Da pochi giorni sono stati pubblicati sul sito di ArciLesbica Nazionale i documenti relativi al congresso che si svolgerà dall'8 al 10 dicembre a BolognaI documenti sono stati letti e analizzati come raramente succede per delle mozioni congressuali e ArciLesbica, associazione che negli ultimi anni aveva attraversato un periodo di contrazione delle iscritte e di scarsa visibilità politica, è di nuovo al centro del dibattito interno al movimento Lgbti.

Ma cosa dicono questi documenti? Quali posizioni si contendono la guida della principale associazione lesbica italiana? Naturalmente si tratta del frutto della dialettica interna di un’associazione, di un processo che appartiene solo alle socie e che va rispettato. Ma si tratta anche di un’occasione preziosa per cercare di capire cosa sta succedendo nel movimento Lgbti italiano e cosa succederà in futuro.

A mali estremi, lesbiche estreme è il manifesto dell’attuale gruppo dirigente, che cerca di legittimare sé stesso e di gettare le basi per le sfide del futuro. Il documento si apre con una violenta accusa alle critiche ricevute a partire da quest’estate ai post pubblicati dall’associazione su Facebook. Critiche che, di fronte a provocazioni sempre più violente, sono state sicuramente molto accese e che sono andate dalle analisi competenti agli insulti, ma che vengono liquidate in toto come «lesbofobia più volgare e viriloide, ad opera soprattutto di gay». Ed è questa la linea dell’intero documento, coerente con la strategia comunicativa adottata su Facebook: creare un conflitto e inasprirlo sempre di più tra ArciLesbica e il resto del movimento Lgbti, all’interno del quale il bersaglio è soprattutto la componente dei gay. ArciLesbica definisce sé stessa come alternativa al «diktat lgbt* del momento», e il movimento Lgbti, portatore di «pensiero unico» sulla gpa viene accusato, di essere «portabandiera della società neoliberale» e propugnatore di «pseudo-diritti, espressi con il tradizionale linguaggio dei diritti, ma basati su desideri che andrebbero analizzati e discussi criticamente».

Il documento insiste affermando che «l’individuazione di diritti reali è cruciale in un momento in cui il consumismo, la mercificazione del corpo, l’espandersi delle tecnologie biomediche promettono la soddisfazione di pseudo-diritti quali il diritto alla felicità (che è altra cosa rispetto al diritto alla ricerca della felicità di illuministica memoria), il diritto alla bellezza standardizzata, il diritto alla genitorialità per tutte/i e così via». Si tratta ancora una volta, e spiace constatarlo, di espressioni e tesi tipicamente utilizzate dai fondamentalisti italiani, sdoganate da personaggi come Fusaro.

Circa nove pagine su 22 sono dedicate alla gpa, che si conferma la principale preoccupazione dell’attuale dirigenza di ArciLesbica. Oltre alla gpa, un fermo attacco al non binarismo e al pensiero e identità queer, che viene lapidariamente definito come «non compatibile con il femminismo». «Sotto il segno queer dell'antibinarismo si sta consumando la distruzione della soggettività lesbica e la cannibalizzazione della differenza femminile»: è in questo passaggio la paura più profonda e il segno del fallimento di ArciLesbica nel comprendere il contemporaneo: l’antibinarismo viene interpretato come un obbligo e come una minaccia della propria identità, evidentemente avvertita come precaria. Mi spiace constatarlo, ma questa è proprio la paura su cui fanno leva i fondamentalisti: la paura di scomparire, di perdere l’egemonia. Il che è incredibilmente irreale: il non binarismo non è normativo.

In un pessimo passaggio, che conferma la scelta trans-escludente, quella delle persone trans viene definita come «scelta di appartenere al sesso opposto a quello di nascita». Scelta. Non credo serva aggiungere altro. Al piano per il prossimo triennio sono dedicate appena due pagine; un elenco puntato che poco aggiunge al documento stesso o ai precedenti congressi di ArciLesbica.

Il secondo documento, contrapposto al primo, Riscoprire​ ​le​ ​relazioni, è sicuramente più aperto e dialogante, e si ripropone di rinsaldare i rapporti con il resto del movimento Lgbti e con le persone trans in particolare. Le proposte per il futuro occupano diverse pagine e non sono elencate in un elenco frettoloso, relegato nelle ultime due pagine, ma integrate nel documento Viene richiesto un incontro nazionale sulle istanze del movimento nazionale, «con l’obiettivo di fare il punto sulla situazione attuale rispetto alle nostre istanze per capire su quali si possa convergere e su quali invece ci siano delle differenze o divergenze». Cosa secondo me non solo saggia, ma doverosa.

Complessivamente si tratta di un documento che ha un respiro decisamente più ampio di quello della segreteria e che affronta diversi temi.

Ma ha anche un altro merito, a mio avviso: individua, in modo quasi casuale, uno dei nodi che hanno provocato la crisi dilaniante di ArciLesbica e con cui l’intero movimento nazionale deve fare i conti: «Diciamo qui chiaramente che la decostruzione operata dal trans-genere-sessuale che nomina la complessità dell’umano ha creato difficoltà di comprensione e di comunicazione al nostro interno».

Credo che sia questo uno degli obiettivi che il movimento Lgbti deve fare proprio nei prossimi anni: il dialogo, che rischia di diventare aperto conflitto, tra identità, persone, collettivi queer e movimento istituzionalizzato. Si è aperto un conflitto, anche generazionale, che rischia di danneggiare seriamente il movimento, e che rischia di allontanare dalle associazioni più istituzionali e legate a paradigmi del ‘900 le generazioni più giovani, che esprimono identità e istanze differenti.

Chi si limita a condannare, in modo inappellabile, le identità queer/non binarie, il sex working, la gestazione per altri (altro tema che va affrontato e problematizzato, non stigmatizzato) è destinato a restare sempre più isolato, sempre più incapace di leggere il contemporaneo.

Una lezione che il movimento deve imparare dall’affaire ArciLesbica e che è più che mai necessario uno scatto in avanti: dobbiamo imparare di più, dobbiamo riuscire a integrare le istanze di chi, in questo momento, non può sentirsi rappresentato, se non con difficoltà, dalle grandi associazioni nazionali.

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Andrea, Gianni e Anna: sono questi i protagonisti di una storia d'amore che, nel nostro Paese, è ancora negata da una politica sostanzialmente discriminatoria. Una politica che si ostina a non riconoscere ciò che non solo è una realtà ma è anche una realtà che produce legami, affetti e vincoli relazionali. 

Andrea, Gianni e Anna sono una famiglia, una famiglia arcobaleno: Andrea e Gianni, infatti, dopo anni di vita in comune, hanno deciso di suggellare la propria esperienza di coppia diventando genitori di una splendida bambina, Anna, nata in California il 2 agosto 2014 attraverso la gestazione per altri. Opportunità che, ovviamente, sarebbe stato loro preclusa in Italia.

Questo viaggio verso la vita e la felicità è raccontato da Andrea Simone, uno dei due papà, nel libro Due uomini e una culla, pubblicato a Torino da Golem con la preziosissima prefazione di Lella Costa e promosso per l'Italia dalla struttura editoriale cattolica Dehoniana Libri.

Un libro che racconta un momento importante della vita di Andrea e Gianni, cioè quello in cui decidono di realizzare il proprio progetto di genitorialità, con tutta l'euforia e la trepidazione che giustamente riserviamo ai grandi riti di passaggio della nostra esistenza, quelli in cui sentiamo che una parte di quel che volevamo diventare ha finalmente trovato la sua concreta determinazione.  Un libro che, però, racconta anche la difficoltà a cui va incontro una coppia gay nel momento in cui decide di non arrendersi di fronte alle deficienze del nostro legislatore perché, nonostante tutto, una coppia gay, in Italia, resta pur sempre una coppia "differente" dalle altre: una coppia vista come inadatta ad amare, crescere ed educare i propri figli. 

La vicenda di Andrea e Gianni è una vicenda esemplare anche per la naturalezza con cui viene raccontata la scelta di ricorrere alla gpa, finalmente descritta senza quell'alone di "dramma" o "violenza" con cui troppo spesso è presente nell'immaginario collettivo. È quanto anche scrive nella prefazione l’attrice Lella Costa, che conosce Andrea da quando era ragazzino: «La maternità surrogata, o gestazione per altri (spero che l’orribile e dolosa espressione “utero in affitto” sia stata bandita per sempre) è un tema molto serio, molto delicato e anche molto divisivo.

Persone sicuramente intelligenti, preparate, e soprattutto non sospettabili di non avere a cuore il tema dei diritti civili, negli ultimi tempi hanno assunto rispetto a questo argomento posizioni molto critiche, addirittura intransigenti. Da più parti si è sottolineato il rischio di un’ennesima forma di sfruttamento del corpo delle donne, soprattutto di quelle economicamente più fragili. Per non dire di tutte quelle persone, associazioni e schieramenti che semplicemente si rifiutano di riconoscere qualunque legittimità non solo alla gestazione per altri, ma anche a tutte le forme di relazione che si discostino dal concetto di  famiglia, anzi di Famiglia, di cui sembrano rivendicare il copyright: un padre (maschio), una madre (femmina) e la prole da costoro generata. Chiuso l’argomento.

Da tempo ormai, ogni volta che mi è capitato e mi capita di affrontare questi temi, specie con interlocutori impermeabili a qualunque confronto, me la cavo con una citazione disneyana, per l’esattezza da Lilo e Stitch: “Famiglia vuol dire che mai nessuno viene dimenticato o abbandonato”. Se qualcuno conosce una definizione migliore, per favore, me la comunichi. E credo di avere capito almeno una cosa: al di là delle riflessioni e posizioni teoriche, a volte in buona fede e rispettabili, quello che conta, e che fa la differenza, sono le persone, e le loro storie. Che − con buona pace degli integralisti − sono storie d’amore, di dedizione, di difficoltà, di desideri, di progetti di vita».

Ma in fondo, come giustamente sottolinea l'autore Andrea Simone, giornalista e blogger al suo esordio letterario, quella raccontata in Due uomini e una culla è soprattutto la storia di Anna, il regalo più grande che i due papà abbiano mai ricevuto dalla vita, un miracolo di gioia e serenità che si rinnova giorno dopo giorno e che è giusto condividere con il prossimo per scardinare luoghi comuni, paure e pregiudizi sulla vita e la felicità delle famiglie omogenitoriali.  

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Non s'arresta il dibattito sulla Gpa, cui fanno ricorso all'estero sia single sia coppie di persone tanto eterosessuali (e queste in maniera maggioritaria) quanto omosessuali. Negli ultimi giorni, poi, il fronte contrario alla pratica è tornato ad agitare lo spettro della propaganda metodica. Propaganda che, condotta da "campagne gay", sarebbe in aperta violazione dell'art. 12, comma 6 della legge 40 recante Norme in materia di procreazione medicalmente assistita.

Per avere delucidazioni in merito, abbiamo raggiunto telefonicamente Stefano Chinotti, penalista e coordinatore del comitato scientifico di Avvocatura per i diritti Lgbti - Rete Lenford.

Avvocato, sulla gpa i toni tornano ciclicamente a surriscaldarsi da ambo le parti. Il fronte contrario si richiama nello specifico al comma 6 dell'art. 12 della legge 40. Che cosa prevede? 

L'art. 12 introduce una serie di sanzioni conseguenti alla violazione della legge. La gestazione per altri viene contemplata al comma 6 che prevede la punizione di chi realizza (inteso in senso medico), organizza (inteso in senso professionale) e pubblicizza (inteso in senso commerciale) la surrogazione di maternità. Le pene, specialmente quelle pecuniarie - essendo il divieto indirizzato più che altro a evitare il fenomeno della commercializzazione professionale -, sono consistenti. Si va da quella detentiva da tre mesi a due anni a quella pecuniaria da 600.000 a un milione di euro. Non così consistenti, comunque, da poter evitare - per procedere nei confronti di cittadino italiano che faccia accesso a tale tecnica di procreazione medicalmente assistita all'estero - la necessaria e preventiva richiesta di avvio del procedimento da parte del ministro di Giustizia prevista dall'art. 9 del Codice penale.

Esprimere posizioni favorevoli alla Gpa, riportarle per iscritto in qualsiasi forma o dibatterne implica la violazione del comma 6? 

Assolutamente no. Ci mancherebbe altro. Se si ragionasse in questi termini, il discutere dell'abrogazione di un qualsivoglia reato potrebbe significare ricondurre le posizioni favorevoli alla depenalizzazione a una sorta di apologia del fatto illecito. È un'assurdità che, peraltro contrasta con il contenuto dell'art. 21 della Costituzione che tutela la libera espressione del pensiero. 

Che cosa pensa della proposta di reato universale per la Gpa?

Se per reato universale ci si riferisce a un fatto illecito punibile in ogni dove, occorrerà ottenere che gli ordinamenti di tutti gli Stati del globo si conformino in tal senso. Mi pare una via poco percorribile. Se invece ci si riferisce all'introduzione, nel nostro sistema interno, di una fattispecie delittuosa che, se anche commessa all'estero, possa essere punita in Italia, non vedo alcuna novità. Già con le leggi in vigore la Gpa praticata all'estero da cittadino italiano potrebbe, astrattamente, essere punita. Serve, come dicevo, la richiesta da parte del ministro di Giustizia. È già accaduto. Certo questo tipo di procedimenti si scontra inevitabilmente col principio del l'impossibilità di punire qualcuno che, seppur ha commesso un illecito per le leggi della propria nazione di appartenenza, ha, nello stesso tempo, utilizzato un mezzo assolutamente lecito nello Stato ove vi ha fatto ricorso. La condotta, quindi, se praticata in Paesi che la consentono, non è punibile. Anche per questo motivo, ad eccezione del caso cui ho già fatto riferimento, i tribunali non sono mai stati investiti di decidere sulla questione. E peraltro è talmente chiaro di come la legge intendesse punire il sorgere di fenomeni di commercializzazione in Italia. 

 

È possibile infine una revisione della legge 40?

Possibile senz'altro. Nel senso dell'inasprimento delle pene che potrebbero portare a introdurre un massimo edittale tale da non rendere, per la procedibilità, più necessaria la richiesta da parte del ministro di Giustizia che è prevista, solo, per i reati puniti con la reclusione fino a tre anni. Ma, se anche questo avvenisse, rimarrebbe aperta la questione dell'impossibilità di punire, in Italia, un cittadino che ha posto in essere, all'estero, una condotta assolutamente consentita.

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Sulle polemiche, che hanno scosso la collettività Lgbti e non per la presentazione del libro di Daniela Danna alla vigilia del Milano Pride e l'opera di volantinaggio antigpa da parte di ArciLesbica Zami durante il corso della parata, era intervenuta anche la filosofa, politica e scrittrice Michela Marzano con una puntuale intervista rilasciata a Gaynews. Sollecitati dalle stesse componenti di ArciLesbica Zami a poter replicare, pubblichiamo il testo pervenuto alla nostra redazione mantenendo la punteggiatura originaria.

Michela Marzano critica l'espressione “utero in affitto” pure usata da fior di giuristi come il compianto Stefano Rodotà: si tratta di un'espressione puramente descrittiva, dato che nella cosiddetta “gestazione per altri” o gpa si presta per denaro (compenso o rimborso) l'apparato riproduttivo di una donna. Forse, essendo l'utero non separabile dalla donna intera, potremmo più correttamente dire “donna in affitto”. Chi cerca espressioni apparentemente neutre come gpa o maternità surrogata lo fa per ragioni ideologiche, per sfuggire alla riflessione morale cui siamo chiamate da questo fenomeno e per addolcirne gli aspetti più allarmanti dal punto di vista dei diritti umani.

È bene chiarire un equivoco di fondo: la gpa non è una pratica medica perché la gravidanza non è una pratica medica, ma una potenzialità intrinseca del corpo femminile. Nella gpa, però, l’intero corpo femminile viene trattato come macchina riproduttiva.

La gpa è un (nuovo) istituto giuridico attraverso il quale si dichiara che una gravidanza non appartiene alla donna che la fa, ma a chi gliel'ha commissionata (in cambio di denaro).

Le attività che preparano i pride sono momenti appropriati per discutere di questioni che riguardano le aspirazioni delle persone lgbtia - non a caso i documenti dei pride, come ad esempio quello di Roma, contenevano riflessioni ugualmente nette, ma di segno contrario, su questo stesso tema. Forse solo i favorevoli alla gpa possono creare occasioni di dibattito?

Tutti i pride si aprono con i trenini arcobaleno di un'associazione che ha firmato la Carta di Bruxelles secondo cui la donna che partorisce come “portatrice” deve essere retribuita e deve cedere i neonati senza alcun possibile ripensamento (come invece accade).

Il dibattito sulla gpa è sviluppato in primo luogo da femministe: sono vaste le aree di femministe in Italia, in Francia, negli USA e negli altri paesi che ne hanno chiesto il bando universale e si battono contro la mercificazione di gravidanza, del parto e della nascita. Il consenso informato nulla toglie alla riduzione a cosa della gestante e di chi nascerà e quindi non può essere paragonato alla donazione di organi. In ogni caso gli organi vengono donati, non venduti o offerti dietro rimborso. Non ci pare che qualcuno chieda la libertà di scelta e l'autodeterminazione per soggetti che volessero vendere i propri organi.

Diciamo all'onorevole Marzano che non siamo certo paternaliste, al limite “maternaliste”, anche se a noi sembra di essere umaniste, nel senso della difesa dei diritti umani basilari che la gpa vìola, sebbene le immagini di famiglie sorridenti con figli acquisiti in quel modo vorrebbe farci dimenticare il fenomeno oscuro che ne è all'origine.

Siamo convinte che la genitorialità non si realizzi solo sotto forma di maternità biologica, siamo infatti sostenitrici della possibilità di adozione per gay, lesbiche e single.

La nostra non è una opposizione immotivata di chi non ha riflettuto sulla questione della genitorialità: noi ci abbiamo riflettuto a lungo e ci siamo documentate. Siamo pronte a continuare la riflessione in un incontro pubblico con l'onorevole Marzano. Siamo certe che un raffronto di questo genere potrebbe aiutare le tante persone che dicono di essere ancora in fase di riflessione e a cui assistere ad uno scambio sereno e approfondito potrebbe essere molto utile.

Cristina Gramolini, Lucia Giansiracusa, Daniela Danna – ArciLesbica Zami Milano

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Filosofa, saggista, politica, accademica ma soprattutto donna. È così che ama definirsi Michela Marzano, nel cui ultimo romanzo L’amore che mi resta si affrontano con delicata sensibilità i temi della perdita, dell’amicizia, dell’affettività, della maternità. Aspetto, quest’ultimo, su cui Gaynews ha voluto ascoltarla in relazione alle ultime polemiche relative alla gpa in seno alla collettività Lgbti.

Onorevole Marzano, le parole sono importanti. Che cosa esprimono secondo lei le espressioni utero in affitto e gestazione per altri?

Partiamo da un assunto per me fondamentale. Quello della importanza assoluta delle parole secondo il pensiero di Albert Camus, premio Nobel per la letteratura. L’espressione utero in affitto è erronea perché a essa è sottesa una concezione negativa e ideologizzata d’una pratica medica. L’espressione gestazione per altri è invece neutra in quanto descrittiva di quella pratica senza che se ne dia alcun giudizio morale.

Tre giorni giorni prima dell’inizio dell’Onda Pride è stato lanciato il comunicato Utero in affitto, firmato anche da alcune femministe della differenza e dalla presidente di ArciLesbica Nazionale. Che cosa ne pensa?

Penso che si tratti di un’azione altamente scorretta e inappropriata. Ancora una volta si è agito con la volontà di creare scompiglio e non di favorire un sereno raffronto. Tale modalità ricorda infatti l’allarme che fu lanciato lo scorso anno proprio mentre in Senato si discuteva dell’ex art. 5 del ddl Cirinnà sull’adozione del configlio o stepchild adoption. Dispiace poi vedere tra le firmatarie anche alcune femministe. Riprova delle contrapposizioni e spaccature che caratterizzano il movimento femminista italiano a differenza della sua comprattezza iniziale.

In molti si è impegnati anche sui social a favorire un discussione sulla gpa ma non poche femministe della differenza muovono l’accusa che si stia facendo propaganda sulla scorta dell’art 12 (comma 6) della legge al 40. Chiusura al dialogo o manganellismo verbale?

È ovvio che si tratta di una totale chiusura al dialogo, scambiando artatamente l’esternazione delle proprie vedute con la propaganda. Si crede di poter imporre un pensiero unico al riguardo brandendo le armi delle sanzioni o, addirittura, del reato universale. Sulla gestazione per altri sarebbe ribadire una volta per tutte che una cosa è la pratica, una cosa sono le modalità con cui si effettua. Non si può liquidare la gestazione per altri - volta a realizzare il desiderio di genitorialità d’una coppia a prescindere dal loro orientamento sessuale – sulla base dell’argomento di quanto avviene nei Paesi terzo/quartomondiali. Si pensi al Canada o alla California dove la gpa è normata nel pieno rispetto dei basilari principi legali col consenso informato delle parti e senza, dunque, alcun sfruttamento della donna gestante Quanto detto potrà essere più chiaro se si pensa a un’altra pratica medica importantissima quale la donazione di organi. Donazione che può avvenire nel caso di soggetti sia morti cerebralmente sia vivi. Ora sarebbe illogico qualificare la donazione di organi una pratica illegittima e criminosa perché in Paesi estremamente poveri c’è chi si presta alla sua effettuazione per motivi d’indigenza. Tali modalità, che si configurano come sfruttamento della persona, sono da condannare con fermezza e perseguire penalmente. Ma ciò non può portare alla condanna della pratica che è legittima e altamente umanitaria.

Sabato pomeriggio è stato presentato a Milano l’ultimo volume di Daniela Danna. ArciLesbica Zami Milano ha inviato una mail alle socie annunciando la diffusione di  volantini antigpa durante il Pride del giorno dopo. Quale il suo parere?

Trovo totalemente inaccettabile quel comunicato per il contesto (il giorno prima del Milano Pride) e, soprattutto, per i contenuti. Si pensi alle parole: “Le lesbiche non sono le mogli dei gay, che tacciono e annuiscono quando gli uomini parlano”. Si tratta di parole che esprimono l’idea paternalistica e patriarcale della vita matrimoniale quale condizione di sudditanza servile per la donna. Quell’idea che il movimento femminista ha sempre combattuto e continua a combattere Per non parlare della presunzione di voler parlare a nome di tutte le altre donne lesbiche.

Per Michela Marzano, donna e politica, che messaggio deve arrivare sulla gpa dal mondo delle donne e da quello della politica?

Come donna e politica credo che sia ora di mettere da parte ogni visione ideologica sulla gpa e d'incontrarsi sul terreno del confronto iniziando a eliminare l’utilizzo di parole offensive tanto per le donne quanto per chi vuole concretare il desiderio di genitorialità. Confronto che deve partire dall’idea di genitorialità. Un’idea che non è univoca come quella imposta dalle posizioni biologistiche. L’essere genitore si realizza al di là dell’aver messo un mondo un figlio. Si realizza nell’affetto costante nei riguardi di colui alla cui crescita, formazione ed educazione ci si presta attimo per attimo con la mente e il cuore.

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Diritti senza frontiereQuesto è il claim del Milano Pride 2017 che avrà oggi la sua conclusione con la parata che partirà da P.zza Duca D'Aosta e terminerà in Porta Venezia.Un Pride all'insegna dell'orgoglio e della libertà di essere e di avere pari diritti in quanto persone. Quindi non solo un Pride Lgbti ma un Pride a 360 gradi che vuole e avrà al suo fianco anche altre realtà. Come la rete milanese Nessuno è illegale, che promuove e lotta per l'accoglienza e i diritti dei migranti. Proprio uno di loro parlerà e porterà la sua esperienza sul palco di Porta Venezia. Palco che per la prima volta non darà voce alle associazioni ma alle diverse istanze, alle varie esperienze che siano più o meno riconducibili alla comunità Lgnti. Sarà un momento più personalistico.

Purtroppo quest'edizione del Milano Pride è stata segnata da una querelle molto accesa. Quella relativa alla gpa o gestazione per altri. Infatti, il 23 giugno, proprio alla vigilia della manifestazione conclusiva e all'interno della Pride Week, ArciLesbica Zami Milano ha organizzato la presentazione con annesso dibattito del libro di Daniela Danna Fare un figlio per altri è giusto. Falso!Il mondo Lgbti si è spaccato in due e anche in modo violento.

Leonardo Meda del Coordinamento Arcobaleno, raggiunto telefonicamente da Gaynews, ha dichiarato al riguardo: «Il Coordinamento Arcobaleno ha sempre dato la possibilità a tutte le associazioni e gruppi Lgbti di inserire, all'interno della Pride Week, un evento, un dibattito. Per cui censurare un'associazione importante e storica come questa sarebbe stato impensabile. D'altro canto il tutto è stato e sarà curato esclusivamente da ArciLesbica Zami Milano; anche il dibattito sarà moderato da una loro rappresentante. Il Coordinamento Arcobaleno ha dato, come fa sempre, solo il permesso di apporre il proprio logo nella comunicazione dell'evento e nessun patrocinio».

Posizione, questa, che non fuga i dubbi sull'opportunità di eventi capaci di causare malumori e contrapposizioni all'interno d'un evento gioioso e unitario come il Pride.

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Continua la stagione dell'Onda Pride, che vedrà nella giornata del 24 giugno ben cinque città scendere in piazza per la marcia dell'orgoglio Lgbti. Tra queste Napoli, la cui Pride Parade sarà all'insegna dello slogan Liberamente Corpo. Non sono purtroppo mancati nei giorni antecedenti la parata avvenimenti dolorosi, come il ritrovamento del corpo di Simo, ragazzo FtM, tra i cassonetti di Forcella, e atti reazionari come lo striscione di Forza Nuova contro Arcigay Napoli e il sindaco Luigi De Magistris in una col comunicato intimidatorio del raggruppamento neofascista dal titolo Ci vogliono gay e drogati, ci troveranno rivoluzionari!, dove si annuncia: «Ci faremo sentire al Mediterranean Pride of Naples».

Per saperne di più, Gaynews ha intervistato Antonello Sannino, presidente del locale comitato Arcigay Antinoo.

Antonello, dopo Bagnoli il Pride torna quest'anno nell'area portuale di Napoli. C'è una connessione tra le due location?

Sì. Dopo il Pride di Bagnoli, che per l’intesa tra associazioni Lgbti, comitati civici ed ex operai della locale area industriale ha ricordato, per molti versi, quello dell’omonimo film, incentrato sull’alleanza tra minatori e comunità omosessuale londinese, la marcia dell’orgoglio torno al centro in un luogo simbolo di Napoli: il Porto. Quel porto, da cui nel secolo scorso sono partite tante e tanti meridionali in cerca di fortuna all’estero e in cui, una settimana fa, sono sbarcati 1500 migranti richiedenti asilo. Persone che sono state accolte benissimo dalla città con tanto di striscione con la scritta Welcome Refugees. Napoli is Your Home.  Da Piazza Municipio il corteo si snoderà per Via Toledo, Piazza del Plebiscito fino a quel Lungomare che, liberato dal traffico e dallo smog, è stato restituito ai napoletani.

Si sono registrate alcune reazioni al Pride in questi ultimi giorni. Come le spieghi?

Bisogna fare sempre molta attenzione a tutti i meccanismi reazionari: sia esterni a partire da quelli di Forza Nuova che inquietano e spaventano, sia interni a partire da alcune posizioni d’una parte di Arcilesbica sulla gestazione per altri e su ripetuti atteggiamenti venatamente transfobici nei riguardi di ragazzi FtM, che se ne stanno reiteratamente lamentando. Bisogna dunque fare attenzione a tutte queste posizione di retroguardia culturale sia interne sia esterne.

Forza Nuova Napoli è ricorsa a uno striscione intimidatorio contro Arcigay e De Magistris, che tiene dietro a quello esposto alcuni mesi fa davanti al locale Macho Lato nel quartiere San Carlo all'Arena - Stella. Preoccupato?

Nient'affatto. Lo striscione di Forza Nuova non apporta nulla nulla di nuovo. Si tratta di persone che mancano di capacità nel raccogliere consensi e di fare azioni costruttive sul territorio. Per cui appena arriva il Pride ne approfittano per avere un po’ di visibilità. È chiaro che resta un fatto grave perché la guardia non va mai abbassata nei riguardi di queste forme di neofascismo. È singolare che loro abbiano paura dei “superpoteri” delle persone Lgbti, che hanno la possibilità di trasformarli tutti in omosessuali. Mi verrebbe da pensare che tutto ciò celi in loro una sorta di omofobia interiorizzata. Probabilmente qualche forzanovista non riesce a vivere in maniera serena la propria omosessualità. E, quindi, attaccano soprattutto Arcigay e il nostro favoloso sindaco De Magistris sempre in prima linea al Pride. Anzi, quest’anno, avremo per la prima volta anche il gonfalone cittadino. Non posso infine dimenticare che prenderà parte al Pride anche la senatrice Monica Cirinnà che, per solidarietà e affetto al sindaco e alla colletività Lgbti napoletana, ha comunicato sui social la propria partecipazione.

Quale sarà dunque il messaggio che arriverà dal Pride di Napoli?

Come si sa, il nostro è un Pride che ha al centro il corpo e il principio dell’autodeterminazione in opposizione a posizioni involuzionistiche tanto ad intra quanto ad extra del movimento Lgbti. È un Pride dedicato al Mediterraneo. Non per niente il simbolo di questo Pride è la statua del Nilo che fu donata dagli egiziani d’Alessandria ai napoletani per riconoscere l’enorme accoglienza ricevuta nella città partenopea. Statua che non per niente è chiamata “Il corpo di Napoli”. Non sono mancate nell’organizzazione tensioni. Tensioni che, però, ritengo necessarie allo sviluppo del dibattito di temi importanti, di cui la politica non può non farsi carico. Napoli non ha paura. Napoli affronta anche temi caldi. E questo Pride dimostrerà ancora una volta che Napoli è una città profondamente antifascista, vantando lo storico primato d’essere la prima città a essersi liberata dall’occupazione nazifascista con le Quattro Giornate. Giornate gloriose, di cui furono protagoniste anche i femminielli con le loro celebri barricate.

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Il 5 giugno si è tenuto in preparazione al Roma Pride il dibattito Diritti umani: One Struggle, One Fight. Una sola lotta, una sola battaglia, moderato dal giornalista di Huffington Post Simone Alliva. Tra i relatori l'ex ministra Emma Bonino, il senatore Luigi Manconi, l'attivista di All Out Yuri Guaiana e il portavoce del Roma Pride Sebastiano Secci.

Al termine dell'incontro Gaynews ha intervistato il senatore dem Manconi, che ricopre a Palazzo Madama l'incarico di presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.

Senatore, parliamo di unioni civili. Quando in Senato si dovette votare la fiducia al ddl Cirinnà, lei annunciò la non partecipazione nell'intervento del 25 febbraio 2016 invocando la questione della dignità della persona e dicendo: "La dignità non può essere dimidiata. La dignità o è o non è". A distanza di un anno la sua posizione è cambiata?

La mia posizione non è cambiata. Non dicevo che era meglio che non ci fosse nessuna legge. Diceva con grande rammarico che avrei preferito una legge più aperta, che rispettasse davvero i diritti di tutti: una legge ispirata alla parità, che discriminava addirittura tra figlio e figlio (aspetto questo per me il più oltraggioso), mi sembrava una cosa molto brutta. Poi è ovvio che esiste il senso di responsabilità, esiste il senso storico, esiste un interesse. Per cui meglio che quella legge sia stata approvata piuttosto che fossimo ancora senza nessuna legge.

Si torna a discutere ciclicamente di gestazione per altri. Alcune settimane fa un gruppo di femministe e componenti di qualche associazione Lgbti hanno diramato il comunicato Utero in affitto in reazione a un passaggio del documento politico del Roma Pride. Secondo lei è possibile una gpa etica?

Mi attengo alle sue parole. È possibile una gestazione per altri che rispetti un fondamento etico? È possibile. Dev’essere così perché, qualora così non fosse, le mie perplessità resterebbero. Personalmente assecondo una domanda che mi sembra legittima ma che mi lascia perplesso per un motivo molto semplice: perché non vedo bilanciati i diritti in gioco. Tutte queste leggi sono delicatissime e complicatissime da elaborare e da approvare, perché non c’è un solo diritto da accogliere o da respingere. Ma più diritti che devono essere combinati insieme per essere rispondenti a un interesse comune. C’è un desiderio di paternità e maternità, che è un diritto. Però c’è anche la necessità di evitare che questo diritto provochi la subordinazione d’una donna a semplice esigenza di mercato e, dunque, un’impostazione classista. Io, di fronte a questa contraddizione, finora ho esitato a dirmi favorevole. Se fosse realizzabile una gestazione per altri che rispetti i parametri tecnici, io sarei favorevole. Tenga però in conto che personalmente tutti questi diritti li colloco entro una dimensione etica, proprio perché penso che la loro forza dipende dal fatto che non rispondano esclusivamente a un interesse privato, e nemmeno a un interesse di gruppo, e nemmeno a un interesse di minoranze ma insieme rispondono all’interesse della collettività, cioè della piena realizzazione della cittadinanza.

Ricorre quest'anno il decennale del decreto legislativo sulla protezione internazionale, che recepì nella sostanza un emendamento alla legge comunitaria sul diritto d'asilo avanzato dal senatore Silvestri non senza l'apporto dell'on. Grillini e riferentesi alle richieste presentate per motivi legati all'orientamento sessuale. Come giudica tale normativa?

Si tratta d’una legge molto importante ma resta ancora da fare tantissimo. Tantissimo perché, come sappiamo, appena un mese fa abbiamo avuto il problema degli omosessuali in Cecenia e anche in Italia la possibilità di tutelare i profughi per ragione di persecuzione sessuale è tutt’altro che garantita. C’è molto da fare per evitare che questo sia il punto debole, su cui si concentrino politiche di discriminazione e di respingimento.

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Con il taglio del nastro in via S. Giovanni in Laterano è iniziata il 3 giugno la Gay Croisette che, sotto la direzione artistica di Diego Longobardi, costituisce la settimana di eventi preparatori alla grande parata del 10 giugno. Tra questi è apparso d'indubbia importanza il dibattito Diritti umani: One Struggle, One Fight. Una sola lotta, una sola battaglia, tenutosi ieri sera e moderato dal giornalista di Huffington Post Simone Alliva. Tra i relatori l'ex ministra Emma Bonino, il senatore Luigi Manconi, l'attivista di All Out Yuri Guaiana e il portavoce del Roma Pride Sebastiano Secci.

Emma Bonino, che dal palco ha invitato le persone Lgbti a essere meno autorefenziali e ad aprirsi maggiormente per fare rete, ha espressamente indicato come esempio al riguardo la sensibilizzazione al tema della procreazione medicalmente assistita. Al termine del suo intervento Gaynews ha chiesto un suo parere sulla pratica della gpa anche a seguito del comunicato Utero in affitto, sottoscritto da alcune femministe della differenza, dal presidente di Equality Italia e dalla presidente di Arcilesbica Nazionale in reazione alla chiara presa di posizione del documento politico del Coordinamento Roma Pride.

«Trovo tutto ciò assurdo - ha dichiarato la leader storica dei Radicali -. Bisogna innanzitutto dire che la legge 40 oramai non esiste più grazie alla testardaggine di alcune coppie, che sono arrivate fino alla Corte Costituzionale aiutate e sostenute dall’Associazione Coscioni.. L'idea del “se a me non piace, non si deve fare” è una posizione che ha guidato tutte le repressioni storiche sui diritti civili o non civili. In più io non credo al proibizionismo. È molto semplice. Orbene, sarà difficile (ma non è vero perché è stato fatto in altri Paesi) ma è necessario regolamentare questa pratica. Regolamentazione, che cerchi di limitare lo sfruttamento della donna.

C’è chi vorrebbe renderla un reato mondiale. Finché a farlo sono politici di determinate aree, uno lo dà per scontato perché fa parte d’una loro consistente idea pseudoculturale o culturale che sia. Quello che trovo assolutamente surreale è che gruppi, anche di femministe (da qualcuno definite da caverna), assumano questa posizione proibizionista. Ora l'assunto dell'io non lo farei trasformato nel tu non lo devi fare è totalmente da superare come si è sempre fatto. Per questo il femminismo ha superato l'idea dell’io non abortirei, quindi tu non devi abortire. E adesso si torna paradossalmente al principio personalistico dell'io non lo farei, per altro legittimo, per arrivare a quello del tu non lo devi fare. Da un punto di vista culturale mi è completamente estraneo. Dal punto di vista dell’efficacia è assolutamente impossibile»

 

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