Tra i più vivaci comitati d’Arcigay e più fattivamente attenti all’esigenze dei migranti, Gioconda di Reggio Emilia ha da due giorni una nuova sede di 100 m². Avvenuta nel pomeriggio del 3 giugno presso i locali del Circolo Gardenia, l’inaugurazione ha visto la presenza del sindaco Luca Vecchi, della consigliera regionale Pd Claudia Mori, del presidente nazionale d’Arcigay Flavio Romani, del direttore di Gaynews Franco Grillini, dell’ex presidente d’Arcigay Reggio Emilia Fabiana Montanari.

200 le persone partecipanti alla cerimonia d’apertura, nel corso della quale la senatrice Monica Cirinnà, socia del circolo Gioconda, ha rivolto un saluto in diretta telefonica. Allestita, per l'occasione, una mostra storico-documentaria sui 22 anni d'attività del comitato reggiano.

Il presidente Alberto Nicolini ha così commentato ai nostri microfoni l’inaugurazione della nuova sede nel capoluogo emiliano, che si è candidato a ospitare il prossimo Congresso nazionale elettivo della storica associazione Lgbti.

«Ora Arcigay a Reggio Emilia – ha dichiarato – ha una sede di 100 metri quadri, ad uso esclusivo. Finalmente potremo tenere aperto più ore, ospitare eventi e formazioni, offrire rifugio alle persone Lgbti e non solo. Lo abbiamo detto, che saremo rifugio in questi anni bui, e lo saremo concretamente in una casa accogliente per famiglie, studenti, migranti, persone sieropositive, giovani, trans, donne vittime di tratta e la brava gente che crede nei diritti civili: la nostra casa è la loro casa.

La mostra storica rappresenta da dove veniamo, come abbiamo lottato, e dove vogliamo andare. Se siamo qui è grazie a chi a Reggio, nel 1996, aveva il coraggio di uscire dal buio, venire allo scoperto, parlare chiaro.

Ecco, vogliamo un’Arcigay che parli chiaro, che incida nelle vite, che non creda che l’azione politica si faccia con dichiarazioni sobrie e chiacchiere nei corridoi dei partiti. Per questo candidiamo ufficialmente Reggio Emilia, città del tricolore e della prima unione civile, a sede del XVI° congresso nazionale di Arcigay a novembre.

Sarà una bella festa, perché siamo persone favolose: mai più nascoste, mai più spaventate, mai più inesistenti, sempre a viso alto».

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Un Pd che frena sulla legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. E, per giunta, in una regione considerata roccaforte storica della sinistra.

È quanto succede da anni in Emilia-Romagna, dove il progetto di legge, presentato nella scorsa legislatura dall’allora consigliere Franco Grillini, non è mai arrivato in Aula per la discussione nonostante le rassicurazioni d’approvazione dello stesso entro il 2018 da parte del presidente Stefano Bonaccini.

Ma all’etica della parola data di richettiana memoria si è contrapposta l’urgenza della «piena condivisione del testo da parte del partito». Questo il motivo invocato, il 17 maggio scorso, dal segretario del Pd Emilia-Romagna Paolo Calvano in risposta alla manifestazione di protesta delle associazioni Lgbti davanti al Palazzo della Regione. Condivisione però chimerica, viste le resistenze della cosiddetta compagine cattodem alla stessa discussione del progetto di legge e subito codificate, proprio il 17 maggio, nelle dichiarazioni del consigliere regionale Giuseppe Paruolo.

Ma ieri colpo di scena. I Consigli comunali di Bologna, Parma e Reggio Emilia – senza contare quella precedente del 26 maggio a Modenahanno deliberato a maggioranza l’adesione al progetto di legge (divenuto d’iniziativa popolare) col raggiungimento, in tal modo, della quota di elettorato necessaria all’obbligatoria discussione in Regione. Approvazioni, queste, raggiunte anche coi voti favorevoli del M5s.

Ma per conoscere più approfonditamente le posizioni dei pentastellati al riguardo, abbiamo raggiunto la capogruppo e consigliera regionale Silvia Piccinini.

Consigliera, il progetto di legge regionale contro l’omotransnegatività giace da anni in una sorta di limbo. Come giudica un tale ritardo da parte di un’amministrazione di centrosinistra?

Lo giudico come una prova, purtroppo non la prima e senza dubbio non l'ultima, del fatto che il centro sinistra in Emilia-Romagna non risponde più da tempo ai valori della tradizione della nostra terra e nemmeno ai bisogni della società, delle comunità, delle persone di questa regione.

Ma “ritardo” non è la parola giusta. Forse bisognerebbe parlare di vera e propria “scomparsa”  del tema dall’agenda della maggioranza. Ma questi sono i tempi del renzismo ed è evidente che anche per il centro sinistra e la sinistra emiliano- romagnola le priorità ora sono altre. Io però non ne farei più una questione ideologica o di appartenenza politica. La lotta contro l’omotransfobia è una questione di civiltà, una battaglia che dovremmo abbracciare tutti quanti.

Il presidente Bonaccini aveva promesso nel settembre scorso che la legge si sarebbe fatta entro un anno. Ma nell’incontro coi manifestanti il segretario del Pd Calvano ha parlato di necessità di condivisione del testo col partito. Che fine ha fatto, secondo lei, l’etica della parola data in politica?

Senza etica la politica diventa semplice ricerca del proprio interesse. E, nel momento in cui alle promesse non corrispondono i fatti e ci si limita alle dichiarazioni propagandistiche, il danno è doppio. Oltre alla perdita di credibilità si alimenta la disaffezione dei cittadini alla politica e alla partecipazione alle scelte che li riguardano. E questo non va bene. Nel caso specifico è evidente come gli interessi spiccioli di partito e “la tutela” delle loro contraddizioni interne abbiano la priorità, rispetto ad un tema su cui si potrebbe agire subito e senza esitazioni e che ci dovrebbe vedere tutti concordi e sullo stesso fronte.

I casi di omotransfobia non accennano a diminuire. Il M5s sosterrebbe per un senso di responsabilità e sensibilità verso le persone Lgbti un tale progetto di legge - magari integrandolo con proprie proposte - sull’esempio di quanto dichiarato dalla capogruppo M5s alla Regione Lazio Roberta Lombardi?

Abbiamo esaminato il testo e siamo pronti a votarlo, non per senso di responsabilità o opportunità politica, ma perché crediamo sia un provvedimento semplicemente giusto e necessario. Il problema qui però, come dicevo, sono le divisioni interne alla maggioranza. Temiamo infatti un ulteriore rallentamento dei tempi che servirà a loro per trovare l’accordo con i “malpancisti” su un testo che molto probabilmente sarà annacquato e depotenziato e, quindi, utile solo come bandierina da sventolare nelle giuste occasioni.

Noi per evitare questo abbiamo depositato, la scorsa settimana, un nostro progetto di legge - crediamo migliorativo -, che recepisce anche alcuni elementi positivi contenuti nella legge umbra e ne chiederemo l’immediata iscrizione in commissione.

Come giudica le valutazioni del consigliere Giuseppe Paruolo?

Alla luce di quanto dichiarato penso che amichevolmente gli regalerò una copia dell’art. 3, comma 2 della Costituzione che recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Le sue sono parole arcaiche, fuori dal tempo e dalla storia, che mi sarei aspettata da un esponente conservatore di destra, non del Pd. La nostra regione si è dotata da qualche anno di una legge contro le discriminazioni femminili. Integrare questa visione con la lotta alle discriminazioni di tutti gli orientamenti sessuali e di tutte le identità di genere, sostenendo un principio fondamentale che è quello dell’autodeterminazione di ogni persona, sarebbe un gesto minimo di civiltà.

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Un’odissea quella della legge regionale contro l’omotransnegatività in Emilia-Romagna. Nella scorsa legislatura si era a un passo dall’approvazione quando il governatore Vasco Errani si dimise.

Una battuta d’arresto cocente per l’allora consigliere regionale Franco Grillini che, primo firmatario del progetto di legge contro le discriminazioni e la cultura omofobica, era comunque convinto d’un logico quanto rapido ottenimento di tale risultato con l’insediamento della nuova Giunta nel novembre 2014. Ma, invece, in un gioco illogico di rimbalzi e promesse – non ultima quella del presidente Bonaccini che, nel 2016, aveva dato pubblica rassicurazione sull’approvazione del pdl nel giro d’un anno – si è arrivati fino a oggi senza che il testo sia mai arrivato in Commissione per la pre-discussione.

Cosa che ha portato, il 17 maggio, le associazioni Lgbti dell’Emilia-Romagna a organizzare un presidio di protesta in Viale Aldo Moro, conclusosi con un incontro, definito deludente dalla delegazione di attiviste e attivisti, col capogruppo Pd Stefano Caliandro e il segretario regionale dem Paolo Calvano ancorati a un concetto di “piena condivisione partitica del progetto di legge”. Condivisione ovviamente inesistente, viste le resistenze della compagine cattolica

Da qui l’ulteriore estenuante rimpallo ai Consigli comunali per tentare la strada del progetto di legge d’iniziativa popolare. Che, oggi, proprio grazie all’approvazione dei Consigli comunali di Bologna, Reggio Emilia, Parma – cui si va aggiungere quella precedente degli omologhi modenesi in data 26 maggio – ha finalmente trovato una soluzione irreversibile.

Il Consiglio comunale di Bologna ha infatti approvato la relativa delibera con 23 voti favorevoli (Partito Democratico, Città comune, Movimento 5 stelle, Clancy-Coalizione civica), un astenuto (Martelloni di Coalizione civica) e 7 contrari (Lega nord, Forza Italia, Insieme Bologna). Il sindaco Virginio Merola così ha commentato il risultato a Gaynews: «Con il voto di oggi diventa obbligatorio discutere in Consiglio regionale la legge contro le discriminazioni per i cittadini Lgbti. La città di Bologna infatti con il suo voto ha già raggiunto la quota di elettorato necessaria. Si aggiungeranno altri Comuni ampliando la richiesta. Voglio che la Regione legiferi in materia come tante altre hanno già fatto».

Stesso risultato, in giornata, anche a Reggio Emilia. Alberto Nicolini, presidente del locale comitato Arcigay, ha dichiarato: «In una giornata in cui l'Italia intera discute di Istituzioni e processo democratico, Reggio Emilia regala ancora una volta un grande segnale a favore dei diritti e delle persone. Poche ore fa, infatti, il Consiglio comunale della città del tricolore si è chiaramente espresso perché la Regione discuta nel merito la legge contro l'omofobia-bi-lesbo-transnegatività: una legge orientata alla formazione e al miglioramento delle vite delle persone Lgbti, una legge che permetterà di ridurre i reati e le situazioni discriminatorie. Un grazie sincero ad Articolo 1-Mdp, M5s, Pd e Si. Un primo passo è stato fatto, e siamo pronti alla corsa che ci aspetta. Ora parli la Regione».

E alle 21:20, di un lungo consiglio comunale iniziato alle 15:00, anche a Parma è stata approvata la delibera circa la legge regionale contro l'omofobia. 21 i voti favorevoli (18 Effetto Parma, 3 Pd). Unico astenuto Pezzuto del Pd mentre i consiglieri di Lega Nord e d'altri schieramenti hanno preferito allontanarsi dall'aula consiliare.

Su tali risultati, che adesso impegnano la Regione a legiferare in materia, così si è espresso il direttore di Gaynews Franco Grillini: «La legge è già in vigore in numerose Regioni tra cui Toscana, Liguria, Umbria e in discussione in diverse altre tra cui Lazio, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata. Si tratta ora di fare lo stesso in Emilia-Romagna, dove c’è tutto il tempo necessario prima della fine di questa legislatura (oltre un anno e mezzo).

È stata ampiamente superata oggi quella percentuale di cittadini rappresentati per l’immediata discussione in Commissione e in Aula in Consiglio Regionale. Facciamo affidamento alla volontà politica espressa dallo stesso Pd e dalle altre forze della sinistra in Consiglio Regionale, a cui si è aggiunto di recente anche una proposta del gruppo 5 Stelle prefigurando un’ampia maggioranza anche senza i clericali, detti cattodem. Con essi, comunque, vogliamo discutere nel tentativo di convincerli che le discriminazioni vanno combattute anche con provvedimenti legislativi così come hanno fatto le numerose altre regioni in Italia e in Europa.

Sarebbe veramente incomprensibile che ciò non si facesse in una Regione che si vuole all’avanguardia dei diritti come la Regione Emilia-Romagna.»

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Cinque anni di attività. Un anniversario importante per Anddos che dal 16 al 18 maggio celebrerà a Bologna il 2° Congresso nazionale. Nel cui ambito si procederà all’elezione del presidente e del suo vice, ponendo così fine alla reggenza tecnica di Roberto Dartenuc.

Ed è proprio Dartenuc, che ha guidato l’associazione nel delicato periodo susseguente l’affaire Iene-Unar e ha ingenerato un’entusiasta volontà di rinascita nei numerosi circoli sparsi per l’Italia, a risultare candidato alla presidenza. Affiancato per la seconda carica da Massimo Florio, presidente del club torinese 011 e componente del Coordinamento Torino Pride.

È quanto avanzato dalla mozione Time for change. Mozione che, sottoscritta dalla stragrande maggioranza dei presidenti di circoli affiliati, reca il nome di Franco Grillini, presidente di Gaynet e leader storico del movimento Lgbti italiano, quale primo firmatario.

Tempo di cambiare. Un titolo programmatico che, scelto a riprova d’una necessaria inversione di rotta, si ispira alle celebri parole di Winston Churcill: Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.

Consapevolezza, questa, raggiunta a poco più di un anno dall’accennato «attacco mediatico rivolto – come si legge nel testo della mozione – non solo a noi ma in generale a tutto il movimento Lgbt, cui il perbenismo della morale comune addebita “la licenziosità” di comportamenti in un’ottica sessuofoba e puritana».

Consapevolezza che è il risultato di un'«analisi della sostenibilità economica dell’associazione, analisi che ci ha fatto rendere conto di come la macchina precedentemente approntata non avesse una sua capacità autonoma di reggere economicamente; ragione per cui si è provveduto a riorganizzare la compagine dei dipendenti, a eliminare costi per servizi dalla dubbia utilità o, peggio, completamente inutili. 

Alcuni settori dell’associazione hanno deciso autonomamente di abbandonarci e dissolversi per paura dello stigma sociale in seguito agli avvenimenti sopra detti, nonostante il tentativo, della nuova dirigenza, di proporre una soluzione alternativa per salvare il lavoro fatto e le relazioni costruite […]. Fino ad oggi abbiamo subito il cambiamento, oggi ci presentiamo a voi perché vogliamo essere attori del cambiamento. Il nostro agire fino ad oggi è stato improntato in base ad una visione che adesso, a nostro avviso, deve essere profondamente rivista».

Ma quali le proposte di revisione avanzate dalla mozione Dartenuc-Florio?

In primo luogo il diverso rapporto col movimento Lgbt non più nell’ottica d’una replica concorrenziale delle attività e iniziative delle altre associazioni ma in quella di sostegno alle stesse. Un essere, dunque, «al fianco di tutte esse. La nostra associazione può giocare un ruolo chiave in tutto ciò, mettendo loro a disposizione le risorse che abbiamo, prima fra tutte una ampia base associativa oltre ai luoghi dove questa grande moltitudine di cittadini e cittadine può essere efficacemente raggiunta, oltre a quello che possiamo dare in termini di concretezza legata ad una rimodulazione di tutto il nostro agire economico».

In secondo luogo la maggiore attenzione per i singoli circoli affiliati attraverso una più assidua e mirata formazione, l’attento «controllo della qualità e dell’aderenza dei nostri circoli al progetto associativo», la revisione delle quote sociali «per renderle più eque in relazione allo stato socio economico attuale del Paese» e la riorganizzazione stessa dell’associazione. Aspetto, questo, legato inevitabilmente al «cambiamento di nome: occuparsi più strettamente dei nostri circoli e dei nostri soci (che sono al 99% circoli frequentati da soli maschi omo/bisessuali), partire dal presupposto di coadiuvare e sostenere il movimento Lgbt, sottolineare la nostra identità omo/bi/transessuale, ci impone un adeguamento dei nostri scopi statutari che inevitabilmente cozzerebbero con l’attuale nome dell’associazione, troppo caratterizzato verso una attività ben specifica e, allo stesso tempo, aperto alle più disparate interpretazioni».

In terzo luogo l’impiego di risorse economiche e la piena collaborazione con le altre associazioni per informare e agire efficacemente nella prevenzione all’Hiv e alle Ist.

In quarto luogo la cura dei rapporti col mondo dell’imprenditoria e dell’informazione Lgbt. Al cui ultimo riguardo «potranno essere accese collaborazioni con quei soggetti dell’informazione Lgbt in grado di veicolare formazione all’interno del settore professionale della stampa di una corretta percezione delle nostre attività e dei nostri circoli».

In ultimo la promozione e produzione di eventi culturali e dei Pride.

Si tratta, insomma, di prospettive quanto mai incoraggianti per un’associazione che in molti, quasi un anno fa, credevano incapace di risollevarsi. E, invece, Anddos si appresta a vivere una nuova primavera realizzando in sé il motto di un emblema di distruzione e rinascita qual è Montecassino: Succisa, virescit. Tagliata, rinverdisce. Tagliata, si rafforza.

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Colpevole di "avere l’aria da frocio”. Per questo motivo uno studente Erasmus d’origine britannica è stato vittima d’una violenta aggressione nel centro storico di Bologna. E il tutto nella totale indifferenza dei passanti.

È quanto successo domenica sera in Piazzetta San Giuseppe a due passi da Via Indipendenza. IL 20enne inglese stava mangiando una pizza su una panchina quando da un auto parcheggiata di fronte – con a bordo tre giovani italiani – sono partiti ripetuti insulti contro il “frocio” e sputi. Lo studente ha deciso di allontanarsi ma, mentre si dirigeva in Via Galliera, è stato raggiunto da uno dei tre, riempito di calci e pugni in testa nonché derubato di zaino e telefonino.

A nulla sono valse le urla. A nulla è valso l’aver chiesto aiuto a sei o sette persone lungo la strada. Portato da un amico all’ospedale Sant’Orsola, gli sono stati diagnosticati trauma cranico e rottura del naso.

«Al ragazzo inglese che ha subito un ignobile pestaggio nell'indifferenza generale – così oggi il sindaco Virginio Merola - va il nostro sostegno e l'abbraccio simbolico di tutta la città.

Vogliamo pensare a lui non come a una vittima ma come a un nostro concittadino che ha scelto Bologna per i suoi studi, testimoniando la tradizione di una città aperta e accogliente». Ha poi annunciato che «il Comune è pronto a costituirsi parte civile in un futuro processo che accerterà le responsabilità di questo fatto».

Sulla vicenda così si è espresso il direttore di Gaynews Franco Grillini, punto di riferimento per la collettività Lgbti bolognese e figura storica del movimento: «L'omofobia, come ogni altra forma di razzismo, ha un radicamento secolare e ci vorrà ancora molto tempo per sradicarla e affermare una cultura dell'inclusione e dell'accettazione. Anche nelle città, dove il lavoro contro ogni discriminazione può contare su decenni di militanza e di manifestazioni di massa, si registrano episodi, anche gravi, di aggressione, insulti, odio omofobico spesso nemmeno denunciati.

A Bologna un 20enne inglese ha invece deciso di rivolgersi alla polizia dopo essere stato vittima di una vigliacca aggressione da parte di tre giovani italiani che l'hanno prima insultato e poi inseguito per malmenarlo e derubarlo. Delinquenza si potrebbe dire, ma la verità è che soprattutto ultimamente l'odio verso la diversità è stato politicamente sdoganato mentre le norme sia in Parlamento sia in Regione, che dovevano servire da contrasto all'omotransfobia, sono al palo.

La destra italiana che, ahinoi, ha vinto le elezioni è prevalentemente negazionista: l'omofobia non esiste, le leggi a tutela delle persone omosessuali sono liberticide (da tempo la Lega, ad esempio, vorrebbe la cancellazione della legge Mancino), le organizzazioni Lgbti fanno solo del vittimismo. In molte regioni si sono approvate norme contro le discriminazioni e a sostegno dell'attività culturale dell'associazionismo Lgbti.

In Emilia Romagna, nella scorsa legislatura, si stava approvando la legge regionale contro le discriminazioni motivate dall'orientamento sessuale. L'opinabile chiusura anticipata della legislatura ne ha impedito l'approvazione e il solenne impegno dell'attuale maggioranza politica - che regge la regione - di approvare il provvedimento non è stato finora mantenuto (a proposito dell'etica della parola data....). Senza azioni visibili di contrasto e senza norme precise di contrasto e di tutela la lotta all'omotransfobia è delegata alla buona volontà dell'associazionismo Lgbti e all'intervento delle forze di polizia quando si riesce.

È giusto quindi rilanciare la battaglia per la legge regionale e nazionale rafforzando nel contempo la capacità di assistenza e solidarietà della collettività Lgbti. Ma è doveroso anche richiamare partiti e movimenti al dovere della condivisione della battaglia contro l'omotransfobia come parte fondamentale della più generale lotta al razzismo».

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Con un tweet lanciato ieri mattina Tommaso Cerno ha comunicato d’essere ricoverato in ospedale.

Oltre settecento le reazioni al tweet di Cerno mentre 221, al momento, i tweet di risposta. Questi ultimi incoraggiano il giornalista e candidato al Senato nelle liste del Pd a ristabilirsi quanto prima.

A tale coro di auguri si è unito anche Franco Grillini che domani sera a Milano sarebbe dovuto intervenire con Cerno al dibattito Europa, Diritti, Futuro.

«Abbiamo saputo – così ha dichiarato – che Tommaso è ricoverato in ospedale a Milano. Nel fargli i nostri migliori auguri come redazione di Gaynews e come Gaynet speriamo in un suo pronto ristabilimento per gli ultimi giorni di campagna elettorale. Tommaso Cerno è un candidato che ha puntato la  sua campagna sul tema dei diritti alla luce della personale militanza come dirigente Arcigay e dell’impegno in campo giornalistico a tutela delle persone Lgbti.

La presenza e l’elezione in Parlamento di un candidato come Tommaso rappresentano per noi un elemento prezioso d’interlocuzione in una legislatura che, stando a tutti i sondaggi, non sarà purtroppo a maggioranza di sinistra. Ma speriamo che non sia nemmeno troppo orientata verso l’estrema destra.

Noi abbiamo bisogno di watch dog per evitare che qualcuno possa pensare di tornare indietro in materia di diritti. La presenza di Tommaso al pari di quella di altri candidati e candidate – che speriamo siano eletti – diventa in questo modo indispensabile.

Auspichiamo dunque che Tommaso guarisca rapidamente. Non solo perché gli vogliamo bene ma anche perché abbiamo bisogno di lui per le battaglie comuni in tema di diritti».

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È finita poco prima delle 17:00 sulle note di Bella ciao la manifestazione Mai più fascismi, mai più razzismi in Piazza del Popolo Manifestazione che, organizzata da 23 sigle associative, sindacali e partitiche, ha visto confluire a Roma decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia.

Tra i presenti anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, il presidente del Senato Pietro Grasso, la presidente della Camera Laura Boldrini e numerosi esponenti politici del centrosinistra.

Tante le bandiere e gli striscioni anche di associazioni Lgbti come il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli e Arcigay Napoli.

Ed è stato proprio Antonello Sannino, promotore dell’appello antifascista Lgbti, a dichiarare ai nostri microfoni: «Giornata importante per il Paese: da Roma una risposta significativa contro i nuovi fascismi e contro l'odio. La Costituzione antifascista, profondamente amata dagli italiani e dalle italiane, è viva, vivissima.

Piazza del Popolo oggi è un messaggio ai nostri politici reazionari, integralisti e medioevali. Eravamo in piazza quel 24 febbraio del 2016, quando occupammo le strade antistanti il Senato delle Repubblica, per avere le unioni civili. Siamo oggi in piazza, 24 febbraio, per difendere quella legge e per ripuntare sul matrimonio egualitario. Con noi anche i due ragazzi di Casoria messi fuori casa dai genitori perché gay. Essi hanno sfilato per ricordare quanto questo Paese abbia un vitale bisogno di una legge contro l’omotransfobia.

Bello, bellissimo lo spezzone rainbow del corteo con il Comitato Arcigay Antinoo di Napoli, il Circolo Mario Mieli e tanti attivisti e attiviste: tra questi Luigi Amodio, fondatore del Circolo Antinoo, e Vanni Piccolo, uno dei fondatori del Mario Mieli. Tutti insieme siamo avanzati al grido: Siamo frocie antifasciste».

Sul significato della manifestazione romana così si è espresso invece Franco Grillini, presidente di Gaynet e direttore di Gaynews: «Il grande successo della manifestazione antifascista, a Roma a cui anche Gaynet e Gaynews hanno dato il proprio contributo con l'adesione, ci dice che è possibile un fronte antifascista unito a differenza di ciò che purtroppo sta succedendo alle elezioni politiche e cioè un centro-sinistra diviso.

Pensiamo che l'antifascismo sia un elemento fondante della nostra Repubblica e della nostra democrazia. Combattere il fascismo è un dovere e va fatto in modo pacifico e non violento soprattutto in un momento in cui le organizzazioni di estrema destra stanno avendo consenso in Europa e hanno rialzato la testa anche in Italia».

Leggi anche Cirinnà: «Necessario essere alla manifestazione antifascista con le associazioni Lgbti per ribadire che i valori costituzionali non si toccano»

 

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Organizzato da Gaynet e dall’Odg della Campania in collaborazione con Arcigay Napoli, il corso di formazione La collettività Lgbti e i media resta – come dichiarato da Franco Grillini – «una tappa importante nella pianificazione d’un “tour” formativo su tutto il territorio nazionale». Tappa importante anche per la presenza di Carlo Verna, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti.

È stato lui che, oltre a mostrare vivo interesse per le quattro relazioni succedutesi nella mattina del 20 febbraio presso l’Emeroteca Tucci a Napoli, ha aperto i lavori con un significativo saluto. «Il primo valore – così ha dichiarato – che noi sentiamo di portare all’interesse della comunità civile e sociale è l’attenzione che si deve alle persone oggetto di notizia. Noi siamo dei mediatori tra la fonte e il pubblico. Raccontiamo fatti, raccontiamo storie. E le storie hanno sempre al centro persone. Ragion per cui è a quei soggetti che si deve la maggiore attenzione. Soprattutto quando tali soggetti sono per così dire posti in una condizione di svantaggio dalla cultura dominante nel Paese».

Ha poi ricordato il valore fondante della parola per il lavoro giornalistico. «Qualche mese fa – ha sottolinetao – sono stato a Venezia al Teatro La Fenice, dove è stato siglato il manifesto per una corretta informazione contro la violenza di genere. Un manifesto, quindi, sui termini che devono essere usati, sulle cautele che devono essere prese per non far male con le parole.

Ma io vado oltre. Io dico che le parole non solo bisogna usarle con cautela ma bisogna usarle con valore. Perché le parole usate con valore danno un contributo al progresso sociale e civile di questo Paese. È soprattutto questo la ragione per la quale m’interesserà ascoltare le relazioni della giornata per capire se c’è un percorso da definire per giungere a un risultato come quello realizzato a Venezia».

Verna ha espresso la sua contrarietà a una nuova specifica norma deontologica ma non certamente a un documento che possa promuovere un indirizzo culturala attento alle persone Lgbti.

«Resto del parere – ha infatti dichiarato – che in questo Paese già esistono troppe leggi e sono contrario a normare più del dovuto. Io, che vengo dal mondo sindacale, mi sono trovato a gestire un ente pubblico non economico ma associativo come l’Odg.

Ora attraverso la formazione continua noi possiamo costruire un sistema valoriale che va al di là delle norme tout court. Che sono ridondanti e spesso troppe per cui basta interpretare quelle che già ci sono per capire cosa fare per contrastare un linguaggio d’odio e, nel caso specifico, un linguaggio omofobo. Per il quale non c’è bisogno di una nuova norma ad hoc.

Come dicevo al Teatro La Fenice alle colleghe, che hanno redatto il Manifesto di Venezia, se si deve ragionare in termini di ritocco del Testo unico Deontologico – che ha messo insieme varie carte –, questo si può fare tranquillamente.

Intanto iniziamo con un’attenzione culturale da rivolgere soprattutto ai soggetti che hanno più subito da una cultura dominante in questo Paese. Reputo dunque molto importante il corso odierno che non solo si pone come tappa di un percorso da definire ma si salda anche con altre carte di tipo culturale.

Ad esempio, nei mesi precedenti è stato varato ad Asssisi un manifesto sull’informazione attenta alle persone. Il cui primo punto è non scrivere degli altri quello che non vorresti che gli altri scrivano di te. È un decalogo che non può diventare norma deontologica ma sicuramente dà un indirizzo culturale di una realtà che noi cerchiamo di promuovere.

Ecco perché mi fa particolarmente piacere essere qui oggi a Napoli. Proprio per vedere i percorsi da fare insime al fine d’esaltare la nostra attenzione civile e sociale impegnata sulla parola».

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Ripubblichiamo l'intervista realizzata da Elena al direttore di Gaynews.it al direttore Franco Grillini e pubblicata in data odierna sul Corriere della Sera.

Quando apre la porta del suo appartamento nel centro di Bologna, tre stanze ingombre di oggetti e ricordi nello stesso palazzo in cui abita da quarant’anni, Franco Grillini, 62 anni, bolognese, presidente onorario di Arcigay, direttore di Gaynews.it, ex deputato (con i Ds nel 2001 e l’Ulivo nel 2006) e memoria storica del movimento lgbt in Italia, ha il passo incerto e il volto smagrito dalla malattia. «Mieloma multiplo, un tumore che colpisce il midollo osseo, lo sorvegliavo dal 2007 — spiega —. Nel 2016 ho iniziato le cure che però mi hanno stroncato. Ho dovuto prendere un medicinale sperimentale, con una dicitura del Comitato etico dell’ospedale che mi autorizzava “per motivi compassionevoli”. Della serie: gli diamo questo che più male di così non può fargli».

Adesso come sta? 

È stata una guerra totale: mesi e mesi di chemio in cui ero più di là che di qua. Ma mi sono detto: non è tempo di morire. Ho reagito con le unghie e con i denti, ho fatto le cure esattamente come dicevano i medici e per ora ci siamo salvati. Anche se con molti acciacchi e una malattia cronica: sono un uomo che ha bisogno di assistenza. Ma non ho intenzione di nascondermi: ho vissuto tutta l’epoca dell’Aids, quando la malattia era ritenuta una colpa, qualcosa di cui vergognarti, e mi sono detto: io del mieloma parlo ai quattro venti. E mi faccio vedere: mi piazzo sulla carrozzina e mi faccio spingere.

Siamo in campagna elettorale, non le manca? 

Non sono più di nessun partito. Ho dato 23 anni della mia vita alle istituzioni, mi sembrano abbastanza. Mi avevano proposto delle candidature, ma gli ho detto: come la faccio la campagna elettorale, in barella?. 

Quando ha iniziato a far politica?

Alle superiori, con il Pdup nell’estrema sinistra, grazie alla mia professoressa di italiano. Venivo da una famiglia poverissima: padre manovale, madre operaia, in casa parlavamo solo dialetto bolognese. Nei primi mesi di elementari ho dovuto imparare una lingua straniera che era l’italiano. Nel libretto di terza media mi scrissero: si sconsiglia vivamente la prosecuzione degli studi. Fu la professoressa delle superiori, con cui siamo rimasti amici e tuttora ci frequentiamo, a farmi appassionare allo studio e ai classici del marxismo. 

Quali?

Ce li avevo tutti: dal Che fare? di Lenin al Manifesto del Partito Comunista, all’Ideologia tedesca di Karl Marx. E poi Il Capitale e i Grundrisse. Eravamo un gruppo di intellettualini, volevamo mettere le braghe al mondo. Ma almeno noi studiavamo, a differenza di quello che succede oggi.

È ancora marxista? 

Oggi mi definisco un liberale di sinistra. Peraltro Marx ed Engels erano un po’ omofobi. C’è una lettera in cui Engels scrive a Marx commentando i primi movimenti lgbt in Germania e dice: se questi vincono dovremo andare in giro con le mutande di latta.... 

Lei come è arrivato all’attivismo gay? 

È stato il mio modo per accettare la mia omosessualità.

È stato difficile?

Molto. Avevo 6 anni quando mio padre, per prevenire certe “deviazioni”, mi accompagnò al mercato di Bologna a vedere un banchetto gestito da due donne trans . Mi disse in dialetto: “Guarda mo’ du’ buson”. Senza ovviamente sapere la differenza tra identità di genere e orientamento sessuale. Mi sembrò una scena da zoo, mi lasciò atterrito: per anni ho interiorizzato quel divieto. Ma quando quello che sentivo è diventato così forte che faticavo a gestirlo, ho deciso che potevo trasformarlo in una cosa politica. Ero già responsabile nazionale degli studenti medi del Pdup, segretario organizzativo della federazione di Bologna, era il mio modo.

Si presentò al Cassero, che poi sarebbe diventato la sede di Arcigay...

Mi accolsero dicendo: ce ne hai messo di tempo a capirlo! Noi lo sapevamo già!.

E poi?

Mancavano 20 giorni alla festa di inaugurazione, per la prima volta in Italia un Comune dava uno spazio pubblico a un’associazione gay. C’era da organizzare tutto. Mi dissero: il volantino scrivilo tu, che sei del mestiere. Ci misi 5 minuti, trovai anche lo slogan: “Dalla clandestinità alla liberazione. Verso un nuovo alfabeto dell’amore”. I problemi ci furono con la foto. 

Che problemi?

Avevo scelto quella di due ragazzi abbracciati. Fino ad allora l’idea nel movimento gay era che più facevi sesso più eri rivoluzionario. Io mi opposi: “Si è esaurita la fase propulsiva della scop... — dissi — ora tocca alla rivoluzione dei sentimenti”. Mi accusarono di riproporre il modello tradizionale della famiglia borghese, che bisognava abbattere e non cambiare. Le decisioni andavano prese all’unanimità: rimasi fino alle 5 del mattino, finché i contrari non se ne andarono. Passò il mio manifesto. E venne elogiato da tutta la città, segno che erano maturi i tempi per dire che la rivoluzione si faceva con l’amore. 

A proposito di sentimenti: lei chi ha amato? 

«Massimo, Vanni, Andrea, Giancarlo, Henry, Valerio. A cui sia aggiunge Antonio, l’ultimo». 

Il suo attuale compagno?

Sì, anche se adesso ci vediamo poco: sta al Sud e i genitori, integralisti cattolici, gli hanno vietato di raggiungermi finché non si laurea. Ha 33 anni meno di me, oltre al tabù dell’omosessualità c’è quello dell’età. Però ci scriviamo lettere bellissime, tutte le sere. 

Cos’è cambiato per un ragazzo che si scopre gay oggi? 

Tutto. 

Quarant’anni fa per molti giovani vivere l’omosessualità significava spesso solo frequentare i cosiddetti “battuage”, luoghi appartati di incontri anonimi... 

Io li ho frequentati poco, un po’ perché non mi piaceva la modalità, un po’ perché ci vedo male e prendevo delle cantonate! Arrivavo a mezzo metro e mi accorgevo che quello che avevo di fronte proprio non era il mio tipo... Preferivo il fermo posta.

Il fermo posta?

Sì: mettevi un annuncio con il numero della carta d’identità sui giornali locali, spiegando chi cercavi, poi aspettavi una settimana. Loro rispondevano: vorrei incontrarti, ci vediamo giovedì sotto le Due Torri, a quest’ora. Funzionava! Era di una lentezza esasperante, ma funzionava: ho iniziato storie bellissime col fermo posta.... 

È stato il primo gay dichiarato eletto in Parlamento... 

Non il primo eletto, il primo a metterci piede, nel 2001 insieme a Titti De Simone di Arcilesbica. Negli anni 70 era stato eletto con i radicali Angelo Pezzana, uno dei fondatori del “Fuori!”, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, ma si è dimesso subito senza mai entrare in aula perché nel partito facevano a rotazione. 

Di certo lei ha presentato più di una proposta di legge per riconoscere le unioni gay.

Prima di tutte quella sul matrimonio, l’8 luglio del 2002. Non me la voleva firmare nessuno; allora a ottobre, dopo i Pacs celebrati all’ambasciata francese di Roma, presentai quella sui patti civili di solidarietà, che ne raccolse 170 e fu un elemento di rottura. La mia idea era che bisognava prima trovare un consenso ampio su una legge che riconoscesse i diritti delle coppie per arrivare poi al matrimonio: come è successo quasi dappertutto.

Sono passati oltre dieci anni e siamo ancora lì.

Ma la legge attuale è di fatto un matrimonio. C’è pure l’adozione dei figli del partner.

Non proprio uguale.... E la stepchild adoption non era stata tolta affinché la votasse il partito di Alfano?

Quando il governo Renzi ha posto la fiducia è stato chiamato a Roma un tecnico, un magistrato bolognese, per riformulare la legge in fretta e furia nella notte. Ha scritto l’articolo sulle adozioni in modo da soddisfare Alfano perché non c’era più la stepchild adoption, ma dando ai magistrati la possibilità di concederla ogni volta che una coppia la chiede. 

Non le è mai scocciato fare il gay di professione? 

No, l’ho fatto orgogliosamente: visto che qualcuno ci deve rappresentare, è necessario che sia al meglio. Io per 25 anni sono stato un di sacerdote della politica, non avevo né sabati né domeniche. Qualche mio fidanzato me l’ha anche rimproverato: il tuo vero grande amore è Arcigay. Però le rivoluzioni si fan così: tenendo botta, tenacemente e senza demordere un attimo. E noi, a differenza dei marxisti della mia gioventù, la rivoluzione l’abbiamo fatta: una rivoluzione gentile.

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Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha firmato nel pomeriggio il decreto di conferimento dell'incarico di coordinatore dell'Unar (Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni) al senatore Luigi Manconi.

Manconi, che è  docente di sociologia dei fenomeni politici presso lo Iulm di Milano, ha ricoperto nel corso della presente legislatura il ruolo di presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. L'incarico presso l'Unar, che svolgerà a titolo gratuito, avrà inizio a decorrere dal 24 marzo prossimo.

La notizia è stata accolta con plauso da Franco Grillini, direttore di Gaynews e leader storico del movimento Lgbti, che ha commentato: «La nomina di Luigi Manconi è una scelta felice che non può che essere accolta con soddisfazione da da quanti pensano che l’Unar debba essere un presidio fondamentale contro le discriminazioni di ogni tipo. Conosco Luigi da una vita e abbiamo condiviso numerossime battaglie in materia di diritti e di lotta all’omofobia. Posso quindi dire che Luigi è l’uomo giusto al posto giusto». 

La notizia è stata subito commentata con plauso sulla propria pagina Fb dal senatore Sergio Lo Giudice che ha scritto: «Questa è davvero un'ottima notizia. Se in Italia c'è un garante naturale dei diritti delle persone e della loro tutela da discriminazioni di ogni sorta, quello è senz'altro Manconi. I migliori auguri di buon lavoro a Luigi e felicitazioni a tutte le persone a rischio di discriminazioni che troveranno in lui un difensore competente ed appassionato».

 

 

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