di Boston -. Piuttosto, le donne trans che assumono farmaci per abbassare i loro livelli di testosterone spesso affrontano effetti collaterali come disidratazione, lentezza e resistenza ridotta».

Amelia Gapin ha detto che ha dovuto superare importanti battute d'arresto durante la sua transizione: mentre prendeva i bloccanti per il testosterone, il suo ritmo diminuiva di più di un minuto al miglio. Poi ha subito un intervento chirurgico e ha dovuto attendere mesi dall'allenamento per riprendersi. Amelia ha lavorato per tre anni come donna apertamente transgender prima di qualificarsi per Boston. Anche se sa che a qualcuno potrebbe non piacere, ha intenzione di correre la gara questo mese. «Voglio solo correre per divertimento - ha detto -. In realtà correre è una sorta di giro di fortuna per quello che ho realizzato».

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Il manifesto è stato rimosso!! Con queste parole l'Associazione Vita di Donna onlus ha dato notizia dello sperato esito della petizione online, lanciata ieri sulla piattaforma Change.org.

La petizione era stata motivata dall’affissione a Roma in Via Gregorio VII di una gigantografia ritraente un feto e recante la scritta: «Ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito». Commissionato da ProVita in prossimità (22 maggio) del 40° anniversario dell’entrata in vigore della legge 194, era - fino ad alcune ore fa - il più grande manifesto (7x11 metri) mai realizzato in Italia contro l’interruzione di gravidanza. 

La campagna di ProVita aveva subito suscitato un’ondata di proteste sui social soprattutto da parte delle donne. A partire dalla senatrice Monica Cirinnà, che aveva lanciato su Twitter l’hastag #rimozionesubito mentre sulla pagina Fb aveva pubblicato il seguente post: Vergognoso che per le strade di Roma si permettano manifesti contro una legge dello Stato e contro il diritto di scelta delle donne.

Condiviso quasi 500 volte, il post è stato preso d’attacco con numerosi commenti offensivi nonché dai toni parossistici e sermonatori. In perfetta linea con quanto è dato leggere sul sito di ProVita, dove le reazioni contro il maxi manifesto sono state liquidate come “baggianate isteriche” e, paradossalmente, come manifestazioni di “oscurantisti del terzo millennio”.

Sarà forse opportuno ricordare come la senatrice Monica Cirinnà si fosse duramente scagliata, nell’estate scorsa, contro la partecipazione di Toni Brandi, presidente di ProVita, alla festa romana dell’Unità. Non è perciò un caso se sul medesimo sito dell’associazione sia stato ripreso con toni trionfalistici e irrisorii un articolo di Giordano Bruno Guerri comparso oggi su Il Giornale e critico nei riguardi della madrina della legge sulle unioni civili.

Articolo in cui l’intellettuale afferma di non capire “chi vuole la rimozione del cartello né lo sdegno della senatrice Cirinnà”, richiamandosi all’articolo 21 della Costituzione. Ma dimenticando però che il diritto costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero dev’essere sempre contemperato con altri beni giuridici. Ci sono infatti limiti che, stabiliti da 30 anni di giurisprudenza di legittimità, non possono essere travalicati a partire dalla tutela delle libertà individuali.

Contro il cartellone sono oggi insorte le consigliere capitoline del Pd Michela Di Biase, Valeria Baglio, Ilaria Piccolo, Giulia Tempesta e quella della Lista Civica Svetlana Celli.

Il Comune ha poi avviato indagini e ha allertato la polizia locale sul caso. L'amministrazione in passato aveva già interdetto l'associazione ProVita dall'affissione di simili manifesti, perché in contrasto con le prescrizioni previste dal Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente "esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali".

Poi nel pomeriggio d'oggi la rimozione.

 

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