Da pochi giorni sono stati pubblicati sul sito di ArciLesbica Nazionale i documenti relativi al congresso che si svolgerà dall'8 al 10 dicembre a BolognaI documenti sono stati letti e analizzati come raramente succede per delle mozioni congressuali e ArciLesbica, associazione che negli ultimi anni aveva attraversato un periodo di contrazione delle iscritte e di scarsa visibilità politica, è di nuovo al centro del dibattito interno al movimento Lgbti.

Ma cosa dicono questi documenti? Quali posizioni si contendono la guida della principale associazione lesbica italiana? Naturalmente si tratta del frutto della dialettica interna di un’associazione, di un processo che appartiene solo alle socie e che va rispettato. Ma si tratta anche di un’occasione preziosa per cercare di capire cosa sta succedendo nel movimento Lgbti italiano e cosa succederà in futuro.

A mali estremi, lesbiche estreme è il manifesto dell’attuale gruppo dirigente, che cerca di legittimare sé stesso e di gettare le basi per le sfide del futuro. Il documento si apre con una violenta accusa alle critiche ricevute a partire da quest’estate ai post pubblicati dall’associazione su Facebook. Critiche che, di fronte a provocazioni sempre più violente, sono state sicuramente molto accese e che sono andate dalle analisi competenti agli insulti, ma che vengono liquidate in toto come «lesbofobia più volgare e viriloide, ad opera soprattutto di gay». Ed è questa la linea dell’intero documento, coerente con la strategia comunicativa adottata su Facebook: creare un conflitto e inasprirlo sempre di più tra ArciLesbica e il resto del movimento Lgbti, all’interno del quale il bersaglio è soprattutto la componente dei gay. ArciLesbica definisce sé stessa come alternativa al «diktat lgbt* del momento», e il movimento Lgbti, portatore di «pensiero unico» sulla gpa viene accusato, di essere «portabandiera della società neoliberale» e propugnatore di «pseudo-diritti, espressi con il tradizionale linguaggio dei diritti, ma basati su desideri che andrebbero analizzati e discussi criticamente».

Il documento insiste affermando che «l’individuazione di diritti reali è cruciale in un momento in cui il consumismo, la mercificazione del corpo, l’espandersi delle tecnologie biomediche promettono la soddisfazione di pseudo-diritti quali il diritto alla felicità (che è altra cosa rispetto al diritto alla ricerca della felicità di illuministica memoria), il diritto alla bellezza standardizzata, il diritto alla genitorialità per tutte/i e così via». Si tratta ancora una volta, e spiace constatarlo, di espressioni e tesi tipicamente utilizzate dai fondamentalisti italiani, sdoganate da personaggi come Fusaro.

Circa nove pagine su 22 sono dedicate alla gpa, che si conferma la principale preoccupazione dell’attuale dirigenza di ArciLesbica. Oltre alla gpa, un fermo attacco al non binarismo e al pensiero e identità queer, che viene lapidariamente definito come «non compatibile con il femminismo». «Sotto il segno queer dell'antibinarismo si sta consumando la distruzione della soggettività lesbica e la cannibalizzazione della differenza femminile»: è in questo passaggio la paura più profonda e il segno del fallimento di ArciLesbica nel comprendere il contemporaneo: l’antibinarismo viene interpretato come un obbligo e come una minaccia della propria identità, evidentemente avvertita come precaria. Mi spiace constatarlo, ma questa è proprio la paura su cui fanno leva i fondamentalisti: la paura di scomparire, di perdere l’egemonia. Il che è incredibilmente irreale: il non binarismo non è normativo.

In un pessimo passaggio, che conferma la scelta trans-escludente, quella delle persone trans viene definita come «scelta di appartenere al sesso opposto a quello di nascita». Scelta. Non credo serva aggiungere altro. Al piano per il prossimo triennio sono dedicate appena due pagine; un elenco puntato che poco aggiunge al documento stesso o ai precedenti congressi di ArciLesbica.

Il secondo documento, contrapposto al primo, Riscoprire​ ​le​ ​relazioni, è sicuramente più aperto e dialogante, e si ripropone di rinsaldare i rapporti con il resto del movimento Lgbti e con le persone trans in particolare. Le proposte per il futuro occupano diverse pagine e non sono elencate in un elenco frettoloso, relegato nelle ultime due pagine, ma integrate nel documento Viene richiesto un incontro nazionale sulle istanze del movimento nazionale, «con l’obiettivo di fare il punto sulla situazione attuale rispetto alle nostre istanze per capire su quali si possa convergere e su quali invece ci siano delle differenze o divergenze». Cosa secondo me non solo saggia, ma doverosa.

Complessivamente si tratta di un documento che ha un respiro decisamente più ampio di quello della segreteria e che affronta diversi temi.

Ma ha anche un altro merito, a mio avviso: individua, in modo quasi casuale, uno dei nodi che hanno provocato la crisi dilaniante di ArciLesbica e con cui l’intero movimento nazionale deve fare i conti: «Diciamo qui chiaramente che la decostruzione operata dal trans-genere-sessuale che nomina la complessità dell’umano ha creato difficoltà di comprensione e di comunicazione al nostro interno».

Credo che sia questo uno degli obiettivi che il movimento Lgbti deve fare proprio nei prossimi anni: il dialogo, che rischia di diventare aperto conflitto, tra identità, persone, collettivi queer e movimento istituzionalizzato. Si è aperto un conflitto, anche generazionale, che rischia di danneggiare seriamente il movimento, e che rischia di allontanare dalle associazioni più istituzionali e legate a paradigmi del ‘900 le generazioni più giovani, che esprimono identità e istanze differenti.

Chi si limita a condannare, in modo inappellabile, le identità queer/non binarie, il sex working, la gestazione per altri (altro tema che va affrontato e problematizzato, non stigmatizzato) è destinato a restare sempre più isolato, sempre più incapace di leggere il contemporaneo.

Una lezione che il movimento deve imparare dall’affaire ArciLesbica e che è più che mai necessario uno scatto in avanti: dobbiamo imparare di più, dobbiamo riuscire a integrare le istanze di chi, in questo momento, non può sentirsi rappresentato, se non con difficoltà, dalle grandi associazioni nazionali.

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Non si placa la polemica su Michela Murgia e la puntata della trasmissione Rai Chakra del 7 ottobre, nel corso della quale la giornalista sarda ha affrontato il tema della gpa con Daniela Danna, Donatella Di PietrantonioNiki Vendola. Ad alcune femministe e associazioni la modalità di condurre il dibattito da parte di Michela Murgia è apparsa una promozione della pratica. Hanno perciò indirizzato a Monica Maggioni la lettera aperta Contro gli spot Rai all’utero in affitto: Caso #CHAKRA-MURGIA «per chiedere alla Rai una puntata "riparatoria" per esporre di più le ragioni della contrarietà alla Gpa».

Sull’appello, che vede come prima firmataria la segreteria di ArciLesbica Nazionale, ha redatto un’ampia nota di disamina Laura Guidetti, referente della Rete di Donne per la Poltica. Componente del Coordinamento Liguria Rainbow, la Rete è costituita da sette associazioni genovesi che hanno tra le proprie finalità comuni il contrasto agli stereotipi di genere, alla violenza multiforme verso le donne, il superamento delle discriminazioni basate sul genere e l’orientamento sessuale, il superamento del gap di presenza del genere femminile nei luoghi decisionali.

Pubblichiamo di seguito il testo della nota

Mi colpisce innanzitutto che si possa scrivere un appello contro una donna, femminista e professionista seria, perché ha condotto una trasmissione nella quale ha preso una posizione divergente da quella delle scriventi insorte, trasmissione alla quale ha partecipato Daniela Danna dopo avere ricevuto il diniego pubblico di Muraro, basato sulla presenza in studio di Niki Vendola. Quel Niki che è stato compagno di partito per molte, stimato governatore per alcune, seguito da altre nel periodo delle Fabbriche di Niki, ma oggi divenuto un mostro per le sua scelta di diventare genitore tramite gpa.

Mi colpisce ripeto la violenza contro una donna il cui stile non è neutro, cosa che non trovo affatto scandalosa, e che conduce il suo programma evitando la rissa, l'insulto, riconoscendo l’interlocutore a prescindere dalla differenza tra le opinioni. “Sono Charlie” dovrebbe significare che riconosco il diritto di espressione a chi non la pensa come me, ma con questo appello/denuncia sembra invece che non sia così.

Possiamo leggere sul web pezzi intitolati: "Perché ho firmato contro Michela Murgia", quindi contro questa persona e non contro una idea e va tutto bene, è tutto normale: è questo il linguaggio e sono queste le forme del conflitto, ma a me sembra una guerra.

Non condivido la polarizzazione che si è andata accentuando sempre più sul tema della gpa: è iniziata come crociata per alcune e ha creato distanze e controreazioni che al momento sembrano insanabili sia nel movimento delle donne sia in quello lgbt. La pratica del dialogo, della conoscenza tra i soggetti coinvolti, della costruzione di ponti tra schieramenti avversi non è mai stata perseguita e da subito i toni sono stati quelli delle affermazioni apodittiche, della verità assoluta, della richiesta di divieti e condanne. Mi trovo da mesi a stigmatizzare espressioni misogine, anti femministe, ironie sciocche tra i post delle associazioni lgbt che frequento, nate principalmente per reazione alle espressioni e agli articoli che anziché argomentare danno giudizi al limite della misandria o della transfobia.

Una guerra che non condivido e che porta solo distruzione. Già lanciare questa campagna politica in concomitanza con la discussione sulla legge Cirinnà è stato a mio parere un assist alle organizzazioni cattoliche integraliste che non volevano il matrimonio egualitario (del resto in Italia la gpa non è prevista e non era in discussione, ma la tutela delle bambine e dei bambini di coppie omosessuali e lesbiche sì). In seguito, il 25 novembre scorso, le polemiche ed i toni che ha prodotto la richiesta che gli uomini non fossero in corteo, ovvero sfilassero nelle retrofile, sono stati un elemento estraneo, inutile se non dannoso rispetto alla costruzione di Nudm. Terribilmente distruttiva questa estate la scelta di ArciLesbica, che ha creato fuoriuscite e divisioni nel campo lgbti, controversia oramai giunta al paradosso in cui chi non sta dalla parte del divieto viene accusata di essere “finta lesbica”.

Si mina e indebolisce così quella parte di società civile ancora capace di attrazione politica, di fare movimento e opinione: innanzitutto il movimento delle donne che in diverse ondate (Marcia mondiale delle donne/PuntoG, Usciamo dal silenzio, Se non ora quando?, Non una dimeno) dal 2000 ha reso visibili istanze e pratiche politiche che si richiamano al femminismo; poi il movimento lgbti, unico soggetto che recentemente ha vinto qualcosa ottenendo l’allargamento dei diritti civili per tutti/e, attraverso la legge sulle Unioni Civili.

Ed ora la denuncia/appello contro Murgia, ancora per scavare un fossato tra gli schieramenti, per ridurre al margine chi non vuole schierarsi, per affermare una visione non laica ma eticista che vuole la trascrizione di una Legge Naturale, o della Verità di una parte, in Norma giuridica e in divieto globale. Molte delle argomentazioni sullo sfruttamento della gpa sono condivisibili, ma appartengono al campo relativo al mercato e in particolare al profitto: non sarebbe più convincente lottare contro il sistema capitalistico, che sfrutta il corpo delle donne per fare profitti (in senso marxiano), piuttosto che negare ogni possibile scambio tra persone, di tipo solidaristico o meno? Credo che l’introduzione di regole per proteggere la discrezionalità ed il potere decisionale della donna durante tutto il percorso della gestazione sia più coerente con il riconoscimento di competenze e responsabilità che l’autodeterminazione attribuisce alle donne nei processi di vita, salute, sessualità, riproduzione.

Concordo con quanto affermato proprio da Murgia: “Non è quindi tollerabile oggi in un discorso serio sentir definire “maternità” il processo fisico della semplice gravidanza, che in sé - e lo sappiamo tutte - può escludere sia il desiderio procreativo sia la disposizione ad assumersi la responsabilità e la cura del nascituro. Di conseguenza è improprio discutere anche di maternità surrogata. Si può discutere invece di gravidanza surrogata, purché resti chiaro che si tratta di qualcosa di profondamente diverso. Operare questa distinzione è tutt'altro che ozioso, perché la legge italiana - entro i limiti che conosciamo - permette già ora a una donna che resta incinta di scindere i due processi e agire per rifiutare il ruolo indesiderato di madre, sia attraverso l'interruzione di gravidanza, sia attraverso la rinuncia permanente a curarsi del neonato. Chi si oppone alla gravidanza surrogata chiamandola "maternità" e adducendo come motivazione l'unicità insostituibile del legame che si stabilirebbe tra gestante e feto sta ponendo le condizioni perché gravidanza e maternità tornino a essere inscindibili e quella sovrapposizione torni a essere usata contro le donne SEMPRE, ogni volta che per i motivi più svariati provassero a scegliere di non essere madri.

Reintroducendo nel dibattito la mistica deterministica del “sangue del sangue” non si sta quindi mettendo in discussione solo l'ipotesi della surrogazione gestazionale, ma anche alcuni comportamenti che sono già normati come diritti nel nostro sistema giuridico, cioè l'aborto e la possibilità di rinunciare alla potestà genitoriale, per tacere dell'adozione, legame di pura volontà che in questo modo - non originandosi "dall'avventura umana straordinaria" della gravidanza - tornerebbe nell'alveo delle maternità di serie B.”

Perché le donne nelle loro storie di vita hanno praticato a modo loro la gpa (si legga a proposito Storie di donne, suppl. al n.2/2016 della rivista Marea), o l’inseminazione eterologa, o forme di genitorialità non conformi a quelle dominanti in questo ultimo mezzo secolo.

Un dibattito che non cerca il confronto ma la soppressione di una parte, dimostra disinteresse verso le forme solidaristiche che le donne sanno realizzare e riduce tutto al rapporto vittima/oppressore, anche quando le relazioni di molte storie di vita raccontano vicende lontane da quella visione riduttiva.

Aleggia inoltre un tema che è molto insidioso: quello del potere materno, che nel discorso di Snoq libere come di Muraro, è Potere femminile, che propone un’idea di potere distante da quanto spiegato da Menapace sul potere come verbo ausiliare (o modale) per me politicamente più libertario ed equo, se vogliamo pensare ad un cambiamento radicale della società mettendo in discussione le forme gerarchiche del potere.

Se si fosse aperto un vero conflitto, quelle come me impegnate a fare politica da femministe assieme ai soggetti Lgbti, ne avrebbero beneficiato, arricchendo il confronto, contaminando linguaggi e pratiche in una alleanza feconda: invece prevale la fatica a smontare diffidenze, recriminazioni, opposti ostracismi. Fatica a trovare la terza via, ad attraversare come Cassandra i confini tra gli schieramenti in lotta, di una guerra che proprio contraddice la pratica nonviolenta che ho imparato nel femminismo.

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A seguito d'un articolo in lingua inglese postato l'8 agosto sulla pagina Fb di ArciLesbica nazionale si è scatenata una grande polemica nella collettività Lgbti e non. Polemica che è stata accompagnata da un'ondata di violenza verbale sui social network nei riguardi delle donne transgender.

Abbiamo contattato Mirella Izzo, scrittrice, femminista translesbica e presidente onoraria dell'associazione Rainbow Pangender Pansessuale Gaynet Liguria, per raccoglierne l'opinione in merito a quanto sta succedendo.

L'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matterspostato l'8 agosto sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, ha suscitato un'ondata di reazione nella collettività Lgbti e, soprattutto, tra le persone trans. Perché a tuo parere?

Vero ma non soprattutto trans. Sono rimasta piacevolmente sorpresa nel vedere moltissime donne della stessa ArciLesbica o anche non lesbiche inorridire di fronte a quel post il cui succo essenziale è che le donne transgender non sono veramente donne. Altrimenti perché chiedere spazi separati e persino bagni separati a causa soprattutto della “differenza che conta”, cioè il pene.

Poi hanno un po’ corretto il tiro parlando di vissuti diversi infantili e di argomenti cui noi non avremmo diritto di parola come, ad esempio, le mestruazioni, la gravidanza e persino lo stupro. Non so se hanno idea di quante ragazze transgender vengono stuprate già in famiglia e non possono denunciare o non ne hanno la forza. Mi chiedo se le donne che hanno uteri “non funzionanti”, che soffrono di amenorrea e non possono avere figli sarebbero accolte da queste lesbofemministe Terf, che in italiano suona come lesbiche radicali trans-escludenti. Per loro le donne trans sono delle imitazioni delle donne “cis”. Sì, cis: ora posso dirlo dopo che il Dizionario di Oxford ha incluso questo prefisso nell’indicazione di genere delle persone, considerandolo giusto. Basterà darci un'occhiata.

Cosa è sotteso, a tuo parere, alla difesa di ArciLesbica nazionale da parte di alcune femministe?

La risposta sarebbe: Non lo so. Poi è evidente che ci si fa delle opinioni proprie, specie se si è tentato di dialogare sia con queste femministe Terf sia con la direzione di ArciLesbica. La mia, di opinione, è che la domanda andrebbe rovesciata. Siamo in presenza, a mio parere, di un'opa (ostile? Sicuramente per molta base sì) da parte di questo micropezzo di femminismo,  ma che ora ha trovato, in Italia, una visibilità inaudita attraverso la “conquista” di ArciLesbica Nazionale. C’è una bella differenza se una cosa la dice una femminista non lesbica o un’associazione che fa parte del movimento cui partecipano anche le associazioni rransgender. A questo punto deflagra il movimento Lgbt.

Sia chiaro. La mia è un’opinione e non ha prove: solo interpretazioni mie di comportamenti che mi fanno pensare a degli indizi. Anche il fatto che, ora che è scoppiato il casino, qualche femminista prende le distanze da quel che accade in ArciLesbica con “io non c’entro” ecc. sa di excusatio non petita. Ma resta una mia sensazione. Quella in ogni caso d'una persona che fa attività politica dall'età di 14 anni.

Comunque, che qualcosa del genere sarebbe prima o poi accaduta, io l’avevo capito anni fa quando ero ancora presidente di Crisalide AzioneTrans e decisi di uscire dalla lista del “movimento”, motivandone le ragioni che poi ho raccolto e ampliato, con una nuova proposta di forma associativa, nel libro Oltre le gabbie dei generi. Ora il movimento si ricompatta contro ArciLesbica ma esistono altre contraddizioni interne che prima o poi scoppieranno e provo a spiegarlo nei dettagli nel libro.

Una precisazione: quando dico che queste femministe sono un'estrema minoranza, mi si potrebbe obiettare che anche le donne transgender sono poche. Ma c’è una bella differenza tra condizione e pensiero. Le persone intersessuali sono poche ma hanno importanza. Un “partito” dello 0,0001% decisamente meno, tanto per esemplificare.

Hai tentato ultimamente un dialogo con le femministe Terf. Qual è stato il risultato del tuo impegno?

Devo dire che quando, parlando con loro, ho espresso i miei dubbi sulla gpa (gestazione per altri), subito ho avuto post, numeri di telefono e disponibilità estrema. Quando però qualcuna di loro, cui è riconosciuta anche una certa leadership, ha visto che non cedevo sulla questione delle donne trans, ha immediatamente cambiato toni. Al che mi sono chiesta e le ho chiesto se quei toni accondiscendenti nascondessero un tentativo di opa verso una persona nota (seppur in pensione) nel movimento Lgbt. Avere un’intellettuale trans dalla loro parte sarebbe stato un bel colpo.

Ovviamente in risposta ho ricevuto toni scandalizzati e aggressivi alla mia domanda. Ho tentato la via del dialogo - è un caposaldo del pensiero pangender - ma la questione poi è stata posta con un “o stai di qui o di là”. E come potevo stare con chi non riconosce il mio essere donna e vorrebbe obbligarmi ad andare a fare pipì nei vespasiani a pochi centimetri dagli uomini? E poi io non riesco più a farla in piedi. Detto francamente, mi piscerei sulle cosce proprio come le cis. 

Perché secondo te le persone trans sono oggetto in questi ultimi giorni d'una violenta campagna offensiva sui social da parte di tali femministe? Donne che odiano le donne?

No, donne che odiano le donne non mi piace. Le donne sono sempre state accoglienti nei confronti di noi transizionanti da maschio a femmina. A volte persino materne con le più giovani o all’inizio del percorso. Soprattutto, finita la transizione, si dimenticano che siamo trans. Più di una volta mi è capitato di donne, ex colleghe, che mi parlassero nei dettagli di tamponi e mestruazioni. Fui io a ricordar loro che sulla specifica cosa non avevo grandi competenze. Proprio ieri una donna etero ha voluto il mio pensiero di donna, che conosce meglio il “maschile”, su un suo dubbio rispetto a un uomo che temeva avesse comportamenti “pericolosi”.

Noi siamo donne con specifici diversi ma possiamo essere molto utili alle donne cis proprio sulle questioni del “maschilismo” e le sue peggiori conseguenze.  Le donne, rispetto agli uomini, sono  nove volte su dieci contente di noi. Capiscono perfettamente le sofferenze che subiamo per poi passare dal privilegio alla doppia discriminazione (donna e transgender). Diamo troppa importanza a questo genere di femminismo. Non è un caso se la maggioranza dei circoli di ArciLesbica ha lanciato la campagna Un'altra ArciLesbica per dissociarsi nettamente dalla dirigenza.

Qualche giorno fa hai scritto una bellissima e articolata riflessione dal titolo Fallocentrismo e vaginocentrismo: l'altro verso della stessa "medaglia". Che cosa intendi per vaginocentrismo e quali sono i pericoli di questa posizione?

L’ho scritto e lo ripeto: non è tanto importante il vaginocentrismo ma il “centrismo”, il mettere una condizione sopra le altre e con il diritto di giudicarle e classificarle. Sono contro tutti gli integralismi identitari: dall’Isis alle Terf. Sono la morte del movimento Lgbt, che io chiamo, volutamente, L+G+B+T per la quasi assenza di integrazione delle diverse identità che invece, sotterraneamente, in parte, si disprezzano. Molti esempi li ho fatti nel libro Così non si va da nessuna parte. Il vaginocentrismo è equivalente a ginocentrismo ma più chiaramente esplicito rispetto alle motivazioni date dalle Terf per non riconoscere le donne trans.

C'è chi ha tentato di collegare gli attacchi ricevuti ultimamente dalla presidente Boldrini con quelli che avrebbe ricevuto la segreteria nazionale di ArciLesbica. Che cosa ne pensi?

Penso che un qualsiasi giudice saprebbe distinguere le offese gratuite alla presidente Boldrini rispetto al loro attacco contro le donne transgender e contro i gay per la questione gpa, per il quale hanno ricevuto adeguate risposte nel 90% dei casi. Poi c’è sempre chi sbrocca: ma da una parte e dall’altra. L’uomo che ha proposto di andare a pisciare sotto la sede di ArciLesbica ha scelto un pessimo modo di esporre il suo dissenso. Purtroppo gli uomini sono stati educati fin da neonati a considerare il pene una sorta di arma. D’altra parte gli stessi genitori lo chiamano pistolino… Ma dall’altra parte c’è stata l’affannosa ricerca di immagini o dichiarazioni di transgender che, secondo loro, dimostravano che non erano donne a denominazione d’origina controllata (da chi?) e garantita (da chi?).

Secondo Mirella Izzo la visione pansessuale potrebbe essere d'aiuto al superamento di tali contrapposizioni e, soprattutto, a una rinnovata riflessione coesa all'interno della collettività Lgbt?

Io preferisco il termine pangender perché, senza sapere di che gender sei, non puoi definire neppure il tuo orientamento sessuale. Quindi il termine include pansessuale. Ma andrebbe beinssimo un “Pride Pangender e Pansessuale” che sia aperto anche alle donne e agli uomini etero che rifiutano di essere catalogati come “giusti” per qualcosa che non hanno scelto, ma che hanno ereditato dalla nascita e non vogliono pensare che un loro eventuale figlio gay, lesbica o transgender, debba fare una vita di discriminazioni anche pesanti. E ce ne sono di etero consapevoli.

Tutti dentro ma con una discriminante: le condizioni sono infinite sia di identità sia di orientamento ma nessuna è superiore o comunque “distaccata” dalle altre. Ha degli specifici ma siamo fondamentalmente esseri umani sessuati. Punto. L’unico discrimine è ovvio, cioè che ogni genere di orientamento sia tra adulti e consenzienti. E dovremmo anche iniziare a studiare la differenza tra orientamento sessuale e orientamento amoroso o affettivo. Anche questi, non sempre combaciano perfettamente! 

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La collettività Lgbti è stata interessata nella scorsa settimana da una forte polemica a seguito d'un articolo che, recante il titolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta), è stato postato sulla pagina Fb di ArciLesbica nazionale. Si sono susseguite forti reazioni non solo da parte di persone transgender ma anche di moltissime donne e, in particolare, della maggior parte dei comitati locali di ArciLesbica (10 su 16) che hanno lanciato la campagna #unaltrArciLesbica «per prendere le distanze dalle modalità comunicative e dalle scelte unilaterali operate dall'attuale segreteria nazionale».

Gaynews ha seguito la vicenda con articoli e interviste, una delle quali, rilasciata da Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit e figura di spicco del movimento rainbow italiano, ha visto muovere qualche critica anche a una femminista quale Marina Terragni. Sollecitati dalla stessa giornalista a poter replicare, pubblichiamo il testo pervenuto alla nostra redazione mantenendo dettato e punteggiatura originari.

 

Caro Direttore Grillini, 

       vorrai certamente consentire una breve replica alle affermazioni sconcertanti e offensive contenute nell’intervista a Porpora Marcasciano, in particolare là dove si parla della mia persona. 

"E lei (cioè io)” dice Marcasciano “come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole".

Quando si cancella o si misconosce la storia e la vita di una persona, come fa Marcasciano, si esercita un intollerabile sopruso. 

Non solo non ho mai “attaccato trans” – vera e propria calunnia - ma ho partecipato attivamente alle lotte del Mit insieme alla fondatrice Pina Bonanno e a tutte le altre/i, fino all’approvazione della legge 164/82, quando l’esistenza del fenomeno trans era noto solo ai clienti di prostituzione.

Senza il femminismo e senza la vicinanza delle donne fin dalla notte dei tempi, verosimilmente le persone transgender sarebbero ancora inchiodate a un destino di emarginazione e persecuzione. 

Più in generale: in quale mondo alla rovescia, mi domando, chi resiste allo sfruttamento delle donne nella prostituzione -oggi quasi solo vittime di tratta dai paesi poveri- e all'orribile mercato della surrogacy rappresenterebbe il patriarcato? 

Sono invece d’accordo con Marcasciano quando afferma: “Abbiamo smesso di confrontarci, dibattere, affrontare le contraddizioni…Guardare le nostre contraddizioni, approfondirle per crescere”. 

Mentre il femminismo continua a produrre pensiero –opinabile, discutibile, ma pensiero- grande parte del movimento Lgbt sembra oggi inchiodato a una logica dirittistica esasperata, oltre che a un’ossessione classificatoria, tassonomica e diagnostica, intenta a produrre sempre nuove e minuziose identità sessuali, inversamente proporzionali alla libertà. 

Una carenza di autoriflessione che produce fenomeni mostruosi come, in queste ore, il violento attacco misogino ad ArciLesbica –una violenza maschile davvero inaudita- su cui varrebbe la pena che Gaynews esercitasse la sua critica ed eventualmente esprimesse il suo disappunto e la sua condanna.

Cordiali saluti

Marina Terragni

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Negli ultimi giorni - come già segnalato anche da Gaynews -, a seguito di alcune polemiche sorte in seno ad ArciLesbica, è nata una pagina Facebook, il cui nome ha incuriosito un po’ tutte e tutti: Un’Altra ArciLesbica #unaltrArciLesbicaMa di cosa si tratta veramente? È forse il segno di un’ufficiale divisione di ArciLesbica?

Ne parliamo con Chiara Piccoli, presidente ArciLesbica Napoli Le Maree, uno dei comitati provincilai che promosso la nascita di Un’Altra ArciLesbica #unaltrArciLesbica.

Chiara, cosa è il progetto Un’Altra ArciLesbica la cui pagina è apparsa da qualche giorno su Facebook? Si può parlare di una vera scissione all'interno di ArciLesbica?

La campagna #unaltrArciLesbica nasce dal desiderio di molte socie di ArciLesbica di prendere le distanze dalle modalità comunicative e dalle scelte unilaterali operate dall'attuale segreteria nazionale ma anche dall'ondata di violenza misogina e lesbofoba che ha invaso i nostri canali social di recente ad opera di chi conosce i nostri circoli e volutamente non pone distinguo alcuno. Ad opera di chi non ha neppure l'attenzione di approfondire mancando di totale rispetto alla nostra storia ed azione politica. E, infine, di chi ne approfitta solo per sfogare sentimenti di violenza repressi che scaturiscono proprio da una profonda misoginia.

Il che non può essere tollerato. Pertanto la pagina si propone come uno spazio di diffusione della politica e della cultura lesbica e femminista. ArciLesbica si prepara ad andare a congresso anticipato nel mese di dicembre. Quella a cui assistiamo è una fase di transizione in cui si allungano le distanze tra la dirigenza dell'associazione nazionale e la compagine dei circoli locali, in cui tante socie sono stanche delle posizioni politiche non condivise e sempre meno conformi ai nostri principi statutari. Stanche di modalità comunicative inaccettabili ma anche stanche di attacchi feroci che non consentiremo mai su ArciLesbica. Da tutto questo nasce #unaltrArciLesbica.

Si può affermare che la recente polemica relativa a un articolo postato sulla pagina di ArciLesbica nazionale - articolo in cui vi erano alcuni affondi in odore di transfobia - è stata la "goccia" che ha fatto traboccare il vaso?

Questa collaborazione tra socie attraverso tutto il territorio nazionale è qualcosa che non comincia oggi. nzi questo è il naturale prosieguo di un iter cominciato molti mesi fa. Come dicevo, parte del problema sta nella scelta delle modalità comunicative, che tradiscono la volontà di alzare uno scontro a nostre spese, a spese di ArciLesbica. Ma noi non ci stiamo e, in questo senso, sì: è stata di certo l'ultima goccia.

Quali sono i motivi di divisione con ArciLesbica nazionale dal punto di vista sia contenutistico sia politico-metodologico? Che ruolo ha giocato, in questa divisione, la recente querelle sulla gpa?

Il dibattito sulla gpa ha portato alla luce l'indisponibilità al confronto esterno ma soprattutto interno oltre che sull'esercizio di una modalità di fare politica soprattutto in termini contenutistici non più condivisa con i circoli. Sembra che la segreteria nazionale abbia dimenticato i principi fondanti di ArciLesbica. Un'associazione femminista è anzitutto dialogo e rispetto: un luogo di confronto che produce cultura per tutte le donne. Il luogo in cui rivendicare la pluralità di opinioni che caratterizza un'associazione. Questa pluralità è stata cancellata ma ArciLesbica è altro ed è ciò che #unAltraArciLesbica rivendica. ArciLesbica non è transfoba. ArciLesbica è democratica, ArciLesbica è rispettosa. Rivendichiamo il pluralismo delle nostre opinioni, l'appartenenza al movimento femminista e al movimento Lgbti, il ritorno a un sistema comunicativo responsabile e che sia volto alla trasmissione ragionata di idee, non alla distruzione.

Come immaginate, in futuro, il vostro ruolo all'interno del movimento Lgbti? Pensate ci sia ancora un percorso da fare insieme o credete debba essere separato come emerge da alcune esternazioni di ArciLesbica nazionale?

ArciLesbica nasce in seno al movimento Lgbti e al movimento femminista. E in questi movimenti troverà sempre il suo posto.

Secondo te come vivono le donne lesbiche oggi in Italia? Quale ruolo ricoprono i vostri comitati territoriali rispetto al benessere delle donne lesbiche nel nostro Paese?

L'Italia è un Paese che ha sempre avuto tempistiche molto differenti rispetto alle realtà vicine e il tema della parità dei diritti non fa eccezione. In questo, certamente, un po' di terreno si sta recuperando. Per cui si può dire che in Italia, in alcuni casi, le donne lesbiche vivono meglio come lesbiche che come donne in quanto la parità di trattamento tra uomini e donne - mi riferisco per esempio al luogo di lavoro - sta molto più indietro della parità di diritti tra persone eterosessuali e omosessuali.

Inoltre nella nostra società patriarcale la lesbica mette in crisi, con la sua stessa esistenza, il paradigma della donna sacralizzata o ricondotta a oggetto sessuale. Per questo le lesbiche femministe (anche trans) possono, mostrandosi e agendo come tali, sovvertire il patriarcato. I nostri circoli sul territorio nazionale sono dei luoghi, fisici ma non solo, che si configurano innanzitutto come spazi di accoglienza, di confronto, di azione dal basso e/o in collaborazione con le istituzioni locali ed altre realtà associative. Un luogo dove tutte le donne trovano una casa, dove lavorare insieme a progetti e iniziative volte alla promozione di diritti e visibilità per le donne lesbiche.

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Le polemiche seguite agli appelli alla sobrietà nel corso del Basilicata Pride hanno avuto un effetto catalizzatore su molta parte della collettività Lgbti e non, che ha reagito con decisione al mai sopito clima moralistico, sessuofobico e codino del Belpaese. Più che mai azzeccata, dunque, la scelta attuata dai coordinamenti di Torino, Napoli e Roma Pride di rifocalizzare l'attenzione sul corpo e sulle istanze a quello connesse quale nucleo tematico delle prossime parate.
 
 Al Pride romano del 10 giugno parteciperanno con un loro carro anche i collettivi e spazi sociali della Capitale, che hanno scelto come slogan dell'anno Sconfiniamo. Frocie femministe senza decoro. Diverse ed eterogenee le anime organizzatrici, che abbracciano l'universo dell'occupazione e autogestione, del femminismo, del transfemminismo nonché quello queer al fine di porre l’attenzione sulle varie forme d'oppressione. Oppressioni, la cui origine è ricondotta dai collettivi e spazi sociali alle attuali norme socio-culturali, economiche e politiche.
 
Tra essi bisogna ricordare Degender Communia, Astra, ESC Infosex, Lab Puzzle, La Torre, Lucha Y Siesta, Strike, che da alcuni anni si sono messi in rete con Decide Roma per difendere i propri spazi, messi da anni sotto attacco, e per disegnare in un cammino congiunto nuove proposte per Roma. Ulteriore percorso comune di lotta è quello femminista, caratterizzato dalla partecipazione attiva in Non Una Di Meno con le grandi manifestazioni del 26 novembre 2016, lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo 2017 e la scrittura del Piano nazionale antiviolenza dal basso.
 
In vista della parata i collettivi e spazi sociali hanno diramato il documento politico Pride 2017 - Sconfiniamo. Frocie femministe senza decoro, di cui ecco il testo integrale:
 
Il 10 giugno una marea orgogliosa tornerà a invadere le strade di Roma. Come ogni anno centinaia di migliaia di persone scenderanno in piazza portando la loro favolosità e per ricordare che dal 1969, con la rivolta di Stonewall, trans, gay, lesbiche e queer hanno deciso di non abbassare più la testa.
 
Sarà una parata di “Corpi senza confini”: “nella loro molteplicità e diversità, i nostri corpi superano i confini imposti dal binarismo di genere, da modelli e ruoli stereotipati di femminilità e di mascolinità, dalle identità nazionali, dal perbenismo, dalle norme e dalle classi sociali”.
 
Siamo collettivi LGBTQI e femministi e spazi sociali di Roma e anche quest’anno parteciperemo con i nostri corpi, i nostri desideri e la nostra favolosità. Siamo consapevoli delle criticità che manifestazioni come i Pride portano necessariamente con sé, soprattutto rispetto alla ricerca di "benedizioni" istituzionali e di sponsorizzazioni private. Ma non possiamo non notare gli avanzamenti che il Roma Pride sta facendo sul piano dell’inclusione di altri movimenti. Anche grazie al nostro contributo, da anni il Roma Pride ha fatto proprie lotte a noi più vicine denunciando la violenza sulle persone e sugli spazi sociali “non conformi”. Passi in avanti segnati anche da slogan come quello dell’anno scorso, “Chi non si accontenta lotta”, e quello di quest’anno, “Corpi senza confini”.
 
Rilanciando su questo slogan, abbiamo chiamato il nostro carro “Sconfiniamo. Frocie Femministe Senza Decoro” perché vogliamo andare oltre qualsiasi confine che ci viene imposto. Con la nostra partecipazione vogliamo richiamare l’attenzione sulle forme di oppressione che il sistema delle frontiere, della sicurezza e del decoro generano sulle nostre vite.
 
Sconfiniamo, innanzitutto, superando le frontiere geografiche e i muri che dividono le persone. Siamo indecoros* e rifiutiamo i confini imposti dai decreti legge Minniti-Orlando che, dietro una demagogica definizione di "decoro", generano nuove forme di eslcusione spingendo ancor più ai margini soggetti e soggettività già deboli.
 
Rifiutiamo le politiche di decoro urbano che marginalizzano, braccano, sgomberano ed espellono i/le migranti e chiunque fuoriesca dai confini di accettabilità che queste leggi impogono. Rifiutiamo le politiche securitarie perché le strade sicure non le fanno le telecamere e le operazioni militari, ma le frocie che le attraversano. Rifiutiamo le politiche anti-degrado che favoriscono solo gli interessi di costruttori e rivendichiamo le nostre esperienze di occupazione, autogestione e restituzione alla città degli spazi abbandonati o aggrediti dalla speculazione.
 
Siamo frocie femministe e sconfiniamo oltre i confini del binarismo di genere e delle norme sociali che ci dicono come dobbiamo essere femmine e maschi.
Sconfiniamo dall’eteronormatività che confina gli uomini e le donne in ruoli di genere e modelli relazionali tradizionali, rivendicando nuove forme di affettività e di famiglia.
Sconfiniamo dall’omonormatività che impone dei modelli preconfezionati LGBT che, inseguendo l’accettazione dalla cultura dominante, riproducono valori e comportamenti omo-lesbo-transfobici e misogini che danneggiano e marginalizzano molte persone all'interno della stessa comunità LGBTQI.
 
Sconfiniamo dalle rivendicazioni esclusivamente LGBTQI e ci uniamo alle lotte femministe che da quest’autunno, con il movimento “Non Una Di Meno”, hanno riempito le piazze per dire basta a tutte le forme di violenza maschile sulle donne. Sconfiniamo dai rapporti di potere generati dal patriarcato che producono la violenza sulle persone trans, lesbiche e lesbiche e su tutti quei corpi che eccedono la norma e i ruoli di genere imposta.
 
Siamo indecoros*, siamo antifascist*, siamo autodeterminat*.
Siamo liber* di essere ciò che desideriamo.
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Con il taglio del nastro in via S. Giovanni in Laterano è iniziata il 3 giugno la Gay Croisette che, sotto la direzione artistica di Diego Longobardi, costituisce la settimana di eventi preparatori alla grande parata del 10 giugno. Tra questi è apparso d'indubbia importanza il dibattito Diritti umani: One Struggle, One Fight. Una sola lotta, una sola battaglia, tenutosi ieri sera e moderato dal giornalista di Huffington Post Simone Alliva. Tra i relatori l'ex ministra Emma Bonino, il senatore Luigi Manconi, l'attivista di All Out Yuri Guaiana e il portavoce del Roma Pride Sebastiano Secci.

Emma Bonino, che dal palco ha invitato le persone Lgbti a essere meno autorefenziali e ad aprirsi maggiormente per fare rete, ha espressamente indicato come esempio al riguardo la sensibilizzazione al tema della procreazione medicalmente assistita. Al termine del suo intervento Gaynews ha chiesto un suo parere sulla pratica della gpa anche a seguito del comunicato Utero in affitto, sottoscritto da alcune femministe della differenza, dal presidente di Equality Italia e dalla presidente di Arcilesbica Nazionale in reazione alla chiara presa di posizione del documento politico del Coordinamento Roma Pride.

«Trovo tutto ciò assurdo - ha dichiarato la leader storica dei Radicali -. Bisogna innanzitutto dire che la legge 40 oramai non esiste più grazie alla testardaggine di alcune coppie, che sono arrivate fino alla Corte Costituzionale aiutate e sostenute dall’Associazione Coscioni.. L'idea del “se a me non piace, non si deve fare” è una posizione che ha guidato tutte le repressioni storiche sui diritti civili o non civili. In più io non credo al proibizionismo. È molto semplice. Orbene, sarà difficile (ma non è vero perché è stato fatto in altri Paesi) ma è necessario regolamentare questa pratica. Regolamentazione, che cerchi di limitare lo sfruttamento della donna.

C’è chi vorrebbe renderla un reato mondiale. Finché a farlo sono politici di determinate aree, uno lo dà per scontato perché fa parte d’una loro consistente idea pseudoculturale o culturale che sia. Quello che trovo assolutamente surreale è che gruppi, anche di femministe (da qualcuno definite da caverna), assumano questa posizione proibizionista. Ora l'assunto dell'io non lo farei trasformato nel tu non lo devi fare è totalmente da superare come si è sempre fatto. Per questo il femminismo ha superato l'idea dell’io non abortirei, quindi tu non devi abortire. E adesso si torna paradossalmente al principio personalistico dell'io non lo farei, per altro legittimo, per arrivare a quello del tu non lo devi fare. Da un punto di vista culturale mi è completamente estraneo. Dal punto di vista dell’efficacia è assolutamente impossibile»

 

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